Tags Posts tagged with "fondazione gimbe"

fondazione gimbe

0
tempi di attesa

La Fondazione ha condotto uno studio indipendente sulla rendicontazione pubblica dei tempi di attesa da parte di regioni e aziende sanitarie

Il Piano Nazionale di Governo delle Liste d’attesa (Pngla) 2010-2012 aveva previsto, a garanzia della trasparenza e dell’accesso alle informazioni su liste e tempi di attesa, il monitoraggio annuale sistematico dei siti web di Regioni e Province Autonome e di Aziende sanitarie. Tali informazioni, peraltro, secondo il successivo “decreto trasparenza”, dovrebbero essere disponibili a tutti i cittadini con l’obiettivo di favorire il controllo diffuso sull’operato delle Istituzioni e sull’utilizzo delle risorse pubbliche.

“L’Osservatorio Gimbe – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione Gimbe– ha rilevato che il Ministero della Salute non ha mai pubblicato i risultati del monitoraggio previsto dal Pngla 2010-2012. In particolare, non è disponibile alcun report sui recepimenti regionali del Pngla e sulla redazione dei piani attuativi regionali e aziendali, né tantomeno sulla rendicontazione pubblica dei tempi di attesa. Al fine di colmare tale vuoto istituzionale abbiamo finanziato una ricerca indipendente con la borsa di studio ‘Gioacchino Cartabellotta’”.

L’obiettivo generale dello studio – spiega la Fondazione – era di valutare il livello di trasparenza e il dettaglio delle informazioni fornite sulle liste di attesa dai siti web di Regioni e Aziende sanitarie, verificando sia la disponibilità dei piani attuativi regionali e aziendali, sia la rendicontazione pubblica sui siti web regionali e aziendali dei tempi di attesa relativi alle 43 prestazioni ambulatoriali oggetto di monitoraggio del Pngla 2010-2012.

La ricerca delle informazioni è stata effettuata consultando i siti web di Regioni, Province autonome e Aziende sanitarie, oltre che tramite ricerche Google utilizzando specifiche parole chiave.

I dati relativi ai siti di Regioni e Province autonome sono aggiornati al 6 maggio 2019, mentre quelli relativi ai siti delle Aziende sanitarie si riferiscono a dicembre 2018.

In base a quanto emerso tutte le Regioni e Province autonome rendono disponibili sia le delibere di recepimento del Pngla 2010-2012 sia i Piani Regionali per il governo delle liste di attesa che nel periodo 2010-2018 sono stati aggiornati e/o integrati in misura molto variabile.

La rendicontazione pubblica relativa alle 43 prestazioni ambulatoriali previste dal Pngla 2010-2012 è ancora lontana da standard ottimali ed estremamente variabile tra le diverse Regioni, nonostante il netto miglioramento rispetto ai risultati preliminari dello studio pubblicati a luglio 2018.

Solo 49 aziende sanitarie su 269 (18%) rendono disponibile il piano attuativo aziendale, mentre l’83% effettua una rendicontazione pubblica sui tempi di attesa sul proprio sito o rimandando a quello della Regione; tuttavia, le informazioni disponibili sono frammentate e notevolmente eterogenee rispetto alla potenziale utilità per gli utenti.

“Durante la conduzione dello studio il tema delle liste di attesa – conclude e precisa la Fondazione – è finalmente tornato al centro dell’agenda politica: per il triennio 2019-2021 il Governo ha stanziato complessivi € 400 milioni per ‘l’implementazione e l’ammodernamento delle infrastrutture tecnologiche legate ai sistemi di prenotazione elettronica per l’accesso alle strutture sanitarie’ e lo scorso 21 febbraio 2019 la Conferenza Stato-Regioni ha approvato il Pngla 2019-2021 che apporta diverse novità rispetto al piano precedente”.

“Con il Pngla 2019-2021 ai nastri di partenza – conclude Cartabellotta – l’auspicio è che i risultati del nostro studio vengano utilizzati a livello istituzionale per informare il riallineamento dei sistemi informativi regionali e aziendali, fornendo così una base univoca di dati per confrontare le performance regionali con il fine ultimo di includere il rispetto dei tempi di attesa negli adempimenti dei livelli essenziali di assistenza”.

 

Leggi anche:

GOVERNO DELLE LISTE DI ATTESA, TOSCANA VARA IL PIANO REGIONALE

0
demenza

La Fondazione ha realizzato la versione italiana delle linee guida Nice per la diagnosi, la terapia e il supporto dei pazienti affetti da demenza

Secondo i dati del Ministero della Salute, sono circa  1 milione, nel nostro Paese, i pazienti affetti da demenza (di cui circa 600.000 con Alzheimer). La cifra, inoltre, è destinata ad aumentare a causa dell’invecchiamento della popolazione. Le persone coinvolte direttamente o indirettamente nell’assistenza dei pazienti affetti da demenza sono invece 3 milioni.  I costi socio-sanitari sono stimati tra i 10 e 12 miliardi di euro all’anno.

“La demenza rappresenta una rilevante emergenza socio-sanitaria con enormi implicazioni economiche – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione Gimbe –. Il suo impatto nei prossimi anni sarà condizionato, oltre che dall’invecchiamento della popolazione, anche da un’assistenza ad oggi non ottimale”. Infatti, se circa il 50% delle persone affette da demenza non riceve un supporto adeguato dopo la diagnosi, 1 paziente su 3 non viene diagnosticato. Ciò impedisce alle famiglie ad accedere ai fondi per le disabilità.

“Nel nostro Paese – prosegue il presidente Gimbe – esistono numerosi riferimenti normativi e iniziative finalizzate a migliorare l’assistenza dei pazienti con demenza”.

Dal Piano nazionale demenze (Pnd) al tavolo di monitoraggio della sua implementazione; dall’Osservatorio Demenze dell’ISS alle “Linee di indirizzo nazionali sui Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali (Pdta) per le demenze” e alle “Linee di indirizzo nazionali sull’uso dei Sistemi informativi per caratterizzare il fenomeno delle demenze”.

“A fronte dei vari documenti di programmazione e organizzazione sanitaria – continua Cartabellotta – non sono oggi disponibili per i professionisti sanitari, pazienti, familiari e caregiver linee guida nazionali aggiornate, mentre  quelle regionali risultano obsolete secondo i criteri definiti dal nuovo Sistema Nazionale Linee Guida (Snlg)”. In altri termini, secondo Gimbe, manca una base scientifica condivisa per informare la costruzione dei Pdta a livello regionale e locale. Per questo la Fondazione ha realizzato la sintesi in lingua italiana delle linee guida del National Institute for Health and Care Excellence (Nice), aggiornate a giugno 2018. Il documento sarà inserito nella sezione “Buone Pratiche” del Snlg.

Le linee guida Nice forniscono raccomandazioni relative a vari aspetti della gestione della demenza.

“Fondamentale per l’implementazione delle raccomandazioni – puntualizza il Presidente – è l’identificazione di un unico professionista sanitario o sociale responsabile del coordinamento assistenziale dei pazienti affetti da demenza, i cui ruoli e responsabilità sono declinati in maniera molto precisa dalle linee guida”.

Numerose anche le raccomandazioni pratiche su accuratezza diagnostica dei vari test cognitivi, criteri di diagnosi differenziale tra demenza e delirium, interventi cognitivi e di formazione per i caregiver, oltre alla definizione delle priorità rilevanti per la ricerca, al fine di ampliare le conoscenze scientifiche per la gestione di questa condizione.

“In attesa della elaborazione delle linee guida nazionali sulla demenza, già incluse nell’elenco delle priorità da parte del Comitato Strategico del Snlg – conclude Cartabellotta – auspichiamo che la versione italiana di questo autorevole documento del Nice rappresenti una base scientifica di riferimento, sia per la costruzione dei Pdta regionali e locali, sia per l’aggiornamento di professionisti sanitari e operatori sociali sia per la corretta informazione di pazienti, familiari e caregiver”.

 

Leggi anche:

ALZHEIMER, SCOPERTO UN NUTRIENTE ALLEATO PER COMBATTERLO

0
fondi integrativi

In audizione alla Camera dei Deputati, la Fondazione ha illustrato criticità ed effetti collaterali del sistema dei fondi integrativi, in cui oggi “vige una totale deregulation”

Si è tenuta ieri, alla Camera dei Deputati, l’audizione della Fondazione GIMBE nell’ambito della “Indagine conoscitiva in materia di fondi integrativi del Servizio Sanitario Nazionale”.

“Le nostre analisi – ha affermato il presidente Nino Cartabellotta – confermano che le potenzialità di questo strumento sono oggi compromesse da una normativa frammentata e incompleta”. Una situazione che “da un lato ha permesso ai fondi integrativi di diventare prevalentemente sostitutivi mantenendo le agevolazioni fiscali, dall’altro consente alle compagnie assicurative di intervenire come “ri-assicuratori” e gestori dei fondi in un ecosistema creato per enti no-profit, oltre che di riempire i “pacchetti ” dei fondi con prestazioni sanitarie che alimentano il consumismo e rischiano di danneggiare la salute”.

Cartabellotta ha esposto alla Commissione Affari Sociali dati e analisi del report indipendente GIMBE sulla sanità integrativa. In particolare ha sottolineato come l’Anagrafe dei Fondi Sanitari Integrativi mantenuta dal Ministero della Salute continui, nonostante le numerose richieste, a rimanere pubblicamente inaccessibile. Ciò implica che tutte le elaborazioni provengono da una pluralità di fonti, spesso parziali o settoriali. Impossibile, dunque – ha puntualizzato – “soddisfare uno degli obiettivi della presente indagine parlamentare, ovvero conoscere l’impatto sulla finanza pubblica delle detrazioni fiscali concesse ai fondi sanitari”.

La Fondazione GIMBE ritiene inderogabile un riordino legislativo.

Un testo unico in grado di restituire alla sanità integrativa il suo ruolo, ovvero rimborsare esclusivamente prestazioni non incluse nei LEA. Al tempo stesso, bisogna  evitare che il denaro pubblico, sotto forma di incentivi fiscali, venga utilizzato per alimentare i profitti dell’intermediazione finanziaria e assicurativa. Così come occorre tutelare cittadini e pazienti da derive consumistiche dannose per la salute e  assicurare una governance nazionale, oggi minacciata dal regionalismo differenziato, garantendo a tutti gli operatori del settore le condizioni per una sana competizione.

Cartabellotta ha infine proposto alla Commissione gli spunti di riforma elaborati dalla Fondazione GIMBE, riportati di seguito:

  • “Sfoltire” i LEA secondo un metodo evidence- & value-based per tre ragioni: innanzitutto, oggi in assenza di un consistente rilancio del finanziamento pubblico è impossibile garantire in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale un “paniere” LEA così ampio; in secondo luogo, i LEA includono oggi troppe prestazioni dal value basso o addirittura negativo; infine, l’ambito d’azione della sanità integrativa è attualmente molto limitato generando improprie “invasioni di campo”.
  • Definire con appositi nomenclatori le prestazioni LEA ed extra-LEA che possono/non possono essere coperte dai fondi sanitari integrativi.
  • Rimodulare i criteri di detrazione fiscale innalzando la quota di risorse vincolate a prestazioni extra-LEA dall’attuale 20% all’80% o in alternativa consentire la detrazione fiscale solo per le prestazioni extra-LEA.
  • Rendere accessibile l’anagrafe dei fondi sanitari integrativi, con l’obiettivo di favorire il controllo diffuso sull’operato delle Istituzioni e sull’utilizzo delle risorse pubbliche.
  • Disciplinare con un regolamento l’ordinamento dei fondi sanitari, espandendo ed aggiornando quanto già previsto dal comma 8 dell’art. 9 della L. 502/1992.
  • Varare un sistema di accreditamento pubblico delle compagnie assicurative che possono operare in sanità, identificando requisiti validi su tutto il territorio nazionale
  • Regolamentare i rapporti tra compagnie assicurative (profit) e fondi sanitari integrativi (no-profit), per impedire che gli incentivi fiscali alimentino i profitti dell’intermediazione finanziaria e assicurativa.
  • Regolamentare il rapporto tra finanziatori privati ed erogatori privati accreditati, al fine di evitare pericolose alleanze con conseguenti derive consumistiche nell’offerta di prestazioni sanitarie e, al tempo stesso, incrementare l’erogazione di prestazioni finanziate dai terzi paganti da parte delle strutture pubbliche.
  • Regolamentare le campagne pubblicitarie di fondi sanitari e assicurazioni per evitare la diffusione di messaggi che fanno spesso leva sulle criticità di accesso del servizio pubblico o su prestazioni “preventive” che soddisfano il cittadino-consumatore, ma alimentano inappropriatezza, medicalizzazione della società, oltre a fenomeni di sovra-diagnosi e sovra-trattamento.
  • Avviare una campagna istituzionale informativa per consentire ai cittadini di conoscere opportunità (e svantaggi) della sanità integrativa.
  • Escludere in maniera perentoria il trasferimento della gestione dei fondi sanitari integrativi alle Regioni, nell’ambito delle maggiori autonomie previste dal regionalismo differenziato.
  • Coinvolgere l’imprenditoria sociale, cogliendo tutte le opportunità offerte dalla riforma del terzo settore.

 

Leggi anche:

GIMBE: MANOVRA CON PIÙ RISORSE PER IL SSN, MA BUIO PESTO SU PERSONALE

0
esami di laboratorio

Secondo un’analisi realizzata dalla Fondazione Gimbe, la ripetizione continua di esami di laboratorio nei pazienti ricoverati può determinare “effetti avversi prevenibili”, sia clinici che economici

La continua ripetizione degli esami di laboratorio di routine nei pazienti ricoverati in ospedale non sempre è sinonimo di appropriatezza e garanzia di salute. Anzi, l’eccesso, come sottolinea un’analisi della Fondazione Gimbe, può rappresentare “una rilevante fonte di sprechi”, oltre a “determinare effetti avversi anche gravi”.

I dati dello studio evidenziano che “anche se gli esami di laboratorio rappresentano meno del 5% della spesa ospedaliera, l’impatto economico è molto più elevato”. I loro risultati, infatti, influenzerebbero circa 2/3 delle decisioni cliniche relative a ulteriori test diagnostici o interventi terapeutici. Questo strumento, quindi, va utilizzato correttamente, altrimenti può determinare “effetti avversi prevenibili”, sia clinici che economici.

Sull’argomento Gimbe ha realizzato, previa revisione sistematica della letteratura, un Position Statement.

L’obiettivo è offrire a professionisti e ospedali “un framework multidisciplinare e basato sulle evidenze” nell’ottica di ridurre la ripetizione dei test di laboratorio in ospedale. In tal senso sono tre gli interventi efficaci individuati per ridurre la ripetizione inappropriata di test di routine nei pazienti ricoverati: la formazione, l’audit & feedback ai professionisti sull’appropriatezza delle prescrizioni e la loro restrizione tramite cartella clinica informatizzata.

“Il fenomeno è molto complesso” afferma il presidente della Fondazione, Nino Cartabellotta. “Le prescrizioni ripetute di esami di laboratorio nei pazienti ospedalizzati conseguono alla variabile interazione di vari fattori”. Tra questi, medicina difensiva, incertezza diagnostica, sottostima degli effetti avversi, scarsa consapevolezza dei costi, mancato feedback sulla prescrizione dei test, differente background formativo dei medici. “Tuttavia – prosegue – oggi consistenti evidenze scientifiche documentano sia l’efficacia di vari interventi per ridurre i test di laboratorio inappropriatamente ripetuti in ospedale, sia che tale riduzione non si associa ad un aumento di eventi avversi, quali mancate diagnosi, re-ospedalizzazione o mortalità”.

 

Leggi anche:

GIMBE: MANOVRA CON PIÙ RISORSE PER IL SSN, MA BUIO PESTO SU PERSONALE

0
gimbe

Dall’analisi della Fondazione Gimbe sul testo approdato al Senato emergono più risorse per ridurre tempi di attesa e edilizia sanitaria, ma misure insufficienti per contratti e sblocco turnover

Un ‘paniere’ più ricco per la sanità ma risorse insufficienti per il personale. Questo, in sintesi, il giudizio della Fondazione Gimbe sul testo della Manovra approdato al Senato per quanto riguarda la sanità.

Il provvedimento contiene la previsione di un incremento di 200 milioni di euro per fare fronte alle liste di attesa. Aumentano di ulteriori 2 miliardi le risorse per edilizia sanitaria e ammodernamento tecnologico. D’altro lato però non ci sono risorse vincolate per i rinnovi contrattuali, né la rimozione dei vincoli di spesa per sbloccare il turnover. Nessuna traccia anche dell’emendamento per la riduzione del superticket.

Da qui l’esortazione del Gimbe a considerare l’adozione di misure per il personale. La Fondazione, inoltre, invita tutti ad un “sano realismo” perché le risorse certe sono solo quelle per il 2019. I 3,5 miliardi previsti per il 2020-2021 rimangono invece legati “ad ardite previsioni di crescita economica”.

“Desideriamo portare all’attenzione dell’opinione pubblica e della politica le nostre analisi e proposte per contribuire al dibattito parlamentare conclusivo”. Ad affermarlo è il presidente della Fondazione Gimbe, che sottolinea l’impossibilità di ottenere un’audizione formale in Commissione Bilancio.

L’analisi Gimbe da un prospetto aggiornato sulle cifre.

“Le dichiarazioni informali rilasciate tramite social, stampa e Tv – rileva la Fondazione – riportano dati parziali e incompleti, spesso utilizzati per strumentalizzazioni politiche”.

Tra i principali passi in avanti compiuti dalla Manovra rispetto al finanziamento pubblico della sanità figura l’aumento dei Fondi per la riduzione dei tempi di attesa. I 150 milioni di euro previsti per gli anni 2019-2021 diventano 350: 150 per il 2019 e 100 l’anno dal 2020. “È bene ribadire – spiega Cartabellotta – che si tratta di risorse vincolate a implementazione e ammodernamento delle infrastrutture tecnologiche legate ai sistemi di prenotazione elettronica”. In altri termini, le Regioni non potranno utilizzarle per assunzione di personale o acquisizione di prestazioni sanitarie da soggetti privati.

Quanto ai programmi di edilizia sanitaria e ammodernamento tecnologico il fondo aumenta complessivamente di 4 miliardi. “Una cifra indubbiamente rilevante – commenta Cartabellotta – ma troppo diluita nel tempo, visto che saranno nella disponibilità delle Regioni solo 100 milioni/anno per il 2021 e 2022, 400 milioni/anno dal 2023 al 2031 e 200 milioni nel 2032”.

Il testo della Manovra conferma poi i due fondi (500 milioni ciascuno) per farmaci innovativi e innovativi oncologici. I finanziamenti saranno trasferiti nello stato di previsione del Mef nell’ambito del finanziamento del Fondo sanitario nazionale cui concorre lo Stato.

Tuttavia, a fronte di conferme e passi avanti, secondo la Fondazione rimangono purtroppo ancora disattese inderogabili necessità per la tenuta del Ssn. In particolare quelle che riguardano il personale.

Nello specifico, gli spiragli intravisti dopo lo sciopero dei medici sui rinnovi contrattuali non si sono al momento concretizzati in risorse dedicate. Infatti, per la dirigenza, a partire dal triennio 2019-2021 l’indennità di esclusività concorrerà alla determinazione del monte salari, ma rimarrà nel Fsn indistinto. Inoltre, non vi è nessun riferimento alla retribuzione individuale di anzianità.

In tema di sblocco del turnover sono stati respinti gli emendamenti che proponevano di modificare il tetto di spesa per il personale, fissato all’ammontare del 2004 diminuito dell’1,3%. Nell’ambito dei Nuovi Lea, poi, non è presente alcuna nessuna proposta per sbloccare i nomenclatori tariffari ‘ostaggio’ del Mef per mancata copertura finanziaria. Infine non ha visto la luce l’emendamento per rifinanziare il fondo per ridurre il superticket.

Da qui le proposte avanzate dal Gimbe. La Fondazione, in particolare, suggerisce due ulteriori spunti per il dibattito parlamentare. In primis, distribuire equamente nel quinquennio 2019-2023 i 327,7 milioni stanziati per le borse di studio delle scuole di specializzazione. In tal modo si assicurerebbero nel 2023 ben 2.600 (invece che 900) nuovi specialisti. E ancora, spostare sulle Regioni i costi organizzativi del corso di formazione specifica in Medicina generale. Tale misura consentirebbe di aumentare il numero di borse da circa 250 a 290 l’anno.

 

Leggi anche:

RIDUZIONE DELLE LISTE DI ATTESA, GRILLO: È IL MOMENTO DI CAMBIARE

0
servizio sanitario nazionale sotto esame

 La Fondazione Gimbe mette il Servizio Sanitario nazionale sotto esame, tra carenze di personale medico, fondi, cure ed emergenze

Lo studio della Fondazione Gimbe mette il Servizio sanitario nazionale sotto esame.

Valutando il nostro Paese nel quadro internazionale, risulta che l’Italia deve migliorare alcune cose dal punto di vista sanitario.

“Abbiamo condotto – afferma Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe – una revisione sistematica ed un’analisi metodologica degli strumenti elaborati da otto organizzazioni internazionali per valutare l’affidabilità delle varie “classifiche”, da cui emergono alcune raccomandazioni chiave per il loro utilizzo nel dibattito pubblico e, soprattutto, nelle comunicazioni istituzionali”.

Il più preciso strumento di valutazione delle prestazioni dei sistemi sanitario è dell’Ocse.

Questo possiede il sistema più completo per valutare le performance e individuare le aree di miglioramento.

Abbiamo analizzato performance e posizione dell’Italia per tutti gli indicatori Ocse – aggiunge Cartabellotta – elaborando per ciascuna delle 9 categorie una tabella che riporta per ogni indicatore la posizione in classifica dell’Italia, il dato nazionale e la media Ocse”.

Lo studio della Fondazione Gimbe che mette il servizio sanitario nazionale sotto esame rivela come l’Italia sia in quarta posizione per l’aspettativa di vita alla nascita. Tuttavia, siamo in fondo alla classifica per mortalità cerebrovascolare (25°) e tumore (26°) e per basso peso alla nascita (29°).

Quanto ai fattori di rischio legati alla salute delle persone, l’Italia al terzo posto per consumo giornaliero di frutta. Siamo invece quarti per bassa incidenza di sovrappeso o obesità negli adulti.

Emerge, tuttavia, un netto peggioramento degli stili di vita nelle nuove generazioni.

Tra i dati più preoccupanti rilevati dal Gimbe quello della carenza di personale fa riflettere.

L’Italia occupa infatti il fondo della classifica per percentuale di medici ≥ 55 anni (30°), per numero di laureati in scienze infermieristiche (31°). Infine, anche per rapporto medici/infermieri (35°).

Quanto al tema dell’accesso alle cure, noi italiani siamo tra i primi posti per tempi di attesa per intervento di cataratta (2°). Ma anche per quelli di protesi di ginocchio (3°) e d’anca (4°).

Ancora, siamo al 20° posto per incidenza della spesa sanitaria privata, out-of-pocket, sui consumi totali delle famiglie.

Ma non ci sono solo cattive notizie.

L’Italia conquista il podio per basso numero di ricoveri per diabete negli adulti (1°), bassa percentuale di ritenzione di materiale estraneo durante interventi chirurgici (1°), bassa percentuale di traumi ostetrici (2°), basso numero di ricoveri per asma e broncopneumopatia cronica ostruttiva negli adulti (2°), bassa mortalità a 30 giorni dopo ricovero per infarto del miocardio (2°), bassa percentuale di amputazione degli arti inferiori in pazienti diabetici adulti (3°).

Un tasto dolente è quello delle vaccinazioni.

Siamo tra gli ultimi per diverse vaccinazioni in età pediatrica [epatite B (22°), difterite, tetano e pertosse (31°) e morbillo (44°)]. Siamo poi al 24° posto per mortalità per carcinoma della mammella e del colon-retto, per prescrizioni di antibiotici (28°) e per leucemia in età pediatrica (32°)”.

Tra gli altri dati significativi raccolti, il Gimbe segnala che siamo al 4° posto per disponibilità di apparecchiature per la risonanza magnetica.

Ancora, occupiamo gli ultimi posti per tagli cesarei (27°) e per degenza media del ricovero ospedaliero dopo infarto del miocardio (30°). Occupiamo poi il fondo alla classifica (26°) per utilizzo di farmaci equivalenti.

Il Gimbe segnala poi che siamo al 20° posto per aspettativa di vita in buona salute a 65 anni, al 21° per limitazioni nelle attività della vita quotidiana negli adulti over 65 anni, al 24° posto per la percentuale di adulti di età over 65 anni che percepiscono uno stato di salute buona o ottima, al 28° per posti letto in strutture per la long term care e al 43° per elevata prevalenza della demenza.

In conclusione, i dati del Gimbe, secondo Cartabellotta, “dimostrano che non è più tempo di illudersi utilizzando in maniera opportunistica le prestigiose posizioni del nostro SSN riferite a classifiche obsolete (2° posto OMS), oppure che mettono in relazione l’aspettativa di vita con la spesa sanitaria pro-capite (3° posto Bloomberg). Piuttosto, grazie al completo e aggiornato sistema Ocse, occorre individuare le criticità e predisporre le azioni di miglioramento per allinearsi a standard internazionali”.

 

Leggi anche:

VACCINI, GIMBE: CONSENSO ELETTORALE MISCELA LETALE PER LA SALUTE

0
compartecipazione alla spesa sanitaria

Presentato il report sui ticket del 2017 in cui si analizza il grado di compartecipazione alla spesa sanitaria tra stato e cittadini

Quanto cosa la compartecipazione alla spesa sanitaria? Lo analizza la fondazione Gimbe con il report Ticket 2017.

Secondo i dati raccolti i cittadini affrontano una spesa pro-capite di € 47,6, di cui € 25,5 per i farmaci e € 22,1 per le prestazioni specialistiche.

“La compartecipazione – afferma il Presidente Cartabellotta – introdotta come moderatore dei consumi si è progressivamente trasformata in un consistente capitolo di entrate per le Regioni”.

Nel 2017 ha raggiunto 2.884,6 milioni di euro. In dettaglio: € 1.548,0 milioni per i farmaci e € 1.336,6 milioni per le prestazioni specialistiche, incluse quelle di pronto soccorso (€ 42,7 milioni5) e altre prestazioni (€ 14,5 milioni).

La Fondazione Gimbe analizza i dati del 2017 confrontandoli con gli anni precedenti fino al 2014. Emerge che negli anni l’entità della compartecipazione alla spesa si è mantenuta costante.

Se nel 2014 la spesa per farmaci e prestazioni specialistiche erano sovrapponibili, negli anni successivi si è ridotta la spesa sulle prestazioni (-7,7%) ed è aumentata quella per i farmaci (+7,9%).

Differenze regionali

“Dalle nostre analisi emergono notevoli differenze regionali rispetto sia all’importo totale della compartecipazione alla spesa, sia alla ripartizione tra farmaci e prestazioni specialistiche”.

In particolare, se il range della quota pro-capite totale per i ticket oscilla da € 97,7 in Valle d’Aosta a € 30,4 in Sardegna. 

Per i farmaci varia da € 34,3 in Campania a € 15,6 in Friuli Venezia Giulia. Mentre per le prestazioni specialistiche si va da € 66,2 della Valle d’Aosta a € 8,6 della Sicilia.

Rispetto alla quota fissa per ricetta, non prevista da Marche, Sardegna e Friuli Venezia Giulia, il range varia da € 18,3 pro-capite della Valle d’Aosta a € 0,5 del Piemonte.

La quota differenziale per la scelta del farmaco di marca oscilla invece da € 22,9 pro-capite del Lazio a € 10,5 della Provincia di Bolzano. Interessante rilevare che tutte le Regioni sopra la media nazionale sono del centro-sud: oltre al già citato Lazio, Sicilia (€ 22,1 pro-capite), Calabria (€ 21,2) Basilicata (€ 21,2), Campania (€ 20,9), Puglia (€ 20,7), Molise (€ 20,3), Abruzzo (€ 19,5), Umbria (€ 19,5) e Marche (€ 18,2)”.

Il caso dei farmaci equivalenti

Come testimonia un report Ocse in Italia c’è una scarsa diffusione dei farmaci equivalenti. Siamo al penultimo posto su 27 paesi sia per valore, sia per volume del consumo degli equivalenti.

I cittadini preferiscono quindi il farmaco di marca rispetto all’equivalente.

Rispetto alla quota fissa per ricetta, non prevista da Marche, Sardegna e Friuli Venezia Giulia, il range varia da € 18,3 pro-capite della Valle d’Aosta a € 0,5 del Piemonte.

La quota differenziale sul prezzo di riferimento per la scelta del farmaco di marca oscilla invece da € 22,9 pro-capite del Lazio a € 10,5 della Provincia di Bolzano.

“Interessante rilevare che tutte le Regioni sopra la media nazionale sono del centro-sud: oltre al già citato Lazio, Sicilia (€ 22,1 pro-capite), Calabria (€ 21,2) Basilicata (€ 21,2), Campania (€ 20,9), Puglia (€ 20,7), Molise (€ 20,3), Abruzzo (€ 19,5), Umbria (€ 19,5) e Marche (€ 18,2)”.

“In dettaglio, dei € 1.549 milioni sborsati dai cittadini per il ticket sui farmaci, meno di un terzo sono relativi alla quota fissa per ricetta (€ 498,4 milioni pari a € 8,2 pro-capite).

I rimanenti € 1.049,6 milioni (€ 17,3 pro-capite) derivano dalla preferenza dei farmaci di marca.

Il superticket

Il superticket è una tassa di 10€ sulle prestazioni diagnostiche e di specialistica ambulatoriale, introdotto nel 2011. Non è obbligatorio, quindi ogni Regione lo applica secondo modalità e criteri specifici.

“Durante la scorsa legislatura – precisa il Presidente – non è stata effettuata la revisione dei criteri di compartecipazione alla spesa prevista dall’art. 8 del Patto per la Salute per evitare uno spostamento verso strutture private a causa di ticket troppo elevati per la specialistica”.

La Legge di Bilancio 20189 ha invece stanziato 60 milioni di euro per avviare una seppur parziale riduzione del superticket per la specialistica ambulatoriale.

Obiettivo del finanziamento “conseguire una maggiore equità e agevolare l’accesso alle prestazioni sanitarie da parte di specifiche categorie di soggetti vulnerabili”.

La Conferenza Stato-Regioninon ne ha ancora acquisito l’intesa per questo molte Regioni, tra cui Abruzzo, Emilia Romagna e Lombardia, hanno adottato soluzioni in autonomia per la riduzione del superticket.

Soluzioni possibili

La compartecipazione alla spesa sanitaria da parte dei cittadini è oggi un consistente capitolo delle entrate per le Regioni.

Le differenze regionali dettata dal grado di autonomia hanno creato una vera e propria “giunga dei ticket”.

Le differenze che riguardano non solo le prestazioni su cui vengono applicati ma anche gli importi che i cittadini sono tenuti a corrispondere, sia le regole utilizzate per definire le esenzioni.

Alla luce di questa situazione la fondazione Gimbe richiede quindi azioni differentie mirate per livellare la compartecipazione alla spesa sanitaria.

“Innanzitutto, dal punto di vista dell’equità̀ è indispensabile uniformare a livello nazionalei criteri per la compartecipazione alla spesa e le regole per definire le esenzioni”.

“In secondo luogo, anche al fine di ridurre le “fughe” verso il privato per le prestazioni specialistiche, occorre pervenire ad un definitivo superamento del superticket”.

Infine, sono indispensabili azioni concrete per aumentare l’utilizzo dei farmaci equivalenti visto che la preferenza per i farmaci brand oggi “pesa” per oltre un terzo della cifra totale sborsata dai cittadini per i ticket e per oltre 2/3 della compartecipazione per i farmaci”.

Barbara Zampini

 

Leggi anche:

SERVIZI SANITARI SUL TERRITORIO: CITTADINI PAGANO AL POSTO DELLO STATO

COSTI DELLA SANITÀ PUBBLICA E PRIVATA IN ITALIA

SPESA PUBBLICA PER LA SALUTE, L’ITALIA IN LINEA CON LA COMUNITÀ EUROPEA

SUPERTICKET SULLA SANITÀ: COSA È E PERCHÉ È COSÌ ODIATO DAI CITTADINI?

 

0
Formazione evidence based: l’analisi della Fondazione Gimbe

La Fondazione Gimbe, dal palco di Evidence Live 2018, analizza la situazione dell’università italiana in relazione alla formazione evidence based

Intervenuta alla manifestazione Evidence Live 2018, la Fondazione Gimbe si è espressa in merito alla situazione degli atenei italiani in relazione alla formazione evidence based.

La manifestazione Evidence Live 2018 è un evento internazionale che raduna a Oxford i massimi esperti nella produzione, sintesi e trasferimento delle evidenze scientifiche.

Secondo Nino Cartabellotta, presidente Gimbe, la formazione evidence based, quindi la medicina basata sulle evidenze, fa parte della formazione universitaria italiana solo sulla carta.

“Nonostante l’insegnamento sia previsto dal core curriculum della Conferenza dei presidenti dei corsi di laurea di medicina e chirurgia – afferma Cartabellotta – di fatto è ancora poco diffuso, oltre che prevalentemente espressione di iniziative locali piuttosto che dell’introduzione sistematica nella formazione universitaria del medico”.

Ebbene, la Fondazione Gimba ha presentato la propria relazione, redatta sulla base dei risultati della ricerca condotta in collaborazione con il Segretariato italiano studenti in medicina (Sism) e finanziata dalla Fondazione con la borsa di studio ‘Gioacchino Cartabellotta’.

“Negli ultimi 25 anni le Scuole di medicina di tutto il mondo – spiega Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – hanno integrato nei curricula formativi l’Evidence-based Medicine (Ebm) core curriculum, set standardizzato di conoscenze e competenze che permette al medico di essere indipendente nella ricerca, valutazione critica e applicazione delle migliori evidenze”.

Cartabellotta fa notare che l’integrazione della formazione evidence based nella pratica clinica migliora la qualità dell’assistenza e riduce gli sprechi.

In particolare, quelli conseguenti al sovra- e sotto-utilizzo di farmaci, test diagnostici, interventi chirurgici e altri interventi sanitari. Per questa ragione ha “finanziato questo studio per valutare il grado di penetrazione dell’Ebm nella formazione universitaria del medico in Italia, dove non esistono dati sistematici in merito”.

L’analisi del Gimbe sulla formazione evidence based

Lo studio ha riguardato 43 Corsi di laurea in Medicina e chirurgia in 37 atenei. Esso ha preso in considerazione vari documenti.

Si andava dal Core curriculum della Conferenza permanente dei presidenti a quello di ateneo. Dalla Scheda unica annuale ai Programmi dei corsi con elevata probabilità di contenuti Ebm. Tra questi vi erano: igiene e medicina preventiva/sanità pubblica, statistica medica, epidemiologia, metodologia clinica.

Dalla analisi condotta dal Gimbe risulta che “il core curriculum della Conferenza permanente dei presidenti dei Cdl include tutte le componenti dell’Ebm core curriculum”. E questo seppure non siano strutturati secondo standard internazionali.

Cartabellotta ha sottolineato come “la sezione 2 (Metodologie e scienze precliniche) riporta tra gli obiettivi formativi la capacità di valutare efficacia e appropriatezza degli interventi sanitari secondo i criteri dell’Ebm e di applicare l’Ebm per la soluzione di problemi clinici attraverso la formulazione dei quesiti clinici, la ricerca e la valutazione critica delle evidenze”.

Tuttavia, il Gimbe afferma che “l’analisi delle schede uniche annuali dimostra che solo il 19% dei corsi di laurea (8/43) prevede insegnamenti specifici sull’Ebm”.

E questo con una presenza variabile delle parole chiave.

“In particolare – afferma il Gimbe – il 58% delle schede riporta 1-3 parole chiave, il 30% 4-6 e il 12% 9-11. Su 128 programmi dei singoli corsi analizzati, solo 47 (37%) contengono parole chiave: 17 di Metodologia clinica, 11 di Igiene e medicina preventiva/sanità pubblica, 10 di Statistica medica/epidemiologia e 7 insegnamenti erano specificamente denominati ‘Evidence-based Medicine'”.

Oltre a questo, i corsi sono distribuiti in meno del 50% dei corsi di laurea (21/43) con una prevalenza molto variabile.

“Lo studio Gimbe-Sism – conclude Cartabellotta – dimostra che nonostante l’Ebm sia formalmente prevista dal core curriculum della Conferenza permanente dei presidenti dei Corsi di laurea, solo il 18% delle schede uniche annuali e il 37% dei programmi analizzati, distribuiti in meno del 50% dei Corsi di laurea, riportano contenuti relativi all’Ebm”.

Pertanto, la conclusione della Fondazione Gimbe è che la formazione evidence based è presente ma solo sulla carta.

 

Leggi anche:

TERZO RAPPORTO SULLA SOSTENIBILITÀ DEL SSN: L’ANALISI DEL GIMBE

0
Terzo rapporto sulla sostenibilità del Ssn: l’analisi del Gimbe

Pochi fondi, sprechi, inefficienze e un sistema che ha bisogno di un deciso cambio di rotta per quel che concerne i finanziamenti. Ecco il terzo rapporto sulla sostenibilità del Ssn redatto dal Gimbe.

È stato presentato oggi nella Sala capitolare del Senato a Roma il terzo rapporto sulla sostenibilità del Ssn redatto dalla Fondazione Gimbe.

La relazione fotografa una situazione che vede il nostro sistema sanitario al bivio, in grave difficoltà a causa di sprechi e inefficienze. Il Rapporto analizza in dettaglio l’impatto di fondi sanitari e polizze assicurative sulla spesa sanitaria e anche i potenziali effetti collaterali. Quindi i rischi per la sostenibilità, quelli derivanti dalla privatizzazione, così come l’aumento delle diseguaglianze e molto altro.

Ma i dati, soprattutto quelli che riguardano la spesa e il definanziamento del sistema, non lasciano ben sperare.

“Ribadiamo – sottolinea il presidente della Fondazione, Nino Cartabellotta – che non esiste alcun disegno occulto di smantellamento e privatizzazione del Servizio sanitario nazionale, ma continua a mancare un piano preciso di salvataggio”.

Il terzo rapporto sulla sostenibilità del Ssn, infatti, riflette una situazione in cui si rilevano diverse criticità.

Come ad esempio quelle riguardanti i Lea. Per Cartabellotta, “nell’impossibilità di aumentare il finanziamento pubblico è indispensabile rivalutare complessivamente tutte le prestazioni inserite nei Lea per attuare un ‘consistente sfoltimento’ e mettere fine all’inaccettabile paradosso per cui in Italia convivono il ‘paniere Lea’ più ricco (sulla carta) e un finanziamento pubblico tra i più bassi d’Europa”.

La priorità, per il Gimbe, è quella di invertire la rotta dei finanziamenti. Ricordando che la spesa sanitaria è “una leva di sviluppo economico da sostenere”.

In tal senso, il terzo rapporto Gimbe “valuta con una prospettiva di medio termine il tema della sostenibilità del Ssn, ripartendo dal suo obiettivo primario: promuovere, mantenere e recuperare la salute delle persone”.

Tra le altre priorità, per Cartabellotta, c’è quella di “fermare le strumentalizzazioni nel dibattito pubblico e nelle comunicazioni istituzionali che decantano prestigiose posizioni del nostro Ssn in classifiche ormai obsolete (secondo posto nella classifica Oms del 2000, con dati 1997), o che mettono in relazione l’aspettativa di vita con la spesa sanitaria pro-capite (terzo posto nella classifica Bloomberg) per cui meno spendiamo più scaliamo la classifica, visto che la longevità dipende soprattutto da altre ragioni”.

Questo in un contesto in cui la spesa per la sanità pubblica continua a scendere.

Secondo il terzo rapporto Gimbe, infatti, la spesa sanitaria nel 2016 ammonta a 157,613 miliardi di euro, di cui 112,182 mld di spesa pubblica.

Ci sono poi 45,431 mld di spesa privata, di cui 5,601 mld di intermediata e ben 39,830 miliardi a carico delle famiglie.

“La vera sfida è identificare il ritorno in termini di salute delle risorse investite- afferma il presidente Gimbe – le nostre stime preliminari dimostrano che il 19% della spesa pubblica, almeno il 40% di quella out-of-pocket e il 50% di quella intermediata non producono alcun ritorno in termini di salute”, evidenzia l’esperto.

Secondo le stime del terzo Rapporto Gimbe, nel 2025 il fabbisogno del Ssn sarà di 220 miliardi.

Con un incremento stimato della spesa sanitaria totale nel periodo 2017-2025 di 27 miliardi (9 miliardi di spesa pubblica e 18 mld privata) si arriverebbe nel 2025 a poco più di 184 miliardi. Una cifrà cui bisogna aggiungere circa 15 miliardi dal recupero graduale di risorse da sprechi e inefficienze.

Nonostante questo però, per raggiungere il fabbisogno stimato mancherebbero comunque ancora 20,5 miliardi. “Una cifra – afferma Cartabellotta – che impone scelte politiche ben precise”.

Che ricorda l’importanza delle decisioni del nuovo esecutivo in termini di finanziamento al Ssn.

Pertanto il Gimbe monitorerà il programma di Governo per la sanità “perché – conclude Cartabellotta – il diritto alla tutela della salute degli italiani è oggi più che mai condizionato da scelte politiche”.

 

 

Leggi anche:

ALTERNATIVE ALLE CURE OSPEDALIERE, LA ANALISI DEL GIMBE

0
programmi elettorali e sanità

La Fondazione Gimbe torna a parlare di programmi elettorali e sanità, criticando le proposte delle diverse forze politiche in campo

Come annunciato poco tempo fa, la Fondazione Gimbe punta i riflettori sul complesso rapporto tra programmi elettorali e sanità in vista dell’appuntamento con le urne del prossimo 4 marzo.

Secondo Nino Cartabellotta, infatti, nessun partito intende rimettere la sanità al centro dell’agenda politica. Non solo. Non si intravede alcun ‘piano di salvataggio’ del SSN che sia coerente con le principali determinanti della crisi di sostenibilità.

Il presidente Gimbe annovera tra queste il definanziamento, il ‘paniere’ Lea troppo ampio, gli sprechi e le inefficienze. Ma anche la deregulation della sanità integrativa e le diseguaglianze regionali e locali.

“A 5 anni dal lancio del programma #salviamoSsn – afferma Nino Cartabellotta – abbiamo esortato tutte le forze politiche a mettere nero su bianco proposte convergenti per la sanità pubblica e avviato il monitoraggio comparativo dei programmi elettorali, nella ferma convinzione che, se è vero che non esiste un piano occulto di smantellamento e privatizzazione del Ssn, è altrettanto certo che continua a mancare un preciso programma politico per il suo salvataggio”.

Insomma, i cieli si annuvolano sul binomio programmi elettorali e sanità, come peraltro confermato dalle stime del 2° Rapporto Gimbe sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale.

Dati che, come sottolinea il Gimbe, lasciano intuire che la prossima legislatura sarà determinante per il destino del Ssn.

Proprio per tale ragione, Cartabellotta esorta tutte le forze politiche in campo a rimettere la sanità al centro dall’agenda di Governo.

Dal monitoraggio iniziale da parte dell’Osservatorio Gimbe – prosegue la Fondazione – emergono i primi dati, “tanto significativi quanto inquietanti”.

Tra questi, ad esempio, il fatto che quasi tutte le forze politiche affermano che la salute è un diritto fondamentale da tutelare, ma poche parlano di sostenibilità del Ssn.

Ancora: nessuno si è espresso sulla necessità di rilanciare il finanziamento pubblico della sanità. Infine, pochi programmi enfatizzano il concetto di salvaguardare la ‘salute in tutte le politiche’, in particolare quelle ambientali e alimentari.

E non è tutto. Anche la sostenibilità economica delle proposte appare al Gimbe “un optional”, visto che solo in rarissimi casi vengono dettagliate le relative modalità di finanziamento.

Quanto invece a sostenibilità dei nuovi Lea e definanziamento pubblico del Ssn, nessun programma ne fa cenno.

Secondo Cartabellotta, inoltre, sono poche anche le proposte concrete sull’assistenza socio-sanitaria e, soprattutto, sulla non autosufficienza.

La programmazione del fabbisogno di medici e altri professionisti della salute è, di fatto, presa in considerazione solo da due programmi elettorali.

In più – continua l’analisi del Gimbe – pochi programmi vedo come prioritarie la riduzione degli sprechi e il riordino normativo della sanità integrativa.

Non mancano poi proposte che il Gimbe non esita a definire “tossiche”.

Si tratta, in particolare, di quelle che, minando i principi di universalismo ed equità del Ssn, vorrebbe alimentare la competizione pubblico-privato.

“Al di là delle dichiarazioni di intenti – ha concluso Cartabellotta – dalla nostra analisi emerge per l’elettore un amletico dubbio: coloro che aspirano a governare il nostro Paese hanno una conoscenza davvero così limitata dello stato di salute della sanità pubblica? Oppure ne hanno piena consapevolezza, ma preferiscono utilizzare armi di distrazioni di massa sperando che sia il futuro a prendersi cura del Ssn?”.

 

 

 

Leggi anche:

SANITÀ ED ELEZIONI: IL GIMBE VIGILERÀ SULLE PROMESSE DELLA POLITICA

LE ULTIME NEWS