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il parere degli esperti

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È stata confermata anche in appello la condanna emessa dai giudici di merito nei confronti di una società per le ripetute offese rivolte ad un dipendente per la sua presunta omosessualità

Tali fatti si sarebbero verificati tra il 2001 e il 2007, data del suo licenziamento. Le offese e le condotte vessatorie sarebbero state poste in essere dal legale rappresentante della società nei confronti del proprio dirigente e confermate da tutti i testimoni ascoltati in giudizio.

Cosicché, in primo grado, la società era stata condannata a risarcire il danno non patrimoniale subito dal dipendente. Questi aveva allegato in giudizio lo “stato di ansia e di stress, il pregiudizio alla vita di relazione, il pregiudizio alla dignità e alla sua professionalità visto anche il ruolo assunto all’interno della azienda e il fatto che gli epiteti spregiativi erano sempre ripetuti nei suoi confronti alla presenza dei colleghi e in situazioni nelle quali egli non era in grado di reagire “.

Tutte queste circostanze erano state ritenute provate in via presuntiva.

La sentenza veniva confermata anche in appello.

A detta dei giudici della corte territoriale le condotte poste in essere dal legale rappresentante della società non erano solo espressione di un clima scherzoso nell’ambiente di lavoro; al contrario esse – proprio perché ripetutamente poste in essere dal titolare della società nei confronti di un dipendente che, sebbene avesse qualifica dirigenziale, era comunque in una condizione di inferiorità gerarchica (e, difatti, mai aveva reagito alle altrui offese) – esprimevano un atteggiamento di grave mancanza di rispetto e quindi di lesione della personalità morale del lavoratore.

Il ricorso per Cassazione

Per la società ricorrente, la corte di merito avrebbe commesso un errore di valutazione: quello di aver ritenuto provato il danno non patrimoniale sulla base di semplici presunzioni; lo avrebbe cioè desunto dagli elementi probatori raccolti in ordine al contenuto delle offese, alla loro reiterazione, alle modalità e ai contesti in cui le stesse erano state arrecate ed anche in relazione alla difficoltà di reazione per essere quest’ultimo in una condizione di inferiorità gerarchica.

Non sono d’accordo i giudici della Cassazione!

È principio ormai consolidato nella giurisprudenza di legittimità (Cass. n. 11269 del 2018; n. 7471 del 2012) quello per cui il danno non patrimoniale, anche nel caso di lesione di diritti inviolabili, non possa mai ritenersi “in re ipsa”, ma vada debitamente allegato e provato da chi lo invoca, anche attraverso il ricorso a presunzioni semplici;
Le Sezioni Unite della Cassazione, nella sentenza n. 26972 del 2008, hanno affermato che il danno non patrimoniale derivante dalla lesione di diritti inviolabili della persona, come tali costituzionalmente garantiti, è risarcibile – sulla base di una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c. – anche quando non sussiste un fatto-reato, né ricorre alcuna delle altre ipotesi in cui la legge consente espressamente il ristoro dei pregiudizi non patrimoniali, a tre condizioni: (a) che l’interesse leso – e non il pregiudizio sofferto – abbia rilevanza costituzionale; (b) che la lesione dell’interesse sia grave, nel senso che l’offesa superi una soglia minima di tollerabilità; (c) che il danno non sia futile, vale a dire che non consista in meri disagi o fastidi, ovvero nella lesione di diritti del tutto immaginari, come quello alla qualità della vita od alla felicità.

Nel caso di specie, la Cassazione concorda con l’accertamento effettuato dalla Corte di merito poiché, coerente con la giurisprudenza di legittimità che reputa veicolato dall’art. 2087 c.c. l’obbligo di tutela nel contratto di lavoro di interessi non patrimoniali presidiati da diritti inviolabili della persona, come appunto la salute e la personalità morale, con conseguente obbligo di risarcimento del danno non patrimoniale ove l’inadempimento datoriale abbia provocato la lesione dei medesimi (per tutte cfr. Cass., S.U., n. 26972 del 2008).

Assume anche rilievo il danno alla reputazione del lavoratore dipendente.

A tal proposito, vale la pena rammentare che la Cassazione ha precisato come il danno recato alla reputazione, da inquadrare nell’ambito della categoria del danno non patrimoniale di cui all’art. 2059 c.c., debba essere inteso in termini unitari, senza distinguere tra “reputazione personale” e “reputazione professionale”, non concepibili alla stregua di beni diversi e pertanto non suscettibili di distinte domande risarcitorie, trovando la tutela di tale diritto – a prescindere dall’entità e dall’intensità dell’aggressione o dal differente sviluppo del percorso lesivo – il proprio fondamento nell’art. 2 Cost. e, in particolare, nel rilievo che esso attribuisce alla dignità della persona in quanto tale. (Cass. n. 18174 del 2014).

Sulla stessa linea si pongono le pronunce che ravvisano la risarcibilità del danno non patrimoniale in caso, ad esempio, di licenziamento ingiurioso, tale per la forma o per le modalità del suo esercizio e per le conseguenze morali e sociali che ne derivano, da risultare lesivo della dignità e dell’onore del lavoratore licenziato (Cass. n. 23686 del 2015; n. 15496 del 2008).

A nulla è servito, dunque, per la società eccepire la violazione degli artt. 2727 e 2729 c.c., in materia di presunzioni, dovendo farsi applicazione dell’ulteriore principio di diritto (Cass. n. 15737 del 2003; 722 del 2007; Cass. n. 8023 del 2009), secondo cui le presunzioni semplici costituiscono una prova completa alla quale il giudice di merito può attribuire rilevanza, anche in via esclusiva, ai fini della formazione del proprio convincimento.

Peraltro si tratta di una valutazione che spetta solo al giudice di merito e, come tale, non è sindacabile in sede di legittimità.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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compensatio

In materia di compensatio lucri cum damno, l’assicuratore che ha pagato l’indennità è surrogato, fino alla concorrenza dell’ammontare di essa, nei diritti dell’assicurato verso il terzo danneggiante

Dopo le quattro sentenze delle Sezioni Unite, tutte pronunciate nell’anno 2018 sul tema della compensatio lucri cum damno, la Terza Sezione Civile della Cassazione ha riconosciuto il diritto dell’assicurazione condannata a risarcire il danneggiato da un incidente stradale ad ottenere che dall’entità globale del danno risarcibile venisse detratta la somma corrispondente all’introito pensionistico a lui già erogato dall’INPS.

La vicenda

Era rimasto vittima di un incidente stradale mentre era a bordo della sua moto, investito da un altro motociclo privo di copertura assicurativa.

Agiva pertanto in giudizio contro il danneggiante, perché fosse condannato, in solido con il Fondo di Garanzia per le vittime della strada, al risarcimento di tutti i danni patiti in conseguenza del sinistro.

Nel processo si costituiva in giudizio la società di assicurazione, chiedendo che il danno fosse comunque liquidato entro il massimale, esercitando il diritto di regresso nei confronti dell’altro convenuto.

Interveniva anche l’INPS al fine di far valere il proprio diritto di surroga fino a decorrenza della somma pari al valore dell’assegno di invalidità già riconosciuto al danneggiato dal 2009; intervento, poi, dichiarato inammissibile per tardività della richiesta.

Cosicché il giudice di primo grado, in applicazione della presunzione di cui all’art. 2054 c.c., riconosceva la pari responsabilità dei due conducenti nella determinazione dell’evento e accoglieva la domanda del danneggiato, condannando i convenuti in solido al risarcimento di tutti i danni richiesti.

Accoglieva inoltre la domanda di regresso della società di assicurazione nei confronti del danneggiante.

Nel giudizio d’appello, la decisione veniva parzialmente riformata.

La corte territoriale aveva determinato nella misura del 75% la responsabilità del danneggiante nella causazione del sinistro e la restante 25% era stata attribuita alla vittima.

Allo stesso tempo, aveva respinto il motivo principale volto alla liquidazione del danno da invalidità temporanea a causa della tardività con cui l’interessato aveva prodotto la relativa documentazione medica.

Quanto invece, al danno alla salute, aveva innalzato la percentuale di invalidità permanente di quest’ultimo nella misura dell’85%, rideterminando così, nuovamente il danno.

Aveva, inoltre, respinto la domanda di personalizzazione del danno, affermando che la vittima non aveva dimostrato un grado di sofferenza maggiore rispetto a quello patito da altri soggetti nella sua stessa situazione (ciò sia quanto alla relazione sentimentale che alla necessaria interruzione dell’attività sportiva).

Ed infine, quanto al danno da lucro cessante, aveva osservato che il danneggiato, di professione elettricista, in seguito all’incidente, aveva perso la capacità lavorativa specifica, mantenendo solo una residua capacità lavorativa generica, di certo non idonea a compensare la perdita di guadagno a lui assicurato dal precedente impiego; non poteva, quindi essere riconosciuta  – contrariamente a quanto deciso dal giudice di prime cure – la compensatio lucri cum damno in ordine alla pensione erogata dall’INPS, trattandosi di somme provenienti da titoli diversi.

Ebbene è stato proprio questo il principale motivo di ricorso sui quali i giudici della Cassazione hanno dovuto pronunciarsi.

A proporre ricorso principale è stata la compagnia assicurativa, la quale tra gli altri motivi, lamentava il fatto che la corte territoriale avesse errato nel non aver riconosciuto la compensazione con quanto liquidato dall’INPS a titolo di trattamento pensionistico al danneggiato.

E a supporto della propria tesi difensiva, richiamava la decisione n. 13537 del 13 giugno 2014 pronunciata dai giudici della Cassazione, ove, in relazione ad una fattispecie analoga a quella in esame, avevano chiarito che la ratio del principio dell’operatività della compensatio lucri cum damno sta nell’evitare che il danneggiato finisca per cumulare il risarcimento e l’indennizzo, trovandosi così, dopo la liquidazione, in una situazione migliore di quella in cui si sarebbe trovato se il fatto dannoso non si fosse verificato.

Ed in effetti, il ragionamento non fa una piega!

La Cassazione era stata già investita del ricorso in commento nel 2017 e, stante la necessità di affrontare la materia tutt’altro che agevole, dell’ammissibilità della cd. compensatio lucri cum damno, aveva rimesso la decisione alle Sezioni Unite.

Ebbene, le Sezioni Unite si sono pronunciate sull’argomento con quattro sentenze del 2018, le nn. 12564, 12565, 12566 e 12567.

Ma nessuna di queste ha affrontato direttamente la questione oggetto del ricorso. Tuttavia, i principi espressi sono stati sufficienti a consentire che i giudici della III Sezione Civile risolvessero la questione in commento.

La sentenza n. 12566/2018 delle Sezioni Unite

La sentenza che maggiormente si approssima, per la materia affrontata, al caso in esame – osservano i giudici della Corte – è la n. 12566. Nel caso di specie, era in discussione la compensabiltà della rendita INAIL derivante da infortunio in itinere.

Ebbene in tale pronuncia è stato enunciato il seguente principio di diritto: “l’importo della rendita per inabilità permanente corrisposta dall’INAIL per infortunio in itinere occorso al lavoratore va detratto dall’ammontare del risarcimento dovuto, allo stesso titolo, al danneggiato da parte del terzo responsabile dell’illecito”.

Le Sezioni Unite, inquadrando il tema della compensatio alla luce dei principi generali e delle regole della responsabilità civile hanno affermato che ammettere o negare il cumulo non può essere frutto di una «mera operazione contabile», dovendo viceversa sempre aversi presente la «ragione giustificatrice dell’attribuzione patrimoniale entrata nel patrimonio del danneggiato».

E hanno altresì aggiunto che tale verifica impone di accertare «se l’ordinamento abbia coordinato le diverse risposte istituzionali, del danno da una parte e del beneficio dall’altra, prevedendo un meccanismo di surroga o di rivalsa, capace di valorizzare l’indifferenza del risarcimento, ma nello stesso tempo evitare che quanto erogato dal terzo danneggiato si traduca in un vantaggio inaspettato per l’autore dell’illecito».

I riferimenti normativi sono contenuti nell’art. 1916 c.c. secondo il quale «l’assicuratore che ha pagato l’indennità è surrogato, fino alla concorrenza dell’ammontare di essa, nei diritti dell’assicurato verso il terzo danneggiate», da una parte, (disposizione che, peraltro, si estende anche alle assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro e le disgrazie accidentali) e l’art. 28 della L. n. 990/1969 (attualmente art. 124 D.Lgs. n. 209/2005) dall’altra.

Entrambe le norme si riferiscono alla successione nel credito risarcitorio dell’assicurato-danneggiato.

Non resta allora che interrogarsi sulla natura dell’istituto della surrogazione.

Nella citata sentenza le Sezioni Unite hanno chiarito che esso, mentre contente all’ente previdenziale di «recuperare dal terzo responsabile le spese sostenute per le prestazioni assicurative erogate al lavoratore danneggiato, impedisce a costui di cumulare, per lo stesso danno, la somma già riscossa a titolo di rendita assicurativa con l’intero importo del risarcimento del danno dovutogli dal terzo», consentendo al medesimo di agire solo per il c.d. danno differenziale, ossia quello non coperto dall’indennizzo.

Tali principi sono stati applicati anche al caso in esame ove il principio della compensazione era stato dapprima riconosciuto e poi negato in appello.

Peraltro la richiesta di intervento in giudizio da parte dell’INPS era stata dichiarata inammissibile per tardività della stessa e la decisione era passata in giudicato.

Ma secondo i giudici della Cassazione, al fine di risolvere la questione in commento, quello che conta non è che l’INPS fosse o meno parte in causa, quanto piuttosto, che essa avesse o meno il diritto di agire in surroga nei confronti del danneggiante.

In conclusione, facendo applicazione dei principi sopra espressi, i giudici della III Sezione Civile della Cassazione hanno riconosciuto il diritto dell’assicurazione ad ottenere che dall’entità globale del danno risarcibile al danneggiato venisse detratta la somma corrispondente all’introito pensionistico a lui erogato dall’INPS.

Che l’INPS poi avesse esercitato o meno la surroga non aveva importanza, perché il diritto si era comunque trasferito: ed è evidente che consentire al danneggiato di cumulare l’assegno di invalidità con l’intero risarcimento significa, di fatto, esporre l’assicuratore del responsabile civile all’obbligo di doppio pagamento per la medesima parte di danno.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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postumi

In tema di risarcimento del danno da invalidità personale, l’accertamento di postumi, incidenti con una certa entità sulla capacità lavorativa specifica, non comporta automaticamente l’obbligo del danneggiante di risarcire il pregiudizio patrimoniale conseguente alla riduzione della capacità di guadagno

A seguito di un incidente stradale avvenuto mediante collisione tra il motociclo da lui condotto e una autovettura priva della copertura assicurativa, aveva riportato postumi invalidanti permanenti, tali da incidere in maniera significativa sulla propria capacità di lavoro specifica.

Chiedeva pertanto il riconoscimento del danno da tale incapacità, nonché quello riconducibile alla asserita svalutazione commerciale del motociclo incidentato.

Ma in entrambi i giudizi di merito tale riconoscimento veniva respinto.

Cosicché il processo finiva dinanzi ai giudici della Cassazione.

Da una parte vi era la corte territoriale secondo la quale, al fine di ottenere la liquidazione del danno patrimoniale derivante dal periodo di invalidità temporanea accertato (60 per la totale + 30 per la parziale), egli avrebbe dovuto specificamente indicare l’avvenuta produzione della documentazione reddituale riguardante gli ultimi tre anni ed i contenuti ad essa relativi, decisivi per la valutazione della censura proposta.

Dall’altra parte vi era il cittadino che censurava la decisione della corte territoriale laddove aveva escluso che fosse stata versata in atti la documentazione contabile idonea a dimostrare la pretesa in esame. Egli al contrario deduceva che, essendo stato accertato il periodo di invalidità temporanea, la dimostrazione del quantum doveva desumersi dalla affermazione secondo cui era stato dato atto dei minori ricavi della propria attività.

I principi espressi dalla giurisprudenza di legittimità

Ebbene, in materia di danno da incapacità lavorativa specifica, la giurisprudenza di legittimità ha enunciato i seguenti principi che, nella fattispecie in esame, i giudici della Suprema Corte hanno inteso ribadire:

a. “In tema di risarcimento del danno da invalidità personale, l’accertamento di postumi, incidenti con una certa entità sulla capacità lavorativa specifica, non comporta automaticamente l’obbligo del danneggiante di risarcire il pregiudizio patrimoniale conseguente alla riduzione della capacità di guadagno derivante dalla diminuzione della predetta capacità e, quindi, di produzione di reddito, occorrendo, invece, ai fini della risarcibilità di un siffatto danno patrimoniale, la concreta dimostrazione che la riduzione della capacità lavorativa si sia tradotta in un effettivo pregiudizio economico “ (Cass. n. 3290/2013).

b. “La liquidazione del danno patrimoniale da incapacità lavorativa, patito in conseguenza di un sinistro stradale da un soggetto precettore di reddito da lavoro, deve avvenire ponendo a base del calcolo il reddito effettivamente perduto dalla vittima, e non il triplo della pensione sociale. Il ricorso a tale ultimo criterio, ai sensi dell’art. 137 Cod. delle Ass., può essere consentito solo quando il giudice di merito accerti, con valutazione di fatto non sindacabile in sede di legittimità, che la vittima al momento dell’infortunio godeva sì di un reddito, ma questo era talmente modesto o sporadico da rendere la vittima sostanzialmente equiparabile ad un disoccupato” (Cass. n. 8896/2016);

c. “Quando agli effetti del risarcimento si debba considerare l’incidenza dell’inabilità temporanea o dell’invalidità permanente su un reddito di lavoro comunque qualificabile, tale reddito si determina, per il lavoro dipendente, sulla base del reddito da lavoro maggiorato dei redditi esenti e delle detrazioni di legge e, per il lavoro autonomo, sulla base del reddito netto risultante più elevato tra quelli dichiarati dal danneggiato ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche degli ultimi tre anni” (Cass. m. 11579/2018).

Orbene, nel caso in esame il ricorso non poteva che essere respinto dal momento che il richiedente aveva omesso di trascrivere le risultanze della documentazione fiscale degli ultimi tre anni e/o di indicare la sede processuale nella quale detti documenti avrebbero potuto essere rinvenuti al fine di dare veste processuale alla sua censura e renderla idonea a confutare la statuizione della Corte di merito sul difetto di prova del quantum debeatur.

Niente da fare, perciò, per il lavoratore infortunato: ricorso respinto e condanna al pagamento delle spese di giudizio.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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actio iudicati

La questione giuridica affrontata dai giudici della III Sezione Civile della Cassazione riguarda l’operatività dell’art. 2953 c.c. in materia di actio iudicati, anche nel caso di sentenza penale generica di condanna al risarcimento del danno, ove questa sia passata in giudicato

“La prescrizione decennale da “actio iudicati” prevista dall’art. 2953 c.c. decorre non dal giorno in cui sia possibile l’esecuzione della sentenza né da quello della sua pubblicazione, ma dal momento del suo passaggio in giudicato” (Cass. n. 15157/2017).

La vicenda

Ad originare la complessa vertenza giudiziaria in commento, era stata la vicenda della totale distruzione di un albergo provocata dalla caduta di una valanga. Vi furono decine di vittime, tra i quali i congiunti dell’odierno ricorrente.

Ebbene, questi aveva deciso di costituirsi parte civile nel processo penale a carico dei gestori dell’albergo al fine di ottenere il ristoro del danno da perdita del rapporto parentale conseguito al tragico episodio.

Ma quando il processo per il risarcimento degli ulteriori danni proseguiva dinanzi al giudice civile, la domanda veniva respinta dal momento che erano trascorsi più di cinque anni dall’accaduto ed era dunque intervenuta la prescrizione per la maggior parte di essi.

La decisione trovava confermata anche in appello. La corte territoriale aveva rilevato che il termine di prescrizione decennale previsto dall’art. 2953 c.c. si estende anche al caso di sentenza di condanna generica passata in giudicato, ma solo in relazione ai diritti espressamente azionati nel processo penale.

Ebbene, come poc’anzi detto il riferimento normativo è l’art. 2953 rubricato “Effetti del giudicato sulle prescrizioni brevi”, secondo il quale “i diritti per i quali la legge stabilisce una prescrizione più breve di dieci anni, quando riguardo ad essi è intervenuta sentenza di condanna passata in giudicato, si prescrivono con il decorso di dieci anni”.

Non sono d’accordo i giudici della Cassazione cui è stata rimessa la decisone.

Ed in effetti, sono loro stessi ad osservare che “nell’art. 2953 .c.c. deve ricomprendersi anche la sentenza di condanna generica al risarcimento del danno, la quale, pur mancando dell’attitudine all’esecuzione forzata, contiene, la statuizione sulla responsabilità del debitore, rispetto alla quale la successiva sentenza sulla responsabilità del debitore, rispetto alla quale la successiva sentenza di liquidazione non ha altra funzione che quella di determinare in concreto la prestazione dovuta affinché sia resa attuabile la condanna già pronunziata con la precedente sentenza sull’an debeatur”.

Pertanto, una volta passata in giudicato la sentenza penale di condanna generica al risarcimento del danno cagionato dal fatto illecito, l’azione diretta alla liquidazione del quantum resta assoggettata non più alla prescrizione breve di cui all’art. 2947 c.c., ma a quella decennale di cui all’art. 2953 c.c., con decorrenza dalla data in cui la sentenza penale si condanna sia divenuta irrevocabile (Cass. n. 1340/1969; n. 839/1976; n. 3378/196).

Il ragionamento giuridico

Secondo la giurisprudenza civile di legittimità “la condanna generica al risarcimento dei danni contenuta nella sentenza penale, pur presupponendo che il giudice abbia riconosciuto il relativo diritto alla costituita parte civile, non esige e non comporta alcuna indagine in ordine alla concreta esistenza di un danno risarcibile, postulando soltanto l’accertamento della potenziale capacità lesiva del fatto dannoso e della probabile esistenza di un nesso di causalità tra questo e il pregiudizio lamentato, salva restando nel giudizio di liquidazione del quantum  la possibilità di esclusione della esistenza stessa di un danno collegato eziologicamente all’evento illecito” (Cass. n. 2127/1998 e Cass. n. 24030/2009).

Questo comporta che la domanda svolta con la costituzione di parte civile non richiede – ai sensi del vigente C.P.P.– la specifica indicazione delle voci di danno di cui si richiede il risarcimento e l’individuazione del nesso causale esistente fra l’illecito e ciascuna posta di danno da risarcire, risultando sufficiente che sia stata dedotta -ancorché sommariamente – l’esistenza di pregiudizi riconducibili all’illecito penale.

Allo stesso tempo, la pronuncia di condanna generica emessa nel giudizio penale non richiede l’individuazione dei danni risarcibili e l’accertamento della loro derivazione causale dall’illecito.

La corte d’appello, così come il giudice di primo grado, aveva perciò errato nell’affermare la necessità di correlare il giudicato sull’azione civile (conseguito alla irrevocabilità delle pronunce penali) sia al contenuto della domanda (ossia dell’atto di costituzione di parte civile) sia alla circostanza che le provvisionali erano state disposte solo in relazione al danno morale per la perdita dei congiunti e al lucro cessante conseguente alla distruzione dell’albergo.

Avendo in tal modo trascurato il fatto dirimente che il giudice penale aveva disposto in favore delle parti civili la condanna al “risarcimento dei danni senza alcuna formale esclusione dell’una o dell’altra categoria dei danni”.

Tale conclusione – aggiungono gli Ermellini – è in linea con la consolidata giurisprudenza civile secondo cui “in tema di responsabilità civile, la domanda con la quale un soggetto chieda il risarcimento dei danni a lui cagionati da un dato comportamento del convenuto, senza ulteriori specificazioni, si riferisce a tutte le possibili voci di danno originate da quella condotta” (Cass. n. 20643/2016).

E laddove nell’atto introduttivo siano indicate specifiche voci di danno, a tale specificazione deve darsi valore meramente esemplificativo dei vari profili di pregiudizio dei quali si intenda ottenere il ristoro, a meno che non si possa ragionevolmente ricavarne la volontà attorea di escludere dal petitum le voci non menzionate” (Cass. n. 17879/2011).

Il principio di diritto

Le argomentazioni sin ora esposte hanno portato i giudici della Cassazione ad accogliere il ricorso e cassare la decisione impugnata nella parte in cui aveva ritenuto prescritte le pretese diverse da quelle concernenti il danno per la perdita dei congiunti; e ha affermato il seguente principio di diritto: “l’actio iudicati ex art. 2953 c.c. opera anche in relazione ad una pronuncia definitiva emessa in sede penale e, in difetto di espressa limitazione contenuta in tale pronuncia, si estende a tutte le pretese risarcitorie comunque correlate al reato, senza possibilità di ritenere soggette al termine di prescrizione quinquennale di cui all’art. 2947 c.c. pretese relative a danni che, sebbene non specificamente dedotti nell’atto di costituzione di parte civile, siano comunque conseguenti al reato”.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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curva

I giudici della Corte d’appello di Venezia hanno affermato la responsabilità di un giovane ragazzo deceduto a seguito di un incidente stradale verificatosi subito dopo una curva pericolosa

Nel corso del giudizio si era accertato che il guard rail posto a contenimento della curva non fosse sufficientemente idoneo e in linea con le norme di sicurezza; ma ciò non è bastato ad escludere la responsabilità della vittima

Nel ricorso introduttivo del giudizio erano stati chiesti alla società convenuta 494.500 euro a titolo di risarcimento danni dei quali rispettivamente, 2.500 euro a titolo di danno patrimoniale per le spese funerarie e per il danneggiamento del veicolo incidentato; 192.000 euro per il danno patrimoniale da lucro cessante e 300.000 euro quale ristoro del danno morale da perdita del rapporto parentale; il tutto oltre al risarcimento del danno esistenziale la cui quantificazione veniva rimessa alla valutazione equitativa del giudice adito.

I fatti

Dalla ricostruzione dei fatti operata dai ricorrenti, rispettivamente padre e fratello del defunto, quest’ultimo, nelle prime ore del 20 ottobre 2007, mentre era alla guida della sua autovettura e stava percorrendo la SR 204 da Belluno diretto ad Agordo, nel fare una curva volgente a sinistra, sbandava verso destra, finendo in una scarpata erbosa ove perdeva il controllo e impattava contro la testata del guard-rail posto a protezione di un ponticello su un torrente.

L’impatto con il veicolo aveva fatto in modo che il guard rail si piegasse verso l’esterno della carreggiata tale da favorire la fuoriuscita della autovettura che così, terminava la sua corsa sotto l’arcata del ponte.

Le parti eccepivano che il predetto guard rail fosse troppo basso e corto (alto m. 0,45 e lungo m- 25,20), tale cioè da avere una scarsissima capacità di contenimento, in violazione delle prescrizioni minime di sicurezza.

Per tali ragioni gli esponenti ritenevano sussistere in capo alla società proprietaria della strada ove era accaduto l’incidente, una responsabilità ai sensi dell’art. 2051 c.c.

Quest’ultima si costituiva in giudizio, negando ogni sua responsabilità in ordine all’accaduto e, asseriva che dallo stato dei luoghi non potevano essere richieste maggiori forme di sicurezza.

La pavimentazione stradale era, infatti, in buone condizioni di manutenzioni; la carreggiata, poco prima rifatta, era chiaramente delimitata da linee bianche continue e fiancheggiate da una banchina asfaltata e da una scarpata erbosa ascendente con infissi delimitatori luminosi di margine ed altri segnalatori.

Non solo. Lungo la strada erano presenti diversi modulatori di curva e altri segnali di pericolo, oltre all’indicato limite di 90 km/h che avrebbe imposto, anche per le ore notturne, di moderare particolarmente la velocità.

Terminato il giudizio di primo grado la domanda veniva respinta. Nel corso del giudizio era stato possibile accertare che il giovane, al momento dell’incidente, stesse procedendo ad una velocità piuttosto elevata; e … neppure si poteva escludere che l’incidente fosse stato provocato da un malore, antecedente all’impatto.

Insomma mancava la prova del nesso causale presupposto indispensabile per affermare la responsabilità disciplinata dall’art. 2051 c.c.

E comunque anche una eventuale responsabilità aquiliana sarebbe stata agevolmente esclusa non essendo ravvisabile alcun profilo di colpa in capo alla società convenuta in giudizio.

Il giudizio in appello

L’appello è stato affidato ai giudici della Corte territoriale di Venezia.

Appare singolare, anche per i giudici dell’appello, uno degli argomenti adottati dal primo giudice per escludere la responsabilità della società convenuta: “non è possibile escludere con certezza che il decesso non fosse stato provocato da un malore, antecedente all’impatto con il guard rail”.

Al riguardo osserva giustamente il Collegio adito, va ricordato che si trattava di un giovane di 20 anni che non aveva alcun problema di salute. Si tratta dunque di una mera ipotesi, non suffragata da alcun elemento probatorio, neppure presuntivo.

Peraltro, tale asserzione risultava ancor più priva di senso dalla lettura della “constatazione di decesso” rilasciata dal Pronto Soccorso, dal quale si evinceva chiaramente che la morte del ragazzo fosse avvenuta per causa violenta in seguito a politrauma.

E allora … non vi erano dubbi, in base al principio della regolarità causale, della sussistenza di un nesso causale tra l’impatto e la morte.

Ma ciò, tuttavia, non poteva escludere che a provocare l’incidente fosse stato lo stesso giovane.

Ed infatti, a causa della scarsità di elementi probatori e dell’assenza di testimoni, non era stato possibile ricostruire la dinamica; quello che tuttavia, era innegabile è che il giovane andasse ad una velocità elevata o comunque inadeguata alla situazione (presenza di curva a sinistra e visuale preclusa segnalata ed ora notturna).

Ed inoltre, non potevano escludersi anche altre cause sempre imputabili alla vittima, quali una disattenzione, un colpo di sonno (infatti l’incidente era avvenuta a notte inoltrata).

E poi c’era un altro dettaglio.

Dal verbale della Polstrada risultava che il pneumatico anteriore dell’autovettura fosse usurato.

Insomma per i giudici della corte d’appello veneta l’uscita di strada del ventenne non poteva che essere al medesimo addebitabile.

E la convenuta?

Neppure è escluso un concorso di colpa in capo alla società proprietaria della strada.

Dalla ricostruzione della Polstrada era infatti, emerso che le caratteristiche del guard rail avevano certamente agevolato la caduta del veicolo nella scarpata sottostante e che dunque la sua conformazione non era idonea a svolgere le proprie funzioni di contenimento. Era troppo basso e corto, tant’è che l’auto potè salirvi sopra.

Peraltro, il tratto di strada era alquanto pericoloso. Tale circostanza avrebbe dovuto portare la società a provvedere in tale senso.

Dunque, concorso di colpa sì, ma comunque minoritario rispetto alla condotta della vittima.

Cosicché la Corte d’appello di Venezia ha quantificato una corresponsabilità pari ad 1/3 e condannato la società a risarcire ai parenti della vittima, la somma di 300.000 euro a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale, valutato secondo le tabelle milanesi.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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confermato

I giudici della Cassazione hanno confermato il dispositivo di condanna emesso nei confronti dell’imputato accusato, del delitto di maltrattamenti in famiglia sebbene le condotte contestate fossero successive alla cessazione della convivenza

La convivenza, infatti, non rappresenta un presupposto della fattispecie penale e la separazione legale tra i coniugi non esclude il reato quando le condotte persecutorie incidano sui vincoli reciproci imposti dalla legge. L’assunto ormai consolidato nella giurisprudenza della Cassazione è stato più volte confermato anche nelle sentenze dei tribunali.

La vicenda

Con sentenza del Tribunale di Fermo, l’uomo nel 2016 era stato già condannato perché ritenuto responsabile dei delitti di maltrattamenti in famiglia, lesioni e violazione degli obblighi di assistenza nei confronti del coniuge.

In secondo grado la sentenza era stata riformata, riconoscendo in capo al medesimo soltanto il reato di maltrattamenti.

Cosicché l’imputato decideva di presentare ricorso ai giudici della Cassazione per denunciare l’errore commesso dalla corte territoriale nell’aver escluso l’incidenza sulla sussistenza della fattispecie penale contestata, dell’abbandono della casa coniugale da parte della persona offesa a partire dal gennaio 2010 con l’interruzione della convivenza.

L’abitualità della condotta di maltrattamento – affermava – non può essere surrogata dai vincoli nascenti dal coniugio laddove nell’arco di 18 mesi – a decorrere dal 6.1.2010 – detta asserita condotta si sarebbe concretizzata in due soli episodi, peraltro distanti nove mesi l’uno dall’altro.

Dall’altra parte vi era la persona offesa che rilevava come tale prospettazione giuridica e fattuale effettuata dal ricorrente in ordine alla pretesa cessazione dell’abitualità della condotta criminosa, proseguita in realtà anche dopo la fine della convivenza senza soluzione di continuità, fosse completamente erronea. Ciò in quanto per la giurisprudenza di legittimità la fattispecie di maltrattamenti sopravvive alla separazione legale e sussiste fino alla pronunzia del divorzio.

La decisione della Cassazione

Nel respingere il ricorso presentato dalla difesa dell’imputato, i giudici della Cassazione hanno ribadito l’ormai consolidato principio di diritto secondo cui è configurabile il delitto di maltrattamenti in famiglia anche in danno di persona non convivente o non più convivente con l’agente, quando quest’ultimo e la vittima siano legati da vincoli nascenti dal coniugio o dalla filiazione (Sez. 6, n. 33882 del 08/07/2014; Sez. 2, n. 39331 del 05/07/2016) essendo stato spiegato in tale ultima decisione che la convivenza non rappresenta un presupposto della fattispecie.

Pertanto, quanto al rapporto tra i coniugi, la separazione legale non esclude il reato quando le condotte persecutorie incidano sui vincoli di reciproco rispetto, assistenza morale e materiale, nonché di collaborazione, che permangono integri anche seguito della cessazione della convivenza.

Ne deriva che correttamente i giudici di merito avevano escluso l’incidenza della cessazione della convivenza tra i coniugi sulla sussistenza del reato di maltrattamenti in famiglia, dando contezza della abitualità della condotta anche successivamente alla cessazione della convivenza stessa.

Tale giudizio si pone in linea di continuità con la citata giurisprudenza.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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dichiarazioni

La vicenda in esame è interessante perché muove dalla lettura dell’art. 500 comma 4 del c.p.p. che disciplina l’ipotesi di acquisizione al dibattimento, delle precedenti dichiarazioni rese dalla persona offesa, rilasciate cioè nel corso delle fasi precedenti, qualora vi sia il sospetto che essa sia stata minacciata o abbia subito intimidazioni

Il principio informatore del processo penale è l’oralità; ma con la citata previsione normativa il legislatore ha inteso prevedere un escamotage per preservare la genuinità delle dichiarazioni dalla persona offesa. Quest’ultima, infatti, nel corso del procedimento penale potrebbe subire pressioni o minacce dall’indagato ed essere, perciò, “costretta” a ritrattare o a mutare il contenuto delle proprie deposizioni.

Il caso

La persona offesa dal reato di rapina aveva dichiarato di aver subito minacce e pressioni da parte dell’imputato.

Quest’ultimo, al contrario, negava tutto quanto e, in particolar modo, contestava la ricostruzione dei fatti oggetto di imputazione.

Egli, lungi dal voler commettere il reato contestato, si reputava colpevole unicamente di aver minacciato i carabinieri, intervenuti sulla scena del crimine, a seguito di segnalazione della persona offesa, agitando una bottiglia rotta contro di loro.

Cosicché, terminato il giudizio d’appello, la vicenda proseguiva in Cassazione.

Con un ricorso ampiamente articolato, il difensore dell’imputato lamentava:

a) la violazione di legge in relazione all’acquisizione e all’utilizzo della denuncia della persona offesa in difetto di consenso da parte dell’imputato.

b) la violazione e falsa applicazione dell’art. 500 c.p.p., commi 4 e 5 in relazione alla insussistenza di elementi concreti a sostegno della presunta minaccia subita dalla persona offesa e la carenza assoluta di accertamenti per verificare la sussistenza di tale coartazione.

I fatti, a detta dell’imputato, si erano svolti nel seguente ordine: il giorno dell’udienza fissata per sentire la persona offesa, il Tribunale, nonostante questa si fosse regolarmente presentata in giudizio, ne aveva disposto inizialmente il rinvio per sentirla alla presenza di un interprete (trattandosi di persona straniera).

Senonché, al sentire degli operanti presenti in sala testimoni che dichiaravano che la stessa persona offesa asseriva di aver subito intimidazioni da parte dell’imputato, il predetto tribunale disponeva l’ordine di acquisizione dei verbali di dichiarazioni predibattimentali, revocando la precedente ordinanza.

In tal modo, il giudice di merito avrebbe violato il principio di diritto secondo cui quando il testimone oggetto di pressioni non si sottrae all’esame dibattimentale è illegittima l’acquisizione delle dichiarazioni stesse senza procedere all’esame del teste asseritamente minacciato. (Cass. sent. n. 37868/2014);

Il giudizio della Cassazione

Ebbene, i giudici della Cassazione hanno ritenuto fondato tale motivo di ricorso, quello attinente cioè, alla acquisizione dei verbali delle dichiarazioni rese dal teste.

Quanto alla questione se l’applicazione della disciplina di cui all’art. 500 c.p.p., comma 4, postuli la previa audizione dibattimentale del dichiarante, vale la pena ricordare le considerazioni e conclusioni già proposte dalla giurisprudenza di legittimità laddove si è affermato che, qualora il testimone destinatario di pressioni volte ad inquinare la genuinità della prova non si sottragga all’esame dibattimentale, è illegittima l’acquisizione a fini probatori, ai sensi dell’art. 500 c.p.p., comma 4, delle dichiarazioni predibattimentali in precedenza rese dallo stesso, se prima non si procede al suo esame (Sez. 2, Sentenza n. 37868 del 13/06/2014).

Al contrario, nel caso in esame, i giudici di merito avevano fondato l’opposto convincimento facendo applicazione del principio di diritto contenuto nella sentenza n. 27582 del 2010 della Cassazione, secondo cui: “L’acquisizione al fascicolo del dibattimento delle dichiarazioni precedentemente rese al Pubblico Ministero dal testimone “condizionato”, ai sensi dell’art. 500 c.p.p., comma 4, non richiede né la loro preventiva contestazione, né la presentazione del testimone al dibattimento perché l’espressione “sono acquisite”, impiegata dalla norma citata, indica un automatismo che ne consente l’acquisizione anche in assenza di una richiesta delle parti“.

Ma non avevano tenuto conto del fatto che in questa sentenza la vicenda era ben diversa. Ci si riferiva cioè all’ipotesi in cui la dichiarante che si assumeva essere stata vittima di violenze e/o minacce volte ad inquinare la genuinità delle sue future dichiarazioni dibattimentali, o ad incidere tout court sulla sua volontà di rendere l’esame, non si era presentata in dibattimento.

Dunque, tale principio, peraltro confermato in altre e più recenti sentenze (Sez. 3, sentenza n. 12463 del 14 dicembre 2011): “Sono utilizzabili e legittimamente acquisite al fascicolo del dibattimento ex art. 500 c.p.p., comma 4, le dichiarazioni predibattimentali della persona offesa, vittima di violenza sessuale, che, per sottrarsi a gravi intimidazioni finalizzate ad evitarne la deposizione o a ritrattare le accuse, sia costretta a rendersi irreperibile e non compaia in udienza per testimoniare”), non poteva trovare applicazione alla fattispecie concreta oggetto dell’odierno ricorso, caratterizzata dal fatto che la P.O., per nulla irrimediabilmente intimidita, aveva denunciato le pressioni ricevute e si era presentata in dibattimento per rendere il chiesto esame.

Tale ultima circostanza, per nulla trascurabile, aveva reso illegittimo il rifiuto di procedere al suo esame dibattimentale, in contradditorio con l’imputato.

L’art. 500 c.p.p.

Una simile conclusione è, in verità, indotta dallo stesso rilievo letterale dell’art. 500, comma 4 c.p.p. che, nel disporre la procedura acquisitiva in deroga alla disciplina generale (dell’oralità), richiede la presenza, in via alternativa, di una delle seguenti situazioni:

– la non accettazione (in tutto od in parte) del contraddittorio da parte del testimone (“affinché non deponga”), in presenza della quale non sarebbero tout court ammesse contestazioni;
– l’accettazione del contraddittorio da parte del testimone (“o deponga il falso”), il quale renda, peraltro, dichiarazioni dibattimentali difformi rispetto a quelle predibattimentali solo perché inquinate dall’intervento della indebita turbativa esterna.

In quest’ultima fattispecie, il riferimento all’eventualità di una precedente contestazione (e quindi alia necessita che l’esame abbia luogo), pur se non normativamente esplicitato, deve ritenersi implicito, ove si consideri che l’art. 500 c.p.p. null’altro disciplina se non la materia delle contestazioni in corso dell’esame dibattimentale del testimone.

Ciò trova ulteriore conferma anche nella giurisprudenza di legittimità ove si afferma che “quando l’esame dibattimentale sia possibile, le contestazioni nell’esame testimoniale costituiscono l’unico strumento processuale per far rilevare la divergenza tra le dichiarazioni rese dal teste in dibattimento e quelle dallo stesso rese in fase di indagini preliminari” (Sez. 3, sentenza n. 39319 del 5 giugno 2009).

Appare perciò evidente, secondo il giudizio della Cassazione, che nella fattispecie in esame, non ricorresse la prima delle alternative citate di cui all’art. 500 c.p.p., comma 4 che avrebbe giustificato l’acquisizione delle dichiarazioni della persona offesa rese nelle precedenti fasi del processo.

E, in difetto dell’esame del dichiarante, non poteva neppure ritenersi verificata la seconda condizione alternativa, non essendo dato sapere se il dichiarante avrebbe o meno deposto il falso.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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adottabilità

I giudici della Cassazione hanno accolto il ricorso di una madre contro la decisione della corte d’appello che si era espressa in ordine allo stato di adottabilità del suo figlio minore gravemente malato, sol perché la stessa era affetta da problemi psicologici e versava in uno stato di indigenza

Ma per i giudici della Suprema Corte tale giudizio è insufficiente posto che il giudice di merito deve sempre prioritariamente tentare un intervento di sostegno diretto a rimuovere situazioni di difficoltà o disagio familiare e, solo quando, a seguito del fallimento del tentativo, risulti impossibile prevedere il recupero delle capacità genitoriali entro tempi compatibili con la necessità del minore di vivere in uno stabile contesto familiare, può disporre la dichiarazione dello stato di adottabilità.

Valutare l’esistenza di condizioni di adottabilità di un minore non è mai operazione semplice. Le difficoltà aumentano quando ci si trova di fronte da una parte ad un minore affetto da grave malattia e dall’altra a genitori incapaci di affrontare la situazione. È quanto approssimativamente accaduto nel caso di specie.

I fatti

La madre si era opposta alla dichiarazione dello stato di adottabilità del figlio minore, bambino afflitto da gravissimi problemi di salute conseguenti all’ipossia alla nascita, che ne avevano causato la cecità, l’incapacità a parlare, l’incapacità a deambulare e la possibilità di interagire con il mondo esterno solo attraverso il tatto e l’udito, oltre che la soggezione a frequenti crisi epilettiche e respiratorie che ne rendevano necessario il ricovero in ospedale.

La Corte di appello dell’Aquila aveva respinto il gravame proposto dalla donna dal momento che era stato accertato che quest’ultima fosse affetta da problemi psicologici, oltre al fatto che si trovava in condizioni di indigenza e priva di lavoro e già in passato aveva dimostrato carenti capacità genitoriali.

La vicenda giungeva sino ai giudici della Cassazione, con ricorso presentato per violazione e falsa applicazione della L. n. 184 del 1983, artt. 1 e 8 e succ. mod., dell’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e dell’art. 3 della Convenzione di New York, oltre che per la contraddittorietà della motivazione.

In altre parole, il difensore della ricorrente rappresentava che la corte territoriale avesse commesso un grave errore, quello cioè di aver trascurato l’ineludibile diritto del minore a crescere nella propria famiglia; e che, comunque, nel caso di specie, non sussisteva lo stato abbandonico propedeutico alla dichiarazione di adottabilità perché, nonostante le condizioni di indigenza della madre, ella non si era mai realizzato l’abbandono morale del piccolo.

Senza contare la contraddittorietà della decisione che se da una parte riconosceva i seri problemi psicologici della donna (non risolti), dall’altra parte non le impediva di continuare a frequentare il minore  una volta inserito in struttura.

Insomma i giudici dell’appello avrebbero ravvisato lo stato di abbandono con esclusivo riferimento alle sue precarie condizioni economiche, senza mai espletare la perizia psicologica per accertare le sue reali capacità genitoriali.

In sostanza la ricorrente lamentava l’insussistenza dei presupposti per la dichiarazione di adottabilità e la incompletezza dell’accertamento in merito allo stato di abbandono del minore.

Ed è stato proprio questo l’oggetto del ricorso per Cassazione.

Ebbene, il ricorso è stato dichiarato fondato e perciò, accolto.

Giova rammentare – affermano i giudici della Suprema Corte – che, secondo un principio consolidato che si intende confermare, “per la dichiarazione dello stato di adottabilità che determina la rescissione del legame familiare come prezzo inevitabile per evitare un danno maggiore ed irreversibile per il minore e che preclude qualsiasi possibile raffronto tra il tenore di vita consentito nell’ambito della famiglia naturale e quello che il minore potrebbe trovare in una famiglia adottiva – non è sufficiente l’inadeguatezza dell’apporto economico, affettivo o materiale dei genitori, e la loro limitatezza culturale, ma è necessaria la prova certa che le cure prestate dalla famiglia non superino la soglia di un’assistenza minima e si traducano nella mancanza delle cure più elementari.” (Cass. n. 8360 del 26/07/1993).

In proposito è stato ulteriormente precisato, alla luce del rinnovato quadro normativo conseguente alla riforma attuata con la L. 28 marzo 2001, n. 149, che il sacrificio dell’esigenza prioritaria del minore di crescere nella famiglia di origine è possibile solo in presenza di una situazione di carenza di cure materiali e morali da parte dei genitori e degli stretti congiunti – e a prescindere dalla imputabilità a costoro di detta situazione -, tale da pregiudicare in modo grave e non transeunte lo sviluppo e l’equilibrio psicofisico del minore stesso.

Il giudizio sullo stato di adottabilità del minore

Ma per compiere tale operazione è necessario focalizzare l’attenzione sul particolare rigore che deve accompagnare la valutazione della situazione di abbandono del minore quale presupposto per la dichiarazione dello stato di adottabilità dello stesso; ricordando che “siffatta valutazione non può discendere da un mero apprezzamento circa la inidoneità dei genitori (o congiunti) del minore cui non si accompagni l’ulteriore, positivo accertamento che tale inidoneità abbia provocato, o possa provocare, danni gravi ed irreversibili alla equilibrata crescita dell’interessato, dovendo, invece, la valutazione di cui si tratta necessariamente basarsi su di una reale, obiettiva situazione esistente in atto, nella quale vanno individuate, e rigorosamente accertate e provate, soltanto le gravi ragioni che, impedendo al nucleo familiare di origine di garantire una normale crescita, ed adeguati riferimenti educativi, al minore, ne giustifichino la sottrazione allo stesso nucleo.” (Cass. 8877 del 14/04/2006).

A tal proposito si è anche detto che il particolare rigore richiesto nella valutazione dello stato di adottabilità non può fondarsi di per sé su anomalie non gravi del carattere e della personalità dei genitori, comprese eventuali condizioni patologiche di natura mentale, che non compromettano la capacità di allevare ed educare i figli senza danni irreversibili per il relativo sviluppo ed equilibrio psichico (Cass. n. 18563 del 29/10/2012).

Inoltre la natura personalissima dei diritti coinvolti e il principio secondo cui l’adozione ultrafamiliare costituisce l’extrema ratio richiedono che si proceda anche alla valutazione di figure vicariali dei parenti più stretti, che abbiano rapporti significativi con il bambino e si siano resi disponibili alla sua cura ed educazione (Cass. n. 3915 del 16/02/2018).

Il giudizio prognostico sulle capacità genitoriali

Sulla base di queste necessarie premesse, i giudici della Cassazione hanno ribadito il principio per cui i giudici di merito devono sempre operare un giudizio prognostico avvalendosi di dati oggettivi, quali possono essere le osservazioni dei servizi sociali che hanno monitorato l’ambito familiare e, eventualmente, il parere di un consulente tecnico (Cass. n.3915 del 16/2/2018), e il giudizio che deve essere teso, in primo luogo, “a verificare l’effettiva ed attuale possibilità di recupero delle capacità e competenze genitoriali, con riferimento sia alle condizioni di lavoro, reddituali ed abitative, senza però che esse assumano valenza discriminatoria, sia a quelle psichiche, da valutarsi, se del caso, mediante specifica indagine peritale, estendendo detta verifica anche al nucleo familiare, di cui occorre accertare la concreta possibilità di supportare i genitori e di sviluppare rapporti con il minore, avvalendosi dell’intervento dei servizi territoriali.” (Cass. 7559 del 27/03/2018).

Nel caso in esame, la decisione è stata giustamente impugnata, non essendo essa conforme ai citati principi e dunque censurabile in sede di legittimità.

La Corte di appello avrebbe dovuto procedere ad un’analisi in fatto ed in diritto dello stato di abbandono, tenendo conto anche delle gravi condizioni di salute del minore – tali da indurre, sia sul plano della cura e dell’ assistenza, che su quello economico, una maggiore difficoltà nell’espletamento dei compiti genitoriali – correlandole ai problemi psicologici della madre. e procedendo, eventualmente, a CTU per accertare l’idoneità genitoriale e per verificare la possibilità e i tempi di terapie e percorsi di sostegno conformati sulle specificità del caso.

Compete, infatti, al giudice del merito, prioritariamente, tentare un intervento di sostegno diretto a rimuovere situazioni di difficoltà o disagio familiare e, solo quando, a seguito del fallimento del tentativo, risulti impossibile prevedere il recupero delle capacità genitoriali entro tempi compatibili con la necessità del minore di vivere in uno stabile contesto familiare, è legittima la dichiarazione dello stato di adottabilità (Cass. n. 22589 del 27/09/2017).

L’inidoneità della madre ad affrontare la malattia del figlio non giustifica l’adottabilità

Nella fattispecie in esame, tali tentativi non risultano essere stati effettuati e neppure sono state evidenziate, rispetto alle gravi condizioni di salute del minore, condotte negligenti, abbandoniche o negazioniste da parte della madre, ma una inidoneità ad affrontarle da sola che avrebbero dovuto indurre ad una valutazione più penetrante circa la possibilità individuare un adeguato sostegno alla genitorialità, verificandone l’andamento e ad un giudizio meno severo circa la mancanza di un autonomo progetto di vita, stante la particolare gravità delle condizioni del minore.

Insomma il giudizio negativo sulle capacità genitoriale della madre si fondava, erroneamente, soltanto sulle sue condizioni di indigenza, mentre non vi erano elementi certi in ordine alla esatta natura ed alla rilevanza dei problemi psicologici e in ordine alla possibilità di una terapia anche assistenziale di sostegno.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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revisione

La questione di diritto in ordine alla quale il ricorso è stato rimesso alle Sezioni Unite è la seguente (sentenza n. 6141/2019): “Se sia ammissibile la revisione della sentenza dichiarativa dell’estinzione del reato per prescrizione che, decidendo anche sull’impugnazione ai soli effetti delle disposizioni e dei capi concernenti gli interessi civili, condanni l’imputato al risarcimento dei danni in favore della parte civile

In ordine alla questione giuridica controversa la giurisprudenza di legittimità è da sempre stata divisa. L’orientamento tradizionale, senz’altro dominante, ammette la revisione soltanto nei confronti di sentenze penali di condanna agli effetti penali, negandone l’ammissibilità (sia agli effetti penali che agli effetti civili) nei confronti delle sentenze che si siano limitate a dichiarare l’estinzione del reato, contestualmente confermando (o disponendo) le statuizioni civili.

L’orientamento è stato ulteriormente ribadito dalla Quinta Sezione con le sentenze n. 15973 del 24/02/2004 e n. 2393 del 02/12/2010.

Quest’ultima decisione, in particolare, ha anche valorizzato quanto affermato dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 129 del 16/04/2008, proprio in relazione al giudizio di revisione: “(…) il contrasto per il quale si legittimi e razionalmente si giustifichi la revisione, più che attenere alla diversa valutazione di una vicenda processuale in due diverse sedi della giurisdizione, ha la sua ragion d’essere esclusivamente nella inconciliabilità di ricostruzioni alternative di un determinato accadimento della vita all’esito di due giudizi penali definiti con sentenze irrevocabili.

Il che vale a confermare l’assunto (…), secondo il quale l’avvenuta conferma delle statuizioni civili, in presenza dell’avvenuta dichiarazione di estinzione dei reati per prescrizione, non costituisca affatto sentenza penale di condanna suscettibile di essere impugnata con lo straordinario rimedio della revisione“.

Nel medesimo senso sono intervenuti ulteriori arresti giurisprudenziali. Si ricordano, tra le più recenti, due decisioni della Seconda Sezione della Cassazione, la n. 2656 del 09/11/2016 e la n. 53678 del 25/10/2017.

Le pronunce di senso contrario

Tale orientamento è stato, tuttavia, contrastato da un’altra sentenza della Quinta Sezione penale (la n. 46707 del 03/10/2016) rimasta isolata, che ha ritenuto ammissibile l’istanza di revisione della sentenza di appello dichiarativa dell’estinzione del reato (nel caso esaminato, per prescrizione), confermando le statuizioni civili.

Premesso che la revisione ha natura di mezzo (straordinario) d’impugnazione ed è, come tale, soggetta al principio di tassatività delle impugnazioni, e che le sentenze che abbiano disposto unicamente il proscioglimento dell’imputato per essere il reato ascrittogli estinto per amnistia o prescrizione non sono suscettibili di revisione, poiché l’art. 629 c.p.p., ammette la revisione soltanto delle sentenze di condanna e di c.d. “patteggiamento”, questa decisione ha, tuttavia, osservato che i riferimenti normativi sarebbero suscettibili di una diversa lettura, poiché l’art. 629 c.p.p., indica tra i provvedimenti soggetti a revisione “le sentenze di condanna”, “senza precisare ulteriormente l’oggetto delle stesse”; e, simmetricamente, il successivo art. 632, nell’individuare i soggetti legittimati a proporre la richiesta di revisione, evoca “in maniera altrettanto generica la figura del condannato”.

Né potrebbe dubitarsi che la decisione che accoglie l’azione civile esercitata nel processo penale costituisca una “pronunzia di condanna che presuppone l’accertamento della colpevolezza dell’imputato per il fatto di reato, come espressamente stabilito dagli artt. 538 e 539 c.p.p.” e che, dunque, in presenza di siffatta situazione processuale, l’imputato sia “condannato” alle restituzioni ed al risarcimento del danno.

Chi è il soggetto “condannato”?

Così riepilogati i termini del contrasto, emerge che la questione controversa investe il tema dell’individuazione dei provvedimenti impugnabili con la revisione, dovendo in particolare stabilirsi se per soggetto “condannato”, in quanto tale legittimato a proporre richiesta di revisione, si debba intendere anche quello nei cui confronti sia stata pronunciata una mera condanna agli effetti civili, con contestuale declaratoria di estinzione del reato ascrittogli agli effetti penali.

Ebbene, con la sentenza in commento le Sezioni Unite hanno ritenuto dover risolvere il contrasto giurisprudenziale affermando che è ammissibile (anche agli effetti penali) la revisione della sentenza dichiarativa dell’estinzione del reato per prescrizione (o per amnistia) che, decidendo, ai sensi dell’art. 578 c.p.p., anche sull’impugnazione ai soli effetti delle disposizioni e dei capi concernenti gli interessi civili, condanni l’imputato al risarcimento del danno (od alle restituzioni) in favore della parte civile.

Tale principio risponde anche al concetto che la stessa giurisprudenza costituzionale riconosce alla revisione. Essa risponde alla “esigenza di altissimo valore etico e sociale, di assicurare, senza limiti di tempo ed anche quando la pena sia stata espiata o sia estinta, la tutela dell’innocente, nell’ambito della più generale garanzia, di espresso rilievo costituzionale, accordata ai diritti inviolabili della personalità” (Corte cost., n. 28 del 1969)

L’art. 629 c.p.p.

Ebbene, stando alla tassativa previsione di cui all’art. 629 c.p.p., la revisione non è esperibile nei confronti delle ordinanze e nei casi in cui l’ordinamento appresti rimedi “speciali” diversi.

Essa non è, quindi, esperibile:

– nei confronti delle sentenze di non luogo a procedere, per le quali gli artt. 434 – 437 del codice di rito prevedono una forma di impugnazione straordinaria ad hoc;

– in presenza di una sopravvenuta abolitio criminis (cfr. art. 673 c.p.p., che in tal caso prevede, come rimedio ad hoc, la revoca della sentenza);

– nei confronti di sentenze pronunciate da giudici speciali (cfr., con rimedi speciali, L. 25 gennaio 1962, n. 20, artt. 29 e 33, – per quanto riguarda le decisioni della Corte costituzionale – ed art. 401 c.p.m.p. – per quanto riguarda le decisioni dei tribunali militari).

In altre parole, la citata disposizione normativa ammette la revisione unicamente in favore del “condannato”, non dunque anche della sentenza che si sia limitata, soltanto agli effetti penali, a dichiarare l’estinzione del reato (per prescrizione, come nel caso di specie, od anche per altra causa), poiché in tal caso:

– il soggetto instante non avrebbe qualifica di “condannato”, a nessun effetto (in difetto di contestuali statuizioni civili);

– la presunzione costituzionale di non colpevolezza fino alla condanna definitiva (art. 27 Cost., comma 2), nel caso di specie non intervenuta, impedirebbe di configurare possibili pregiudizi (in ipotesi giuridicamente rilevanti) alla sua onorabilità.

A ciò – osservano le Sezioni Unite – va altresì aggiunto che, accogliendo l’orientamento tradizionale, l’imputato prosciolto per estinzione del reato ma al tempo stesso ingiustamente condannato agli effetti civili resterebbe privo di tutela, non potendo neppure ricorrere all’istituto della revocazione civile (art. 395 c.p.c.), impraticabile in difetto di una espressa previsione normativa che legittimi la revoca della sentenza pronunziata dal giudice penale da parte del giudice civile, e stante anche il principio di tassatività dei mezzi di impugnazione.

Il principio di diritto

È per queste e per altre ragioni che i giudici del Supremo Collegio hanno enunciato il seguente principio di diritto: “È ammissibile, sia agli effetti penali che agli effetti civili, la revisione, richiesta ai sensi dell’art. 630 c.p.p., comma 1, lett. c), della sentenza del giudice dell’appello che, decidendo anche sull’impugnazione ai soli effetti delle disposizioni e dei capi concernenti gli interessi civili, in applicazione della disciplina dettata dall’art. 578 c.p.p., abbia prosciolto l’imputato per l’intervenuta prescrizione del reato, e contestualmente confermato la sua condanna al risarcimento del danno nei confronti della parte civile“.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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omissione

Il reato di omissione di soccorso richiede il necessario approfondimento, nel giudizio di merito, della effettiva percepibilità che aveva l’imputato circa le lesioni cagionate alla vittima

Omissione di soccorso e lesioni personali: questi i due reati ascritti all’uomo che dopo aver provocato un incidente stradale fuggiva senza prestare soccorso alla vittima…almeno secondo quest’ultima!

Dopo le due condanne di merito l’imputato ricorreva per Cassazione per denunciare l’assoluta estraneità ai fatti e, soprattutto, al reato di omissione di soccorso.

Ed infatti al momento dell’incidente non risultava che la persona offesa avesse subito lesioni personali. Solamente il giorno dopo quest’ultima si recava in pronto soccorso ove le veniva diagnosticata una distorsione e distrazione al collo.

Come avrebbe potuto l’imputato accorgersi che la vittima aveva riportato tali lesioni al momento del sinistro?

Ma non è tutto, perché dal verbale di constatazione amichevole, redatto subito dopo l’incidente, risultava che il conducente, responsabile del sinistro, avesse comunicato le proprie generalità.

Dove sono allora gli estremi dell’omissione di soccorso?

Ed infatti, i giudici della Cassazione hanno accolto il ricorso argomentando come di seguito:

Nella specie, oltre al delitto di lesioni colpose, è contestato l’art. 189 C.d.S., comma 7, che punisce il conducente che, a seguito di incidente comunque ricollegabile al suo comportamento, non ottempera all’obbligo di prestare l’assistenza occorrente alle persone ferite (mentre il precedente comma 6 punisce – con pena più mite – il conducente che, nelle stesse condizioni, non ottempera all’obbligo di fermarsi).
La distinzione è importante perché, come chiarito dalla giurisprudenza di legittimità, il reato di mancata prestazione dell’assistenza occorrente in caso di incidente, di cui all’art. 189 C.d.S., comma 7, implica una condotta ulteriore e diversa rispetto a quella del reato di fuga, previsto dal comma 6 del predetto art. 189, non essendo sufficiente la consapevolezza che dall’incidente possano essere derivate conseguenze per le persone, occorrendo invece che un tale pericolo appaia essersi concretizzato, almeno sotto il profilo del dolo eventuale, in effettive lesioni dell’integrità fisica (Sez. 4, n. 23177 del 15/03/2016).

Ebbene, se anche fosse vero che l’imputato non si sia fermato in seguito all’incidente e si sia invece dato alla fuga (circostanza, peraltro, smentita dal verbale di constatazione amichevole), i giudici di merito avrebbero dovuto verificare la consapevolezza da parte di quest’ultimo, di avere verosimilmente cagionato lesioni ad alcuno degli occupanti dell’altro veicolo coinvolto nello scontro.

Tale accertamento non è stato eseguito e, pertanto, può applicarsi il seguente principio di diritto:

Non può porsi univocamente a carico dell’imputato il reato di omissione di soccorso senza un approfondimento della effettiva percepibilità delle lesioni cagionate alla vittima, ma sulla sola base della circostanza oggettiva delle lesioni successivamente diagnosticatele; a maggior ragione quando – come nel caso di specie – si tratti di lesioni che, per la loro tipologia e per la stessa condotta della persona offesa (recatasi in ospedale solo il giorno dopo) ben potevano non essere riconoscibili ictu oculi.

Non è, quindi, sufficiente ravvisare una posizione di garanzia in capo al conducente, alla cui condotta alla guida, il sinistro sia ricollegabile, occorrendo anche che egli abbia commesso il fatto nella consapevolezza di avere verosimilmente cagionato lesioni a persone coinvolte nell’incidente”.

Per tali ragioni, la sentenza impugnata è stata annullata con rinvio ad altra sezione della corte territoriale per un nuovo esame nel merito.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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