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il parere degli esperti

colpo di frusta cervicale

La Cassazione ha posto, probabilmente, la parola fine al dibattito relativo alla necessità degli esami strumentali per il risarcimento del colpo di frusta cervicale

Con la pronuncia numero 1.272 del 19 gennaio 2018, la Corte di Cassazione ha posto probabilmente la parola fine all’annoso, se non vetusto, dibattito relativo alla necessità dirimente, o meno, degli esami strumentali al fine di legittimare il risarcimento del danno da colpo di frusta cervicale.

Come sappiamo, la problematica è sorta nel nostro ordinamento a far data dall’entrata in vigore della legge numero 27 del 24 marzo 2012 (di conversione del decreto legge numero 1 del 24 gennaio 2012) che conteneva i celeberrimi comma 3 ter e 3 quater dell’articolo 32.

In particolare, l’articolo 32 comma 3 ter della prefata novella andava, a sua volta, ad aggiornare l’articolo 139 del nuovo codice delle assicurazioni stabilendo quanto segue: “In ogni caso, le lesioni di lieve entità che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo non potranno dar luogo a risarcimento per danno biologico permanente”. Il comma 3 quater dello stesso articolo  introduceva, invece, una norma a sé stante e quindi svincolata dal dettato sistematico del nuovo codice delle assicurazioni e così recitava: “Il danno alla persona per lesioni di lieve entità di cui all’articolo 139 del decreto legislativo 7 settembre 2005 numero 209 è risarcito solo a seguito di riscontro medico-legale da cui risulti visivamente o strumentalmente accertata l’esistenza della lesione”.

Come noto, era invalsa nella dottrina e nella giurisprudenza una interpretazione con la quale si cercava, per così dire, di “salvare capra e cavoli” onde conferire un dignitoso senso logico a un dispositivo altrimenti incomprensibile perché palesemente contraddittorio.

La soluzione venne rinvenuta, in un primo momento, nella dicotomica contrapposizione tra i due commi, nel senso cioè di ritenere che il 3 ter (il quale andava a modificare l’articolo 139 del nuovo codice delle assicurazioni) doveva intendersi riferito alle menomazione di carattere permanente, mentre il 3 quater (che costituiva, come anzidetto, una norma “sganciata” dalle previsioni dello stesso codice) doveva ritenersi pertinente alle sole lesioni di carattere temporaneo. Con il che ne discendeva quanto segue: per le lesioni carattere permanente era ritenuta indispensabile la sussistenza di un supporto “strumentale” a certificare il lamentato vulnus; al contrario, per quelle temporanee bastava anche semplicemente un accertamento clinico (obiettivo e visivo) da parte del medico legale. Nel dibattito era poi intervenuta una sentenza della Corte Costituzionale nel 2014, la numero 235, che pareva avallare la lettura di cui sopra.

A un certo punto, però, nel 2016 la Cassazione si era discostata da questo consolidato orientamento spiegando come sia il comma 3 ter sia il comma 3 quater dovevano essere considerati unitariamente e nei loro reciproci e sistematici rapporti alla stregua di norme che nulla avevano realmente cambiato rispetto ai criteri in uso precedentemente all’entrata in vigore nella novella del 2012.

In altre parole, la Cassazione aveva sottolineato come i criteri di accertamento a cui si riferiscono i commi dell’art. 32 (cioè quello clinico, quello strumentale e quello obiettivo) non dovevano essere intesi come gerarchicamente ordinati tra loro, ma piuttosto andavano impiegati secondo le leges artis della scienza medica in modo tale da condurre a una obiettività dell’accertamento stesso che riguardasse sia le lesioni che i relativi postumi, se esistenti.

Ebbene, con la sentenza che oggi commentiamo, la Corte di Cassazione ha esplicitamente voluto dare continuità al precedente del 2016. Gli Ermellini, in particolare, hanno ribadito che la normativa introdotta nel 2012 ha avuto sostanzialmente una funzione di carattere esortativo: vale a dire, quella di sollecitare tutti gli operatori del settore a un rigoroso accertamento dell’effettiva esistenza delle patologie di modesta entità in modo tale da evitare quella corsa indiscriminata al risarcimento, anche di postumi inesistenti, che in passato era stata a più riprese stigmatizzata.

Detto questo, ammonisce oggi la Suprema Corte, la novella non aveva assolutamente inteso privare la classe medico-legale di una prerogativa che le è propria in via esclusiva. Ergo, l’accertamento potrà e dovrà  avvenire con criteri clinici ovvero strumentali ovvero obiettivi senza che uno di questi criteri possa ritenersi assorbente e prevaricante rispetto agli altri due.

La Corte di Cassazione ha anche rammentato come la  pronuncia costituzionale del 2014, numero 235 venne seguita da un’altra ordinanza, la  numero 242 del 2015, con la quale si chiarì la ratio della normativa 2012: impedire che l’accertamento diagnostico di pregiudizi relativi alle micro-invalidità riguardasse anche  postumi invalidanti inesistenti o semplicemente enfatizzati.  Ma, soprattutto, la Corte ha testualmente asserito che l’accertamento medico-legale non può essere imbrigliato incatenando la intangibile “sapienza” dell’unico professionista legittimato a pronunciarsi in subjecta materia (il medico-legale, appunto) alla vincolatività dell’esito di un esame strumentale.  Altrimenti, si consentirebbe l’ingresso, nel nostro ordinamento,  a un regime probatorio che –  laddove fosse effettivamente sancito per via normativa –  condurrebbe a serissimi dubbi di illegittimità costituzionale.  Quanto meno alla luce di una elementare e troppo spesso negletta considerazione: il diritto alla salute ha da reputarsi alla stregua di una prerogativa fondamentale della persona umana, garantita dalla Costituzione, e l’eventuale limite alla prova della sua eventuale lesione deve sempre invariabilmente conformarsi a criteri di ragionevolezza.

Vero è –  va pur detto –  che la stessa pronuncia contiene un passaggio in cui sembra paradossalmente assecondare, sul piano empirico, ciò che essa ha “cassato” sul piano giuridico. Ci riferiamo alla parte in cui si mostra cedevole rispetto all’assurda teoria secondo cui una lesione come quella del rachide cervicale va annoverata tra quelle che, ordinariamente (per la loro tenuità), necessitano proprio di un supporto strumentale. Ecco il brano: “Tale possibilità emerge in modo palese nel caso in esame, nel quale si discuteva di una classica patologia da incidente stradale, cioè la lesione del rachide cervicale nota volgarmente come colpo di frusta cervicale. È evidente che il c.t.u. non può limitarsi, di fronte a simile patologia, a dichiararla accertata sulla base del dato puro e semplice – e in sostanza non verificabile – del dolore più o meno accentuato che il danneggiato riferisca; l’accertamento clinico strumentale sarà in simili casi, con ogni probabilità, lo strumento decisivo che consentirà al c.t.u., fermo restando il ruolo insostituibile della visita medico legale e dell’esperienza clinica dello specialista, di rassegnare al giudice una conclusione scientificamente documentata e giuridicamente ineccepibile, che è ciò che la legge attualmente richiede”.

Non v’è dubbio che ai giudici di legittimità sia inavvertitamente “scappata la frizione” nel momento in cui si sono cimentati in un terreno non di loro pertinenza (quello, cioè, delle considerazioni di carattere squisitamente medico-legale relative a una delle più diffuse patologie del ramo dell’infortunistica stradale). Tuttavia, poco dopo, la Corte è “tornata in sé”, ci si passi l’espressione, nell’enucleare l’inequivocabile principio di diritto a cui il Tribunale a quo (quello di Benevento) dovrà ispirarsi nel decidere il merito della vertenza: “In materia di risarcimento del danno, la cosiddetta micro-permanente, di cui all’articolo 139 comma 2 del decreto legislativo 7 settembre 2005 numero 109, va interpretata nel senso che l’accertamento della sussistenza della lesione temporanea e permanente dell’integrità psicofisica deve avvenire con rigorosi e oggettivi criteri medico legali; tuttavia, l’accertamento clinico strumentale obiettivo non potrà in ogni caso   ritenersi l’unico mezzo probatorio che consenta di riconoscere tale lesione a fini risarcitori a meno che non si tratti di una patologia difficilmente verificabile sulla base della sola visita dal medico-legale che sia suscettibile di riscontro oggettivo soltanto attraverso l’esame clinico strumentale”.

Gli avvocati di un tempo avrebbero chiosato con un latinismo. Et de hoc satis: e sul tema si è già scritto abbastanza. Ora guardiamo avanti.

Avv. Francesco Carraro

Foro di Padova

 

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SINISTRI STRADALI, NON SPETTA AL TRASPORTATO PROVARE LA COLPA DEL VETTORE

multe contestate

Sono nulle le multe contestate con rilevazione elettronica della velocità se la cartellonistica che segnala la postazione è imbrattata, inducendo in errore l’automobilista

Con la sentenza n. 857 depositata il 28 marzo 2018, il Giudice di Pace di Fermo, avv. Giuseppe Fedeli, si è pronunciato in tema di legittimità delle multe contestate mediante postazioni controllo elettronico della velocità.

I fatti

Al ricorrente erano state contestate tre infrazioni  all’art. 142, comma 7, del codice della strada, per aver superato i limiti di velocità, aumentate in quanto commesse in orario notturno. Le infrazioni erano state rilevate a mezzo di un misuratore di velocità istantanea a postazione fissa (modello Celeritas Evo 1506).

Il cartello che segnalava la postazione risultava imbrattato di vernice e dallo stesso risultava cancellata la parola “media”.

La preventiva segnalazione delle postazioni di controllo elettronico della velocità

Il codice della strada (cfr. art. 142, comma 6-bis c.s.) stabilisce che le postazioni di controllo elettronico della velocità, ossia tutor, autovelox e telelaser devono essere preventivamente segnalate con cartelli ben visibili o dispositivi di segnalazione luminosi, in base in quanto stabilito nel regolamento di esecuzione dello stesso codice della strada.

Il Giudice di Pace di Fermo, nel caso de quo, è chiamato a valutare l’adeguatezza e l’idoneità della cartellonistica stradale che presegnala l’apparecchiatura di controllo elettronico della velocità media.

Ebbene, l’autovelox è uno strumento di misurazione puntuale, vale a dire in un unico punto vario.

Il tutor, invece, oltre alla funzione di autovelox, esegue la misurazione in due frangenti diversi, ossia alla c.d. “porta di entrata” e alla c.d. “porta di uscita”, rilevando anche la velocità media del mezzo in un tratto di strada compreso tra le due stazioni rilevamento

L’uso di segnali diversi rispetto a quelli indicati nel regolamento esecuzione del c.d.s.

Nel caso de quo nello “switch” da tutor a autovelox si è mantenuto il medesimo segnale stradale di  “controllo elettronico velocità” cancellando la parola successiva “media”, così imbrattando il cartello stradale di vernice, in spregio all’art. 38 del c.d.s. e all’art. 77, comma 5, del regolamento di esecuzione che vieta l’uso di segnali diversi rispetto a quelli previsti nel regolamento stesso.

Sul punto è intervenuta di recente la Suprema Corte con l’ordinanza n. 23566 del 23.10.2017 per la quale “gli autovelox fissi devono essere segnalati adeguatamente da cartelli leggibili, aventi dimensione, posizione colore e caratteri appropriati” (conf. Cass., n. 15899 del 2016).

Inoltre, l’art. 15 del c.d.s., al primo comma, lett. b), vieta di imbrattare su tutte le strade e loro pertinenze la segnaletica stradale.

Ma qual’è la linea guida in questo caso?

E’ rinvenibile, come è stato messo in evidenza anche dalla giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass., n. 5997/14) nell’obbligo di civile trasparenza gravante sulla P.A., così come è stato sottolineato anche dalla c.d. Circolare Maroni del Ministero dell’Interno n. 10307 del 14.8.2009, che conferma la circostanza che le apparecchiature di rilevamento della velocità devono appunto essere usate con la “massima trasparenza”.

Nel caso in esame ci troviamo in presenza di segnaletica stradale verticale di controllo elettronico della velocità su cui è cancellata con la vernice la parola “media”, inducendo in errore chi percorre la strada che crede di trovarsi dinanzi ad un autovelox.

L’errore incolpevole sul fatto

Il Giudice di Pace di Fermo, pertanto, legittimando la condotta del ricorrente, si allinea all’orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità secondo il quale “In tema di sanzioni amministrative, l’errore incolpevole sul fatto (…) rileva in presenza di un elemento positivo, estraneo all’autore (…) che sia idoneo ad ingenerare nell’agente  l’incolpevole opinione di liceità del suo agire (…)” (cfr. Cass., n. 1151 del 1999; Cass., n. 15195 del 2008; Cass., n. 10366 del 2010).

Da ultimo il giudice osserva che nonostante il nuovo sistema di controllo della velocità sia divenuto operativo, per la provincia di Ascoli Piceno, il 10 agosto 2017 (le infrazioni sono state commesse il 29.10 2017, 2.11.2017 e 4.11.2017 ed il relativo verbale è stato notificato il 14.12.2017), l’ordinanza di installazione della segnaletica stradale è stata pubblicata dalla Provincia solo il 27 novembre 2017 e solo nel gennaio 2018 è intervenuto il decreto del Presidente della Provincia ad aggiornare la convenzione con la provincia di Ascoli Piceno, che consente la svolgimento del nuovo sistema di controllo della velocità istantanea appaltato ad una ditta privata.

Sulla base delle su esposte argomentazioni, il Giudice di Pace di Fermo ha quindi annullato il verbale notificato al ricorrente il 14.12.2017.

Avv. Maria Teresa De Luca  

 

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INTERRUZIONE DELLA ATTIVITÀ LAVORATIVA: RISARCITA IN CASO DI INCIDENTE

inadempimento del sanitario

L’ inadempimento del sanitario va parametrato non tanto sulla base degli interessi, dei bisogni e delle speranze del paziente (e quindi delle sue aspettative) quanto sui doveri inerenti allo svolgimento professionale in riferimento al caso concreto

Questo è quanto ha stabilito dal Tribunale Parma con la sentenza n. 175 depositata il 2 febbraio 2018, Giudice Unico Dott. Nicola Sinisi.

I fatti.

Una donna, dopo avere effettuato una scintigrafia che accertava una probabile formazione adenomatosa paratiroidea caudalmente al lobo sinistro, effettuati ulteriori accertamenti diagnostici, veniva ricoverata presso una Clinica di Parma con diagnosi di “iperparatiroidismo primitivo” e sottoposta, nella stessa giornata, ad un intervento chirurgico, nel corso del quale i sanitari preposti procedevano all’asportazione della ghiandola paratiroide inferiore di sinistra.

Nel corso dell’intervento venivano asportate anche altre due ghiandole paratiroidee sospette per adenoma. In seguito la donna veniva sottoposta a ulteriori accertamenti medici  e in seguito ad una scintigrafia effettuata presso l’Arcispedale di Reggio Emilia,  si evidenziava un quadro invariato rispetto al preintervento. Successivamente alla donna veniva diagnosticato un verosimile iperparatiroidismo primitivo recidivato, e si rendeva necessario un nuovo intervento di paratiroidectomia.

La paziente promuoveva un giudizio nei confronti dell’A.O.U. di Parma attribuendo a colpa (per negligenza o imperizia) dei suoi sanitari la responsabilità nella causazione del danno patito, chiedendo risarcimento. La convenuta Clinica nel costituirsi deduceva che il danno lamentato non fosse ascrivibile, sul piano causale, alla condotta del sanitari quanto l’attrice aveva disatteso i loro suggerimenti, preferendo percorrere altre strade, con riflessi anche ex art. 1227, primo o secondo comma c.c..

A che titolo risponde la struttura sanitaria dei danni patiti dal paziente?

Il Tribunale di Parma osserva, in primis, che la struttura sanitaria risponde dei danni patiti dal paziente per fatto proprio, ex art. 1218 c.c., ove tali danni siano dipesi dall’inadeguatezza della struttura ovvero per fatto altrui, ex art. 1228 c.c., ove i danni siano dipesi dalla colpa dei sanitari di cui essa si avvale (cfr. CASS. Sez. III, 5/12/2013, n. 27285). L’inadempimento va parametrato non tanto sulla base degli interessi, dei bisogni e delle speranze del paziente (e quindi delle sue aspettative) quanto sui doveri inerenti allo svolgimento professionale in riferimento al caso concreto (cfr. CASS. Sez. III, 5/11/2013, n. 24801).

Nel caso in cui la responsabilità medica venga invocata sul presupposto che fra il paziente ed il medico e/o la struttura sanitaria sia intercorso un rapporto contrattuale o da “contatto”, la distribuzione, inter partes, dell’onere probatorio riguardo al nesso causale deve tenere conto della circostanza che la responsabilità è invocata in forza di un rapporto obbligatorio corrente fra le parti ed è dunque finalizzata a far valere un inadempimento oggettivo.

Qual è la conseguenza?

Per il paziente/danneggiato, l’onere probatorio in ordine alla ricorrenza del nesso di causalità materiale, nel caso in cui l’impegno curativo sia stato assunto senza particolari limitazioni circa la sua funzionalizzazione a risolvere il problema che egli presentava, si sostanzia nella prova che l’esecuzione della prestazione si è inserita nella serie causale che ha condotto all’evento di danno, rappresentato o dalla persistenza della patologia per cui era stata richiesta la prestazione, o dal suo aggravamento, fino ad esiti finali costituiti dall’insorgenza di una nuova patologia o dal decesso del paziente (cfr.  CASS. Sez. III, 12/09/2013, n. 20904; conf. Sez. III, 18/07/2013, n. 17573).

E’, invece, a carico dell’ente ospedaliero la prova che la prestazione professionale è stata eseguita in modo diligente e che gli esiti peggiorativi sono stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile (cfr. CASS. SS. UU. nn. 577-581/2008; conf. la successiva Cass. n.10743/2009; più di recente Trib. Reggio Emilia 3.4.2013 n.618).

Nel caso de quo il lamentato danno, è rappresentato dalla persistenza della patologia per cui era stata richiesta e fornita la prestazione.

La posizione del Tribunale.

Il Tribunale, dalla espletata istruttoria, ha ricavato che vi sia stato un inadeguato studio preoperatorio dal quale è conseguita una pianificazione non corretta dell’intervento ed il suo sostanziale fallimento, in quanto emerge dagli atti che già nel postoperatorio si poteva cogliere dai livelli ematici persistentemente elevati di PTH.

In definitiva la colpevole trascuratezza del primo chirurgo ha fatto si che il primo intervento risultasse non risolutivo e  nella fattispecie il lamentato danno, è rappresentato proprio dalla persistenza della patologia per cui era stata richiesta e fornita la prestazione.

Il risarcimento del danno morale/esistenziale…

L’attrice chiede ristoro del danno morale/esistenziale patito. I comportamenti e la sua qualità della vita in generale, dopo gli interventi, sono stati descritti dai testimoni, che hanno riferito che la donna ha cambiato il suo stile di vita, essendo affetta da attacchi di panico che le impedivano anche le commissioni più semplici.

Orbene, come affermata dalla giurisprudenza di legittimità alla luce della sentenza chiarificatrice n. 26972/2008 pronunciata dalle Sezioni Unite, il danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c., determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica, costituisce una categoria unitaria, comprensiva di ogni pregiudizio subito dalla persona, non esaurendosi nel danno morale soggettivo (consistente nell’ingiusto turbamento dello stato d’animo in conseguenza dell’offesa arrecata), laddove il riferimento ai vari aspetti del pregiudizio diversamente qualificati (danno morale, danno biologico, danno esistenziale, da perdita del rapporto parentale, etc.) risponde ad esigenze meramente descrittive delle possibili configurazioni che il pregiudizio può assumere senza minarne l’essenza ontologicamente unitaria.

… e il compito del giudice: accertare le ripercussioni negative

Il giudice deve accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio dedotto sul piano non patrimoniale individuando, sulla base delle allegazioni svolte, quali ripercussioni negative si siano in concreto verificate sulla persona che assume la lesione a prescindere dalla denominazione attribuitale.

Su questo assunto si fonda l’affermazione resa dalla citata sentenza a Sezioni Unite secondo cui il danno non patrimoniale, sia che consegua ad una fattispecie di reato, sia che venga determinato dalla lesione di diritti inviolabili della persona secondo una chiave di lettura costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c., costituisce danno-conseguenza, che come tale deve essere allegato e provato al pari del danno patrimoniale, dovendosi consentire all’interprete di valutare se si tratti di un mero turbamento dell’animo secondo l’accezione originaria elaborata a suo tempo dalla giurisprudenza (danno morale soggettivo) ovvero contempli ulteriori degenerazioni patologiche della sofferenza che vadano ad incidere su altri aspetti esistenziali sussumibili in un’ampia gamma di possibili ripercussioni, che vanno dall’alterazione della vita di relazione alla compromissione della dimensione esistenziale, dalla perdita di qualità della vita alla privazione di chances e via dicendo (cfr. di recente Trib. Roma sez.I 6/06/2017 n. 11515).

La mancanza di danno biologico non esclude, quindi e di per sé, la configurabilità del danno morale soggettivo e di quello dinamico-relazionale, quale conseguenza autonoma della lesione (cfr. ad es. CASS. Sez.III, 14/01/2014, n. 531).

Pertanto, il Tribunale di Parma tenendo  conto delle vicissitudini sanitarie che hanno visto coinvolta l’attrice e del peggioramento della sua qualità ha ritenuto di liquidare Euro 10.000,00 a titolo di danno morale/esistenziale.

Avv. Maria Teresa De Luca

 

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sinistri stradali

E’ antigiuridica l’ipotesi che in caso di danni derivanti da sinistri stradali, ricada sul terzo trasportato l’onere della prova sulle responsabilità dell’incidente

Nell’ambito dei contenziosi aventi ad oggetto sinistri stradali, il terzo trasportato è pienamente soggetto alla normativa in materia di mezzi di prova. Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16037/2016.

Ai sensi dell’art. 2054 del codice civile, dunque, in caso di incidenti che coinvolgano la persona di un trasportato, spetta al conducente l’onere di provare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno.

La vicenda prende le mosse dall’azione legale intrapresa da un soggetto nei confronti di proprietario, conducente e assicuratrice dell’autovettura a bordo della quale era trasportato. L’attore chiedeva, nello specifico, la condanna al risarcimento dei danni riportati a seguito della fuoriuscita di strada e del ribaltamento del veicolo.

Sia in primo grado che in appello le pretese risarcitorie erano state respinte. I Giudici del merito avevano ritenuto che il trasportato non avesse dimostrato l’inesistenza di altre cause dell’incidente, rispetto all’ipotizzato colpo di sonno del vettore. Di qui il ricorso alla Suprema Corte.

I Giudici di Piazza Cavour hanno  ribaltato le conclusioni del Giudice a quo. Essi hanno evidenziato la necessità di una corretta applicazione del principio di ripartizione dell’onus probandi.

In base all’art. 2054 c.c. al trasportato spetta la dimostrazione del fatto storico, ma non della responsabilità del vettore. La norma è invocabile dal trasportato per far valere la responsabilità  extracontrattuale del conducente o quella solidale del proprietario, con conseguente onere della prova a loro carico.

Per gli Ermellini, dunque, l’ipotesi secondo cui spetta al trasportato il compito di provare che l’evento dannoso sia stato causato da una serie di altre circostanze, è da ritenersi antigiuridica.

Per un approfondimento del tema si invita alla lettura dell’articolo “La Cassazione si pronuncia a favore del trasportato” dell’Avv. Francesco Carraro

 

 

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cinture di sicurezza

La normativa sancisce un obbligo ben preciso per il conducente di un veicolo:  quello di sincerarsi che gli eventuali passeggeri,  prima di mettersi in marcia, si allaccino le cinture di sicurezza

In una recente ordinanza pronunciata dalla Corte di Cassazione civile e recante la data del 13 febbraio 2018, numero 3418, gli Ermellini si sono occupati del tema del nesso di causa in ambito di Rc-auto, con peculiare riferimento a una fattispecie di scorretto utilizzo delle cinture di sicurezza. La vicenda vedeva coinvolti i genitori di un bambino di tre anni trasportato a bordo di un veicolo incappato in un tamponamento da tergo con conseguenze dannose per il minore.

La causa si concludeva con una sentenza impugnata in sede d’appello perché la domanda era stata rigettata dal giudice di prime cure in quanto proposta nei confronti del Fondo di garanzia per le vittime della strada nonostante non si fosse raggiunta la prova della mancata copertura assicurativa del veicolo responsabile del tamponamento. Respinta anche in secondo grado la domanda, la causa giungeva all’attenzione della Suprema Corte che l’ha decisa con una pronuncia incentrata sul contenuto di tre norme: l’articolo 172 del Codice della Strada (che impone l’obbligo di impiegare le cinture di sicurezza a beneficio degli occupanti di un veicolo in ogni situazione di marcia), l’art. 41 del Codice penale in materia di nesso causale e l’art. 1227 del codice civile che disciplina il concorso colposo del debitore.

Quanto al primo degli articoli succitati, esso stabilisce che i bambini  (i quali abbiano un’età inferiore a quella normativamente stabilita) debbono essere assicurati al sedile attraverso un sistema di ritenzione che sia adeguato (rispetto al peso dei piccoli) nonché ‘omologato’ cioè conforme a quanto prescritto dalle norme vigenti in subjecta materia e contenute nel Codice della Strada. Da questa norma scaturisce un obbligo ben preciso per il conducente di un veicolo:  quello di sincerarsi che gli eventuali passeggeri,  prima di mettersi in marcia, si allaccino le cinture di sicurezza.

Già in passato i giudici di merito e di legittimità si erano interessati alla questione del grado di colpevolezza addebitabile a un conducente di veicolo a motore  il quale non si pre-occupi di garantire la sicurezza dei propri passeggeri prima di iniziare la marcia. Nel caso di specie, però, i giudici di legittimità ne fanno piuttosto, se non soprattutto, una questione di nesso di causa  occupandosi quindi dell’elemento oggettivo e non di quello soggettivo dell’illecito.

Infatti, essi inquadrano la vicenda in esame sussumendola  entro le coordinate normative di cui all’articolo 41 del codice penale oltre che di quelle del già menzionato articolo 1227 del codice civile. Come noto, non sussistendo (in ambito civilistico) criteri normativi disciplinanti  il nesso eziologico, la giurisprudenza ha statuito quanto segue: “I principi generali che regolano la causalità di fatto sono anche in materia civile quelli delineati dagli artt. 40 e 41 c.p. e dalla regolarità causale, in assenza di altre norme nell’ordinamento in tema di nesso eziologico ed integrando essi principi di tipo logico e conformi a massime di esperienza” (v., ex multis, Cass. S.U. n. 30328/2002)

Quanto alla seconda delle prefate norme (art. 1227 c.c.), in essa  troviamo regolata l’ipotesi del concorso del fatto colposo del creditore. Vi si legge, in particolare, nel primo comma: “Se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate”.

Torniamo al problema del nesso eziologico. Nel nostro ordinamento, il principio chiave è quello della cosiddetta ‘causalità adeguata’ che tempera, per così dire l’altro criterio dirimente della conditio sine qua non: ogni e qualsivoglia fattore si ponga come antecedente logico e cronologico di un fatto deve considerarsi causa (o concausa) di quel fatto; tranne nell’ipotesi in cui, con un giudizio ex ante, sia possibile derubricare l’evento alla stregua di una conseguenza del tutto imprevedibile, implausibile, improbabile nel momento in cui il (presunto) fattore causalmente rilevante (perché antecedente) si verificava.

Orbene, l’articolo 41 del Codice penale prevede che “il concorso di cause preesistenti o simultanee o sopravvenute, anche se indipendenti dall’azione od omissione del colpevole, non esclude il rapporto di causalità fra la azione od omissione e l’evento”. Tuttavia, la stessa norma prescrive che “le cause sopravvenute escludono il rapporto di causalità quando sono state da sole sufficienti a determinare l’evento”. Quando, cioè, si possa attribuire al fattore sopravvenuto il rango di causa efficiente ed esclusiva tale da inserirsi come elemento ‘interruttore’ del nesso eziologico (altrimenti sussistente tra l’evento dannoso e gli altri fattori) allora il nesso si spezza.

Secondo la Cassazione, calando le regole di cui sopra al caso trattato, si deve ritenere che l’omissione operata dei genitori (e concretantesi nel non aver assicurato con la cintura il bimbo al seggiolino) presenti una efficacia causale esclusiva nella determinazione dell’evento e, in particolare, nella produzione del trauma cranico patito dal minore trasportato.

Secondo questa arrischiata lettura, il conducente della vettura tamponante  non avrebbe contribuito, neppure come causa concorrente, alla produzione del danno. È lecito dubitare della bontà di tale interpretazione. Infatti, sostenere che – laddove  il bambino fosse stato adeguatamente assicurato – il danno (sia pure sub specie di trauma cranico) non si sarebbe prodotto è azzardato sia da un punto di vista sia medico-legale che squisitamente giuridico.

È notorio, infatti, che i reliquiati permanenti come quello in questione possono ingenerarsi non solo nel caso in cui il soggetto non sia assicurato dalla cinture di contenzione, ma anche nell’ipotesi opposta, sia pur di rado. A prescindere da ciò, si potrà sostenere forse che il soggetto non  adeguatamente protetto contribuisca, con il proprio imprudente contegno (nella fattispecie tale contegno è quello genitoriale), al verificarsi del fatto dannoso. Ma è  improprio misconoscere (sotto il profilo della incidenza eziologica), facendolo così evaporare del tutto, il contributo determinante di chi il sinistro lo ha causato non rispettando la distanza di sicurezza rispetto alla vettura antistante.

A maggior ragione laddove si consideri che, come visto, l’art. 41, II comma c.p. afferma che escludono il rapporto di causalità (quando sono da sole sufficienti a determinare l’evento) le cause sopravvenute, non quelle antecedenti (e l’omessa applicazione delle cinture precede, per l’appunto, il tamponamento). Inoltre, l’art. 1227 stabilisce che il concorso di colpa del creditore non vale a elidere la responsabilità  del debitore, ma solo a ridurre l’entità del risarcimento.

Avv. Francesco Carraro

Foro di Padova

 

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diritto di conoscere il proprio stato di salute

Qual è il confine tra il legittimo affidamento nella scienza medica e il diritto di un paziente a determinarsi liberamente nella scelta dei propri percorsi esistenziali in uno stato di salute precario?

“Poiché anche la sofferenza e il dolore laddove coscientemente e consapevolmente non curati o alleviati, acquistano un senso ben differente, sul piano della qualità della vita, se accettati come fatto determinato da una propria personale opzione di valore nella prospettiva di una fine che si annuncia (più o meno) imminente, piuttosto che vissuti passivamente, come segni misteriosi di un’inspiegabile, insondabile e angosciante, ineluttabilità delle cose. Rilievo che vale a tradursi in una specifica percezione del sé quale soggetto responsabile, e non meno oggetto passivo, della propria esperienza esistenziale; e tanto, proprio nel momento della più intensa (ed emotivamente pregnante) prova della vita, qual è il confronto con la realtà della fine”.

Quale è il confine tra il legittimo affidamento nella scienza medica (operato dal proprio medico curante) e il diritto di un paziente (affetto da grave e irreversibile patologia) a determinarsi liberamente nella scelta dei propri percorsi esistenziali in una simile condizione di vita?

Il punto controverso di tutta la vicenda quest’oggi affrontata dai giudici della Cassazione (sentenza n. 7260/2018) sta nel decidere se esista o meno il diritto di ciascun individuo a vivere consapevolmente il proprio stato di salute e, quindi, di malattia. Ci si chiede, in altri termini, se esista o meno e se dunque sia risarcibile il danno patito da un paziente poi deceduto per cancro ai polmoni, per esser stato posto nella condizione di materiale impedimento a scegliere “cosa fare” nell’ambito di ciò che la scienza medica suggerisce per garantire la fruizione della salute residua fino all’esito infausto, ovvero di programmare il suo essere persona e, dunque, l’esplicazione delle sue attitudini psico-fisiche in vista e fino a quell’esito; e tanto, in conformità agli arresti della giurisprudenza di legittimità.

Tale argomento apre necessariamente a un ulteriore spunto di riflessione: qual è il quantum della prova da allegare in ordine alle scelte di vita che il paziente, se posto a conoscenza del proprio effettivo stato di salute, avrebbe operato?

Moglie e figlia di un uomo deceduto a causa di adenocarcinoma polmonare convenivano in giudizio due medici al fine di vederli condannati al risarcimento del danno patito dal proprio congiunto per aver, con condotta gravemente colposa, omesso di diagnosticargli (tempestivamente) la malattia, trascurando così di avviarlo ai necessari approfondimenti diagnostici, tali da evitare (presumibilmente) l’evento letale e/o aumentare le possibilità di un apprezzabile prolungamento della vita residua o comunque prepararlo a vivere, insieme alla sua famiglia, la propria esistenza, per quanto precaria, in maniera consapevole e dignitosa.

Le due donne lamentavano, infatti, che il proprio congiunto, laddove avesse preso tempestivamente consapevolezza delle proprie effettive condizioni di salute, avrebbe certamente adottato delle scelte di vita differenti. Ma i giudici di merito rigettavano la domanda, ritenendo che le due ricorrenti non avessero sufficientemente dato prova dei fatti.

Esiste allora il diritto per un paziente gravemente malato di approcciarsi consapevolmente alla malattia?

Secondo la Cassazione non esiste un danno (quello denunciato dai ricorrenti) nella perdita di specifiche possibilità esistenziali alternative, necessariamente legate alle particolari scelte di vita, che il paziente non ha potuto compiere. Esiste invece il danno da perdita diretta di un bene reale, certo ed effettivo, non traducibile in termini percentuali di possibilità di un risultato o di un evento favorevole, ma piuttosto apprezzabile con immediatezza, quale correlato del diritto di determinarsi liberamente nella scelta dei propri percorsi esistenziali, in una condizione di vita affetta da patologie a esito certamente infausto.

I giudici della Cassazione ritengono pertanto gravemente colposa la condotta dei due medici per aver illecitamente mantenuto quel “velo di ignoranza” sulla malattia del proprio paziente, impendendo così che quest’ultimo si determinasse autonomamente rispetto alle proprie scelte di vita ed esistenziali. “Poiché anche la sofferenza – aggiungono – e il dolore, laddove coscientemente e consapevolmente non curati o alleviati, acquistano un senso ben differente, sul piano della qualità della vita, se accettati come fatto determinato da una propria personale opzione di valore nella prospettiva di una fine che si annuncia (più o meno) imminente, piuttosto che vissuti passivamente, come segni misteriosi di un’inspiegabile, insondabile e angosciante, ineluttabilità delle cose. Rilievo che vale a tradursi in una specifica percezione del sé quale soggetto responsabile, e non meno oggetto passivo, della propria esperienza esistenziali; e tanto, proprio nel momento della più intensa (ed emotivamente pregnante) prova della vita, qual è il confronto con la realtà della fine”.

Ciò detto, la violazione del diritto del paziente di determinarsi liberamente nella scelta dei propri percorsi esistenziali, in una simile condizione di vita, vale a integrare la lesione di un bene già di per sé autonomamente apprezzabile sul piano sostanziale, senza bisogno di assolvere ad alcun ulteriore onere di allegazione argomentativa o probatoria, potendo giustificare da sé una condanna al risarcimento del danno così inferto, sulla base di una liquidazione equitativa.

Avv. Sabrina Caporale

 

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IL RISARCIMENTO E LA SOLIDARIETÀ DEI COOBBLIGATI EX ART. 2055 C.C.

anossia da parto

Due coniugi evocano in giudizio un ginecologo e la Casa di Cura, chiedendo il risarcimento di tutti danni subiti dal figlio a seguito di una anossia da parto

In materia di responsabilità per attività medico-chirurgica, l’acquisizione di un completo ed esauriente consenso informato del paziente, da parte del sanitario, costituisce prestazione altra e diversa rispetto a quella avente ad oggetto l’intervento terapeutico, dal cui inadempimento può derivare – secondo l’id quod plerumque accidit – un danno costituito dalle sofferenze conseguenti alla cancellazione o contrazione della libertà di disporre, psichicamente e fisicamente, di se stesso e del proprio corpo, patite dal primo in ragione della sottoposizione (come nella specie) a terapie farmacologiche ed interventi medico – chirurgici collegati a rischi dei quali non sia stata data completa informazione. Tale danno, che può formare oggetto, come nella specie, di prova offerta dal paziente anche attraverso presunzioni e massime di comune esperienza, lascia impregiudicata tanto la possibilità di contestazione della controparte quanto quella del paziente di allegare e provare fatti a sé ancor più favorevoli di cui intenda giovarsi a fini risarcitori”.

Questo è il principio di diritto espresso dalla Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione nella sentenza n. 7248 depositata il 23 marzo 2018.

I fatti.

Due coniugi, in proprio ed in qualità di genitori esercenti la potestà su un minore, evocano in giudizio, un ginecologo e la Casa di Cura chiedendo il risarcimento di tutti danni, patrimoniali e non patrimoniali, subiti a seguito della nascita del figlio, venuto alla luce con grave sofferenza fetale e conseguente anossia da parto dalla quale aveva riportato un’invalidità pari al 100%.

Veniva autorizzata la chiamata in causa delle compagnie di assicurazioni con le quali la Casa di Cura aveva stipulato le polizze per la responsabilità civile, e deceduto, nelle more, il neonato, la domanda veniva parzialmente accolta nei confronti del ginecologo, mentre venivano, invece, rigettate le pretese avanzate nei confronti della Casa di Cura.

Avverso la sentenza è stato proposto appello principale dai genitori del bimbo e appello incidentale dalla struttura sanitaria.

La Corte territoriale, dispone il rinnovo della consulenza tecnica d’ufficio e respinge l’appello principale ed accoglie quello incidentale, con compensazione delle spese di lite.
I coniugi ricorrono per la cassazione della sentenza, affidandosi a quattro motivi di gravame.
La violazione delle norme sul consenso informato e i danni che ne derivano.

Gli Ermellini, nella decisione in commento, danno seguito all’orientamento ormai consolidato ed espressamente confermato da un arresto coevo alla sentenza impugnata (cfr. Cass. 11950/2013) che ha riconosciuto l’autonoma rilevanza, ai fini dell’eventuale responsabilità risarcitoria, della mancata prestazione del consenso da parte del paziente, e che ha espressamente ritenuto, così come del resto già argomentato dal giudice di primo grado, che “la violazione, da parte del medico, del dovere di informare il paziente, può causare due diversi tipi di danni: un danno alla salute, sussistente quando sia ragionevole ritenere che il paziente, su cui grava il relativo onere probatorio, se correttamente informato, avrebbe evitato di sottoporsi all’intervento e di subirne le conseguenze invalidanti; nonché un danno da lesione del diritto all’autodeterminazione in se stesso, il quale sussiste quando, a causa del deficit informativo, il paziente abbia subito un pregiudizio, patrimoniale oppure non patrimoniale (ed, in tale ultimo caso, di apprezzabile gravità), diverso dalla lesione del diritto alla salute“. (cfr. ex multis Cass. civ. 2854/2015; Cass. civ. 24220/2015; Cass. 24074/2017; Cass. 16503/2017).

Qual’è il diritto del paziente?

Secondo la Suprema Corte, il paziente è titolare della legittima pretesa, di conoscere con “la necessaria e ragionevole precisione” le conseguenze dell’intervento medico cui verrà sottoposto, in modo da prepararsi ad affrontarle con maggiore e migliore consapevolezza, e ciò in quanto la nostra Costituzione sancisce “il rispetto della persona umana in qualsiasi momento della sua vita e nell’integralità della sua essenza psicofisica, in considerazione del fascio di convinzioni morali, religiose, culturali e filosofiche che orientano le sue determinazioni volitive” (cfr. Cass. n. 21748/2007; Cass. 23676/2008, in tema di trasfusioni salvavita eseguite al testimone di Geova contro la sua volontà).

… e quali sono le conseguenze di una corretta informazione?

Se l’informazione fornita al paziente è corretta e compiuta, da tanto scaturirà:
a. il diritto, per il paziente, di scegliere tra le diverse opzioni di trattamento medico;

  1. la facoltà di acquisire, se del caso, ulteriori pareri di altri sanitari;
  2. la facoltà di scelta di rivolgersi ad altro sanitario e ad altra struttura, che offrano maggiori e migliori garanzie (in termini percentuali) del risultato sperato, eventualmente anche in relazione alle conseguenze post-operatorie;
  3. il diritto di rifiutare l’intervento o la terapia – e/o di decidere consapevolmente di interromperla;
    e. la facoltà di predisporsi ad affrontare consapevolmente le conseguenze dell’intervento, ove queste risultino, sul piano postoperatorio e riabilitativo, particolarmente gravose e foriere di sofferenze prevedibili (per il medico) quanto inaspettate (per il paziente) a causa dell’omessa informazione.
    Fatte queste premesse, la Corte di Cassazione ha esaminato le quattro ipotesi che possono avverarsi in astratto:
  4. omessa/insufficiente informazione in relazione ad un intervento che ha cagionato un danno alla salute a causa della condotta colposa del medico, a cui il paziente avrebbe in ogni caso scelto di sottoporsi nelle medesime condizioni, hic et nunc: in tal caso, il risarcimento sarà limitato al solo danno alla salute subito dal paziente, nella sua duplice componente, morale e relazionale (cfr. sul punto, Cass. 901/2018);
  5. omessa/insufficiente informazione in relazione ad un intervento che ha cagionato un danno alla salute a causa della condotta colposa del medico, a cui il paziente avrebbe scelto di non sottoporsi: in tal caso, il risarcimento sarà esteso anche al danno da lesione del diritto all’autodeterminazione del paziente;
  6. omessa informazione in relazione ad un intervento che ha cagionato un danno alla salute a causa della condotta non colposa del medico, a cui il paziente avrebbe scelto di non sottoporsi: in tal caso, il risarcimento, sarà liquidato con riferimento alla violazione del diritto alla autodeterminazione (sul piano puramente equitativo), mentre la lesione della salute – da considerarsi comunque in relazione causale con la condotta, poiché, in presenza di adeguata informazione, l’intervento non sarebbe stato eseguito – andrà valutata in relazione alla situazione differenziale tra quella conseguente all’intervento e quella (comunque patologica) antecedente ad esso;
    4. omessa informazione in relazione ad un intervento che non ha cagionato danno alla salute del paziente (e che sia stato correttamente eseguito): in tal caso, la lesione del diritto all’autodeterminazione costituirà oggetto di danno risarcibile tutte le volte che, e solo se, il paziente abbia subito le inaspettate conseguenze dell’intervento senza la necessaria e consapevole predisposizione ad affrontarle e ad accettarle, trovandosi invece del tutto impreparato di fronte ad esse.

Ebbene, secondo gli Ermellini, l’errore commesso dalla Corte  territoriale è consistito nell’aver da un lato ammesso la sussistenza della violazione relativamente al consenso e dall’altro  aver riformato la sentenza sullo specifico punto, respingendo le pretese risarcitorie avanzate.
La forma del consenso.

I Supremi giudici hanno escluso la validità del consenso prestato verbalmente affermando, con orientamento al quale la Corte intende  dare seguito, che: “In tema di attività medico-chirurgica, il medico viene meno all’obbligo di fornire idonea ed esaustiva informazione al paziente, al fine di acquisirne un valido consenso, non solo quando omette del tutto di riferirgli della natura della cura prospettata, dei relativi rischi e delle possibilità di successo, ma anche quando ne acquisisca con modalità improprie il consenso, sicché non può ritenersi validamente prestato il consenso espresso oralmente dal paziente“. (Cass. 19212/2015).

Per ciò che concerne le forme da utilizzare per manifestare il consenso, è stato pure ritenuto che “In tema di attività medico-chirurgica, il consenso informato deve basarsi su informazioni dettagliate, idonee a fornire la piena conoscenza della natura, portata ed estensione dell’intervento medico-chirurgico, dei suoi rischi, dei risultati conseguibili e delle possibili conseguenze negative, non essendo all’uopo idonea la sottoscrizione, da parte del paziente, di un modulo del tutto generico, né rilevando, ai fini della completezza ed effettività del consenso, la qualità del paziente, che incide unicamente sulle modalità dell’informazione, da adattarsi al suo livello culturale mediante un linguaggio a lui comprensibile, secondo il suo stato soggettivo ed il grado delle conoscenze specifiche di cui dispone” (Cass. 2177/2016).

In base alle su esposte considerazioni gli Ermellini hanno cassato la sentenza con rinvio alla Corte d’Appello di Catania, in diversa composizione, che dovrà riesaminare la controversia alla luce del principio di diritto innanzi riportato.

Avv. Maria Teresa De Luca

 

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coobbligati

Per la Cassazione la norma contenuta nel codice civile ha una funzione di mera ripartizione interna tra i coobbligati rispetto alla somma dovuta a titolo di risarcimento

Che accade quando la vittima dell’evento lesivo evoca in giudizio soltanto uno dei soggetti che hanno concorsualmente contribuito a determinare il pregiudizio?

La Cassazione con l’ordinanza numero 2066/2018, ha preso in considerazione una fattispecie che, di sovente, ci si trova ad affrontare in sede processuale quando si parla di risarcimento.

Ci riferiamo al caso in cui i danni cagionati alla  vittima di un evento lesivo sono riconducibili a una pluralità di autori e il fatto storico è addebitabile, quindi, alla condotta colposa di  una molteplicità di danneggianti.

Che accade quando la vittima dell’evento lesivo evoca in giudizio soltanto uno dei soggetti che hanno concorsualmente contribuito a determinare il pregiudizio? In passato si era ritenuto che, laddove fosse emerso in corso di causa che il convenuto era corresponsabile solo in parte del danno cagionato all’attore, allora la condanna del primo poteva essere integrale ricorrendo una ben precisa, e irrinunciabile, condizione: e cioè a patto che, fin da principio, l’attore avesse esplicitato, nelle conclusioni del proprio atto introduttivo, una domanda con la quale egli si rifaceva espressamente a quanto preveduto dall’articolo 2055 del codice civile. Come noto, siffatta norma così recita: “Se il fatto dannoso è imputabile a più persone, tutte sono obbligate in solido al risarcimento del danno. Colui che ha risarcito il danno ha regresso contro ciascuno degli altri, nella misura determinata dalla gravità della rispettiva colpa e dall’entità delle conseguenze che ne sono derivate. Nel dubbio, le singole colpe si presumono uguali”. Essa prevede quindi che, in ipotesi di pluralità di autori di un fatto illecito, tutti siano da considerarsi corresponsabili dell’integralità delle relative conseguenze. In altri termini, il danneggiato potrà chiedere il cento per cento del ristoro dovuto a ciascuno dei diversi responsabili indipendentemente dalla graduazione delle rispettive colpe; ferma restando la possibilità –  per il soggetto condannato a risarcire l’intero –  di rivalersi in via di regresso nei confronti dei corresponsabili.

Nella vicenda in esame, l’attore era rimasto vittima di un caso di malasanità. Egli, infatti, aveva chiesto il risarcimento del danno per perdita pressoché completa della vista dovuta all’omessa, tempestiva somministrazione di una terapia finalizzata alla cura della ipertensione endocranica.

Il tribunale adito aveva accolto la domanda formulata nei confronti di una sola struttura ospedaliera e soltanto nella misura percentuale corrispondente al grado di corresponsabilità accertata in sede di consulenza tecnica d’ufficio (precisamente, per un importo pari al dieci per cento del pregiudizio totale). La pronuncia era stata impugnata avanti alla Corte d’Appello e i giudici di secondo grado avevano ritenuto di non poter accogliere la domanda di parte appellante nella sua globalità: era stato infatti accertato, nel corso del giudizio di merito, che responsabile non era da reputarsi solo la struttura ospedaliera effettivamente convenuta in giudizio, ma anche i medici di un altro ospedale non parimenti citati in causa. Questi ultimi, in particolare, si erano astenuti dall’effettuare un doveroso trattamento anticoagulante e dunque avevano contribuito all’ingenerarsi della patologia in concorso con i sanitari della azienda ospedaliera destinataria delle pretese attore. Tuttavia, poiché l’attore non aveva agito ab initio richiamando l’articolo 2055 del codice civile, ma si era limitato a evocare tale norma giustappunto (e solo) in sede di precisazione delle conclusioni del giudizio di primo grado, la Corte d’appello aveva ritenuto tardiva la formulazione e, pertanto, non aveva modificato il contenuto della sentenza di primo grado.

La Corte di Cassazione, per contro, ha accolto in pieno il ricorso della vittima rifacendosi a un suo precedente del 1997, vale a dire a una sentenza del 26 maggio di quell’anno, la numero 4.659 nella quale veniva enunciato il seguente principio: “Nell’azione di risarcimento del danno ex art. 2043 c.c., la causa petendi è rappresentata dall’illiceità del fatto allegato e dall’imputabilità del medesimo alla parte evocata in giudizio. La prospettazione dell’eventualità che il fatto stesso sia ascrivibile pure a soggetti diversi, e che quindi l’obbligazione risarcitoria del convenuto discenda da responsabilità solidale ai sensi dell’art. 2055 c.c., non solo non tocca il petitum, dato che la qualità di unico obbligato o di coobbligato non incide sulla debenza dell’intera prestazione, ma nemmeno interferisce sulla causa petendi, tenendosi conto che la posizione debitoria del convenuto stesso rimane ancorata alla sua veste di autore (con dolo o colpa) dell’illecito, indipendentemente dalla circostanza che questo sia causalmente riferibile anche al comportamento di altre persone”.

In buona sostanza, la Corte di Cassazione ha ritenuto che un soggetto il quale evochi in giudizio uno solo dei coautori di un fatto produttivo di danno abbia diritto a ottenere l’integrale risarcimento da quest’ultimo a prescindere dal fatto che, nelle conclusioni dell’atto introduttivo, sia stato richiamato l’articolo 2055 c.c.; infatti, quella norma ha una funzione di mera ripartizione interna tra i coobbligati rispetto alla somma dovuta a titolo di risarcimento. Ne discende che il danneggiato può direzionare la propria azione giudiziaria anche contro uno solo dei diversi coautori del fatto illecito, ma ciò non involge una rinuncia, neppure implicita, alla solidarietà tra il soggetto evocato in giudizio e tutti gli altri corresponsabili del danno. Ne consegue altresì, per i medesimi motivi, che la domanda con la quale la vittima abbia avanzato un’istanza di risarcimento integrale nei confronti di uno solo tra i soggetti i quali abbiano concorso a determinare l’evento lesivo può essere considerata comunque e sempre formulata ex art. 2055 c.c.; e ciò anche quando il prefato articolo non sia stato esplicitamente menzionato nelle conclusioni formulate nei confronti di chi sia stato ritenuto, ab origine (magari errando) unico responsabile del danno.

Ergo, la domanda – quando sia ‘completata’ in sede di precisazione delle conclusioni con un richiamo espresso dell’articolo 2055 c.c. – non può considerarsi nuova sotto il profilo della causa pretendi: la caratteristica solidarietà dell’obbligazione da fatto illecito imputabile a più persone può venir meno solo nel caso in cui vi sia una espressa e specifica rinunzia, in tal senso, da parte del creditore danneggiato.

Avv. Francesco Carraro

(Foro di Padova)

 

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morte della persona offesa dal reato

Il convivente more uxorio, in caso di morte della persona offesa dal reato,  ha diritto di opporsi alla richiesta di archiviazione del procedimento penale

Il convivente more uxorio, in caso di morte della persona offesa in conseguenza del reato, ha diritto a presentare opposizione alla richiesta di archiviazione ex art. n. 410 del codice di procedura penale e a ricorrere per cassazione avverso il provvedimento relativo.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza  n.12742/2016 enunciando il principio secondo cui anche il convivente rientra tra i prossimi congiunti.

Tale figura si aggiunge così a una categoria che, ai sensi dell’art. 307 c.p. era precedentemente composta solo da ascendenti, discendenti, coniuge, prole, fratelli, sorelle, affini nello stesso grado, zii e nipoti.

In base all’art. 90, terzo comma, del Codice di Rito, spetta a tali soggetti, in caso di morte sopraggiunta della persona offesa dal reato, l’esercizio delle facoltà e dei diritti previsti dalla legge.

La sentenza della Suprema Corte rappresenta una pronuncia innovativa che sembra tener conto del numero sempre crescente di persone che prediligono la convivenza al matrimonio. Una scelta dettata dai motivi più vari che, se da un lato non impone i diritti e doveri derivanti dal vincolo nuziale, dall’altro non intacca il legame affettivo che comunque sussiste tra persone che vivono sotto lo stesso tetto.

Di qui la decisione dei Giudici del Palazzaccio, che sembra volta a tutelare tale legame. Gli Ermellini hanno infatti chiarito che il nucleo relazionale affettivo che spinge due persone a  contrarre matrimonio sussiste anche tra i conviventi more uxorio. Di conseguenza sarebbe illegittimo non annoverare tale categoria tra i prossimi congiunti.

Per approfondire l’argomento si invita a leggere l’articolo “ll convivente more uxorio, in caso di decesso della persona offesa in conseguenza del reato, quali diritti ha?” dell’avv. Aldo Antonio Montella

 

la civiltà del futuro

Senza un ripensamento radicale a rivalutare la formazione e la cura della persona fin dall’infanzia, l’unica vera rivoluzionaria controtendenza sarà rappresentata dalla ricerca della nostra essenza per la nostra sopravvivenza

In questa disorientante babele di nuova generazione le sole indicazioni per uscire dalle secche dell’imbarbarimento crescente dei nuovi costumi culturali e dei nuovi stili del vivere quotidiano, risiedono nel ripensare ad un compromesso fra la tradizione del passato e le nuove frontiere del presente,  proiettate ad un futuro sostenibile che fondi le sue radici nella rinascita e rivalutazione del concetto di Persona e della Formazione integrale ed integrata della persona fin dall’infanzia PROTEZIONE/PREVENZIONE UNDER 18: FORMAZIONE INTEGRALE ED INTEGRATA DELLA PERSONA .

Per fare questo è necessario creare alleanze intergenerazionali fra le principali agenzie educative, cioè fra la Famiglia e la Scuola,  per suscitare le sinergie necessarie a riconoscere e distinguere le fake resolutions di stake-holders sponsorizzati dal potere, dalla gestione oculata e competente di team di esperti e professionisti, disposti ad operare in modo multidisciplinare con interventi integrati, scientificamente misurabili.

Non un universo indistinto di esperimenti dilettantistici in cui  le diverse forme dell’arte, da quella musicale, sportiva, teatrale, ludico-intrattenitiva, vengono ricondotte a categorie scientifiche per fare screening su disturbi dell’apprendimento, del comportamento, della personalità, non sottoposte che al giudizio incompetente dell’indistinto pubblico di fruitori della rete.

L’intrattenimento e la creatività costituiscono un binomio vincente per positivi risvolti nel campo del sostegno alla persona e sono in grado di incrementare il benessere psico-fisico,  se concepiti come complementari  ad attività di prevenzione e trattamento in campo clinico ed assistenziale,  che si basano su metodologie e procedure che possano vantare un minimo di scientificità e garantiscano così la verificabilità delle procedure e la riproducibilità dei risultati ottenuti.

E’ la cura della persona fin dall’infanzia, affrontata tenendo conto di tutti gli aspetti costitutivi e delle potenzialità attitudinali, del temperamento, del carattere,  dell’intelligenza di ognuno che concorre allo sviluppo corretto ed equilibrato della personalità e quindi, in ricaduta, determina l’abbassamento delle situazioni di emergenza per quanto riguarda l’ambito familiare, scolastico e sociale.

Analizzando le contraddizioni che sono state e sono alla base degli attuali fallimenti possiamo, senza possibilità di smentita, osservare che se la formazione del bambino nella primissima infanzia, viene affidata al precoce utilizzo prolungato e continuativo di dispositivi digitali questo possa compromettere non solo il suo sviluppo cognitivo e intellettivo, ma anche quello relazionale.

Se viene destituita l’importanza di favorire in quella fascia di età una corretta educazione ai sentimenti, alle emozioni, alla reciprocità, al rispetto della propria persona e dell’altro da sé, questo può nel tempo preludere facilmente a una considerazione futura disvaloriale dell’altro, specialmente se più fragile, diverso,  purtroppo forse “non troppo diverso” dal bersaglio da abbattere, presente nei tanti videogiochi, molti dei quali estremamente violenti, presenti in rete.

E’  pur vero che questa è soltanto una delle diverse interpretazioni alla base delle trasformazioni socio-bioantropologiche della post-modernità nell’era dominata dall’uso incontrastato e pervasivo della tecnologia digitale di cui si è detto. Ma è pur altrettanto vero che si è  per questo motivo andata consolidando sempre più la tendenza a sottomettere al dominio del mondo virtuale e digitale quei  valori che fino all’avvento del digitale sono stati in grado di arginare quegli istinti, quelle pulsioni  e quegli appetiti insaziabili, presenti nella natura umana, che il tramonto di una certa spiritualità ha fatto trionfare proprio attraverso una globale rappresentazione virtuale di questi disvalori, assurti a nuovi modelli valoriali dell’era del virtuale.

E da questi sono stati fatti discendere come accettabili,  decretandone   l’affermazione,  modelli culturali, stili di vita e comportamenti che sono divenuti leciti o non leciti sulla base dei giudizi  emessi dal tribunale mediatico della rete virtuale. Un tribunale dove scorrono tante verità quante se possono contare attraverso le opinioni espresse dai vari influencer che dettano le nuove regole in cui l’unicità di ognuno di noi è ricondotta alla distinzione di uno solo: l’influencer che siede sul trono del non senso e della superficialità, dell’apparire e della inautenticità.

Lo scardinamento degli ancoraggi ai valori ed ai principi universali della tradizione cristiana e dell’occidente che fino alla fine del secolo scorso hanno avuto la funzione di ricondurre ad una visione etica condivisa della vita e dei rapporti personali ha determinato la morte dell’etica e con essa, anche la fine dei valori condivisi in grado di arginare le passioni e gli istinti.

La globalizzazione e l’avvento del digitale hanno perfezionato il disfacimento di qualsiasi orientamento valoriale in grado di sviluppare interpretazioni confluenti sul consenso della ragione e della verità, della reciprocità e del  rispetto, del diritto e della giustizia. In questa nuova rappresentazione del mondo, così poco rassicurante,  ci meravigliamo ancora che fiorisca ogni forma di violenza, anche in età molto precoce, che proprio nei luoghi deputati all’educazione e alla formazione dei bambini, ragazzi e adolescenti  si moltiplichino episodi sempre più frequenti di bullismo e cyberbullismo; che le agenzie educative per eccellenza, la famiglia e la scuola, anziché essere alleate nella missione delle missioni: lo sviluppo delle giovani generazioni,  si sferrino attacchi preoccupanti e ricorrenti di violenza, anche fisica, ognuna in nome del proprio orgoglio personale e non dei comuni diritti-doveri; che in nome dei cattivi esempi, presenti proprio nei luoghi deputati all’educazione e alla formazione, giovani adolescenti delusi e depressi ricorrano alle armi per gridare tutta la loro disperazione, attuando stragi negli stessi luoghi in cui non hanno trovato guide credibili, ma solo cattivi esempi; che un’incontenibile voglia di protagonismo, praticata come lo sport preferito da tutti, a livello virtuale e non solo, abbia seppellito, insieme al rispetto della privacy propria ed altrui, anche la dignità e il rispetto del proprio corpo e della propria sessualità, facendoli prima oggetto di commercio e di scambio, e dopo motivo di una insostenibile vergogna che giustifica il suicidio, sacrificandolo tutto sull’altare di un bisogno edonistico che diventa la priorità della propria esistenza.

In questo vortice di banalità e di brutalità, di vizi diventati virtù, di malcostume divenuto stile di vita che fa tendenza, di comportamenti immorali adottati come buoni esempi da seguire, dove le regole e le leggi servono soltanto per praticare l’ingiustizia e legittimare ogni forma di devianza, è difficile continuare a credere e sperare in un evoluzione della civiltà ed in un progresso senza fine.

Senza un ripensamento radicale a rivalutare la formazione e la cura della persona fin dall’infanzia, alla luce della rappresentazione di una società perduta nella propria dissoluzione dei costumi e dei comportamenti, l’unica vera rivoluzionaria controtendenza sarà rappresentata dalla ricerca della nostra essenza per la nostra sopravvivenza.

Dott.ssa Mara Massai

Sociologa, Dottore di ricerca in Criminologia

Esperta in Tecniche Investigative in Criminologia e Vittimologia

Project Manager

Presidente di AS.SO.GRAF. (Associazione Culturale di Sociologia e Grafologia)

 

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