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errore medico

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ablazione atriale

Aperta un inchiesta per chiarire le cause del decesso. L’uomo, ricoveratosi per risolvere un’aritmia cardiaca, è deceduto per complicanze legate a un intervento di ablazione atriale dopo undici giorni trascorsi in rianimazione

È morto per le complicanze insorte in seguito a un intervento transcatetere di ablazione atriale. L’operazione, programmata da tempo ed effettuata lo scorso 7 gennaio all’ospedale di Ragusa, avrebbe dovuto risolvere un’aritmia cardiaca. E invece il paziente, un rappresentante di commercio 58enne della provincia di Siracusa, non si è più ripreso.

L’uomo, secondo quanto riportato dalla stampa locale, sarebbe stato costretto a subire un secondo intervento. Poi sarebbe stato trasferito in Rianimazione, dove sarebbe rimasto per 11 giorni in condizioni gravissime. La mattina del 19 gennaio ne è stata constata la morte cerebrale. Nel primo pomeriggio, alla presenza di una Commissione medica, come previsto dalla legge, è stato staccato dai macchinari che lo tenevano in vita.

I familiari, già nei giorni successivi al ricovero, avevano presentato un esposto querela presso la Procura della Repubblica del capoluogo di provincia siciliano.

Dopo il tragico epilogo della vicenda i magistrati hanno disposto il sequestro del corpo della vittima per lo svolgimento degli accertamenti medico legali.

Dall’autopsia si attendono risposte circa le cause del decesso nonché su eventuali responsabilità mediche nell’accaduto. Solo dopo l’esame necroscopico la salma potrà essere restituita ai familiari per lo svolgimento delle esequie.

“Siamo senza parole, mio Papà è volato via, senza motivo – ha scritto su Facebook uno dei due figli della vittima -.  Doveva essere una semplice operazione in day hospital, invece tutto è andato storto per grande incompetenza medica…Faremo Giustizia, perché non meritava assolutamente questo!”.

 

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ASPORTAZIONE DELLA COLECISTI, SEI MEDICI INDAGATI PER MORTE SOSPETTA

 

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asportazione della colecisti

I camici bianchi, in servizio presso due nosocomi della provincia di Napoli, sono finiti nel mirino della Procura per la morte di una paziente di 66 anni, deceduta in seguito a un intervento per l’asportazione della colecisti

La Procura di Torre Annunziata ha iscritto nel registro degli indagati sei persone nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di una 66enne della provincia di Napoli. Si tratta di tre medici dell’ospedale di Vico Equense e di altrettanti colleghi del nosocomio di Sorrento. La donna è deceduta giovedì scorso, alcuni giorni dopo un intervento per l’asportazione della colecisti.

La vicenda, ricostruita dai media locali, ha inizio il 10 gennaio scorso quando la signora viene ricoverata a Vico per una colecistectomia programmata. Dopo due giorni, tuttavia, comincia ad avvertire forti dolori all’addome. I medici decidono quindi di disporre il trasferimento della paziente a Sorrento per ulteriori accertamenti.

La donna viene sottoposta a una Tac addominale che, come riporta il Mattino, evidenzia una sospetta perforazione dell’intestino. Si rende quindi necessario un ulteriore intervento di riparazione intestinale ma le condizioni della 66enne sarebbero ormai compromesse. Uscita dalla sala operatoria viene portata in Rianimazione, dove dopo alcuni giorni sopraggiunge il decesso.

Sul caso viene aperto un fascicolo, in seguito alla denuncia presentata ai carabinieri da uno dei cinque figli della vittima. I militari dispongono il sequestro delle cartelle cliniche e della salma. Nelle prossime ore i magistrati conferiranno al medico legale l’incarico di eseguire l’autopsia. In vista dell’esame necroscopico sono quindi stati spiccati gli avvisi di garanzia nei confronti dei sanitari che hanno avuto in cura la paziente. Dagli accertamenti medico legali si attendono risposte circa le cause del decesso, nonché eventuali responsabilità mediche degli operatori sanitari coinvolti.

 

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FETO MORTO AL NONO MESE DI GRAVIDANZA, PRESENTATO UN ESPOSTO A SIENA

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feto morto

La struttura sanitaria parla di tragica fatalità, ma la famiglia chiede di fare chiarezza sulle cause che hanno determinato il decesso del feto. La gestante, pochi giorni prima, si era sottoposta a un tracciato che non avrebbe evidenziato problemi

E’ stato presentato un esposto a Siena per la morte del feto portato in grembo da una donna al nono mese di gravidanza. Secondo quanto riporta la Nazione, la gestante, giunta alla quarantesima settimana, si sarebbe recata una settimana fa presso il Policlinico del capoluogo di provincia toscano per svolgere un tracciato. L’esame avrebbe evidenziato che tutto stava procedendo in maniera regolare.

Martedì scorso sarebbe tornata nuovamente presso il reparto di ginecologia e ostetrica per il secondo monitoraggio programmato. Ma, in questo caso, i medici si sarebbero accorti che il bimbo era morto. Da qui la decisione di sottoporre immediatamente la giovane a un intervento cesareo per estrarre il feto ed evitarle complicazioni.

La struttura – in base a quanto riferisce la Nazione – avrebbe inoltre disposto un esame medico legale per stabilire le cause del decesso.

Per il direttore generale dell’Azienda ospedaliero-universitaria senese, l’episodio sarebbe una fatalità tragica. “Un caso – spiega al quotidiano toscano – “che purtroppo rientra in quel 3 per mille di ‘morti in utero’, percentuale quasi insopprimibile per la sanità italiana”.

La famiglia, tuttavia, si aspetta che venga fatta piena luce su quanto accaduto, in particolare tra il primo e il secondo rilievo cardiotocografico. I legali, intanto, hanno richiesto le cartelle cliniche di tutto il periodo della gravidanza. Spetterà ora al procuratore capo di Siena, decidere se avviare o meno un’inchiesta sul caso.

 

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NEONATA MORTA A CAUSA DI UNA INFEZIONE OSPEDALIERA, INDAGA LA PROCURA

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lesioni permanenti

Una 27enne è ricorsa alle vie legali dopo aver subito lesioni permanenti alla nascita del primo figlio, con gravi ripercussioni su tutti gli aspetti della vita quotidiana

Una neomamma 27enne di Avezzano ha chiesto un risarcimento all’Azienda sanitaria locale per i danni subiti alla nascita del primo figlio. La donna avrebbe riportato lesioni permanenti determinate, secondo quanto appurato da una perizia medico legale, da una condotta inadeguata del personale sanitario durante il parto.

Il fatto, riportato dal quotidiano il Centro, risale alla scorsa estate. La giovane, al termine di una normale gravidanza,  ha dato alla luce un bimbo di oltre 4 chili e di lunghezza superiore ai 50 centimetri.

In base a quanto esposto nella denuncia presentata dal proprio avvocato, le manovre portate avanti in sala parto le avrebbero procurato delle serie lacerazioni. I sanitari, secondo la perizia medico legale, non sarebbero ricorsi all’intervento chirurgico a fronte di un feto macrosomico.

La ventisettenne lamenta, quindi, un danno biologico permanente.

In seguito all’accaduto, la donna sarebbe dovuta ricorrere alle cure di uno psichiatra, oltre alla necessità di affrontare un’operazione per correggere le menomazioni subite.

Secondo quanto riferisce il suo legale, l’avvocato Federica Federici, l’assistita avrebbe tendenze al ritiro sociale, nonché difficoltà nella gestione dei rapporti che attengono alla propria sessualità. La giovane madre presenterebbe ripercussioni su ogni aspetto della sua vita quotidiana; la sfera intima, in particolare, sarebbe stata fortemente compromessa.

“La cosa da non sottovalutare – chiarisce la professionista – è che il danno si è verificato in occasione di uno dei momenti più importanti e delicati della vita di una donna, in cui la gioia della maternità in questo caso ha lasciato il posto allo sconforto”. Da qui l’azione legale nei confronti dell’Azienda sanitaria che, sottolinea l’avvocato, acquisisce “un valore non solo meramente risarcitorio” ma anche “un importante valore sociale e culturale di tutela della gestante”.

 

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LESIONI GRAVI DOPO IL PARTO, ASSOLTI DUE GINECOLOGI

 

 

 

 

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ritardo nei soccorsi

Aperta un’inchiesta sulla morte di una donna di 45 anni, deceduta per una tromboembolia polmonare. I familiari lamentano un ritardo nei soccorsi, ma il 118 respinge le accuse

La Procura di Torino ha aperto un’inchiesta sul decesso di una 45enne dopo che i familiari hanno denunciato un ritardo nei soccorsi. Nel registro degli indagati sono finiti i nomi di due operatori del 118 e di un medico del Pronto soccorso dell’ospedale Martini. L’ipotesi di reato è di omicidio colposo.

La donna è morta lo scorso 4 gennaio presso il nosocomio del capoluogo piemontese. In base all’esito dell’autopsia disposta dai magistrati le sarebbe stata fatale una tromboembolia polmonare. Il sospetto dei parenti è che se la patologia fosse stata diagnosticata in tempo utile, la loro congiunta si sarebbe potuta salvare.

Secondo quanto riportato nell’esposto della famiglia, la donna avrebbe accusato un malore mentre si trovava sola in casa assieme a una delle quattro figlie, che avrebbe dato l’allarme ai parenti. La prima chiamata al 118 sarebbe stata effettuata alle 8.40 di mattina, seguita da una seconda telefonata intorno alle 9.30. L’ambulanza sarebbe arrivata solamente alle 9.40.

A quel punto si sarebbe presentato un altro problema.

L’appartamento della vittima, infatti, è situato al quarto piano senza ascensore. E il personale del 118, secondo quanto riporta l’avvocato di famiglia, non aveva una barella, ma soltanto una sedia a rotelle. Ci sarebbero voluti, quindi, circa 50 minuti  prima di far salire la donna a bordo del mezzo di soccorso per raggiungere il Pronto soccorso, dove la paziente è poi deceduta.

Il 118 ha invece precisato che i tempi dell’intervento, di cui non vengono forniti i dettagli perché è in corso un’indagine della Procura, sarebbero compatibili con il codice verde assegnato alla paziente, sia in entrata, che in uscita e in chiusura. In base alla versione del servizio di emergenza urgenza, riportata da Repubblica, la prima telefonata al 112 sarebbe stata fatta da una persona che in quel momento non si trovava davanti alla paziente. Solo la seconda chiamata, eseguita questa volta da una persona vicina alla donna, avrebbe fornito un quadro clinico più preciso.

L’infermiera al telefono sarebbe comunque riuscita a parlare con la signora che in quel momento risultava cosciente anche se non riusciva a respirare bene. Quindi, sarebbe stato confermato il codice verde assegnato in precedenza e l’ambulanza sarebbe arrivata con i tempi compatibili con tale codice. Il fatto che la paziente sia stata caricata su una sedia a rotelle – sottolinea il 118 – sarebbe stata una scelta basata sulla sintomatologia presentata dalla signora, in quanto una persona vigile e cosciente, se sdraiata, avrebbe la tendenza a peggiorare. Spetterà ora agli inquirenti, dunque, fare chiarezza sulla vicenda e verificare la sussistenza di eventuali responsabilità.

 

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MORTA PER UNA EMORRAGIA INTESTINALE, A GIUDIZIO DUE OPERATORI DEL 118

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dissezione aortica

Il professionista era imputato assieme ad altri due camici bianchi nel processo per la morte di una 65enne, deceduta del 2014 per una dissezione aortica non diagnosticata. I colleghi sono stati assolti

Una condanna e due assoluzioni. Così ha deciso il Tribunale di Bologna in relazione al decesso di una 65enne, morta per una dissezione aortica nell’aprile del 2014.

La donna, che non aveva mai avuto particolari problemi di salute, si era presentata al pronto soccorso dell’ospedale Maggiore con forti dolori al petto. Trasferita presso il reparto di medicina d’urgenza era deceduta la mattina successiva.

La stessa Asl aveva disposto l’autopsia per chiarire le cause della morte. Nel frattempo, la famiglia, aveva presentato una denuncia dando il via all’inchiesta della magistratura.

L’esame necroscopico , secondo quanto riporta il Resto del Carlino, aveva evidenziato che la paziente era rimasta vittima di una dissezione aortica non diagnosticata. Per questo motivo erano finiti a giudizio, con l’accusa di omicidio colposo, tre camici bianchi.

La Procura aveva chiesto una condanna a otto mesi per tutti e tre gli imputati.

Il Giudice, a conclusione del processo, ha ritenuto di infliggere il minimo della pena (4 mesi) solamente all’allora responsabile del reparto di medicina d’urgenza. Assolti, invece, sia il medico del pronto soccorso  che un cardiologo al quale era stato chiesto un parere sul quadro clinico della donna.

Il Tribunale ha inoltre disposto il pagamento di una provvisionale  di 30mila euro alla famiglia della vittima, in attesa che la cifra del risarcimento venga fissata in sede civile. La somma dovrà essere versata in solido  dal professionista condannato e dall’Ausl, in qualità di responsabile civile.

 

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SOPRAVVISSUTA MENO DI UN’ORA DOPO LA NASCITA, TRE MEDICI A PROCESSO

 

 

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morto a venti giorni dal parto

La Procura ha emesso gli avvisi di garanzia in vista della perizia sulle cartelle cliniche di un bimbo morto a venti giorni dal parto in Romagna

Undici persone sono indagate a piede libero per omicidio colposo in cooperazione per il decesso di un neonato, morto a venti giorni dal parto. Si tratta di medici, anestesisti, ginecologi e ostetriche dell’ospedale di Ravenna, dove il piccolo è venuto alla luce.

L’episodio risale allo scorsa estate. Come ricostruisce il Resto del Carlino, il bimbo, figlio primogenito di una donna di Comacchio, era nato il 9 giugno, segnato da una grave asfissia. Trasferito all’ospedale Bufalini di Cesena, era deceduto il 29 dello stesso mese. Secondo quanto riportato nella denuncia querela presentata dai genitori, la gravidanza era stata presa in carico alla 37esima settimana dal reparto di Ginecologia e Ostetricia del nosocomio ravennate. In prossimità della 41/a settimana, la donna era stata ricoverata e il personale aveva tentato di indurle il parto. Dopo due giorni il piccolo era venuto alla luce ma, nonostante la rianimazione non aveva mai ripreso conoscenza.

Gli avvisi di garanzia spiccati nei confronti dei sanitari rappresentano un atto dovuto in vista della perizia sulle cartelle cliniche disposta dal Gip.

Nelle stesse ore, la Procura della Repubblica di Siena ha iscritto nel registro degli indagati otto medici.

Anche in questo caso nell’ambito di un inchiesta incentrata sulla morte di una neonata. La piccola vittima era venuta al mondo all’ospedale di Grosseto, ma a causa di complicanze insorte dopo il parto cesare era stata trasferita d’urgenza a Siena, dove purtroppo è deceduta a poche ore dalla nascita.

I magistrati, in seguito all’esposto presentato dai genitori, hanno aperto un’inchiesta per fare chiarezza su quanto accaduto. L’indagine, inizialmente contro ignoti, ha visto poi l’emissione di otto avvisi di garanzia. Un atto dovuto per consentire ai camici bianchi di nominare i propri consulenti in occasione dell’esame autoptico.

 

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SOPRAVVISSUTA MENO DI UN’ORA DOPO LA NASCITA, TRE MEDICI A PROCESSO

 

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ernia del disco

La Procura di Milano ha aperto un’inchiesta per lesioni colpose dopo la denuncia di una donna operata per una ernia del disco, che non riuscirebbe quasi più a camminare  

Era stata operata lo scorso giugno a Milano per una ernia del disco, con posizionamento di viti. Ma dopo l’intervento le condizioni della paziente, una 44enne di Sassari, sono peggiorate al punto che oggi non riuscirebbe quasi più a camminare. Il dolore, inoltre, sarebbe sopportabile solamente grazie all’assunzione di farmaci oppiacei. Sul caso, come riporta la Nuova Sardegna, è stata aperta un’inchiesta per lesioni colpose.

La donna, infatti,  ha presentato una denuncia querela che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati del neurochirurgo che ha eseguito l’operazione. Nell’esposto ha raccontato di essere stata visitata in Sardegna, dove il medico esercita presso due strutture del cagliaritano. Ma, per motivi ancora da chiarire, il camice bianco avrebbe fissato l’intervento presso il capoluogo lombardo.

Nelle scorse ore poi, l’inchiesta si è allargata anche all’aiuto chirurgo, anche lui indagato con la stessa ipotesi di reato.

L’avviso di garanzia è stato spiccato dopo che la 44enne è stata nuovamente convocata dai carabinieri, su ordine della Procura meneghina, per integrare la precedente denuncia. I magistrati non hanno ritenuto, invece, di dover procedere nei confronti dell’anestesista e del ferrista presenti in sala operatoria in quanto non sarebbe stato rilevato  un loro “apporto causale” rispetto all’accaduto.

Intanto la malcapitata si è sottoposta alla consulenza di altri neurochirurghi, i quali avrebbero constatato un errore nel posizionamento delle viti, rifiutandosi di operarla.  Solamente uno specialista di Brescia avrebbe dato l’ok a un nuovo intervento, con l’avvertimento, però, che non sarà possibile rimuovere tutte le viti e che in ogni caso la donna non potrà più tornare a camminare come prima.

 

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MORTO PER UNA MENINGITE BATTERICA, DUE MEDICI RISCHIANO IL PROCESSO

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sopravvissuta

I camici bianchi dovranno rispondere di omicidio colposo per il decesso di una neonata, sopravvissuta meno di un’ora dopo aver visto la luce

Tre medici finiranno a processo per il decesso di una neonata, morta poco dopo essere venuta alla luce all’ospedale di Imola. L’ipotesi di reato è omicidio colposo. Il fatto risale al luglio del 2014 quando la mamma, al nono mese di gravidanza, venne sottoposta a un cesareo d’urgenza dopo che i tracciati avevano evidenziato dei problemi. La piccola era sopravvissuta solamente 45 minuti. Secondo l’esame autoptico, le era stata fatale una ipossia acuta.

La successiva inchiesta aperta dalla Procura aveva portato all’iscrizione nel registro degli indagati di sette persone. Nello specifico: il ginecologo chirurgo che effettuò il cesareo, un anestesista rianimatore, un pediatra, un altro ginecologo e tre ostetriche.

Le successive indagini condotte dal pubblico ministero avevano portato all’archiviazione delle posizioni di quattro degli indagati.

Secondo la versione fornita dal papà all’epoca dell’episodio e riportata dal Resto del Carlino, i medici avevano accertato la perdita di liquido amniotico e avevano ricoverato la gestante. La donna era giunta alla 41esima settimana di gravidanza. Dopo un tracciato di due ore e mezza i sanitari avevano tentato di indurre il parto. Erano seguiti altri tracciati. Dopo diverse ore, la rimozione di un bendaggio avrebbe rivelato la presenza di una sostanza verde. Secondo il personale si sarebbe trattato di meconio. A quel punto i dottori avrebbe deciso di praticare il taglio cesareo. Poco dopo la nascita, tuttavia, è sopraggiunto il decesso. La Procura era intervenuta facendo sequestrare le cartelle cliniche dell’ospedale, il bendaggio e la placenta, oltra a disporre l’esame autoptico.

Il processo, come riporta Repubblica, avrà inizio a maggio. I genitori della neonata, entrambi di origini albanesi, sono in attesa di ottenere un risarcimento e non si sono costituiti parte civile.

 

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MORÌ PER UNA EMORRAGIA INTERNA IN GRAVIDANZA, RISARCITI I FAMILIARI

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morto per una meningite batterica

Chiesto il rinvio a giudizio di due camici bianchi accusati di omicidio colposo nell’inchiesta sulla morte di un uomo, morto per una meningite batterica in seguito a un intervento per la rimozione di una massa tumorale al cervello

Rischiano di finire a giudizio due medici dell’ospedale di Rovigo. I camici bianchi sono accusati di omicidio colposo in concorso per la scomparsa di un 57enne, morto per una meningite batterica nel novembre 2017.

L’uomo, un commerciante ambulante residente nel basso polesine, aveva cominciato ad accusare già dal mese di maggio mal di testa sempre più frequenti e dolorosi. Inizialmente – ricostruisce il Resto del Carlino – il medico di base si sarebbe limitato a prescrivergli degli integratori alimentari, a fronte dell’evidente perdita di peso e di forze. A fine giugno si era sottoposto a una radiografia alla colonna vertebrale che aveva rivelato la presenza di una massa tumorale al cervello.

Il 57enne era quindi stato ricoverato presso il reparto di neurochirurgia dell’ospedale di Rovigo, a fine luglio, per essere operato. L’intervento era riuscito, ma in seguito erano insorte delle complicanze. In particolare, secondo quanto riporta il Resto del Carlino, la ferita prodotta dall’intervento non si sarebbe cicatrizzata, determinando un’infezione che avrebbe costretto il paziente a finire sotto ai ferri altre quattro volte.

Il 12 novembre era sopraggiunto il decesso.

I familiari, per fare luce su eventuali responsabilità sanitarie, hanno presentato un esposto in Procura. Ne è scaturita un’indagine che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati dei due professionisti in servizio presso il nosocomio del capoluogo di provincia veneto. Secondo l’ipotesi accusatoria, i medici non avrebbero riconosciuto la meningite batterica che ha determinato il tragico epilogo della vicenda.

Il pubblico ministero, basandosi sugli esiti di una perizia medico legale effettuata da due consulenti tecnici, ha chiesto il rinvio a giudizio degli indagati. Spetterà ora al Gup decidere se accogliere l’istanza o procedere all’archiviazione del caso, salvo domande di riti premiali da parte dei legali della difesa. L’udienza preliminare è fissata per prossimo aprile.

 

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