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Le Sezioni Unite si sono pronunciate sul ricorso originariamente formulato da Alitalia contro altre compagnie aeree. Nel giudizio di legittimità è venuta in rilievo la questione della responsabilità per lite temeraria aggravata

La responsabilità per lite temeraria aggravata non richiede la domanda di parte nè la prova del danno, ma esige pur sempre, sul piano soggettivo, la malafede o la colpa grave della parte soccombente

La vicenda

Alitalia s.p.a. proponeva ricorso dinanzi al TAR Puglia, esponendo di avere appreso da fonti giornalistiche che la società di aeroporti pugliese (Aeroporti di Puglia s.p.a.) aveva concluso alcuni contratti con un’altra nota compagnia aerea, ovvero con società ad essa collegate, aventi ad oggetto lo svolgimento di attività promozionali sul sito della prima, a fronte del pagamento di ingenti somme di denaro e di sconti sul servizio di handling; e che detti contratti sarebbero stati assegnati senza il previo esperimento di alcuna selezione e, quindi, in affidamento diretto.

Ritenendosi gravemente pregiudicata da detta condotta, con istanza ritualmente depositata, chiedeva di prendere visione ed estrarre copia di ogni contratto sottoscritto con le citate compagnie di volo a partire dal 2006, avente ad oggetto l’erogazione dei servizi aeroportuali e/o la prestazione di servizi di qualsiasi tipo, della corrispondenza, anche elettronica, scambiata con le predette società in relazione alla conclusione ed esecuzione di qualsiasi contratto, di ogni documento, provvedimento o comunicazione.

Ma l’istanza veniva rigettata per difetto di legittimazione ai sensi della L. n. 241 del 1990, nonché per la mancanza di collegamento tra interesse specifico dell’istante ed il documento richiesto; l’Alitalia chiedeva, perciò, dichiararsi, con ricorso giurisdizionale amministrativo, l’illegittimità del diniego, prospettando violazione di legge ed eccesso di potere.

Il ricorso al TAR

In primo grado, l’adito TAR accoglieva parzialmente il ricorso, disponendo l’ostensione dei documenti richiesti, in particolare dei contratti stipulati fra le compagnie nell’anno 2009 e 2014; respingeva, invece, la richiesta per la restante documentazione per genericità e indeterminatezza, nonchè per mancanza di specificazione dell’interesse sotteso a tali documenti e alla corrispondenza prodromica alla stipulazione di quei contratti.

In appello, il Consiglio di Stato accoglieva, invece, integralmente la domanda di Alitalia, poiché – a sua detta – era fornita di interesse anche solo in vista della possibilità di proporre azione per concorrenza sleale, e poiché, nel merito, si trattava di documentazione che atteneva ad attività espressione di pubblico interesse e, al contrario, non vi erano particolari esigenze di riservatezza da tutelare.

Sulla vicenda si sono pronunciate le Sezioni Unite della Cassazione con la sentenza n. 9912/2018 in commento.

La questione di giurisdizione

In via preliminare le ricorrenti lamentavano il difetto di giurisdizione del giudice amministrativo in favore di quello ordinario.

«Il motivo è inammissibile» -afferma il Supremo Collegio.

Ed invero, il dato da cui partire, è proprio l’art. 9 c.p.a., rubricato “Difetto di giurisdizione”, secondo cui esso “è rilevabile in primo grado anche d’ufficio”, mentre “nei giudizi di impugnazione è rilevato solo se dedotto con specifico motivo, avverso il capo della pronuncia impugnata che, in modo implicito o esplicito, abbia statuito sulla giurisdizione“. L’art. 9 codice del processo amministrativo stabilisce la rilevabilità del difetto di giurisdizione d’ufficio in primo grado, nonchè in grado di appello ma a condizione che non vi sia stata acquiescenza sule capo della sentenza che esplicitamente o implicitamente abbia pronunciato sulla giurisdizione.

In altri termini, è stato statuito che la decisione sul merito presuppone implicitamente una decisione (di segno positivo) sulla giurisdizione, che non deve necessariamente essere resa esplicita.

Allorchè, pertanto, il giudice di primo grado abbia pronunciato nel merito, affermando, anche implicitamente, la propria giurisdizione, la parte che intende contestare tale riconoscimento è tenuta a proporre appello sul punto; diversamente, l’esame della relativa questione è preclusa in sede di legittimità, essendosi formato il giudicato implicito sulla giurisdizione (Cass. Sez. Un. 28 gennaio 2011 n. 2067 ).

Ebbene, nel caso in esame, la quaestio iurisdictionis non era mai stata sollevata prima dalle parti in causa, ma introdotta per la prima volta col ricorso per cassazione; ciò ha determinato la formazione del giudicato interno sulla statuizione implicita del giudice di primo grado affermativa della propria giurisdizione; dal che l’inammissibilità del ricorso.

Il diritto di accesso agli atti amministrativi

Venendo all’esame della vicenda, le ricorrenti lamentavano la violazione del D.lgs. n. 140 del 2010, art. 133, comma 1, lett. a), n. 6 nonché della L. n. 241 del 1990, degli art. 22 e ss assumendo che il giudice amministrativo, nell’autorizzare l’ostensione, avrebbe del tutto omesso di applicare il criterio di verifica sulla strumentalità del documento, nel senso che la richiesta di accesso deve essere sempre riferibile ad un’attività strumentale a quella di interesse pubblico svolta in via principale dal soggetto privato.

Il quadro di riferimento da cui partire è costituito dalla L. 7 agosto 1990, n. 241. L’art. 22, comma 1, (nel testo modificato dalla L. 3 agosto 1999, n. 265, art. 4, e poi sostituito dalla L. 11 febbraio 2005, n. 15, art. 15.

L’evoluzione dell’istituto “generale” dell’accesso è stata completata con la L. 14 maggio 2005, n. 80, con la quale il legislatore ha espressamente devoluto alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo le controversie relative all’accesso ai documenti amministrativi.

Ma per i giudici della Cassazione il motivo di ricorso era inammissibile poiché introduceva, in sede di legittimità, una questione di merito: l’inapplicabilità alla fattispecie della normativa citata, sull’assunto che il giudice amministrativo avrebbe del tutto omesso di verificare, al fine di autorizzare l’ostensione, la strumentalità della documentazione in questione, rispetto all’attività di interesse pubblico, svolta in via principale da soggetto privato con la richiesta di accesso.

Come più volte affermato dalla giurisprudenza di legittimità (cfr Cass. Sez. Un. 16 febbraio 2006 n. 3367),”occorre considerare che la normativa sull’accesso è riferibile sia all’attività amministrativa che si estrinseca in pubbliche funzioni e poteri amministrativi, sia all’attività che persegue (nei limiti consentiti dall’ordinamento) finalità istituzionali in forme privatistiche, senza che rilevi la disciplina sostanziale (pubblicistica o privatistica) dei relativi atti”.

La condanna per lite temeraria aggravata

Da ultimo, le Sezioni Unite si sono pronunciate sulla richiesta di condanna per lite temeraria aggravata, ai sensi dell’art. 96, comma 3 c.p.c., avanzata da Alitalia contro le altre società ricorrenti.

La natura dell’istituto appena richiamato, ha suscitato molti dubbi e interrogati sia in dottrina che in giurisprudenza, ma in generale è stato affermato che la fattispecie disciplinata dal comma 3 dell’art. 96, a differenza dei primi due commi, non richiede la necessaria prova del danno.

Tanto è vero che la condanna al pagamento della somma equitativamente determinata, ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3, è stata ritenuta connotata da natura sanzionatoria e officiosa, sicchè essa presuppone l’accertamento della mala fede o colpa grave della parte soccombente (Cass. 11 febbraio 2014 n. 3003).

In altri termini, la responsabilità aggravata ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3 che a differenza di quella comminabile ai sensi del comma 1 medesima norma, non richiede la domanda di parte nè la prova del danno, ma esige pur sempre, sul piano soggettivo, la malafede o la colpa grave della parte soccombente, la quale ultima, sussiste nell’ipotesi di violazione del grado minimo di diligenza che consente di avvertire facilmente l’infondatezza o l’inammissibilità della propria domanda, non essendo sufficiente la mera infondatezza, anche manifesta, delle tesi prospettate (Cass. Sez. Un. 11 dicembre 2007 n. 25831; Cass. 18 gennaio 2010 n. 654).

La Cassazione ha, finanche, precisato che i presupposti della mala fede o della colpa grave, devono coinvolgere l’esercizio dell’azione processuale nel suo complesso, cosicchè possa considerarsi meritevole di sanzione l’abuso dello strumento processuale in sè, anche a prescindere dal danno procurato alla controparte e da una sua richiesta, al fine di contemperare le esigenze di deflazione del contenzioso pretestuoso con la tutela del diritto di azione.

E, certamente, violava quel grado minimo di diligenza sia il ricorso principale che quello incidentale (per cassazione) “poiché non solo manifestamente inammissibili, ma anche basati su di un errore macroscopico nell’interpretazione di norme sostanziali e/o processuali, in spregio al consolidato orientamento giurisprudenziale di legittimità quanto ai criteri di riparto della giurisdizione; integrando, con tutta evidenza, un’ipotesi di impiego pretestuoso e strumentale del diritto di impugnazione, secondo la prospettazione della controricorrente Alitalia, finalizzato a procrastinare la pendenza del giudizio volto ad ottenere l’ostensione di atti, con indebito aggravamento delle ragioni di quest’ultima, nonostante la lampante evidenza della sussistenza ab origine del credito azionato”.

Per tali ragioni le Sezioni Unite hanno ritenuto sussistenti i presupposti per condannare la ricorrente principale e quella incidentale ad un’ulteriore somma da determinare ai sensi dell’art. 96, comma 3, c.p.p.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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ricorso

Tre ricorrenti avevano proposto ricorso contro il gestore unico del servizio idrico della provincia di Viterbo

Col ricorso de quo, i ricorrenti lamentavano che l’acqua fornita dal gestore non era potabile. Si tratta di acqua priva dei requisiti di legge a causa del superamento dei parametri massimi di arsenico e cloruri.

Chiedevano pertanto, la condanna della convenuta al risarcimento della somma di Euro 800 riferita al quantitativo di acqua potabile per nucleo familiare medio e al risarcimento del danno in via equitativa, anche per lesione del diritto alla salute.

E in ogni caso, chiedevano che gli fosse riconosciuta la possibilità di corrispondere solo il 50% del canone di acqua potabile per i periodi di non potabilità e divieto di consumo, nonché la condanna del gestore alla restituzione del 50% dei canoni già versati per i periodi in oggetto.

Nel 2014 giungeva la prima sentenza che accoglieva parzialmente le domande degli attori, riconoscendo loro il risarcimento del danno nella misura di Euro 600 e il diritto di manleva del gestore, che nel frattempo aveva chiesto di chiamare in causa anche la Regione Lazio.

Ebbene, è stata proprio quest’ultima a sollevare la questione del difetto di giurisdizione in favore del giudice amministrativo dinanzi al Tribunale di Viterbo; questione successivamente, accolta.

Cosicché la vicenda veniva rimessa al vaglio dei giudici di legittimità.

Secondo i ricorrenti doveva ritenersi errata la pronuncia relativa al difetto di giurisdizione, posto che non era in discussione la natura pubblicistica della determinazione della tariffa, trattandosi di un criterio che non sarebbe mai stato contestato. Essi chiedevano semplicemente che gli fosse riconosciuto il diritto alla riduzione del prezzo per la fornitura di un prodotto privo dei requisiti di legge.

Ebbene i giudici della Cassazione hanno deciso di riporre la questione all’attenzione del Primo Presidente posto che il motivo di ricorso per cassazione con cui si censura la qualificazione della domanda giudiziale operata dal giudice di merito ai fini della individuazione della giurisdizione, si riverbera sempre sull’applicazione delle norme regolatrici della giurisdizione, sicché è riconducibile ai motivi di cui al n. 1 dell’art. 360 c.p.c. (Sez. U, Sentenza n. 1513 del 27/01/2016) e dunque va disposta la trattazione davanti alle Sezioni Unite di questa Corte.

La redazione giuridica

 

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Carabiniere

In merito alla domanda di risarcimento danni per lesione alla propria integrità psicofisica avanzata da un carabiniere nei confronti della pubblica amministrazione, la giurisdizione dipende dalla natura giuridica dell’azione di responsabilità

Convenne in giudizio dinanzi al Tribunale di Catania il Ministero dell’Interno, il Ministero della Difesa, il Comune di Palagonia e il comandante dell’arma, il carabiniere travolto da una porta carraia, chiedendo la condanna, in solido, al risarcimento dei danni, pari a Euro 700.000, oltre spese mediche e assistenziali.

La vicenda

A sostegno della domanda, l’attore espose che, una mattina del 1998, mentre si accingeva ad entrare nella caserma dei Carabinieri, presso cui lavorava quale appartenente all’Arma con il grado di appuntato, era stato investito dalla porta carraia di accesso, da lui aperta manualmente a causa del mal funzionamento del congegno elettrico; nel compiere tale manovra, a seguito della mancanza del fermo di arresto, la porta era uscita dal binario e lo aveva travolto cagionandogli lesioni personali gravi, con postumi invalidanti.

Si costituiva in giudizio il comandante della caserma, che chiedeva di chiamare in causa la ditta che si era occupata della manutenzione del cancello, nonché le compagnie di assicurazione.

Il giudizio di merito

In primo grado, il Tribunale di Catania accolse la domanda nei confronti del Ministero della Difesa, che condannò al pagamento, in favore del ricorrente, di una somma a titolo di risarcimento del danno biologico e patrimoniale; la rigettò, invece, nei confronti degli altri convenuti.

La sentenza fu confermata dalla Corte d’appello di Catania, la quale si pronunciava anche sull’eccezione sollevata circa il difetto di giurisdizione del giudice ordinario a conoscere della controversia, rigettandola, e così condividendo la qualificazione giuridica già offerta dal Tribunale di primo grado.

Ritenne, al riguardo, che la richiesta risarcitoria era stata proposta a tutela del suo diritto assoluto alla vita e all’integrità fisica, senza che nella specie emergesse una precisa scelta del danneggiato di avvalersi della responsabilità contrattuale nascente dal rapporto di lavoro.

Osservava, infatti, che l’idoneità lesiva della condotta dell’Amministrazione era tale da esplicarsi nei confronti della generalità dei cittadini e non solo nei confronti dei propri dipendenti, sicché il rapporto di lavoro costituiva una mera occasione dell’evento dannoso; aggiungendo, inoltre, che anche a voler ritenere ambigua la domanda, essa doveva comunque essere interpretata, in base al petitum e alla causa petendi, come una causa di risarcimento del danno ai sensi dell’art. 2043 c.c., alla stregua dei principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità (Cass. Sez.Un. 12/3/2001, n. 99).

Il ricorso per Cassazione

Con l’unico motivo di ricorso, il Ministero della Difesa denunciava la violazione della legge, assumendo che, nel caso in esame, sussistevano gli elementi materiali per configurare la responsabilità contrattuale dell’amministrazione, quale datrice di lavoro (sussumibile nella fattispecie di cui all’art. 2087 c.c.), con la conseguenza che la controversia doveva ritenersi attratta nella giurisdizione del giudice amministrativo.

Ma è proprio così?

Sotto il profilo fattuale rilevava che dalla porta carraia era consentito l’accesso alla caserma dei carabinieri solo alle auto di servizio e alle auto private dei dipendenti autorizzati, non anche di terzi estranei, trattandosi appunto, di area militare, sicché l’obbligo relativo alla manutenzione e alla gestione dei dispositivi di accesso all’area non poteva che qualificarsi come tipicamente datoriale, ossia inerente al rapporto di servizio e riconducibile al paradigma normativo dell’art. 2087 c.c.

Sotto un secondo aspetto, rilevava che il dipendente aveva chiesto e ottenuto il riconoscimento della dipendenza dell’infortunio da causa di servizio.

Entrambe queste circostanze dovevano condurre verso una sola direzione: quella di qualificare la domanda come diretta nei confronti della pubblica amministrazione.

La decisione della Cassazione

I giudici della Suprema Corte non hanno accolto i motivi di gravame, introdotti in giudizio. A tal proposito, invocano un principio ripetutamente affermato dai giudici di legittimità secondo cui la soluzione della questione del riparto della giurisdizione, rispetto ad una domanda di risarcimento danni per la lesione della propria integrità psico-fisica proposta da un pubblico dipendente nei confronti dell’Amministrazione, è strettamente subordinata all’accertamento della natura giuridica dell’azione di responsabilità in concreto proposta: se è fatta valere la responsabilità contrattuale dell’ente datore di lavoro, la cognizione della domanda rientra nella giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, nel caso di controversia avente per oggetto una questione relativa al periodo del rapporto antecedente al 30 giugno 1998; mentre, se è stata dedotta la responsabilità extracontrattuale, la giurisdizione spetta al giudice ordinario.

Hanno, poi precisato che, il punto di discrimine è da rinvenirsi nei tratti propri dell’elemento materiale dell’illecito, ossia se si tratti di una condotta dell’amministrazione la cui idoneità lesiva possa esplicarsi indifferentemente nei confronti della generalità dei cittadini come nei confronti dei propri dipendenti, costituendo in tal caso il rapporto di lavoro mera occasione dell’evento dannoso; o al contrario, se si tratti di condotta dell’amministrazione che sia per sua stessa natura tale da escludere qualsiasi incidenza nella sfera giuridica di soggetti ad essa non legati da rapporto di impiego (cfr. in tali sensi: Cass. Sez.Un. 28/11/2017, n. 28368; Cass. Sez. Un. 7/7/2009, n. 15849; Cass. Sez. Un. 8/7/2008, n. 18623; Cass. Sez. Un. 4/3/2008, n. 5785; Cass. Sez. Un. 7/2/2006, n. 2507).

Nel caso in esame …

era stato accertato che l’evento dannoso era stato causato dalla caduta della porta carraia, sicché doveva ritenersi pacifico il nesso di causalità con il bene in custodia dell’amministrazione; è stato anche accertato che il Ministero, in qualità di custode, non ha offerto la prova del caso fortuito, inteso come fattore che, in base ai principi della regolarità o adeguatezza causale, per il suo carattere di imprevedibilità e di eccezionalità esclude il nesso eziologico tra cosa e danno (ex plurimis, Cass. 12/05/2017, n. 11785; Cass. 05/02/2013, n. 2660; da ultimo, Cass. 30/10/2018, n. 27724).

Conclusioni

A fronte di questa fattispecie, correttamente la sentenza impugnata ha individuato i tratti essenziali dell’illecito nella violazione del principio del neminem laedere, e in particolare nella violazione dell’art. 2051 c.c., in ragione del fatto che esso è stato realizzato con una condotta dell’amministrazione violativa di obblighi ipotizzabili nei confronti di tutti consociati, e non anche nella violazione di obblighi che trovano fonte immediata e diretta nel rapporto di lavoro.

Al riguardo – chiariscono i giudici della Suprema Corte – è irrilevante, sul piano della determinazione della giurisdizione, il fatto che l’infortunio si sia verificato mentre il ricorrente si recava in caserma per prendere servizio, né che l’accesso attraverso la porta carraia fosse consentito solo ai mezzi autorizzati.

Quanto alla prima circostanza, essa ha certamente rappresentato l’occasione per il verificarsi dell’infortunio, ma non può di per sé divenire criterio dirimente per la qualificazione del tipo di responsabilità, dovendo aversi riguardo, come si è detto, alla natura della condotta dell’amministrazione e alla sua potenzialità lesiva nei confronti della generalità dei consociati.

Per le stesse ragioni, non può darsi rilievo al riconoscimento della causa di servizio, trattandosi, peraltro, di circostanza che non è idonea ad incidere sulla qualificazione della domanda, diversi essendo i presupposti normativi del riconoscimento della causa di servizio e dell’equo indennizzo rispetto a quelli idonei a configurare una responsabilità datoriale (Cass. 23/7/2004, n.13887; v. pure Cass. 24/10/2017, n. 25151, e Cass. 29/01/2013 n. 2038).

 

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