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La Corte di Appello di Firenze con propria sentenza aveva confermato la condanna già emessa dal giudice di primo grado nei confronti del direttore di un noto quotidiano nazionale e di una sua giornalista, entrambi imputati per il reato di diffamazione aggravata legata alla pubblicazione di un articolo “scandalistico”

L’accusa era quella di aver pubblicato un articolo dal titolo “Chirurgia: un reparto allo sbando” a firma della giornalista coimputata, e dal contenuto gravemente offensivo dell’onore e del decoro del primario protagonista della vicenda.

Nel pezzo si denunciava che il reparto di chirurgia generale dell’ospedale in questione era gestito da semplici “specializzandi” e non da medici “strutturati”, in tal modo accusando il dirigente di affidare il reparto a medici non sufficientemente esperti e che le corsie e i bagni erano sporchi.

Il contenuto diffamatorio dell’articolo era peraltro corroborato dal titolo, suggerito proprio dal direttore del giornale.

Ma a detta della difesa, la giornalista lungi dal commettere reato, aveva agito nel legittimo esercizio del diritto di cronaca.

In realtà l’origine di quel pezzo era stata una lettera anonima di denuncia giunta in redazione.

La donna peraltro aveva sostenuto in giudizio di essersi recata presso l’Ospedale per verificare lo stato dei luoghi e tentare di parlare con la caposala, di contattare il cd. tribunale del malato ed il sindacato degli infermieri, prima di scrivere l’articolo.

Inoltre il contenuto dell’articolo non poteva dirsi diffamatorio in quanto non contenente espressioni offensive né della persona né della professionalità del primario ma si limitava, piuttosto, ad evidenziare le difficoltà derivanti dalle scarse disponibilità all’interno della struttura.

Senza contare poi, che vi era l’interesse pubblico alla divulgazione della notizia e la continenza espositiva.

La decisione della Cassazione

Ma i giudici della Cassazione hanno respinto il ricorso evidenziando che il contenuto diffamatorio dell’articolo era inequivocabile.

E avevano fatto bene i giudici della corte territoriale ad escludere la causa di giustificazione del diritto di cronaca, dal momento che mancava sia il requisito della verità dei fatti narrati, sia il requisito della continenza.

Ed invero, la giornalista risultava aver tratto le informazioni riversate nell’articolo, da una lettera anonima che era stata inviata ad alcuni quotidiani, nonché al primario del reparto e alla caposala , addirittura riportando alcune frasi in forma virgolettata, senza avere in alcun modo verificato la notizia, risultata, peraltro, infondata, in quanto le indagini dei NAS avevano accertato una situazione organizzativa ed igienica impeccabile, e l’attività degli specializzandi era sempre affiancata a quella dei medici “strutturati”.

La giornalista, inoltre, non aveva richiesto – come affermato nel ricorso difensivo – le dovute informazioni al direttore della struttura ospedaliera né alla caposala.

Non era stata neppure approfondita la provenienza della missiva anonima né la verità dei fatti in essa affermati e automaticamente riversati nell’articolo.

L’esimente del diritto di cronaca

Come più volte ripetuto dalla Corte di Cassazione in tema di diffamazione a mezzo stampa, il requisito della verità della notizia riportata, necessario ai fini della operatività della esimente prevista dall’art. 51 cod. pen., non è soddisfatto nel caso in cui il giornalista faccia riferimento ad una “vox populi“, perché questa, in considerazione della sua intrinseca vaghezza e del suo insuperabile carattere impersonale, non può ragionevolmente costituire una fonte da usare legittimamente nell’esercizio del diritto/dovere di informare (Sez. 5, n. 21840 del 11/02/2014); inoltre, la scriminante putativa dell’esercizio del diritto di cronaca è configurabile solo quando, pur non essendo obiettivamente vero il fatto riferito, il cronista abbia assolto all’onere di esaminare, controllare e verificare l’oggetto della sua narrativa, al fine di vincere ogni dubbio (Sez. 5, n. 51619 del 17/10/2017).

Onere di approfondimento e verifica che – affermano i giudici della Cassazione – non risulta in alcun modo essere stato assolto dalla giornalista.

Condanna confermata in via definitiva!

La redazione giuridica

 

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L’offesa alla reputazione altrui propagata tramite web, essendo quest’ultimo uno strumento percepibile da un ampio pubblico di utenti, integra una delle ipotesi aggravate del reato di diffamazione

Il mezzo di trasmissione – comunicazione adoperato (appunto internet), certamente consente, in astratto, (anche) al soggetto vilipeso di percepire direttamente l’offesa, ma il messaggio è diretto ad una cerchia talmente vasta di fruitori, che l’addebito lesivo si colloca in una dimensione ben più ampia di quella interpersonale tra offensore ed offeso. D’altronde, anche per altri media si verifica la medesima situazione.

La Corte d’appello di Milano, in parziale riforma della decisione di primo grado, ha ritenuto colpevole del reato di diffamazione (art. 81 c.p., art. 595 c.p., commi 1 e 3) ascritta ad un giornalista, per avere offeso la reputazione di un collega della RAI attraverso la pubblicazione, sul sito web di due articoli.

Quindi il ricorso per Cassazione. Il ricorrente già condannato nel merito, deduceva la violazione o erronea applicazione della legge penale, ribadendo la tesi secondo la quale, per effetto dell’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, il reato di diffamazione sarebbe stato abrogato, dal momento: a) che la libertà di pensiero riconosciuta dall’art. 21 della Carta fondamentale soffre l’unico limite della contrarietà al buon costume, non ricorrente nella specie; b) che il diritto all’onore e alla reputazione non sono stati richiamati dalla Costituzione, ma da successive e sottordinate fonti internazionali.

Il reato di diffamazione via web

Non sono d’accordo i giudici della Cassazione, i quali hanno affermato che sin da epoca risalente, la Corte costituzionale ha riconosciuto che l’esimente, prevista dall’art. 51 c.p. esclude la punibilità in quanto il fatto imputato costituisce esercizio di un diritto, aggiungendo che “non appar dubbio che tale sia il caso del giornalista che, nell’esplicazione del compito di informazione ad esso garantito dall’art. 21 Cost., divulghi col mezzo della stampa notizie, fatti o circostanze che siano ritenute lesive dell’onore o della reputazione altrui, sempreché la divulgazione rimanga contenuta nel rispetto dei limiti che circoscrivono l’esplicazione dell’attività informativa derivabili dalla tutela di altri interessi costituzionali protetti” (Corte cost. 14/07/1971, n. 175). Solo qualche anno più tardi la medesima Corte ha puntualizzato che l’art. 10 cod. civ., L. 22 aprile 1941, n. 633 e gli artt. 96 e 97 non contrastano con le norme costituzionali ed anzi mirano a tutelare e a realizzare i fini dell’art. 2, affermati anche nell’art. 3 Cost., comma 2, e art. 13 Cost., comma 1, che riconoscono e garantiscono i diritti inviolabili dell’uomo, fra i quali rientra quello del proprio decoro, del proprio onore, della propria rispettabilità, riservatezza, intimità e reputazione, sanciti espressamente negli artt. 8 e 10 della Convenzione Europea sui diritti dell’uomo (Corte cost. 12/04/1973, n. 38).

Quanto al reato in sé considerato, già in un precedente arresto della Quinta sezione penale (n. 4741 del 17/11/2000) della Cassazione, si ebbe distinguere la comunicazione via e-mail da quella attraverso internet, osservando che, in quest’ultimo caso, “se invece della comunicazione diretta, l’agente immette il messaggio in rete, l’azione è, ovviamente, altrettanto idonea a ledere il bene giuridico dell’onore. Per quanto specificamente riguarda il reato di diffamazione, è infatti noto che esso si consuma anche se la comunicazione con più persone e/o la percezione da parte di costoro del messaggio non siano contemporanee (alla trasmissione) e contestuali (tra di loro), ben potendo i destinatari trovarsi persino a grande distanza gli uni dagli altri, ovvero dall’agente. Ma, mentre, nel caso, di diffamazione commesso, ad esempio, a mezzo posta, telegramma o, appunto, e-mail, è necessario che l’agente compili e spedisca una serie di messaggi a più destinatari, nel caso in cui egli crei e utilizzi uno spazio web, la comunicazione deve intendersi effettuata potenzialmente erga omnes (sia pure nel ristretto – ma non troppo – ambito di tutti coloro che abbiano gli strumenti, la capacità tecnica e, nel caso di siti a pagamento, la legittimazione, a connettersi”).

La decisione di merito

Partendo da tale – ovvia premessa, si giunge agevolmente alla conclusione che, anzi, l’utilizzo di internet integra una delle ipotesi aggravate di cui dell’art. 595 c.p. (comma 3: offesa recata… con qualsiasi altro mezzo di pubblicità). Anche in questo caso, infatti, la particolare diffusività del mezzo usato per propagare il messaggio denigratorio rende l’agente meritevole di un più severo trattamento penale. Nè la eventualità che tra i fruitori del messaggio vi sia anche la persona nei cui confronti vengono formulate le espressioni offensive può indurre a ritenere che, in realtà, venga, in tale maniera, integrato il delitto di ingiuria (magari aggravata ai sensi dell’art. 594 c.p., comma 4), piuttosto che quello di diffamazione. Infatti il mezzo di trasmissione – comunicazione adoperato (appunto internet), certamente consente, in astratto, (anche) al soggetto vilipeso di percepire direttamente l’offesa, ma il messaggio è diretto ad una cerchia talmente vasta di fruitori, che l’addebito lesivo si colloca in una dimensione ben più ampia di quella interpersonale tra offensore ed offeso. D’altronde, anche per altri media si verifica la medesima situazione. Un’offesa propagata dai giornali o dalla radio-televisione è sicuramente percepibile anche dal diretto interessato, ma la fattispecie criminosa che, in tal modo, si realizza è, pacificamente, quella ex art. 595 c.p. e non quella ex art. 594″.

Tale conclusione non è mai stata posta in dubbio nella giurisprudenza di questa Corte (e, infatti, v., sullo stesso presupposto, di recente, Sez. 5, n. 38099 del 29/05/2015).

Per tali ragioni, il ricorso del giornalista imputato è stato respinto con condanna di quest’ultimo alla pena prevista per legge.

 

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E-MAIL OFFENSIVE: NON SEMPRE E’ REATO DI DIFFAMAZIONE

Il lavoratore, secondo la Corte di Cassazione, non può porre in essere condotte che possano andar contro agli interessi del datore o che possano rovinare il rapporto di fiducia che sussiste tra di essi

Un giornalista era stato licenziato da una Cooperativa perché aveva prestato attività giornalistica per un’altra testata, in concorrenza con quella della società stessa, ‘in violazione degli articoli 2014 e 2015 del codice civile – rispettivamente in materia di ‘diligenza del prestatore del lavoro’ e ‘obbligo di fedeltà’ – nonché in contrasto con gli interessi morali e materiali del datore di lavoro.

La vicenda era approdata nelle aule giudiziarie e, in primo grado, il Tribunale di Campobasso aveva dichiarato l’illegittimità del licenziamento disciplinare condannando la Cooperativa a riassumere il dipendente o, in alternativa, a pagargli una somma pari a 4 mensilità dell’ultima retribuzione. Tale decisione, tuttavia, era stata ribaltata in Appello; il Giudice di secondo grado aveva infatti ritenuto legittimo il licenziamento intimato al lavoratore.

Di qui il ricorso per Cassazione da parte del lavoratore che aveva evidenziato come la Corte di merito avesse sbagliato a ritenere che la sua attività fosse stata svolta in favore di un quotidiano concorrente, dal momento i due giornali in questione non venivano distribuiti nelle stesse aree geografiche. Inoltre, non sarebbe stato arrecato alcun danno alla Cooperativa, che, infatti, per due anni non aveva sollevato alcuna contestazione.

La Corte di Cassazione, tuttavia, con sentenza n. 8131/2017 ha ritenuto di accogliere il ricorso presentato, in quanto infondato. Secondo i Giudici del Palazzaccio, infatti, la Corte d’Appello aveva correttamente ‘considerato valido il licenziamento’ in quanto il ricorrente aveva prestato ‘senza autorizzazione della società’, attività giornalistica per un’altra testata assumendo, per conto di tale testata, considerata concorrente, ‘incarichi in contrasto con gli interessi morali e materiali dell’azienda di appartenenza’.

La Suprema Corte ha chiarito che l’obbligo di fedeltà previsto dall’articolo 2105 del codice civile deve intendersi come “divieto di abuso di posizione attuato attraverso azioni concorrenziali e/o violazioni di segreti produttivi o come divieto di condotte che siano in contrasto con i doveri connessi all’inserimento del dipendente nella struttura e nell’organizzazione dell’impresa o che creino situazioni di conflitto con le finalità e gli interessi della medesima o che siano, comunque, idonee a ledere irrimediabilmente il presupposto fiduciario del rapporto”.

Il lavoratore, quindi, non può porre in essere condotte che possano andar contro agli interessi del datore o che possano rovinare il rapporto di fiducia che sussiste tra le due parti. E’ quanto avvenuto, invece, nel caso in esame. Secondo gli Ermellini, peraltro, era stato accertato nel corso del procedimento che i due giornali venivano diffusi in aree geografiche vicine e che il bacino d’utenza era sostanzialmente lo stesso.

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