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evasione fiscale

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evasione fiscale

Il professionista, denunciato per evasione fiscale, possedeva appartamenti e auto di lusso pur presentando dichiarazioni reddituali addirittura in perdita

Presentava dichiarazioni dei redditi con importi esigui o addirittura in perdita. Eppure manteneva un altissimo tenore di vita, disponendo di due Lamborghini nonché di una coltivazione di vigneti con annessa una lussuosa tenuta di campagna.  Tutti beni che ora sono stati sottoposti a sequestro da parte degli uomini delle Fiamme Gialle di Torino. Nell’elenco figurano anche alcuni appartamenti nel capoluogo piemontese e le somme rinvenute su diversi conti correnti. Il titolare, è un affermato chirurgo estetico quarantenne, fittiziamente residente all’estero e titolare di diversi studi medici nel nord Italia. Il medico, inoltre, figura anche come consulente in rinomate strutture sanitarie del torinese. Al termine dell’inchiesta, i militari hanno accertato un’evasione fiscale per circa 2 milioni di euro, perpetrata a partire dall’anno 2014.

I finanzieri hanno rinvenuto brogliacci, agende, appunti, dove il professionista teneva una sorta di contabilità parallela, ben nascosta.

Qui il camice bianco annotava tutte le sue prestazioni professionali che potevano oscillare dai 200 sino ai 5.000 euro e anche oltre. Della contabilità ufficiale, invece, nessuna traccia.

Le indagini si sono basate su semplici appostamenti in città, nonché su notizie comunemente reperibili su internet, oltre che sulle numerose e diversificate banche dati in uso all’Amministrazione finanziaria.

Il medico è stato denunciato alla Procura della Repubblica di Torino per vari reati tributari. Per lui è scattato inoltre, su disposizione del Tribunale di Torino, il sequestro dei beni a futura garanzia per il danno causato alla comunità.

“La tutela delle risorse dello Stato e degli Enti Locali nonché il contrasto alle frodi alla pubblica amministrazione – si legge in una nota – sono compiti prioritari per la Guardia di Finanza. Le Fiamme Gialle ricordano poi che “l’evasione fiscale danneggia tutti i cittadini e fa aumentare i costi dei servizi pubblici”.

 

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Con ricorso per Cassazione, il legale rappresentate di una società, aveva impugnato l’ordinanza di sequestro preventivo disposto sui beni aziendali chiedendone l’annullamento, essendo la società “estranea” al reato di evasione contestato

La vicenda

Era stato instaurato un procedimento penale a carico di un commercialista cui si addebitava di aver concorso con i legali rappresentanti di varie società, nel reato di presentazione di dichiarazione fraudolenta di cui all’art. 3 del D.lgs. n. 74 del 2000, consentendo a ciascuna di esse l’evasione dell’imposta sul valore aggiunto e delle imposte dirette costituente il profitto del reato stesso.

Il Gip del Tribunale di Milano aveva pertanto, disposto decreto di sequestro preventivo direttamente sui saldi attivi dei conti intestati alle singole società e per la eventuale differenza, sui beni del commercialista.

La decisione confermata anche dal Tribunale del Riesame, veniva impugnata con ricorso per Cassazione.

Ma per i giudici di legittimità il motivo era infondato.

Ed invero, posto che il reato ascritto al commercialista era stato contestato come commesso in concorso con il legale rappresentante della società che aveva materialmente presentato la dichiarazione fraudolenta, l’ente non poteva essere considerato terza estranea al reato stesso, con conseguente possibilità di disporre il sequestro preventivo diretto del profitto rimasto nella sua disponibilità.

Il principio è stato di recente, affermato dalle Sezioni Unite della Cassazione (n. 10561/2014) le quali hanno chiarito che è legittimo il sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta del profitto rimasto nella disponibilità di una persona giuridica, derivante dal reato tributario commesso dal suo legale rappresentante, non potendo considerarsi l’ente una persona estranea al detto reato.

Non è corretta dunque, l’affermazione difensiva secondo la quale il legale rappresentante della società beneficiaria della condotta fraudolenta del commercialista sia persona terza rispetto al fatto ad essa ascritto a titolo di concorso, non rilevando, in senso contrario, che il decreto sia stato adottato nell’ambito del procedimento ascritto nei confronti del solo commercialista.

Né di certo può essere definito terzo estraneo colui il quale, presentando la dichiarazione fiscale fraudolenta, concorre materialmente nel reato generatore di profitti confiscabili.

Soggetto “estraneo” al reato

In ogni caso, – concludono gli Ermellini -, a prescindere di profili di responsabilità del legale rappresentante, l’ente che trae profitto dall’altrui condotta illecita non può mai essere considerato “estraneo” al reato ai fini della condisca diretta del profitto medesimo.

La Corte costituzionale con la sentenza n. 2/1987 ha anche affermato che l’art. 27, comma primo, Cost. non consente che si proceda a confisca di cose pertinenti a reato, ove chi ne sia proprietario al momento in cui la confisca debba essere disposta non sia l’autore del reato o non ne abbia tratto alcun profitto.

In senso analogo, la Prima Sezione della Cassazione nel 1991 (n. 3118/1999) ha stabilito il principio per cui la confisca, come misura di sicurezza patrimoniale, è applicabile anche nei confronti dei soggetti (quali le società) sforniti di capacità penale. Ciò sul rilievo che l’estraneità al reato esige che la persona cui le cose appartengono non abbia partecipato con attività di concorso o altrimenti connesse, ancorché si tratti di persona non punibile perché priva di capacità penale.

Costituisce, poi, declinazione di tali insegnamenti il principio affermato dalle Sezioni Unite nel 2014 n. 10561 nl senso che la nozione di “persona estranea al reato” cui appartiene e va restituita la cosa sequestrata (art. 240 c.p.) è diversa da persona estranea al procedimento penale, in quanto richiede la estraneità al fatto-reato, che non ricorre in chi sia sfuggito al procedimento penale.

Per tali motivi la decisione impugnata è stata confermata e il ricorso dichiarato inammissibile.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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Whistleblowers

Alla commissione affari legali europea è passata una proposta di direttiva per garantire un’equa protezione in Europa per i whistleblowers. Ecco di che si tratta

Protezioni e tutele per i whistleblowers. È questo il contenuto di una proposta di direttiva appena passata alla commissione affari legali dell’Unione europea, volta a proteggere chi segnali le violazioni del diritto Ue in materia di evasione fiscale, corruzione, ambiente, salute e sicurezza pubblica. Insomma, i cosiddetti whistleblowers.

La proposta si focalizza in particolari sui temi della riservatezza, sugli obblighi di feedback e su numerose misure per evitare ritorsioni.

Ma chi sono i whistleblowers?

Si tratta, in sostanza, di quei dipendenti pubblici che segnalano illeciti di interesse generale, di cui siano venuti a conoscenza in ragione del rapporto di lavoro.

Ora, nel caso dell’Unione si tratta di un traguardo importante dopo le tante critiche a causa della scarsa protezione che la legislazione europea accordava ai whistleblowers.

Persone che, per il bene comune, riportano irregolarità mettendo a rischio il proprio posto di lavoro.

Individui ai quali è dovuta protezione. Una tutela che però è piuttosto frammentata nell’attuale legislazione.

Secondo uno studio della commissione europea, le garanzie quasi inesistenti per i whistleblowers hanno condizionato la perdita di potenziali benefici negli appalti pubblici tra i 5,8 e 9,6 miliardi di euro ogni anno all’interno dell’Ue.

La normativa approdata dagli eurodeputati consente l’estensione delle stesse misure di protezione anche per chi assiste il soggetto segnalante, come nel caso dei giornalisti.

Ma come funzioneranno questi sistemi di segnalazione?

Ebbene, oltre a funzionare sia internamente che esternamente.

I sistemi di segnalazione per avere una protezione efficace dovranno essere sia interni che esterni, sia all’interno del settore pubblico che in quello privato.

Un aspetto cruciale è che i tempi di risposta dovranno essere certi.

Entro una settimana dovrà arrivare la notifica di pervenuta segnalazione, mentre il risultato di accertamento dell’irregolarità dovrà avvenire entro due mesi.

La normativa approvata prevede anche la creazione di un’autorità in ciascuno Stato membro in grado di dare informazioni, consulenza, assistenza legale, finanziaria e psicologica.

Il tutto gratuitamente.

Infine, quanto plenaria del Parlamento europeo avrà approvato il mandato negoziale, si renderà il testo in questione oggetto di negoziazione con i ministri dell’Ue all’interno del Consiglio, dove verrà approvato il testo definitivo della direttiva.

 

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La manovra di bilancio introduce una flat tax al 15% atta a contrastare i compensi in nero per le lezioni private impartite a domicilio

La manovra di bilancio introduce una flat tax al 15% atta a contrastare i compensi in nero per le lezioni private impartite a domicilio.

Tra le numerose novità previste dalla manovra di bilancio 2019 c’è quella che riguarda la possibile introduzione di una flat tax al 15% per le lezioni private impartite a domicilio.

La misura intende proprio recuperare gettito e contrastare in modo efficace l’evasione fiscale che deriva dai compensi – percepiti sempre in nero – da chi fa delle lezioni private un modo per “arrotondare” lo stipendio

Pur in assenza di dati ufficiali, le stime parlando di un mercato delle lezioni private sempre molto fiorente.

Nel 2016, da un sondaggio effettuato in forma anonima dalla Fondazione Einaudi, le stime parlavano di ben 800 milioni di euro. Sarebbe questa, infatti, la cifra che le famiglie italiane sostengono per recuperare i debiti formativi del propri figli.

Il Codacons, però, sostiene che i numeri siano stati be più alti lo scorso anno.

Uno studio avrebbe evidenziato come il business delle lezioni private si aggirerebbe sui 950 milioni di euro e che nel 90% dei casi il docente che ha tenuto la lezione non emetta alcuna ricevuta fiscale.

Come forse pochi sanno, chi impartisce lezioni private a domicilio per legge è tenuto a rilasciare apposita ricevuta inerente le somme incassate.

Somme che devono figurare nella dichiarazione dei redditi. Se l’attività è svolta occasionalmente e in maniera non organizzata, il contribuente deve autodichiarare gli introiti e inserirli negli “altri redditi” derivanti da attività di lavoro autonomo occasionale.

Laddove invece le ripetizioni vengano rese da un lavoratore dipendente, i guadagni andranno inseriti nel modello 730 o nel modello Redditi.

Questo significa che tali somme debbano poi cumularsi, assieme allo stipendio percepito dal docente, al suo reddito complessivo che sarà soggetto ad aliquote Irpef progressive.

Tuttavia, è altresì noto come questo sia uno dei terreni più “fertili” per l’evasione fiscale. Anche per l’assenza di controlli mirati.

La proposta in manovra, dunque, prevede una tassazione agevolata ad hoc nel caso i n cui le lezioni private siano impartite da docenti “titolari di cattedra di ogni ordine e grado”.

Nello specifico, si parla di un’imposta sostitutiva sui compensi derivanti dall’attività di lezioni private e ripetizioni svolta dagli insegnanti.

Questa regola però non si estenderebbe a coloro che si occupano di ripetizioni e lezioni private senza essere docente, come gli studenti universitari. Per questi ultimi, dunque, resta tutto invariato.

Ma come funzionerà la misura in questione?

Dal 1° gennaio 2019, i docenti che danno lezioni private potranno pagare un’imposta del 15% sui compensi percepiti, sostitutiva di Irpef e addizionali regionali e comunali.

Si applicherà un’aliquota fissa del 15%, a prescindere dall’entità del reddito complessivo del contribuente.

Poiché i redditi percepiti non andrebbero più a cumularsi con la retribuzione da lavoro dipendente, gli interessati beneficeranno di un carico tributario inferiore.

Ancora, la manovra prevede che gli insegnanti assunti dalla P.A. comunichino all’amministrazione di appartenenza l’attività di insegnamento svolta privatamente. Questo al fine di verificare eventuali incompatibilità.

I versamenti della flat tax sulle lezioni private dovranno avvenire alle medesime scadenze previste per l’Irpef (30 giugno e 30 novembre).

Quanto alla lla nuova imposta sostitutiva, un apposito provvedimento dell’Agenzia delle Entrate, sarà emanato entro il 1° aprile del prossimo anno e detterà le disposizioni attuative.

Quel che è certo è che non sarà semplice convincere i cittadini a dichiarare e coglierli in fallo quando non lo fanno.

Questo perché le lezioni private vengono quasi sempre pagate in contanti.

Tuttavia, se la norma dovesse funzionare, potrebbe consentire all’erario di recuperare oltre 100 milioni di euro in un mercato dove, nella quasi totalità dei casi, le somme non vengono dichiarate.

 

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conti correnti dei familiari

La Corte di Cassazione fa il punto sulla riconducibilità alla Società delle somme che transitano sui conti correnti dei familiari dei soci o degli amministratori

Con la sentenza n. 20408/2018 la Cassazione ha fornito chiarimenti sulla riconducibilità alla Società delle somme che transitano sui conti correnti dei familiari dei soci o degli amministratori.

Ebbene, secondo gli Ermellini, è necessario che il contribuente fornisca la prova analitica della riferibilità di ogni singola movimentazione del proprio conto corrente, ovvero dell’estraneità delle stesse alla sua attività.

La vicenda

Nel caso di specie, l’Agenzia delle Entrate aveva sottoposto ad accertamento i conti correnti dei familiari (padre e nonna) dell’Amministratore di una S.r.l..

Dopodiché, erano stati emessi degli avvisi di accertamento per maggiori ricavi non dichiarati ai fini IVA, IREP ed IRES.

Inoltre, l’Agenzia delle Entrate aveva emesso un avviso di irrogazione di sanzioni a carico della S.r.l.. Il tutto, sempre con riferimento al periodo di imposta oggetto dell’accertamento.

Ebbene, i due atti impositivi sono quindi stati impugnati dalla Società accertata, e la Commissione Tributaria Provinciale ha accolto parzialmente l’impugnativa contro l’avviso di accertamento.

Ciò è avvenuto, di fatto, escludendo dalla ripresa a tassazione i ricavi risultanti dalle movimentazioni bancarie del padre e della nonna dell’amministratore della società.

Contestualmente, l’impugnativa contro l’irrogazione delle sanzioni è stata respinta.

In secondo grado la Commissione Tributaria Regionale ha rigettato l’impugnazione dell’avviso di accertamento proposto dall’Agenzia.

A tal proposito, gli elementi forniti dall’Ufficio in merito alla attribuzione alla società dei conti correnti dei familiari, soggetti terzi della Società accertata, avrebbero dovuto essere suffragati da ulteriori elementi.

La impugnativa relativa invece all’atto di irrogazione delle sanzioni è stata invece accolta in quanto le sanzioni pecuniarie andavano ridotte. Ci in virtù del parziale accoglimento del ricorso proposto dalla Società .

L’Agenzia delle Entrate ha quindi fatto ricorso in Cassazione con separati ricorsi, poi riuniti dalla Suprema Corte per connessione.

Nel farlo, ha sostenuto l’erroneità delle decisioni delle Commissioni Tributarie territoriali per non aver riconosciuto imputabili alla società in questione i risultati degli accertamenti bancari condotti nei confronti dei conti correnti dei familiari dell’amministratore.

Infatti, secondo l’Agenzia, la riconducibilità alla società contribuente dei risultati degli accertamenti bancari svolti riveste natura dirimente.

Questo perché l’amministratore della società accertata aveva la delega ad operare sui conti correnti dei suoi familiari.

Questi conti, in particolare, risultavano sforniti di redditi propri con la conseguenza che le movimentazioni bancarie a favore dei conti correnti dei familiari erano senz’altro imputabili alle risorse economiche della Società.

In sostanza, con tali movimentazioni disperdeva i provi ricavi spalmandone una parte sui suddetti conti correnti per poter così eludere la tassazione relativa.

Gli Ermellini hanno quindi respinto il ricorso dell’Agenzia ribadendo l’orientamento consolidato secondo cui – in tema di accertamenti delle imposte sui redditi – il soggetto accertato deve fornire la prova analitica della riferibilità di ogni singola movimentazione all’attività della società, o impresa, ovvero della estraneità di ogni singola movimentazione alla attività della impresa.

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Lotteria degli scontrini: cos’è e quando entrerà in vigore

Contenuta nella bozza del decreto fiscale collegato alla manovra, la lotteria degli scontrini sarà attiva a partire dal 2020. Vediamo di cosa si tratta.

Con la bozza del decreto fiscale collegato alla manovra, molte novità sono in arrivo e, tra queste, c’è la cosiddetta Lotteria degli scontrini.

Ma come funzionerà?

La lotteria degli scontrini o “lotteria dei corrispettivi” come previsto nell’ultima bozza del decreto, partirà dal 1° gennaio 2020.

Di fatto, sarà una vera e propria lotteria nazionale collegata agli acquisiti e ripetuta ogni mese.

L’iniziativa, che doveva partire nel 2017 ma è sempre stata rinviata, consentirà di abbinare ai corrispettivi scontrini un’estrazione a premi.

Alla lotteria degli scontrini potrà partecipare tramite estrazione chiunque effettui acquisti di beni e servizi (fuori dall’esercizio di attività di impresa, arte o professione), presso i negozianti che trasmettono telematicamente i corrispettivi, comunicando necessariamente il proprio codice fiscale.

Lo scopo di questa iniziativa è quello di incentivare cittadini e i negozianti a richiedere e a rilasciare gli scontrini. Un modo diverso per contrastare l’evasione fiscale.

Modalità tecniche, numero ed entità dei premi saranno poi definiti mediante provvedimento del direttore dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli d’intesa con l’Agenzia delle entrate.

Ma non è questa la sola novità riguardante gli scontrini.

Dal 1° luglio 2019, infatti, sarà obbligatorio quello elettronico per chi ha più di 400mila euro di fatturato e dal 2020 per tutti.

Una volta che lo scontrino elettronico sarà obbligatorio potrà partire la lotteria degli scontrini.

Insomma, lo scontrino fiscale tradizionale è destinato a sparire da luglio 2019.

Secondo quanto previsto dalla bozza del decreto fiscale, scatterà l’obbligo generalizzato di memorizzazione e trasmissione telematica di scontrini e fatture all’Agenzia delle Entrate.

L’obbligo sarà comunque graduale, e per favorire l’adeguamento alle nuove modalità saranno previsti specifici esoneri e agevolazioni finanziarie.

 

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evasione fiscale

Sarebbe un luogo comune quello secondo cui l’ evasione fiscale sia da ricondursi interamente alle Partite IVA. Il fenomeno, secondo un’analisi della Fondazione nazionale dei commercialisti sarebbe invece trasversale, riguardando per poco meno della metà anche lavoratori pensionati e dipendenti

Poco più della metà dell’evasione fiscale del Paese “sarebbe direttamente riconducibile alle Partite Iva (individuali, società di persone, società di capitali)”. Poco meno della metà (il 46,8%) risulterebbe invece riferibile a “quella generalità di contribuenti, di cui oltre l’85% sono lavoratori dipendenti e pensionati”.

E’ quanto emerge da un’analisi della Fondazione nazionale dei commercialisti, riportata dall’Ansa, sui dati contenuti nella Relazione annuale sull’evasione fiscale e contributiva.

Secondo i professionisti, pertanto, sarebbe un luogo comune quello secondo cui dipendenti e pensionati pagano per intero le tasse e che “l’evasione sia da ricondursi per intero alle Partite Iva”.

Il fenomeno, invece, sarebbe “trasversale”.

Considerando i “107,7 miliardi di evasione fiscale e contributiva complessiva stimati nell’ultima Relazione annuale”, 15 miliardi sarebbero da ricondurre al lavoro dipendente. A tal cifra  si affiancano “voci trasversali alla contrapposizione dipendenti/pensionati ‘versus’ autonomi/imprese” Tra queste quelle concernenti “l’evasione di canone Rai, Imu e locazioni immobiliari, per 7,4 miliardi totali”.

Nello studio si evidenzia poi come “interamente riconducibili all’evasione propria delle Partite Iva siano le voci relative a Irpef per lavoro autonomo e impresa, Irap e Ires”. Il tutto per complessivi 49,5 miliardi.

Infine, rimangono i 35,8 miliardi di evasione Iva. Per questi, tuttavia, occorre distinguere “tra consumi intermedi (con controparte di chi fattura, o dovrebbe fatturare un’altra partita Iva) e consumi finali (con controparte di chi fattura, o dovrebbe fatturare un consumatore finale non partita Iva)”. In particolare, quindi, 26,3 miliardi sarebbero riconducibili alle transazioni con consumatori finali che non sono titolari di partite Iva. Il fenomeno deriva da interessi convergenti: quello del titolare di partita Iva di non fatturare e quello del consumatore finale di non pagare l’Iva spettante.

 

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Da verifiche incrociate dei dati della Motorizzazione civile e delle dichiarazioni dei redditi è emersa una evasione fiscale che vede coinvolti medici di base e medici militari

Sette medici sono finiti nel mirino delle Fiamme Gialle in Campania per evasione fiscale. Le verifiche hanno riguardato, in particolare, camici bianchi impegnati, tra le loro attività, ad attestare l’idoneità psico-fisica necessaria per ottenere il rinnovo della patente. Tra loro figurano medici di base e medici militari, anche in pensione da non più di dieci anni.

Gli uomini della Finanza hanno lavorato su due binari, incrociando i dati raccolti.

Da un lato hanno analizzato gli attestati informatici sulle richieste raccolti dalla Motorizzazione civile, con i certificati di idoneità sottoscritti dal medici; dall’altro le dichiarazioni dei redditi dei sanitari nel periodo 2015-2016.

Gli accertamenti hanno consentito di verificare che molte delle visite non venivano dichiarate. Eppure risultavano tracciate dalla comunicazione informatica che  i sanitari, per legge, devono trasmettere alla Motorizzazione civile.

A conclusione delle indagini sono risultate sospette le posizioni di sette medici.

In totale gli indagati avrebbero eseguito, nel periodo considerato, circa 154mila visite per attestare l’idoneità psico-fisica di automobilisti che chiedevano il rinnovo della patente.

Uno dei medici, in particolare, sarebbe riuscito a effettuare ben 28mila visite in 506 giorni lavorativi. Si tratterebbe di circa 55 visite al giorno. Considerando la cifra di 16 euro di guadagno per ciascuna visita, l’entità dell’evasione, secondo la Finanza, sarebbe di circa 450mila euro.

Tre dei medici hanno subito ammesso la loro mancanza nelle dichiarazione dei redditi. Hanno quindi patteggiato la loro situazione con il Fisco pagando il dovuto all’Agenzia delle entrate. Gli altri quattro, invece, si sono opposti alla contestazione ricevuta. Per loro la vicenda potrebbe approdare davanti alle Commissioni tributarie.

I numeri farebbero sorgere dubbi sull’eccesiva frettolosità o addirittura inesistenza delle visite. Tuttavia, come riporta il Mattino, le Fiamme Gialle chiariscono che dalle verifiche documentali non può ricavarsi alcun ulteriore sospetto oltre l’evasione fiscale. Si tratta infatti di visite rapide che possono essere fatte in poco tempo.

 

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“In caso di movimentazione di un conto corrente bancario, è onere del contribuente provare che essa non si riferisce a compensi o prelevamenti non contabilizzati. In difetto, le operazioni oggetto di detta movimentazione vanno a formare, anche per la parte eccedente gli importi contabilizzati, la base imponibile per recuperare la maggior imposta così evasa, oltre interessi e sanzioni”.

Tale principio, contenuto in una decisione della Commissione Tributaria Provinciale di Macerata 25/08/2011 n° 264, riguardante nello specifico un medico dentista, interviene in una materia in cui l’Agenzia delle Entrate è spesso chiamata a verificare che non vengano sottratte, agli “occhi” del Fisco, somme di denaro che concorrono a formare il reddito del contribuente; e ciò al fine di scongiurare il fenomeno dell’evasione fiscale, che sempre più impegna il nostro Legislatore nella strenua ricerca di strumenti efficaci, in grado di diminuire la pressione fiscale attraverso il dichiarato obiettivo di “far pagare a tutti le imposte dovute”.

In tale contesto, declina l’art 32 DRP 600/73 che, in deroga ai generali principi espressi nell’art. 2697 CC, introduce nel nostro Ordinamento una inversione dell’onere probatorio demandando al contribuente – una volta accertati dalla Amministrazione Finanziaria i dati e gli elementi contabili risultanti dai conti bancari (ed in ciò si esaurisce il suo onere probatorio) – che la non corrispondenza fra questi e quelli contenuti nella propria contabilità non dipende dalla mancata indicazione dei proventi, frutto del proprio lavoro autonomo.

In un settore in cui è forte il sospetto dell’indebito costume di non contabilizzare dei compensi, che nel gergo comune costituiscono il c.d. “nero”, la deroga ai principi che regolano l’onere probatorio (per cui onus probandi incumbit eius qui dicit) appare del tutto giustificata sulla base dei principi costituzionali che impongono un dovere di solidarietà tra tutti i consociati.

Il caso, come visto, ha riguardato un medico dentista che aveva impugnato un avviso di accertamento emesso dalla Agenzia delle Entrate territorialmente competente, con cui si intendeva recuperare a tassazione un maggior reddito imponibile e conseguentemente applicare maggior imposte, oltre interessi e sanzioni. L’accertamento era stato fondato sulle risultanze di indagini finanziarie compiute anche attraverso l’esame della posizione del professionista in ordine a diversi rapporti bancari.

Riteneva, l’Agenzia delle Entrate, che, in relazione a tali operazioni, il contribuente non avesse fornito la prova della loro correlazione ad operazioni contabilizzate e comunque prodotto valida documentazione in grado di superare la presunzione di cui all’art. 32 co. 1 e 2 DPR 600/73. Sulla base di detti accertamenti, l’Ufficio recuperava compensi non contabilizzati di € 63.000,00, prelevamenti non giustificati di € 14.936,91 per cui accertava, ex art. 39 co. 1 lettera c) del DPR 600/73, un maggior reddito imponibile di € 78.137,81 donde la maggior imposta liquidata e relativi interessi o sanzioni.

La Commissione Tributaria, sulla base degli indicati principi, riteneva fondato l’accertamento limitatamente al maggior importo di € 63.000,00 ridotto ad € 62.200,00. Ed invero il medico dentista non avrebbe provato che, a fronte di determinati accrediti sul c/c bancario, gli stessi si riferissero ad operazioni contabilizzate. Il che doveva escludere la fondatezza delle doglianze del contribuente, peraltro incompatibili con gli studi di settore che, pur non apparendo determinanti, costituivano forti elementi indiziari di una maggiore capacità contributiva del professionista rispetto a quella dichiarata.

Insomma, per quanto emerge dalla decisione in questione, in un caso analogo a tanti altri che coinvolgono la categoria dei lavoratori autonomi, possiamo trarre le seguenti conclusioni. Nel caso di accertamento analitico-contabile, come quello relativo al caso del dentista su riportato, la incompletezza o falsità dei dati indicati nella dichiarazione dei redditi si evince, in modo certo e diretto, per quanto qui interessa, attraverso i dati e gli elementi risultanti dai conti bancari forniti dall’Ufficio accertatore: in ciò si esaurisce ed è soddisfatto l’onere probatorio a carico dello stesso Ufficio.

In presenza di un avviso di accertamento fondato sulle verifiche di conti correnti bancari, è onere del contribuente fornire “una prova non generica bensì analitica” che gli elementi desumibili dalle movimentazioni bancarie non sono riferibili ad operazioni imponibili. Trattasi di una presunzione che, in quanto di fonte legale (art. 32 DRP 600/1973), non necessita dei requisiti della gravità, precisione e concordanza richiesti dall’art. 2729 CC. In questo senso è attestata una giurisprudenza di legittimità oltremodo consolidata citandosi, tra le più recenti decisioni, Cass. 6909/2011, Cass. 10036/2011, Cass. 10573/2011, Cass. 10101/2012, Cass. 545/2016, Cass. 19857/2016, tutte della Sezione Tributaria. Tale orientamento è stato, da ultimo, confermato dalla Cassazione con ordinanza 09/02/2017 n° 3447.

 Avv. Antonio Arseni

Foro di Civitavecchia

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Allo studio del Governo un emendamento da inserire nella Legge di Bilancio che cancellerebbe sanzioni, interessi di mora e aggio di riscossione per chi decidesse di regolarizzare, anche ratealmente, la propria posizione con il fisco

In molti hanno pensato a una manovra politica mirata a ritrovare consensi in un momento in cui la popolarità del Governo non è certamente alle stelle, ma l’ipotesi riportata dal quotidiano Il Giornale, qualora confermata, potrebbe rappresentare una buona notizia per oltre 2 milioni e mezzo di contribuenti, tra persone fisiche e imprese, oltre che per le casse dello Stato che, secondo le stime, ne ricaverebbe circa 2 miliardi di euro.

Si tratta dell’inserimento in Legge di bilancio, nel capitolo ‘Lotta all’evasione fiscale’, di un emendamento che prevede l’abolizione di sanzioni, interessi di mora e aggio di riscossione, per chi decidesse di saldare i propri conti con il fisco pagando, anche ratealmente, le cartelle Equitalia. La misura, che potrebbe quindi essere operativa già a partire da gennaio 2017,  riguarderebbe i debiti iscritti a ruolo inferiori a 100mila euro, con la possibilità di rateizzazione, sempre secondo indiscrezioni captate, in un periodo massimo di tre anni, con possibilità di estensione per chi già è alle prese con un pagamento rateale.

Non si tratterebbe dunque di una vero e proprio condono, quanto piuttosto di uno sconto che premierebbe chi volontariamente decidesse di regolarizzare la propria posizione fiscale; una facilitazione per molti soggetti, in primis imprese in crisi, che non avrebbero altrimenti la possibilità di onorare il pagamento di importi divenuti nel tempo troppo salati proprio a causa di interessi e sanzioni.

Il provvedimento allo studio del Governo, andrebbe nella stessa direzione del disegno di legge n. 2257 presentato nei mesi scorsi al Senato e attualmente all’esame della Commissione Finanze e Tesoro di Palazzo Madama. Il testo del ddl in materia di ‘rottamazione dei ruoli’ prevede che Equitalia venga obbligata d’ufficio a proporre al contribuente la definizione della propria situazione debitoria, a ‘saldo e stralcio’, con azzeramento di sanzioni, interessi e aggi, mediante un piano di rateizzazione.

In tal caso però, il numero dei destinatari della misura sarebbe decisamente inferiore in quanto la stessa sarebbe riservata solo ai contribuenti in “grave difficoltà finanziaria” (ossia coloro che hanno debiti iscritti a ruolo costituiti per oltre il 50% da ruoli resi esecutivi prima del 31 dicembre 2010) e in “momentanea difficoltà finanziaria” (ovvero, coloro i cui debiti, iscritti a ruolo, sono rappresentati per oltre la metà da ruoli resi esecutivi prima del 31 dicembre 2012).

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