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il parere degli esperti

natimortalità

In Italia la natimortalità riguarderebbe circa 180mila famiglie. Le disposizioni di legge in caso di mortalità perinatale, tuttavia, sono spesso erroneamente applicate

Secondo i dati pubblicati dalla rivista scientifica «The Lancet» nell’aprile 2011 sarebbero circa 2,6 i milioni bambini nati morti ogni anno nel mondo. Il 98 per cento dei casi si verifica nei Paesi poveri o in via di sviluppo, ma percentuali sempre più alte continuano a interessare i Paesi più ricchi. In Italia, la natimortalità riguarderebbe circa 180.000 famiglie.

La morte perinatale, oltre alle ripercussioni sulla salute psicofisica delle madri e della coppia. presenta notevoli criticità anche dal punto di vista amministrativo. Le norme previste dal nostro ordinamento relativamente alla sepoltura dei bambini sono spesso ignorate o erroneamente applicate in molti ospedali. In Italia, inoltre, non esistono disposizioni precise in relazione all’iscrizione di un bimbo nato morto all’anagrafe. Circostanza prevista invece in altri Paesi quali la Francia e la Germania.

Per la legge italiana, i bambini sono considerati “nati morti” solo quando abbiano superato le 28 settimane di gestazione al momento del parto.

Se un bambino quindi nasce morto dopo la 28° settimana dovrà essere registrato presso l’anagrafe. Successivamente, si potrà procedere alla sua sepoltura. Lo prevede l’art. 74 del Regio Decreto 09.07.1939 n. 1238.

I parenti, entro le 24 ore dall’espulsione o estrazione del feto, devono presentare domanda di seppellimento alla Azienda Sanitaria Locale. Questa deve essere accompagnata da certificato medico che indichi la presunta età di gestazione ed il peso del feto.

Per il seppellimento dei bimbi di età gestazionale sotto le 20 settimane, invece, è necessario richiedere i resti mortali del bambino all’ospedale e i permessi per il trasferimento al cimitero all’ASL.

Per un maggiore approfondimento sul tema e per una panoramica più dettagliata della normativa vigente in caso di natimortalità si invita a leggere l’articolo “I nati-morti, invisibili in Italia”, a cura della redazione scientifica.

 

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PARTO IN CASA. VERSO UNA LEGGE NAZIONALE?

osservatorio

Tabelle milanesi e danno non patrimoniale: lo scorso 8 marzo l’ Osservatorio sulla giustizia civile di Milano ha reso note le Tabelle aggiornate per la liquidazione del danno non patrimoniale 

Lo stesso Osservatorio, di recente, ha intrapreso una lunga e approfondita attività di monitoraggio delle sentenze, in materia di liquidazione del danno da perdita del rapporto parentale, per verificare in base a quali parametri in concreto i singoli giudici liquidino tale danno, distinguendo a seconda che si tratti di appartenenti alla prima o alla seconda serie dei prossimi congiunti (rispettivamente in favore di ciascun genitore per la morte del figlio, del figlio per la morte del genitore e del coniuge non separato, della parte dell’unione civile o del convivente di fatto sopravvissuto e, in favore del fratello e del nonno).

Il lavoro di analisi e di monitoraggio delle sentenze è tutt’ora in corso – fa sapere l’Osservatorio -, ma allo stato dell’arte è stato già possibile affermare che i range di liquidazione maggiormente utilizzati sono quelli compresi tra Euro 150.000,00 – 180.000,00 ed Euro 20.000,000 – 40.000,00.

I giudici – afferma – hanno motivato la scelta di questi valori monetari tenendo principalmente conto dei seguenti parametri: la scarsità di allegazioni e/o mancanza di prova su circostanze di fatto idonee a personalizzare il danno e, quindi, il danno è stato ritenuto provato in base a presunzioni; vittima secondaria residente all’estero; la mancanza di prova di un’assidua frequentazione con la vittima primaria; la formazione di nuclei familiari autonomi; l’età avanzata della vittima primaria o premorienza della vittima secondaria durante il processo; coniuge separato legalmente.

L’Osservatorio non ha alcun dubbio circa l’indiscussa validità delle predette Tabelle, già peraltro, assunte a “parametro di conformità della valutazione equitativa” del danno, ai sensi degli artt. 1226 e 2056 c.c. (Cass. n. 12428/2011 c.d. “sentenza Amatucci), ma può fare a meno di rilevare due evidenti punti di criticità: da una parte, interpretazioni non corrispondenti al tenore delle Tabelle e dei relativi criteri di lettura, con la conseguente applicazione di valori mediani tra quelli minimi e massimi indicati, in assenza di comprovate peculiarità del caso concreto”; dall’altra, “liquidazioni per importi assai differenziati, con range in aumento fino al 100% di quello base, per la prima serie dei prossimi congiunti e fino al 500% per la seconda serie dei prossimi congiunti (fratello e nonno)”.

Eppure, la Corte di Cassazione (sentenza n. 5013/2017) non ha mancato di affermare che i giudici devono procedere alla personalizzazione del danno, muovendo da una uniformità pecuniaria di base e che la misura massima di personalizzazione prevista in Tabella, deve invece essere applicata soltanto laddove la parte, nel processo, alleghi e rigorosamente provi circostanze di fatto da cui possa desumersi il massimo sconvolgimento della propria vita in conseguenza della perdita del rapporto parentale” (così nei “Criteri orientativi”).

La questione, in verità, è assai più complessa; e lo riconosce lo stesso Osservatorio laddove afferma che ci troviamo di fronte ad un danno non in re ipsa per cui non esiste un minimo garantito da liquidarsi in ogni caso: perciò, il giudice deve valutare caso per caso (anche ricorrendo all’utilizzo della prova presuntiva) con onere in capo alla parte interessata di allegazione e prova del danno non patrimoniale di cui ne chiede la liquidazione.

Avv. Sabrina Caporale

 

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DANNO DA PERDITA DI CHANCE DI SOPRAVVIVENZA E RESPONSABILITÀ MEDICA

 

danno da perdita di chance

Danno da perdita di chance o da certezza di minor periodo di sopravvivenza? La Corte di Cassazione rende i dovuti chiarimenti

In tema di responsabilità sanitaria in ambito oncologico (dove spesso il concetto di danno da perdita di chance viene confuso con la certezza della perdita di un obiettivo, invece, raggiungibile) la Corte di Cassazione, Sez. III, n. 5641/2018, specifica che si possono verificare le seguenti ipotesi:

A) La condotta (commissiva o più spesso omissiva) colpevolmente tenuta dal sanitario ha cagionato la morte del paziente mentre una diversa condotta (diagnosi corretta e tempestiva) ne avrebbe consentito la guarigione. In tal caso l’evento – conseguenza del concorso di due cause, la malattia e la condotta colpevole – sarà attribuita al sanitario, chiamato a rispondere del danno biologico cagionato al paziente e del danno da lesione del rapporto parentale cagionato ai familiari;

B) La condotta colpevole ha cagionato non la morte del paziente (che si sarebbe comunque verificata) bensì una significativa riduzione della durata della sua vita e una peggiore qualità della stessa per tutta la sua minor durata. In tal caso il sanitario sarà chiamato a rispondere dell’evento di danno costituito dalla minor durata della vita e della sua peggior qualità, senza che tale danno integri una fattispecie di perdita di chance – senza cioè, che l’”equivoco lessicale” costituito dal sintagma “possibilità di una vita più lunga e di qualità migliore” incida sulla qualificazione dell’evento, caratterizzato non dalla “possibilità di un risultato migliore”, bensì dalla certezza (o rilevante probabilità) di aver vissuto meno a lungo, patendo maggiori sofferenze fisiche e spirituali;

C) La condotta colpevole del sanitario non ha avuto alcuna incidenza causale sullo sviluppo della malattia, sulla sua durata e sull’esito finale, rilevando di converso, in pejus, sulla sola (e diversa) qualità e organizzazione della vita del paziente (anche sotto l’aspetto del mancato ricorso a cure palliative): l’evento di danno (e il danno risarcibile) sarà in tal caso rappresentato da tale (diversa e peggiore) qualità della vita (intesa altresì nel senso di mancata predisposizione e organizzazione materiale e spirituale del proprio tempo residuo). Anche in questo caso, non è corretto evocare la fattispecie della chance;

D) La condotta colpevole del sanitario non ha avuto alcuna incidenza causale sullo sviluppo della malattia, sulla sua durata, sulla qualità della vita medio tempore e sull’esito finale. La mancanza, sul piano etiologico, di conseguenze dannose della pur colpevole condotta medica impedisce qualsiasi risarcimento;

E) La condotta colpevole del sanitario ha avuto, come conseguenza, un evento di danno incerto: le conclusioni della CTU risultano, cioè espresse in termini di assoluta incertezza rispetto all’eventualità di una maggior durata della vita e di minori sofferenze per il paziente, ritenute soltanto possibili alla luce delle conoscenze scientifiche e delle metodologie di cura del tempo. Tale possibilità sarà risarcibile equitativamente alla luce di tutte le circostanze del caso, come possibilità perduta – se provato il nesso causale (certo ovvero “più probabile che non “), tra la condotta e l’evento incerto (la possibilità perduta) nella sua necessaria dimensione di apprezzabilità, serietà, consistenza.

La vicenda.

I ricorrenti citavano in giudizio due medici di una azienda ospedaliera chiedendone la condanna al risarcimento di tutti i danni patiti a seguito del decesso anticipato della propria congiunta, determinato da errori diagnostici consistiti nella non corretta interpretazione di due radiografie toraciche e dall’inutile intervento chirurgico di toracotomia eseguito presso la medesima clinica.

I ricorrenti attribuivano alla sola condotta degli imputati la responsabilità dell’evento morte della propria congiunta, sostenendo al contrario che laddove, la diagnosi fosse stata tempestiva, ella non sarebbe morta di cancro ma sarebbe guarita dalla malattia. Proponevano, pertanto, domanda di risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale.
Sulla vicenda si era espresso già favorevolmente il giudice di primo grado. Questi, tuttavia, si era pronunciato non nel senso che i dedotti inadempimenti dei due medici avessero cagionato la morte della donna, ma ne avessero, piuttosto, ridotto le sue chance di sopravvivenza, essendo quest’ultima deceduta a causa della malattia, il cui esito avrebbe potuto solo ipoteticamente essere rallentato, ma non anche neutralizzato da una corretta condotta degli agenti.

Il Tribunale di primo grado aveva così modificato (arbitrariamente) la domanda degli attori, da domanda di risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale a domanda di risarcimento del danno da perdita di chance di sopravvivenza della propria congiunta.

Cosicché, la vicenda offre lo spunto per ulteriori riflessioni in tema di chance nell’ambito della responsabilità medica.
Come noto, la chance è un concetto puramente “patrimonialistico”. La sua evoluzione giurisprudenziale origina dalla pronuncia n. 6506/1985 della Suprema Corte di Cassazione. In quell’occasione furono sanciti quattro principi fondamentali: ogni individuo ha diritto all’integrità del proprio patrimonio; la speranza di un guadagno futuro costituisce una entità risarcibile; la perdita della speranza di conseguire un risultato costituisce lesione dell’integrità del patrimonio e, quindi un danno risarcibile; il danneggiato ha l’onere di provare che la chance perduta presenti una percentuale di successo probabile e cioè pari ad almeno il 50%, poiché in presenza di una possibilità sfavorevole superiore a quella favorevole, non vi è ragione alcuna che possa giustificare la prevalenza della seconda sulla prima, e quindi la sussistenza di un danno”.

Come può, dunque, un concetto cosi “patrimonialistico”, conciliarsi con la perdita della possibilità di conseguire, per il soggetto che si dichiara danneggiato da una condotta commissiva (o più spesso omissiva) colpevole, un risultato migliore sul piano non patrimoniale?

“La chance – ci ricorda la Suprema Corte – presuppone nella sua ontologica essenza i caratteri dell’interesse pretensivo sottostante (cioè postula la preesistenza di un quid su cui andrà ad incidere sfavorevolmente la condotta colpevole del danneggiante impedendone la possibile evoluzione migliorativa (es. il partecipante ad un concorso è portatore di conoscenze e preparazione che preesistono all’intervento “soppressivo” del preposto all’esame; l’azienda che prende parte ad una gara ad evidenza pubblica è portatrice di professionalità e strutture operative che preesistono all’intervento “eliminativo” della stazione appaltante); altrettanto non è da dirsi per la chance “non pretensiva”, rappresentata anch’essa, sul piano funzionale, dalla possibilità di conseguire un risultato migliorativo della situazione preesistenza, ma morfologicamente diversa rispetto alla prima: il paziente è portatore di una condizione di salute che, prima dell’intervento del medico, rappresenta un pejus, e non un quid in positivo, sul piano della chance”.

Il discorso cambia anche in punto di liquidazione del danno. Se infatti, in sede di accertamento del valore di una chance patrimoniale è possibile il riferimento a valori oggettivi (il giudice amministrativo, in alcune sue decisioni, ha adottato il parametro del 10% del valore dell’appalto all’atto del riconoscimento di una perdita di chance di vittoria da parte dell’impresa illegittimamente esclusa), diverso sarà il criterio di liquidazione da adottare per la perdita di una chance a carattere non patrimoniale, rispetto alla quale il risarcimento non potrà essere proporzionale al risultato perduto, ma commisurato, in via equitativa, alla possibilità perduta di realizzarlo: possibilità che, per integrare gli estremi del danno risarcibile, dovrà necessariamente attingere ai parametri della apprezzabilità, serietà, consistenza.

Ne deriva che, qualora l’evento di danno sia costituito non da una possibilità – sinonimo di incertezza del risultato sperato – ma dal (mancato) risultato stesso, come la perdita anticipata della vita del paziente (nel caso di specie cagionato dalla mancata diagnosi di una patologia tumorale), non sarà lecito parlare di chance perduta, ma di un preciso evento di danno rappresentato, in via diretta ed immediata dalla minore durata della vita e dalla sua peggiore qualità (fisica e psichica); e dunque, l’attività del giudice, dovrà muovere dalla previa disamina della condotta (e della sua colpevolezza) e dell’accertamento della relazione causale tra tale condotta e l’evento di danno (la possibilità perduta), alla luce del criterio civilistico del “più probabile che non” (Cass. 15991/2011; 18392/2017).

Avv. Sabrina Caporale

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PIÙ MEDICI ASSISTONO UN PAZIENTE? AD OGNUNO LA PROPRIA RESPONSABILITÀ!

 

rimborso spese sanitarie

Un giudice pugliese si è trovato a deliberare sulla domanda di rimborso delle spese sanitarie presentata da un malato oncologico effettuate in urgenza terapeutica

Una interessante sentenza del Giudice di Pace di Lecce (n. 748/2018) che affronta un tema assai delicato che concerne il diritto all’assistenza sanitaria pubblica ( rimborso spese sanitarie nel caso de quo), in teoria garantito dall’articolo 32 della Costituzione.

In particolare, il giudice pugliese si è trovato a deliberare sulla domanda di rimborso presentata da un malato oncologico il quale aveva dovuto ricorrere urgentemente a una struttura privata non convenzionata con il Servizio sanitario nazionale per l’esecuzione di un controllo TAC (connesso con la patologia da cui egli era afflitto).

Dopo essersi rivolto invano a strutture convenzionate con le Asl di Brindisi, Lecce e Napoli, l’attore aveva deciso di effettuare l’esame presso un centro di medicina nucleare privato e aveva dovuto sborsare, di tasca propria, la somma di euro 1.802.

Nel corso del giudizio era emerso, da un lato che il paziente effettivamente si era trovato nell’urgenza assoluta di svolgere quell’esame e, dall’altro, che egli non aveva potuto accedere, in tempi ragionevoli, alle strutture sanitarie pubbliche o convenzionate con il pubblico così da trovarsi obbligato a  rivolgersi al centro di medicina nucleare privato.

Il giudice di pace ha messo in evidenza come, nel caso di specie, trovi applicazione quel diritto costituzionalmente garantito e intangibile connesso a un valore non negoziabile quale deve considerarsi, a tutti gli effetti, il diritto alla salute di cui all’articolo summenzionato della nostra Carta fondamentale.

La regola vigente in casi consimili è che il cittadino – se vuole usufruire della gratuità della prestazione – deve rivolgersi alle strutture pubbliche ovvero a quelle private convenzionate con il Servizio sanitario nazionale e può chiedere il rimborso delle spese sanitarie sostenute (per aver voluto eseguire l’esame presso un centro privato non convenzionato) solo nel caso in cui egli sia stato preventivamente ed espressamente approvato da un provvedimento delle autorità competenti.

Nel caso di specie, tale nulla osta non c’era e, tuttavia, il giudice ha riconosciuto il buon diritto dell’attore in quanto sussistevano ragioni di assoluta urgenza tali da rendere non differibile il percorso diagnostico prescelto. Ergo, siffatti motivi – laddove ne sia appurata l’effettiva esistenza nel caso concreto – giustificano, e legittimano, il ricorso alle strutture private pur in assenza di una esplicita preventiva autorizzazione degli enti deputati a rilasciarla.

Essi  giustificano, altresì, anche il diritto del cittadino al rimborso di quanto speso per essersi sottoposto non già a un esame qualsivoglia (in quanto tale differibile nel tempo) quanto piuttosto a un esame quoad vitam,  cioè salva vita.
Altrimenti detto, solo l’esecuzione in tempi celeri (se non immediata) di tale esame avrebbe potuto consentire al malato di affrontare con discrete probabilità di successo l’incombere della patologia. Di talché, pur in assenza di un apposito ‘permesso’, egli deve essere rifuso di quanto speso presso la struttura privata non convenzionata con la pubblica amministrazione.

In definitiva, per quanto anzidetto, la P.A. non ha alcun potere discrezionale di incidere su un diritto intangibile (come quello alla salute). In ispecie, quando ricorrano circostanze contingenti connotate dall’impellenza tali da legittimare il cittadino – in assenza di un’adeguata copertura da parte del SSN –  a beneficiare di  soluzioni alternative presso strutture private.

Stiamo parlando, dunque, di posizioni soggettive “a nucleo rigido” e non “a nucleo variabile”: nelle seconde è accettabile (e comprensibile) un potere discrezionale da parte della pubblica amministrazione idoneo a derubricare i diritti a meri interessi legittimi per effetto di una valutazione di bilanciamento dei bisogni coinvolti. In presenza delle seconde, invece, proprio perché è implicata una dimensione costituzionale non negoziabile, viene meno ogni pretesa ‘selettiva’ da parte delle autorità  deputate a decidere.

In tali casi, il cittadino potrà avvalersi dei servigi a pagamento di centri di diagnostica e di terapia privati con la consolante certezza di ottenere poi il dovuto ristoro ad opera del Servizio sanitario nazionale. E ciò in ossequio a quel principio di tendenziale gratuità e di universalità assoluta delle cure che caratterizza la nostra carta costituzionale e che il giudice di pace il Lecce ha avuto il merito di rammentarci.

Avv. Francesco Carraro
Foro di Padova

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INTERVENTO ESEGUITO CORRETTAMENTE MA INUTILE, SI AL RISARCIMENTO

 

lite temeraria

La Suprema Corte con l’ordinanza n. 16801/2018 ripercorre gli ultimi indirizzi giurisprudenziali in tema di lite temeraria chiarendo quali siano i casi di abuso dell’impugnazione

La funzione sanzionatoria della condanna per lite temeraria.

Gli Ermellini hanno recentemente riesaminato la questione relativa alla funzione sanzionatoria della condanna per lite temeraria prevista dall’ultimo comma dell’art. 96 c.p.c.., con riferimento sia alla necessità di contenere il fenomeno dell’abuso del processo che alla evoluzione della fattispecie dei danni punitivi che è stata progressivamente introdotta nel nostro ordinamento.

Una recente pronuncia della Suprema Corte, la n. 27623 del 2017, ha affermato che “la condanna ex art. 96 c.p.c., comma 3, c.p.c., applicabile d’ufficio in tutti i casi di soccombenza, configura una sanzione di carattere pubblicistico, autonoma ed indipendente rispetto alle ipotesi di responsabilità aggravata ex art. 96, commi 1 e 2, c.p.c. e con queste cumulabile, volta al contenimento dell’abuso dello strumento processuale; la sua applicazione, pertanto, non richiede, quale elemento costitutivo della fattispecie, il riscontro dell’elemento soggettivo del dolo o della colpa grave, bensì di una condotta oggettivamente valutabile alla stregua di “abuso del processo”, quale l’aver agito o resistito pretestuosamente e cioè nell’evidenza di non poter vantare alcuna plausibile ragione”.

Questa decisione, in verità, è stata preceduta da un altro fondamentale arresto inteso a valorizzare proprio la sanzione prevista dalla norma, e che ritiene che “nel vigente ordinamento, alla responsabilità civile non è assegnato solo il compito di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subito la lesione, poiché sono interne al sistema la funzione di deterrenza e quella sanzionatoria del responsabile civile, sicché non è ontologicamente incompatibile con l’ordinamento italiano, l’istituto di origine statunitense dei “risarcimenti punitivi”.

Con riferimento a tanto la Cassazione ribadisce che ai fini della condanna ex art. 96, terzo comma, c.p.c. può costituire abuso del diritto all’impugnazione la proposizione di un ricorso per cassazione:
1) basato su motivi manifestamente incoerenti con il contenuto della sentenza impugnata, o completamente privo di autosufficienza
2) contenente una mera richiesta complessiva di rivalutazione nel merito della controversia
3) fondato sulla deduzione del vizio di cui all’art. 360, n.5., c.p.c., ove invece sia applicabile ratione temporis, l’ultimo comma dell’art. 348 ter c.p.c. che ne esclude l’invocabilità.

In queste ipotesi, il ricorso per cassazione integra un ingiustificato sviamento del sistema giurisdizionale, in quanto non è finalizzato alla tutela dei diritti ed alla risposta alle istanze di giustizia, bensì solo ad aumentare il volume del contenzioso e, di conseguenza, ad ostacolare la ragionevole durata dei processi pendenti ed il corretto impiego delle risorse necessarie per il buopn andamento della giurisdizione.

Qual è l’obiettivo della Corte?

Nel caso de quo gli Ermellini ritengono le censure contenute nel ricorso erronee e non più compatibili con un quadro ordinamentale che, da un lato, deve universalmente garantire l’accesso alla giustizia e alla tutela dei diritti, in base da quanto disposto dall’art. 6 della CEDU e, dall’altro, deve tener conto del principio costituzionalizzato della ragionevole durata del processo (cfr. art. 111 Cost.) e dalla necessità di creare strumenti dissuasivi rispetto ad azioni con chiaro intento dilatorio e defatigatorio.

La prudenza del ceto forense coniugata con il principio di responsabilità delle parti.

Secondo la Corte si deve valorizzare la sanzionabilità dell’abuso dello strumento giudiziario (cfr. Cass., n. 10177/2015), proprio per evitare la dispersione delle risorse della giurisdizione (cfr. Cass., SSUU, n. 12310/2015 in motivazione) e consentire l’accesso alla tutela giudiziaria solo di quei soggetti meritevoli e dei diritti violati, per il quale, nella giustizia civile, il primo filtro valutativo è affidato alla prudenza del ceto forense coniugata con il principio di responsabilità delle parti.

Il processo si è concluso con la condanna, da parte della Corte, del ricorrente, d’ufficio, al pagamento in favore della controparte, in aggiunta alle spese di lite, di una somma equitativamente determinata in €. 4.000,00, pari, all’incirca, in termini di proporzionalità, alla metà del compenso liquidato.

Avv. Maria Teresa De Luca

 

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FORO DI COMPETENZA E SUA DEROGABILITÀ: UN APPROFONDIMENTO

 

 

intervento eseguito correttamente

Per la Cassazione, la mancanza di effetti pregiudizievoli di un intervento eseguito correttamente non vale di per sé a escludere la responsabilità del personale sanitario se l’operazione si rivela superflua

Nell’ambito della malpractice medica, il risarcimento del danno può conseguire anche a un intervento inutile, ovvero un intervento eseguito correttamente e non dannoso ma semplicemente non necessario. Lo ha chiarito la Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 12597/2017.

Nel caso esaminato un paziente aveva chiamato in causa una struttura sanitaria per essere risarcito dopo essere stato sottoposto a un’operazione chirurgica alla spalla. L’intervento si era rivelato superfluo.

La Corte d’Appello aveva respinto il ricorso, basandosi  su una CTU che sottolineava come l’intervento fosse stato correttamente eseguito. Peraltro  non erano state ravvisate lesioni o postumi conseguenti, né tantomeno lesioni che potessero determinare invalidità temporanea o permanente a carico della donna.

Gli Ermellini, invece, hanno evidenziato che la mancanza di effetti pregiudizievoli, come nel caso considerato,  non implica una completa esenzione di responsabilità da parte dei sanitari. Tale principio è valido tanto più  se risulta che la struttura sanitaria non abbia dato corso alle giuste e adeguate attività pre e post operatorie.

In caso di omissione di tali accorgimenti, la Suprema Corte ritiene  che si possa configurare un ‘danno-conseguenza’.

Si tratta di un danno determinato dalla menomazione dell’agire quotidiano del soggetto, nonché dalla sofferenza e dal disagio interiore procurati alla vittima durante tutto l’arco temporale che comprende preparazione, esecuzione e gestione della fasi conclusive dell’intervento.

Secondo i Giudici del Palazzaccio, quindi, l’inutilità dell’operazione comporta una ingerenza dannosa nella sfera psico-fisica della persona. Più specificamente, si configura  come una compromissione ingiustificata della sfera intangibile del malato. Da questa deriverebbe, dunque, un danno non patrimoniale che va risarcito.

Per un maggiore approfondimento sul tema si invita a leggere l’articolo “Intervento inutile, va risarcito anche se ben eseguito?” dell’avv. Francesco Carraro

 

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LIQUIDAZIONE DEL DANNO NON PATRIMONIALE: SI USANO SEMPRE LE TABELLE VIGENTI

famiglia mononucleare

Ai fini della risarcibilità del danno parentale in una famiglia mononucleare occorre la specifica allegazione di come il fatto illecito lesivo abbia determinato lo sconvolgimento della normali abitudini di vita

Le gravi lesioni subite o le gravi patologie da cui è colpito uno dei componenti della famiglia mononucleare o allargata determinano uno stravolgimento della normale routine quotidiana. I comportamenti di ciascuno, infatti, vanno adattati in funzione di cosa può o non può fare la persona malata.

La sofferenza soggettiva e il dolore interiore possono essere così devastanti da trasformarsi in vere proprie patologie, quali ad esempio, la depressione. Il danno morale, quindi, sfocia in un vero e proprio danno biologico.

In caso di grave menomazione o morte del prossimo congiunto, inoltre, il danno può incidere sulla sfera esistenziale. Ciò in ragione dei benefici che il superstite ritraeva dalla compagnia del defunto. Tra questi, ad esempio, gli insegnamenti e l’educazione per il minore che perda un genitore.

A livello giuridico, il danno parentale da morte o lesione grave, rappresenta ormai un dato acquisito.

Esso può configurarsi sia nell’ambito di una famiglia allargata che in quello di una famiglia mononucleare, fatta di marito e moglie.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 12470/2017 si è soffermata proprio su quest’ultima fattispecie. L’intervento degli Ermellini è stato invocato dalla moglie di una vittima di un grave incidente stradale.

La donna aveva chiesto il risarcimento per i danni non patrimoniali subiti in conseguenza in conseguenza della grave menomazione del marito. Pur vendendo accolta la sua pretesa dai Giudici di merito, la signora aveva impugnato sia la sentenza del Tribunale che quella della Corte territoriale ritenendo insoddisfacenti le cifre disposte a titolo di ristoro.

I Giudici di Piazza Cavour, nel pronunciarsi sulla vicenda hanno chiarito che il danno biologico, il danno morale ed il danno alla vita di relazione (alias esistenziale) rispondono a prospettive diverse di valutazione del medesimo evento lesivo.

Questo può causare, nella vittima ma anche nei familiari, un danno accertabile sotto il profilo medico-legale (danno biologico) un dolore interiore (danno morale) e una alterazione della vita quotidiana (danno esistenziale). Il Giudice di merito deve valutare tutti gli aspetti della fattispecie dannosa, evitando duplicazioni ma anche vuoti risarcitori.

La Suprema Corte, quindi, ammette il risarcimento per il danno da lesione del rapporto parentale nell’ambito della famiglia mononucleare.

A tal fine, tuttavia, precisano i Giudici, occorre la specifica e non generica allegazione di come il fatto illecito lesivo abbia determinato nel prossimo congiunto quello sconvolgimento della normali abitudini tale da imporre scelte di vita radicalmente diverse. L’allegazione deve essere provata da chi chiede il risarcimento, secondo quanto previsto dall’art. 2697 del codice civile.

Per un approfondimento completo sulla sentenza in questione si invita a leggere l’articolo “Risarcibilità del danno provocato dalla vita di coppia” dell’avv. Antonio Arseni

 

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DANNO DA LESIONE DEL LEGAME PARENTALE: LA PROVA DEVE ESSERE RIGOROSA!

 

 

cura delle carie

Per la Cassazione commette esercizio abusivo della professione l’odontotecnico che provveda alla cura delle carie, effettuando manovre nella bocca del paziente  

È configurabile il reato di esercizio abusivo della professione nella condotta dell’odontotecnico che provvede alla cura delle carie, atteso quanto dispone il secondo periodo del R.D. 31 maggio 1928, n. 1334, art. 11.

In base a tale norma “è in ogni caso vietato agli odontotecnici di esercitare, anche alla presenza ed in concorso del medico o dell’abilitato all’odontoiatria, alcuna manovra, cruenta o incruenta, nella bocca del paziente, sana o ammalata”.

Lo ha chiarito la Suprema Corte di Cassazione, IV sez. penale, con la sentenza n. 23014/2016 pronunciandosi su un caso che vedeva imputati un odontotecnico e un dentista.

Gli Ermellini hanno precisato, inoltre,  che risponde di concorso nell’esercizio abusivo della professione chiunque consenta  o agevoli lo svolgimento di attività professionale da parte di soggetto non autorizzato.

In tal senso, i Giudici del Palazzaccio si sono richiamati alla sentenze n. 22534/2015 delle Sezioni Unite nonché alla pronuncia n. 2268/1973 della sesta sezione della Cassazione.

Per quanto concerna i limiti della professione odontotecnica la normativa vigente dispone che i professionisti di tale settore “sono autorizzati unicamente a costruire apparecchi di protesi dentaria su modelli tratti dalle impronte loro fornite dai medici chirurghi e dagli abilitati a norma di legge all’esercizio della odontoiatria e protesi dentaria, con le indicazioni del tipo di protesi”.

L’odontotecnico, quindi, può costruire apparecchi di protesi dentaria solo su specifica prescrizione da parte di soggetti abilitati all’esercizio della professione odontoiatrica. Tuttavia, non può in alcun caso intervenire direttamente all’interno della bocca dei pazienti, nemmeno in presenza e sotto la supervisione del dentista.

Per un approfondimento sul tema si invita a leggere l’articolo “Ancora una condanna per l’odontotecnico…che fa il dentista” dell’avv. Sabrina Caporale

 

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ESERCIZIO ABUSIVO DI UNA PROFESSIONE: IL PUNTO DELLA CASSAZIONE

medici

In caso di assistenza fatta da più medici, ognuno di essi non può esimersi dal conoscere e valutare l’attività precedente o contestuale svolta da altro collega

Il caso è quello di due medici, l’una specialista in ginecologia, l’altra dottoressa di Pronto Soccorso, entrambe imputate per lesioni colpose gravi cagionate ad una donna, già sottoposta a intervento di interruzione volontaria della gravidanza, a seguito di malformazione del feto. L’intervento avvenne per via farmacologica, attraverso la somministrazione di un farmaco specifico. Nei giorni successivi la donna più volte ricoverata in Pronto Soccorso per perdite emorragiche consistenti, veniva puntualmente dimessa. Fino a quando, dopo il secondo ricovero e successive dimissioni, la situazione si aggravava inesorabilmente.

La vicenda.

Dopo il secondo malore e l’arrivo in pronto soccorso, la dottoressa di turno che pure aveva compreso la gravità della situazione, anziché valutare autonomamente il caso e procedere al ricovero della paziente, disponendo nuovi accertamenti, “si limitò a prescrivere nuovamente il farmaco già consigliato dallo specialista, salva la necessità di rivedere la paziente in caso di peggioramento”. Ella, in altre parole, preferì mantenere buoni rapporti con la collega, evitando di giungere a una diagnosi differenziale da quella da quest’ultima proposta, piuttosto che tutelare la salute della donna, che nel frattempo veniva nuovamente dimessa.

Con il primo capo di imputazione si contestava invece alla specialista, la condotta altrettanto (gravemente) colposa per non aver riconosciuto, nonostante i sintomi e lo stato di evidente patologia della donna, anche a seguito del secondo episodio emorragico, il quadro clinico gravemente compromesso, ed attivarsi in tal senso, ma rimanendo piuttosto ferma nella propria originaria ed erronea posizione diagnostica.

A detta della ricorrente, inoltre, nessuno dei due medici, la avvertì circa la necessità di provvedere immediatamente dopo le dimissioni dall’Ospedale, all’acquisto del farmaco ed alla sua assunzione intramuscolare.

Vale la pena considerare – ci ricorda la Suprema Corte – che “qualora il medico si trovi di fronte ad un peggioramento non previsto dei sintomi o ad una situazione di evoluzione del quadro clinico od ancora la perdurare della situazione già esistente incompatibile con la terapia somministrata (o- ma non è questo il caso – con eventuali manovre chirurgiche poste in essere) egli deve ripetere la diagnosi differenziale, non potendo semplicemente mantenere la diagnosi già formulata, al fine di modificare eventualmente l’intervento (in questo senso: Sez. V, n. 52411 del 17/12/2014; Sez. IV, n. 34729 del 26/09/2011; Sez. VI, n. 4452 del 03/02/2006).

Sennonché, “nell’ipotesi di cooperazione multidisciplinare fra diversi medici ognuno di loro è tenuto, oltre che al rispetto dei canoni di diligenza e prudenza connessi alle specifiche mansioni svolte, anche all’osservanza degli obblighi derivanti dalla convergenza di tutte le attività verso il fine comune e unico, con la conseguenza ciascun sanitario non può esimersi dal conoscere e valutare l’attività precedente o contestuale svolta da altro collega, sia pure specialista in altra disciplina e dal controllarne la correttezza, se del caso ponendo rimedio ad errori altrui che siano evidenti e non settoriali, rilevabili ed emendabili con l’ausilio delle comuni conoscenze scientifiche del professionista medio”.

Tuttavia, per dare una risposta alla questione in esame, – aggiunge la Suprema Corte – non basta l’affermazione contenuta nella sentenza impugnata secondo cui “con certezza” (peraltro non risultante dai pareri dei tecnici) – la dottoressa avrebbe dovuto “già dall’esame ecografico accorgersi dei dati sintomatici ed oggettivi” comprovanti un grave quadro patologico della paziente e dunque attivarsi in tal senso. Occorre, piuttosto, l’evidenza dell’errore, cioè la sua rilevabilità secondo criteri di conoscenza comuni alle discipline mediche e comunque, anche in questo caso, avuto riguardo ad una valutazione esclusivamente ex ante.

Nel caso in esame, i giudici di merito avrebbero, inoltre, dovuto dare conto del giudizio controfattuale circa l’utilità della condotta della paziente che, laddove avesse diligentemente seguito le indicazioni dello specialista nell’assunzione del medicinale prescritto, avrebbe potuto evitare il verificarsi dell’evento o ne avrebbe limitato le conseguenze e ciò anche al fine dell’eventuale graduazione della colpa. Ma anche sul punto – aggiungono i giudici della Corte – bisogna ragionare in questi termini: per quale ragione la donna, pacificamente priva di competenze nello specifico settore, avrebbe dovuto, dopo essere stata rassicurata sulla sufficienza del trattamento farmacologico e domiciliare, e dopo esser stata ulteriormente trattenuta in ospedale e poi dimessa, assumere immediatamente il farmaco prescritto? Significherebbe affidare la soluzione ad una valutazione apodittica priva di ragionevolezza logica!

Di qui l’intervento degli Ermellini (IV Sezione Penale, n. 20186/2018), che a fronte di una sentenza di condanna per le due imputate, annulla e rimette nuovamente la causa al giudice di merito.

Avv. Sabrina Caporale

 

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tetraparesi

Danno da parto con conseguente tetraparesi. Una pronuncia delle Sezioni Unite in materia di Compesatio lucri cum damno

La quarta sentenza pronunciata dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, il 22 maggio 2018, in materia di compensato lucri cum damno, è la nr. 12.567. Essa concerne una vicenda di responsabilità professionale medica (danno da parto esitato in tetraparesi) che ha avuto inizio nel 1999 allorquando due genitori agivano in giudizio, avanti al Tribunale di Mantova, per ottenere il risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e non patrimoniali, subiti dal loro figliolo al momento della nascita (a causa di un taglio cesareo troppo ritardato) nonché per tutti i danni di natura non patrimoniale e patrimoniale patiti in proprio degli stessi genitori. A cagione di una serie di difficoltà insorte nel corso del parto, il neonato aveva patito una grave ipossia cerebrale e, per effetto della ritardata esecuzione del parto cesareo, era venuto alla luce affetto da gravissimi postumi permanenti sfociati in una tetraparesi.

La sentenza del Tribunale di Mantova (che aveva accolto le domande dei due genitori) venne successivamente impugnata avanti alla Corte d’Appello di Brescia e la sentenza pronunciata in secondo grado fu portata all’attenzione della Suprema Corte.

La Corte d’Appello aveva dato ragione ai genitori decidendo (con peculiare riferimento alla liquidazione del danno emergente) asserendo che tale voce doveva essere calcolata avendo riguardo non solo alla situazione in cui il minore si trovava al momento di incardinare il giudizio, ma anche a quella in cui egli si sarebbe trovato durante tutto il corso della sua successiva travagliata esistenza. Non c’era, infatti, alcuna valida ragione per pretendere che, dell’assistenza, si dovessero far carico i familiari. Inoltre, secondo i giudici di secondo grado – dall’importo liquidato – non dovevano essere detratti né l’indennità di accompagnamento né il valore delle prestazioni a domicilio erogate dal servizio pubblico. Ciò per la semplice ed elementare ragione che i genitori del minore avrebbero, comunque, dovuto far fronte anche ad altre spese per il vivere quotidiano in aggiunta a quelle di mera assistenza; e anche in considerazione del fatto che le prestazioni domiciliari erogate dagli enti pubblici erano limitate ad alcuni accessi settimanali. Non rispondevano, quindi, in toto al bisogno di poter disporre di una persona che assistesse, giorno e notte, il minore con tetraparesi.

Le Sezioni Unite hanno affrontato un tema cruciale: se le prestazioni erogate dagli enti pubblici a favore del minore debbano essere, o meno, scomputate dal montante complessivo liquidato a titolo di ristoro per il danno patrimoniale emergente.

Ebbene, la risposta è stata affermativa, nel senso cioè di ritenere impegnata, anche nella fattispecie de quo, la categoria della compensatio lucri cum danno.

Il motivo per cui gli Ermellini sono pervenuti a questa conclusione è strettamente legato al criterio ermeneutico da essi selezionato anche con riferimento alle altre tre casistiche sulle quali si sono pronunciati (unitamente a quella di cui qui si discorre). Tale criterio può compendiarsi in una parola: “funzione”.

Il criterio finora usato, in materia, era quello del titolo fondativo delle differenti prestazioni di cui si trova occasionalmente a beneficiare il danneggiato: se il titolo è diverso, la compensazione non opera ed è legittimo il cumulo; se il titolo è identico, la compensazione opera e non trova giustificazione alcuna il cumulo. È proprio questo sistema che la Suprema Corte ha deciso di modificare con le storiche sentenze gemelle del 22 maggio 2018.

Per stabilire se una determinata erogazione patrimoniale, a favore della vittima di un infortunio, possa o meno cumularsi con la somma attribuita a titolo di risarcimento, bisogna guardare non tanto ai titoli in forza dei quali le due distinte liquidazioni sono corrisposte, ma piuttosto alla loro funzione. Infatti, è pressoché ovvio e scontato che i titoli costituenti la scaturigine delle due elargizioni potenzialmente sovrapponibili (provenienti da diversi soggetti in corrispondenza di un unico evento lesivo) sono tra loro distinti. Se il ‘titolo’ su cui esse si fondano fosse il criterio selettivo a disposizione dell’interprete – per decidere di volta in volta se dar corso alla compensazione ovvero se consentire il cumulo delle prestazioni – ne deriverebbe che l’istituto in oggetto non troverebbe mai applicazione; e ciò proprio perché i ‘titoli’ sono quasi sempre diversi tra loro.

Quanto va tenuto in debito conto, in questa situazione, non è già il titolo in virtù del quale la prestazione indennitaria viene erogata. Bisognerà guardare, piuttosto e invece, alla funzione di tale seconda erogazione patrimoniale liquidata da un soggetto diverso rispetto al responsabile del danno, ma pur sempre a beneficio della vittima. Se tale erogazione risponderà a una funzione di carattere compensativo, analoga a quella del risarcimento, allora dovrà trovare senz’altro applicazione la categoria della compensatio lucri cum damno. E il cumulo non sarà ammesso.

In caso contrario, invece, laddove la seconda erogazione risponda a una funzione differente da quella compensativa (tipica del risarcimento) il cumulo sarà possibile e non dovrà essere operato alcun diffalco tra le due prestazioni.

Calando tali principi al caso di specie, secondo le Sezioni Unite, è abbastanza semplice verificare come l’indennità di accompagnamento riconosciuta dalla legge 11 febbraio 1980 numero 18 (a favore di coloro che si trovino nella impossibilità di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore e nella impossibilità, altresì, di compiere gli atti quotidiani della vita) abbia una natura solidaristica ed assistenziale;  peraltro, essa ha anche, indubitabilmente,  lo scopo di rimuovere le conseguenze negative prodottesi nel patrimonio del danneggiato per effetto  dell’atto illecito altrui.

La indennità di accompagnamento mira, infatti, a far fronte e a compensare (in modo diretto e non mediato) lo stesso pregiudizio patrimoniale cagionato dall’illecito; per la precisione, il pregiudizio consistente nella necessità che la vittima ha di retribuire un collaboratore, o comunque un coadiuvante esterno, per tutte le future necessità della vita quotidiana.

La predetta finalità di carattere compensativo, cioè di rimozione delle conseguenze negative dell’illecito, fa sì che si debba senz’altro ritenere l’indennità di accompagnamento come connotata da una funzione compensativa. Ergo, essa deve essere defalcata dall’importo del danno patrimoniale emergente chiesto dei genitori del minore. Non è ammesso, quindi, cumulo.

Tuttavia, questa conclusione è possibile solo perché ricorre, nella fattispecie, anche il secondo requisito coessenziale che i giudici di legittimità esigono affinché possa operare la categoria della compensazione. Ci riferiamo a quel presupposto consistente nella previsione normativa di un sistema di surroga o rivalsa da parte dell’ente erogatore della prestazione assistenziale che viene ad affiancare quella risarcitoria. Se l’ordinamento non contemplasse un sistema di surrogazione o di rivalsa ne discenderebbero delle conseguenze necessariamente inique. Infatti, sarebbe possibile – per il responsabile – andare esente, in tutto o in parte, dall’obbligo di risarcire il danno ogniqualvolta il pregiudizio stesso fosse stato complessivamente, o parzialmente, ristorato dalle indennità patrimoniali (come quella di accompagnamento) prevedute dal legislatore. Il fatto che la legge contempli un sistema di surroga garantisce senz’altro dal rischio in questione.

Orbene, nello specifico caso affrontato dagli Ermellini, tale sistema di surrogazione/rivalsa è stato introdotto dalla legge del 4 novembre 2010 numero 183: essa dispone che le pensioni, gli assegni e le indennità spettanti agli invalidi civili (ai sensi della legislazione vigente) corrisposti in conseguenza del fatto illecito di terzi sono recuperati –  fino a concorrenza dell’ammontare di dette prestazioni – dall’ente erogatore nei riguardi del responsabile civile e della di lui compagnia di assicurazione.

Una volta appurato che ricorrono entrambi i requisiti prescritti affinchè possa darsi corso all’istituto della compensazione, si potrà senz’altro giungere alle conclusioni che si leggono nella parte finale della sentenza in commento: ha errato la Corte di Brescia nel ritenere tout court cumulabile il beneficio assistenziale dell’indennità di accompagnamento (erogata dall’Inps) con l’intero ammontare del danno patrimoniale derivante dalla necessità di retribuire un collaboratore per fronteggiare i bisogni della vita quotidiana del bambino gravemente leso.

La Cassazione aggiunge, però, che lo scomputo è da intendersi limitato al solo valore capitale delle prestazioni di indennità corrisposte successivamente all’entrata in vigore della legge 183 del 2010. Se così non fosse, si incorrerebbe nelle conseguenze palesemente inique cui abbiamo accennato in precedenza. Prima della riforma del 2010, infatti, mancava quel fondamentale elemento ‘equilibratore’ del sistema costituito dalla surroga.

Avv. Francesco Carraro

(Foro di Padova)

 

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