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guida in stato di ebbrezza

revoca della patente

La sentenza di estinzione del reato di guida in stato di ebbrezza per intervenuta prescrizione non pregiudica l’applicazione delle sanzioni amministrative accessorie, quali la revoca della patente

La vicenda

Al ricorrente era stato contestato il reato previsto e punito dall’art. 186 comma 2 lett c) e commi 2 bis e 2 sexies del Codice della Strada, per aver condotto un motoveicolo in stato di ebbrezza (con un tasso alcolemico pari a 2,88 g/l, oltre quasi a 5 volte il limite consentito) e per avere cagionato, in tali condizioni, un sinistro stradale.

A tali fatti aveva fatto seguito una condanna penale, emessa dal Tribunale di Firenze nel 2013, confermata in appello nel 2016 e quindi annullata nel 2017 dalla Corte di Cassazione, la quale aveva contestualmente dichiarato la sopravvenuta prescrizione del reato.

Nell’aprile del 2018, la Prefettura aveva disposto nei confronti del predetto, la revoca della patente, in pretesa “applicazione della sentenza dell’Autorità Giudiziaria”.

Quest’ultimo impugnava pertanto, il  provvedimento prefettizio, dapprima dinanzi al Tar Toscana e successivamente dinanzi al Consiglio di Stato che, con la sentenza in commento (n. 4136/2019), ha definito la questione nel merito.

La revoca della patente per guida in stato di ebbrezza

L’art. 186, comma 2 bis, del Codice della Strada dispone che “..Qualora per il conducente che provochi un incidente stradale sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 1,5 grammi per litro (g/l), fatto salvo quanto previsto dal quinto e sesto periodo della lettera c) del comma 2 del presente articolo, la patente di guida è sempre revocata ai sensi del capo II, sezione II, del titolo VI”.

In tale evenienza, l’automaticità della revoca della patente è conseguenza di una scelta legislativa escludente, a priori, qualsivoglia discrezionalità amministrativa nei confronti del soggetto che ricade, come l’odierno ricorrente, nelle condizioni stabilite dalla norma.

Correttamente, dunque, l’amministrazione aveva disposto la revoca della patente quale misura automatica scaturente dal verificarsi dell’ipotesi di guida sotto l’influenza dell’alcool, ai sensi dell’art. 186 C.d.S..

Né a tal fine – continua il Consiglio di Stato (sentenza n. 4136/2019)-, è possibile ritenere che il suddetto automatismo possa venir meno in ragione del fatto che il procedimento penale incardinato nei confronti del ricorrente per il reato di cui all’art. 186, comma 2 lett. c) e comma 2 bis C.d.S. si sia concluso con sentenza di estinzione del reato per intervenuta prescrizione.

La decisione

Tale eventualità è contraddetta sia dall’art. 168 ter, comma 2, del Codice penale, il quale, regolamentando la specifica ipotesi in esame, prevede espressamente che “l’estinzione del reato non pregiudica l’applicazione delle sanzioni amministrative accessorie, ove previste dalla legge”; sia dall’art. 224, comma terzo, Codice della Strada (richiamato dall’art. 186 comma 2 bis) ai sensi del quale “La declaratoria di estinzione del reato per morte dell’imputato importa l’estinzione della sanzione amministrativa accessoria. Nel caso di estinzione del reato per altra causa, il prefetto procede all’accertamento della sussistenza o meno delle condizioni di legge per l’applicazione della sanzione amministrativa accessoria e procede ai sensi degli articoli 218 e 219 nelle parti compatibili”.

La redazione giuridica

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GUIDA SOTTO L’EFFETTO DI ALCOL: NIENTE REVOCA DELLA PATENTE SE MANCA LA RECIDIVA

Non rileva ai fini della validità delle prove di accertamento dei test alcolici, che essi siano associati a numeri di scontrini non consecutivi, fermo restando il distacco temporale di 5 minuti l’una dall’altra

La vicenda

La Corte d’Appello di Potenza aveva confermato la sentenza di primo grado con cui l’imputato, era stato condannato alla pena, condizionalmente sospesa, di quattro mesi di arresto ed Euro mille di ammenda in relazione al reato di guida in stato di ebbrezza con tasso alcolemico pari a 2,25 g/l.

In appello, la difesa aveva eccepito la presunta violazione del D.P.R. n. 495 del 1992, art. 379, secondo cui “La concentrazione del tasso alcolemico deve risultare da almeno due determinazioni concordanti, effettuate ad un intervallo di tempo di 5 minuti”, in quanto la prima prova era stata verbalizzata con n. 873 di scontrino e la seconda col n. 875, dunque con numeri non consecutivi”.

Peraltro, non si comprendeva se l’etilometro fosse stato sottoposto a revisione.

Ma l’eccezione non è stata accolta: ed invero, la validità dell’esame etilo-metrico, per i giudici dell’appello, non poteva essere inficiata, non avendo la difesa fornito la prova contraria.

Il giudizio di legittimità

Ebbene, in relazione alla dedotta nullità delle prove di accertamento dei test alcolimetrici, essendo associate a numeri di scontrini non consecutivi nn. 873 e 875 e non emergendo la concordanza con la prova n. 874, -ha chiarito- la Cassazione che “è irrilevante la circostanza che i numeri delle prove dell’alcoltest non siano consecutivi e che quella intermedia non sia stata realmente effettuata o non sia stata riportata per errore dell’etilometro o dell’organo di P.G., che abbia accertato l’illecito”.

Ciò discende dalla ratio della disposizione dell’art. 379 reg. C.d.S., secondo cui, ai fini dell’accertamento del reato di guida in stato di ebbrezza alcolica, in tutte le ipotesi previste dall’art. 186 C.d.S., il distacco temporale di cinque minuti che, ai sensi dell’art. 379 reg. C.d.S., che deve intercorrere tra la prima e la seconda prova spirometrica, deve essere interpretato come intervallo minimo volto a monitorare la curva alcolemica (Sez. 4, n. 24386 del 27/04/2018) e finalizzato ad evitare l’esecuzione di due prove troppo ravvicinate (Sez. 4, n. 36065 del 11/04/2017).

Nel caso di specie, ricorrendo un intervallo temporale di nove minuti tra le due prove (la prima con tasso alcolemico pari a 2,43 g/l, la seconda pari a 2,25 g/l) i giudici di merito avevano correttamente riscontrato la sussistenza degli estremi del reato contestato di cui all’art. 186 C.d.S., commi 1 e 2, lett. c), evidenziando altresì la mancanza di disposizioni normative volte ad assicurare la consecutività delle relative prove di accertamento.

Parimenti, la seconda censura era infondata in quanto la prova della mancata omologazione dell’apparecchio era del tutto assente.

Perciò, il ricorso è stato respinto e confermata la decisione di condanna a carico dell’imputato.

La redazione giuridica

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GUIDA IN STATO DI EBBREZZA: LIEVE SUPERAMENTO DELLA SOGLIA DI PUNIBILITA’, ASSOLTO

diritto di rivalsa dell’assicurazione

Il diritto di rivalsa dell’assicurazione decorre da quando tale diritto può essere fatto valere e perciò, nel caso di pluralità di pagamenti parziali in tempi diversi, il predetto termine inizia a decorrere dalla data di corresponsione di ciascuno di essi

La vicenda

La vicenda trae origine dall’azione di risarcimento danni presentata dall’infortunato e dagli eredi della donna deceduta, in seguito ad un incidente stradale.

Entrambi erano terzi trasportati dell’auto condotta dal responsabile del sinistro. Accertato la guida in stato di ebbrezza e il trasporto difforme rispetto alle previsioni di legge e della carta di circolazione (nell’autovettura erano trasportate sette persone, oltre al conducente, di cui due sul sedile anteriore destro), il tribunale di Pescara condannava la compagnia assicurativa, in solido col proprio assicurato al risarcimento di tutti i danni patiti dalle vittime del sinistro.

Cosicché, dopo aver effettuato il pagamento in favore degli attori, della complessiva somma di 274.212,40 Euro, l’assicurazione agì in rivalsa nei confronti del suo assicurato, deducendo l’inoperatività della copertura assicurativa per guida in stato di ebbrezza e per trasporto difforme alle previsioni di legge e della carta di circolazione.

Il giudizio di merito

Il Tribunale accolse la domanda, rigettando l’eccezione di prescrizione, sul rilievo che, a fronte di un pagamento avvenuto il 31.5.2005, doveva aversi riguardo alla data di spedizione (22.5.2006) e non a quella di ricezione (14.6.2006) della prima raccomandata con cui la compagnia aveva richiesto la restituzione della somma pagata.

La Corte di Appello di L’Aquila confermò la sentenza precisando che trattandosi, nella specie, di atto di costituzione in mora, doveva trovare applicazione il principio generale di cui all’art. 1334 c.c. (secondo cui “gli atti unilaterali producono effetto dal momento in cui pervengono a conoscenza della persona alla quale sono destinati”), di talché la ricezione risultava intempestiva in relazione alla data dell’effettuato pagamento (31.5.2005), in una situazione in cui si applicava (ratione temporis) l’originario termine annuale di prescrizione previsto dall’art. 2952 c.c.

Tuttavia, in caso di rivalsa la L. n. 990 del 1969, art. 18, comma 2, dispone che il dies a quo per l’esercizio dell’azione da parte dell’assicuratore “vada individuato, nel caso in cui il pagamento al danneggiato sia avvenuto a seguito di sentenza di primo grado, solo nel momento del passaggio in giudicato della sentenza che accerta in via definitiva la responsabilità dell’assicurato (Cass. Civ. 3 marzo 2010, n. 5088 in motivazione)”;

Atteso che la sentenza di primo grado era passata in giudicato il 15.5.2006, non v’era dubbio che il termine annuale doveva intendersi rispettato.

Il ricorso per Cassazione

Il conducente assicurato si rivolgeva, pertanto, ai giudici della Cassazione deducendo l’erroneità della sentenza di merito per aver fatto applicazione delle norme giuridiche e aver richiamato precedenti giurisprudenziali attinenti alle ipotesi di surrogazione, non pertinenti al caso in esame.

Ed invero – a detta del ricorrente – «non può sostenersi -come ha fatto il giudice di secondo grado- che il giudizio intrapreso dai danneggiati nei confronti del danneggiante e dell’impresa assicuratrice comporti, fino al passaggio in giudicato della sentenza che lo definisce, la sospensione della prescrizione del diritto che l’impresa assicuratrice vanta nei confronti del proprio assicurato L. n. 990 del 1969, ex art. 18, comma 2, in quando ciò “significa stravolgere completamente il dettato dell’art. 2945 c.c., comma 2”, essendo pacifico che “l’efficacia sospensiva della prescrizione del citato art. 2945 c.c., comma 2 vale solo per i diritti azionati nel processo e non per diritti connessi o comunque collegati”».

Ebbene il motivo è stato accolto dai giudici della Cassazione, i quali hanno confermato il consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui “in ipotesi di azione di rivalsa a norma della L. n. 990 del 1969, art. 18, comma 2 (sostituito dall’art. 144, comma 2 C.D.A.), il termine di prescrizione è quello di cui all’art. 2952 c.c., comma 2 e decorre dal giorno in cui l’assicuratore abbia provveduto al pagamento dell’indennizzo a favore del terzo danneggiato (cfr. Cass. n. 10351/2000 e Cass. n. 29833/2008), con la precisazione che il diritto di rivalsa “decorre da quando tale diritto può essere fatto valere e perciò, nel caso di pluralità di pagamenti parziali in tempi diversi, il predetto termine inizia a decorrere dalla data di corresponsione di ciascuno di essi, e non invece dall’ultimo pagamento, pur se con questo si realizza il globale depauperamento dell’assicuratore”

La redazione giuridica

 

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ATTIVITA’ AUTODOOR: L’INCIDENTE IN GITA SCOLASTICA E’ COPERTO DA ASSICURAZIONE?

velocipede

La revoca della patente non può essere disposta nei confronti di chi si sia posto alla guida di un veicolo per condurre il quale non è richiesta alcuna abilitazione, come un velocipede

La vicenda

A seguito dell’incidente stradale provocato dal conducente di un velocipede a pedalata assistita condotto sotto l’effetto di alcol, il Tribunale di Massa lo condannava alla pena concordata tra le parti ai sensi dell’art. 444 cod. proc. Pen

Nella stessa sentenza il Tribunale aveva anche ordinato la revoca della patente del guidatore, trattandosi di bicicletta con pedalata assistita necessitante di patente di guida AM ai sensi del regolamento Europeo n. 168/2013.

Avverso tale sentenza proponeva ricorso per cassazione il difensore dell’imputato, lamentando la violazione di legge in particolare, in riferimento all’errata applicazione del regolamento Europeo n. 168/2013; nonché per avere il giudice disposto la revoca della patente di guida per il fatto oggetto di giudizio.

A detta della difesa, il citato regolamento Europeo opera una netta distinzione fra i “cicli a propulsione” (aventi propulsione ausiliaria e potenza nominale continua o netta massima minore o pari a 1.000 W, considerati veicoli a motore leggeri a due ruote di cui alla categoria L1e, necessitanti quindi di certificato di circolazione, targa, polizza assicurativa RCA e patente AM conformemente all’art. 116 cod. strada) e i “cicli a pedali a pedalata assistita” (considerati come velocipedi ai sensi dell’art. 50 cod. strada, dotati di un motore ausiliario elettrico avente potenza nominale pari o inferiore a 250 W).

La differenza fra i due veicoli, oltre alle predette caratteristiche, sta nel fatto che nei “cicli a propulsione” il mezzo è in grado di avanzare senza l’aiuto del ciclista, mentre nei cicli a pedali a pedalata assistita il mezzo si muove soltanto se il ciclista spinge sui pedali, sebbene aiutato da un motore elettrico.

Il regolamento Europeo 168/2013 trova applicazione solo nei confronti dei “cicli a propulsione”, equiparati ai ciclomotori.

Il giudice di primo grado, aveva perciò revocato la patente di guida senza avere considerato, né accertato, che il prevenuto aveva commesso il reato, alla guida di un velocipede a pedali a pedalata assistita, per il quale non è richiesta alcuna patente di guida, trattandosi di un “velocipede” ai sensi dell’art. 50 cod. strada, e non di un “ciclo a propulsione” ai sensi del regolamento Europeo.

La pronuncia della Cassazione

I giudici della Suprema Corte hanno accolto il ricorso formulato dalla difesa.

Come correttamente osservato dal ricorrente, il giudice di merito, aveva omesso di considerare che il citato regolamento Europeo non si applica a tutti i mezzi a pedalata assistita ma soltanto a quelli dotati di potenza superiore a 250 W (cd. “cicli a propulsione”, con targa e per i quali è richiesta patente AM), mentre quelli di potenza pari o inferiore sono considerati velocipedi a tutti gli effetti ai sensi dell’art. 50 cod. strada.

In proposito la sentenza impugnata non conduceva alcuna analisi sulla tipologia, nonché sulle caratteristiche del mezzo condotto dall’imputato, nel senso indicato; ed invero, si trattasi di questione decisiva ai fini della applicazione o meno della richiamata sanzione amministrativa accessoria, essendo noto, secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale, che la stessa sanzione non può essere disposta nei confronti di chi si sia posto alla guida di un veicolo per condurre il quale non è richiesta alcuna abilitazione, come un velocipede (Sez. 4, n. 19413 del 29/03/2013).

Cosicché la decisione impugnata è stata annullata con rinvio al Tribunale di Massa per nuova valutazione sul punto.

La redazione giuridica

 

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VEICOLO INCIDENTATO: IL FERMO TECNICO NON E’ UN DANNO IN RE IPSA

guida in stato di ebbrezza

Contro la decisione di condanna per guida in stato di ebbrezza di cui agli artt. 186 comma 2 lett. b), e 2 sexies C.d.S, l’imputato formulava ricorso per Cassazione

L’addebito era quello di essersi posto alla guida di un autoveicolo, durante l’ora notturna, in stato di ebbrezza alcolica, misurata tramite etilometro, con valore accertato pari a 0,82 gr/l.

Tra gli altri motivi di impugnazione l’imputato contestava la violazione di legge in relazione all’art. 131 bis cod. pen., nonché del vizio di motivazione.

Rilevava, infatti, di essere incensurato, che tale condotta era stata occasionale, che nessun fatto analogo era stato commesso successivamente, che non vi erano carichi pendenti per fatti diversi; che la prossimità al valore minimo avrebbe dovuto escludere ogni capacità a delinquere; che la lievità della violazione, che peraltro, non aveva cagionato danno alcuno e rilevata in un controllo di routine, era dimostrata dal superamento dell’area di punibilità pari a 0,02 centesimi; che la pena irrogata era molto prossima al minimo edittale e che erano state già concesse le attenuanti generiche.

Il procuratore generale presso la corte d’appello aveva infatti, già proposto l’assoluzione dell’imputato ai sensi dell’art. 131 bis cod. pen., posto che il fatto, si era verificato peraltro, in orario notturno (ore 4,00 del mattino) con traffico praticamente inesistente, strade extraurbane deserte e, conseguente inesistenza di pericolo concreto per cose e persone.

La decisione

Ebbene, il motivo è stato accolto. «Nell’ipotesi di specie concorrono tutti i presupposti della causa di non punibilità di cui all’art. 131 bis cod. pen.». – è quanto si legge della sentenza pronunciata dai giudici della Cassazione.

«Non solo, infatti, il superamento della soglia di punibilità è ridottissimo, ma le condizioni di realizzazione della condotta, per come descritte, appaiono denotate da una minima offensività, non essendo stata segnalata alcuna manovra rischiosa posta in essere dal conducente che, pur fermato per un controllo di routine, in ora notturna, guidava con evidenza in una situazione di assenza di traffico, quindi in condizioni di relativo pericolo concreto per i terzi, non essendo segnalata alcuna ulteriore violazione di norme della circolazione stradale».

Ciò posto, non avendo il fatto generato un contesto concretamente e significativamente pericoloso con riguardo ai beni tutelati dalla norma e ricordato che “La causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto prevista dall’art. 131-bis cod. pen., nel giudizio di legittimità, può essere ritenuta, senza rinvio del processo nella sede di merito, in presenza di un ricorso ammissibile, anche se esclusa nel giudizio di appello, i giudici della Cassazione hanno disposto in l’applicazione dell’art. 131 bis cod. pen., la declaratoria di non punibilità del reato, con conseguente annullamento della decisione impugnata”.

La redazione giuridica

 

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INCIDENTE STRADALE: I GHIACCIO SULLA STRADA ESLCUDE LA COLPA DEL CONDUCENTE?

 

revisione della patente

Causare un grave incidente stradale, fa scattare immediatamente la revisione della patente? La questione è stata rimessa al Tar Lombardia che ha deciso con la sentenza n. 872/2019

Di recente la giurisprudenza di merito ha affermato che il mero accadimento di un incidente, ancorché in presenza di feriti, non può essere considerato un presupposto di per sé sufficiente a giustificare il ragionevole dubbio circa la permanenza dei necessari requisiti di idoneità della patente di guida (Tar Emilia Romagna n. 977/2015).

Certo il discorso cambia se si tratta di un grave incidente stradale causato per guida in stato di ebbrezza e con violazione delle norme del codice della strada.

Secondo il Codice della Strada (art. 128), la revisione della patente di guida può essere richiesta – dal prefetto o dalla Motorizzazione Civile – quando vi siano legittimi dubbi sulle capacità fisiche o psichiche dell’automobilista in possesso di patente. Infatti, spesso, la revisione è richiesta in seguito alla sospensione effettuata dopo un incidente che abbia causato lesioni gravi.

La vicenda

Nel verbale di contestazione per violazione dell’art. 141 comma 3 del Codice della Strada notificato al ricorrente si leggeva che “in ore notturne, in prossimità di intersezione stradale regolarmente presegnalata, il conducente ometteva di moderare la velocità creando grave pericolo e turbativa per la circolazione stradale, invadendo l’opposto senso di marcia ed entrando in collisione frontale con altro veicolo”, il cui conducente moriva a causa del forte impatto.

Al momento dell’arrivo della Polizia Stradale, l’uomo risultava essere sotto l’effetto di sostanze alcoliche, con un tasso alcolemico di 1,92 g/l.

In ragione della gravità degli addebiti contestati, veniva disposta la revisione della patente di guida dell’autore del sinistro, tesa ad accertare la sua idoneità tecnica alla guida mediante esame di teoria di guida.

Ebbene, il ricorrente ha impugnato siffatto provvedimento dinanzi al Tar Lombardia, eccependone l’illegittimità per violazione di legge ed eccesso di potere.

Ma i giudici amministrativi lombardi non hanno accolto il ricorso confermando la decisione relativa alla revisione della patente.

Parimenti infondata è stata considerata la censura diretta a contestare l’inerzia dell’amministrazione nel dare esecuzione al provvedimento di revisione, atteso che l’art. 128 cds vigente al tempo dell’ adozione dell’atto impugnato – ossia prima che fosse novellato dalla legge n. 120/2010 – non prevedeva alcun provvedimento ulteriore per chi – come il ricorrente – non si presentava alla revisione disposta dall’amministrazione, fermo restando che il soggetto “sorpreso a circolare” oltre il termine fissato era sottoposto a sanzione pecuniaria e al ritiro della patente medesima.

Detto in altri termini, solo se sorpreso a circolare alla guida di veicolo dagli organi di polizia, ed una volta accertato che il conducente non avesse ottemperato agli esami prescritti, quest’ultimo poteva essere soggetto al ritiro della patente.

La decisione

Per il Tribunale amministrativo della Lombardia, dunque, il ritardo nel dare esecuzione al provvedimento risultava irrilevante, non solo ai fini dell’efficacia del provvedimento stesso, che non era intaccata dal ritardo nell’eseguire la revisione, ma anche in relazione alla legittimità di esso, trattandosi di una vicenda fattuale successiva inidonea a riflettersi sulla validità dell’atto impugnato in base al principio tempus regit actum.

Alla luce delle considerazioni sopra riportate, appare condivisibile la decisione del Tribunale amministrativo in ordine alla conferma della revisione della patente di guida del danneggiante.

Non va tuttavia dimenticato che è sempre necessario procedere ad una valutazione puntuale del singolo caso; la gravità dell’incidente in sé non può, da sola, determinare in automatico la richiesta di revisione della licenza di guida. E, in ogni caso, tale richiesta va motivata dettagliatamente.

La redazione giuridica

 

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REVOCA DELLA PATENTE NOTIFICATA DOPO 90 GIORNI: LEGITTIMO L’ANNULLAMENTO

La Prefettura di Udine aveva disposto nei confronti di un automobilista, la sospensione della patente (per due anni) per guida in stato di ebrezza

Contro tale ordinanza, il conducente del veicolo aveva presentato ricorso al Giudice di Pace, adducendo che, a causa delle patologie di cui soffriva, aveva assunto medicinali in grado di alterare la sua capacità di metabolizzare l’alcool e che, in ogni caso, il prelievo di sangue era stato eseguito in assenza del suo preventivo consenso.
In primo grado, l’opposizione era stata accolta e infatti, il Giudice di pace di Udine, aveva annullato l’impugnata ordinanza, stante l’assenza di espressa giustificazione da parte del Prefetto, dell’adozione del provvedimento di sospensione della patente, con riferimento alla sua specifica funzione cautelare.

La decisione, tuttavia, non era stata confermata in appello.

Il tema su cui si discute è il seguente: qual è la natura della sospensione della patente per guida in stato di ebbrezza? Si tratta di un atto discrezionale o piuttosto, di un “atto dovuto?
Per i giudici della Cassazione, il Tribunale aveva fatto bene a confermare il provvedimento del Prefetto, facendo, in tal modo, applicazione del principio di diritto per cui “il provvedimento sospensivo della patente integra ex art. 223 C.d.S., comma 1, – un atto dovuto privo di discrezionalità” (così, da ultimo, Cass., sez. VI, n. 10983/2018).
Nè al riguardo, assumeva rilievo il richiamo, operato dal ricorrente, alla sentenza della Cassazione n. 21447/2010, che distingue tra sospensione della patente di guida di cui all’art. 186 C.d.S. e quella di cui all’art. 223 del medesimo codice, ove, la prima può conseguire a titolo di sanzione accessoria a seguito dell’accertamento del reato, la seconda ha, invece, carattere preventivo e natura cautelare, perché – secondo la citata pronuncia – la sospensione della patente di guida va sempre irrogata ove sia stato accertato – come nel caso di specie – un valore alcolemico superiore a 1.5 grammi per litro.
Per tali motivi il ricorso è stato rigettato, in via definitiva.

La redazione giuridica

 
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RITIRO O REVOCA DELLA PATENTE? ANCHE I GIUDICI FANNO CONFUSIONE

Una società di trasporti licenzia un proprio dipendente, perché mentre era in servizio, alla guida di un mezzo aziendale, risultava con un tasso alcolemico pari a 2,32 g/l, ben oltre gli 0,5 g/l tollerati dalla normativa stradale

Per tale condotta era stato emesso decreto penale di condanna per guida in stato di ebbrezza, che prevedeva la pena di 60 giorni di arresto e 700 euro di ammenda, sostituiti in 63 giorni di lavoro di pubblica utilità.
Ma di tale condanna l’uomo non dava alcuna notizia alla società datrice di lavoro.
Soltanto successivamente giungeva il provvedimento di licenziamento che, quest’ultimo, impugnava davanti al giudice del lavoro.
Dopo la conferma in primo grado del recesso del datore di lavoro, il processo proseguiva in appello, e l’esito veniva completamente ribaltato: i giudici della corte territoriale dichiaravano illegittimo il licenziamento posto che la condotta contestata, secondo il contratto collettivo di categoria era sanzionabile unicamente con una misura conservativa e non anche con quella espulsiva.

La decisione della Cassazione

Ma per i giudici della Cassazione tale sentenza è del tutto irragionevole e contraria ai principi di diritto oltre al fatto che i giudici della Corte territoriale avevano completamente omesso di valorizzare il dato della mancata comunicazione del lavoratore dell’esistenza della condanna penale a suo carico.
Peraltro, la contestazione del datore di lavoro non aveva avuto riguardo semplicemente la “guida in stato di ebbrezza” (sempre vietata ma diversamente punita in ragione del valore del tasso alcolemico accertato: come illecito amministrativo per un valore superiore a 0,5 e non superiore a 0,8 per litro, come reato per le ipotesi più gravi, con pene, via via crescenti in ragione di un tasso alcolemico superiore a 0,8 e non superiore a 1,5 grammi per litro, ovvero superiore a detta soglia) ma piuttosto la “guida di un mezzo aziendale con un tasso alcolemico pari a 2,32 g/l” condotta evidentemente costituente reato ed oggetto, infatti, di decreto penale di condanna.

Tale condotta non era perciò riconducibile nell’ipotesi contrattuale, meno grave, disciplinata dal CCNL, per la quale era stabilita una semplice sanzione conservativa.

Al riguardo, i giudici della Cassazione ricordano che “il procedimento di sussunzione della fattispecie concreta in quella astratta tipizzata dalle parti collettive postula l’integrale coincidenza tra la fattispecie contrattualmente prevista e quella effettivamente realizzata, restando, per contro impossibile procedere ad una tale operazione, quando la condotta del lavoratore sia caratterizzata da elementi aggiuntivi estranei (ed aggravanti) rispetto alla fattispecie contrattuale, come nel caso in esame”.
Per tali motivi il ricorso è stato accolto e la sentenza cassata con rinvio alla corte d’appello di Venezia, in diversa composizione, per un nuovo esame di merito.

La redazione giuridica

 
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GIUDIZIO ABBREVIATO PER GUIDA IN STATO DI EBBREZZA: PENA DIMEZZATA

Con sentenza pronunciata dal Tribunale di Trieste, l’imputato era stato condannato, all’esito di giudizio abbreviato, alla pena di mesi 4 di arresto ed Euro 3.000,00 di ammenda per il reato di guida in stato di ebbrezza di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2, lett. c), e comma 2 bis, con l’aggravante di aver provocato un incidente stradale

Dopo il giudizio d’appello la vicenda è giunta finanche davanti ai giudici della Suprema Corte di Cassazione.
Con ricorso articolato in un unico motivo, la difesa dell’imputato lamentava il vizio di legge, per mancata applicazione retroattiva dell’art. 442 c.p.p. nella nuova formulazione ex L. n. 103 del 2017.
Nella quantificazione della pena, infatti, la pena base di mesi 6 di arresto ed Euro 4.500 di ammenda era stata ridotta alla pena finale di mesi 4 di arresto ed Euro 3.000 di multa.
Ma secondo una recente pronuncia della Quarta Sezione penale della Cassazione (n. 832/2018), deve operare la diminuzione della pena nella misura della metà, anziché di un terzo, se si procede per contravvenzione anche alle fattispecie anteriori salvo che vi sia stata sentenza irrevocabile.
Per i giudici della Cassazione il ricorso e il richiamo al predetto arresto giurisprudenziale sono fondati.
Ebbene, l’art. 442 c.p.p., comma 2, come novellato dalla L. n. 103 del 2017 – nella parte in cui prevede che, in caso di condanna per una contravvenzione, la pena che il giudice determina tenendo conto di tutte le circostanze è diminuita della metà, anziché di un terzo come previsto dalla previgente disciplina – si applica anche alle fattispecie anteriori, salvo che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile, ai sensi dell’art. 2 c.p., comma 4, in quanto, pur essendo norma di carattere processuale, ha effetti sostanziali, comportando un trattamento sanzionatorio più favorevole seppure collegato alla scelta del rito (Sez. 4, n. 832 del 15/12/2017).

Una norma processuale con effetti sostanziali

Nella richiamata pronuncia n. 832/2018, la Cassazione ha inteso, condivisibilmente ricordare che l’art. 442 c.p.p., comma 2, pur essendo norma di carattere processuale, ha effetti sostanziali, “disciplinando la severità della pena da infliggere in caso di condanna secondo il rito abbreviato”, per cui “deve soggiacere al principio di legalità convenzionale di cui all’art. 7, § 1, CEDU, così come interpretato dalla Corte di Strasburgo, vale a dire irretroattività della previsione più severa (principio già contenuto nell’art. 25 Cost., comma 2), ma anche, e implicitamente, retroattività o ultrattività della previsione meno severa”.
A tal proposito è stato anche sottolineato che, sebbene l’art. 442 c.p.p., si inserisca nell’ambito della disciplina processuale, essa è comunque intimamente e inscindibilmente connessa con quella sostanziale posto che prevede, un trattamento penale più favorevole in considerazione di una condotta dell’imputato successiva al reato e ciò in quanto, la diminuzione o sostituzione della pena è senz’altro un aspetto sostanziale, che ricade, dunque, nell’ambito applicativo dell’art. 25 Cost., comma 2.

Il principio di diritto

In definitiva, è ormai acquisito nel nostro sistema giuridico il principio secondo cui il trattamento sanzionatorio, anche laddove collegato alla scelta del rito, finisce sempre con avere ricadute sostanziali ed è, dunque, soggetto alla complessiva disciplina di cui all’art. 2 c.p., pur restando tuttora confermato che la riduzione di pena prevista dall’art. 442 c.p.p., comma 2, essendo finalizzata alla produzione di effetti puramente premiali in funzione di una specifica scelta processuale operata dall’imputato, va applicata per ultima, sulla pena quantificata dal giudice, comprensiva anche dell’eventuale aumento per la ritenuta continuazione, e che, comunque, la necessaria retroattività della disposizione più favorevole, affermata 3 dalla sentenza CEDU del 17 settembre 2009 nel caso Scoppola contro Italia, non è applicabile in relazione alla disciplina dettata da norme processuali.
Alla luce delle sopra esposte considerazioni il ricorso è stato accolto, e la pena rideterminata, in mesi due di arresto ed Euro 2250 di ammenda, ad opera della stessa Corte di Cassazione, ai sensi deli artt. 619 e 620 c.p.p.

La redazione giuridica

 
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ubriaco

La cassazione ha respinto il ricorso presentato dall’imputato già condannato nel merito, per essersi posto alla guida della sua autovettura sebbene fosse ubriaco

A nulla è valso eccepire di non aver messo in pericolo o arrecato danni a cose o persone posto che egli, sapendo di essere ubriaco si era volontariamente fermato nella corsia d’emergenza della strada che stava percorrendo.

Era stato condannato in primo e secondo grado di giudizio per essersi posto alla guida dell’autovettura di sua proprietà in stato di ebbrezza alcolica, con tasso alcolemico accertato in 2,57 g/l prima e 2,46 g/l alla seconda prova.

Il ricorso per Cassazione

Con un articolato ricorso difensivo, l’imputato chiedeva ai giudici della Cassazione la censura della sentenza impugnata, in primo luogo perché viziata da violazione di legge in ordine alla ritenuta sussistenza del reato contestato.

Ed infatti, egli deduceva di essere stato sottoposto ad accertamento con etilometro mentre si trovava parcheggiato nella corsia di emergenza dell’autostrada A20 e non già mentre era alla guida dell’autovettura.

A tal proposito, l’art. 186 cod.strad., riferendosi alla sola “guida”, avrebbe escluso di ritenere consumato il reato in questione.

Col secondo motivo, lamentava la violazione di legge in ordine al mancato riconoscimento dell’ipotesi di lieve entità di cui all’art. 131-bis, cod.pen., pacificamente applicabile anche al reato oggetto di imputazione.

I giudici di merito, non avevano a sua detta, correttamente valorizzato il fatto che, al momento del controllo, egli era fermo, non potendo perciò costituire pericolo concreto per persone o cose, che non aveva cagionato alcun incidente e che era incensurato. Tali circostanze avrebbero dovuto portare alla esclusione della sua punibilità.

La decisione

“Il ricorso è inammissibile, in quanto manifestamente infondato”.

È questo il giudizio espresso dai giudici della Cassazione, che hanno rigettato il ricorso in quanto totalmente privo di pregio, soprattutto per quanto riguarda il primo motivo di impugnazione.

Ed infatti, come correttamente osservato dalla Corte distrettuale, l’imputato era stato sottoposto a controllo mentre si trovava fermo sulla corsia di emergenza dell’autostrada, dopo essere stato visto imboccare la stessa appena venti minuti prima e dunque, potendo con certezza ritenere che egli si fosse posto alla guida in stato di forte ebbrezza alcolica.

Ciò – a detta degli Ermellini – è più che sufficiente per ritenere integrato il reato in discorso, atteso che, per giurisprudenza assolutamente costante, in tema di guida in stato di ebbrezza, non rileva che il veicolo fosse fermo al momento dell’effettuazione del controllo, giacché la “fermata” costituisce una fase della circolazione (Sez. 4, n. 45514 del 07/03/2013; Sez. 4, n. 37631 del 25/09/2007), come è stato efficacemente ribadito in tempi anche recenti da questa Corte con riferimento ad un caso assai simile rispetto a quello che occupa, relativo un’auto in sosta su carreggiata autostradale all’interno della quale veniva trovato l’imputato in stato di incoscienza (Sez. 4, n. 21057 del 25/01/2018).

Inammissibile era anche il secondo motivo.

Le Sezioni Unite da tempo, hanno avuto modo di chiarire che la causa di non punibilità della particolare tenuità del fatto di cui all’art. 131-bis cod.pen. è configurabile anche in relazione al reato di guida in stato di ebbrezza, non essendo, in astratto, incompatibile, con il giudizio di particolare tenuità, la presenza di soglie di punibilità all’interno della fattispecie tipica, rapportate ai valori di tassi alcolemici accertati (Sez. Un., n. 13681 del 25/02/2016), ma ciò sempre che ne ricorrano i presupposti, vale a dire che possa predicarsi effettivamente la particolare tenuità del fatto, alla luce di una valutazione complessa e congiunta di tutte le peculiarità della fattispecie concreta, che tenga conto, ai sensi dell’art. 133, primo comma, cod.pen., delle modalità della condotta, del grado di colpevolezza da esse desumibile e dell’entità del danno o del pericolo (Sez. Un., n. 13681 del 25/02/2016).

Tale particolare tenuità, come sostenuto dalla Corte territoriale, non era certo riscontrabile nel caso in esame, in quanto il comportamento dell’imputato era stato fortemente incosciente, mettendosi alla guida nonostante il grave stato di alterazione alcolica; e , in ogni caso, il fatto che egli non avesse determinato conseguenze ben più gravi, relativamente alla incolumità propria e degli altri utenti della strada, era soltanto una questione di fortuna.

Perciò, il ricorso è stato respinto e confermata la sentenza di condanna in via definitiva.

La redazione giuridica

 

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