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Tre ricorrenti avevano proposto ricorso contro il gestore unico del servizio idrico della provincia di Viterbo

Col ricorso de quo, i ricorrenti lamentavano che l’acqua fornita dal gestore non era potabile. Si tratta di acqua priva dei requisiti di legge a causa del superamento dei parametri massimi di arsenico e cloruri.

Chiedevano pertanto, la condanna della convenuta al risarcimento della somma di Euro 800 riferita al quantitativo di acqua potabile per nucleo familiare medio e al risarcimento del danno in via equitativa, anche per lesione del diritto alla salute.

E in ogni caso, chiedevano che gli fosse riconosciuta la possibilità di corrispondere solo il 50% del canone di acqua potabile per i periodi di non potabilità e divieto di consumo, nonché la condanna del gestore alla restituzione del 50% dei canoni già versati per i periodi in oggetto.

Nel 2014 giungeva la prima sentenza che accoglieva parzialmente le domande degli attori, riconoscendo loro il risarcimento del danno nella misura di Euro 600 e il diritto di manleva del gestore, che nel frattempo aveva chiesto di chiamare in causa anche la Regione Lazio.

Ebbene, è stata proprio quest’ultima a sollevare la questione del difetto di giurisdizione in favore del giudice amministrativo dinanzi al Tribunale di Viterbo; questione successivamente, accolta.

Cosicché la vicenda veniva rimessa al vaglio dei giudici di legittimità.

Secondo i ricorrenti doveva ritenersi errata la pronuncia relativa al difetto di giurisdizione, posto che non era in discussione la natura pubblicistica della determinazione della tariffa, trattandosi di un criterio che non sarebbe mai stato contestato. Essi chiedevano semplicemente che gli fosse riconosciuto il diritto alla riduzione del prezzo per la fornitura di un prodotto privo dei requisiti di legge.

Ebbene i giudici della Cassazione hanno deciso di riporre la questione all’attenzione del Primo Presidente posto che il motivo di ricorso per cassazione con cui si censura la qualificazione della domanda giudiziale operata dal giudice di merito ai fini della individuazione della giurisdizione, si riverbera sempre sull’applicazione delle norme regolatrici della giurisdizione, sicché è riconducibile ai motivi di cui al n. 1 dell’art. 360 c.p.c. (Sez. U, Sentenza n. 1513 del 27/01/2016) e dunque va disposta la trattazione davanti alle Sezioni Unite di questa Corte.

La redazione giuridica

 

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Il Comune è estraneo al rapporto contrattuale tra azienda fornitrice e fruitore

Il sindaco non può ordinare al gestore del servizio idrico di riallacciare la fornitura agli utenti morosi. Lo ha stabilito la sezione distaccata di Latina del Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio pronunciandosi sul ricorso presentato dalla società Acea Ato 5 s.p.a. nei confronti di un’ordinanza emanata dal primo cittadino del Comune di Cassino. Il provvedimento ingiungeva “il ripristino immediato dell’erogazione dell’acqua” in favore delle utenze domestiche di alcuni cittadini morosi a cui era stata sospesa la fornitura.

Il gestore del servizio idrico aveva evidenziato peraltro come la sospensione fosse avvenuta dopo ripetuti solleciti e preavvisi e a fronte di un cifra pari a circa 20mila euro. Secondo la società inoltre c’era stata un’errata applicazione da parte della municipalità dell’articolo 50, comma 5 del Testo unico degli enti locali (T.U.E.L.), relativo alle “competenze del sindaco e del presidente della provincia”.

In base a tale norma, infatti, il sindaco, in qualità del suo ruolo di garante della salute della propria cittadinanza, può assumere i provvedimenti necessari per fronteggiare emergenze sanitarie o di igiene pubblica. Nel caso in esame il sindaco riteneva di aver agito correttamente e a tutela dei cittadini, dal momento che l’erogazione dell’acqua rientra nei bisogni primari di natura “socio-assistenziale”. Il Comune sosteneva che la società avrebbe potuto ridurre il flusso d’acqua piuttosto che privarne del tutto le famiglie interessate.

Ma il TAR, non ha dato ragione al gestore del servizio, accogliendo il ricorso e confermando  “il difetto dei presupposti per l’esercizio del potere di ordinanza sindacale previsto dall’art. 50, comma 5, T.U.E.L.”. Secondo il giudice amministrativo il comportamento del sindaco integra un palese “sviamento di potere”, che impedisce al fornitore di poter legittimamente utilizzare i rimedi di legge tesi ad interrompere la somministrazione di acqua nei confronti di utenti morosi. Il Comune, infatti, è estraneo al rapporto contrattuale privatistico gestore-utente e le sue interferenze non sono legittime.

 

 

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