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francesco carraro

La Cassazione è tornata sul tema del nesso di causa nell’ambito della responsabilità professionale medica con la sentenza nr. 8461 del 27.03.19

Il caso

Si trattava di un caso in cui i ricorrenti avevano impugnato una pronuncia della Corte d’Appello di Genova che aveva solo parzialmente accolto la domanda (dei prossimi congiunti di una vittima primaria) di risarcimento per danni subiti iure proprio e iure hereditario a causa di decesso della paziente per ritardata diagnosi di carcinoma mammario.
In particolare, il caso concerneva una signora alla quale era stato diagnosticata la presenza di masse tumorali benigne al seno nel gennaio 2003 e che, nel successivo mese di ottobre, aveva invece scoperto (grazie a un esame istologico) la natura maligna e aggressiva della patologia, tale da rendere necessaria una asportazione totale della mammella e conseguenti cure chemioterapiche.
La Corte di Cassazione, in primo luogo, ribadisce la linea adottata con la pronuncia nr. 576 del 2008 secondo la quale, in ambito di malpractice, il nesso causale è disciplinato dalla ratio elicitabile dagli  artt. 40 e 41 del codice penale temperata dal criterio della cosiddetta “causalità adeguata”: un evento può considerarsi causato da un altro se esso non si sarebbe verificato in assenza del precedente. Tuttavia, all’interno della serie causale, occorre dare rilievo solo a quegli accadimenti prodromici (rispetto a quello analizzato) che non appaiono, ad una valutazione ex ante, del tutto inverosimili.

La regola della “preponderanza dell’evidenza”

Va, peraltro, rammentato che la valutazione eziologica in materia civile deve essere illuminata e orientata dalla cosiddetta regola della “preponderanza dell’evidenza”.
Pertanto, se il giudice appura una omissione di attività professionale in capo a un medico, egli può ritenere, in assenza di fattori esplicativi alternativi, che l’omissione sia stata la causa dell’evento lesivo e che, per converso, la condotta doverosa, ove tenuta, avrebbe impedito il verificarsi dell’evento (Cass. nr. 16123 /2010, nr. 12686/2011 e nr. 6698/2018).
Non si dimentichi che “anticipare il decesso di una persona già destinata a morire perchè afflitta da una patologia costituisce pur sempre una condotta legata da nesso di causalità rispetto all’evento morte e obbliga chi l’ha tenuta al risarcimento del danno” (Cass. 20996/2012).
Gli Ermellini hanno censurato la sentenza di secondo grado in quanto essa non ha tenuto presente che la prognosi della signora, al momento della mancata diagnosi del gennaio 2003, prevedeva una probabilità di vita a 10 anni compresa tra il 75 e l’85% e un rischio di morte compreso tra il 7 e il 13%.

Il principio di diritto

In definitiva, la Corte così riassume il contenuto della propria decisione: “è configurabile il nesso causale tra il comportamento omissivo del medico ed il pregiudizio subito dal paziente qualora attraverso un criterio necessariamente probabilistico, si ritenga che l’opera del medico, se correttamente e prontamente prestata, avrebbe avuto serie ed apprezzabili possibilità di evitare il danno verificatosi: laddove il danno dedotto sia costituito anche dall’evento morte sopraggiunto in corso di causa ed oggetto della domanda in quanto riconducibile al medesimo illecito, il giudice di merito, dopo aver provveduto alla esatta individuazione del petitum, dovrà applicare la regola della preponderanza dell’evidenza o del ‘più probabile che non’ al nesso di causalità fra la condotta del medico e tutte le conseguenze dannose che da essa sono scaturite”.
Inoltre, “ove la decisione del giudice sia fondata sulle risultanze di una CTU, l’accertamento tecnico svolto deve essere valutato nel suo complesso, tenendo conto anche dei chiarimenti integrativi prestati sui rilievi dei consulenti di parte: il mancato e completo esame delle risultanze della CTU integra un vizio della sentenza che può essere fatto valere, nel giudizio di Cassazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, risolvendosi nell’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti“.

Avv. Francesco Carraro

 
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lavoratori

Contano più le casse dell’Inail o le tasche dei lavoratori? Da come guardi il mondo, tutto dipende, cantava Jarabe de Palo

E ciò vale senz’altro per una piccola, grande novità contenuta nel decreto fiscale e sfuggita all’attenzione dei più. Partiamo dal principio. Per effetto della manovra, l’Inail dovrà fare i conti con una riduzione dei premi pagati dalle imprese al fine di assicurare i lavoratori contro gli infortuni e contro le malattie. Il taglio è pari a un 15,24 per cento, per minori entrate stimate in un miliardo e 535 milioni nel triennio 2019-2021. Ma se con una mano lo Stato ha tolto, con una mano (la solita manina?) ha restituito. Infatti, nelle pieghe del decreto fiscale, è stata inserita una novità nient’affatto favorevole per coloro che incorrono in un infortunio sul lavoro “in itinere”, cioè durante il tragitto casa-lavoro, e viceversa.  Ci riferiamo alla modifica dell’art. 142 del decreto legislativo nr. 209 del 2005 (Nuovo Codice delle Assicurazioni).

I casi di infortunio del lavoratore

Per capire di cosa stiamo parlando, dobbiamo fare un passo indietro e ricordare cosa succede nel caso in cui il lavoratore incappa in un incidente stradale, riportando lesioni pari o superiori al 16 per cento di invalidità permanente.

L’Inail corrisponde all’infortunato delle somme sotto forma di rendite: una come indennizzo del danno biologico (cioè all’integrità psicofisica) e una come indennizzo del pregiudizio patrimoniale (cioè alla capacità lavorativa). Il lavoratore infortunato, tuttavia, può avanzare nei confronti dell’assicurazione automobilistica del responsabile del sinistro una ulteriore pretesa per vedersi ristorare i cosiddetti danni “complementari” e “differenziali”. Si tratta, per farla molto semplice, di quelle voci di danno che l’Inail non indennizza proprio o non indennizza per intero. Per esempio, il danno biologico temporaneo o quello da sofferenza morale, che l’Inail non paga affatto, o una parte del danno biologico permanente, che l’Inail ristora solo in misura parziale. In genere –  ad oggi e di regola –  accade che l’assicurazione del responsabile civile  tratta con il danneggiato e poi gli risarcisce il danno non patrimoniale in base all’entità delle lesioni accertate e alla conseguente monetizzazione delle stesse effettuata secondo precise tabelle elaborate dalla giurisprudenza del Tribunale di Milano. Una volta fatti i “conti della serva”, per così dire, l’assicurazione, in sede di trattativa, o il giudice all’esito di una causa civile, defalcano da quanto spetterebbe al lavoratore, la somma corrispondente al capitale che l’Inail ha accantonato al fine di erogare alla vittima una rendita a titolo di danno biologico. Questa porzione del risarcimento sottratta al lavoratore finisce nella casse dell’Inail.

In gergo, si dice che l’Inail si surroga nei diritti del lavoratore ed è un meccanismo pensato per evitare che l’infortunato venga risarcito due volte per lo stesso danno.

Secondo la giurisprudenza, però, l’Inail non può rivalersi su tutte le somme erogate, a titolo di danno biologico permanente, dall’assicurazione del responsabile civile a favore del lavoratore danneggiato.

Più precisamente, l’Inail – dalla torta del ristoro del danno biologico permanente spettante al lavoratore – potrà ritagliarsi solo una fetta corrispondente a ciò che l’istituto ha corrisposto alla vittima sempre come danno biologico permanente, non anche una fetta corrispondente a ciò che l’istituto ha corrisposto alla vittima come  danno patrimoniale. Il che è logico, giusto e corrispondente a buon senso: il lavoratore non deve essere risarcito due volte per la stessa voce di danno –  abbiamo detto –  ma non deve neppure ricevere meno di quanto gli spetta. Ebbene, l’art. 142 del Nuovo Codice delle Assicurazioni è stato modificato, dal decreto fiscale 2019, in senso opposto a quello cui era pervenuta la giurisprudenza di cui sopra. Infatti, vi si legge che l’assicurazione potrà procedere alla liquidazione del danno a favore del lavoratore infortunato solo previo accantonamento, a beneficio dell’ente pubblico, di una somma “a valere sul complessivo risarcimento” idonea a coprire il credito dell’ente per le somme erogate o da erogare “a qualsiasi titolo”. Facciamo un esempio ipotetico, con valori puramente simbolici, tanto per capire le conseguenze pratiche di tutta la faccenda: supponiamo che un dipendente, tornando a casa in bicicletta da lavoro,  venga investito da un’auto e riporti un  danno biologico permanente pari a un tot per cento per un controvalore in denaro di 100.000 euro. Supponiamo, altresì, che l’Inail accantoni, a favore dello sventurato ciclista, 100.000 euro (di cui 50.000 a titolo di ristoro del danno biologico permanente e 50.000 a titolo di ristoro del pregiudizio patrimoniale).

Facciamo due conti!

Ebbene, fate due conti: con il “vecchio” sistema, al nostro toccavano 50.000 euro di risarcimento (cioè 100.000 meno 50.000 che finivano all’istituto). Con il nuovo sistema, lo stesso povero diavolo otterrebbe un risarcimento, rispetto alle succitate voci, pari a zero e l’ente si piglierebbe tutta la posta.

Quindi, riassumendo, possiamo tranquillamente affermare che, con la riforma in questione, l’Inail potrebbe guadagnarci un bel po’ di quattrini a tutto svantaggio delle vittime degli infortuni sul lavoro. Forse ciò consentirà all’Istituto di “tamponare” gli effetti della riduzione dei premi di cui parlavamo all’inizio. Di certo – a meno di aggiustamenti giurisprudenziali di segno contrario, sempre possibili in Italia –  a rimetterci saranno i diritti dei lavoratori danneggiati a un equo e integrale risarcimento del danno biologico patito.

Avv. Francesco Carraro

 

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incidente stradale

Una sentenza della Cassazione penale del 19.10.2018, la n. 47750, si è pronunciata sul dibattuto tema della nozione di ‘incidente stradale’ in ambito penale con precipuo riferimento all’art. 186 comma 2 bis del Codice della Strada

Cogliamo l’occasione per rammentare che l’azione penale è contemplata dall’art. 186 comma secondo lett. b) e c). La lettera a), invece, contempla esclusivamente sanzioni amministrative per il responsabile. Il comma 2 bis dell’art.186 C.d.s., infine, prevede l’aggravante ad effetto speciale ricorrente allorquando si verifica un incidente stradale. Se un conducente, di cui si sia accertata strumentalmente l’ebbrezza, provoca un sinistro, le sanzioni di cui al comma 2 (compresa la sanzione amministrativa della sospensione della patente di guida) sono raddoppiate ed è disposto il fermo amministrativo del veicolo per 180 giorni, salvo che il veicolo appartenga a persona estranea all’illecito. Inoltre, per il caso in cui venga accertato un tasso alcolemico superiore a 1,5 g/l la patente di guida è sempre revocata.

Come appena evidenziato, il legislatore ha previsto una aggravante nell’ipotesi in cui il reo abbia provocato un incidente stradale. Il quesito che ci si è ripetutamente posti, nelle aule di giustizia e anche a livello di dottrina, concerne la corretta lettura del concetto veicolato dalla prefata norma. Altrimenti detto: provocare un incidente stradale significa essere fattivamente implicati nella genesi eziologica dello stesso ovvero anche solo esserne, anche involontariamente, coinvolti?

In giurisprudenza, sul punto si è creata una divergenza di orientamenti. Per un primo filone ‘provocare un incidente’ significa che è stato accertato il coefficiente causale della condotta rispetto al sinistro, non essendo sufficiente il mero coinvolgimento del soggetto (Sez. 4, n. 33760 del 17.5.17, Sez. 4, n. 37743 del 28.5.13). Secondo altre pronunce, invece, non è necessario l’accertamento del nesso eziologico tra l’incidente e la condotta del supposto responsabile, ma il semplice collegamento  materiale tra il sinistro e lo stato di alterazione del guidatore, al quale sia imputabile – proprio per effetto dell’ebbrezza riscontrata – una diminuita capacità di compiere  manovre diversive (Cassazione, Sez. 4, n. 54991 del 24.10.17).

Ebbene, la conclusione a cui giunge la pronuncia in commento sposa sostanzialmente la linea interpretativa più “letterale” e, a parere di chi scrive, anche giusta.

Provocare un incidente significa fornire un contributo causale determinante (anche se in termini di mera concorsualità) nella produzione dell’evento.

Quindi, potrà essere oggetto di una sanzione penale aggravata solo il conducente di un veicolo il quale, trovandosi in stato di ebbrezza, abbia determinato con il proprio comportamento colposo l’incedente automobilistico, ovvero abbia contribuito a determinarlo insieme all’azione congiunta di altri soggetti coinvolti nell’occorso lesivo.

Sarebbe del tutto iniquo applicare un appesantimento delle conseguenze sanzionatorie di carattere penale o amministrativo a danno di un utente della strada il quale, se pur in condizioni di ebbrezza, abbia finito per essere coinvolto, ma senza fornire alcun contributo sotto il profilo eziologico, in un sinistro causato da terzi e rispetto al quale egli non aveva nessuna responsabilità quantomeno rispetto all’elemento oggettivo dell’illecito.

Nel caso di specie, affrontato dagli Ermellini, in particolare, l’imputato è stato considerato colpevole e meritevole dell’aggravante non perché, da ebbro, sia rimasto coinvolto in un incidente ma perché tale incidente ha trovato, quanto meno in parte, la sua scaturigine genetica nella manifesta e accertata incapacità del guidatore di evitare l’evento.

Avv. Francesco Carraro

(Foro di Padova)

 

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pensione di reversibilità

Risarcimento e pensione di reversibilità: dopo 10 anni dalle celeberrime sentenze di San Martino, dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione ecco un nuovo “parto” quadri-gemellare.

In questo parto quadrigemellare il “prodotto” che ci interessa riguarda la detraibilità della pensione di reversibilità dal risarcimento.

Comunque, ci riferiamo alle quattro sentenze rese in data 22.05.2018 e recanti i numeri 12.564, 12.565, 12.566, e 12.567 che hanno affrontato il tema della cosiddetta compensatio lucri cum damno. Ovverossia, di tutti quei casi in cui, da un determinato evento, discendono – a beneficio e a danno del medesimo destinatario –  effetti, nel contempo, benefici e pregiudizievoli.

Le pronunce in questione erano attese con ansia da tutti gli operatori del settore i quali, da quasi un anno (le ordinanze di rimessione risalgono, infatti, al 22.06.2017) attendevano il fatidico verdetto destinato a impattare in maniera significativa sia sulle legittime aspettative risarcitorie delle vittime dei sinistri stradali (e non solo) sia sulle casse (certamente non esangui) delle compagnie del comparto assicurativo.

Per capire l’importanza della questione, è sufficiente ricordare lo scalpore suscitato dalla cosiddetta “sentenza Rossetti” con la quale, un paio d’anni fa, la Suprema Corte aveva sancito il principio per cui –  dall’importo ricevuto a titolo di risarcimento – il danneggiato avrebbe dovuto defalcare quanto ottenuto in forza di indennizzo erogato in base a una polizza infortuni.

Ora, la prima sensazione cui bisogna resistere nell’affrontare le pronunce del 22 maggio è quella di compiere una valutazione sommaria che accomuni indiscriminatamente i quattro casi diversi affrontati dagli Ermellini.

Se è ben vero che, dalle pronunce in commento, è estrapolabile una ratio comune, è altrettanto vero che le fattispecie trattate in concreto dalla Cassazione sono sufficientemente diverse e distinte, l’una dall’altra, da meritare (ciascuna) un approfondimento monografico.

Per la precisione, la sentenza 12.564 si è occupata della potenziale sovrapposizione tra la somma ricevuta (a titolo di risarcimento del danno patrimoniale) dal familiare di una persona deceduta e il valore capitale della pensione di reversibilità accordata dall’INPS al medesimo soggetto in conseguenza della morte del proprio congiunto.

La sentenza 12.565 (che si è occupata della tragedia di Ustica) ha risposto al quesito se il danno da fatto illecito debba essere, o meno, liquidato sottraendo dall’ammontare della posta risarcitoria l’importo discendente dalla indennità assicurativa dovuta al danneggiato assicurato giusta polizza infortuni da quest’ultimo stipulata.

La sentenza 12.566 riguarda, invece, la possibilità di defalcare dalla rendita ottenuta dal lavoratore infortunato (per l’inabilità permanente) grazie agli “ammortizzatori sociali” vigenti, l’ammontare del risarcimento posto, per il medesimo titolo, a carico del responsabile del fatto illecito.

Infine, la sentenza 12.567 si è chiesta se – dal risarcimento del danno patrimoniale per l’assistenza necessaria (vita natural durante) a beneficio di un neonato (la cui salute sia stata irrimediabilmente compromessa da un caso di malpractice medica) – debba essere scomputato il valore capitalizzato della indennità di accompagnamento ottenuta dalla vittima in conseguenza di quel fatto e alla medesima erogata dall’INPS.

Cominciamo con il dire che il principio guida –  la bussola ermeneutica, per così dire, –  messa a disposizione dalla Sezioni Unite (e impiegabile in tutti i casi testè menzionati) è quella del “criterio funzionale”.

Ciò significa che il principio della compensatio potrà e dovrà essere applicato solo quando i benefici “lucrati” dalla vittima abbiano lo stesso nesso funzionale; cioè, siano destinati al medesimo scopo consistente nel ristorare la vittima delle conseguenze pregiudizievoli patite per effetto del fatto illecito del terzo. Altrimenti detto, il criterio discriminante per stabilire se due distinte erogazioni possano, oppure no, sommarsi a buon pro del medesimo destinatario, non bisogna guardare tanto al titolo (differente o meno) da cui le stesse scaturiscono. Bisognerà, semmai, passare al vaglio, con il dovuto scrupolo, la funzione dei titoli in forza dei quali la vittima è stata beneficata.

La Corte sottolinea quanto segue: “Affidare i criteri di selezione (tra i casi in cui ammettere o negare il cumulo) all’asettico utilizzo delle medesime regole anche per il vantaggio finisce per ridurre la quantificazione del danno ad una mera operazione contabile trascurando così la doverosa indagine sulla ragione giustificatrice della attribuzione patrimoniale entrata nel patrimonio del danneggiato”.

Al contrario, onde individuare un corretto criterio di selezione, è necessario guardare alla funzione di cui al beneficio collaterale, onde accertare se  esso sia compatibile o meno con una imputazione al risarcimento.

Proprio alla luce dei succitati principi, discende, per logica e coerente conseguenza, che la pensione di reversibilità non potrà mai essere scomputata dal danno patrimoniale sofferto dal familiare di un soggetto deceduto  per colpa altrui.

Infatti, la pensione di reversibilità (che appartiene al più ampio genus delle pensioni ai superstiti) è una forma di tutela previdenziale in cui l’evento protetto è la morte, cioè un fatto naturale che, per presunzione legislativa, genera uno status di bisogno in capo ai familiare del defunto.

Ergo, per l’ordinamento, la pensione di reversibilità è uno strumento finalizzato a un interesse superiore della collettività destinato a sgravare i cittadini dai bisogni conseguenti a un lutto e a garantire loro quelle minime condizioni economiche e sociali  indispensabili a garantire il godimento dei diritti civili e politici ex art. 3 della Costituzione, nonchè lo specifico diritto dei lavoratori al trattamento preferenziale (rispetto alla generalità dei cittadini) ai sensi e per gli effetti dell’art. 38 della nostra Carta fondamentale.

Per andare al nocciolo della questione, si può sintetizzare il tutto affermando che l’erogazione della pensione di reversibilità non è geneticamente connotata dall’obbiettivo di rimuovere le conseguenze dannose, sotto il profilo patrimoniale, prodottesi in capo al danneggiato per effetto del fatto illecito altrui. La pensione di reversibilità non ha una finalità indennitaria, ma costituisce, semmai, l’adempimento, da parte dell’ordinamento, di una promessa nei confronti del lavoratore assicurato (e deceduto) il quale aveva sacrificato una quota parte del proprio reddito per alimentare la propria posizione previdenziale.

La ragione giustificatrice di tale indennità non permette, pertanto, di scomputare gli importi ricevuti a titolo di pensione di reversibilità da quanto corrisposto dal responsabile del danno proprio perché i “disegni attributivi causali” (per usare il gergo della Suprema Corte) delle due fattispecie sono completamente diversi.

Infine –  sottolineano gli Ermellini – non esiste neppure sul piano del diritto positivo alcuna norma  che garantisca all’ente previdenziale un’azione di surrogazione rispetto a tale  pensione di reversibilità: infatti, la surrogazione di cui all’art. 1916, comma quarto si applica solo alle assicurazioni sociali contro gli infortuni sul lavoro, mentre l’art. 14 della legge 222 del 12.07.1984 prevede una surroga per le prestazioni in tema di invalidità pensionabile non omologabili alle pensioni di reversibilità.

Avv. Francesco Carraro

(Foro di Padova)

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infezioni nosocomiali

Il pregio della sentenza in commento consiste nell’aver correttamente applicato, alla questione delle infezioni nosocomiali, un principio cardine dell’onus probandi in ambito di RC-medica

Parliamo di infezioni nosocomiali e l’occasione ci è offerta da una sentenza del Tribunale di Roma del 27.9.2018, con la quale il giudice capitolino si è soffermato su una delle piaghe più diffuse in ambito di malpractice sanitaria. Ci riferiamo, per l’appunto, al tema delle infezioni ospedaliere che costituiscono uno dei più paradossali risvolti di quel ‘buco nero’ del sistema sanitario nazionale che risponde al nome di malasanità.

Nonostante possa sembrare assurdo, l’ospedale è uno dei luoghi in cui è più facile e frequente contrarre patologie per effetto dell’attacco di germi e batteri.

Ciò accade sia perché la popolazione di un nosocomio è costituita, per la gran parte, da soggetti (i pazienti) il cui organismo è già debilitato, a volte pesantemente, da un pregresso stato morboso sia perché gli ambienti ospedalieri pullulano di agenti patogeni multi-resistenti.

Ci riferiamo a virus e batteri forieri di una formidabile capacità di rendersi inattingibili alle contromisure di carattere profilattico ed antibiotico.

Il pregio della sentenza in commento consiste nell’aver correttamente applicato, alla questione delle infezioni nosocomiali, un principio cardine dell’onus probandi in ambito di RC-medica.

Più in particolare, il Tribunale romano ha rammentato come la presunzione di responsabilità di natura contrattuale (sussistente a carico delle strutture sanitarie e normativamente ‘consacrata’ dalla legge Gelli-Bianco del 2017) comporta che – di fronte a  una conclamata infezione – l’azienda ospedaliera deve essere ritenuta responsabile salvo che dimostri la ricorrenza, nella fattispecie, di quell’evento di carattere straordinario ed eccezionale in grado di superare la presunzione di colpa di cui all’art. 1218 del c.c.

Ovviamente, tale prova non può consistere solo nella dimostrazione di avere somministrato al paziente misure di carattere profilattico coerenti con le linee guida e i protocolli più accreditati.

È anche, e soprattutto, necessario che l’azienda convenuta in giudizio dimostri di aver posto in essere tutti quei presidi connessi con una adeguata sanificazione ambientale propedeutica a minimizzare, se non azzerare del tutto, i rischi di contagio.

Teniamo presente che la contrazione di un agente infettivo è una delle complicanze maggiormente prevedibili, benché non facilmente prevenibili, nell’espletamento del servizio di assistenza ospedaliera. Sarà dunque ben difficile che la struttura sanitaria riesca a fornire la  probatio diabolica di cui trattasi.

Il che non deve essere letto come un accanimento ingiustificato nei confronti del sistema sanitario quanto piuttosto come un invito alla massima sollecitudine e diligenza nell’approntare le elementari accortezze in grado di salvaguardare la salute, o addirittura di salvare la vita, di migliaia di persone.

Spesso, in consimili casi, giudici e medici legali dimenticano un aspetto dirimente, concentrandosi solo sulla somministrazione antibiotica e non sulle condizioni generali dell’ambiente in cui l’intervento è avvenuto: anche ammesso che la profilassi pre e post-operatoria sul paziente sia stata positivamente effettuata (il che non esclude comunque in toto il rischio di infezioni), le convenute strutture sanitarie devono sempre –  se non prima di tutto –  dimostrare di aver fatto tutto quanto competeva loro onde garantire la salubrità e l’igienizzazione dei luoghi, sia prima che durante che dopo l’intervento. Laddove questa prova manchi – e siano stati invece soddisfatti gli oneri probatori incombenti sull’attore –   deve seguire necessariamente la condanna.

Avv. Francesco Carraro

(Foro di Padova)

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Componente dinamico-relazionale

L’estensore si dilunga richiamando tutti i precedenti normativi e dottrinari atti a dimostrare che, in verità, discorrere di componente dinamico-relazionale e di danno biologico significa disquisire – per lo più e soprattutto – della stessa cosa

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione, depositata il 27 marzo 2018, relatore Dr. Rossetti, affronta il tema della corretta terminologia e quello, speculare e conseguente, dell’importanza di un suo impiego adeguato in ambito di responsabilità civile. Si parla, quindi, del patrimonio concettuale degli operatori del settore nella  materia del risarcimento del danno.

Tuttavia, la parte interessante della pronuncia non è quella su cui maggiormente si spende la Suprema Corte –  l’oggetto del contendere, per così dire –  ma semmai quella dedicata a due tematiche apparentemente secondarie, e in realtà dirimenti, e impattanti in ben più larga misura sul lavoro quotidiano degli avvocati e dei medici legali.

Ci spieghiamo. L’ordinanza si occupa, innanzitutto, della definizione di danno biologico e della categoria della componente dinamico-relazionale di tale voce di danno. L’estensore si dilunga richiamando tutti i precedenti normativi e dottrinari atti a dimostrare che, in verità, discorrere di componente dinamico-relazionale e di danno biologico significa disquisire – per lo più e soprattutto – della stessa cosa. Come insegna la stessa letteratura più accreditata e diffusa in ambito medico legale, la compromissione della integrità psico-fisica di un soggetto involge sempre, e necessariamente, una ricaduta sul piano dinamico-relazionale; ovverossia, sull’insieme di tutte quelle micro-attività quotidiane che connotano la vita di un qualsiasi essere umano.

Ergo, a detta della Corte di Cassazione, i giudici di secondo grado, nel caso di specie, avevano rettamente deciso nel ritenere che la monetizzazione del danno biologico (in concreto subito dall’attore) non meritasse una implementazione pari al 25 per cento, che era invece stata riconosciuta dal Giudice di prime cure.  Infatti, l’appesantimento del punto (pur previsto sub specie di aumento ponderale del quantum risarcitorio dalle tabelle milanesi) non può essere accordato alla vittima sol perché, per ipotesi, il medico legale abbia riconosciuto una particolare incidenza della specifica lesione (e delle sue compromissioni menomanti) sulle attività quotidiane del soggetto.

Non foss’altro perché tutte le menomazioni, classificabili alla stregua di danno biologico, incidono de facto sulla sfera dinamica e relazionale del soggetto leso. Di talchè, nessuno merita una ‘valorizzazione’ al rialzo del risarcimento sulla base del mero assunto di aver visto vulnerate le proprie dimensioni esistenziali lato sensu intese. Qualsiasi individuo incorra nella sventura di riportare un danno biologico permanente, per ciò stesso ne ricava un detrimento (anche) di natura dinamico-relazionale (oltre che di carattere ‘statico’) e – del ristoro di tale compromissione – tengono conto le tabelle meneghine. Ciò esse fanno attraverso i valori monetari ordinariamente estrapolabili dalle note matrici che ‘incrociano’ l’età della vittima con la sua percentuale di danno.

Il quid pluris contemplato dalle tabelle è invece riconoscibile – per gli Ermellini – solo in casi eccezionali e cioè laddove la vittima dimostri che il pregiudizio fisico ha ‘esondato’ in misura significativa su specifiche, peculiari, precipue aree dell’esistenza del soggetto; aree sottratte, proprio in virtù della loro extra-ordinarietà, alle cosiddette mansioni ‘ordinarie’ normalmente accessibili al quisve de populo.

Ci permettiamo di osservare come accogliere questa lettura significhi, né più né meno, cancellare con un tratto di penna la stessa possibilità di un aumento degli importi ottenibili con le tabelle di Milano. Infatti, come può agevolmente constatare qualsiasi avvocato o medico legale con una diretta esperienza delle fasi processuali, in particolare di quella istruttoria (e della mentalità ivi predominante tra i giudici di merito di ogni ordine e grado), è pressoché impossibile riuscire nella ‘probatio diabolica’ di dimostrare che un danneggiato ha subito una ‘peculiare’ o ‘straordinaria’ compromissione della propria componente dinamico-relazionale.

Ogni attività extra-professionale, e perciò ricreativa e a-redittuale, viene sistematicamente sottovalutata, ridimensionata e, in definitiva,  ricondotta –  per una sorta di miopia masochistica incrementata dall’ossessione per il feticcio della cosiddetta ‘economia processuale’ –  nella grigia e indistinta nebulosa della ‘normalità’, della ‘quotidianità’, della ‘ordinarietà’. Insomma, per quanto ci si affanni a spiegare e illustrare le conseguenze della menomazione sulle attività del proprio cliente, quelle attività finiscono sempre nel ‘serbatoio’ dell’attore ‘qualunque’: azioni da uomo ‘medio’, che chiunque potrebbe compiere e che, quindi, non hanno mai quei caratteri sovra-ordinari in presenza dei quali i giudici di legittimità sono disposti a deliberare il sospirato aumento delle poste risarcitorie.

Andiamo sul pratico. Vai in montagna? Scali le vette? Fai wind-surf? Pratichi le danze latino americane? Sei un appassionato di disegno? Ti diletti con uno sport amatoriale? E allora? Cosa pretendi? Quale persona non lo fa, o non fa qualcosa di creativamente assimilabile? Il tuo ‘passatempo’ è senza difficoltà, e sistematicamente, accostabile a un altro analogo e annoverabile nella sterminata (e onnicomprensiva) categoria delle azioni in grado di gratificare un uomo o una donna e di rendere più piacevole la loro vita. In ogni caso, va tutto a finire nella ‘cesta’ del danno biologico, con buona pace di tanti bei discorsi – di tanti acclamati convegni – sui concetti di personalizzazione del risarcimento.

Altrimenti detto, a voler scrupolosamente applicare i criteri general-generici, ma selettivi oltremisura, della Cassazione,   nessun avvocato, nessun medico-legale, nessun giudice si imbatterà mai nelle fantomatiche attività dinamico-relazionali (di cui parla l’ordinanza in commento) connotate da una così intensa peculiarità o specificità. Tali, cioè, da meritare quella sorta di bonus consistente nel ristoro aggiuntivo contemplato dall’ultima colonna (tristemente famosa per quanto raramente è stata utilizzata) delle famose tabelle.

Forse, onde ottenere l’agognata applicazione della maggiorazione di cui trattasi, bisognerebbe spacciarsi per superman spericolati avvezzi ai tuffi in caduta libera, senza paracadute, da quattromila metri, magari  sponsorizzati dalla Sector no limits.  Ma non ne siamo così sicuri. È  probabile che – utilizzando la ‘bussola’ di cui alla pronuncia in commento – anche una pratica come quella in questione verrebbe derubricata al rango di passatempo dinamico-relazionale dignitoso tanto quanto qualsiasi altro. E quindi – come qualsiasi altro – non degno di risarcimento.

Avv. Francesco Carraro

Siamo sicuri che parlare di componente dinamico-relazionale non significa parlare solo di medicina legale?

Si reputa di si. Infatti quando parliamo di danno biologico parliamo di medicina legale che è scienza delle evidenze e il danno biologico rappresenta “solamente” la perdita di funzionalità di un organo o di un sistema organo funzionale.

Ad una precisa riduzione percentuale della integrità psicofisica corrisponde sempre la stessa perdita funzionale dell’organo (distretto anatomico) o del sistema organo funzionale colpiti. Ciò significa che derivano le stesse conseguenze (funzionali) per tutti e tali conseguenze rappresentano la c.d. componente dinamico-relazionale uguale per tutti ricompresa nel danno biologico (di cui si parla in sentenza).

Quando un danno alla salute ha una conseguenza diversa dalla perdita della sola funzionalità (pur se da essa dipende) appartiene ad altra categoria del danno non patrimoniale: o è danno morale o danno alle attività esistenziali.

Quindi se la sofferenza interiore non è ricompresa nel danno biologico e può essere quantificata a parte (su questo punto conveniamo assolutamente), le conseguenze di una invalidità permanente che incidono su una particolare attività esistenziale, specifica di ogni individuo, tale danno rappresenta la componente dinamico-relazionale non comune a tutti e per questo risarcibile con una personalizzazione del danno biologico.

Se così non fosse non avrebbe senso, o meglio, non sarebbe ben inquadrabile quanto affermato in questa sentenza al punto 7) della pagina 10: “In presenza d’un danno permanente alla salute, la misura standard del risarcimento prevista dalla legge o dal criterio equitativo uniforme adottato dagli organi giudiziari di merito (oggi secondo il sistema c.d. del punto variabile) può essere aumentata solo in presenza di conseguenze dannose del tutto anomale ed affatto peculiari. Le conseguenze dannose da ritenersi normali e indefettibili secondo l’id quod plerumque accidit (ovvero quelle che qualunque persona con la medesima invalidità non potrebbe non subire) non giustificano alcuna personalizzazione in aumento del risarcimento”.

Ma quali sono quelle menomazioni, ad esempio, di un arto superiore, che danno origine a conseguenze dannose del tutto anomale rispetto alle medesime menomazioni di un altro soggetto?

Ci sembra solo una pura teoria e non un concreto concetto valutabile in tema di danno alla persona.

Dr. Carmelo Galipò

 

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rc auto colpo di frusta

Novità positive in arrivo per chi nel mondo dell’RCauto appartiene alla parte “debole”: nel nuovo ddl Concorrenza si prevede, tra l’altro, lo stralcio dell’obbligo di accertamento strumentale dei colpi di frusta

Come diceva quel tale: ‘non succede, non succede, ma se succede…’. Per quanto si stenti a crederlo, potrebbero profilarsi delle novità positive per tutti coloro che, nel mondo dell’RCauto, appartengono alla parte debole e non a quella forte. Insomma, alla categoria dei danneggiati, delle vittime di incidenti, dei patrocinatori stragiudiziali e degli avvocati e non a quella delle potentissime lobbies del ramo assicurativo. Vale a dire le corporations che fanno, da decenni, la parte del leone incrementando i propri portafogli sulla pelle di chi li ha già svuotati per pagare i famosi ‘premi’.

Pare, infatti, che nel disegno di legge concorrenza, giacente al Senato in seconda lettura, siano in predicato di passare alcune meritorie e benefiche proposte sotto forma di emendamenti del Movimento 5 stelle, di Forza Italia e di Sinistra e libertà. Ci riferiamo soprattutto allo stralcio dell’obbligo di accertamento strumentale dei colpi di frusta.

Questa assurda imposizione, introdotta nel 2012, ha consentito alle compagnie di ridurre ai minimi termini gli esborsi a titolo risarcitorio, impedendo ai medici legali di riconoscere (in assenza di una radiografia o di un esame equivalente) la sussistenza delle invalidità micro-permanenti causate dai cosiddetti colpi di frusta. Con un tratto di penna, e con l’utilizzo di locuzioni sgrammaticate e di opinabile interpretazione, il legislatore ha cancellato un secolo di letteratura e di dottrina imponendo alla classe dei consulenti specializzati in medicina-legale di svolgere il proprio lavoro come scienza e coscienza comandano. Il tutto in nome di una malintesa e ipocrita moralizzazione del settore RCauto, una crociata animata, in realtà, dalle peggiori intenzioni: puramente lucrative e di crudo business. Ora si pretenderebbe che le stesse intenzioni ispirassero non solo le attività meramente commerciali, ma anche quelle ancora dotate di un dignitoso standard  intellettuale ed etico (in primis, il lavoro di chi difende e rappresenta le vittime di eventi avversi o luttuosi).

La norma che i menzionati emendamenti puntano ad abolire, secondo l’Ania, l’associazione delle compagnie assicuratrici, avrebbe permesso “una diminuzione dei danni fisici lievi da 580.000 del 2011 a 370.00 del 2014, con 210.000 feriti in meno e risparmi per 1 miliardo l’anno”. Con una capriola linguistica da applausi, le assicurazioni  con-fondono il piano del linguaggio con quello della realtà. E giungono al punto di vantarsi per un ‘fatto’ che ha del miracoloso: la sparizione, con un tocco legislativo, di centinaia di migliaia di lesioni e, quindi, di un esercito di doloranti feriti. In verità, com’è intuitivo anche per l’uomo della strada, le vittime delle microlesioni non si sono affatto smaterializzate nel nulla, ma sono state semplicemente deprivate di un diritto costituzionalmente garantito: quello, sacrosanto, alla tutela della propria salute.

Formulato l’auspicio che la citata proposta di modifica possa varcare indenne le forche caudine di Palazzo Madama, evidenziamo anche un altro interessante emendamento: il divieto (per le imprese del ramo) di offrire ai clienti il servizio delle carrozzerie convenzionate che ha costretto, nel corso del tempo, carrozzieri molti bravi ed esperti a una umiliante corsa al ribasso per inseguire le tariffe irrealistiche e fuori mercato dettate dalle Compagnie.

Infine, c’è un ultimo grido di dolore dell’Ania che ci fa molto piacere: quello levato al cielo di fronte all’ipotizzato aumento dei valori risarcitori attualmente  previsti dalle cosiddette  tabelle milanesi per le lesioni di rilevante entità. “Se il valore si alza”, si lamentano le Compagnie, “anche l’assicurazione costa di più”. Questo slogan è tanto insistente e pervasivo quanto si sono rivelati sistematici e inesorabili gli incrementi dei premi da parte dei colossi dell’RCauto, a dispetto di tutte le norme ad aziendam di cui gli stessi hanno beneficiato, un anno dopo l’altro. Inevitabile, quando si applica a un settore delicato e di impatto sulla vita degli esseri umani (come quello in questione) l’estetica dell’utile di cassa anziché l’etica dell’utilità per la persona.

Avv. Francesco Carraro

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Krisiko, il nuovo libro dell’avvocato-scrittore Francesco Carraro e del giornalista (e anchorman televisivo) Vito Monaco è un dialogo socratico sui ‘tempi che corrono’ e ha il pregio di unire l’agilità e l’immediatezza del taglio giornalistico con l’attenzione per il dettaglio tipica della classe forense e la curiosità fuori dagli schemi dei narratori.

Mercoledì 16 Dicembre 2015, ore 18.00 – Sala Consiliare della Provincia di Padova, seconda presentazione del libro a cura del Dr. Pino Piacere, saranno presenti gli autori.

Un’indagine simile non poteva che venire da un giornalista e da un avvocato versato anche nella scrittura ed esperto di tecniche di comunicazione. Il libro è strutturato in sei capitoli e affronta le ragioni fondamentali della crisi in cui siamo precipitati dal 2008 e che, ancora oggi, occupa molti dei nostri discorsi e quasi tutte le notizie di prima pagina sui quotidiani e sui telegiornali di punta.

Il lavoro di Carraro e Monaco  fa, innanzitutto, un excursus della civiltà dei mercati definiti dagli autori come ‘i nuovi dei’. Sono i Mercati (con la M maiuscola),  al giorno d’oggi, a decidere il verso, il senso e la direzione del nostro mondo. Essi, o meglio le grandi entità transnazionali che li dirigono, sono in grado, con il click di un mouse, di condizionare le vite di milioni di persone, di mandare al macero il futuro di intere generazioni, di determinare chi vincerà o perderà le elezioni.

Per queste ragioni, i Mercati sono paragonati dagli autori alle antiche divinità del mondo greco-romano. Proprio come gli antichi dei, essi sono capricciosi, invadenti e, soprattutto, potenti e capaci di condizionare la vita delle persone in maniera un tempo impensabile. Il libro, concepito come un serrato botta e risposta,  si sofferma poi sulla ‘favola’ del debito pubblico italiano e cioè sull’idea, diffusa senza tregua dai media generalisti, per cui i motivi principali di tutti i mali del Belpaese sarebbero da rintracciare nella cultura dello spreco del denaro pubblico e delle spese pazze sostenute negli scorsi decenni.

Gli italiani, secondo questa vulgata, avrebbero vissuto ben al di sopra delle loro possibilità e dei loro mezzi. Ebbene, gli autori, con citazioni analitiche e sempre ben documentate, dimostrano come il debito italiano sia aumentato in maniera esponenziale non tanto per colpa della spesa pubblica, quanto per il perverso meccanismo dell’indebitamento presso i mercati e per la progressiva rinuncia dell’Italia al più prezioso dei poteri: la sovranità monetaria.

Krisiko affronta anche la questione dell’Europa, sia sotto il profilo culturale che sotto quello giuridico e burocratico-amministrativo. Per quanto riguarda il primo aspetto, il testo mette in luce come l’Europa sia una costruzione calata dall’alto sulla testa dei popoli europei i quali non hanno mai realmente avvertito il bisogno di federarsi. Si tratta, quindi, di un’idea che non nasce da una condivisione comune di pensieri e di sentimenti o da un idem sentire. È, piuttosto, un prodotto artificioso, creato in provetta da una ristretta elite, prona agli interessi di corporations e potentati sovranazionali, con l’obiettivo realizzare il dominio di pochi tecnocrati su milioni di persone, spesso ignare e inconsapevoli della trama complessiva, intessuta alle loro spalle e a loro spese.

Ciò è dimostrato anche dalla struttura stessa del ‘mostro’, come viene chiamato dagli autori. Pochissimi cittadini sanno come realmente funziona l’Unione Europea e questo libro ci aiuta a far luce sui molti paradossi o sugli autentici deliri giuridico-amministrativi che ne caratterizzano la struttura: dall’unico Parlamento al mondo che non può fare le leggi ai molteplici uffici che possono decidere pur non essendo eletti da nessuno, dai poteri smisurati di una Commissione di ventotto membri cooptati senza alcuna procedura democratica alla presenza di una banca senza Stato che esercita il suo potere assoluto su un insieme di Stati senza banca.

Krisiko approfondisce, in chiusura, la spinosa questione delle responsabilità chiedendosi se la terribile situazione in cui siamo precipitati, a partire dalla metà degli anni zero, sia solo frutto di una casualità ‘sfortunata’ o sia invece l’esito di un lucido disegno. Carraro e Monaco danno una risposta tutt’altro che tranquillizzante mettendo in fila, come perline di una collana, le dichiarazioni di alcuni dei più autorevoli protagonisti della politica italiana ed europea degli ultimi lustri.

Il mosaico di esternazioni dimostra come, nelle alte sfere, si sia sempre saputo che il progetto europeo nasceva elitario e doveva portare esattamente dove ci ha condotti: alla costruzione, un passo (silenzioso) dopo l’altro, della gabbia attuale  contraddistinta dal venir meno delle prerogative che consentivano di definire l’Italia una Repubblica democratica. Infine, gli autori si chiedono se esista una via d’uscita e, per fortuna, la individuano. Si tratta di un percorso non ‘di massa’, ma individuale: una rivoluzione delle coscienze che parta dalla piccola via dei gesti quotidiani e delle decisioni personali.

L’unico modo per cambiare ‘questo’ mondo, apparentemente votato alla rovina,  è quello di modificare il ‘nostro’ mondo interiore. Significa prendersi la responsabilità della propria vita molto più di quanto possiamo aver fatto finora, sottraendoci così all’ipnosi e ai condizionamenti del Sistema e smettendo di farci incastrare dalle dinamiche perverse della sua matrice di fondo.

Con la sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione n. 15350/2015 depositata il 22 luglio del 2015 sembra che sia stata messa la parola ‘fine’ al dibattito, appassionante e foriero di risvolti di considerevole natura, non solo giuridica, apertosi in seguito all’arresto della celebre sentenza del 23 gennaio 2014 n. 1361.

Come noto, tale pronuncia aveva capovolto un consolidato orientamento giurisprudenziale (sia di merito che di legittimità) interrotto solo da rare sentenze di segno contrario. Tale orientamento negava nel modo più fermo la risarcibilità iure hereditatis del danno derivante dalla perdita della vita della vittima di un incidente stradale deceduta immediatamente dopo le lesioni riportate.

La giurisprudenza maggioritaria infatti, si era orientata nel senso di ritenere risarcibile solo il c.d. danno biologico terminale allorquando, tra l’evento dannoso e il decesso, fosse intercorso un apprezzabile lasso di tempo (cfr. Cass. civ. n. 26505/09, Cass. civ.  n. 6946/07; Cass. civ. 7632/03; Cass. civ. n. 2775/03) ovvero il danno da lucida agonia quando la vittima fosse rimasta in vita anche per pochissime ore, purché in stato di consapevolezza dell’imminente esito infausto. La giustificazione di tale opzione prendeva le mosse dalla distinzione tra diritto alla salute e diritto alla vita.

Se il danno si sostanzia nelle conseguenze pregiudizievoli di un fatto illecito, dovrebbe essere negata la risarcibilità iure successionis della lesione del diritto alla vita di un congiunto, poiché la morte impedisce che la lesione si traduca in una perdita a carico della persona offesa. Infatti, con il venir meno dell’esistenza in vita della vittima del sinistro si estingue la personalità giuridica di quest’ultima e, quindi, anche la sua attitudine a divenire titolare di un qualsivoglia diritto, ivi compreso quello risarcitorio, trasmissibile agli eredi.

In verità, anche prima della pronuncia della Cassazione del gennaio 2014 vi erano stati alcuni interessanti interventi, sia a livello giurisprudenziale che a livello dottrinario, che avevano per così dire, dissodato il terreno sul quale poi sono germogliati i semi della tesi favorevole alla trasmissibilità iure hereditario del diritto alla vita irrimediabilmente compromesso dall’esito letale dell’evento lesivo.

Ci riferiamo, per esempio, alle riflessioni contenute nella sentenza della  Suprema Corte di Cassazione n. 15760/06 che parla di “danno da morte come perdita della integrità e delle speranze di vita biologica, in relazione alla lesione del diritto inviolabile della vita, tutelato dall’art. 2 Cost. (vedi espressamente Corte Costituzionale sentenza del 6 maggio 1985 n. 132) ed ora anche dagli artt. 11-62 Costituzione Europea, nel senso di diritto ad esistere, come chiaramente desumibile dalla lettera e dallo spirito della norma europea. La dottrina italiana ed europea, che riconoscono la tutela civile del diritto fondamentale della vita, premono per il riconoscimento della lesione come momento costitutivo di un diritto di credito che entra istantaneamente come corrispettivo del danno ingiusto al momento della lesione mortale, senza che rilevi la distinzione tra evento di morte mediata o immediata.

La certezza della morte, secondo le leggi nazionali ed europee è a prova scientifica ed attiene alla distruzione delle cellule cerebrali e viene verificata attraverso tecniche raffinate che verificano la cessazione della attività elettrica di tali cellule. La morte cerebrale non è mai immediata, con due eccezioni: la decapitazione o lo spappolamento del cervello. In questo quadro anche il danno da morte, come danno ingiusto da illecito, è trasferibile mortis causa, facendo parte del credito del defunto verso il danneggiante ed i suoi solidali” e, ancora: “questa suggestiva problematica (…) tiene conto della Costituzione europea e del principio di prevalenza della fonte costituzionale europea (art. 1-6) che integra e completa la fonte italiana sul diritto alla vita (art. 2 Cost. e art. 3 Cost. comma 2, tra di loro correlati, essendo la vita la condizione esistenziale della espansione della persona umana)”.

Va anche ricordato che, in data 01 dicembre 2009, con la L. 130/08 l’Italia ratificava il Trattato di Lisbona rendendo immediatamente applicabile nel nostro ordinamento, con rango costituzionale, la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, in cui viene espressamente previsto il diritto alla vita (cfr. art. 2.1 CEDU  “Il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge”). Anche la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, cui sempre il Trattato di Lisbona ha conferito lo stesso valore giuridico dei Trattati dell’Unione Europea, attribuendo a tale documento una forza giuridica preminente sulle norme italiane con esso confliggenti (e conseguente disapplicazione delle norme nazionali in contrasto), prevede espressamente che “ogni individuo ha diritto alla vita” (articolo 2.1).

Pure autorevole dottrina aveva avuto modo di criticare, in più occasioni, le tesi della giurisprudenza dominante: “Al fine di riconoscere il diritto al risarcimento del danno biologico iure hereditatis, appare anacronistico discettare su quanti giorni, minuti e ore si sia protratta la durata della vita della vittima e poi sull’entità del risarcimento parametrato alla residua durata della vita, liquidando il relativo danno rapportandolo ad un’invalidità totale, limitato al solo periodo di sopravvivenza, salvo qualche, purtroppo rara, significativa eccezione nella giurisprudenza di legittimità, distinguendo tra diritto alla vita che si estrinseca nella possibilità di esistenza futura e diritto all’integrità psico-fisica che presuppone l’esistenza in vita del soggetto leso, unico beneficiario e titolare del proprio benessere psicofisico” (Domenico Chindemi, I danni alla persona, Maggioli Editore, 2008).

Tra le pronunce della giurisprudenza di merito, talune, isolate, avevano  riconosciuto la risarcibilità del danno tanatologico (cfr. Tribunale di Venezia, sent. del 15.03.04, Tribunale di Venezia, sent. del 15.06.2009; in senso conforme: Tribunale di Venezia, sent. del 20.04.2009; Tribunale di Terni, sent. del 04.03.2008; Tribunale di Brindisi, sent. del 05.08.2002; Tribunale di Messina, sent. del 15.07.2002; Tribunale di Foggia, sent. del 28.06.2002). In tali sentenze i giudici manifestavano di non condividere la tesi che distingueva tra lesione del bene salute e lesione del bene vita e la distinzione tra morte immediata e morte sopravvenuta dopo un apprezzabile lasso di tempo.

Ebbene, con la sentenza delle Sezioni Unite viene fatta (in)giustizia di tutte queste meritorie pronunce con le quali la giurisprudenza aveva dimostrato il coraggio di individuare una “copertura giuridica” rispetto alla tutela del diritto in assoluto più importante che, altrimenti, rischiava di rimanere paradossalmente misconosciuto e privo di garanzie nel nostro sistema risarcitorio.

In particolare, Le Sezioni Unite, trovano fondamento argomentativo alla loro decisione censoria nei confronti della tutela del diritto alla vita in una ‘secolare’ pronuncia delle medesime Sezioni Unite dell’anteguerra, risalente addirittura al 22 dicembre 1925, n. 3475 laddove si legge: “Se è alla lesione che si rapportano i danni, questi entrano e possono logicamente entrare nel patrimonio del lesionato solo in quanto e fin quando il medesimo sia in vita.

Questo spentosi, cessa anche la capacità di acquistare che presuppone, appunto e necessariamente, l’esistenza di un subbietto di diritto”. La recentissima sentenza qui commentata ritiene, quindi, di dare continuità all’orientamento tradizionale così statuendo: “anche l’ampia motivazione della sentenza n. 1361 del 2014, che ha effettuato un consapevole revirement, dando luogo al contrasto in relazione al quale è stato chiesto l’intervento di queste Sezioni Unite, non contiene argomentazioni decisive per superare l’orientamento tradizionale.

Il cuore del ragionamento delle Sezioni Unite può essere riassunto nella nota massima del filosofo Epicuro il quale, onde sminuire il minaccioso destino comune a tutti i mortali, affermava che l’uomo non deve temere la morte perché, se c’è lui non c’è la morte e, se c’è la morte, non c’è lui. In definitiva, le conclusioni cui pervengono gli Ermellini, con la sentenza in commento, non sembrano convincenti nè, soprattutto, eque.

Essa, infatti,  comporta il rischio concreto di negare agli eredi di un congiunto vittima di un evento letale quel risarcimento assicurato in presenza di altro evento meno grave perché produttivo di lesioni, cui segua a distanza di tempo il decesso della vittima, con il paradossale risultato che “uccidere è più conveniente che ferire”, in aperto contrasto con il fine deterrente, oltre che compensativo, del sistema risarcitorio quale configurato dal nostro ordinamento.

Ci sembra, quindi, opportuno riproporre, nonostante possa apparire paradossale dal punto di vista cronologico (in un’epoca storica in cui il nuovo prevale sempre sul vecchio), il cuore delle argomentazioni della pronuncia che, per qualche mese appena, aveva illuso gli operatori del diritto. Ci riferiamo, ovviamente, alla già richiamata sentenza del 23 gennaio 2014 n. 1361, dove si leggeva: “è necessario allora mettere in discussione i nostri schemi tradizionali modificandone la struttura o forgiandone di nuovi perché le categorie non sono trovate dall’operatore giuridico, ma sono da lui (consapevolmente o inconsapevolmente) costruite in vista del caso pratico che si tratta di risolvere”.

La Corte mostrava di condividere l’assunto per cui, in un ordinamento in cui il diritto alla salute è definito dalla giurisprudenza come “situazione resistente a tutta oltranza” (Cass. S.U. del  06.10.79 n. 5172/79), sia impensabile che invece il diritto alla vita possa degradare ad una tutela meno penetrante e diretta, finendo in qualche modo per dipendere dalla garanzia del primo.

Anche l’argomento dell’assenza della capacità giuridica in capo alla vittima era ritenuto carente laddove non considera che, al momento della lesione mortale, la medesima vittima è ancora in vita, ed è proprio in tale momento che acquista il diritto al risarcimento (principio corrispondente al brocardo ‘momentum mortis vitae tribuitur’). Del resto, anche la tesi dell’incedibilità e dell’intrasmissibilità  del diritto al risarcimento del danno non patrimoniale in quanto strettamente personale è stata superata sia dalla nostra giurisprudenza (Cass. Civ. 22601/13) che nei sistemi di Common Law  e di diritto continentale.

I Giudici estensori della pronuncia trovavano particolarmente suggestiva la tesi del danno da morte come danno collettivo subito, non già (o non soltanto) dal singolo individuo che la patisce, ma anche dalla società, al quale egli deve corrispondere un risarcimento capace (non solo sul versante delle sanzioni penali) di trasmettere ai consociati il disvalore dell’uccisione e la deterrenza della reazione dell’ordinamento.

Quanto all’obiezione secondo cui le Sezioni Unite del 2008 avrebbero affermato che solo il ‘danno conseguenza’ è risarcibile, ma non anche il danno evento, la Corte riconosceva che trattasi di un principio basilare della architettura argomentativa su cui poggia la rilettura sistematica delle Sezioni Unite del 2008. Onde per cui gli ermellini non ritennero opportuno un revirement ermeneutico sul punto perché avrebbe minato dalle fondamenta i principi enunciati dalle celebri pronunce gemelle di San Martino. Tuttavia, secondo la Corte, è possibile “argomentare alla stregua della logica interna di tale principio” ed è sufficiente, in proposito, ragionare in termini di eccezione alla regola: “giusta incontrastato dato di esperienza ogni principio ha invero le sue eccezioni”.

In altre parole, se la perdita della vita non ha, per antonomasia, conseguenze inter vivos per l’individuo che, appunto cessa di esistere, ciò non può e non deve significare che essa resti priva di conseguenze sul piano civilistico. Ergo, il ristoro del danno da perdita della vita costituisce una “ontologica ed imprescindibile eccezione al principio della risarcibilità dei danni conseguenza”. La Corte concludeva che è proprio l’eccezione che vale a confermare la regola, evitando che la stessa risulti fallace, perché “negare alla vittima il ristoro per la perdita della propria vita significa determinare una situazione effettuale che in realtà rimorde alla coscienza sociale”.

Finiscono per essere quindi meri ‘escamotages interpretativi’ i concetti di “lasso di tempo non trascurabile” o “intensità della sofferenza”, laddove siano finalizzati a superare le iniquità scaturenti dalla negazione del risarcimento del danno da perdita della vita. La Corte aggiungeva che la perdita del bene vita è oggetto di un diritto assoluto e inviolabile che prescinde dalla consapevolezza che il danneggiato ne abbia avuto.

Ci sentiamo di sottoscrivere in toto il contenuto della pronuncia più antica, pur dovendo prendere doverosamente atto che lo stesso si avvia a diventare un reliquato inservibile alla luce del verdetto delle Sezioni Unite del luglio 2015. Purtroppo, non sempre ciò che è percepito come ‘giusto’ anche dal senso comune trova diritto di cittadinanza nelle aule di ‘giustizia’.

Avv. Francesco Carraro

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