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I giudici della Cassazione hanno confermato la sentenza della corte d’appello di Torino che aveva ritenuto indennizzabile, attraverso assegno sociale a carico dell’Inail, l’infortunio occorso ad un lavoratore nonostante il rischio elettivo

Sembra di capire che il tema su cui si discorre è quello del rischio elettivo del lavoratore e, a tal proposito, i giudici della Suprema Corte hanno chiarito che il suo scopo è quello di “di proteggere il lavoratore da ogni infortunio sul lavoro, anche da quelli derivanti da colpa, e di garantirgli i mezzi adeguati allo stato di bisogno discendente dalle conseguenze che ne sono derivate”.

La vicenda

La società datrice di lavoro, aveva presentato ricorso al fine di ottenere la declaratoria di nullità del provvedimento dell’Inail con il quale, a seguito dell’infortunio occorso ad un suo dipendente, erano stati rideterminati i tassi premio, all’uopo applicati.

Ma l’istanza veniva rigettata sia in primo che in secondo grado di giudizio.

All’esito del giudizio d’appello, la corte territoriale aveva confermato la valutazione già compiuta dal primo giudice che, a sua volta, aveva ritenuto insussistente il rischio elettivo del dipendente, idoneo ad interrompere il nesso di causalità tra l’infortunio e lo svolgimento dell’attività lavorativa e, quindi, tale da impedirne l’indennizzabilità.

L’incidente si era verificato mentre il predetto dipendente era intento ad ispezionare delle valvole e i relativi rubinetti di chiusura di alcune vasche di decantaggio presenti in azienda. Senonché, questi, anziché seguire il percorso usuale, si era introdotto all’interno del cantiere, allestito dall’impresa che stava svolgendo delle opere di manutenzione straordinaria delle cisterne di raccolta rifiuti. Tale area era delimitata da bancali e da un nastro bianco e rosso, da cui le valvole potevano comunque essere viste; quando all’improvviso cadeva rovinosamente nella cisterna sottostante.

La decisione della Corte d’appello era fondata sul rilievo che la condotta dell’infortunato, sebbene imprudente, non era estranea alle attività produttive dell’azienda.

in altri termini, l’incidente si era verificato mentre egli stava eseguendo un compito affidatogli e comunque rientrante nelle sue mansioni e non stava ponendo in essere un comportamento estraneo alle finalità produttive per soddisfare un suo interesse.

Il ricorso per Cassazione del datore di lavoro

La società ricorrente impugnava la decisione della corte di merito rimettendo la decisione ai giudici della Corte di Cassazione che si sono pronunciati con la sentenza in commento (n. 7649/2019).

Il datore di lavoro insisteva per la non indennizzabilità del proprio dipendente posto che la caduta era avvenuta per fatti estranei all’attività lavorativa. E secondo l’art. 2 del TU n. 1124/1965 l’inail copre tutti i casi di infortunio avvenuto per causa violenta “in occasione di lavoro” che cagionino un’inabilità al lavoro superiore a tre giorni; intendendosi per “occasione di lavoro” tutti quei fatti, anche straordinari ed imprevedibili, inerenti all’ambiente, alle macchine, alle persone, al comportamento stesso del lavoratore, purché attinenti alle condizioni di svolgimento della prestazione, ivi compresi gli spostamenti spaziali funzionali allo svolgimento della prestazione con l’unico limite del rischio elettivo.

Cosa si intende, dunque, per rischio elettivo del lavoratore?

Il concetto che, delimita l’ambito della tutela assicurativa, è riferito al comportamento del lavoratore e risulta inteso come tutto ciò che sia estraneo e non attinente all’attività lavorativa e dovuto a una scelta arbitraria di questi, nel senso che esso sia la conseguenza di un rischio collegato ad un comportamento volontario, volto a soddisfare esigenze meramente personali e, comunque, indipendente dall’attività lavorativa, cioè di rischio generato da un’attività che non abbia rapporto con lo svolgimento dell’attività lavorativa o che esorbiti in modo irrazionale dai limiti di essa (Cass. n. 17917/2017).

Nel 2007 la Corte di Cassazione nella nota sentenza n. 1504/2007 ne ha configurato gli elementi caratteristici, i quali devono essere presenti tutti simultaneamente.

Si tratta:

a)       della presenza di un atto volontario ed arbitrario, ossia illogico ed estraneo alle finalità produttive;

b)      la direzione di tale atto alla soddisfazione di impulsi meramente personali;

c)       la mancanza di nesso di derivazione con lo svolgimento dell’attività lavorativa.

Tale comportamento colposo del lavoratore può ridurre oppure esimere la responsabilità dell’imprenditore, escludendo il diritto dell’infortunato al risarcimento del danno nei confronti del datore di lavoro, così come il diritto dell’Inail di esercitare l’azione di regresso nei confronti del datore.

Esso non comporta, invece, di per sé, l’esclusione dell’operatività dell’indennizzo sociale previsto dall’assicurazione gestita dall’Inail, che ha finalità, in armonia con gli artt. 32 e 38 della Cost., di proteggere il lavoratore da ogni infortunio sul lavoro (appunto anche da quelli derivanti da colpa) e di garantirgli i mezzi adeguati allo stato di bisogno discendente dalle conseguenze che ne sono derivate.

Ne deriva che la corte territoriale aveva fatto buon governo dei principi regolatori della materia, correttamente escludendo che nella fattispecie in esame, l’elemento non fosse indennizzabile in ragione della sussistenza di un rischio elettivo del lavoratore.

La redazione giuridica

 

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QUINDICI ANNI A CONTATTO CON AMIANTO: RENDITA INAIL PER GLI EREDI

l’Inail

Non è il datore di lavoro ma l’Inail a dover essere citata in giudizio per il riconoscimento del risarcimento del danno derivante da mobbing

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che ha accolto il ricorso presentato dalla società datrice di lavoro, coperta da polizza assicurativa obbligatoria Inail per i danni ai propri dipendenti.

All’esito del giudizio di secondo grado la società datrice di lavoro era stata condannata al risarcimento della somma di 9.300 euro a titolo di somma per il risarcimento del danno biologico da mobbing, in favore del lavoratore ricorrente.

La società tuttavia eccepiva il difetto di legittimazione passiva nel giudizio in questione.

Sul punto si sono pronunciati i giudici della Cassazione.

Il punto controverso sul quale verte il giudizio di legittimità non è tanto il difetto di legittimazione passiva della società datrice, ma piuttosto l’accertamento della sua effettiva titolarità del rapporto fatto valere in giudizio, integrante una questione di merito.

Ed in vero, nell’ipotesi di richiesta del risarcimento del danno patito dal lavoratore alla propria integrità psico-fisica in conseguenza di una pluralità di comportamenti del datore di lavoro e dei colleghi di natura asseritamente vessatoria, il giudice di merito è comunque tenuto a valutare se alcuni dei comportamenti denunciati (esaminati singolarmente, ma sempre in sequenza causale) possano essere considerati vessatori e mortificanti per il lavoratore e come tali ascrivibili a responsabilità del datore di lavoro, a norma dell’art-. 2087 c.c., sia pure non accomunati dal medesimo fine persecutorio (Cass.  18927/2012; Cass. n. 4222/2016).

Qualora, poi, sia accertata la sussistenza di un intento persecutorio idoneo ad unificare tutti gli episodi addotti dall’interessato si configura una condotta di mobbing (Cass. n. 1247/2018).

Ebbene, nel caso in esame, la corte territoriale aveva accertato, sulla base delle risultanze istruttorie, che i danni lamentati dalla lavoratrice erano ascrivibili alla condotta datoriale di mobbing e che pertanto erano riconducibili all’inadempimento della società al debito di sicurezza prescritto dall’art. 2087 c.c.

Ma in tema di malattia professionale, la tutela assicurativa INAIL va estesa ad ogni forma di tecnopatia, fisica o psichica che possa ritenersi conseguenza dell’attività lavorativa, sia che riguardi la lavorazione che l’organizzazione del lavoro e le sue modalità di esplicazione, anche se non compresa tra le malattie tabellate o tra i rischi specificamente indicati in tabella: dovendo il lavoratore soltanto dimostrare il nesso di causalità tra la lavorazione patogena e la malattia diagnosticata (Cass. n. 5066/2018).

A tal proposito, il giudice può procedere alla verifica dell’applicabilità dell’art. 10 del testo unico sull’assicurazione obbligatoria, anche d’ufficio ed indipendentemente da una richiesta di parte, in quanto si tratta dell’applicazione di norme di legge al cui rispetto il giudice è tenuto (Cass. n. 9166/2017).

La decisione

Ne deriva che il motivo di ricorso della società datrice di lavoro era fondato nel senso, non già del difetto di legittimazione passiva, ma della non effettiva titolarità del rapporto fatto valere in giudizio, per l’accertamento a carico della lavoratrice di un danno biologico dipendente da mobbing in misura dell’8%, in quanto coperto dall’assicurazione obbligatoria dell’Inail, nella sussistenza dei presupposti per l’esonero della responsabilità civile del datore di lavoro (Cass. n. 9166/2017; Cass. n. 20392/2018).

La redazione giuridica

 

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MOBBING LAVORATIVO: DIPENDENTE COMUNALE PERDE LA CAUSA

danno

Nel 2014 la Corte d’appello di Trieste, in parziale riforma della sentenza di primo grado, aveva ritenuto totalmente risarcito, tramite indennizzo erogato dall’INAIL, il danno patrimoniale da perdita della capacità di lavoro specifica subito dal dipendente di un’azienda italiana, a seguito di un infortunio verificatosi durante l’orario di lavoro

Nel computo della somma liquidata, a titolo di risarcimento del danno, la corte territoriale aveva riconosciuto il danno biologico subito dalla madre del predetto lavoratore (cd. danno riflesso).

Nella specie, la corte distrettuale aveva ritenuto di liquidare “le ansie, le preoccupazioni, gli sbalzi di umore, le delusioni e in genere le difficoltà caratteriali del figlio” che questi “scaricava – per la vicinanza spaziale oltre che per il rapporto parentale” – sulla madre.

Aveva, inoltre, considerato le “preoccupazioni e delusioni” maturate dalla stessa “per la condizione di difficoltà in cui versava il figlio a causa dell’infortunio”.

Tuttavia, secondo la madre del lavoratore infortunato, tale somma non era sufficiente ed anzi, trascurava delle circostanze per nulla irrilevanti, quali, prima fra tutte, il fatto che si trattasse di un giovane di appena ventisette anni, che questi conviveva in un nucleo familiare formato solo da lui e dalla stessa madre, la gravità della lesione, la lunga ospedalizzazione, gli interventi chirurgici, la perdita del lavoro e del 50€ della capacità lavorativa specifica, nonché la gravità della colpa datoriale.

Per non parlare del fatto, poi, che tale somma non valorizzava la sua dedizione e il suo impegno quotidiano di assistenza nei confronti del figlio, di quella successiva ai ricoveri ospedalieri, delle difficoltà caratteriali di quest’ultimo e delle dinamiche familiari prima e dopo l’incidente.

Seguiva, pertanto, il ricorso per Cassazione

Ebbene per i giudici della Cassazione, a prescindere dalla specifica definizione utilizzata dai giudici di merito, la valutazione effettuava risultava esaustiva di tutto il danno non patrimoniale subito, iure proprio, dalla madre del lavoratore, danno che- a partire dalle c.d. “sentenze di San Martino” del 2008 (CSS. Sez. Un. n. 26972/2008) -costituisce una categoria di danno unitaria, che ricomprende in sé tutte le possibili componenti di pregiudizio non aventi rilievo patrimoniale, da liquidarsi, dunque, in modo onnicomprensivo, evitando duplicazioni risarcitorie.

I giudici di merito avevano perciò fatto bene ad escludere le ulteriori circostante dedotte dalla madre nel computo della somma liquidata a titolo di danno riflesso, stante l’assenza di prove sufficienti.

In conclusione, il ricorso è stato rigettato con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

 

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INFORTUNIO DURANTE L’ORARIO DI EDUCAZIONE FISICA: CHI NE RISPONDE?

percorso

Non è indennizzabile l’incidente occorso al lavoratore che nel viaggio in itinere verso il luogo di lavoro abbia “arbitrariamente” deciso di seguire un percorso diverso da quella suggerito dall’azienda

Nel 2016 la Corte d’Appello di Bari aveva riformato la sentenza del giudice di primo grado che, in prima istanza, aveva accolto la domanda proposta da un lavoratore, dipendente dell’INAIL, nei confronti dell’azienda per il pagamento delle prestazioni derivanti dall’infortunio in itinere subito nel 2005 lungo il percorso quotidianamente effettuato per recarsi dalla propria abitazione sul luogo di lavoro.

Secondo i giudici della Corte territoriale l’infortunio occorso al ricorrente non era indennizzabile perché verificatosi al di fuori del normale tragitto casa-lavoro.

In altre parole, ai sensi dell’articolo 12 decreto legislativo n. 38/2000 è indennizzabile l’infortunio occorso durante il «normale» percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello di lavoro, salvo il caso di interruzione o deviazione del tutto indipendenti dal lavoro o, comunque, non necessitate; ove per normale percorso si intende quello più breve e diretto nonché delimitato entro un ragionevole arco temporale.

Ebbene, da quanto emerso in giudizio, risultava chiaro che il percorso effettuato il giorno dell’incidente, non era certo il più breve: “dalla comparazione tra il tragitto seguito e quello indicato dall’INAIL risultava che quest’ultimo avrebbe comportato un risparmio in termini di tempo pari a 12 minuti e di distanza tra l’abitazione e la sede lavorativa di 11 chilometri. Il rischio di tornanti – (che interessava un tratto di due soli chilometri del percorso più breve ed, alla stregua della documentazione fotografica, non risultava particolarmente allarmante) – non era tale da giustificare il diverso tragitto percorso, in assenza di indicazioni più specifiche (ad esempio, circa il tasso di incidenti in quel tratto o la natura della strada)”.

Ebbene, era emerso che il dipendente, il giorno del sinistro avesse effettuato irragionevolmente una deviazione per raggiungere la destinazione.

La deviazione non era dipesa da una causa di forza maggiore, da esigenze improrogabili o dall’attuazione di una direttiva del datore di lavoro.

Vi era, dunque, un’ipotesi di rischio elettivo causato dal lavoratore per scelte personali tali da interrompere il nesso di causalità tra il lavoro e l’evento subito.

Il ricorso per Cassazione

Ma secondo il lavoratore il ragionamento della Corte territoriale – secondo cui il percorso più breve e diretto era quello indicato dall’ INAIL – era fuorviante ed illogico.

La scelta del percorso alternativo non era stata per nulla arbitraria né ingiustificata: egli aveva preferito una strada più agevole e priva di tornanti, il che comportava un aggravio di tempo di poco più di dieci minuti.

E, trattandosi di una minima differenza con i percorsi alternativi non si poteva ritenere un aumento del rischio né una deviazione animata da finalità personali; più semplicemente, il percorso era stato scelto perché ritenuto più congeniale per distanza, tempo e traffico del momento.

Ora, le argomentazioni addotte dal ricorrente sebbene astrattamente coerenti, per i giudici della Cassazione non sono ammissibili.

Ed infatti il ricorrente, pur articolando il ricorso in termini di violazione dell’articolo 360 nr. 5 cod.proc.civ., non aveva allegato alcun fatto storico non esaminato nella sentenza impugnata ma si era limitato a contestare la decisione assunta, contrapponendo al giudizio espresso dalla corte d’appello, in ordine alla sussistenza di una ipotesi di rischio elettivo, una diversa valutazione delle ragioni della deviazione dal percorso normale e della loro apprezzabilità e rilevanza; in tal modo sollecitando ai giudici di legittimità un non-consentito riesame del merito.

Per tali ragioni il ricorso del dipendente è stato respinto.

La redazione giuridica

 

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TRASFORMAZIONE DEL CONTRATTO DI LAVORO IN PART TIME: IL RIFIUTO COSTA CARO

malattia

Ancora una volta gli Ermellini sono tornati a discutere sul tema della prova nelle controversie tra dipendente e datore di lavoro. Nella sentenza in commento è stato affermato che la circostanza per cui la malattia professionale denunciata dal lavoratore risulti compresa tra quelle tabellate, ai sensi del D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 3, non costituisce una presunzione assoluta ma è superabile con prova a carico dell’INAIL

Svolgeva la mansione di installatore e manutentore di stampanti e fotocopiatrici. A seguito della sua morte a causa di un cancro ai polmoni, la moglie aveva deciso di citare in giudizio l’INAIL per ottenerne la condanna alla corresponsione della rendita e dell’assegno funerario, dopo aver accertato il nesso causale tra la mansione svolta e la malattia.

Ma la Corte di Appello di Ancona, in riforma della sentenza di primo grado, aveva rigettato la domanda. Questa, infatti, dopo una approfondita indagine, avvalendosi anche dell’aiuto di un tossicologo occupazionale, aveva escluso che l’attività lavorativa in questione avesse avuto una qualche incidenza nella malattia contratta.

Ebbene, le conclusioni del consulente, frutto di accurate indagini, per la corte territoriale meritavano di essere recepite: da esse derivava che l’attività lavorativa non aveva determinato – nemmeno quale concausa – la malattia e la morte del lavoratore.

Seguiva, quindi, il ricorso per Cassazione

La vedova, tramite il proprio difensore di fiducia, denunciava il grave errore di giudizio commesso dai giudici di secondo grado per non aver tenuto in considerazione che la patologia denunciata (tumore ai polmoni) rientrava tra quelle tabellate ai sensi del D.P.R. n. 1124 del 1975, art. 3. Quest’ultima disposizione contempla il tumore del polmone tra le malattie causate dall’esposizione ad idrocarburi policiclici aromatici.

Ed infatti era incontestabile che il proprio marito fosse stato esposto, negli anni dell’attività lavorativa, agli idrocarburi policiclici aromatici, in quanto toner e devoloper di stampanti e fotocopiatrici contenevano una polvere chimica costituita principalmente da carbon black (o nero fumo).

Sulla cancerogenità del carbon black (o nero fumo) e di altre sostanze chimiche contenute nel toner e nel developer (lo stirene, il nichel monossido, il butadiene), la donna asseriva di aver già ampiamente argomentato nei giudizi di merito e nonostante ciò il CTU nominato in appello aveva escluso il nesso causale tra l’esposizione a carbon black ed il cancro al polmone.

I giudici della Cassazione hanno respinto il ricorso; ma interessanti sono chiarimenti offerti in materia di prova della malattia professionale.

La circostanza che la malattia denunciata rientri tra le malattie tabellate, ai sensi del D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 3, – afferma – determina la esistenza di una presunzione legale di origine professionale qualora il lavoratore abbia provato l’adibizione ad una lavorazione tabellata – o l’esposizione ad un rischio ambientale provocato da quella lavorazione – e l’esistenza della malattia ed abbia effettuato la denuncia nel termine massimo di indennizzabilità.
Questa presunzione non è tuttavia assoluta ma è superabile con la prova – a carico dell’INAIL – che la malattia è stata determinata da cause extraprofessionali e non dal lavoro.

Il che è accaduto nella fattispecie di causa in quanto il CTU aveva individuato un diverso fattore – il tabagismo – avente rilevanza causale esclusiva nella determinazione della malattia.

Tale rilievo – concludono i giudici della Suprema Corte –  esime da ogni altra considerazione in ordine alla effettiva ricorrenza nella fattispecie di causa di una delle lavorazioni specificate al n. 33 lett. a) della nuova tabella delle malattie professionali nell’industria di cui al D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 3, e successive modificazioni ed integrazioni (D.P.R. n. 1124 del 1965, all. n. 4).

La redazione giuridica

 

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lavoratori

Contano più le casse dell’Inail o le tasche dei lavoratori? Da come guardi il mondo, tutto dipende, cantava Jarabe de Palo

E ciò vale senz’altro per una piccola, grande novità contenuta nel decreto fiscale e sfuggita all’attenzione dei più. Partiamo dal principio. Per effetto della manovra, l’Inail dovrà fare i conti con una riduzione dei premi pagati dalle imprese al fine di assicurare i lavoratori contro gli infortuni e contro le malattie. Il taglio è pari a un 15,24 per cento, per minori entrate stimate in un miliardo e 535 milioni nel triennio 2019-2021. Ma se con una mano lo Stato ha tolto, con una mano (la solita manina?) ha restituito. Infatti, nelle pieghe del decreto fiscale, è stata inserita una novità nient’affatto favorevole per coloro che incorrono in un infortunio sul lavoro “in itinere”, cioè durante il tragitto casa-lavoro, e viceversa.  Ci riferiamo alla modifica dell’art. 142 del decreto legislativo nr. 209 del 2005 (Nuovo Codice delle Assicurazioni).

I casi di infortunio del lavoratore

Per capire di cosa stiamo parlando, dobbiamo fare un passo indietro e ricordare cosa succede nel caso in cui il lavoratore incappa in un incidente stradale, riportando lesioni pari o superiori al 16 per cento di invalidità permanente.

L’Inail corrisponde all’infortunato delle somme sotto forma di rendite: una come indennizzo del danno biologico (cioè all’integrità psicofisica) e una come indennizzo del pregiudizio patrimoniale (cioè alla capacità lavorativa). Il lavoratore infortunato, tuttavia, può avanzare nei confronti dell’assicurazione automobilistica del responsabile del sinistro una ulteriore pretesa per vedersi ristorare i cosiddetti danni “complementari” e “differenziali”. Si tratta, per farla molto semplice, di quelle voci di danno che l’Inail non indennizza proprio o non indennizza per intero. Per esempio, il danno biologico temporaneo o quello da sofferenza morale, che l’Inail non paga affatto, o una parte del danno biologico permanente, che l’Inail ristora solo in misura parziale. In genere –  ad oggi e di regola –  accade che l’assicurazione del responsabile civile  tratta con il danneggiato e poi gli risarcisce il danno non patrimoniale in base all’entità delle lesioni accertate e alla conseguente monetizzazione delle stesse effettuata secondo precise tabelle elaborate dalla giurisprudenza del Tribunale di Milano. Una volta fatti i “conti della serva”, per così dire, l’assicurazione, in sede di trattativa, o il giudice all’esito di una causa civile, defalcano da quanto spetterebbe al lavoratore, la somma corrispondente al capitale che l’Inail ha accantonato al fine di erogare alla vittima una rendita a titolo di danno biologico. Questa porzione del risarcimento sottratta al lavoratore finisce nella casse dell’Inail.

In gergo, si dice che l’Inail si surroga nei diritti del lavoratore ed è un meccanismo pensato per evitare che l’infortunato venga risarcito due volte per lo stesso danno.

Secondo la giurisprudenza, però, l’Inail non può rivalersi su tutte le somme erogate, a titolo di danno biologico permanente, dall’assicurazione del responsabile civile a favore del lavoratore danneggiato.

Più precisamente, l’Inail – dalla torta del ristoro del danno biologico permanente spettante al lavoratore – potrà ritagliarsi solo una fetta corrispondente a ciò che l’istituto ha corrisposto alla vittima sempre come danno biologico permanente, non anche una fetta corrispondente a ciò che l’istituto ha corrisposto alla vittima come  danno patrimoniale. Il che è logico, giusto e corrispondente a buon senso: il lavoratore non deve essere risarcito due volte per la stessa voce di danno –  abbiamo detto –  ma non deve neppure ricevere meno di quanto gli spetta. Ebbene, l’art. 142 del Nuovo Codice delle Assicurazioni è stato modificato, dal decreto fiscale 2019, in senso opposto a quello cui era pervenuta la giurisprudenza di cui sopra. Infatti, vi si legge che l’assicurazione potrà procedere alla liquidazione del danno a favore del lavoratore infortunato solo previo accantonamento, a beneficio dell’ente pubblico, di una somma “a valere sul complessivo risarcimento” idonea a coprire il credito dell’ente per le somme erogate o da erogare “a qualsiasi titolo”. Facciamo un esempio ipotetico, con valori puramente simbolici, tanto per capire le conseguenze pratiche di tutta la faccenda: supponiamo che un dipendente, tornando a casa in bicicletta da lavoro,  venga investito da un’auto e riporti un  danno biologico permanente pari a un tot per cento per un controvalore in denaro di 100.000 euro. Supponiamo, altresì, che l’Inail accantoni, a favore dello sventurato ciclista, 100.000 euro (di cui 50.000 a titolo di ristoro del danno biologico permanente e 50.000 a titolo di ristoro del pregiudizio patrimoniale).

Facciamo due conti!

Ebbene, fate due conti: con il “vecchio” sistema, al nostro toccavano 50.000 euro di risarcimento (cioè 100.000 meno 50.000 che finivano all’istituto). Con il nuovo sistema, lo stesso povero diavolo otterrebbe un risarcimento, rispetto alle succitate voci, pari a zero e l’ente si piglierebbe tutta la posta.

Quindi, riassumendo, possiamo tranquillamente affermare che, con la riforma in questione, l’Inail potrebbe guadagnarci un bel po’ di quattrini a tutto svantaggio delle vittime degli infortuni sul lavoro. Forse ciò consentirà all’Istituto di “tamponare” gli effetti della riduzione dei premi di cui parlavamo all’inizio. Di certo – a meno di aggiustamenti giurisprudenziali di segno contrario, sempre possibili in Italia –  a rimetterci saranno i diritti dei lavoratori danneggiati a un equo e integrale risarcimento del danno biologico patito.

Avv. Francesco Carraro

 

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INFORTUNI SUL LAVORO, NEL 2018 AUMENTANO DENUNCE E VITTIME

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infortuni sul lavoro

Rispetto al 2017 si registra un incremento delle denunce di infortuni sul lavoro (+0,9%). Più 10% per quelle con esito mortale

Nel 2018 le denunce di infortuni sul lavoro presentate all’Inail sono state 641.261, in aumento dello 0,9% rispetto alle 635.433 del 2017. I dati rilevati al 31 dicembre evidenziano un incremento sia dei casi avvenuti in occasione di lavoro (+0,6%), sia di quelli in itinere (+ 2,8%).

L’Istituto sottolinea, tuttavia, come gli open data pubblicati siano provvisori e il loro confronto richieda cautele, in particolare rispetto all’andamento degli infortuni con esito mortale. Ciò in quanto i dati sono soggetti all’effetto distorsivo di “punte occasionali” e dei tempi di trattazione delle pratiche.

Lo scorso anno il numero degli infortuni sul lavoro denunciati è aumentato dell’1,0% nella gestione Industria e servizi e dell’1,4% nel Conto Stato. In Agricoltura si registra invece un calo dell’1,8%.

L’analisi territoriale evidenzia un aumento delle denunce di infortunio nel Nord-Ovest (+1,1%), nel Nord-Est (+2,2%) e al Sud (+0,8%). Si registra, invece,  un calo al Centro (-0,8%) e nelle Isole (-1,0%). Tra le regioni con i maggiori incrementi percentuali si segnalano la Provincia autonoma di Bolzano (+5,4%), il Friuli Venezia Giulia e il Molise (+3,9%). I decrementi maggiori invece sono stati rilevati nella Provincia autonoma di Trento (-6,5%), in Valle d’Aosta (-4,5%) e in Abruzzo (-3,2%).

L’aumento che emerge dal confronto tra  2017 e 2018 è legato prevalentemente alla componente maschile, che registra un +1,4% rispetto al +0,1% di quella femminile. L’incremento ha interessato soprattutto i lavoratori extracomunitari (+9,3%) e in misura minore quelli comunitari (+1,2%). Le denunce di infortunio dei lavoratori italiani, che rappresentano circa l’84% del totale, sono in calo dello 0,2%.

Dall’analisi per classi di età emergono incrementi per la fascia fino a 34 anni (+4,0%) e tra i 55 e i 74 anni (+3,2%). In flessione, invece, le denunce per le fasce 35-44 anni (-3,7%) e 45-54 anni (-0,9%).

Per quanto riguarda le denunce di infortuni sul lavoro con esito mortale, nel 2018 si registra un aumento del 10,1% rispetto al precedente anno.

Ad agosto, in particolare, si segnalano 132 decessi contro i 78 dell’agosto 2017 (quasi il 70% in più). Alcuni di questi sono stati causati dai cosiddetti incidenti “plurimi”, ovvero che causano la morte di almeno due lavoratori.

Dall’analisi territoriale emerge un aumento di 47 casi mortali nel Nord-Ovest, 24 nel Nord-Est, tre al Centro e 35 al Sud. Nelle Isole, invece, le denunce sono state cinque in meno. A livello regionale spiccano i 27 casi in più della Campania, i 24 in più della Lombardia e del Veneto, i 22 in più della Calabria. E ancora i 15 in più del Piemonte e i nove in più di Liguria e Toscana.  Cali significativi si registrano, invece, in Abruzzo e nelle Marche.

L’aumento rilevato nel confronto tra il 2017 e il 2018 è legato prevalentemente alla componente maschile, i cui casi mortali denunciati sono stati 102 in più. Per quanto riguarda le donne si sono registrate due decessi in più. L’incremento ha interessato sia le denunce dei lavoratori italiani, pari all’84% del totale, sia quelle dei lavoratori extracomunitari e comunitari.

Dall’analisi per classi di età, infine, emerge come una morte su due abbia coinvolto lavoratori di età compresa tra i 50 e i 69 anni, con un incremento di 85 casi rispetto al 2017. In aumento anche le denunce che hanno riguardato la fascia fino a 19 anni e quella tra i 25 e i 39 anni. Sono diminuite, invece, le morti della fascia di età 20-24 anni (da 45 a 41) e di quella 40-49 anni (da 261 a 238).

 

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ASSICURAZIONI CONTRO GLI INFORTUNI DOMESTICI, ESTESE LE TUTELE

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assicurazioni contro gli infortuni domestici

Tra le novità previste dalla Legge di bilancio 2019 in materia di assicurazioni contro gli infortuni domestici, figura l’abbassamento dal 27% al 16% del grado minimo di invalidità per la costituzione della rendita

La legge di bilancio 2019 ha esteso la tutela garantita dalle assicurazioni contro gli infortuni in ambito domestico. La copertura è obbligatoria per tutte le persone che svolgono un’attività rivolta alla cura dei componenti della famiglia e dell’abitazione, in modo abituale ed esclusivo e senza vincoli di subordinazione.

Le novità, in vigore dallo scorso primo gennaio, riguardano l’abbassamento del grado di invalidità necessario per la costituzione della rendita, passato dal 27% al 16%. E ancora, l’introduzione di una prestazione una tantum pari a 300 euro, quando l’inabilità permanente accertata è compresa tra il 6% e il 15%.

Viene inoltre riconosciuto l’assegno per assistenza personale continuativa ai titolari di rendita per determinate menomazioni. Infine, la nuova normativa ha esteso di due anni l’età dei beneficiari della tutela assicurativa. Quest’ultima ora si applica alle persone tra i 18 e i 67 anni, anziché tra i 18 e i 65 anni, come in precedenza.

La circolare Inail n. 2 del 22 gennaio ha chiarito che, in attesa del decreto di attuazione delle nuove misure – che dovrà essere adottato dal ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, di concerto con il ministro dell’Economia e delle Finanze, su proposta del presidente dell’Inail – l’importo da versare entro il prossimo 31 gennaio ai fini del rinnovo dell’assicurazione contro gli infortuni domestici resta pari a 12,91 euro.

Il decreto interministeriale provvederà a regolare la richiesta di integrazione del premio per il 2019, per allineare l’importo annuale ai 24 euro fissati dalla legge di bilancio. Rimangono invariate le modalità per ottenere l’esonero dal pagamento del premio previsto per i redditi più bassi.

 

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malattia professionale

L’onere della prova a carico del lavoratore che agisce per il risarcimento integrale del danno patito per malattia professionale causata da un infortunio sul lavoro, consiste nel provare il fatto costituente l’inadempimento e il nesso di causalità materiale tra l’inadempimento e il danno, ma non la colpa del datore di lavoro

La vicenda in commento, decisa dalla Cassazione con una recentissima decisione della sezione Lavoro pubblicata l’8 gennaio, trae origine dal ricorso al Giudice del Lavoro del Tribunale di Treviso di una lavoratrice che conveniva in giudizio il datore di lavoro per vedersi riconosciuto il diritto al risarcimento dei danni conseguenti a malattia professionale e all’accertamento della illegittimità del licenziamento che le era stato intimato.

In questa sede tralasciamo la contestazione inerente il licenziamento per porre l’attenzione sull’accertamento dei diritto al risarcimento dei danni per malattia professionale.

Si premette che, in caso di malattia professionale, la responsabilità del datore di lavoro permane relativamente al danno morale, non coperto dall’indennizzo dell’INAIL e, quanto al danno biologico, per la differenza tra quanto viene erogato dall’INAIL quale risarcimento della compromissione del diritto alla salute e quanto di spettanza del lavoratore in base ai criteri di determinazione del danno, il cosiddetto danno differenziale.

Il Tribunale trevigiano aveva respinto le domande della lavoratrice e così pure la Corte di Appello di Venezia accertando che per la richiesta di risarcimento dei danni derivanti dalle modalità di svolgimento delle mansioni era risultato che costei dal 1988 aveva svolto in maniera solo occasionale la movimentazione manuale dei pazienti non autosufficienti, mentre la patologia lombare, che lamentava, si era manifestata a distanza di tre anni, inoltre le allegazioni circa lo svolgimento delle mansioni di pulizia, la composizione dei detergenti e la nocività dell’ambiente di lavoro erano del tutto generiche ed infine per quanto concerneva la sindrome del tunnel carpale “i capitoli di prova non offrivano elementi per affermare la natura ripetitiva delle mansioni, non essendone descritte le modalità di svolgimento”.

Il ricorso per Cassazione

La controversia pertanto approdava in Cassazione per impulso della lavoratrice e veniva decisa con la sentenza n. 195 pubblicata l’8 gennaio 2019.

La ricorrente proponeva tre motivi e, per quanto di interesse, in sintesi con il primo lamentava che il giudice di merito aveva omesso di esaminare la “copiosa documentazione” comprovante la grave patologia degenerativa e il nesso causale con l’attività professionale svolta alle dipendenze dell’Istituto con riferimento, in particolare, alla movimentazione dei pazienti, con un secondo motivo del ricorso principale denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 2087 c.c. “tutela delle condizioni di lavoro” e 1218 c.c. “responsabilità del debitore” in quanto, a suo dire, era stato richiesto alla ricorrente di provare l’inadempimento del datore di lavoro alle prescrizioni dell’art. 2087 c.c. mentre, trattandosi di responsabilità contrattuale, la ricorrente aveva solo onere di provare il danno e il nesso causale con l’attività lavorativa, spettando al datore l’onere di dimostrare di avere adottato tutte le cautele necessarie per impedire il danno.

La Corte di piazza Cavour ha respinto il ricorso confermando la sentenza della Corte di Appello.

Quanto al primo motivo, rileva la sezione lavoro, come le Sezioni Unite hanno chiarito, sentenza n. 8053 del 2014, con riguardo ai limiti della denuncia di omesso esame di una quaestio facti, che il nuovo testo dell’art. 360, comma 1, n. 5 cod. proc. civ. consente tale denuncia nei limiti dell’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia.

Pertanto la difesa del ricorrente era tenuta a indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, mentre il ricorso si limita a denunciare l’erroneità della sentenza per avere escluso il nesso causale tra la patologia degenerativa rachidea e l’attività professionale, lamentando l’inadeguato o erroneo esame della documentazione prodotta dalla ricorrente e rinviando agli atti per supportare la riconducibilità delle altre due patologie lamentate all’ambiente lavorativo e alle condizioni di svolgimento delle mansioni. Secondo la Corte il motivo non è ammissibile in quanto “la censura di omesso esame di un fatto decisivo si risolve, nella sostanza, in una inammissibile richiesta di rivalutazione del merito della causa”.

La prova del nesso causale

Il focus della decisione in commento va sottolineato in relazione al secondo motivo di impugnazione: la giurisprudenza costante di legittimità pone a carico del lavoratore che agisca, nei confronti del datore di lavoro, per il risarcimento integrale del danno patito a seguito di infortunio sul lavoro, l’onere di provare il fatto costituente l’inadempimento ed il nesso di causalità materiale tra l’inadempimento ed il danno, ma non anche la colpa della controparte, nei cui confronti opera la presunzione ex art. 1218 del codice civile che disciplina la responsabilità contrattuale.

La Corte di appello non aveva ritenuto dimostrato, dalle allegazioni della ricorrente, il nesso causale tra le mansioni e la patologia sottolineando che erano trascorsi ben tre anni circa, tra il momento del mutamento delle mansioni con il passaggio ad una movimentazione solo occasionale del pazienti non autosufficienti e la diagnosi della patologia lombare ritenendo non sufficiente la documentazione per ritenere sussistente il nesso causale.

Sempre il giudice di appello aveva valutato come generiche le allegazioni inerenti la presunta insalubrità dell’ambiente lavorativo e circa l’uso dei detergenti per cui non era dimostrato il nesso causale tra le mansioni svolte e la patologia oculare ed infine, aveva reputato carenti anche le indicazioni probatorie della lavoratrice in ordine alla ripetitività delle mansioni tali da ritenersi riconducibile ad esse la sindrome del tunnel carpale come malattia professionale.

Mancava, dunque, la prova, per la tutela del lavoratore sul posto di lavoro prevista dall’art. 2087 c.c. dell’inadempimento del datore di lavoro.

Il ricorso della lavoratrice per malattia professionale è stato, così, rigettato con condanna alle spese del giudizio.

Avv. Luigi De Valeri

(Foro di Roma)

 

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infortuni denunciati

Nel periodo gennaio-novembre 2018 si registra, per gli infortuni denunciati all’Inail, un incremento dello 0,5%. Tornano ad aumentare anche i casi di malattie professionali

Nei primi 11 mesi del 2018 gli infortuni denunciati all’Inail sono stati 592.571, in aumento dello 0,5% rispetto all’analogo periodo del 2017. I dati rilevati al 30 novembre di ciascun anno evidenziano un incremento dei casi avvenuti in occasione di lavoro, da 501.274 a 502.093 (+0,2%). Aumentano anche gli infortuni in itinere (nel tragitto tra l’abitazione e il posto di lavoro), passati da 88.209 a 90.478 (+2,6%).

Il numero degli infortuni denunciati è aumentato dello 0,7% nella gestione Industria e servizi e dello 0,3% nel Conto Stato. In Agricoltura si registra invece un calo dell’1,7%. L’analisi territoriale evidenzia un aumento delle denunce nel Nord-Ovest (+0,8%), nel Nord-Est (+1,7%) e al Sud (+0,5%). Si registra, invece, un calo al Centro (-1,1%) e nelle Isole (-1,8%). Tra le regioni con i maggiori incrementi percentuali si segnalano la Provincia autonoma di Bolzano (+5,3%), il Friuli Venezia Giulia (+4,3%) e il Molise (+3,2%). I decrementi maggiori sono quelli rilevati nella Provincia autonoma di Trento (-7,6%), in Valle d’Aosta (-4,6%) e in Abruzzo (-3,7%).

L’aumento delle denunce rilevato nel confronto tra i primi 11 mesi del 2017 e del 2018 è legato esclusivamente alla componente maschile, che registra un +1,0%. L’incremento ha interessato soprattutto i lavoratori extracomunitari (+8,9%) e, in misura minore, quelli comunitari (+0,6%). Le denunce di infortunio dei lavoratori italiani, che rappresentano circa l’84% del totale, sono in calo dello 0,6. Dall’analisi per classi di età emergono incrementi per la fascia fino a 29 anni (+4,2%) e tra i 55 e i 69 anni (+3,1%). In flessione, invece, le denunce per le fasce 30-44 anni (-3,0%) e 45-54 anni (-1,0%).

Le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale sono state 1.046, 94, in aumento rispetto alle 952 denunciate nel 2017 (+9,9%).

L’aumento è dovuto soprattutto all’elevato numero di decessi avvenuti lo scorso mese di agosto rispetto all’agosto 2017, alcuni dei quali causati dai cosiddetti incidenti “plurimi”. Nel solo mese di agosto, infatti, si è contato un rilevante numero di vittime (37) in incidenti plurimi rispetto all’intero periodo gennaio-novembre 2017 (42). Tra gli eventi dell’agosto 2018 con il bilancio più tragico si ricorda, in particolare, il crollo del ponte Morandi a Genova, con 15 denunce di casi mortali.

L’analisi territoriale evidenzia un incremento di 47 casi mortali nel Nord-Ovest (da 238 a 285), di 32 nel Nord-Est (da 232 a 264) e di 22 al Sud (da 205 a 227). Costante il Centro, con 193 denunce in entrambi i periodi, mentre nelle Isole i casi denunciati sono stati sette in meno (da 84 a 77). A livello regionale spiccano i 29 casi mortali in più del Veneto (da 84 a 113), i 23 in più della Lombardia (da 127 a 150) e i 22 in più della Calabria (da 16 a 38). Seguono Campania (+20), Piemonte (+15) e Toscana (+11). Cali significativi si registrano, invece, in Abruzzo (da 47 a 23) e nelle Marche (da 32 a 18).

L’aumento rilevato nel confronto tra i primi 11 mesi del 2017 e del 2018 è legato prevalentemente alla componente maschile, con 87 denunce in più (da 862 a 949). Quella femminile ha registrato sette decessi in più (da 90 a 97). L’incremento ha interessato sia le denunce dei lavoratori italiani (da 798 a 877) sia quelle dei lavoratori extracomunitari (da 107 a 123). Tra i lavoratori comunitari, invece, è stato denunciato un caso in meno (da 47 a 46).

Dall’analisi per classi di età emerge come quasi una morte su due abbia coinvolto lavoratori tra i 50 e i 64 anni. In aumento anche le denunce che hanno riguardato gli under 34 e gli over 65. Sono diminuite, invece, le morti dei lavoratori tra i 45 e i 49 anni. Stabili, infine, quelle della classe 35-44 anni (181 in entrambi i periodi).

Sul fronte delle malattie professionali, dopo la diminuzione registrata nel 2017, nei primi 11 mesi del 2018 le denunce protocollate dall’Inail sono tornate ad aumentare.

Allo scorso 30 novembre, infatti, l’incremento si è attestato al +2,2%. L’incremento percentuale maggiore è quello registrato in Agricoltura, pari al +2,7% (da 10.464 a 10.745), seguito dal +2,2% dell’Industria e servizi (da 42.745 a 43.687). Nel Conto Stato il numero delle patologie denunciate è diminuito del 5,5% (da 656 a 620). Le patologie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo insieme a quelle del sistema nervoso hanno continuato a rappresentare le prime tre malattie professionali denunciate.

L’analisi territoriale evidenzia incrementi delle denunce al Centro (+1.177), dove si concentra oltre un terzo del totale dei casi protocollati dall’Istituto, al Sud (+513 casi), dove le tecnopatie denunciate sono quasi un quarto del totale, e nel Nord-Ovest (+151). In calo, invece, il dato del Nord-Est (-335) e delle Isole (-319).

In ottica di genere si rilevano 1.177 denunce di malattia professionale in più per i lavoratori (+3,0%) e 10 casi in più per le lavoratrici (+0,1%). L’incremento ha interessato sia le denunce dei lavoratori italiani (+2,1%), sia quelle dei lavoratori comunitari (+7,8%), ed extracomunitari (+1,2%).

 

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