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Lo prevede la normativa; il Giudice, se ricorrono tali elementi, è costretto a dichiarare la risoluzione del contratto 

Il Tribunale di Genova, con una sentenza dello scorso febbraio si è pronunciato sulla domanda di risoluzione del contratto di locazione di un immobile ad uso abitativo, presentata dalla locatrice a causa del mancato pagamento del canone da parte dell’affittuario.

Il Giudice ha osservato che, in tema di locazione di immobili ad uso abitativo, l’art. 5 della legge n. 392 del 1978 stabilisce che “il mancato pagamento del canone della locazione, decorsi venti giorni dalla scadenza prevista, costituisce motivo di risoluzione, ai sensi dell’articolo 1455 cod. civ.”. E’ la normativa stessa, dunque, a fissare un criterio di gravità dell’inadempimento, “che come tale non consente al giudice del merito di svolgere altri accertamenti su questo presupposto dell’inadempimento”.

Secondo il Tribunale, quindi, la valutazione dell’importanza dell’inadempimento del locatario in relazione all’interesse del locatore, non è rimessa all’apprezzamento discrezionale del giudice, ma è predeterminata legalmente e ancorata a due elementi, ovvero il mancato pagamento di una sola rata del canone (o l’omesso pagamento degli oneri accessori per un importo superiore a due mensilità del canone) e il ritardo consentito o tollerato. Se il locatario non paga anche una sola rata del canone di affitto, nel termine di 20 giorni dalla scadenza, il giudice deve inevitabilmente dichiarare la risoluzione del contratto per inadempimento del conduttore.

Nel caso in questione poiché tali elementi risultavano pacificamente integrati, il Giudice ha ritenuto, pertanto, di accogliere la richiesta della proprietaria dell’immobile, condannando l’inquilino al rilascio dell’immobile entro 60 giorni dalla pronuncia della sentenza, oltre che al pagamento delle spese processuali.

Cosa si intende per adempimento e per inadempimento secondo quanto statuito dal IV libro del codice civile.

Il raffronto tra l’articolo 1176, 2° co. ed il 1218 del codice civile. Quest’ ultimo articolo viene collocato a distanza dall’art. 1173 c.c. nonostante sia fonte di obbligazione.

La teoria soggettiva, quella oggettiva e la mediana. L’orientamento della dottrina (G. Osti) e la liberazione del debitore prevista all’art. 1256 del c.c.

L’irrisarcibilità del danno sancita dal 2°co. e la gravità della colpa ex art. 1°co. dell’ art.1227 c.c.

 

Il libro IV del codice civile disciplina le modalità secondo le quali l’adempimento esatto consente al debitore di liberarsi dalla prestazione. Si ha adempimento laddove vengono rispettati i termini, i modi ed il luogo stabiliti dalla fonte dell’obbligazione.

Questa può derivare sia da fatto illecito o da ogni altro fatto idoneo a produrle oltre che, in via prevalente, derivare da contratto. L’art. 1218 del cod.civ. , che stabilisce la responsabilità del debitore per le obbligazioni in generale, viene collocato solo dopo vari articoli al capo III, avendo stabilito appunto quali siano le fonti delle obbligazioni con l’art. 1173 c.c. Affinché si abbia adempimento nell’accezione generale prevista dalla legislazione vigente è necessaria l’accortezza prevista dal 1176 c.c., ovvero la diligenza del buon padre di famiglia.

Al 2° comma l’art. 1176 del cod. civ. però, aggiunge una ulteriore accortezza da dover usare, considerando la specificità inerente l’esercizio di un’attività professionale, cioè che tale diligenza deve valutarsi con riguardo alla natura dell’attività esercitata.

Sino a questo punto nulla questio sulla regolamentazione dell’adempimento, ma cambia nel momento in cui interviene il 1218 c.c. per stabilire quando l’attività posta in essere dal debitore debba essere considerata inadempimento e quali le sue esimenti.

Difatti, l’articolo in questione, al fine di stabilire la responsabilità afferma che è tenuto al risarcimento del danno il debitore che non prova l’impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile.

La dottrina (Natoli), a tal proposito ha elaborato una ipotesi prevalente in sede di stesura del codice stesso, come risulta dalla documentazione dei lavori preparatori.

La c.d. teoria oggettiva per cui, al fine di assicurare la maggior correttezza possibile ai traffici economici ha accolto una concezione particolarmente rigida dalla responsabilità contrattuale.

L’inadempimento sussiste per il solo fatto che la prestazione dovuta sia rimasta ineseguita e conseguentemente il debitore può liberarsi solo provando l’oggettiva impossibilità della prestazione. L’art. 1176 c.c., secondo tale concezione, risulta una mera regola di condotta. Il 1° co. dell’art. 1176 c.c. fa riferimento alle obbligazioni non determinate nel contenuto come quelle di mezzo, il 2° co. riguarda l’attività professionale per cui deve valutarsi la natura stessa dell’ attività svolta.

L’inadempimento imputabile ai sensi dell’art. 1218 c.c. si ha per effetto della mancata e inesatta esecuzione che implica la responsabilità del debitore per il risarcimento dei danni patiti dal creditore.

L’inadempimento non imputabile consente la liberazione del debitore ai sensi dell’ art. 1256 c.c.

L’inadempimento è imputabile al debitore non solo quando è conseguenza di una sua scelta volontaria ma anche quando discende da una sua incapacità finanziaria o tecnica, ovvero da negligenza o da mora nella preparazione dell’adempimento per colposa inettitudine iniziale del debitore e nella esecuzione della prestazione.

Dal 2° com. dell’art. 1227 del cod. civ. emerge in modo evidente che è irrisarcibile il danno evitabile da parte del creditore, mentre il 1° comma stabilisce una gradazione differenziata del risarcimento in base alla gravità della colpa e l’entità delle conseguenze derivate.

La causa impeditiva ignota nell’ambito dell’ inadempimento contrattuale e della sua relativa imputabilità, pertanto, viene posto sempre a carico del creditore qualora dal combinato disposto tra l’art. 1227 e 1218 sia stata portata innanzi una condotta impeditiva dell’evento-inadempimento contrattuale, in armonia con gli art. 40 e 41 c.p. riguardo il concorso di colpa del danneggiato.

Si ha rilevanza della causa ignota quando si rende impossibile la prestazione e non è individuabile dal debitore ovvero l’ipotesi in cui il debitore dimostra di aver tenuto un comportamento conforme al modello di diligenza, dimostrando di fatto di averla posta in essere per quel determinato rapporto obbligatorio che lo richiedeva. Tuttavia, non riesce ad individuare quella che e’ la causa specifica che determinato l’impossibilità della prestazione e quando la mancata esecuzione il debitore dimostra, da parte sua, tutto quello che sapeva e poteva fare; è stato diligente, ma la causa rimane ignota. La responsabilità contabile rimane, comunque, responsabilità per colpa per il 1218 c.c. Se la diligenza dimostra la non imputabilità ed il fatto che la causa ignota grava sul creditore.

Questi non riceve la prestazione esatta e non sa perché ciò sia accaduto e dall’altra parte un debitore che sa di essersi comportato conformemente agli standard di diligenza e ciò lo salva da responsabilità.

L’equazione responsabilità contrattuale uguale responsabilità per colpa solleva il debitore che non ha l’onere di indagare sulla causa determinativa dell’impedimento, è oggi fortemente discussa perché non coerente con la formazione letterale del 1218 c.c.

Alla base del 1218 la responsabilità contrattuale e diversamente concepita, a prescindere dal ruolo della colpa, comunque non e’ in discussione la causa ignota e quindi inadempimento grava sul debitore e mai sul creditore.

Occorre distinguere nell’ambito del 1218 c.c. due distinti profili: da un lato l’impossibilità della prestazione e dall’altro la non imputabilità della causa che ha determinato l’impossibilità.

Il 1218 del cod. civ. afferma che il debitore è responsabilità dell’inadempimento a meno che l’inadempimento deriva da impossibilità della prestazione a lui non imputabile.

E’ onere del debitore questa dimostrazione. Ciò significa che l’onere probatorio del debitore dovrebbe essere scomposto in due momenti: da un lato individuare specificatamente quel fattore che ha determinato l’impossibilità della prestazione e quindi è da definire bene cosa si intenda per impossibilità della prestazione, così ad esempio per impossibilità oggettiva e assoluta, oppure per impossibilità relativa, o da verificare sotto la luce del criterio della buona fede.

Al di là del contenuto della impossibilità, il 1218 c.c. si impone di determinare la causa di questa stessa.

La causa rimane un fattore specifico dell’ impossibilità, anzi è un fattore ascrivibile alla diligenza.

Causa ignota vorrà dire impossibilità nel dimostrarne la non rimproverabilità di questa causa né estranea, né fattore di rischio dell’organizzazione prevista, quindi la causa ignota rimarrebbe sempre a carico del debitore in caso di inadempimento contrattuale.

La Corte di Cassazione, sez. III, sentenza n°17143 del 9.10.2012, intervenuta in materia di responsabilità medica c.d. “strutturata” e specialistica, ritiene che la responsabilità professionale vada esaminata con maggior rigore, dovendosi aver riguardo alla peculiare specializzazione richiesta e alla necessità di adeguare la condotta alla natura ed al livello di pericolosità della prestazione.

La soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, richiede notevole abilità specie se nuovi o di speciale complessità, con largo margine di rischio in presenza di ipotesi non ancora adeguatamente studiate o sperimentate, ed è il medico, in caso di insuccesso, che deve dare la prova della particolare difficoltà della prestazione.

La giurisprudenza consolidata e maggioritaria ritiene che il creditore (paziente) deve dare la prova della fonte negoziale o legale del suo diritto allegandola, invece è il debitore (medico) a dover dimostrare la prova del fatto estintivo dell’avvenuto inadempimento.

Nelle cause di responsabilità medico-professionale è il paziente che agisce in giudizio provando l’inesatto inadempimento dell’obbligazione sanitaria, mentre il medico deve dimostrare che la prestazione è stata eseguita in modo diligente e che l’impedimento non era prevedibile né prevenibile con la diligenza dovuta, ex multis Cassaz. n°15993 del 21.7.2011.

Avv. Vincenzo Caruso

 

contratto

Concorso tra azione di inadempimento e azione di risoluzione (mutatio libelli) in caso di preventiva proposizione dell’azione di adempimento. Insussistenza nell’ordinamento di un principio di esatto adempimento. Deroghe settoriali. Il carattere sussidiario o autonomo dell’azione risarcitoria: divisioni dottrinarie e posizione della giurisprudenza a favore del carattere autonomo. La questione dell’ammissibilità del risarcimento in forma specifica nell’ambito contrattuale. Differenze di disciplina tra i due tipi di responsabilità. Concorso di responsabilità contrattuale ed extracontrattuale. I criteri di determinazione del danno. La nozione di danno. La risarcibilità del danno non patrimoniale.

A fronte delle situazioni giuridiche prospettate sinora, si possono applicare i c.d. rimedi all’inadempimento come previsto dell’ordinamento, quali il concorso tra azione di adempimento e azione di risoluzione con possibilità di mutatio libelli in caso di preventiva proposizione dell’azione di adempimento.

Il contraente può alternativamente agire per ottenere una sentenza (dichiarativa) di condanna all’adempimento, oppure chiedere, con obbligazioni a prestazioni corrispettive, una pronuncia (costitutiva) di risoluzione del contratto, salva, in ogni caso, l’azione di risarcimento danni.

L’azione di risoluzione, ex art. 1453, 2° co., può essere domandata anche quando il giudizio è stato promosso per ottenere l’adempimento.

La domanda di risoluzione, invece, preclude la proponibilità dell’azione di adempimento in quanto, dopo la risoluzione, l’inadempiente non è più tenuto alla prestazione onde il risolvente non può obbligarlo nuovamente all’esecuzione. Viene stabilito un principio di ordine processuale in deroga alle disposizioni ex art. 183 c.p.c. che consentono nel corso del processo solo l’emendatio.

Ci si chiede se esista in Italia un principio come quello inglese o tedesco della c.d. natural restitution o specific performance. Inoltre,  ci si domanda se l’azione risarcitoria sia un’azione accessoria alle due principali, o possa essere esercitata in via autonoma.

Deve escludersi l’esistenza nel nostro ordinamento di un principio di prevalenza dell’azione di esatto adempimento ex art. 1453 c.c. che consente al creditore insoddisfatto di scegliere tra la risoluzione e l’esatto adempimento. Tale libera opzione, che limita la valenza del principio di conservazione del contratto, risponde all’esigenza di non pregiudicare ulteriormente il creditore, che già subisce le conseguenze dell’illecito di un altro e che si troverebbe vincolato all’accordo intercorso con una condanna ad un fàcere per cose infungibili.

Così, ad esempio, con la Legge n° 69 del 2009, che ha inserito anche nell’ordinamento italiano un mezzo di coazione indiretto attraverso l’art 614 c.p.c., il c.d. meccanismo delle “astreintes”, ovvero le spinte forzose indirette ad adempiere gli obblighi nell’esecuzione. Precedenti similari nella nostra legislazione li avevamo con la legge n°39 del 2001 a tutela dei consumatori, come anche con il d.lgs. 231 del 2002 ed il d.lgs. n° 24 del 2002.

Secondo l’orientamento restrittivo deve ritenersi che fin quando il diritto di credito non è spento, e cioè fino a quando sia ancora possibile ottenere una tutela, la parte inadempiente dovrà avvalersi di uno dei rimedi principali, ovvero l’esatto adempimento o la risoluzione, e potrà chiedere solo in via accessoria il risarcimento del danno.

Parte della dottrina esclude l’ammissibilità del risarcimento in forma specifica nell’ambito contrattuale, perché manca una norma analoga al 2058 c.c. come per la responsabilità aquiliana ed è un rimedio pleonastico poiché il ripristino dello status quo ante coincide con l’azione di esatto adempimento, potendo essere conseguito attraverso l’esecuzione forzata in forma specifica.

Per contro, la dottrina prevalente è favorevole all’applicabilità della tutela reintegratoria anche alla materia contrattuale. L’omissione del legislatore non può ritenersi decisiva ed è sufficiente la previsione di cui all’art. 1218 c.c.

Non sempre il ripristino può essere conseguito con l’azione di esatto adempimento, come ad esempio nelle obbligazioni negative di non costruire. L’adempimento delle obbligazione negativa diventa impossibile e la attività volta a rimuovere il manufatto abusivo costituisce una prestazione “diversa e succedanea” rispetto a quella originaria; per la dottrina più recente non si può parlare, per le obbligazioni negative, di esenzione in forma specifica poiché oggettivamente impossibile ed eccessivamente onerosa. Il discorso può estendersi anche alle obbligazioni diverse da quelle negative.

L’esecuzione in forma specifica è una specie del genus (mezzo di attuazione) della reintegrazione in forma specifica (2933). Quest’ultima, secondo la giurisprudenza, ha carattere generale, quantunque dettata con specifico riferimento alla responsabilità aquiliana. E’ configurabile nel nostro ordinamento una azione generale di reintegrazione in forma specifica, fondata sul disposto dell’art. 2058 c.c. e distinta dalla tutela risarcitoria ex art. 2043 c.c.

Si tratta di un’azione inibitoria generale e atipica esperibile a tutela di quelle situazioni per le quali non sia stato previsto un rimedio processuale ad hoc.

La giurisprudenza ha fatto applicazione del principio ex art. 2058 c.c. anche in materia contrattuale. Il risarcimento in forma specifica sta occupando spazi sempre più ampi in aperto contrasto con le perplessità che in origine accompagnavano l’idea di una sua applicazione anche al danno ex contractu.

Quanto precede ha ottenuto l’avallo di autorevole dottrina (Betti e Castronovo), e assume forme che preludono ad una evoluzione non dissimile da quella avvenuta in materia aquiliana.

L’art. 2058 è un principio di carattere generale, applicabile anche in materia contrattuale; la tutela del credito passa anche attraverso la richiesta del creditore volta ad ottenere la medesima prestazione che intendeva assicurarsi con il contratto non solo come la liquidazione di una soma equivalente per valore.

E’ abitudine linguistica convenzionale distinguere tra responsabilità contrattuale e responsabilità extracontrattuale perché comunque dà luogo a responsabilità e risarcimento.

Entrambe conseguono un comportamento antigiuridico: nella responsabilità contrattuale si ha una violazione della preesistente obbligazione; nella responsabilità extracontrattuale risulta una violazione del citato principio del neminem laedere.

Per la responsabilità extracontrattuale è sufficiente la capacità naturale di intendere e volere; per la responsabilità contrattuale, invece, è necessaria la capacità di obbligarsi o agire.

Dott. Vincenzo Caruso

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L’inadempimento. Nozione e distinzione tra inadempimento imputabile, fonte di responsabilità contrattuale e inadempimento non imputabile, causa di esonero del debitore da responsabilità e fatto estintivo dell’obbligazione. Il fondamento della responsabilità da inadempimento. La teoria oggettiva. La teoria soggettiva. La tesi mediana. La posizione della giurisprudenza. I rimedi all’inadempimento. La responsabilità è, in linea generale, la sanzione per l’inosservanza di un dovere giuridico. L’area della responsabilità del debitore è regolata dall’art. 1218 c.c. che eccede l’inadempimento delle obbligazioni contrattuali.

Nelle decisioni giurisprudenziali, i confini della responsabilità contrattuale rispetto alla responsabilità aquiliana non sempre sono individuabili in modo univoco.

La responsabilità contrattuale o da inadempimento si distingue dalla responsabilità extracontrattuale o aquiliana a seconda del dovere giuridico violato. Incorre in responsabilità aquiliana il soggetto che viola il dovere generico di non ledere l’altrui sfera giuridica (neminem laedere), dovere che ciascuno è tenuto a rispettare nei confronti della generalità dei consociati. La responsabilità contrattuale deriva, invece, dalla violazione di un obbligo specifico – e qualunque sia la sua fonte – contratto, illecito o altro fatto idonei.

Sono dunque assai diverse le ragioni dell’antigiuridicità.

Mentre nella responsabilità contrattuale si crea un vincolo obbligatorio per il risarcimento del danno che discende dalla violazione di un obbligo preesistente (c.d. perpetuatio obligationis), la responsabilità aquiliana sanziona i comportamenti illeciti che incidono nella sfera giuridica di soggetti cui l’agente non solo riparatoria, ma anche preventiva e sanzionatoria.

Esaminati molto brevemente i rapporti tra responsabilità contrattuale e responsabilità aquiliana   occorre chiarire quali sono i criteri di imputazione della responsabilità contrattuale.

La norma fondamentale al riguardo è quella di cui all’art. 1218 c.c. secondo cui “il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l’inadempimento o ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile”.

L’art. 1218 contiene la regola generale in materia di responsabilità del debitore, preferibilmente definita “contrattuale” dalla dottrina per il prevalere delle obbligazioni derivanti da contratto, ancorché più esattamente deve parlarsi di responsabilità da inadempimento dell’obbligazione, quale che sia la sua fonte ( art. 1173 c.c.).

Il legislatore ha tentato di riassumere in una disciplina uniforme una casistica molto varia a causa della diversa natura dei contratti e dei diversi modi di inadempimento.

Presupposto dell’inadempimento è l’esistenza di un’obbligazione, in senso tecnico, in forza della quale un soggetto, detto debitore, è tenuto a eseguire una determinata prestazione in favore di un soggetto, detto creditore.

Ai sensi dell’art. 1218 c.c. l’inadempimento, l’adempimento inesatto, il ritardo qualificato (mora debendi) obbligano il debitore a risarcire i danni causati al creditore.

Il debitore deve risarcire questi danni solo fino al limite della possibilità di adempiere e anche al di là di questo limite se l’impossibilità è dovuta ad una causa a lui non imputabile.

In altri termini, posto che per inadempimento si intende la mancata esecuzione della prestazione nel tempo e nel luogo dovuto e secondo le modalità convenute, il mancato o inesatto adempimento può dipendere da cause imputabili al debitore; nel qual caso costui è tenuto a risarcire il danno al creditore; ovvero da cause non imputabili nel qual caso il debitore è esonerato da responsabilità e l’obbligazione si estingue per impossibilità sopravvenuta (1256 c.c.).

Controversi in dottrina e giurisprudenza sia il fondamento che i limiti della responsabilità contrattuale.

Il problema nasce da un’apparente antinomia tra il criterio di imputazione sancito nell’art. 1218 c.c. ed il canone di diligenza di cui all’art. 1176 c.c. Quest’ultimo prevede una norma di condotta per cui adempie bene il debitore chi si comporta diligentemente.

Il 1218 c.c. impone una prova più difficile e cioè che l’inadempimento sia dipeso da causa a lui non imputabile.

Il codice civile del 1942 al fine di assicurare una maggior sicurezza ai traffici economici ha accolto nell’articolo appena citato una concezione rigidamente oggettiva della responsabilità contrattuale, aderendo così alla teoria di G. Osti per cui l’inadempimento sussiste per il solo che la prestazione dovuta sia rimasta ineseguita.

Il debitore può liberarsi da  responsabilità solo provando l’oggettiva impossibilità della prestazione.

L’art. 1176 prevede soltanto una regola di condotta per cui dolo o colpa attengono alla imputazione dell’impossibilità sopravvenute e non già direttamente all’inadempimento.

L’art.1176, 1° co. fornisce l’ambito e la portata degli obblighi assunti, precisa e definisce il contenuto delle obbligazioni non sufficientemente determinate; segnatamente quelle di mezzi. Il secondo co. dell’art. 1176, con riferimento alla attività professionale, consente di ricostruire o di valutare il contenuto delle prestazioni svolte dal debitore soprattutto sotto il profilo dell’esattezza dell’adempimento. Questo vale in particolare per le obbligazioni di fare.

Il debitore inadempiente del 1218 c.c. può, nel riferimento alla diligenza, trovare il criterio per ricostruire la tipologia, la portata, lo stesso contenuto della prestazione cui si è obbligato, col risultato di poter delimitare anche gli eventuali confini di esigibilità della prestazione.

L’impossibilità è assoluta quando l’impedimento non può essere rimosso con nessuna intensità di sforzo; è oggettiva quando riguarda la prestazione in sé considerata.

Deve risultare impossibile per chiunque eseguire quella prestazione e non solo per il debitore.

L’impossibilità di cui all’art. 1218 c.c. va intesa in senso oggettivo e assoluto e la causa non imputabile deve consistere in un impedimento estraneo, sempre sul piano oggettivo, alla sfera del debitore, cioè tale che egli non avrebbe potuto in alcun modo prevedere e controllare.

L’elaborazione dottrinale e giurisprudenziale hanno ricercato la tipizzazione della invincibilità ed inevitabilità individuandola nel caso fortuito e forza maggiore, la vis major cui resisti non potest ovvero l’evento fisico-naturale, come il ponte crollato con consegne urgenti, oppure nel fatto del terzo, come a causa di scioperi, od infine per decisione imperativa dell’autorità; c.d. factum principis, come nel caso di epidemia e la vendita di carni.

La responsabilità è fondata sulla colpa, secondo la teoria soggettiva. L’art. 1218 c.c., in base alla miglior dottrina (Natoli) non precisa la misura dell’impossibilità scriminante che spetta all’interprete, per determinarsi utilizza l’art. 1176 c.c. con il principio del “buon padre di famiglia”  perché altrimenti dovrebbe superarlo con un impegno superiore a quello richiesto.

Il combinato disposto consente di escludere siffatta impossibilità non imputabile che costituisce il limite della responsabilità debitoria.

Dalla incolpevolezza si ha l’impossibilità soggettiva e relativa per cui il debitore non dovrà neppure indicare e provare lo specifico impedimento: l’art. 2727 c.c. consente al giudice di risalire ad un fatto ignoto da uno noto.

A parere dei sostenitori della tesi mediana il limite della teoria soggettiva è quello di porsi in antitesi con una concezione oggettiva di inadempimento cui il legislatore ha ispirato la norma del 1218 c.c. secondo i lavori preparatori del codice. La teoria oggettiva  mostra eccessivo rigore nel pretendere la prova liberatoria su un’impossibilità della prestazione oggettiva e assoluta.

La tesi mediana, sostenuta dalla dottrina prevalente (Bianca), è favorevole ad una interpretazione più ampia della prova liberatoria richiesta dall’art. 1218 c.c. per cui il requisito della impossibilità della prestazione vada inteso in senso soggettivo e relativo in modo da rendere inesigibile, secondo buona fede, la prestazione alle condizioni originarie.

La giurisprudenza motiva con riferimento al caso concreto con il ricorso frequente alla buona fede, alla diligenza ed ai principi costituzionali od al concetto di inesigibilità della prestazione.

Il dibattito tra teoria oggettiva e soggettiva è un falso problema perché entrambe le teorie conducono a soluzioni identiche così come per le eccezioni ed i temperamenti.

La colpa contrattuale deve essere valutata in base ad un criterio rigorosamente oggettivo, commisurato all’uomo medio che va inteso in relazione alla categoria di persone cui l’agente appartiene. Il criterio soggettivo torna però operante quando l’agente sia dotato di capacità e qualità superiori alla media.

La materia della responsabilità contrattuale si presenta come un sistema aperto, un diritto di prevalente creazione giurisprudenziale, che pertanto richiede necessariamente un metodo analitico-casistico di indagine.

Dott. Vincenzo Caruso

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