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impugnazione

Non è sufficiente che l’atto di appello manifesti una volontà latu sensu impugnatoria, perché sia ammissibile e neppure sono sufficienti “frasi incidentali di censura alla sentenza impugnata meramente assertive ed apodittiche”, laddove difettino di una critica argomentata avverso il provvedimento “attaccato”

La vicenda

La Corte d’appello di Napoli aveva dichiarato inammissibile l’impugnazione proposta, per insufficiente specificazione dei motivi dell’atto di appello e, per l’effetto aveva ordinato l’immediata esecuzione della sentenza di condanna.
Ma per la difesa tale giudizio era errato posto che “se alla specificità non c’è limite, a quale livello si deve collocare l’asticella della determinatezza”?
Ed ancora, -si domandava il ricorrente -, “fermo restando che la generica affermazione di una sentenza ingiusta e di una decisione errata, non è in grado di individuare l’oggetto del giudizio d’appello, qual è l’elemento che consente di ritenere specificato il rapporto tra motivo e richiesta”?
Temendo che lo strumento dell’inammissibilità potesse diventare “di fatto” un mezzo anomalo per la deflazione dei carichi di lavoro, soprattutto nelle Corti d’appello con un notevole ruolo di cause, la difesa osservava come, nel caso di specie, erano stati pienamente rispettati tutti i requisiti previsti dal codice di rito in materia di impugnazioni.
Invero, nel ricorso difensivo, chiedevano al giudice di secondo grado di applicare la pena nel minimo, riconoscendo l’applicazione delle circostanze attenuanti generiche.
Il gravame, in altre parole, era stato fondato sul rilievo che il primo giudice avesse irrogato una pena eccessiva, violando il principio di proporzionalità della sanzione, per non aver preso in considerazione gli elementi di cui all’art. 133 c.p.

Il giudizio della Cassazione

Ma anche per i giudici della Cassazione, l’appello era inammissibile; e, quanto agli interrogativi posti dal difensore dell’imputato, così rispondono: «è il caso di ricordare che la questione del tasso di specificità dei motivi di appello, ai fini dell’esercizio dei poteri conferiti al giudice dell’impugnazione di dichiarare l’inammissibilità del gravame per genericità dei motivi, è stata esaminata dalle Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione che, con la sentenza Galtelli, hanno impartito un chiaro insegnamento in proposito, tanto più illuminante in quanto parametrato alla disciplina processuale ratione temporis vigente».
In proposito, le Sezioni Unite hanno espresso il principio secondo il quale l’appello, al pari del ricorso per cassazione, è inammissibile per difetto di specificità dei motivi quando non risultano esplicitamente enunciati e argomentati i rilievi critici rispetto alle ragioni di fatto o di diritto poste a fondamento della decisione impugnata, fermo restando che tale onere di specificità, a carico dell’impugnante, è direttamente proporzionale alla specificità con cui le predette ragioni sono state esposte nel provvedimento impugnato.
La specificità dei motivi trova fondamento nel fatto che essi non sono diretti all’introduzione di un nuovo giudizio, avulso da quello di primo grado, ma sono invece, diretti ad attivare uno strumento di controllo, su specifici punti e per specifiche ragioni della decisione impugnata, con la conseguenza che deve sussistere una necessaria correlazione tra la decisione censurata e l’atto di impugnazione.
Con la conseguenza che non è sufficiente, ai fini della valutazione di ammissibilità, che ai motivi di appello vengano aggiunte «frasi incidentali di censura alla sentenza impugnata meramente assertive ed apodittiche, laddove difettino di una critica argomentata avverso il provvedimento “attaccato” e l’indicazione delle ragioni della loro decisività rispetto al percorso logico seguito dal giudice di merito».

Non basta la mera volontà impugnatoria!

Detto in termini ancora più espliciti, affinché un capo della sentenza possa ritenersi validamente impugnato, non basta che l’atto di appello manifesti una volontà latu sensu impugnatoria, come la difesa sembrava ritenere, ma occorre esso si confronti concretamente con il capo o il punto impugnato mediante la stesura di precise e puntuali argomentazioni che, contrapponendosi alla motivazione della sentenza impugnata, puntino a disarticolarne il fondamento logico-giuridico.
Si tratta di un principio di diritto confortato dall’attuale assetto normativo, modificato dalla legge n. 103 del 2017, richiedendo che l’atto di impugnazione contenga, a pena di inammissibilità, l’enunciazione specifica di tutti i requisiti indicati nell’art. 581 c.p.p.
Nel caso in esame, di contro, il ricorrente si era del tutto disinteressato, con l’atto di appello, delle ragioni che avevano indotto il Tribunale a quella decisione.
Per tali motivi non poteva che derivarne la sua inammissibilità.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 
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MANCATA COMPARIZIONE DEL DIFENSORE IN GIUDIZIO: APPELLO IMPROCEDIBILE

nominare

È possibile nominare un difensore attraverso atti concludenti e senza il rispetto delle formalità previste dalla legge?

Secondo l’art. 96 c.p.p., “l’imputato ha diritto di nominare non più di due difensori di fiducia. La nomina è fatta con dichiarazione resa all’autorità procedente ovvero consegnata alla stessa dal difensore o trasmessa con raccomandata”.

La vicenda

Ma nel caso in esame, il difensore aveva assunto l’incarico dal proprio assistito pur non essendo mai stato depositato e nemmeno allegato al ricorso introduttivo, alcun atto formale di nomina.

Si trattava di una situazione assolutamente singolare, specie perché il difensore, in tal modo, avrebbe proposto atto di impugnazione dinanzi alla Corte di appello di Genova senza alcuna chiara e formale investitura da parte dell’imputato.

Sicché comprensibilmente la corte territoriale aveva dichiarato inammissibile il ricorso in quanto proposto da soggetto privo di mandato difensivo.

Il ricorso per Cassazione

La vicenda è stata così rimessa ai giudici della Seconda Sezione Penale della Cassazione, i quali si sono pronunciati con la sentenza in commento (n. 12684/2019), dichiarando il ricorso manifestamente infondato.

«Pur dovendosi dare atto – affermano i giudici Ermellini – della presenza di un orientamento di questa Corte per cui risulta valida la nomina del difensore di fiducia, pur se non effettuata con il puntuale rispetto delle formalità indicate dall’art. 96 c.p.p., in presenza di elementi inequivoci dai quali la designazione possa desumersi per “facta concludentia”, deve osservarsi come nel caso di specie mancasse – al momento della decisione in grado di appello – alcun elemento per ritenere la presenza di una nomina implicita, in difetto di alcun elemento riferibile all’imputato personalmente e presente in atti univocamente espressivo di una manifestazione di volontà – anche implicita – dell’imputato medesimo».

A tal proposito non si può omettere di rilevare che in tanto può dirsi esistente una nomina implicita del difensore, in quanto tale nomina possa univocamente e evidentemente essere ricollegata a un comportamento processualmente riscontrabile da parte dell’imputato, tale da evidenziare in maniera incontrovertibile il conferimento da parte dello stesso di mandato fiduciario.

Trattasi infatti, di ipotesi assolutamente eccezionale perché contrastante con il principio generale della necessaria formalizzazione della nomina al fine di rendere la stessa oggettivamente riconoscibile, in ragione della serietà e pluralità di conseguenze che la nomina del difensore di fiducia ha in termini di comunicazioni, notificazioni e conseguenti oneri.

La decisione

Ne consegue che, in tutti i casi in cui non sia possibile individuare all’interno del fascicolo una condotta inequivocabilmente espressiva di tale volontà, non può in alcun modo ritenersi presente alcuna nomina implicita.

Ora, nel caso in esame, era evidente – anche alla stregua della formulazione del motivo di ricorso – che nessuna condotta concreta, evincibile dal fascicolo processuale, fosse interpretabile univocamente, quale nomina fiduciaria.

Per tali ragioni, il ricorso è stato dichiarato inammissibile e condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali nonché al versamento in favore della Cassa delle Ammende della somma di 2.000,00 euro.

La redazione giuridica

 

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termine

Le Sezioni Unite Civili della Cassazione, con la sentenza in commento (n. 6278/2019), hanno ricomposto il contrasto giurisprudenziale esistente in materia di decorrenza del termine breve per impugnare. Stessa decorrenza o tempi diversi per la parte notificante e per il destinatario della notifica?

La vicenda

Il ricorrente aveva denunciato con ricorso per Cassazione la nullità della sentenza impugnata, per avere la corte territoriale ritenuto che il termine breve per l’impugnazione decorresse per la parte notificante dal momento del perfezionamento della notifica nei confronti del destinatario, piuttosto che dal momento della consegna della copia della sentenza, all’ufficiale giudiziario notificatore.

Tale conclusione -sarebbe in evidente contrasto sia col principio per cui il termine suddetto decorre dal momento in cui si ha conoscenza legale del provvedimento da impugnare, sial col principio fissato dall’art. 149 c.p.c., secondo cui la notifica si perfeziona per il notificante con la consegna del plico all’ufficiale giudiziario.

I giudici della Cassazione cui è stata rimessa la soluzione al quesito giuridico non hanno potuto sottrarsi dal rilevare l’esistenza di un contrasto giurisprudenziale in materia.

Due sarebbero gli orientamenti contrapposti.

Secondo una prima interpretazione, di cui è espressione la sentenza n. 883/2014, il dies a quo del termine breve andrebbe individuato nel momento in cui il notificante consegna all’ufficiale giudiziario la sentenza o l’atto di impugnazione da notificare, essendo detta consegna un fatto idoneo a provare in modo certo, e con data certa, la conoscenza della sentenza da parte dell’impugnante, in applicazione analogica del principio di cui all’art. 2704, primo comma, ultimo periodo, c.c.

Un secondo orientamento, nel quale si iscrive la sentenza n. 9258 del 201,  afferma invece, che la bilateralità degli effetti della notifica della sentenza per il notificante e per il destinatario implica contestualità degli effetti e, quindi, decorrenza del termine breve dalla medesima data.

Per i giudici della Cassazione, i due orientamenti sono insuscettibili di essere ricondotti ad unità e, in linea di principio, entrambi sostenibili.

Ed invero, il riferimento alla “notificazione” contenuto nell’art. 326 c.p.c. ai fini della decorrenza del termine breve per impugnare, potrebbe essere correlato tanto al principio della “presunzione di conoscenza” della sentenza, che incombe su tutte le parti coinvolte nel procedimento di notifica, quanto al principio, di creazione dottrinale, dell’effetto bilaterale della notifica che presuppone, invece, il completamento del procedimento di notificazione.

Così il caso è stato rimesso alle Sezioni Unite, al fine di verificare quale dei due principi (quello della “presunzione di conoscenza” della sentenza da impugnare o quello della “bilateralità sincronica” degli effetti della notificazione della sentenza) garantisca meglio coerenza e razionalità del sistema normativo.

Il quesito giuridico

Il quesito giuridico sottoposto al Supremo Collegio è il seguente: se in tema di notificazione della sentenza ai sensi dell’art. 326 c.p.c., il termine di impugnazione di cui al precedente art. 325 c.p.c. decorra, per il notificante, dalla data di consegna della sentenza all’ufficiale giudiziario ovvero dalla data di perfezionamento della notifica nei confronti del destinatario.

Ebbene, le Sezioni Unite dopo aver compiuto una attenta disamina dell’attuale configurazione codicistica del termine c.d. “breve” per impugnare, hanno affermato il seguente principio di diritto: “In tema di notificazione della sentenza ai sensi dell’art. 326 c.p.c., il termine breve di impugnazione di cui al precedente art. 325 c.p.c., decorre anche per il notificante dalla data in cui la notifica viene eseguita nei confronti del destinatario, in quanto gli effetti del procedimento notificatorio, quale la decorrenza del termine predetto, vanno unitariamente ricollegati al suo perfezionamento e, proprio perché interni al rapporto processuale, sono necessariamente comuni ai soggetti che ne sono parti ”.

La ragione è semplice, ma non scontata. La decorrenza del termine breve non è correlata alla conoscenza legale della sentenza, già esistente per il mero fatto della sua pubblicazione, né alla conoscenza effettiva della stessa, quale può essere derivata dalla comunicazione della sentenza dalla parte o dalla notificazione della sentenza ai fini esecutivi nei modi stabiliti dall’art. 479 c.p.c.; essa, deve essere piuttosto ricondotta (ed è la stessa legge a farlo !) al sollecito, indirizzato da una parte all’altra, al fine di ottenere una decisione rapida cioè entro il termine breve previsto dalla legge, in ordine all’eventuale esercizio del potere di impugnazione.

Tale sollecito non può che essere veicolato per il solo tramite del paradigma procedimentale tipico previsto dalla legge: la notificazione della sentenza al “procuratore costituito” ai sensi degli artt. 285, 326, 170 c.p.c. (Cass. Sez. Un. n. 12989/2011).

Una diversificazione del termine per impugnare non sarebbe sostenibile per le ragioni che seguono.

Innanzitutto è lo stesso tenore letterale della norma (art. 326, primo comma c.p.c.) che collega la decorrenza del termine breve di impugnazione alla «notificazione della sentenza» ossia all’evento della notificazione considerato oggettivamente, senza distinguere tra la posizione del notificante e quella del destinatario della notifica.

L’assunto, trova poi, ulteriore conferma nella sentenza n. 477/2002 pronunciata dai giudici della Corte costituzionale.

In tale occasione, il Giudice delle leggi ha palesemente ritenuto irragionevole, oltre che lesiva del diritto di difesa, l’esposizione del notificante incolpevole, al rischio di decadenze per gli eventuali ritardi dell’ufficiale giudiziario o per i possibili disservizi postali. Perciò ha escluso che un effetto di decadenza possa discendere per il notificante dal ritardo nel compimento di un ‘attività riferibile a soggetti da lui diversi e quindi del tutto estranea alla sua sfera di disponibilità.

Nella stessa sentenza è stato altresì affermato il principio secondo cui gli effetti della notificazione a mezzo posta (ma oggi estendibile a qualsiasi tipo di notificazione, art. 149 c.p.c.) devono essere ricollegati per quanto riguarda il notificante, al compimento delle sole attività a lui direttamente imposte dalla legge, ossia alla consegna dell’atto da notificare all’ufficiale giudiziario; restando fermo, per il destinatario, il principio del perfezionamento della notificazione solo alla data di ricezione dell’atto, attestata dall’avviso di ricevimento, con conseguente decorrenza solo da quella data di qualsiasi termine imposto al destinatario medesimo.

In terzo luogo l’argomento delle Sezioni Unite trova ragione nella stessa funzione della notificazione del provvedimento da impugnare.

La notificazione della sentenza serve, infatti, al notificante non per evitare decadenze processuali, ma per abbreviare il tempo della formazione del giudicato. Detto in altri termini, il perfezionamento della notifica rileva non già per verificare il rispetto di un termine perentorio pendente, ma per far decorrere un termine dapprima inesistente.

E allora se si facesse operare il principio della scissione soggettiva degli effetti della notificazione ai fini della decorrenza del termine breve per impugnare, la parte notificante non solo non ne trarrebbe un effetto favorevole (nel senso che non eviterebbe alcuna decadenza), ma – addirittura – ne subirebbe un pregiudizio, perché per essa il termine breve decorrerebbe e, di riflesso, maturerebbe prima rispetto a quanto in proposito previsto per il destinatario della notifica.

La tutela del sistema delle impugnazioni

Pare evidente allora, l’impostazione di principio delle Sezioni Unite che è ispirata innanzitutto all’esigenza di salvaguardare la razionalità del sistema delle impugnazioni.

È evidente che una diversificazione della decorrenza del termine breve per impugnare, tra notificante e destinatario della notificazione della sentenza, condurrebbe ad un assetto irrazionale dell’intero sistema.

L’unicità del decorso del termine di impugnazione tutela invece, l’equilibrio e la parità processuale fra le parti, e garantisce, inoltre, la certezza dei rapporti giuridici, in quanto il giudicato si forma contemporaneamente nei confronti di tutte le parti.

Al contrario, la diversità del decorso del termine di impugnazione determinerebbe una sorta di disparità di trattamento nei confronti del notificante. Infatti, il notificante – ove parzialmente soccombente – vedrebbe decorrere il proprio termine breve per impugnare prima della decorrenza del medesimo termine per il destinatario della notifica e prima ancora di avere la possibilità di verificare se tale notifica si sia perfezionata.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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termine

Le Sezioni Unite Civili della Cassazione, con la sentenza in commento (n. 6278/2019), hanno ricomposto il contrasto giurisprudenziale esistente in materia di decorrenza del termine breve per impugnare. Stessa decorrenza o tempi diversi per la parte notificante e per il destinatario della notifica?

La vicenda

Il ricorrente aveva denunciato con ricorso per Cassazione la nullità della sentenza impugnata, per avere la corte territoriale ritenuto che il termine breve per l’impugnazione decorresse per la parte notificante dal momento del perfezionamento della notifica nei confronti del destinatario, piuttosto che dal momento della consegna della copia della sentenza, all’ufficiale giudiziario notificatore.
Tale conclusione -sarebbe in evidente contrasto sia col principio per cui il termine suddetto decorre dal momento in cui si ha conoscenza legale del provvedimento da impugnare, sial col principio fissato dall’art. 149 c.p.c., secondo cui la notifica si perfeziona per il notificante con la consegna del plico all’ufficiale giudiziario.
I giudici della Cassazione cui è stata rimessa la soluzione al quesito giuridico non hanno potuto sottrarsi dal rilevare l’esistenza di un contrasto giurisprudenziale in materia.

Due sarebbero gli orientamenti contrapposti.

Secondo una prima interpretazione, di cui è espressione la sentenza n. 883/2014, il dies a quo del termine breve andrebbe individuato nel momento in cui il notificante consegna all’ufficiale giudiziario la sentenza o l’atto di impugnazione da notificare, essendo detta consegna un fatto idoneo a provare in modo certo, e con data certa, la conoscenza della sentenza da parte dell’impugnante, in applicazione analogica del principio di cui all’art. 2704, primo comma, ultimo periodo, c.c.
Un secondo orientamento, nel quale si iscrive la sentenza n. 9258 del 201,  afferma invece, che la bilateralità degli effetti della notifica della sentenza per il notificante e per il destinatario implica contestualità degli effetti e, quindi, decorrenza del termine breve dalla medesima data.
Per i giudici della Cassazione, i due orientamenti sono insuscettibili di essere ricondotti ad unità e, in linea di principio, entrambi sostenibili.
Ed invero, il riferimento alla “notificazione” contenuto nell’art. 326 c.p.c. ai fini della decorrenza del termine breve per impugnare, potrebbe essere correlato tanto al principio della “presunzione di conoscenza” della sentenza, che incombe su tutte le parti coinvolte nel procedimento di notifica, quanto al principio, di creazione dottrinale, dell’effetto bilaterale della notifica che presuppone, invece, il completamento del procedimento di notificazione.
Così il caso è stato rimesso alle Sezioni Unite, al fine di verificare quale dei due principi (quello della “presunzione di conoscenza” della sentenza da impugnare o quello della “bilateralità sincronica” degli effetti della notificazione della sentenza) garantisca meglio coerenza e razionalità del sistema normativo.

Il quesito giuridico

Il quesito giuridico sottoposto al Supremo Collegio è il seguente: se in tema di notificazione della sentenza ai sensi dell’art. 326 c.p.c., il termine di impugnazione di cui al precedente art. 325 c.p.c. decorra, per il notificante, dalla data di consegna della sentenza all’ufficiale giudiziario ovvero dalla data di perfezionamento della notifica nei confronti del destinatario.
Ebbene, le Sezioni Unite dopo aver compiuto una attenta disamina dell’attuale configurazione codicistica del termine c.d. “breve” per impugnare, hanno affermato il seguente principio di diritto: “In tema di notificazione della sentenza ai sensi dell’art. 326 c.p.c., il termine breve di impugnazione di cui al precedente art. 325 c.p.c., decorre anche per il notificante dalla data in cui la notifica viene eseguita nei confronti del destinatario, in quanto gli effetti del procedimento notificatorio, quale la decorrenza del termine predetto, vanno unitariamente ricollegati al suo perfezionamento e, proprio perché interni al rapporto processuale, sono necessariamente comuni ai soggetti che ne sono parti ”.
La ragione è semplice, ma non scontata. La decorrenza del termine breve non è correlata alla conoscenza legale della sentenza, già esistente per il mero fatto della sua pubblicazione, né alla conoscenza effettiva della stessa, quale può essere derivata dalla comunicazione della sentenza dalla parte o dalla notificazione della sentenza ai fini esecutivi nei modi stabiliti dall’art. 479 c.p.c.; essa, deve essere piuttosto ricondotta (ed è la stessa legge a farlo !) al sollecito, indirizzato da una parte all’altra, al fine di ottenere una decisione rapida cioè entro il termine breve previsto dalla legge, in ordine all’eventuale esercizio del potere di impugnazione.
Tale sollecito non può che essere veicolato per il solo tramite del paradigma procedimentale tipico previsto dalla legge: la notificazione della sentenza al “procuratore costituito” ai sensi degli artt. 285, 326, 170 c.p.c. (Cass. Sez. Un. n. 12989/2011).

Una diversificazione del termine per impugnare non sarebbe sostenibile per le ragioni che seguono.

Innanzitutto è lo stesso tenore letterale della norma (art. 326, primo comma c.p.c.) che collega la decorrenza del termine breve di impugnazione alla «notificazione della sentenza» ossia all’evento della notificazione considerato oggettivamente, senza distinguere tra la posizione del notificante e quella del destinatario della notifica.
L’assunto, trova poi, ulteriore conferma nella sentenza n. 477/2002 pronunciata dai giudici della Corte costituzionale.
In tale occasione, il Giudice delle leggi ha palesemente ritenuto irragionevole, oltre che lesiva del diritto di difesa, l’esposizione del notificante incolpevole, al rischio di decadenze per gli eventuali ritardi dell’ufficiale giudiziario o per i possibili disservizi postali. Perciò ha escluso che un effetto di decadenza possa discendere per il notificante dal ritardo nel compimento di un ‘attività riferibile a soggetti da lui diversi e quindi del tutto estranea alla sua sfera di disponibilità.
Nella stessa sentenza è stato altresì affermato il principio secondo cui gli effetti della notificazione a mezzo posta (ma oggi estendibile a qualsiasi tipo di notificazione, art. 149 c.p.c.) devono essere ricollegati per quanto riguarda il notificante, al compimento delle sole attività a lui direttamente imposte dalla legge, ossia alla consegna dell’atto da notificare all’ufficiale giudiziario; restando fermo, per il destinatario, il principio del perfezionamento della notificazione solo alla data di ricezione dell’atto, attestata dall’avviso di ricevimento, con conseguente decorrenza solo da quella data di qualsiasi termine imposto al destinatario medesimo.
In terzo luogo l’argomento delle Sezioni Unite trova ragione nella stessa funzione della notificazione del provvedimento da impugnare.
La notificazione della sentenza serve, infatti, al notificante non per evitare decadenze processuali, ma per abbreviare il tempo della formazione del giudicato. Detto in altri termini, il perfezionamento della notifica rileva non già per verificare il rispetto di un termine perentorio pendente, ma per far decorrere un termine dapprima inesistente.
E allora se si facesse operare il principio della scissione soggettiva degli effetti della notificazione ai fini della decorrenza del termine breve per impugnare, la parte notificante non solo non ne trarrebbe un effetto favorevole (nel senso che non eviterebbe alcuna decadenza), ma – addirittura – ne subirebbe un pregiudizio, perché per essa il termine breve decorrerebbe e, di riflesso, maturerebbe prima rispetto a quanto in proposito previsto per il destinatario della notifica.

La tutela del sistema delle impugnazioni

Pare evidente allora, l’impostazione di principio delle Sezioni Unite che è ispirata innanzitutto all’esigenza di salvaguardare la razionalità del sistema delle impugnazioni.
È evidente che una diversificazione della decorrenza del termine breve per impugnare, tra notificante e destinatario della notificazione della sentenza, condurrebbe ad un assetto irrazionale dell’intero sistema.
L’unicità del decorso del termine di impugnazione tutela invece, l’equilibrio e la parità processuale fra le parti, e garantisce, inoltre, la certezza dei rapporti giuridici, in quanto il giudicato si forma contemporaneamente nei confronti di tutte le parti.
Al contrario, la diversità del decorso del termine di impugnazione determinerebbe una sorta di disparità di trattamento nei confronti del notificante. Infatti, il notificante – ove parzialmente soccombente – vedrebbe decorrere il proprio termine breve per impugnare prima della decorrenza del medesimo termine per il destinatario della notifica e prima ancora di avere la possibilità di verificare se tale notifica si sia perfezionata.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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DIRITTO ALLA PROVA NEL PROCESSO D’APPELLO: UN ERRORE GIUDIZIARIO

cartella di pagamento

Il termine per proporre opposizione contro la cartella di pagamento emessa per sanzione stradale è di 30 giorni a pena di decadenza, per tutti i procedimenti successivi al 6 ottobre 2011, mentre per quelli pendenti a tale data, vale il termine di 60 giorni di cui all’art. 204 bis C.d.S

Con ricorso presentato dinanzi al Giudice di Pace di Ancona, il ricorrente contestava la cartella di pagamento di Euro 2.559,94, notificatagli da Equitalia Spa sulla base di 6 verbali di contestazione relativi a violazioni del Codice della Strada.

Invero, a detta del ricorrente, la cartella costituiva il primo atto con il quale era venuto a conoscenza della sanzione, in quanto i verbali di accertamento non gli erano mai stati notificati; inoltre, in relazione a due verbali era stato palesemente violato il termine di 150 giorni per la notifica.

Per tali motivi, decideva di presentare opposizione ricorrendo al giudice civile.

Si costituivano in giudizio il Comune di Ancona ed Equitalia Marche S.p.a., insistendo per la legittimità della pretesa creditoria.

Ed infatti, il giudice di Pace investito della casa, rigettava l’opposizione dal conducente perché inammissibile, in quanto presentata oltre il termine di 30 giorni dalla notifica della cartella esattoriale.

La sentenza veniva confermata anche in appello nonostante il tentativo dell’appellante di mutare le sorti del processo, sostenendo che dal momento che la cartella esattoriale costituiva il primo atto con il quale egli era venuto a conoscenza della sanzione, aveva diritto a presentare opposizione entro il termine più lungo di 60 giorni.

Il ricorso per Cassazione

Il tema sul quale i giudici della Cassazione sono stati chiamati a pronunciarsi è il seguente: qual è il termine entro il quale è necessario presentare opposizione contro la cartella esattoriale contenente sanzioni per violazioni del codice della strada, se si vuole evitare la decadenza? 30 o 60 giorni?

Già in passato le Sezioni Unite della Cassazione (Cass. sez. un. n. 22080 del 2017) avevano risolto la questione affermando che: “L’opposizione alla cartella di pagamento, emessa ai fini della riscossione di una sanzione amministrativa pecuniaria comminata per violazione del codice della strada, va proposta ai sensi del D.Lgs. 1 settembre 2011, n. 150, art. 7 e non nelle forme della opposizione alla esecuzione ex art. 615 cod. proc. civ., qualora la parte (come nella fattispecie) deduca che essa costituisca il primo atto con il quale è venuta a conoscenza della sanzione irrogata in ragione della nullità o dell’omissione della notificazione del processo verbale di accertamento della violazione del codice della strada”.

Il termine per la proponibilità del ricorso, a pena di inammissibilità, è quello di trenta giorni decorrente dalla data di notificazione della cartella di pagamento (conf. Cass. n. 30774 del 2017; Cass. n. 1285 del 2018; v. anche Cass. n. 17042 del 2018).

Quanto cioè sostenuto dai giudici di merito!

Ma in realtà, il ricorso dell’opponente col quale si deduceva la legittimità del termine di 60 giorni dalla notifica della cartella esattoriale, coglie nel segno laddove si tiene in considerazione della disciplina applicabile ratione temporis.

La successione delle leggi nel tempo

Ed in effetti, vale la pena ricordare che in materia è intervenuto il D.Lgs. 1 settembre 2011, n. 150 (recante “Dell’opposizione al verbale di accertamento di violazione del codice della strada”), che all’art. 7, terzo comma, prevede che il ricorso è proposto, a pena di inammissibilità, entro trenta giorni dalla data di contestazione della violazione o di notificazione del verbale di accertamento (sessanta se il ricorrente risiede all’estero).

Ai sensi dell’art. 36, comma primo, del detto decreto legislativo, la norma si applica “ai procedimenti instaurati successivamente alla data di entrata in vigore dello stesso”, che è quella del 6 ottobre 2011.

Ne deriva che in materia di violazioni del codice della strada, l’opposizione proposta dopo il 6 ottobre 2011 (data di entrata in vigore del decreto legislativo), con cui si deduca l’illegittimità della cartella esattoriale per sanzione amministrativa, a ragione dell’omessa notifica del verbale di contestazione della violazione, è soggetta al termine di trenta giorni stabilito dall’art. 7 comma terzo del detto decreto legislativo.

Mentre per i giudizi già pendenti alla predetta data del 6 ottobre 2011, come nel caso in esame, vale il termine di sessanta giorni previsto dall’art. 204 bis C.d.S.

Il ricorso è stato perciò, accolto; e la sentenza impugnata cassata, con rinvio al Tribunale di Ancona.

La redazione giuridica

 

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notifica

È evidente che si è al cospetto non già di una mera nullità della notifica ma di una vera e propria inesistenza, ricorrendo uno dei pur ormai ristrettissimi casi in cui “l’atto venga restituito puramente e semplicemente al mittente, così da dover reputare la notificazione meramente tentata ma non compiuta, cioè, in definitiva, omessa”

Il ricorrente aveva presentato appello contro la sentenza di primo grado in cui risultava soccombente, entro il c.d. termine “breve” per impugnare. Il ricorso, tuttavia, veniva considerato inammissibile, in quanto tardivo. Dopo, infatti, un primo tentativo di notifica a mezzo posta, mediante cioè consegna di copia dello stesso, al domicilio eletto presso lo studio del difensore del convenuto e non andato a buon fine per irreperibilità del destinatario, l’appello veniva rinotificato, ma questa volta via PEC e dunque, con esito positivo, ma oltre il termine (“breve”) per impugnare.

Può dirsi applicabile, nel caso in esame, la previsione di cui all’art. 291 c.c., che prevede la possibilità di fare retroagire la notificazione tardiva, in presenza di situazioni nelle quali la stessa tardività dell’azione non sia imputabile a un comportamento colposo o doloso della parte notificante?

La decisione dei giudici della Cassazione

La questione di diritto è stata portata al vaglio dei giudici della Suprema Corte di Cassazione che, nell’ordinanza in commento (n. 32931/2018) hanno pronunciato parere sfavorevole al quesito; annunciando, così, l’inapplicabilità dell’art. 291 citato, al caso in esame.

È evidente – chiariscono i giudici della Corte- che si è al cospetto non già di una mera nullità della notifica ma di una vera e propria inesistenza, ricorrendo uno dei pur ormai ristrettissimi casi in cui “l’atto venga restituito puramente e semplicemente al mittente, così da dover reputare la notificazione meramente tentata ma non compiuta, cioè, in definitiva, omessa” (Cass. Sez. U. n. 14916 del 20/07/2016) con conseguente impredicabilità di una rinnovazione iussu iudicis sanante con effetto ex tunc, ai sensi dell’art. 291 cod. proc. civ.

Chiarito, dunque, che si tratta di un caso di inesistenza (e non mera nullità) della prima notifica, occorre valutare se e quali effetti possano riconoscersi alla sua successiva rinnovazione (ossia alla seconda notifica del ricorso effettuata, con successo, a mezzo PEC).

La giurisprudenza

Al riguardo la giurisprudenza distingue a seconda che l’errore sul domicilio del difensore domiciliatario (errore che ha determinato l’esito negativo della prima notifica) sia o meno imputabile al notificante.

L’errore si considera imputabile ove sia richiesta all’ufficiale giudiziario la notifica dell’impugnazione nel domicilio di un procuratore esercente l’attività nell’ambito della circoscrizione di assegnazione: in tal caso, ai fini dell’indicazione del luogo di consegna dell’atto, va indicato il “domicilio professionale” (cfr. art. 17 del r.d.l. n. 27 novembre 1933, n. 1578) oppure la “sede dell’ufficio” (art. 68 r.d. 22 gennaio 1934, n. 37) del procuratore e il previo accertamento dell’uno o dell’altra è a carico del notificante e va soddisfatto con il previo riscontro presso l’albo professionale.

Si considera, invece, non imputabile nel diverso caso in cui la notificazione dell’atto di impugnazione sia indirizzata a procuratore che, esercitando il proprio ufficio in un giudizio che si svolge in circoscrizione diversa da quella del tribunale al quale è assegnato, abbia eletto domicilio nell’ambito della detta circoscrizione: in tal caso, la notifica è correttamente indirizzata, da parte del notificante, in questo luogo, ai sensi del combinato disposto degli artt. 330 e 141 cod. proc. civ., anche qualora il domiciliatario sia un avvocato iscritto al locale albo professionale, senza che sia necessario il previo riscontro presso questo albo a carico del notificante, essendo in tal caso infatti onere della parte che ha eletto domicilio indicare alla controparte eventuali mutamenti del domicilio eletto (Cass. Sez. U. 18/02/2009, n. 3818; Cass. Sez. U. 24/07/2009, n. 17352; 13/02/2014, n. 3356; Cass. 18/11/2014, n. 24539; 19/10/2017, n. 24660).

Infine, si considera a fortiori non imputabile l’omessa notifica presso il domicilio effettivo conseguente: al mancato aggiornamento dell’albo professionale (Cass. 12/03/2008, n. 6547); alla morte del procuratore indicato in sentenza (Cass. 21/11/2006, n. 24702); all’erronea informazione del trasferimento del domicilio fornita da un terzo all’ufficiale giudiziario (Cass. 04/05/2006, n. 10216).

La decisione

Nel primo caso (errore nella indicazione dell’indirizzo del procuratore domiciliatario imputabile al notificante), l’impugnazione potrà ritenersi tempestivamente proposta solo se la rinnovata notifica intervenga entro il termine per impugnare, non potendosi farne retroagire gli effetti fino al momento della prima notifica (v. Cass. Sez. U. n. 3818 del 2009, cit.; Cass. 21/06/2007, n. 14487; 01/07/2005, n. 14033).

Nel secondo e nel terzo caso invece, (errore non imputabile al notificante) si ammette che la ripresa del procedimento notificatorio abbia effetto dalla data iniziale di attivazione del procedimento, restando pertanto irrilevante che essa abbia luogo dopo lo spirare del termine per impugnare; ciò purché la ripresa del processo notificatorio sia attivata con “immediatezza” appena appresa la notizia dell’esito negativo della notificazione – restando a carico della stessa l’onere di indicare e provare il momento in cui ha appreso dell’esito negativo della notifica (Cass. Sez. U. n. 14594 del 2016, cit.; Cass. n. 19060 del 2015) – e sia svolta con “tempestività” (e precisamente entro un termine che le Sezioni Unite, hanno ritenuto di poter fissare in misura pari alla metà del tempo indicato per ciascun tipo di atto di impugnazione dall’art. 325 c.p.c. (e dunque, per il ricorso per cassazione, in trenta giorni), salvo una rigorosa prova in senso contrario (ad esempio, relativa a difficoltà del tutto particolari nel reperire l’indirizzo del nuovo studio)”) (Cass. Sez. U. n. 14594 del 2016).

Il caso, sottoposto all’attenzione della Suprema Corte era certo, inquadrabile nella prima della ipotesi sopra esaminate (errore imputabile al notificante) e pertanto, doveva dichiararsi unicamente l’inammissibilità dello stesso, perché proposto tardivamente, con contestuale soccombenza della parte ricorrente.

 

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