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Un infortunio occorso ad uno studente durante una partita di pallamano organizzata dalla scuola, ma per i giudici della Cassazione l’incidente si è verificato per un ragionevole caso fortuito

La vicenda

Nel 2016 la Corte d’Appello di L’Aquila aveva respinto il ricorso interposto dai due genitori in relazione alla pronunzia del Tribunale de L’Aquila con la quale era stata rigettata la loro domanda proposta nei confronti del Ministero dell’istruzione dell’università e della ricerca, nonché dell’Istituto scolastico frequentato dal proprio figlio, al fine di ottenere risarcimento dei danni subiti da quest’ultimo per un infortunio occorso durante un torneo di pallamano organizzato dalla scuola.

Da tale evento il ragazzo aveva riportato gravi lesioni fisiche, localizzate alla bocca, per essere caduto durante la partita e aver sbattuto contro una panchina.

La pronuncia della Cassazione

In caso di infortunio subito da uno studente all’interno della struttura scolastica durante le ore di educazione fisica, nel corso di una partita di pallamano, ai fini della configurabilità della responsabilità a carico della scuola ex art. 2048 c.c. non è sufficiente il solo fatto di aver incluso nel programma della suddetta disciplina e fatto svolgere tra gli studenti una gara sportiva, ma è altresì necessario: a) che il danno sia conseguenza del fatto illecito di un altro studente impegnato nella gara; b) che la scuola non abbia predisposto tutte le misure idonee a evitare il fatto.

In passato è stato anche affermato che, in caso di infortunio sportivo subito da uno studente all’interno della struttura scolastica durante le ore di educazione fisica, incombe al medesimo dare la prova dell’illecito commesso da altro studente, quale fatto costitutivo della sua pretesa, laddove è a carico della scuola la prova del fatto impeditivo, cioè l’inevitabilità del danno nonostante la predisposizione di tutte le cautele idonee ad evitare che esso si verifichi, ivi ricompresa l’illustrazione della difficoltà dell’attività o del relativo passaggio e predisporre cautele adeguate affinché gli stessi, se affrontati, possano essere svolti da tutti i partecipanti in condizioni di sicurezza.

Ebbene, di tali principi di diritto, la corte di merito aveva fatto piena e corretta applicazione.

Dall’istruttoria processuale era emerso, infatti, che “la partita [nella quale si era verificato l’incidente] rientrava nella normale attività didattica della scuola; non vi era stata alcuna azione scorretta o comunque fallosa di altri giocatori; la partita si era svolta interamente sotto il controllo diretto dell’insegnante; il campo di gioco era perfettamente libero ed idoneo alla partita;… l’insegnante aveva preventivamente istruito i giocatori”.

Ebbene, alla luce di siffatte emergenze processuali la corte territoriale aveva escluso la “rilevanza causale” della presenza della panchina contro la quale “sfortunatamente il giocatore era andato ad impattare” essendo “notorio che i campi da gioco siano fiancheggiati da una o più panchine per consentire ai giocatori di riserva di stare seduti, sicché la presenza della stessa costituiva ordinario completamento del campo da gioco, e non certamente una insidia”.

Per i giudici della Cassazione la corte d’appello aveva, perciò, correttamente attribuito la verificazione dell’evento ad una ragionevole causa fortuita.

Dal canto suo, la scuola aveva fatto quanto doveva per assolvere all’obbligo di vigilanza cui era tenuta ai sensi dell’art. 2048 c.c., posto che il sinistro si era verificato con modalità tali da non potere essere impedito.

A tali conclusioni i giudici della Cassazione hanno ritenuto di dover dar seguito; cosicché il ricorso è stato definitamente rigettato con condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

 

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MAESTRA DICHIARA DI USARE IL METODO MONTESSORI, MA PER I GIUDICI E’ VIOLENZA

responsabilità genitoriale

Nel 2018, la Corte di Appello di Bologna aveva confermato la decadenza della responsabilità genitoriale di due coniugi nei confronti della propria figlia minore

La decisione era stata assunta sulla scorta di una CTU espletata nel corso del giudizio di primo grado, dalla quale era emerso che la madre della bambina soffriva di un disturbo psicologico compensato con farmaci; il padre invece, era stato prima accusato e poi, condannato per presunti abusi sessuali sulla minore. Per i giudici di merito, dunque, non sussistevano i presupposti per la reintegra della responsabilità genitoriale.

Il ricorso per Cassazione

La vicenda è giunta al vaglio della Cassazione che ha accolto il ricorso della madre per i motivi che seguono.

Il giudice di merito nel pronunciarsi in ordine alla decadenza dalla responsabilità genitoriale deve in primo luogo esprimere una prognosi sull’effettiva ed attuale possibilità di recupero, attraverso un percorso di crescita e sviluppo, delle capacità e competenze genitoriali, con riferimento, in primo luogo, alla elaborazione, da parte dei genitori, di un progetto, anche futuro, di assunzione diretta della responsabilità genitoriale, caratterizzata da cura, accudimento, coabitazione con il minore, ancorché con l’aiuto di parenti o di terzi, ed avvalendosi dell’intervento dei servizi territoriali (Cass. n. 14436/2017).

Nel caso in esame, tuttavia, la corte territoriale aveva omesso di motivare in ordine alla inidoneità della ricorrente e all’inadeguatezza della sua capacità genitoriale, trascurando del tutto le conclusioni del CTU a favore della reintegra nella responsabilità genitoriale.

Secondo la CTU infatti tra la madre e la bambina esisteva un sicuro legame che comprovava non solo un attaccamento affettivo ma anche capacità di accudimento che avrebbero potuto essere ulteriormente valorizzate attraverso un idoneo percorso.

Le circostanze contingenti che avevano determinato l’allontanamento della bambina dal nucleo familiare (procedimento penale nei confronti del padre della minore per supposta violenza sessuale nei confronti della minore) erano state poi, completamente superate in quanto il padre, condannato in primo grado, era stato assolto con formula piena in appello ed escluso qualsiasi coinvolgimento della madre nella vicenda.

La stessa fragilità psicologica della ricorrente consistente in un disturbo depressivo della personalità con attacchi di panico non poteva costituire valido ostacolo, stante la compensazione farmacologica, alla capacità genitoriale, come evidenziato dalla CTU che aveva concluso per la reintegrazione nella responsabilità genitoriale, fermo restando l’affido ai servizi sociali.

La decisione

Il giudice territoriale nel discostarsi dalle risultanze della CTU avrebbe dovuto spiegare le ragioni ed i motivi della sua decisione nell’interesse della minore, tenendo conto del suo forte legame affettivo con la madre.

Per tutti questi motivi la sentenza impugnata è stata cassata con rinvio alla corte d’appello, in diversa composizione, per un nuovo esame di merito.

La redazione giuridica

 

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ADOTTABILITA’ DEL MINORE: UN CASO DI GENITORI ANAFFETTIVI

spese

Anche le spese non documentate, per spostamenti e permanenza, in diverse città per cure mediche, sostenute dai genitori della vittima di un incidente stradale, devono essere risarcite

Dopo il giudizio d’appello era stata rideterminata la misura del contributo causale della vittima nella causazione del sinistro stradale in cui fu coinvolta, pari al 50%.

La corte d’appello di Firenze aveva accolto il ricorso proposto dalla compagnia assicurativa convenuta in giudizio; per tali ragioni aveva rideterminato in egual misura, anche il risarcimento in favore della vittima, sia in relazione ai danni non patrimoniali già liquidati dal primo giudice, sia dei danni patrimoniali, ad eccezione della somma di 2.000 euro chiesta dai genitori della parte lesa, relativa a spese non documentate, ritenute perciò, come tali, non rimborsabili, e quindi escluse dal risarcimento.

I fatti

Dalla ricostruzione dei fatti era emerso che la donna, mentre era alla guida di un ciclomotore di proprietà del padre, era rimasta coinvolta in un sinistro stradale con un autocarro di proprietà di una impresa commerciale, assicurato con la compagnia citata in giudizio.

In conseguenza del sinistro la vittima – rimasta in coma per cinque giorni – subiva gravi lesioni, consistite in: trauma cranico commotivo con edema cerebrale diffuso, frattura bilaterale del bacino, ferite lacero contuse sul viso ed infine frattura di un dente.

Nel complesso, l’interessata stimava i postumi di invalidità permanente – incidenti a suo dire anche sulla capacità lavorativa specifica – nella misura del 36-38%.

La domanda giudiziale e il processo

Su tali basi, pertanto, ella – e i genitori, che lamentavano oltre al danno non patrimoniale conseguente al sinistro che aveva coinvolto la figlia, pure quello patrimoniale, consistito nella distruzione del ciclomotore e nelle spese mediche sostenute per la cura della ragazza – citavano in giudizio il conducente del mezzo e l’assicurazione per sentirli condannare al risarcimento dei danni.

Istruita la causa anche mediante lo svolgimento di CTU medico-legale, l’adito Tribunale, riconosciuta nella misura del 25% la corresponsabilità della danneggiata nella causazione del sinistro e nel 22%, il postumo di invalidità permanente, liquidava, nel complesso, la somma di Euro 86.065,97 in suo favore, comprensiva del risarcimento del danno derivante da lesione permanente dell’integrità psicofisica e da inabilità temporanea e assoluta, nonché del danno biologico.

Veniva, invece, respinta la domanda di risarcimento per diminuzione della capacità lavorativa specifica, mentre il danno odontoiatrico, veniva riconosciuto in Euro 4.500, oltre rivalutazione e interessi.

Tutte le somme riconosciute venivano decurtate del 25%, tale essendo stata riconosciuta, dal primo giudice, la misura del suo contributo nella causazione del sinistro.

Ai genitori della vittima, veniva liquidato, equitativamente, il danno non patrimoniale, – già decurtato del 25% – di Euro 6.000,00 per ciascuno di essi, per riparazioni del ciclomotore e spese mediche sostenute per la figlia, in Euro 5.559,78.

All’esito del giudizio d’appello, come anticipato, la Corte fiorentina accoglieva parzialmente il ricorso della compagnia assicurativa ed elevava al 50% la misura della corresponsabilità della parte lesa, riducendo in misura corrispondente il risarcimento del danno non patrimoniale alla stessa dovuto, escludendo, invece, la risarcibilità del danno non patrimoniale lamentato dai genitori, ed espungendo – dal computo dei danni patrimoniali ad essi spettanti, anch’essi ridotti in ragione della riconosciuta maggiore corresponsabilità della vittima primaria nella causazione del sinistro, – la somma di Euro 2.000,00, per spese che avrebbero dovuto essere documentate.

Il ricorso per Cassazione

Sulla vicenda si sono pronunciati anche i giudici della Cassazione, con la sentenza n. 8421/2019 in commento.

Interessante è l’analisi dell’affermazione conclusiva del giudice dell’appello che aveva escluso il risarcimento del danno non patrimoniale patito dai genitori della vittima, e ciò sul rilievo che postumi di invalidità permanente residuati alla stessa per la loro entità e tipologia – non fossero “tali da richiedere la prestazione di assistenza (morale e/o materiale), nè da incidere, compromettendolo, sullo svolgimento della relazione parentale”.

Ma così facendo, a detta degli Ermellini, la Corte fiorentina non avrebbe tenuto conto della complessa morfologia del tipo di danno, ignorandone la componente innanzitutto, “morale“.

Al riguardo, è stato già affermato che “in tema di risarcimento del danno non patrimoniale conseguente alla lesione di interessi costituzionalmente protetti, il giudice di merito, dopo aver identificato la situazione soggettiva protetta a livello costituzionale, deve rigorosamente valutare, sul piano della prova, tanto l’aspetto interiore del danno (c.d. danno morale), quanto il suo impatto modificativo “in pejus” con la vita quotidiana (il danno c.d. esistenziale, o danno alla vita di relazione, da intendersi quale danno dinamico-relazionale), atteso che oggetto dell’accertamento e della quantificazione del danno risarcibile – alla luce dell’insegnamento della Corte costituzionale (sent. n. 235 del 2014) e del recente intervento del legislatore (artt. 138 e 139 C.d.A., come modificati dalla legge annuale per il Mercato e la Concorrenza del 4 agosto 2017 n. 124) – è la sofferenza umana conseguente alla lesione di un diritto costituzionalmente protetto, la quale, nella sua realtà naturalistica, si può connotare in concreto di entrambi tali aspetti essenziali, costituenti danni diversi e, perciò, autonomamente risarcibili, ma solo se provati caso per caso con tutti i mezzi di prova normativamente previsti” (Cass. Sez. 3, sent. 17 gennaio 2018, n. 901)

Peraltro, è stato anche di recente affermato che “in tema di risarcimento del danno ai prossimi congiunti di persona che abbia subito, a causa di fatto illecito costituente reato, lesioni personali”, spetta a costoro “anche il risarcimento del danno morale concretamente accertato in relazione ad una particolare situazione affettiva della vittima, non essendo ostativo il disposto dell’art. 1223 c.c., in quanto anche tale danno trova causa immediata e diretta nel fatto dannoso”, fermo restando che, trattandosi di “una sofferenza interna del soggetto, esso, da una parte non è accertabile con metodi scientifici e, dall’altra, come per tutti i moti dell’animo, solo quando assume connotazioni eclatanti può essere provato in modo diretto, non escludendosi, però, che, il più delle volte, esso possa essere accertato in base a indizi e presunzioni che, anche da soli, se del caso, possono essere decisivi ai fini della sua configurabilità” (Cass. Sez. 3, sent. 3 aprile 2008, n. 8546).

La rimborsabilità delle spese mediche non documentate

La circostanza che le spese per spostamenti e permanenza, in diverse città, ove i ricorrenti si erano recati per ragioni di cura della propria figlia, fossero “documentabili”, senza essere state però specificamente documentate nel loro ammontare, non costituisce ragione per negarne il rimborso, salvo che non si escluda la ricorrenza di quelle trasferte, e ciò alla stregua del principio secondo cui, in presenza di sinistri “che abbiano costretto il leso ed i suoi familiari a numerosi e ripetuti ricoveri, purché questi ultimi siano documentati, il giudice può liquidare il danno consistito nelle erogazioni per viaggi di cura e spese mediche anche in assenza della prova dei relativi esborsi, ai sensi dell’art. 1226 c.c.” (Cass. Sez. 3, sent. 19 gennaio 2010, n. 712).

Per tali motivi, la sentenza impugnata è stata parzialmente cassata, con rinvio alla Corte di Appello di Firenze, in diversa composizione, per un nuovo esame.

La redazione giuridica

 

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INCIDENTE STRADALE: LA NOZIONE SECONDO LA GIURISPRUDENZA DI LEGITTIMITA’

panino

Per autorefezione scolastica si intende la possibilità per gli alunni che optano per il tempo pieno di portate e di consumare a scuola cibi propri, come il classico panino, sottraendosi al servizio offerto dalla scuola. Ma esiste un vero e proprio diritto in tal senso, disciplinato dal nostro ordinamento?

La vicenda

Con una recente sentenza i giudici della Corte di Cassazione hanno rimesso la questione al vaglio delle Sezioni Unite. Tutto è partito dal ricorso presentato dai genitori di due alunni delle scuole elementari e medie di un comune in provincia di Torino, che chiedevano di accertare il loro diritto di scegliere per i propri figli tra la refezione scolastica e il panino portato da casa o comunque il pasto domestico confezionato autonomamente e di poterlo consumarlo all’interno dei locali adibiti a mensa scolastica, nell’orario destinato alla refezione.

Nello stesso ricorso chiedevano anche di ordinare al Ministero dell’Istruzione (MIUR) di impartire ai dirigenti scolastici le opportune disposizioni e al Comune di astenersi dal porre limiti e divieti all’esercizio di tale legittima scelta.

L’azione era stata esercitata davanti al Tribunale di Torino, il quale però aveva rigettato le domande, non ritenendo esistente alcun diritto soggettivo come quello azionato. A detta del giudice piemontese, non sarebbe configurabile né un diritto alla prestazione del servizio mensa con modalità diverse da quelle previste dalla normativa vigente ovvero di un servizio alternativo interno alle scuole per coloro che intendono consumate il pasto domestico, né un diritto alla stessa istituzione del servizio di refezione scolastica, essendo le famiglie libere di optare per il “modulo” (cd. breve) oppure per il tempo pieno o prolungato che prevedono appunto il servizio mensa e, in tal caso, essendo libere di prelevare (o fare uscire) i figli da scuola durante l’orario della mensa scolastica e di riaccompagnarli (o di farli rientrare) per le attività pomeridiane, senza che con ciò possa configurarsi una discriminazione tra gli alunni che hanno optato per il tempo pieno e prolungato e gli altri, trattandosi appunto di una scelta libera dei genitori.

Insomma una risposta secca e decisa quella del tribunale piemontese sul caso in questione.

Il processo d’appello

La situazione cambia parzialmente in appello, ove i giudici della Corte territoriale pur riconoscendo l’esistenza del preteso diritto di scelta dei genitori tra la refezione scolastica e il pasto domestico per i propri figli, si sono astenuti dal dettare “le modalità pratiche per dare concreta attuazione alla sentenza”.

La corte territoriale aveva condivisibilmente ritenuto che il suddetto diritto non può certo “risolversi nel consentire indiscriminatamente agli alunni di consumare il pasto domestico presso la mensa scolastica”, ma che al contrario, richiede “l’adozione di una serie di misure organizzative, anche in funzione degli aspetti igienico/sanitari e in relazione alla specifica situazione logistica dei singoli istituti interessati”. Si trattava comunque, di valutazioni discrezionali riservate all’amministrazione scolastica ed esulanti dalla cognizione del giudice ordinario.

Per i giudici dell’appello, in altre parole, la nozione di scuola, soprattutto nelle classi elementari e medie non coincide solo con l’attività di insegnamento, ma comprende anche il momento della formazione che si realizza mediante lo svolgimento di attività didattiche ed educative (cd. “tempo scuola”), tra le quali vi rientra anche il momento dell’erogazione del pasto.

E allora, il rimanere a scuola nell’orario del pasto (cd. “tempo mensa”) e condividerlo in comune tra gli alunni costituisce un diritto soggettivo perfetto perché inerente al diritto all’istruzione, desumibile dall’ordinamento costituzionale (art. 34 Cost.).

Ma la vicenda è ben presto finita davanti ai giudici della Cassazione, con ricorso presentato dal Comune di Torino e dal Ministero dell’Istruzione.

Il rinvio alle Sezioni Unite

Il supremo Collegio, però, vista l’importanza della tematica sollevata e dei valori costituzionali coinvolti ha deciso di invocare l’intervento delle Sezioni Unite.

Ed infatti la pretesa azionata dai genitori dei due alunni ha investito non pochi principi di rilievo costituzionale.

Si trattava di accertare l’esistenza del cd. diritto all’autorefezione nell’orario e nei locali adibiti alla mensa scolastica, ancorato agli artt. 34 (in tema di istruzione pubblica), 32 (interpretato come fonte di libertà nelle scelte alimentari), 35 (in tema di tutela dei genitori lavoratori) e 3 della Costituzione.

E allora se da una parte vi è il principio per cui l’istruzione pubblica inferiore è obbligatoria e gratuita e comprende il diritto di fruire delle attività scolastiche che si svolgono nel pomeriggio e in tale ottica il cd. “tempo mensa” deve intendersi quale importante momento di condivisione e di socializzazione che rientra nell’orario scolastico annuale (cd. “tempo scuola”) tale da dover riconoscere il diritto degli alunni di portare cibi da casa e consumarli a scuola, senza costringerli a usufruire del servizio mensa scolastica da essa erogato, che altrimenti diventerebbe obbligatorio.

Dall’altra parte, vi è l’opposto orientamento espresso in una recente sentenza del Consiglio di Stato (n. 5156/2018) che esclude in radice l’esistenza di un simile diritto soggettivo.

In tal senso intendendosi la fruizione del servizio mensa come espressione di una facoltà delle famiglie e comunque, rientrante nell’ampio margine di discrezionalità riservato alle istituzioni scolastiche, le quali hanno piena facoltà di determinare le modalità di fruizione dello stesso, nei limiti di compatibilità con le strutture e le risorse disponibili, senza possibilità di prevedere modalità di fruizione individuali e alternative a quelle già offerte.

La redazione giuridica

 

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panino

Per autorefezione scolastica si intende la possibilità per gli alunni che optano per il tempo pieno di portate e di consumare a scuola cibi propri, come il classico panino, sottraendosi al servizio offerto dalla scuola. Ma esiste un vero e proprio diritto in tal senso, disciplinato dal nostro ordinamento?

La vicenda

Con una recente sentenza i giudici della Corte di Cassazione hanno rimesso la questione al vaglio delle Sezioni Unite. Tutto è partito dal ricorso presentato dai genitori di due alunni delle scuole elementari e medie di un comune in provincia di Torino, che chiedevano di accertare il loro diritto di scegliere per i propri figli tra la refezione scolastica e il panino portato da casa o comunque il pasto domestico confezionato autonomamente e di poterlo consumarlo all’interno dei locali adibiti a mensa scolastica, nell’orario destinato alla refezione.

Nello stesso ricorso chiedevano anche di ordinare al Ministero dell’Istruzione (MIUR) di impartire ai dirigenti scolastici le opportune disposizioni e al Comune di astenersi dal porre limiti e divieti all’esercizio di tale legittima scelta.

L’azione era stata esercitata davanti al Tribunale di Torino, il quale però aveva rigettato le domande, non ritenendo esistente alcun diritto soggettivo come quello azionato. A detta del giudice piemontese, non sarebbe configurabile né un diritto alla prestazione del servizio mensa con modalità diverse da quelle previste dalla normativa vigente ovvero di un servizio alternativo interno alle scuole per coloro che intendono consumate il pasto domestico, né un diritto alla stessa istituzione del servizio di refezione scolastica, essendo le famiglie libere di optare per il “modulo” (cd. breve) oppure per il tempo pieno o prolungato che prevedono appunto il servizio mensa e, in tal caso, essendo libere di prelevare (o fare uscire) i figli da scuola durante l’orario della mensa scolastica e di riaccompagnarli (o di farli rientrare) per le attività pomeridiane, senza che con ciò possa configurarsi una discriminazione tra gli alunni che hanno optato per il tempo pieno e prolungato e gli altri, trattandosi appunto di una scelta libera dei genitori.

Insomma una risposta secca e decisa quella del tribunale piemontese sul caso in questione.

Il processo d’appello

La situazione cambia parzialmente in appello, ove i giudici della Corte territoriale pur riconoscendo l’esistenza del preteso diritto di scelta dei genitori tra la refezione scolastica e il pasto domestico per i propri figli, si sono astenuti dal dettare “le modalità pratiche per dare concreta attuazione alla sentenza”.

La corte territoriale aveva condivisibilmente ritenuto che il suddetto diritto non può certo “risolversi nel consentire indiscriminatamente agli alunni di consumare il pasto domestico presso la mensa scolastica”, ma che al contrario, richiede “l’adozione di una serie di misure organizzative, anche in funzione degli aspetti igienico/sanitari e in relazione alla specifica situazione logistica dei singoli istituti interessati”. Si trattava comunque, di valutazioni discrezionali riservate all’amministrazione scolastica ed esulanti dalla cognizione del giudice ordinario.

Per i giudici dell’appello, in altre parole, la nozione di scuola, soprattutto nelle classi elementari e medie non coincide solo con l’attività di insegnamento, ma comprende anche il momento della formazione che si realizza mediante lo svolgimento di attività didattiche ed educative (cd. “tempo scuola”), tra le quali vi rientra anche il momento dell’erogazione del pasto.

E allora, il rimanere a scuola nell’orario del pasto (cd. “tempo mensa”) e condividerlo in comune tra gli alunni costituisce un diritto soggettivo perfetto perché inerente al diritto all’istruzione, desumibile dall’ordinamento costituzionale (art. 34 Cost.).

Ma la vicenda è ben presto finita davanti ai giudici della Cassazione, con ricorso presentato dal Comune di Torino e dal Ministero dell’Istruzione.

Il rinvio alle Sezioni Unite

Il supremo Collegio, però, vista l’importanza della tematica sollevata e dei valori costituzionali coinvolti ha deciso di invocare l’intervento delle Sezioni Unite.

Ed infatti la pretesa azionata dai genitori dei due alunni ha investito non pochi principi di rilievo costituzionale.

Si trattava di accertare l’esistenza del cd. diritto all’autorefezione nell’orario e nei locali adibiti alla mensa scolastica, ancorato agli artt. 34 (in tema di istruzione pubblica), 32 (interpretato come fonte di libertà nelle scelte alimentari), 35 (in tema di tutela dei genitori lavoratori) e 3 della Costituzione.

E allora se da una parte vi è il principio per cui l’istruzione pubblica inferiore è obbligatoria e gratuita e comprende il diritto di fruire delle attività scolastiche che si svolgono nel pomeriggio e in tale ottica il cd. “tempo mensa” deve intendersi quale importante momento di condivisione e di socializzazione che rientra nell’orario scolastico annuale (cd. “tempo scuola”) tale da dover riconoscere il diritto degli alunni di portare cibi da casa e consumarli a scuola, senza costringerli a usufruire del servizio mensa scolastica da essa erogato, che altrimenti diventerebbe obbligatorio.

Dall’altra parte, vi è l’opposto orientamento espresso in una recente sentenza del Consiglio di Stato (n. 5156/2018) che esclude in radice l’esistenza di un simile diritto soggettivo.

In tal senso intendendosi la fruizione del servizio mensa come espressione di una facoltà delle famiglie e comunque, rientrante nell’ampio margine di discrezionalità riservato alle istituzioni scolastiche, le quali hanno piena facoltà di determinare le modalità di fruizione dello stesso, nei limiti di compatibilità con le strutture e le risorse disponibili, senza possibilità di prevedere modalità di fruizione individuali e alternative a quelle già offerte.

La redazione giuridica

 

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adottabilità

La Corte d’appello di Genova aveva dichiarato lo stato di adottabilità di un minore, confermando la sentenza di primo grado

Ad impugnare il provvedimento del Tribunale per i minorenni erano stati proprio i genitori del piccolo, contestando il presunto stato di isolamento (piscologico) in cui quest’ultimo era costretto a vivere. Ed infatti, i giudici di merito avevano rilevato che la procedura di adottabilità era stata aperta a seguito delle segnalazioni dell’ospedale ove il bimbo era stato partorito, in ordine alle serie difficoltà dei genitori e alla totale assenza di supporto di questi ultimi nei confronti del figlio, nonché di quello della nonna materna.

Era stato tentato più volte l’inserimento della madre in una comunità, ma la donna aveva sempre rifiutato tale opportunità ritenendola limitativa della sua propria personale.

La “genitorialità” degli appellanti – a detta della corte territoriale – risultava gravemente compromessa sia sul piano dell’accudimento, sia su quello relazionale (comportamento ritenuto inaffettivo); tale inadeguatezza dei genitori aveva causato negli ultimi incontri protetti con il minore gravi conseguenze fisiche e psichiche tanto da indurre i servizi sociali a chiederne la sospensione, rilevando un “profondo disagio emotivo” con importanti ricadute sul comportamento del minore.

Pertanto, la Corte di merito, rilevata la sussistenza delle condizioni di cui all’art. 8 della I. n. 184/83, rilevato che neppure la nonna paterna era risultata idonea a sostituire i genitori in ragione dell’età avanzata, aveva escluso che i ricorrenti avrebbero potuto recuperare la propria capacità genitoriale in tempi brevi e compatibili con le necessità del minore e perciò consentirgli di vivere in un contesto familiare stabile.

La conferma dello stato di adottabilità

Sul caso si sono pronunciati anche i giudici della Cassazione, i quali hanno tuttavia, rilevato che il ricorso dei due genitori era inammissibile.

Quest’ultimi hanno ricordato che la Corte di cassazione non è mai giudice del fatto in senso sostanziale ed esercita un controllo sulla legalità e logicità della decisione che non consente di riesaminare e di valutare autonomamente il merito della causa.

Ne consegue che la parte non può limitarsi a censurare la complessiva valutazione delle risultanze processuali contenuta nella sentenza impugnata, contrapponendovi la propria diversa interpretazione, al fine di ottenere la revisione degli accertamenti di fatto compiuti (Cass., n. 25332/14).

Nel caso in esame, i ricorrenti avevano denunziato l’omesso accurato accertamento delle loro capacità genitoriali, senza però contestare le varie specifiche argomentazioni poste a sostegno della sentenza d’appello, la quale con argomentazione esauriente e dettagliata aveva motivato la loro inadeguatezza relazionale ed affettiva, in qualità di genitori del minore.

 La redazione giuridica

 

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RESPONSABILITA’ DEI MINORI E AFFIDAMENTO AI SERVIZI SOCIALI. IL CASO

scritte

La Cassazione ha confermato la sentenza di condanna emessa nei confronti di un genitore, padre dell’alunno autore delle scritte ingiuriose rivolte alla bidella della propria scuola. Interessante la pronuncia anche sotto il profilo dell’analisi dei rapporti tra sentenza penale e giudizio civile per il risarcimento del danno

Aveva citato in giudizio dinanzi al Tribunale di Urbino il genitore dell’alunno che, dopo essersi introdotto all’interno della scuola fuori dall’orario di lezione insieme ad altri minorenni, aveva vergato e raffigurato scritte ingiuriose sulla sua scrivania con un pennarello.

Ebbene l’istanza aveva trovato accoglimento nel giudizio d’appello, a cui faceva seguito il ricorso per Cassazione presentato dal genitore.

Tra i motivi di impugnazione vi era l’illogicità della sentenza impugnata che aveva dapprima esaminato la capacità di intendere e di volere del figlio minore con riferimento al fatto commesso e, solo dopo, gli aveva attribuito la materiale responsabilità del fatto; responsabilità che, tuttavia, era stata ricondotta sotto la fattispecie dell’art. 2048 c.c. (responsabilità dei genitori) e non anche sotto quella disciplinata dall’art. 2047 c.c. (danno cagionato dall’incapace).

Nello stesso ricorso, il genitore lamentava anche il grave errore commesso dal giudice adito, dal momento che egli aveva completamente omesso di valorizzare la dichiarazione “di non doversi procedere” pronunciata nei confronti del figlio in sede penale, quanto meno sotto il profilo della rivalutazione del fatto.

Ma tali argomentazioni non sono state sufficienti a convincere i giudici della Cassazione che, al contrario, hanno confermato la sentenza impugnata.

Gli effetti della sentenza penale nel processo civile

Ed infatti, il Tribunale aveva fatto corretta applicazione del principio secondo cui “in sede civile, il giudice di merito ha il potere di rivalutare in piena autonomia il medesimo fatto già vagliato nella sede penale minorile, dove, notoriamente, è preclusa la costituzione di parte civile ( cfr. art. 10 D.P.R. 448/1988 ) e, conseguentemente, non è applicabile la previsione dell’art.652 c.p.p. riguardante i rapporti fra giudizio penale e giudizio civile nelle cause in cui si controverta di risarcimento danni”.

Al riguardo, anche la Corte di Cassazione ha chiarito che “la sentenza penale di non luogo a procedere per concessione del perdono giudiziale nei confronti di imputato minorenne non ha efficacia di giudicato nel giudizio civile risarcitorio, perché esula dalle ipotesi previste negli artt. 651 e 652 cod. proc. pen. non suscettibili di applicazione analogica per il loro contenuto derogatorio del principio di autonomia e separazione tra giudizio penale e civile.

Ne consegue che il giudizio civile deve interamente ed autonomamente rivalutare il fatto in contestazione, sebbene, nel rispetto del contraddittorio, possa tener conto di tutti gli elementi di prova acquisiti in sede penale, al fine di ritenere provato il nesso causale fra la condotta del minore e la lesione subita dall’attore” ( cfr. Cass. 24475/2014 ).

I principi sopra richiamati erano stati, perciò, correttamente applicati anche al caso in esame, ove la dichiarazione di non doversi procedere era stata determinata dalla mancanza di imputabilità per incapacità di intendere e di volere di un soggetto ultraquattordicenne.

Per tali motivi il ricorso è stato rigettato.

La redazione giuridica

 

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rideterminazione

In materia di rideterminazione degli obblighi di mantenimento dei figli minori, il giudice della separazione non è tenuto a rispettare il principio della corrispondenza tra chiesto e pronunciato

La Cassazione ha confermato la sentenza di rideterminazione della somma disposta a carico dell’ex coniuge dopo la morte del suocero.

La vicenda

Il giudice della separazione aveva disposto l’affidamento della figlia alla madre e l’obbligo di versamento a suo carico di un assegno mensile di 2.000 euro, di cui 800 a titolo di mantenimento della moglie e 1.200 quale contributo per il mantenimento della figlia minore, oltre alle spese straordinarie da sostenere nel suo interesse nella misura del 70%.

Il giudice adito aveva anche disposto una serie di interventi programmati con i Servizi sociali del Comune di residenza, al fine di fornire supporto psicologico al nucleo familiare e soprattutto, per consentire alla figlia un buon reinserimento nelle attività extrascolastiche e nel rapporto con i coetanei.

Ma l’uomo, padre della piccola e marito della donna convenuta in giudizio, presentava appello contro il predetto decreto chiedendo la conferma delle statuizioni economiche già concordate fra le parti in sede di separazione consensuale omologata.

Secondo gli accordi, infatti, egli avrebbe dovuto corrispondere un assegno perequativo destinato al mantenimento della figlia di 300 euro mensili oltre alle spese straordinarie; nessun versamento in favore della moglie; la conferma dell’affidamento condiviso ad entrambi i genitori con previsione del diritto del padre di vedere la figlia senza la madre, salvo diverso accordi, durante la settimana e durante i periodi festivi in giorni prefissati.

Inoltre chiedeva la condanna al risarcimento dei danni per la violazione, da parte della madre, degli obblighi concernenti l’esercizio del suo diritto di visita e in caso di opposizione di quest’ultima, che il giudice disponesse il collocamento della figlia presso di sé.

Ebbene, i giudici della corte d’appello adita hanno respinto il reclamo proposto dall’uomo e confermato le statuizioni economiche già previste a suo carico dal primo giudice.

In effetti – rilevava la corte giudicante – dopo la morte del suocero le condizioni economiche della moglie erano di gran lunga peggiorate, non potendo ella più fare affidamento sul consistente aiuto economico che il padre elargiva in favore della figlia, nonché sua nipote.

D’altra parte, sebbene ella fosse in possesso di titoli di studio (laurea e abilitazione alla attività di giornalista), che in astratto potevano garantirle un reddito sufficiente alle sue esigenze di vita, la realtà era ben altra … ed in effetti, ella all’età di cinquanta anni non aveva mai maturato alcuna esperienza lavorativa.

Il ricorso per Cassazione

La vicenda dei due coniugi separati e della loro figlia giungeva dunque sino ai giudici di Piazza Cavour.

A contestare la sentenza pronunciata dai giudici dell’appello era, ancora una volta, il coniuge obbligato all’assegno di mantenimento.

Ma anche in ultima istanza, i giudici della Cassazione hanno confermato la decisione impugnata, adducendo che, in effetti, la morte del suocero aveva rappresentato una circostanza sopravvenuta che ben giustificava il mutamento delle statuizioni civili in favore della moglie e della figlia, dal momento che il suo decesso aveva portato ad un rilevante cambiamento delle loro condizioni economiche, venendo meno la loro principale fonte di sostentamento economico.

Un aspetto interessante che il ricorrente fa oggetto di impugnazione è la commessa violazione del principio di corrispondenza tra domanda di parte e statuizione del giudice della separazione. Ed in effetti, col ricorso introduttivo (ex art. 710 c.p.c.), la donna aveva chiesto che le fosse corrisposta la somma di 1.800 euro mensili, mentre il tribunale di primo grado l’aveva liquidata in 2.000 euro mensili.

Ebbene, la Cassazione ricorda che in materia di determinazione degli obblighi di mantenimento dei figli minorenni, vale il principio di diritto per cui il giudice non è soggetto al principio della domanda di parte (Cass. n. 3908/2009; n. 10780/1996).

La redazione giuridica

 

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elezione di domicilio

L’elezione di domicilio è atto personale riservato all’indagato o all’imputato e l’intervento degli esercenti la potestà genitoriale è destinato solo ad assolvere compiti di assistenza o, nei casi tassativamente previsti, a sopperire all’inerzia dell’interessato

È quanto affermato dai giudici della Corte di Cassazione (sent. n. 1149/2019), chiamati a pronunciarsi sull’eccezione di nullità addotta dal difensore dell’imputato, sull’assunto che l’elezione di domicilio dell’avvocato doveva essere effettuata dall’interessato anche se, all’epoca dei fatti, minorenne.

La vicenda

Era stato accusato e poi condannato alla pena in mesi nove di reclusione ed Euro 350,00 di multa, perché ritenuto colpevole della detenzione, al fine di vendita, di scarpe con il marchio contraffatto nonché della ricettazione delle stesse e di altra merce di provenienza delittuosa.

Proponeva ricorso per Cassazione l’imputato, chiedendo che venisse accertata la violazione nonché l’errata applicazione del D.P.R. n. 448 del 1998, artt. 1, 2 e 3 per essere stato giudicato dinanzi al Tribunale ordinario e successivamente alla Corte d’Appello, in violazione della competenza funzionale riservata al Tribunale per i minorenni in quanto all’epoca dei fatti contestati egli era ancora minorenne.

Con il ricorso depositato il 3 settembre 2018, il difensore aveva chiesto, preliminarmente, la remissione in termini per la proposizione dell’impugnazione di legittimità, evidenziando che la sentenza d’appello, emessa il 28 novembre 2017 e depositata il 21 marzo 2018, oltre il termine riservato di 90 giorni, era stata notificata a mezzo PEC al difensore. La notifica doveva, pertanto, considerarsi nulla in quanto effettuata nei confronti di difensore nominato da soggetto minorenne e non dall’esercente la potestà genitoriale, sicché i termini per impugnare dovevano farsi decorrere dal 31 agosto 2018, giorno del primo accesso del difensore legittimamente nominato in cancelleria.

La richiesta di remissione in termini

Secondo i giudici della Cassazione, la tesi non ha pregio.

La giurisprudenza di legittimità ha chiarito che nel procedimento minorile la disposizione del D.P.R. 22 settembre 1988, n. 448, art. 34, che attribuisce all’esercente la potestà genitoriale, la eccezionale facoltà di proporre l’impugnazione che spetta all’imputato minorenne, non include anche il potere di nominare un difensore di fiducia per la proposizione del gravame, trattandosi – anche nel processo minorile – di atto personale dell’imputato, salva l’ipotesi derogatoria di cui all’art. 96 c.p.p., comma 3 (Sez. 2, n. 13560 del 19/03/2002).

Allo stesso modo si è precisato che “nel procedimento penale a carico di minorenni, qualora il genitore abbia, per conto del minore, eletto domicilio in un luogo diverso da quello indicato dall’interessato, deve ritenersi prevalente la manifestazione di volontà del minore, in quanto la elezione o la dichiarazione di domicilio sono atti personali riservati all’indagato o all’imputato e l’intervento degli esercenti la potestà genitoriale è destinato solo ad assolvere compiti di assistenza o, nei casi tassativamente previsti, a sopperire all’inerzia dell’interessato” (Sez. 5, n. 2046 del 09/12/2003).

Pertanto – affermano i giudici della Corte – contrariamente all’assunto difensivo, anche nel processo minorile la designazione del difensore e la dichiarazione o elezione di domicilio hanno carattere di atti personali, riconoscendosi agli esercenti la potestà esclusivamente un potere surrogatorio in caso d’inerzia dell’interessato.

La giurisprudenza di legittimità, inoltre, ha escluso che la sentenza di condanna pronunciata dal tribunale ordinario per fatti commessi da un soggetto all’epoca degli stessi minorenne fosse da ritenersi inesistente e ha precisato che la nullità assoluta per incompetenza funzionale, ove non utilmente eccepita, non è più deducibile nella fase di esecuzione in quanto sanata dal giudicato (Sez. 5, n. 4310 del 23/11/2015 – dep.2016).

Nella specie, non risultava esser stata formulata, nel corso dei giudizi di merito, alcuna questione di nullità sul punto.

Il ricorso doveva pertanto, essere rigettato.

La redazione giuridica

 

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minorenne

Minorenne imputato e condannato alla pena di sei di reclusione ed Euro ottocento di multa per i reati di detenzione finalizzata allo spaccio di 13,04 grammi di hashish (ai sensi del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5) e resistenza a pubblico ufficiale (art. 337 c.p.)

All’esito del giudizio di merito (celebratosi con rito abbreviato), la difesa aveva presentato ricorso per Cassazione facendo valere la nullità insanabile dell’udienza preliminare e di tutti gli atti successivi, derivante dall’omessa notifica dell’avviso di fissazione dell’udienza al padre del ragazzo, esercente la potestà genitoriale sul minorenne.

Il giudice di merito, pur avendo riconosciuto tale omissione, aveva ritenuto ugualmente sanato il vizio processuale, dal momento che vi era stata richiesta di giudizio abbreviato e l’avviso di udienza preliminare era stato notificato alla madre.

Il giudizio della Cassazione

Secondo i giudici della Cassazione, il ricorso, sebbene fondato in ordine al riconoscimento della penale responsabilità del minore in relazione ai reati a lui ascritti, doveva intendersi, al contrario, manifestamente infondato quanto all’asserita nullità dell’udienza preliminare, posto che l’omessa notifica del decreto di citazione ad entrambi i genitori del minore non è causa di invalidità (Sez. 6, Sentenza n. 2984 del 29/11/2001).

A tal proposito, è stato più volte ribadito che è sufficiente l’avviso a uno solo dei genitori esercenti la potestà per garantire l’assistenza psicologica voluta dalla legge a tutela delle persone minori, (Sez. 2, n. 9806 del 7/05/1984) e che la notifica dell’avviso alla genitrice è sufficiente spettando anche ad essa la potestà sul minore (Sez. 2, n. 11248 del 8/10/1983).

Nel caso in esame, la notifica del decreto di fissazione dell’udienza preliminare era stata regolarmente effettuata alla madre, esercente la potestà genitoriale, con la quale, peraltro, l’imputato conviveva.

Sul punto, pertanto, il ricorso aveva colto nel segno e andava accolto.

La Redazione Giuridica

 

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