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test diagnostici hiv

Attualmente uno degli ostacoli per la lotta all’Aids, con riferimento ai minorenni, è rappresentato dalla necessità del previo consenso del genitore per lo svolgimento dei test diagnostici

Il ministro della Salute, Giulia Grillo, ha da tempo avviato un confronto con le associazioni impegnate nella lotta all’Aids . L’obiettivo è il miglioramento delle strategie per informare e sensibilizzare su temi e priorità per la prevenzione e cura di Hiv e malattie sessualmente trasmesse. Uno dei punti critici riguarda il libero accesso per i cittadini minorenni ai test diagnostici. Questi sono anonimi e gratuiti per tutti, ma che per i minori richiedono il previo consenso del genitore o del tutore. Un paletto normativo costituisce di fatto un ostacolo ai test.

Gli studi evidenziano che i contagi da Hiv in età precoce sono sempre più frequenti, ma le diagnosi sono troppo spesso tardive.

Il ministro Grillo ha scritto al Garante per l’Infanzia e ha ricevuto una risposta positiva circa la possibilità di lavorare insieme a una nuova norma che agevoli l’accesso al test Hiv per i minori.

“Per rendere più semplice l’accesso alla diagnosi per i giovanissimi è essenziale intercettare precocemente l’eventuale contagio da Hiv o da altre malattie sessualmente trasmesse. Per questo – dichiara il Ministro – sono molto soddisfatta della positiva risposta dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza alla mia richiesta di lavorare insieme a una norma per superare questa regola ormai obsoleta. I tempi sono cambiati, eppure tanti giovani provano grande imbarazzo ad aprirsi con i genitori su alcuni aspetti della propria vita personale e non effettuano i test, pur avendo una vita sessuale  attiva.

Il Ssn – aggiunge Grillo – è di tutti i cittadini ed è compito del ministro della Salute e delle istituzioni rimuovere gli ostacoli alla prevenzione in ogni ambito della salute. Negli ultimi anni è stata fatta pochissima informazione sul pericolo Aids e molti ragazzi ignorano o sottovalutano la pericolosità della malattia. Presto i ragazzi potranno effettuare liberamente i test in contesti protetti e dedicati, senza più bisogno del consenso del genitore o tutore. È un punto di partenza- conclude – che può migliorare concretamente la consapevolezza sui temi della prevenzione”.

 

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vaccino tat

I risultati a lungo termine dell’ultimo studio condotto in otto centri clinici hanno evidenziato l’efficacia del Vaccino Tat nel ridurre il “serbatoio di virus latente”

La somministrazione del vaccino Tat a pazienti in terapia antiretrovirale (cART) si è rivelata capace di ridurre drasticamente il “serbatoio di virus latente” inattaccabile dalla sola cART. È questo il risultato del follow-up, durato otto anni e pubblicato sulla rivista open access “Frontiers in Immunology”, di pazienti immunizzati con il vaccino Tat messo a punto dall’équipe guidata da Barbara Ensoli, Direttore del Centro Nazionale per la Ricerca su HIV/AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità.

“Si tratta di risultati – afferma la Dott.ssa Ensoli – che aprono nuove prospettive per una cura “funzionale” dell’HIV, ossia una terapia in grado di controllare il virus anche dopo sospensione dei farmaci antiretrovirali. In tal modo, si profilano opportunità preziose per la gestione clinica a lungo termine delle persone con HIV, riducendo la tossicità associata ai farmaci, migliorando l’aderenza alla terapia e la qualità di vita, problemi di grande rilevanza soprattutto in bambini e adolescenti, con l’obiettivo, in prospettiva, di giungere all’eradicazione del virus”.

Quasi 40 anni dopo la scoperta del virus, l’HIV/AIDS rimane purtroppo un’emergenza globale che colpisce soprattutto le fasce più povere e fragili della popolazione mondiale, in particolare le donne e i bambini, gli omosessuali, bisessuali e transgender (LGBT), i lavoratori del sesso, le popolazioni migranti, gli utilizzatori di sostanze iniettabili.

A oggi, ben 40 milioni di persone nel mondo convivono con l’infezione da HIV, la metà delle quali senza ricevere alcuna terapia.

La cura per HIV/AIDS richiede ancora molti sforzi, ingenti investimenti e strategie innovative per l’eradicazione del virus. Infatti, il virus HIV non può essere eliminato dalla cART perché persiste, senza replicarsi, in alcune delle cellule infettate in forma di DNA virale. Questa forma “silente” del virus (DNA provirale) costituisce un “serbatoio di virus latente” che rimane invisibile al sistema immunitario ed è inattaccabile dalla terapia cART. Il virus latente periodicamente si riattiva e comincia a replicarsi; pertanto, l’interruzione della cART determina inevitabilmente la ripresa dell’infezione. Di qui la necessità di assumere la terapia ininterrottamente per tutta la vita.

Il nuovo studio, intitolato “Continued decay of HIV proviral DNA upon vaccination with HIV-1 Tat of subjects on long-term ART: an 8-year follow-up study”, e condotto in otto centri clinici in Italia (Ospedale San Raffaele di Milano, Ospedale L. Sacco di Milano, Ospedale San Gerardo di Monza, Ospedale Universitario di Ferrara, Policlinico di Modena, Ospedale S.M. Annunziata di Firenze, Istituto San Gallicano – Istituti Fisioterapici Ospitalieri di Roma, Policlinico Universitario di Bari), presenta i dati del monitoraggio clinico a lungo termine di 92 volontari vaccinati del precedente studio clinico ISS T-002.

Gli autori dello studio riportano che i volontari trattati con cART e vaccinati con la proteina Tat hanno mostrato un forte calo del DNA provirale nel sangue, avvenuto con una velocità in media 4-7 volte maggiore di quella osservata in studi analoghi in pazienti trattati solo con cART.

Nei volontari vaccinati, inoltre, la riduzione del serbatoio di virus latente si è associata ad un aumento delle cellule T CD4+ e del rapporto delle cellule T CD4+/CD8+. Queste caratteristiche vengono riscontrate anche in rari pazienti, denominati post-treatment controllers, in grado di controllare spontaneamente la riattivazione della replicazione virale dopo aver sospeso la terapia, i quali hanno, infatti, un serbatoio di virus latente di dimensioni assai ridotte, come evidenziato da bassi valori di DNA provirale e mostrano un buon recupero del sistema immune, come indicato da un elevato rapporto dei linfociti T CD4+/CD8+.

“È concepibile, pertanto – conclude la Dott.ssa Ensoli – che la vaccinazione con Tat possa conferire ai pazienti la capacità di divenire “post-treatment controllers”, cioè di controllare il virus senza assunzione di farmaci per periodi di tempo la cui durata dovrà essere valutata con specifici studi clinici. Pertanto, i risultati dello studio aprono la strada a studi di interruzione programmata e controllata della terapia nei volontari in trattamento con cART vaccinati con Tat, attualmente in corso di pianificazione proprio allo scopo di verificare questa ipotesi”.

Questi risultati del vaccino Tat rappresentano un importante passo avanti nella ricerca di una cura funzionale dell’HIV che, insieme alla prevenzione dell’infezione, è assoluta priorità della comunità scientifica internazionale anche per le vaste risorse che l’HIV/AIDS sottrae alla lotta alla povertà e alle ineguaglianze nel mondo. Uno studio del 2018 ha, infatti, stimato a $563 miliardi il costo della lotta contro HIV tra il 2000 and 2015, equivalenti ad un contributo pro-capite di $100 dollari nei paesi in via di sviluppo e $5.000 in Europa e Nord America ($330/anno); altri studi hanno stimato in circa – 0.5 % – 2.6% per anno l’impatto negativo sul PIL nei paesi africani, con una perdita di circa $30 – $150 miliardi l’anno, cifre enormi che impongono urgenti e innovative soluzioni terapeutiche per l’HIV/AIDS.

 

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profilattici gratis

Nelle farmacie umbre, in occasione della Giornata Mondiale della lotta all’AIDS, saranno distribuiti depliant informativi e profilattici gratis

In occasione della Giornata Mondiale per la lotta all’AIDS, che si celebra tutti gli anni il 1° dicembre dal 1988, le farmacie umbre distribuiranno profilattici gratis e opuscoli informativi.

Il tutto con l’intento di prevenire, divulgare, far conoscere agli utenti rischi e le sfaccettature del virus HIV.

Quest’anno, dunque, Federfarma Umbria e Anlaids Umbria Onlus metteranno a disposizione dei cittadini, nelle farmacie della regione, profilattici omaggio, fascicoli e volantini informativi all’interno dei quali sono ben indicati i presidi ospedalieri dove è possibile fare il test HIV, oltre a profilattici gratis.

Inoltre, a Perugia, saranno distribuiti gratuitamente profilattici e depliant informativi con consigli e delucidazioni in merito ai rischi di contagio.

Sull’iniziativa è intervenuto con una nota Claudio Sfara, dirigente medico Clinica Malattie Infettive dell’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia e presidente di Anlaids Umbria Onlus.

“La Clinica delle Malattie Infettive dell’Azienda Ospedaliera di Perugia – afferma Sfara – riporta circa 50 nuovi casi di Infezione da HIV nel 2017 e, a tutt’oggi, 29 nuovi casi nel 2018. Quindi in Umbria si registra una progressiva diminuzione dell’incidenza delle nuove infezioni da HIV”,

“Le farmacie della nostra regione sono sempre in prima linea in tema di prevenzione – commenta il presidente di Federfarma Umbria Augusto Luciani -, contribuendo alle necessarie campagne informative”.

Luciani ricorda anche come Federfarma sia attiva “per favorire la conoscenza di tematiche particolarmente importanti, in questo caso il contagio da virus Hiv”.

Anlaids Umbria, Omphalos-Arcigay, Unità di Strada Cabiria, Cabs Centro a Bassa Soglia sono le associazioni che periodicamente eseguono Test Rapidi Hiv (salivari o capillari) con risposta fornita in 20 minuti. Questi, sono rivolti a popolazione con elevata frequenza di comportamenti a rischio.

“E’ fondamentale implementare la prevenzione primaria, attraverso interventi informativi rivolti alla popolazione mirati a non sottovalutare la percezione del rischio di infezione da HIV – concludono Sfara e Luciani.

Inoltre, i due esperti hanno ricordato l’importanza della prevenzione secondaria. Questa va favorita con l’accesso al test HIV e al trattamento antiretrovirale per le persone a rischio d’infezione.

“E naturalmente – concludono – promuovere comportamenti sessuali “sicuri” per ridurre il rischio di trasmettere l’HIV e altre infezioni trasmissibili per via sessuale”.

Ecco una lista dei presidi in cui effettuare il test HIV in Umbria

Perugia: Ospedale S. Maria della Misericordia – Day Hospital di Malattie Infettive – 0755783262 dalle 8 alle 12

Terni: Ospedale S. Maria – Day Hospital di Malattie Infettive – 0744205557 dalle 8 alle 10

Città di Castello: Ospedale – Rep. Malattie Infettive – 0758509660, dalle 8 alle 10

Foligno: Ospedale – Centro trasfusionale – 07423397481 dalle 8 alle 9.30

Spoleto: Ospedale S. Matteo – Centro Trasfusionale – 0743210521 dalle 8 alle 10

Orvieto: Ospedale – Laboratorio analisi – 0763307241 dalle 8 alle 10

Narni: Ospedale – Laboratorio analisi – 0744740216 dalle 8 alle 10

Amelia: Ospedale – Laboratorio analisi 0744740216 dalle 8 alle 10

 

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AUMENTO DELLE MALATTIE VENEREE: A BOLOGNA +400% DI SIFILIDE

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Aumento delle malattie veneree: a Bologna +400% di sifilide

Secondo i dati del centro malattie sessualmente trasmissibili del S. Orsola, si sta verificando un notevole aumento delle malattie veneree, in particolare della sifilide.

Uno spaventoso aumento delle malattie veneree ha messo in allarme il centro malattie sessualmente trasmissibili del S. Orsola di Bologna.

Il centro ha registrato negli ultimi quindici anni un’impennata di casi di malattie veneree.

A preoccupare sono i contagi crescenti per sifilide, clamidia e gonorrea.

Ogni anno, l’ aumento delle malattie veneree registra fra 100 e 300 nuovi casi, con una crescita che tocca il +400%, per quanto riguarda la sifilide.

I dati sono emersi nel corso della commissione Sanità del Comune di Bologna.

Secondo Antonietta D’Antuono, responsabile del centro malattie sessualmente trasmissibili del dipartimento di dermatologia del Policlinico Sant’Orsola, ogni anno sono 3500 le persone che si rivolgono al centro come primo accesso.

E per quanto riguarda i casi di sifilide, questi sono 100-120 ogni anno.

I più colpiti sono gli uomini, con una maggiore incidenza tra gli omosessuali, mentre 300 sono i casi in media di clamidia, per lo più donne, e 170 casi quelli di gonorrea.

Ma con l’ aumento delle malattie veneree diminuisce la prevenzione, che manca nelle scuole.

“C’è scarsa informazione su queste malattie – afferma D’Antuono – e poca paura delle infezioni. Non se ne sente parlare”, così come si parla meno di Hiv “perché per fortuna ci sono terapie che funzionano”.

Tra gli utenti del centro, aggiunge la responsabile, “il 50% dichiara di non usare alcun tipo di contraccettivi e solo l’8% dice di utilizzare sempre il preservativo”.

Solo il 70% di chi ha una diagnosi di malattia venerea accetta di fare anche il test Hiv.

Una percentuale estremamente bassa a fronte di un numero di contagi che, come attestato da recenti indagini, aumenta in modo esponenziale.

 

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tubercolosi

L’Oms raccomanda di escludere che la tubercolosi sia attiva in chi ha l’Hiv prima che sia sottoposto a un trattamento preventivo per la malattia

Una recente nuova revisione sistematica e metanalisi degli studi, pubblicata da The Lancet HIV, ha messo in luce l’importanza di aggiungere alla regola di screening dei 4 sintomi dell’Organizzazione mondiale della sanità per la tubercolosi anche una radiografia al torace.  Essa consente di poter fare un maggior numero di diagnosi di tubercolosi in persone con Hiv.

Infatti, si raccomanda di escludere che la tubercolosi sia attiva in chi convive con l’Hiv. E questo ben prima che sia sottoposto a un trattamento preventivo per la malattia.

Per Haileyesus Getahun dell’Oms di Ginevra, autore principale dello studio, “la scoperta più importante dello studio è che l’algoritmo clinico dei quattro sintomi raccomandato dall’Oms per escludere la tubercolosi attiva nelle persone affette da Hiv continua a essere uno strumento valido per fornire un trattamento preventivo alla tubercolosi in contesti con risorse limitate”.

Lo studio di Getahun e colleghi ha selezionato tra il 2011 e il 2018 le ricerche pubblicate dopo che l’Oms aveva emesso le raccomandazioni sullo screening della tubercolosi a partire da quattro sintomi.

Ebbene, il team ha incluso studi con raccolta di campioni come espettorato, sangue, urina o l’aspirazione linfonodale da persone con Hiv. E questo indipendentemente dai loro sintomi, esclusi gli studi caso-controllo.

Gli autori hanno valutato la specificità dello screening nelle persone che vivono con l’Hiv in base allo stato della loro terapia antiretrovirale (Art). Oltre all’eventuale effettuazione di radiografie del torace.

Quasi tutte le 15.427 persone nei 21 studi che hanno esaminato erano adulte. Inoltre, tra queste, 1.559 avevano tubercolosi attiva.

Gli autori hanno incluso 18 di questi studi nella metanalisi. Sette includevano dati provenienti da persone che avevano ricevuto Art.

I risultati dello studio

La ricerca ha provato che la sensibilità del gruppo alla regola di screening dei quattro sintomi era significativamente più bassa per le 4.640 persone in terapia antiretrovirale rispetto alle 8.664 naive della Art (51,0% vs 89,4%). È vero il contrario per la specificità aggregata (70,7%, rispetto al 28,1%).

Sulla base dei dati di 646 persone in due studi, l’eventuale anormalità della radiografia del torace nelle persone con Art ha aumentato la sensibilità dal 52,2% all’84,6%, ma ha diminuito la specificità dal 55,5% al 29,8%.

L’Oms raccomanda a tutti coloro che hanno l’Hiv di iniziare l’Art entro sette giorni dalla diagnosi. Eccetto però quando ci sono particolari indicazioni per ritardare il trattamento.

“Questa politica – concludono gli autori – è ampiamente adottata e si prevede che si tradurrà in una riduzione del numero di persone con Hiv nei servizi sanitari che sono Art naive”.

 

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In Italia le diagnosi tardive di HIV superano il 50% dei casi. Assieme al nostro Paese anche Grecia e Germania

Metà delle diagnosi di Hiv in Europa sono fatte in ritardo, quando il sistema immunitario è già compromesso. E’ quanto emerge dal rapporto annuale del Centro Europeo per il Controllo delle Malattie (Ecdc), riferito al 2016. Il documento, pubblicato sul sito del Centro, registra però una leggera discesa dei nuovi casi, appena sotto i 30mila.

Secondo il Rapporto, basato sui dati del sistema di sorveglianza Tessy che coinvolge in totale 31 paesi – quelli Ue più alcuni limitrofi – la media è di 5,9 nuovi casi l’anno ogni 100mila abitanti.

Lituania, Estonia e Malta presentano però il triplo di diagnosi, mentre l’Italia è appena sotto tal soglia con un valore pari a 5,7.

Il 48% delle diagnosi è considerata in ritardo, con una conta delle cellule CD4 del sistema immunitario inferiore a 350 per millimetro cubo. Il 28% dei diagnosticati presenta una cifra addirittura inferiore a 200.

L’Italia è fra gli otto paesi in cui più del 50% delle diagnosi, precisamente il 56%, è tardiva. Assieme al Belpaese figurano anche Lituania, Romania, Grecia, Croazia, Estonia, Finlandia e Germania.

Il 40% dei contagi registrati è avvenuto in uomini che hanno avuto contatti sessuali con altri uomini, a fronte del 32% per contatti eterosessuali. Il 4% ha origine da scambi di siringhe, mentre negli altri casi l’origine è sconosciuta.

Il 70% dei nuovi casi si è verificata in uomini. “Il tasso maggiore di diagnosi – sottolinea il documento – è stato osservato tra i 25 e i 29 anni con i casi nei maschi che hanno il picco a 21,4 anni, mentre nelle donne è tra 30 e 39”.

 

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rapporti sessuali non protetti

Obbligare la moglie a rapporti sessuali non protetti quando si è affetti da HIV è violenza sessuale? La sentenza della Corte di Cassazione.

Con la sentenza n. 52051/2017 la Corte di Cassazione stabilisce che il marito affetto da HIV che obbliga la moglie a rapporti sessuali non protetti commette violenza sessuale. E, nella stessa sentenza, ribadisce che le dichiarazioni della vittima possono, da sole, fondare il fatto.

La vicenda

Una donna bielorussa è stata costretta dal marito a quotidiani rapporti sessuali non protetti. La donna non era più consenziente da quando aveva scoperto per caso che il marito era affetto da HIV. La donna aveva infatti trovato tra i documenti del marito la documentazione che ne attestava la patologia.

Un mese e mezzo dopo l’inizio delle violenze, inoltre, la donna aveva colto la prima occasione che le sie era presentata per scappare di casa e sottrarsi alle violenze del marito.

La Corte di Appello aveva condannato il marito, considerando la donna attendibile.  A differenza di quanto affermato dal giudice di prime cure, infatti, secondo la Corte di appello la denuncia della donna appariva disinteressata, credibile e scevra da contraddizioni.

La sentenza della Corte di Cassazione

L’uomo era ricorso in Cassazione, affermando che la testimonianza della moglie, che era stata considerata inattendibile dal giudice di prime cure, non bastava a condannarlo.

Il GUP, infatti, pur ritenendo fondate le accuse della donna, aveva avanzato dubbi sulla sua attendibilità personale, riguardo  in particolare alle denunce sull’intensità delle violenze da parte del marito, che riteneva “enfatizzate”.

Secondo il GUP, la donna sarebbe stata condiscendente con l’uomo per una sorta di arrendevolezza, senza quindi sciogliere il dubbio sul suo consenso nel consumare i rapporti, anche se motivato dalla stanchezza.

La Corte di Cassazione ha invece respinto il ricorso dell’uomo, in quanto infondato.

Secondo gli Ermellini, infatti, il giudice non può ritenere false le testimonianze di chi denuncia di aver subito una violenza sessuale, a meno che non sussistano specifici e riconoscibili elementi che rendano fondato un simile sospetto.

Inoltre, ricordano i giudici della Suprema Corte, in questo tipo di reati l’accertamento dei fatti deve essere spesso svolto senza l’apporto conoscitivo di testimoni diretti diversi dalla stessa vittima.

Nel caso di specie, il quadro fattuale conduceva verso la ragionevole plausibilità del racconto. La Corte d’Appello aveva pertanto ricondotto a coerenza, sul piano razionale, l’atteggiamento della vittima con il contesto nel quale sono maturate le condotte tenute dall’imputato.

 

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trasfusioni con sangue infetto

Il Ministero condannato a risarcire il danno biologico derivato dal contagio dei virus HBV, HIV o HCV a seguito di trasfusioni con sangue infetto

Con la sentenza del 6 aprile 2017 la Corte d’Appello di Roma ha chiarito sia l’an che il quantum in tema di risarcimento del danno conseguente al contagio da virus HBV, HIV o HCV a seguito di trasfusioni con sangue infetto.

La sentenza in esame riguarda il caso di diversi soggetti a cui sono state effettuate emotrasfusioni durante dei trattamenti sanitari presso strutture pubbliche. A seguito di detti trattamenti, i pazienti hanno contratto rispettivamente i virus HBV, HIV o HCV a causa delle trasfusioni con sangue infetto. . Nonostante le trasfusioni risalgano a periodi storici differenti e riguardino soggetti diversi, le domande risarcitorie sono state riunite in un unico processo.

Gli attori del processo, in primo grado avevano richiesto il risarcimento del danno biologico e morale, oltre all’indennizzo ex L. n. 210 del 1992, già ottenuto dal ministero della Sanità a seguito del procedimento amministrativo intentato a norma della legge citata. Tale indennizzo è infatti previsto “a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazione di emoderivati”. Ha quindi natura diversa rispetto al risarcimento del danno biologico da lesioni gravissime.

Il Ministero della Salute ha perciò impugnato la sentenza del Tribunale dinanzi alla Corte d’Appello sostenendo di essere del tutto estraneo al fatto materiale della trasfusione da cui è derivato il danno. Secondo il Ministero di tale intervento sarebbero responsabili le singole Regioni, quali depositarie dei compiti amministrativi in materia di salute umana e veterinaria. Oltre a ciò l’appellante ritiene che sarebbe stato configurato erroneamente a suo carico un dovere di vigilanza troppo ampio e generale.

La sentenza della Corte d’Appello

Ma la Corte rigetta l’appello su diversi punti. In motivazione si legge infatti che “il primo giudice ha fatto corretta applicazione del consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità”. “Il Ministero della Salute è tenuto ad esercitare un’attività di controllo e di vigilanza in ordine alla pratica terapeutica della trasfusione del sangue e dell’uso degli emoderivati”. Di conseguenza “risponde, ai sensi dell’art. 2043 cod. civ., dei danni conseguenti ad epatite ed a infezione da HIV, contratte da soggetti emotrasfusi, per omessa vigilanza sulla sostanza ematica e sugli emoderivati“.

La Corte aggiunge  che “vi è la presunzione di responsabilità del Ministero della Salute per il contagio verificatosi negli anni tra il 1979 e il 1989″. Questo perchè era già  “avvenuta la scoperta scientifica della prevedibilità delle relative infezioni, individuabile nel 1978, con il conseguente obbligo di controllo e di vigilanza in materia di raccolta e distribuzione di sangue umano per uso terapeutico”. Tale presunzione “può essere vinta solo se viene fornita dallo stesso Ministero la prova dell’adozione di condotte e misure necessarie per evitare la contagiosità. A prescindere dalla conoscenza di strumenti di prevenzione specifica“.

Per ciò che attiene invece al dovere di vigilanza contestato dal Ministero, la Corte risponde che questo si desume da quanto si legge nella sentenza della Cassazione n. 10291/2015 (e da altri precedenti conformi). Una volta acclarata l’esistenza della patologia e l’assenza di altri fattori causali alternativi deve ritenersi, “secondo un giudizio ipotetico, che l’azione omessa avrebbe potuto impedire l’evento”. E questo “perché obiettivamente prevedibile che ne sarebbe potuta derivare come conseguenza la lesione. La prova di tale conoscenza deve ritenersi raggiunta a partire dal 1978, con il riconoscimento del virus dell’epatite B da parte dell’OMS. Sempre che non emerga altra data antecedente con lo stesso livello di oggettività“.

Compensatio lucri cum damno

Riguardo invece il risarcimento del danno richiesto oltre all’indennizzo ex legge n. 210 del 1992, la Corte di Cassazione aveva già affermato a Sezioni Unite un principio.  “Il diritto al risarcimento del danno conseguente al contagio da virus HBV, HIV o HCV a seguito di trasfusioni con sangue infetto ha natura diversa rispetto all’attribuzione indennitaria regolata dalla L. n. 210 del 1992″. Tuttavia, nel giudizio risarcitorio  promosso contro il Ministero della salute, viene fatta una precisazione importante. “L‘indennizzo eventualmente già corrisposto al danneggiato può essere interamente scomputato dalle somme liquidabili a titolo di risarcimento del danno. Altrimenti la vittima va a godere di un ingiustificato arricchimento “. Tale arricchimento consisterebbe “nel porre a carico di un medesimo soggetto (il Ministero) due diverse attribuzioni patrimoniali”. Diversamente se ne può richiedere “una  in relazione al medesimo fatto lesivo“.

La compensatio lucri cum damno, citato dalla Corte d’Appello, allude al principio per cui il giudice in sede di quantificazione del risarcimento del danno dovuto dall’autore, deve tenere  di due cose. Del pregiudizio causato dal fatto illecito. Ma anche degli eventuali vantaggi che si sono venuti a creare nel patrimonio del soggetto danneggiato. La Corte ha inteso dire che bisogna considerare come un comportamento di per sé illecito e/o dannoso può innescare anche effetti positivi nel danneggiato. Ragion per cui condanna il Ministero a risarcire il danno.  Ma dalla sua quantificazione totale sottrae quanto le vittime hanno già percepito a titolo di indennizzo ex legge n. 210 del 1992.

Avv. Annalisa Bruno
(foro di Roma)

 

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Oltre all’HIV sono in aumento i casi delle malattie a trasmissione sessuale,  come sifilide, gonorrea ed herpes genitale

Dieci i casi registrati al giorno di affetti da HIV secondo quanto riportato dal Ministro della Salute Beatrice Lorenzin che parla di una sottovalutazione del rischio rispetto al contagio delle cosiddette MTS, malattie a trasmissione sessuale. La Ministra presenta dei dati che parlano di 3.500 nuovi casi di HIV all’anno, praticamente come detto, una media di dieci nuovi casi al giorno. La Lorenzin esprime la sua preoccupazione circa la sottovalutazione del rischio con comportamenti che ricordano gli anni ’80 e ’90.

“Bisogna tenere alto l’allarme, educare i giovani informandoli con campagne istituzionali e spingendoli a tutelare se stessi”, ha affermato la Ministra che inoltre ha evidenziato il calo delle chiamate al numero verde Aids e Ist.
La più grande preoccupazione riguarda la grande sacca di ignoranza relativa alle malattie veneree come sifilide, gonorrea, condilomi, herpes genitale e altre ancora.

“Cresce la disinformazione – ha sottolineato il presidente dell’Iss Walter Ricciardi – circa la metà delle persone che si rivolge al telefono verde dichiarando di aver avuto un comportamento a rischio, non esegue poi il test Hiv. E questo dimostra che non c’è una consapevolezza di ciò che può succedere. Conta probabilmente anche l’idea che l’infezione si può tenere sotto controllo con i farmaci, ma non bisogna dimenticare che l’Aids si cronicizza, è curabile ma non guaribile. Sono 125 mila le persone colpite in Italia e che convivono con la malattia“.

Secondo i dati forniti dall’Iss negli ultimi 30 anni la disinformazione in merito è aumentata passando dall’11,4% del primo decennio al 13,6% degli ultimi anni. Rimangono invariate invece  le richieste di consulenza in materia legale con riferimento a discriminazioni sul posto di lavoro, stigma, violazione della privacy. Presentato dall’Iss un vademecum per far conoscere ai sieropositivi quali siano i loro diritti e come tutelarli.

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Disponibile in farmacia consiste in un prelievo di sangue dal polpastrello e ha un’attendibilità del 99,8%. Il risultato nel giro di 15 minuti

Si celebra oggi la giornata mondiale contro l’Aids, una patologia ancora molto diffusa, anche in Europa. Molti dei portatori del virus, non sanno tuttavia di essere sieropositivi. Nel vecchio continente, secondo un recente rapporto del Centro di controllo delle malattie (Ecdc), sono circa 122mila, un rapporto di uno su sette del totale degli infetti. A livello mondiale, il problema della non consapevolezza riguarda circa il 40% dei 13 milioni di sieropositivi.

Proprio per questo l’Organizzazione mondiale della Sanità ha emanato delle nuove linee guida in cui promuove il ‘self testing’, l’adozione cioè di test da fare a casa da soli per scoprire l’eventuale infezione. Il test, che finora in Europa era distribuito solamente in Francia, arriva oggi anche in Italia. Sarà acquistabile dai cittadini maggiorenni presso 2800 farmacie al prezzo di venti euro. I farmacisti che vorranno ordinare i test, dovranno prima seguire un corso di formazione online su come rapportarsi al paziente.

Consegnato assieme a materiale informativo sulla malattia, l’esame si effettua a casa mediante un semplice prelievo di sangue dal polpastrello, richiede circa 5 minuti e ha un’attendibilità del 99,8%. Prima di fare il test è però fondamentale osservare il cosiddetto ‘intervallo finestra’, ossia il lasso di tempo (90 giorni) che intercorre tra il momento del presunto contagio e la produzione di anticorpi che segnalano la presenza del virus. Il risultato è disponibile nell’arco di circa 15 minuti. In caso di esito positivo, raccomandano gli esperti, è necessario ripetere il test presso una struttura specializzata, sia per fugare ogni dubbio, sia per iniziare la terapia.

L’autotest non sostituirà i test, gratuiti e anonimi, offerti attualmente dal servizio sanitario. Ma sarà utile per far emergere il sommerso delle diagnosi tardive da Hiv con la conseguente diminuzione del rischio collettivo. In Italia, infatti, si stimano da 6.500 a 18.000 persone sieropositive non diagnosticate.

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