Tags Posts tagged with "eredi"

eredi

frazionamento

La valutazione di frazionamento immobiliare è una operazione complessa. Il giudice deve accertarne la fattibilità alla luce nella normativa urbanistica in vigore

La vicenda in esame origina dalla richiesta di frazionamento di una unità immobiliare che gli istanti avevano ereditato da un loro congiunto. Sul punto si è pronunciata la Seconda Sezione Civile della Cassazione con la sentenza in commento (n. 6915/2019).

La vicenda

Nel dicembre 2008, il Tribunale di Napoli, aveva dichiarato lo scioglimento della comunione tra gli eredi del de cuius e, stante la non comoda divisibilità dell’immobile oggetto di causa, lo aveva attribuito ad uno solo di essi

Si trattava dell’erede, proprietario della quota maggiore, pari ai 36/45 dell’edificio, che aveva acquistato con atto pubblico nel 2000; cosicché il giudice lo condannava a versare a titolo di conguaglio, la differenza in favore dei suoi congiunti.

Contro la predetta decisione, questi ultimi, presentavano ricorso in appello chiedendo che fosse accertata la divisibilità del bene.

Ma la Corte territoriale, con sentenza emessa nel 2014, rigettava nuovamente la loro istanza dando conferma alla valutazione di non divisibilità dell’immobile.

La suddivisione del fabbricato in due unità immobiliari, secondo il progetto in atti, avrebbe determinato la realizzazione di un monolocale di circa 33 mq in favore degli appellanti (superiore alla quota in natura ad essi spettante) mentre la porzione di fabbricato spettante ai coniugi convenuti in giudizio, sarebbe stata costituita dalla cantina, da un ambiente piano terra di circa mq.20, dall’intero primo piano e dal sottotetto non abitabile.

Tanto premesso i giudici dell’appello, avevano ritenuto non ammissibile la suindicata richiesta di divisione, considerato anche che il frazionamento immobiliare, pur nel rispetto della sagoma, destinazione d’uso e volumetria originaria, avrebbe dato luogo alla creazione di un organismo diverso da quello precedente, configurando dunque, un intervento di ristrutturazione edilizia richiedente permesso di costruire ai sensi del  D.P.R. n. 380 del 2001, ex art. 3.

In altre parole, sarebbe stata la stessa la normativa urbanistica a non consentire la divisone dell’immobile in questione.

Il ricorso per Cassazione

Finita davanti ai giudici di legittimità, la vicenda veniva risolta con la cassazione della sentenza impugnata con rinvio alla corte di merito per un nuovo esame secondo i principi di diritto ivi indicati.

Il ricorso principale era articolato in due motivi.

Interessante risulta, in particolare, il secondo motivo con il quale i ricorrenti denunciavano l’errore commesso dai giudici dell’appello, per aver qualificato l’intervento richiesto per il frazionamento dell’immobile come “ristrutturazione”, laddove, invece, in forza della L. n. 133 del 2014, esso costituiva semplice “restauro e risanamento” e dunque, non era necessario il rilascio del permesso a costruire, non essendovi un mutamento di destinazione d’uso.

In altre parole, a detta dei ricorrenti, l’intervento di frazionamento richiesto, sarebbe stato pienamente compatibile con la vigente normativa urbanistica.

E avevano ragione.

A tal proposito, i giudici della Cassazione, hanno ricordato che “ciò che rileva ai fini della divisibilità o meno del bene non è tanto la necessità del permesso di costruire ai fini del frazionamento, nè la qualificazione dell’intervento edilizio come “ristrutturazione o mero “restauro conservativo”, quanto la complessiva valutazione dell’intervento stesso in relazione alle caratteristiche dell’immobile oggetto di causa e la sua compatibilità con la disciplina urbanistica vigente, sia avuto riguardo alla normativa nazionale che ai regolamenti e strumenti urbanistici locali”.

“Occorre inoltre accertare se, pur risultando il frazionamento giuridicamente possibile, le porzioni realizzabili siano suscettibili di formare oggetto di autonomo e libero godimento e non risultino gravate da servitù, pesi o limitazioni eccessive o sensibilmente deprezzate in proporzione al valore dell’intero ed inoltre se la divisione richieda o meno opere complesse o di notevole costo”.

Ed infine, l’’ultimo conseguenziale accertamento, concerne la seguente valutazione: “se, alla luce della disciplina attualmente vigente (avuto riguardo sia alla legislazione nazionale che ai regolamenti e strumenti urbanistici locali), l’intervento edilizio necessario per la divisione del fabbricato, che risulta sottoposto a vincolo storico-monumentale, sia giuridicamente fattibile, in quanto pienamente compatibile con la suddetta normativa anche in considerazione del vincolo su indicato ed inoltre se il frazionamento possa essere utilmente realizzato senza compromissione del valore dell’intero edificio, nonché del godimento e del valore economico delle singole unità realizzabili”.

Ebbene, nessuno dei predetti accertamenti era stato adeguatamente valorizzato dalla sentenza di merito.

Pertanto la sentenza andava cassata con rinvio per un nuovo giudizio di merito.

La redazione giuridica

 

Leggi anche:

LE SANZIONI AMMINISTRATIVE NON SONO TRASMISSIBILI AGLI EREDI

sanzioni

Non sono trasmissibili agli eredi le sanzioni pecuniarie derivanti da violazioni amministrative, le quali si estinguono con la morte del trasgressore

I ricorrenti per cassazione erano gli eredi dell’originaria parte in causa contro il Comune di Roma Capitale. La vicenda riguardava la sanzione per un illecito amministrativo.

In particolare, quest’ultimo non avrebbe adempiuto al pagamento dei canoni ICI relativi ad un proprio terreno ritenuto edificabile.

Cosicché il comune capitolino aveva emesso due avvisi di accertamento per il recupero dell’imposta citata.

Ma per gli eredi, tale accertamento era illegittimo dal momento che il proprio terreno non poteva considerarsi edificabile per il sol fatto di esser stato inserito come tale, nel Piano Regolatore Generale della città di Roma, senza l’approvazione di un piano particolareggiato. E pertanto ricorrevano dapprima davanti al Tar e successivamente al Consiglio di Stato.

Ma in entrambi i giudizi il ricorso è stato respinto. Non restava dunque, che affidarsi ai giudici di legittimità.

La pronuncia della Cassazione

Ed invero, la Cassazione ha ritenuto fondata la censura relativa all’illegittimità delle sanzioni amministrative applicate.

È stato già affermato che le sanzioni amministrative previste per la violazione delle norme tributarie hanno carattere afflittivo, onde devono inquadrarsi nella categoria dell’illecito amministrativo di natura punitiva, disciplinato dalla l. 24 novembre 1981 n. 689, essendo commisurate alla gravità della violazione ed alla personalità del trasgressore, con la conseguenza che ad esse si applica il principio generale sancito dall’art. 7 della legge n. 689 appena citata, secondo cui l’obbligazione di pagare la somma dovuta per la violazione non si trasmette agli eredi.

Il principio della intrasmissibilità delle sanzioni amministrative, comminate per la violazione della legge tributaria, agli eredi del de cuius, è principio che si ricava direttamente dalla legge.

Gli artt. 3 e 15 della L. 7 gennaio 1929, n. 4 esplicitamente considerano la pena pecuniaria nascente dalla violazione, per cui l’obbligazione per il pagamento della pena pecuniaria sorge al momento della violazione stessa ed il successivo provvedimento di irrogazione, non un provvedimento costitutivo, ma un semplice provvedimento di liquidazione di un’obbligazione già sorta, con valore dichiarativo (Cassazione 30 novembre 1985, dec. n. 5980).

Ne deriva che l’applicazione della sanzione pecuniaria così disposta non può che essere diretta nei soli confronti dell’autore della violazione medesima, “salvo diversa disposizione di legge”.

Si tratta in altre parole, di un principio generale che può essere derogato soltanto da una contraria ed espressa previsione normativa. (Commissione Tributaria di Monza, 14 aprile 1994 Numero 1130).

La redazione giuridica

 

Leggi anche:

DECEDUTA DOPO L’IMPIANTO DI UN PACEMAKER, 470 MILA EURO AGLI EREDI

fibre di amianto

Il Tribunale di Venezia con una recente sentenza ha condannato una società industriale a risarcire gli eredi della donna deceduta a causa di un grave tumore alla pleura contratto perché per anni aveva respirato le fibre di amianto presenti sugli indumenti di lavoro del proprio marito

Citava in giudizio la società datrice di lavoro del proprio marito, chiedendo il risarcimento dei danni a lei occorsi per essersi occupata della manutenzione degli indumenti di lavoro del coniuge sui quali erano presenti fibre di amianto che lei aveva respirato per anni.

Si era costituita in giudizio la società convenuta, resistendo con proprie allegazioni e chiedendo il rigetto della domanda attorea.

Senonché al decesso della donna, si costituivano volontariamente in giudizio i suoi figli, in qualità di eredi, chiedendo la prosecuzione del processo.

La vicenda

La causa oggetto della vicenda giudiziaria in commento attiene alla tragica sorte che ha riguardato la povera defunta, deceduta a seguito di un mesetelioma, grave tumore alla pleura, che secondo la prospettazione attorea, la stessa aveva contratto in conseguenza dell’attività lavorativa svolta dal marito con esposizione all’amianto.

Quest’ultimo aveva lavorato per anni, come operaio in un cantiere navale con la mansione di carropontista.

Dalla ctu medico legale, disposta sulla donna era emerso che il mesotelioma pleurico è un raro tumore maligno della pleura ed è uno dei tumori per i quali sembra accertato un rapporto di ordine etiologico, identificato con tutte le attività connesse all’estrazione e alla lavorazione dell’absesto (termine che sta ad indicare in alternativa all’amianto numerosi silicati idrati chimicamente differenti, impiegati nelle attività industriali).

Si aggiungeva anche nella CTU che “proprio perché il mesotelioma è un tumore raro nella popolazione generale … è evidente che la sua comparsa in soggetti esposti ad amianto è altamente significativa per la valutazione del nesso di causa. Peraltro, il periodo di latenza tra l’inizio della esposizione e la comparsa della sintomatologia è stimato generalmente come molto lungo, nell’ordine di 30-40 anni.

Inoltre, (…) nella letteratura medico specialistica sono riportate segnalazioni di comparsa di mesotelioma nella popolazione generale residente in aree industriali dove veniva utilizzato amianto e anche tra i familiari dei soggetti professionalmente esposti, per possibile inquinamento dell’abitazione con fibre depositate sugli abiti di lavoro”.

Che dire, allora …

La consulenza tecnica non lasciava dubbi almeno sul piano scientifico dell’accertamento del nesso causale.

Le testimonianze

Anche dalle risultanze testimoniali raccolte nel corso del giudizio era emerso che l’uomo, coniuge della defunta, aveva lavorato per decenni in quella realtà industriale dove, peraltro, l’amianto era ben presente.

Ed era anche emerso che gli operai di quella azienda, già risultata “sorvegliato speciale” in ragione del presunto utilizzo di agenti cancerogeni, erano soliti portare a casa gli indumenti di lavoro per poi provvedere a lavarli.

Ebbene, quest’ultima circostanza è tutt’altro irrilevante, dal momento che, come evidenziato dalla ctu, la patologia contratta dalla donna era proprio riconducibile all’inquinamento venutosi a creare all’interno delle mura domestiche a causa di fibre di amianto presenti sugli abiti di lavoro del marito che ella stessa provvedeva con buona periodicità a lavare.

Il nesso causale

Venendo quindi all’accertamento del nesso causale, esso deve essere condotto con criteri probabilistici sulla base di valutazioni scientifiche (pur in mancanza del raggiungimento della certezza sulla correlazione tra fatto – esposizione all’amianto ed evento – mesotelioma – Cass. Sez. Un. 576/2008 e Cass. n. 16381/2010).

Ebbene anche secondo il Tribunale di Venezia (sent. n. 2147/2018), l’esposizione all’amianto del lavoratore (dal 1973 agli anni 90) aveva comportato la translazione della suddetta esposizione alle fibre di amianto all’interno delle mura domestiche della propria abitazione, con la conseguenza che la moglie ha subito su sé stessa gli effetti dell’inquinamento provenienti dalla realtà lavorativa del marito, ammalandosi e scontando tragicamente con la propria vita la convivenza matrimoniale con il suddetto.

La responsabilità del datore di lavoro

Non vi è dubbio– aggiunge il Tribunale veneto – che la responsabilità della impresa convenuta trovi fondamento nella fattispecie di cui all’art. 2087 c.c. poiché come ritiene giurisprudenza consolidata tale norma è fonte sia di responsabilità contrattuale per tutti i danni eziologicamente connessi alla attività prevista dal contratto di lavoro, che extracontrattuale per violazione del generale principio del neminem ledere avente ad oggetto la tutela dei diritti soggettivi primari, quali appunto la salute fisica o addirittura il diritto alla vita, e ciò a prescindere dagli obblighi specificamente imposti dalla relazione contrattuale e quindi anche dei soggetti terzi, come nella vicenda in esame.

Orbene sotto il profilo della sicurezza sul lavoro, ai sensi dell’art. 2087 c.c. spetta all’imprenditore provare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno.

Non si tratta di una responsabilità oggettiva, ma qualora sia accertato che il danno è stato causato dalla nocività dell’attività lavorativa per esposizione all’amianto, è onere del datore di lavoro provare di aver adottato le misure generiche di prudenza necessarie alla tutela della salute dal rischio espositivo secondo le conoscenze del tempo di insorgenza della malattia, essendo irrilevante la circostanza che il rapporto di lavoro si sia svolto in epoca antecedente all’introduzione di norme per l trattamento di materiali contenenti amianto, quali quelle contenute nel D.Lgs 277/1991 e successivamente abrogato dal D.Lgs. 81/2008.

Nella specie, tale onere non è stato assolto.

La società doveva pertanto essere condannata a risarcire il danno agli eredi della vittima.

Il risarcimento del danno

Gli attori, proprio in qualità di eredi, avevano chiesto il risarcimento del danno non patrimoniale in tutte le sue configurazioni.

La risarcibilità iure hereditatis del danno “da perdita della vita” conseguente a malattia derivante da fatto illecito è stato di recente rimesso alle Sezioni Unite (sent. n. 15350/2015) le quali hanno affermato che non vi è alcun contrasto con la giurisprudenza della Suprema Corte sul diritto iure hereditatis al risarcimento dei danni che si verificano nel periodo che va dal momento in cui sono provocate le lesioni a quello della morte conseguente alle lesioni stesse e che per la liquidazione di siffatto danno deve essere provato lo stato di coscienza del morituro.

Ebbene, nel caso in esame non vi era dubbio dello stato di coscienza della donna, nell’intervallo tra la diagnosi della malattia e la morte. Cosi, allo stesso modo, non vi era dubbio del dolore psicofisico dalla stessa subito a causa della malattia.

Il tribunale di Venezia ha così proceduto ad una liquidazione equitativa del danno, facendo uso del sistema tabellare adottato dal Tribunale di Milano.

Agli eredi è stato riconosciuto anche il risarcimento del danno iure proprio da perdita del rapporto parentale, ai sensi dell’art. 2059 c.c.

Il danno parentale – ribadisce il Tribunale  – consiste nella perdita di un prossimo congiunto che determina un profondo mutamento delle condizioni di vita del familiare. La ratio del danno parentale consiste, dunque, nella privazione e nel vuoto determinato dalla definitiva perdita del godimento del congiunto nonché dall’irreversibile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione e sulla quotidianità dei rapporti.

Tutti principi trovano il loro fondamento nella nostra Carta Costituzionale agli artt. 2, 29 e 30, nonché nella Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo (art. 8) e tutelano l’intangibilità del bene della famiglia.

Sabrina Caporale

 

Leggi anche:

ESPOSIZIONE AD AMIANTO: CHIARIMENTI IN TEMA DI PRESCRIZIONE

Assemblea della comunione ereditaria

In materia di convocazione dell’assemblea della comunione ereditaria, il termine di un solo giorno di preavviso non può ritenersi congruo per consentire ai comunisti di partecipare informati e per consentire loro di attivarsi per una personale partecipazione o per delega

Il caso

Con atto di citazione introduttiva del giudizio, l’attrice esponeva di essere comproprietaria iure ereditatis con le convenute di alcuni immobili e, che nei giorni precedenti si era tenuta un’assemblea della comunione ereditaria alla quale non aveva partecipato.

Le delibere assunte in tale data dovevano pertanto, ritenersi non valide, in quanto, fra l’altro, non erano stati rispettati i giorni liberi di preavviso.

L’istante, concludeva chiedendo che le impugnate delibere fossero annullate e che nulla doveva in base alle stesse.

Si costituiva in giudizio, la parte convenuta chiedendo il rigetto della domanda avversaria.

Nel corso del giudizio era, infatti, emerso che una successiva delibera aveva sostituito quelle impugnate.

La questione giuridica

La questione è interessante perché richiama il tema del rispetto dei termini di preavviso per la convocazione delle assemblee della comunione ereditaria e, dunque, per la validità della delibere ivi adottate.

Ebbene, il Tribunale di Roma, investito della causa in questione, con sentenza n. 20212 del 23 ottobre 2018, dichiarava cessata la materia del contendere avuto riguardo alla domanda avanzata dall’attrice.

Come era, emerso dalle allegazioni prodotte in giudizio dalle parti, la successiva delibera aveva sostituito quella impugnata con la conseguenza che quest’ultima non poteva più ritenersi idonea ad incidere concretamente sulla res litigiosa (v. Cass. 11961/04 e Cass. 10344/09) né sotto il profilo della validità/invalidità della delibera impugnata né sotto il profilo delle sue ‘conseguenze’ per effetto della sua successiva ‘sostituzione’ non potendo, la delibera sostituita da altra di identico tenore, produrre ulteriormente effetti.

A ciò deve aggiungersi che è errata l’affermazione (fatta dalla difesa della parte attrice) secondo la quale, in caso di identità di delibere, non vi è ’necessità di impugnare la successiva’. Ciò perché la delibera ‘successiva’ costituisce nuova manifestazione di volontà della comunione che supera la prima mentre l’impugnazione della prima non vale a superare gli eventuali vizi della seconda che ben possono essere diversi e devono essere fatti valere con specifica ulteriore impugnazione.

La decisione

Il Tribunale capitolino ritiene invece, astrattamente fondata l’eccezione sollevata dalla attrice, volta a conseguire una pronuncia di annullamento delle delibere assunte in sua assenza, in quanto non sarebbero stati rispettati i termini liberi di preavviso che debbono decorrere fra la data della ricezione della convocazione e la data fissata per la tenuta dell’assemblea.

Deve infatti, rilevarsi che trattandosi di comunione ereditaria e non vertendosi in ipotesi di condominio negli edifici, non si applica la norma di cui all’art. 66 disp att cc (norma speciale) ma la disposizione di cui all’art. 1105 cc che non prevede un termine di convocazione ma demanda al giudice la valutazione della congruità del termine in concreto concesso (Cass. 9291/92, Cass. 26408/08 e Cass. 29747/17).

Dagli atti prodotti in giudizio, era emerso che l’avviso di convocazione dell’assemblea sarebbe stato recapitato concedendo un solo giorno libero prima dell’assemblea. Ebbene, tale termine (di un solo giorno libero) non può ritenersi congruo per consentire ai comunisti di partecipare informati e per consentire loro di attivarsi per una personale partecipazione o per delega, che deve essere rilasciata per iscritto, previa individuazione del soggetto incaricato a partecipare per conto di altri. La necessità della concessione di più di un giorno libero si appalesa necessaria per quanto emerge dalla comune esperienza laddove sia necessario organizzarsi per la partecipazione o per l’individuazione di altro soggetto cui conferire delega scritta.

 

Leggi anche:

ACQUISTI IN CONTANTI: POSSONO ENTRARE NELLA COMUNIONE DEI BENI?

LE ULTIME NEWS

sblocco del tetto di spesa

0
Concordato tra i Ministeri di Salute, Economia, Pa e le Regioni un emendamento per lo sblocco del tetto di spesa per il personale sanitario....