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cointestazione del conto corrente

La cointestazione del conto corrente, fa presumere la contitolarità dell’oggetto del contratto, ma tale presunzione può essere superata attraverso presunzioni semplici

La vicenda

Con atto di citazione presentato nel 2007 dinanzi al Tribunale di Rovigo, una donna conveniva in giudizio suo fratello per sentir accertare che le somme depositate su un libretto di deposito bancario e su un certificato di deposito postale dei quali il convenuto era cointestatario insieme alla madre, appartenevano in realtà, esclusivamente a quest’ultima. Chiedeva pertanto, che fosse disposta la divisione delle dette somme secondo le quote spettanti ai due eredi della defunta genitrice.

In primo grado l’istanza principale veniva accolta e la sentenza trovava conferma anche in appello.

Cosicché, il processo proseguiva dinanzi ai giudici della Cassazione.

Come superare la presunzione di comunione derivante dalla cointestazione di un conto corrente bancario o postale?

La giurisprudenza di legittimità ha costantemente affermato che “La cointestazione di un conto corrente, attribuendo agli intestatari la qualità di creditori o debitori solidali dei saldi del conto (art. 1854 c.c.) sia nei confronti dei terzi, che nei rapporti interni, fa presumere la contitolarità dell’oggetto del contratto (art. 1298 c.c., comma 2), ma tale presunzione dà luogo soltanto all’inversione dell’onere probatorio, e può essere superata attraverso presunzioni semplici – purché gravi, precise e concordanti – dalla parte che deduca una situazione giuridica diversa da quella risultante dalla cointestazione stessa“.

Nel caso di specie, sia il giudice di primo grado che la Corte di Appello avevano superato siffatta presunzione mediante il ricorso ad una serie di elementi presuntivi, quali la mancata allegazione, da parte del convenuto, di un reddito idoneo a giustificare la proprietà di ingenti somme a risparmio e la sua giovane età (32 anni) al momento del versamento delle somme sui rapporti causa, il fatto che lo stesso avesse familiari a carico, e la circostanza che l’istruttoria avesse accertato che la cointestazione dei rapporti tra madre e figlio era dovuta esclusivamente alla gestione degli stessi.

Si tratta di accertamenti, riservati al giudice di merito e, peraltro, se non viziati da illogicità o da erronei criteri giuridici, non censurabili in sede di legittimità.

La sentenza impugnata è stata così confermata anche in Cassazione, non avendo – peraltro – il ricorrente specificamente contestato la congruenza dei singoli elementi valorizzati dai giudici di merito rispetto alla decisione finale.

La redazione giuridica

 

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BANCAROTTA FRAUDOLENTA: SENTENZA ANNULLATA … MANCA IL DOLO SPECIFICO

Cardiopatico muore dopo otto mesi dall’incidente nel quale era rimasto coinvolto, ma a detta del CTU tale evento aveva certamente aumentato la possibilità del suo decesso; tale possibilità ha dato il diritto agli eredi di ottenere il risarcimento del danno da perdita di chance

Ma come si calcola tale voce di danno, considerato che la vittima era un soggetto cardiopatico e con svariate patologie pregresse all’incidente? La risposta è contenuta nella sentenza in commento (Tribunale di Vicenza n. 107/2019).

La vicenda

Con atto di citazione gli attori agivano in giudizio al fine di ottenere il ristoro di tutti i danni, ivi compreso quelli da perdita di chances, patiti in proprio e in qualità di eredi del proprio congiunto, deceduto a seguito di un sinistro stradale.
Gli attori dichiaravano che la vittima, rispettivamente padre e marito, all’epoca dei fatti 59enne, si trovava in sella al proprio motociclo, transitando per le vie cittadine, quando all’improvviso veniva colpito al fianco destro dalla banna, tenuta alzata ad altezza d’uomo, de una macchina operatrice, di proprietà della ditta convenuta in giudizio e guidata da un suo dipendente.
La ricostruzione degli eventi era stata confermata anche dall’autore del sinistro, il quale aveva dichiarato che nell’effettuare una manovra di immissione su una via con svolta a sinistra, aveva colposamente omesso di concedere la dovuta precedenza al ciclomotore, per poi colpirlo.
Attesa la gravità delle lesioni, la vittima fu costretta in Ospedale per circa quattro mesi, proseguendo poi le terapie in day hospital, fino alla morte improvvisa, sopravvenuta mentre si trovava nella propria abitazione.
Nel giudizio di primo grado davanti al Tribunale di Vicenza era stato possibile ricostruire la dinamica del sinistro e accertare la responsabilità del conducente del mezzo.
Quanto ai danni lamentati dagli attori, il CTU aveva evidenziato che il danneggiato soffriva di svariate patologie preesistenti, quali la cardiopatia ischemica ipertesiva, l’ipertensione arteriosa da 20 anni (in terapia farmacologica), il diabete in terapia e l’obesità in pregresso intervento di bendaggio gastrico.
A seguito dell’incidente aveva subito un trauma toracico con lacerazione polmonare; insufficienza respiratoria, fratture costali, shock settico e fu sottoposto a molteplici interventi chirurgici.

La morte, improvvisa, tuttavia si era verificata otto mesi dopo l’incidente.

Doveva perciò, escludersi il fattore causale del sinistro rispetto al decesso; eppure nella relazione del consulente tecnico si leggeva che “tenuto conto della rilevante entità del trauma riportato a seguito del sinistro, con correlata lunga degenza (protrattasi per quasi 5 mesi) che hanno certamente avuto effetti negativi sul sistema cardio-vascolare del soggetto, già particolarmente compromesso dalle concorrenti patologie, risulta prospettabile la sussistenza di danno sostanziato dall’ipotesi di perdita di chances di sopravvivenza, di difficile quantificazione a fronte delle importanti pre-esistenze patologiche e dal lungo intervallo di tempo tra sinistro e decessi (circa 8 mesi, di cui quasi 4 mesi  tra ultima dimissione ospedaliera e decesso), collocandosi pertanto in un range compreso tra il 20 e il 40%”.
In altre parole, a venire in rilevo non era tanto l’incidenza causale tra il sinistro e il decesso, quanto tra l’impatto e la possibilità che la vittima subisse un infarto.
Si tratta cioè, di un bene giuridico ontologicamente diverso dal bene vita e dal bene salute, ma neppure di un danno da perdita anticipata della vita e conseguentemente del rapporto parentale.
Infatti il perito non accenna mai al fatto che, a causa del sinistro, vi sia stata una anticipazione dell’evento morte, bensì solo che lo stesso abbia posto le basi per un aumento di possibilità che il decesso, per morte improvvisa, avvenisse.

La perdita di chance

Come noto, la Cassazione ha ammesso la risarcibilità della perdita di chance, intesa quale «concreta ed effettiva occasione favorevole di conseguire un determinato bene», enunciando che «non è una mera aspettativa di fatto ma un’entità patrimoniale a sé stante, giuridicamente ed economicamente suscettibile d’autonoma valutazione, onde della sua perdita deve essere provata la sussistenza» (Cass. civ. Sez. II. n. 3999/2003).
Di maggiore interesse, ai fini della soluzione al caso in esame, risulta la risarcibilità del danno da perdita di chance con riferimento a interessi di natura non patrimoniale, quali la salute, l’integrità fisica e la vita del paziente.
In materia di responsabilità medica è stato affermato che è ammissibile il risarcimento del danno da perdita di chance quando “in presenza di fattori di rischio, l’inadempimento della prestazione sanitaria, aggrava la possibilità che l’esito negativo si produca”.
Ebbene, nel caso in esame, pur non trattandosi di responsabilità medica, l’evento dannoso costituito dal sinistro, aveva apprestato un fattore di rischio ulteriore nella causazione del decesso, ma non nel senso di aver causato una perdita anticipata della vita, bensì solo che lo stesso abbia aumentato il rischio di verificazione dell’evento mortale.

La quantificazione del danno

Per tali ragioni, per il Tribunale vicentino, il risarcimento non può essere proporzionale al “risultato perduto” ma commisurato, in via equitativa, alla “possibilità perduta” di realizzarlo (intesa quale evento di danno rappresentato in via diretta ed immediata dalla minore durata della vita e/o dalla peggiore qualità della stessa).
Ebbene, tale possibilità per integrare gli estremi del danno risarcibile, deve necessariamente attingere ai parametri della apprezzabilità, serietà e consistenza, oltre all’analisi del caso concreto.
E’ così il l’adito giudice ha condiviso la soluzione prospettata dal CTU, posto che l’individuato range del 20-40% costituisce una base fondata per ritenere sussistente un collegamento causale, alla stregua del più probabile che non.
D’altra parte, il valore complessivo (100%) del benessere fisio-psichico di un uomo di 59 anni (età della vittima al momento del sinistro) è stimato dalle tabelle milanesi per il risarcimento del danno alla salute, in €865.742, 00.
E se il range individuato dal perito è quello del 20-40% è equo liquidare il danno nella misura di 173.148,40, ossia il 20% dell’importo totale
Il Tribunale vicentino, ha ritenuto opportuno applicare la misura del 20% posto che la vittima, al momento del sinistro, era affetta da un quadro clinico piuttosto critico.

La redazione giuridica

 
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CASALINGA VITTIMA DI UN INCIDENTE: RICONOSCIUTO IL DANNO DA PERDITA DI CHANCE

frazionamento

La valutazione di frazionamento immobiliare è una operazione complessa. Il giudice deve accertarne la fattibilità alla luce nella normativa urbanistica in vigore

La vicenda in esame origina dalla richiesta di frazionamento di una unità immobiliare che gli istanti avevano ereditato da un loro congiunto. Sul punto si è pronunciata la Seconda Sezione Civile della Cassazione con la sentenza in commento (n. 6915/2019).

La vicenda

Nel dicembre 2008, il Tribunale di Napoli, aveva dichiarato lo scioglimento della comunione tra gli eredi del de cuius e, stante la non comoda divisibilità dell’immobile oggetto di causa, lo aveva attribuito ad uno solo di essi

Si trattava dell’erede, proprietario della quota maggiore, pari ai 36/45 dell’edificio, che aveva acquistato con atto pubblico nel 2000; cosicché il giudice lo condannava a versare a titolo di conguaglio, la differenza in favore dei suoi congiunti.

Contro la predetta decisione, questi ultimi, presentavano ricorso in appello chiedendo che fosse accertata la divisibilità del bene.

Ma la Corte territoriale, con sentenza emessa nel 2014, rigettava nuovamente la loro istanza dando conferma alla valutazione di non divisibilità dell’immobile.

La suddivisione del fabbricato in due unità immobiliari, secondo il progetto in atti, avrebbe determinato la realizzazione di un monolocale di circa 33 mq in favore degli appellanti (superiore alla quota in natura ad essi spettante) mentre la porzione di fabbricato spettante ai coniugi convenuti in giudizio, sarebbe stata costituita dalla cantina, da un ambiente piano terra di circa mq.20, dall’intero primo piano e dal sottotetto non abitabile.

Tanto premesso i giudici dell’appello, avevano ritenuto non ammissibile la suindicata richiesta di divisione, considerato anche che il frazionamento immobiliare, pur nel rispetto della sagoma, destinazione d’uso e volumetria originaria, avrebbe dato luogo alla creazione di un organismo diverso da quello precedente, configurando dunque, un intervento di ristrutturazione edilizia richiedente permesso di costruire ai sensi del  D.P.R. n. 380 del 2001, ex art. 3.

In altre parole, sarebbe stata la stessa la normativa urbanistica a non consentire la divisone dell’immobile in questione.

Il ricorso per Cassazione

Finita davanti ai giudici di legittimità, la vicenda veniva risolta con la cassazione della sentenza impugnata con rinvio alla corte di merito per un nuovo esame secondo i principi di diritto ivi indicati.

Il ricorso principale era articolato in due motivi.

Interessante risulta, in particolare, il secondo motivo con il quale i ricorrenti denunciavano l’errore commesso dai giudici dell’appello, per aver qualificato l’intervento richiesto per il frazionamento dell’immobile come “ristrutturazione”, laddove, invece, in forza della L. n. 133 del 2014, esso costituiva semplice “restauro e risanamento” e dunque, non era necessario il rilascio del permesso a costruire, non essendovi un mutamento di destinazione d’uso.

In altre parole, a detta dei ricorrenti, l’intervento di frazionamento richiesto, sarebbe stato pienamente compatibile con la vigente normativa urbanistica.

E avevano ragione.

A tal proposito, i giudici della Cassazione, hanno ricordato che “ciò che rileva ai fini della divisibilità o meno del bene non è tanto la necessità del permesso di costruire ai fini del frazionamento, nè la qualificazione dell’intervento edilizio come “ristrutturazione o mero “restauro conservativo”, quanto la complessiva valutazione dell’intervento stesso in relazione alle caratteristiche dell’immobile oggetto di causa e la sua compatibilità con la disciplina urbanistica vigente, sia avuto riguardo alla normativa nazionale che ai regolamenti e strumenti urbanistici locali”.

“Occorre inoltre accertare se, pur risultando il frazionamento giuridicamente possibile, le porzioni realizzabili siano suscettibili di formare oggetto di autonomo e libero godimento e non risultino gravate da servitù, pesi o limitazioni eccessive o sensibilmente deprezzate in proporzione al valore dell’intero ed inoltre se la divisione richieda o meno opere complesse o di notevole costo”.

Ed infine, l’’ultimo conseguenziale accertamento, concerne la seguente valutazione: “se, alla luce della disciplina attualmente vigente (avuto riguardo sia alla legislazione nazionale che ai regolamenti e strumenti urbanistici locali), l’intervento edilizio necessario per la divisione del fabbricato, che risulta sottoposto a vincolo storico-monumentale, sia giuridicamente fattibile, in quanto pienamente compatibile con la suddetta normativa anche in considerazione del vincolo su indicato ed inoltre se il frazionamento possa essere utilmente realizzato senza compromissione del valore dell’intero edificio, nonché del godimento e del valore economico delle singole unità realizzabili”.

Ebbene, nessuno dei predetti accertamenti era stato adeguatamente valorizzato dalla sentenza di merito.

Pertanto la sentenza andava cassata con rinvio per un nuovo giudizio di merito.

La redazione giuridica

 

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LE SANZIONI AMMINISTRATIVE NON SONO TRASMISSIBILI AGLI EREDI

sanzioni

Non sono trasmissibili agli eredi le sanzioni pecuniarie derivanti da violazioni amministrative, le quali si estinguono con la morte del trasgressore

I ricorrenti per cassazione erano gli eredi dell’originaria parte in causa contro il Comune di Roma Capitale. La vicenda riguardava la sanzione per un illecito amministrativo.

In particolare, quest’ultimo non avrebbe adempiuto al pagamento dei canoni ICI relativi ad un proprio terreno ritenuto edificabile.

Cosicché il comune capitolino aveva emesso due avvisi di accertamento per il recupero dell’imposta citata.

Ma per gli eredi, tale accertamento era illegittimo dal momento che il proprio terreno non poteva considerarsi edificabile per il sol fatto di esser stato inserito come tale, nel Piano Regolatore Generale della città di Roma, senza l’approvazione di un piano particolareggiato. E pertanto ricorrevano dapprima davanti al Tar e successivamente al Consiglio di Stato.

Ma in entrambi i giudizi il ricorso è stato respinto. Non restava dunque, che affidarsi ai giudici di legittimità.

La pronuncia della Cassazione

Ed invero, la Cassazione ha ritenuto fondata la censura relativa all’illegittimità delle sanzioni amministrative applicate.

È stato già affermato che le sanzioni amministrative previste per la violazione delle norme tributarie hanno carattere afflittivo, onde devono inquadrarsi nella categoria dell’illecito amministrativo di natura punitiva, disciplinato dalla l. 24 novembre 1981 n. 689, essendo commisurate alla gravità della violazione ed alla personalità del trasgressore, con la conseguenza che ad esse si applica il principio generale sancito dall’art. 7 della legge n. 689 appena citata, secondo cui l’obbligazione di pagare la somma dovuta per la violazione non si trasmette agli eredi.

Il principio della intrasmissibilità delle sanzioni amministrative, comminate per la violazione della legge tributaria, agli eredi del de cuius, è principio che si ricava direttamente dalla legge.

Gli artt. 3 e 15 della L. 7 gennaio 1929, n. 4 esplicitamente considerano la pena pecuniaria nascente dalla violazione, per cui l’obbligazione per il pagamento della pena pecuniaria sorge al momento della violazione stessa ed il successivo provvedimento di irrogazione, non un provvedimento costitutivo, ma un semplice provvedimento di liquidazione di un’obbligazione già sorta, con valore dichiarativo (Cassazione 30 novembre 1985, dec. n. 5980).

Ne deriva che l’applicazione della sanzione pecuniaria così disposta non può che essere diretta nei soli confronti dell’autore della violazione medesima, “salvo diversa disposizione di legge”.

Si tratta in altre parole, di un principio generale che può essere derogato soltanto da una contraria ed espressa previsione normativa. (Commissione Tributaria di Monza, 14 aprile 1994 Numero 1130).

La redazione giuridica

 

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DECEDUTA DOPO L’IMPIANTO DI UN PACEMAKER, 470 MILA EURO AGLI EREDI

fibre di amianto

Il Tribunale di Venezia con una recente sentenza ha condannato una società industriale a risarcire gli eredi della donna deceduta a causa di un grave tumore alla pleura contratto perché per anni aveva respirato le fibre di amianto presenti sugli indumenti di lavoro del proprio marito

Citava in giudizio la società datrice di lavoro del proprio marito, chiedendo il risarcimento dei danni a lei occorsi per essersi occupata della manutenzione degli indumenti di lavoro del coniuge sui quali erano presenti fibre di amianto che lei aveva respirato per anni.

Si era costituita in giudizio la società convenuta, resistendo con proprie allegazioni e chiedendo il rigetto della domanda attorea.

Senonché al decesso della donna, si costituivano volontariamente in giudizio i suoi figli, in qualità di eredi, chiedendo la prosecuzione del processo.

La vicenda

La causa oggetto della vicenda giudiziaria in commento attiene alla tragica sorte che ha riguardato la povera defunta, deceduta a seguito di un mesetelioma, grave tumore alla pleura, che secondo la prospettazione attorea, la stessa aveva contratto in conseguenza dell’attività lavorativa svolta dal marito con esposizione all’amianto.

Quest’ultimo aveva lavorato per anni, come operaio in un cantiere navale con la mansione di carropontista.

Dalla ctu medico legale, disposta sulla donna era emerso che il mesotelioma pleurico è un raro tumore maligno della pleura ed è uno dei tumori per i quali sembra accertato un rapporto di ordine etiologico, identificato con tutte le attività connesse all’estrazione e alla lavorazione dell’absesto (termine che sta ad indicare in alternativa all’amianto numerosi silicati idrati chimicamente differenti, impiegati nelle attività industriali).

Si aggiungeva anche nella CTU che “proprio perché il mesotelioma è un tumore raro nella popolazione generale … è evidente che la sua comparsa in soggetti esposti ad amianto è altamente significativa per la valutazione del nesso di causa. Peraltro, il periodo di latenza tra l’inizio della esposizione e la comparsa della sintomatologia è stimato generalmente come molto lungo, nell’ordine di 30-40 anni.

Inoltre, (…) nella letteratura medico specialistica sono riportate segnalazioni di comparsa di mesotelioma nella popolazione generale residente in aree industriali dove veniva utilizzato amianto e anche tra i familiari dei soggetti professionalmente esposti, per possibile inquinamento dell’abitazione con fibre depositate sugli abiti di lavoro”.

Che dire, allora …

La consulenza tecnica non lasciava dubbi almeno sul piano scientifico dell’accertamento del nesso causale.

Le testimonianze

Anche dalle risultanze testimoniali raccolte nel corso del giudizio era emerso che l’uomo, coniuge della defunta, aveva lavorato per decenni in quella realtà industriale dove, peraltro, l’amianto era ben presente.

Ed era anche emerso che gli operai di quella azienda, già risultata “sorvegliato speciale” in ragione del presunto utilizzo di agenti cancerogeni, erano soliti portare a casa gli indumenti di lavoro per poi provvedere a lavarli.

Ebbene, quest’ultima circostanza è tutt’altro irrilevante, dal momento che, come evidenziato dalla ctu, la patologia contratta dalla donna era proprio riconducibile all’inquinamento venutosi a creare all’interno delle mura domestiche a causa di fibre di amianto presenti sugli abiti di lavoro del marito che ella stessa provvedeva con buona periodicità a lavare.

Il nesso causale

Venendo quindi all’accertamento del nesso causale, esso deve essere condotto con criteri probabilistici sulla base di valutazioni scientifiche (pur in mancanza del raggiungimento della certezza sulla correlazione tra fatto – esposizione all’amianto ed evento – mesotelioma – Cass. Sez. Un. 576/2008 e Cass. n. 16381/2010).

Ebbene anche secondo il Tribunale di Venezia (sent. n. 2147/2018), l’esposizione all’amianto del lavoratore (dal 1973 agli anni 90) aveva comportato la translazione della suddetta esposizione alle fibre di amianto all’interno delle mura domestiche della propria abitazione, con la conseguenza che la moglie ha subito su sé stessa gli effetti dell’inquinamento provenienti dalla realtà lavorativa del marito, ammalandosi e scontando tragicamente con la propria vita la convivenza matrimoniale con il suddetto.

La responsabilità del datore di lavoro

Non vi è dubbio– aggiunge il Tribunale veneto – che la responsabilità della impresa convenuta trovi fondamento nella fattispecie di cui all’art. 2087 c.c. poiché come ritiene giurisprudenza consolidata tale norma è fonte sia di responsabilità contrattuale per tutti i danni eziologicamente connessi alla attività prevista dal contratto di lavoro, che extracontrattuale per violazione del generale principio del neminem ledere avente ad oggetto la tutela dei diritti soggettivi primari, quali appunto la salute fisica o addirittura il diritto alla vita, e ciò a prescindere dagli obblighi specificamente imposti dalla relazione contrattuale e quindi anche dei soggetti terzi, come nella vicenda in esame.

Orbene sotto il profilo della sicurezza sul lavoro, ai sensi dell’art. 2087 c.c. spetta all’imprenditore provare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno.

Non si tratta di una responsabilità oggettiva, ma qualora sia accertato che il danno è stato causato dalla nocività dell’attività lavorativa per esposizione all’amianto, è onere del datore di lavoro provare di aver adottato le misure generiche di prudenza necessarie alla tutela della salute dal rischio espositivo secondo le conoscenze del tempo di insorgenza della malattia, essendo irrilevante la circostanza che il rapporto di lavoro si sia svolto in epoca antecedente all’introduzione di norme per l trattamento di materiali contenenti amianto, quali quelle contenute nel D.Lgs 277/1991 e successivamente abrogato dal D.Lgs. 81/2008.

Nella specie, tale onere non è stato assolto.

La società doveva pertanto essere condannata a risarcire il danno agli eredi della vittima.

Il risarcimento del danno

Gli attori, proprio in qualità di eredi, avevano chiesto il risarcimento del danno non patrimoniale in tutte le sue configurazioni.

La risarcibilità iure hereditatis del danno “da perdita della vita” conseguente a malattia derivante da fatto illecito è stato di recente rimesso alle Sezioni Unite (sent. n. 15350/2015) le quali hanno affermato che non vi è alcun contrasto con la giurisprudenza della Suprema Corte sul diritto iure hereditatis al risarcimento dei danni che si verificano nel periodo che va dal momento in cui sono provocate le lesioni a quello della morte conseguente alle lesioni stesse e che per la liquidazione di siffatto danno deve essere provato lo stato di coscienza del morituro.

Ebbene, nel caso in esame non vi era dubbio dello stato di coscienza della donna, nell’intervallo tra la diagnosi della malattia e la morte. Cosi, allo stesso modo, non vi era dubbio del dolore psicofisico dalla stessa subito a causa della malattia.

Il tribunale di Venezia ha così proceduto ad una liquidazione equitativa del danno, facendo uso del sistema tabellare adottato dal Tribunale di Milano.

Agli eredi è stato riconosciuto anche il risarcimento del danno iure proprio da perdita del rapporto parentale, ai sensi dell’art. 2059 c.c.

Il danno parentale – ribadisce il Tribunale  – consiste nella perdita di un prossimo congiunto che determina un profondo mutamento delle condizioni di vita del familiare. La ratio del danno parentale consiste, dunque, nella privazione e nel vuoto determinato dalla definitiva perdita del godimento del congiunto nonché dall’irreversibile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione e sulla quotidianità dei rapporti.

Tutti principi trovano il loro fondamento nella nostra Carta Costituzionale agli artt. 2, 29 e 30, nonché nella Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo (art. 8) e tutelano l’intangibilità del bene della famiglia.

Sabrina Caporale

 

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Assemblea della comunione ereditaria

In materia di convocazione dell’assemblea della comunione ereditaria, il termine di un solo giorno di preavviso non può ritenersi congruo per consentire ai comunisti di partecipare informati e per consentire loro di attivarsi per una personale partecipazione o per delega

Il caso

Con atto di citazione introduttiva del giudizio, l’attrice esponeva di essere comproprietaria iure ereditatis con le convenute di alcuni immobili e, che nei giorni precedenti si era tenuta un’assemblea della comunione ereditaria alla quale non aveva partecipato.

Le delibere assunte in tale data dovevano pertanto, ritenersi non valide, in quanto, fra l’altro, non erano stati rispettati i giorni liberi di preavviso.

L’istante, concludeva chiedendo che le impugnate delibere fossero annullate e che nulla doveva in base alle stesse.

Si costituiva in giudizio, la parte convenuta chiedendo il rigetto della domanda avversaria.

Nel corso del giudizio era, infatti, emerso che una successiva delibera aveva sostituito quelle impugnate.

La questione giuridica

La questione è interessante perché richiama il tema del rispetto dei termini di preavviso per la convocazione delle assemblee della comunione ereditaria e, dunque, per la validità della delibere ivi adottate.

Ebbene, il Tribunale di Roma, investito della causa in questione, con sentenza n. 20212 del 23 ottobre 2018, dichiarava cessata la materia del contendere avuto riguardo alla domanda avanzata dall’attrice.

Come era, emerso dalle allegazioni prodotte in giudizio dalle parti, la successiva delibera aveva sostituito quella impugnata con la conseguenza che quest’ultima non poteva più ritenersi idonea ad incidere concretamente sulla res litigiosa (v. Cass. 11961/04 e Cass. 10344/09) né sotto il profilo della validità/invalidità della delibera impugnata né sotto il profilo delle sue ‘conseguenze’ per effetto della sua successiva ‘sostituzione’ non potendo, la delibera sostituita da altra di identico tenore, produrre ulteriormente effetti.

A ciò deve aggiungersi che è errata l’affermazione (fatta dalla difesa della parte attrice) secondo la quale, in caso di identità di delibere, non vi è ’necessità di impugnare la successiva’. Ciò perché la delibera ‘successiva’ costituisce nuova manifestazione di volontà della comunione che supera la prima mentre l’impugnazione della prima non vale a superare gli eventuali vizi della seconda che ben possono essere diversi e devono essere fatti valere con specifica ulteriore impugnazione.

La decisione

Il Tribunale capitolino ritiene invece, astrattamente fondata l’eccezione sollevata dalla attrice, volta a conseguire una pronuncia di annullamento delle delibere assunte in sua assenza, in quanto non sarebbero stati rispettati i termini liberi di preavviso che debbono decorrere fra la data della ricezione della convocazione e la data fissata per la tenuta dell’assemblea.

Deve infatti, rilevarsi che trattandosi di comunione ereditaria e non vertendosi in ipotesi di condominio negli edifici, non si applica la norma di cui all’art. 66 disp att cc (norma speciale) ma la disposizione di cui all’art. 1105 cc che non prevede un termine di convocazione ma demanda al giudice la valutazione della congruità del termine in concreto concesso (Cass. 9291/92, Cass. 26408/08 e Cass. 29747/17).

Dagli atti prodotti in giudizio, era emerso che l’avviso di convocazione dell’assemblea sarebbe stato recapitato concedendo un solo giorno libero prima dell’assemblea. Ebbene, tale termine (di un solo giorno libero) non può ritenersi congruo per consentire ai comunisti di partecipare informati e per consentire loro di attivarsi per una personale partecipazione o per delega, che deve essere rilasciata per iscritto, previa individuazione del soggetto incaricato a partecipare per conto di altri. La necessità della concessione di più di un giorno libero si appalesa necessaria per quanto emerge dalla comune esperienza laddove sia necessario organizzarsi per la partecipazione o per l’individuazione di altro soggetto cui conferire delega scritta.

 

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