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errore medico

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botulino

Nominati i periti che dovranno verificare la sussistenza di un nesso di causa tra il trattamento a base di botulino e il decesso del paziente

E’ stato avviato l’incidente probatorio in relazione al decesso di un 71enne spezzino morto nel dicembre del 2015 dopo una terapia a base di botulino. L’uomo, affetto da morbo di Parkinson, aveva deciso di sottoporsi a tale trattamento a Parma per far fronte agli effetti della malattia sulla sua postura. In particolare, come spiega la Nazione, l’obiettivo era quello di ‘elevare’ il mento dallo schiacciamento sul collo per superare i problemi di deglutizione.

Le iniezioni, tuttavia, avevano innescato della complicazioni respiratorie rendendo necessaria una tracheotomia. In seguito, era sopraggiunta una polmonite letale.

I familiari avevano deciso di sporgere denuncia. I magistrati avevano quindi aperto un fascicolo sul caso iscrivendo sul registro degli indagati i nomi di due medici. Si tratta, nello specifico, dello specialista che effettuò la prescrizione del botulino in vista del ricovero all’ospedale di Parma e del camice bianco emiliano che effettuò materialmente l’intervento.

Secondo i parenti della vittima, il loro congiunto non sarebbe stato adeguatamente informato delle potenziali conseguenze nefaste che poteva avere il botulino in presenza del morbo di Parkison.

Agli atti risulterebbe che l’uomo prestò il cosiddetto consenso informato alla terapia, ma nel documento, secondo l’accusa, era rappresentata solamente la possibilità di effetti negativi di tipo transitorio, pienamente reversibili.

Il giudice nelle scorse ore ha nominato due periti per accertare la reale causa della morte del 71enne. Gli esperti dovranno accertare se la vittima fosse effettivamente affetta da Parkinson con disfagia ed anterocollis. Inoltre, sono chiamati a verificare la sussistenza di un nesso causale fra la somministrazione del botulino e il decesso. Così come dovranno valutare eventuali condotte negligenti, imprudenti o imperite da parte degli indagati nella scelta della terapia, con specifico riferimento alle particolari condizioni patologiche del paziente.

 

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tredicenne morto

Chiuse le indagini sul decesso di un tredicenne morto a Salerno nel dicembre 2017 a causa di una grave forma di cheto acidosi diabetica. Rischio processo per i medici che lo ebbero in cura, accusati, tra l’altro, di diagnosi tardiva

La Procura di Salerno ha chiuso le indagini sul decesso di un tredicenne morto per edema cerebrale e polmonare nel dicembre del 2017. Una tragedia scatenata da una grave forma di cheto acidosi diabetica.

Per quella tragedia sono finiti sul registro degli indagati i nomi di sette medici. L’ipotesi di reato a loro carico è di omicidio colposo in concorso e lesioni personali colpose in ambito sanitario. I camici bianchi sono accusati, nello specifico, di diagnosi tardiva nonché di non aver curato nel giusto modo il paziente.

Il tredicenne, quattro giorni prima del decesso, aveva cominciato a presentare i primi sintomi. In particolare: secchezza alle fauci, ingrossamento della lingua e dolori in varie parti del corpo.

Era quindi stato portato all’ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona. In base alla perizia disposta dai magistrati, il giovane era affetto da diabete giovanile tipo 1 già da alcune settimane precedenti al ricovero. I medici che lo ebbero in cura, tuttavia, avrebbero “ignorato i sintomi” della patologia.

“Il ragazzo dopo l’assunzione di tachipirina ha presentato difficoltà respiratorie edema della lingua e del labbro inferiore. Condizioni generali buone. Apiressia. Microcefalia scoliosi. Paziente vigile ed orientato. Al torace MV fisiologico. Addome piano trattabile OI nei limiti. Faringe iperemico lingua umida”. Questo quanto si legge nel referto stilato dal personale medico al momento delle dimissioni.

Secondo gli esperti, “un banale esame delle urine ed un esame ematologico per la valutazione della glicemia” avrebbero certamente evitato la grave Dka (chetoacidosi diabetica) e, molto probabilmente, la morte.

Sotto accusa anche il medico curante del ragazzo. Questi, infatti, contattato dalla madre dopo l’accesso al Pronto Soccorso, avrebbe dovuto, sulla base dei sintomi riferiti, consigliare una visita ed eseguire degli esami di laboratorio.

Inoltre, nel mirino degli inquirenti, è finito anche il medico del 118 intervenuto in soccorso del ragazzo due giorni dopo le dimissioni. Questi, infatti, avrebbe “impropriamente, somministrato un bolo di insulina con grave rischio per il paziente e contro tutte le indicazioni sul trattamento del diabete”.

Infine – sottolineano i periti – il ragazzo, “doveva essere al più presto trasferito  in una struttura regionale adeguata oppure, quanto meno, doveva esserci una presenza attiva in reparto del direttore dell’unità operativa e di un esperto in diabetologia pediatrica”.

Subito dopo la morte i familiari avevano deciso di sporgere denuncia. Ora i medici indagati potranno chiedere, tramite i loro legali, di essere ascoltati sulle accuse mosso nei loro confronti o presentare, memorie difensive.

 

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MORTA DOPO AVER DATO ALLA LUCE IL SECONDO FIGLIO, APERTA UN’INCHIESTA

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Tecnica di somministrazione delle vaccinazioni

L’uomo, secondo il Tribunale, avrebbe contratto un’epatite cronica a causa di una errata tecnica di somministrazione delle vaccinazioni prima della partenza per una missione

Il Tribunale di Catania ha condannato il ministero della Salute a pagare i danni procurati a un militare dalla tecnica di somministrazione delle vaccinazioni. L’uomo ha contratto l’epatite cronica prima di partire per una missione all’estero. Il risarcimento complessivo, secondo quanto riporta l’Ansa citando il legale del ricorrente, ammonterebbe a circa 3milioni di euro.

Il consulente del giudice nella sua relazione non metterebbe in dubbio la sicurezza del vaccino, ma la tecnica di vaccinazione. Secondo l’esperto le vaccinazioni sui militari sarebbero fatte spesso “in pochi giorni senza valutare lo stato di salute e soprattutto un eventuale immunodepressione del soggetto”.

A detta del perito, il ricorrente “è affetto da epatite cronica a forte impronta colestatica di verosimile natura autoimmune”. A suo avviso, inoltre, esisterebbe “un nesso casuale tra le vaccinazioni praticate e la patologia” di cui il militare è affetto.

Secondo quanto ricostruito dall’avvocato della parte danneggiata, al militare, nell’arco di 4 giorni, sarebbero state praticate ben sette dosi di vaccini. Tra queste anche quelle anti epatite di tipo A e B.

Nel 2002 l’uomo avrebbe cominciato a sentirsi male iniziando a sottoporsi a visite mediche ed analisi di laboratorio per accertare le cause del suo malessere. Agli inizi del 2009 gli era stata diagnosticata una “epatopatia cronica di natura da definire”.

La commissione medico-ospedaliera di Palermo, tuttavia, non aveva riconosciuto il nesso causale tra la malattia e le vaccinazioni praticate. Da qui il ricorso amministrativo al ministero della Salute, anche in questo caso respinto.

La vicenda è quindi approdata davanti al giudice del Lavoro del Tribunale di Catania, che, dopo una consulenza tecnica d’ufficio, ha accolto il ricorso riconoscendo il nesso causale tra l’infermità contratta e le vaccinazioni somministrate nel 2000.

Secondo L’Istituto Superiore di Sanità, tuttavia, “è impossibile che il militare abbia contratto l’epatite cronica a seguito della modalità di somministrazione delle vaccinazioni”.

In particolare, direttore del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto superiore di sanità, Gianni Rezza, interpellato dall’Ansa, ritiene che l’unica cosa ipotizzabile sia “una malpractice”. Il riferimento è all’”utilizzo di un ago o una siringa infetti già utilizzati su altro paziente, anche se tali evenienze sono estremamente rare”.

Il virus dell’epatite, spiega l’esperto, “non si può contrarre né per effetto dei vaccini né a seguito della somministrazione multipla in condizioni sterili delle vaccinazioni, anche se il soggetto dovesse risultare immunodepresso”. L’epatite cronica, presumibilmente di tipo B – conclude – può essere contratta solo attraverso il contatto con sangue infetto”.

 

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Morta dopo aver dato alla luce il secondo figlio

Si indaga a Treviso per fare chiarezza sul decesso di una donna di 34 anni, morta dopo aver dato alla luce il secondo figlio, in modo spontaneo e senza complicanze

E’ stata aperta un’inchiesta a Treviso sulla scomparsa di una 34enne originaria della provincia di Lecce, morta dopo aver dato alla luce il secondo figlio. Quattro ore dopo il parto, avvenuto in modo spontaneo e senza complicanze, la donna è deceduta in seguito a tre arresti cardiaci. Il bambino, invece, è in buone condizioni.

Il sostituto procuratore del capoluogo di provincia veneto ha disposto l’autopsia sul corpo della vittima, in programma nelle prossime ore. Dall’esame necroscopico si attendono risposte circa le circostanze che hanno condotto alla tragedia.

“Due minuti dopo il parto spontaneo e fisiologico – riferisce in una nota la direzione medica dell’ospedale – vi è stata un‘improvvisa comparsa di arresto cardiaco della paziente. Attivate immediatamente le manovre rianimatorie con il supporto dell’anestesista/rianimatore, si otteneva una ripresa dell’attività cardio/circolatoria. Eseguiti gli opportuni accertamenti, la paziente veniva portata in sala operatoria per la ricerca e l’eventuale controllo delle cause di un sanguinamento vaginale. Durante questa fase, alle ore  05,00, compariva un secondo arresto cardiaco. Venivano pertanto eseguite le manovre rianimatorie, mentre contestualmente compariva ulteriore sanguinamento da più sedi che si continuava a trattare con terapia trasfusionale“.

Alle 05,55, in seguito alla comparsa di un terzo arresto cardiaco, e dopo circa un’ora di manovre rianimatorie, si constatava il decesso della paziente.

La stessa Ulss 2 della città veneta ha avviato delle verifiche interne all’ospedale di Oderzo, dove è avvenuto il decesso. Sarebbe già stato ascoltato il personale sanitario del reparto di Ostetricia, della sala parto e della sala operatoria nella quale la mamma è stata trasferita per le gravi perdite emorragiche subite.

La struttura ricorda che “in Italia la mortalità materna ha una incidenza di 8-9 morti ogni 100,000 parti. La maggioranza dei decessi, il 68%, avviene in occasione del parto e il 19% durante la gravidanza”.

Il marito, tuttavia, secondo quanto riporta Trevisotoday, avrebbe avanzato dei dubbi circa la scelta di intraprendere il parto naturale, nonostante i valori della pressione fossero alti sin dalla sera prima. Si attendono dunque gli esiti degli accertamenti medico legali.
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ridotta aspettativa di vita

Troppi secondo le compagnie assicurative, in base alla ridotta aspettativa di vita, gli oltre 5 milioni stabiliti in primo grado a favore della famiglia di una bambina rimasta invalida dopo il parto

Era rimasta invalida al 100% alla nascita, nel 2008, a causa di alcune lesioni neurologiche intervenute durante il parto, all’ospedale di Rovigo. Alla piccola e alla mamma, lo scorso settembre, il Tribunale civile aveva riconosciuto un risarcimento pari a oltre 5 milioni di euro. Ma per le compagnie assicurative di medici e struttura sanitaria, ricorse in appello, la cifra sarebbe troppo alta a causa della ridotta aspettativa di vita della ragazza.

Una motivazione che ha fatto indignare i genitori della bambina. “Non possiamo che provare rabbia, stanchezza e frustrazione, nel vedere come nostra figlia sia considerata come un oggetto, senza un cuore e senza un’anima. Per soldi si infierisce ancora su una bambina che è stata condannata ad una vita in gabbia per colpa di errori altrui e qualcuno si permette di dire quanti anni vivrà senza nemmeno visitarla, dicendo che siccome morirà presto dobbiamo restituire il risarcimento che il giudice in primo grado ha deciso con una sentenza esecutiva”.

Nel determinare l’entità del risarcimento, il Giudice di primo grado aveva  tenuto conto del danno non patrimoniale (1,9 milioni) e di quello patrimoniale (2,7 milioni).

In particolare, quest’ultima voce era stata calcolata  considerando una somma di circa tremila euro al mese per 70 anni per far fronte alle spese che la famiglia dovrà fronteggiare per tutta la vita. Ma per le due compagnie assicuratrici delle parti ricorrenti, 70 anni sono troppi.

A loro dire, come riporta il Gazzettino, la presunta aspettativa di vita della bambina, oscillerebbe rispettivamente fra i 30 e i 40 anni e fra i 10 e i 20 anni. L’Azienda sanitaria Polesana, inoltre,  avrebbe rimesso in discussione la responsabilità delle dottoresse, accertata in sede penale.

“Ma queste persone come fanno a guardarsi allo specchio?” ha dichiarato la mamma della ragazza. “Vorrei vedere loro al posto nostro davanti a medici che senza nemmeno visitare nostra figlia si permettono di dire quanto vivrà, parlando della sua morte così, solo affidandosi alle statistiche, ma non sapendo nemmeno quali sono le sue condizioni. Perché non sanno che non è attaccata a macchinari, che fa musicoterapia, che sorride, che ha un suo carattere, che si esprime, che va in piscina, che fa dei lavoretti con le maestre di sostegno, che canta con suo papà, che non ha mai avuto crisi epilettiche e che i farmaci li prende per prevenzione, che mangia autonomamente, anche se imboccata, perché le sue manine non stanno dritte. Questa è la sua vita- conclude la donna –  non l’ha scelta lei e lei non ha colpe. Le colpe sono di altri: se fosse stato fatto un cesareo sarebbe una bambina normale”.

 

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morto a causa di una peritonite

La Procura di Sassari ha aperto un’inchiesta per fare chiarezza sul decesso di un uomo di 72 anni, morto a causa di una peritonite dopo tre interventi chirurgici

Era entrato all’ospedale civile di Sassari per l’asportazione di un polipo all’intestino. A distanza di tre settimane l’uomo, un 72enne originario di Oristano è deceduto, in seguito a tre interventi chirurgici. L’esame autoptico disposto dalla Procura dopo la denuncia presentata dai familiari, ha accertato che il paziente è morto a causa di una peritonite.

La vicenda è riportata dalla Nuova Sardegna. Secondo quanto ricostruito dal quotidiano sardo, dopo la prima operazione si sarebbe verificata una perdita di materiale enterico che avrebbe causato un’infezione. I chirurghi avrebbero quindi deciso di sottoporre il paziente a un secondo intervento. Anche in questo caso, tuttavia, “l’assemblamento” delle due porzioni di intestino non avrebbe avuto successo. Il 72enne sarebbe quindi finito sotto ai ferri una terza volta , ma a quel punto, l’infezione aveva ormai creato danni irreparabili.

La peritonite non ha lasciato scampo al malcapitato.

I familiari  hanno deciso di presentare un esposto per fare luce su quanto accaduto. Il sostituto procuratore ha quindi ordinato il sequestro della cartella clinica e ha iscritto quattro medici nel registro degli indagati. L’ipotesi di reato a loro carico è di omicidio colposo anche se, chiarisce la Nuova Sardegna, gli avvisi di garanzia rappresentano un atto dovuto.

Dagli accertamenti medico legali si attendono risposte circa eventuali responsabilità da parte dei sanitari. In particolare si dovrà capire se siano stati rispettati protocolli e linee guida, e se potesse essere fatto qualcosa per arginare il rischio di infezione.

 

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morte di una pensionata

Sul registro degli indagati della Procura di Lecce sono finiti i nomi di sei sanitari, accusati di omicidio colposo in relazione alla morte di una pensionata di 85 anni. Il personale del 118 riferisce di aver subito un’aggressione da parte dei parenti della vittima

Sei persone sono finite sul registro degli indagati per la morte di una pensionata 85enne, deceduta giovedì scorso nella sua abitazione in Salento. Nello specifico, la Procura di Lecce ha notificato gli avvisi di garanzia agli operatori sanitari del 118 che hanno prestato i soccorsi all’anziana signora. L’ipotesi di reato contestata è di omicidio colposo.

Secondo quanto riportato dal Corriere Salentino, i parenti hanno presentato denuncia all’Autorità Giudiziaria lamentando che tra i primi soccorritori accorsi non vi fosse il medico. Quest’ultimo sarebbe arrivato solo in un secondo momento a bordo dell’automedica.

Il figlio, in particolare, racconta di essersi proposto per eseguire il massaggio, essendo in possesso di diverse certificazioni di primo soccorso.

A quel punto però i sanitari lo avrebbero invitato a uscire perché dovevano lavorare. L’uomo, quindi, riferisce di essersi alterato perché – riporta in denunci – “ho capito che mia madre stava per morire, cosa che si è verificata”. A suo dire, i soccorritori del 118 sarebbero responsabili del decesso poiché non avrebbero praticato le giuste manovre. Inoltre, avrebbero fatto intervenire in ritardo la dottoressa.

Dall’altro lato la versione dei soccorritori, i quali sostengono di essere stati aggrediti dai familiari nel corso dell’intervento. In particolare, secondo quanto riportato in una del presidente dell’Ordine delle professioni infermieristiche di Lecce, Marcello Antonazzo, “i parenti hanno cominciato ad andare in escandescenze inveendo e minacciando con una spranga di ferro dapprima l’infermiere, il soccorritore e l’autista e successivamente anche il medico arrivato sul luogo dell’evento, con l’automedica, dopo pochi minuti”.

Nelle scorse ore si è svolta l’autopsia sul corpo della vittima. Dai risultati, attesi per le prossime settimane,  si attendono risposte sulle cause del decesso e circa eventuali responsabilità da parte degli indagati.

 

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MORTO PER PRESUNTE RESPONSABILITÀ MEDICHE, CHIESTE 7 CONDANNE

 

 

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lesioni

Il camice bianco è finito a giudizio per lesioni in quanto avrebbe omesso di comunicare a una paziente gli esiti dell’esame istologico dopo un intervento per la rimozione di un tumore

Lesioni e falso materiale. Questi i reati per i quali un medico 59enne in servizio a Galatina è stato condannato rispettivamente a uno e dodici mesi. La richiesta avanzata dal vice procuratore onorario di Lecce era di un anno e 9 mesi. Il camice bianco potrà beneficiare della sospensione della pena e della non menzione.

Il professionista era accusato di aver operato una donna salentina, ma di non averle comunicato, per oltre un anno, gli esiti dell’esame istologico e di non averle prescritto alcuna terapia. In tal modo, come riporta il Corriere Salentino, avrebbe contribuito ad aggravarne, di fatto, le condizioni di salute.

La paziente, che nel frattempo è deceduta, era stata sottoposta nel 2010 a un intervento per la rimozione di una neoplasia del colon discendente.

Il dottore però avrebbe omesso di comunicarle i risultati sino al marzo del 2011 senza avviare, di conseguenza, alcun trattamento terapeutico. Stando all’ipotesi accusatoria, in virtù dell’elevato rischio di recidiva della donna, la terapia avrebbe dovuto essere iniziata entro 6-8 settimane dall’intervento. Il trattamento, inoltre, avrebbe dovuto protrarsi per 6-12 settimane.

Inoltre, in base a quanto emerso dal processo, il chirurgo avrebbe alterato il cartellino di dimissione della paziente apponendovi la dizione “adenocarcinoma metastasi linfonodale margini indenni”. Da qui la condanna del Tribunale per falso, nonostante nel corso del giudizio la difesa abbia presentato una perizia calligrafica in base alla quale la firma sul documento non sarebbe appartenuta all’imputato.

I legali del camice bianco, ora – riferisce il Corriere Salentino – attenderanno il deposito delle motivazioni della sentenza per proporre appello.

 

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LECCE, CINQUE CONDANNE E DUE ASSOLUZIONI PER LA MORTE DI UN SEDICENNE

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lecce

Il Giudice monocratico di Lecce ha riconosciuto le responsabilità di cinque medici in servizio presso un nosocomio della provincia salentina

Due anni di reclusione, con sospensione della pena. E’ il verdetto emesso dal giudice monocratico di Lecce nei confronti di cinque medici accusati della morte di un sedicenne. Nello specifico si tratta di un operatore del pronto soccorso; due rianimatori, un internista e un neurologo di una struttura sanitaria salentina.

La tragedia risale all’ottobre del 2014. Il ragazzo, affetto fin dal primo anno da una stenosi dell’acquedotto di Silvio, era stato colto, secondo quanto ricostruito nel dibattimento, da un malore a scuola. Rientrato presso la propria abitazione era stato visitato dal medico di famiglia che gli avrebbe prescritto alcuni accertamenti, senza specificarne la priorità e l’urgenza. Anche il medico di guardia, intervenuto poco dopo la mezzanotte del giorno successivo, avrebbe sottovalutato alcuni segnali, tra cui nausea, cefalea e tremore, limitandosi ad un’iniezione di Plasil e a “raccomandare” l’assunzione di molta acqua.

Al peggiorare delle condizioni del sedicenne, tuttavia, i familiari avevano chiamato il 118.

Il medico accorso però, a detta dell’accusa, avrebbe sbagliato diagnosi, ordinando il ricovero presso un ospedale di provincia anziché al “Fazzi” di Lecce, dotato del reparto di Neurochirurgia.

Anche gli altri camici bianchi che lo ebbero successivamente in cura presso la struttura di destinazione non avrebbero agito nella giusta direzione. Il ragazzo sarebbe stato sottoposto a una puntura lombare presso il reparto di Rianimazione, ma il suo quadro clinico sarebbe ulteriormente peggiorato. Inoltre, secondo la Procura, la risonanza magnetica sarebbe stata eseguita con grave ritardo. Poche ore dopo sarebbe sopraggiunto il decesso.

Il Giudice ha disposto a favore dei genitori e del fratello della vittima, costituitisi parte civile nel procedimento, una provvisionale di 60mila euro. L’entità del risarcimento dovrà essere quantificata in separata sede.

Assolti invece altri due imputati, ovvero un medico dell’ambulanza e una guardia medica. Si attendono ora le motivazioni della sentenza. Nel corso dell’udienza preliminare, invece, il gup aveva già disposto il non luogo a procedere per il medico curante.

 

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MORTO PER PRESUNTE RESPONSABILITÀ MEDICHE, CHIESTE 7 CONDANNE

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I sanitari sono accusati di omicidio colposo per la morte di Davide Astori, deceduto a Udine nel marzo 2018 prima di un incontro di calcio di serie A

La Procura di Firenze ha chiuso le indagini per la morte di Davide Astori, il capitano della Fiorentina deceduto a marzo 2018. Per il decesso del 31enne sono indagati con l’ipotesi di omicidio colposo due medici. Si tratta dell’ex direttore del Centro di medicina sportiva dell’ospedale fiorentino di Careggi, e del direttore sanitario dell’Istituto di medicina sportiva di Cagliari.

I due professionisti, che hanno certificato, tra il 2014 e il 2017, l’idoneità all’attività agonistica del calciatore, ora rischiano il processo. Secondo quanto è emerso dalle indagini, infatti,  una serie di esami avrebbero evidenziato la presenza di extrasistoli ventricolari nel corso delle prove da sforzo a cui era stato sottoposto lo sportivo.

La Procura, quindi,  intende chiedere per loro il rinvio a giudizio.

Davide Astori morì nella notte tra il 3 e il 4 marzo dello scorso anno a Udine. Si trovava in albergo in ritiro con la squadra, in vista della partita di campionato che avrebbe dovuto disputare contro l’Udinese. Il decesso, secondo quanto accertato, sarebbe stato causato da una “cardiomiopatia aritmogena diventricolare”.

Secondo l’accusa, i due medici avrebbero violato i “protocolli cardiologici per il giudizio di idoneità allo sport agonistico”. In particolare, a uno dei due camici bianchi  viene contestato di aver rilasciato ad Astori nel luglio 2014 un certificato di idoneità alla pratica sportiva agonistica in cui si attesta la mancanza di controindicazioni. Ciò nonostante le indagini abbiano ricostruito che nella prova da sforzo si fossero verificate due extrasistoli ventricolari isolate, non segnalate nel referto.

All’altro sanitario, invece, la Procura contesta il rilascio al calciatore di due diversi certificati di idoneità alla pratica del calcio agonistico. Uno nel luglio 2016 e un altro nel luglio 2017. I referti sarebbero stati rilasciati nonostante fossero emerse nelle rispettive prove da sforzo della aritmie cardiache.

I due medici sportivi sono anche accusati di aver omesso di sottoporre Astori ad altri accertamenti diagnostici più approfonditi.

Avrebbero dovuto indagare sull’origine e sulla cause delle extrasistole, al fine di escludere una ”cardiopatia organica” o una ”sindrome aritmogena”.

Sempre secondo l’accusa, poi, la diagnosi della patologia in una fase iniziale avrebbe consentito di interrompere l’attività agonistica del giocatore. Con un’adeguata terapia farmacologica, inoltre, si sarebbe potuta prevenire l’insorgenza delle ”aritmie ventricolari maligne’.

 

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