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E’ necessario che la domanda di assegnazione della casa familiare sia proposta in sede di giudizio di divorzio anche da parte di chi risulti già assegnatario della stessa, altrimenti gli sarà negata, non potendo il giudice provvedervi officiosamente

In caso di figli maggiorenni l’istanza di assegnazione della casa familiare deve essere espressamente formulata in giudizio dalla parte interessata, pena la perdita di tale diritto.

La vicenda

All’esito del giudizio di separazione tra due coniugi, il Tribunale aveva assegnato la casa familiare alla moglie e al figlio con lei convivente e, all’epoca, già maggiorenne, disponendo altresì in favore di quest’ultimo un assegno di mantenimento a carico del padre.

Con la dichiarazione di cessazione degli effetti civili del matrimonio la donna risultava già beneficiaria della casa familiare; perciò, ritenne di non essere obbligata a reiterare la richiesta nel successivo giudizio di divorzio.

Ed infatti in primo grado la causa di divorzio si concludeva con l’affermazione delle medesime statuizioni già pronunciate dal giudice della separazione; ma in appello, la corte territoriale, revocava all’ex moglie e al figlio l’assegnazione della casa familiare, posto che al riguardo non era stata formulata alcuna specifica istanza; ed anzi la decisione del giudice di prime cure era stata assunta extra petita.

In effetti, i giudici della corte di merito, avevano rilevato che nel giudizio per il divorzio degli ex coniugi, se da una parte era stata presentata espressa domanda di revoca dell’assegnazione della casa familiare in favore della moglie e del figlio, dall’altra parte non vi era stata alcuna richiesta di conferma della corrispondente statuizione assunta nel giudizio di separazione.

Ebbene, giunti in Cassazione su ricorso formulato dall’ex moglie, la decisione della corte d’appello è stata definitivamente confermata.

Correttamente, la corte territoriale, aveva rilevato il vizio di extrapetizione. Tuttavia, siffatta valutazione non escludeva – a detta degli Ermellini – la necessità di esaminare in concreto la funzione del provvedimento di assegnazione della casa familiare, così come voluto dal legislatore e dalla giurisprudenza, in correlazione alla peculiare condizione giuridica del figlio maggiorenne non ancora autosufficiente.

La legge sull’assegnazione della casa familiare

L’art. 6, comma 6 della L. n. 898/1970 stabilisce il criterio in base al quale il giudice deve provvedere all’assegnazione della casa coniugale.

La norma contiene una disciplina analoga a quella prevista nell’art. 337 sexies c.c. La giurisprudenza di legittimità, ha poi, integrato il parametro legislativo ancorando il godimento della casa familiare esclusivamente al regime di affidamento e collocamento dei figli minori.

Per quelli maggiorenni non autosufficienti, è necessaria la prosecuzione della coabitazione del genitore assegnatario del predetto immobile.

Ma nessuna delle due norme contiene indicazioni utili in relazione alla necessità che la situazione sull’assegnazione della casa familiare debba essere fondata sulla formulazione di una domanda, in ossequio al principio dispositivo, o possa essere adottata anche officiosamente in funzione del rilievo pubblicistico dei diritti in gioco.

La traduzione letterale delle norme e l’elaborazione giurisprudenziale postulano soltanto l’indisponibilità e l’irrinunciabilità del diritto al godimento della casa familiare in capo al genitore affidatario in relazione ai figli minori.

Ne consegue che il giudice, ove sia identificabile un immobile destinato al nucleo familiare e si ponga, concretamente, la questione dell’assegnazione, in funzione dell’interesse dei minori è tenuto a sollevare officiosamente la questione relativa al provvedimento da adottare.

L’assegnazione della casa familiare in caso di figli maggiorenni

Con riguardo invece, ai figli maggiorenni, l’art. 337 septies c.c. prevede che il giudice possa disporre, valutate le circostanze, in favore di questi ultimi, qualora siano non indipendenti economicamente, il pagamento di un assegno periodico.

Ma tale diritto è condizionato alla proposizione di una domanda, da parte di uno dei genitori verso l’altro, o in via concorrente, del figlio stesso, in quanto con il raggiungimento della maggiore età, l’obbligo di mantenimento dei figli non costituisce più un effetto automatico conseguente al vincolo di genitorialità, ma risulta condizionato all’accertamento della peculiare condizione di non indipendenza economica dello stesso, accompagnato dall’intento di impegnarsi al raggiungimento di un preciso obiettivo professionale, ben potendo, in caso contrario, tale condizione essere fatta valere in giudizio dal genitore che si oppone al versamento dell’assegno.

L’esigenza di preservare la continuità dell’habitat domestico

Parimenti, il collegamento tra affidamento, contributo al mantenimento e assegnazione della casa familiare è attenuato con il raggiungimento della maggiore età. L’esigenza di preservare la continuità dell’habitat domestico in funzione dell’equilibrato sviluppo psico-fisico del minore perde di centralità con il raggiungimento della maggiore età, per lasciare spazio alle esigenze concrete di vita del figlio che non abbia ancora completato il proprio percorso di autonomia economico-patrimoniale.

«In questo contesto – chiariscono i giudici della Suprema Corte – non può prescindersi dalla formulazione delle domande relative al mantenimento e all’assegnazione della casa familiare, sia perché fondate su presupposti fattuali parzialmente diversi da quelli relativi ai figli minori, sia perché l’obbligo di contribuzione e quello relativo al sacrificio nel godimento dell’abitazione sono condizionati dall’accertamento della situazione di non indipendente economica del figlio maggiorenne, dal giudizio prognostico sui suoi progetti lavorativi e professionali ed, infine, anche dalla verifica della coabitazione con uno dei genitori».

In altre parole, è necessario che la domanda di assegnazione della casa familiare venga proposta in sede di giudizio di divorzio anche da parte di chi risulti già assegnatario della stessa come da statuizioni assunte in sede separativa, non potendo il giudice provvedervi officiosamente proprio in ragione della diversa connotazione giuridica che caratterizza il figlio maggiorenne, soprattutto in termini di autodeterminazione individuale rispetto al minore.

Per tali motivi la richiesta della madre e del suo figlio è stata definitivamente rigettata.

La redazione giuridica

 

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Si rifiuta di lavorare presso l’azienda del padre, ma egli è comunque obbligato a mantenerla. Lo ha deciso il Tribunale ordinario di Roma in una sentenza avente ad oggetto la determinazione degli obblighi di mantenimento dei propri figli

In realtà non si trattava di un semplice capriccio; sotto tale rifiuto vi era, infatti, una complessa situazione di conflittualità col padre.

La vicenda

Dopo la separazione intervenuta tra due coniugi, seguiva la causa per il divorzio dinanzi al Tribunale ordinario di Roma.

Considerato che tutti e tre i figli della coppia erano ormai maggiorenni, occorreva solo determinare le condizioni inerenti il loro mantenimento e non anche quelle relative al loro affidamento.

Tutti e tre i figli erano economicamente non autosufficienti e questa era una circostanza non contraddetta da entrambi i coniugi.

Ma il padre si opponeva al mantenimento della figlia ventenne, la quale a suo avviso sarebbe stata colpevolmente non indipendente, avendo da tempo abbandonato gli studi senza impegnarsi in alcuna attività lavorativa. Nella specie, egli lamentava che la stessa si fosse rifiutata di lavorare alle sue dipendenze.

Ma secondo il Tribunale adito, il genitore non era riuscito sufficientemente a provare la colpevole inerzia della figlia. Ed è noto, infatti, che grava sul ricorrente l’onere di provare tale circostanza.

In particolare, la prova è tanto più rigorosa quanto più bassa è l’età del figlio maggiorenne, potendo a tale età presumersi la mancata autosufficienza del figlio maggiorenne e spettando sempre al genitore la dimostrazione di essersi adoperato per il raggiungimento di essa, conformemente alle attitudini ed aspirazioni del figlio, laddove questo si sia dimostrato inerte nel percorso di studi o nel reperimento di attività lavorativa.

Ebbene, la sola circostanza che la figlia ventenne avesse rifiutato di lavorare nell’attività del padre non era prova sufficientemente valida “sussistendo in tale caso implicazioni diverse da quelle relative ad un qualunque rapporto di lavoro e venendo in rilievo una conflittualità di fondo tra padre e figlia che non poteva incidere in termini di valutazione di autonomia economica”.

Ed infatti, nel corso del processo di merito era emerso che la giovane avesse tentato di intraprendere la citata attività lavorativa, ma senza esito positivo, stante la conflittualità esistente con il genitore.

Dunque, all’esito del processo, tutti i figli sono stati riconosciuti incolpevolmente non economicamente indipendenti, con conseguente necessità di procedere alla determinazione delle entità per il loro mantenimento.

La redazione giuridica

 

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Quando si parla di mantenimento dei figli maggiorenni, occorre tener presenti tutti i presupposti normativi legati a tale complessa questione

Il tema del mantenimento dei figli maggiorenni investe diversi presupposti normativi.

Più in generale, l’obbligo di mantenere i figli deriva innanzitutto dall’art. 315 bis, comma 1, c.c..

Questo sancisce il dovere per entrambi i genitori di mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle inclinazioni e delle aspirazioni dei figli, in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro professionale o casalingo.

Con la legge 154 del 2013, si introduceva l’art. 337 septies.

Esso in particolare prevede che il giudice possa disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico. Tale assegno, salvo diversa determinazione del giudice, viene versato direttamente all’avente diritto.

L’obbligazione dei genitori è di tipo solidale. Essa inoltre si estende sia alle spese ordinarie che a quelle straordinarie.

Ora, sebbene l’obbligazione dei genitori non termini con il raggiungimento della maggiore età è anche vero che con il superamento di una certa età, i figli maggiorenni, anche se non indipendenti, raggiungono una loro dimensione autonoma.

Questo li rende semmaio meritevoli dei diritti ex art. 433 c.c. (alimenti). Tuttavia, i figli maggiorenni vanno trattati come adulti.

Ciò in quanto il figlio maggiorenne non può pretendere la protrazione dell’obbligo al mantenimento oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura.

Poiché “l’obbligo dei genitori si giustifica nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso di formazione” (Cass. n. 18076/2014; Cass. SS.UU. n. 20448/2014).

Vi sono dei tribunali, come quello di Milano, che stabiliscono una soglia di età oltre la quale “lo stato di non occupazione del figlio maggiorenne non può più essere considerato quale elemento ai fini del mantenimento, dovendosi ritenere che, da quel momento in poi, il figlio stesso possa, semmai, avanzare le pretese riconosciute all’adulto”.

Va da sé che occorrano valutazioni singole caso per caso, ma in linea generale l’orientamento è questo.

In merito poi alla eventuale cessazione di tale dovere, si è espressa la Corte di Cassazione con ordinanza 12 aprile 2016, n. 7168.

In essa si sancisce che il dovere dei genitori di mantenere i figli maggiorenni cessa a seguito del raggiungimento, da parte di quest’ultimi, di una condizione di indipendenza economica. Tuttavia, essa deve contribuire al reale sostentamento del figlio.

Pertanto, un lavoro precario non fa cessare l’obbligo del mantenimento. Occorre un’autosufficienza economica.

È chiaro poi che una colposa inerzia nell’attuazione di un valido percorso di formazione e/o studio determina la cessazione dell’obbligo di mantenimento da parte dei genitori. L’indipendenza economica presupposto per la cessazione dell’obbligo di mantenimento ai figli maggiorenni si considera raggiunta ove il figlio trovi un impiego tale da consentirgli un reddito corrispondente alla sua professionalità.

La Corte di Cassazione, nel merito, ha affermato che se il figlio ottiene una serie di “contratti a termine e guadagni contenuti” possa dirsi raggiunta la sua autosufficienza economica (Cass. Civ. sentenza n. 13354 del 26.05.2017).

Quando invece si parla di contratto di apprendistato, la sentenza della Corte di Cassazione, numero 407/2007 ha stabilito che la mera prestazione di lavoro da parte del figlio occupato come apprendista non è di per sé tale da dimostrarne la totale autosufficienza economica.

E questo “atteso che il complessivo contenuto dello speciale rapporto di apprendistato….si distingue sotto vari profili, anche retributivi, da quello degli ordinari rapporti di lavoro subordinato”.

Il genitore obbligato al mantenimento, inoltre, non può di sua iniziativa versare l’assegno direttamente al figlio. È soltanto il figlio maggiorenne che, ove lo desideri, può chiedere al Giudice di disporre il versamento diretto del mantenimento.

La legittimazione a richiedere l’assegno è attribuita sia al figlio maggiorenne che al genitore convivente con il figlio.

L’onere della prova sulla raggiunta autosufficienza del figlio maggiorenne spetta al genitore obbligato.

Per quel che riguarda poi l’entità dell’assegno di mantenimento, va fatta una precisazione importante.

Se infatti non vi è accordo tra i genitori il giudice ne quantifica l’ammontare. E lo fa, tenendo conto del tenore di vita di cui godevano i figli quando ancora vivevano con entrambi i genitori, delle necessità, del livello socio – culturale della famiglia, e quant’altro.

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