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Il danno alla salute che può patire la vittima di lesioni personali, la quale sopravviva quodam tempore e poi deceda a causa della gravità delle lesioni, dal punto di vista medico-legale può consistere solo in una invalidità temporanea, mai in una invalidità permanente

La vicenda

A seguito di uno scontro frontale, verificatosi in prossimità d’uno svincolo autostradale tra un autobus e un’autovettura, persero la vita tre dei passeggeri a bordo (rispettivamente moglie e due figli del conducente), un altro subì soltanto lesioni personali.

Un primo giudizio, introdotto dalla società proprietaria dell’autobus dinanzi al Tribunale di Arezzo, si era concluso con una sentenza definitiva della Corte d’appello di Firenze, che attribuì al conducente del veicolo una responsabilità dell’80% nella causazione del sinistro, ed il restante 20% al conducente dell’autobus.

Il secondo giudizio fu introdotto nel 2005 dinanzi al Tribunale di Milano dal terzo trasportato, sopravvissuto all’incidente, nonché dal padre e fratello della donna defunta.

In primo grado il Tribunale di Milano attribuì la responsabilità esclusiva del sinistro al conducente e comproprietario del veicolo. Accolse, di conseguenza, le domande attoree nei soli confronti di quest’ultimo e della sua compagnia assicurativa.

In appello, la corte milanese attribuì al conducente dell’autoveicolo, un concorso di colpa dell’80%, al conducente dell’autobus il restante 20%; rigettò la domanda di risarcimento del danno patrimoniale da perdita della capacità di lavoro proposta dal terzo trasportato, sul presupposto che questi non avesse provato l’entità del reddito percepito al momento dell’infortunio; rigettò altresì le richieste istruttorie formulate dal danneggiato, reputandole “del tutto generiche”; ritenne, infine, corretta la stima del danno biologico patito dal ricorrente, già liquidata dal giudice di primo grado nella somma di 50.000 euro.

Sulla vicenda si sono pronunciati anche i giudici della Terza Sezione Civile della Cassazione (sentenza n. 18056/2019).

In primo luogo è stato chiarito che l’invalidità biologica può scaturire tanto da una lesione fisica, quanto da una lesione psichica.

“L’una e l’altra costituiscono infatti, dal punto di vista giuridico, un ‘danno biologico’. Il c.d. “danno psichico” non è un pregiudizio diverso dal danno biologico: è, più semplicemente, un danno biologico consistente nella alterazione o soppressione delle facoltà mentali. Si tratta dunque d’una categoria descrittiva e non giuridica, così come – ad esempio -, se si parlasse di “danno neurologico” o di “danno cardiovascolare”.

Anche il danno psichico, pertanto, come qualsiasi altra lesione della salute, va accertato in corpore con criteri medico-legali, e va valutato in punti percentuali in base ad un accreditato bareme medico-legale. Ove, poi, una lesione della salute psichica venga a cumularsi con un evento stressogeno quale il lutto, spetterà al giudice di merito stabilire in concreto, se il dolore causato dalla perdita d’un familiare sia o non sia degenerato in una sindrome di rilievo neurologico: accertamento che quest’ultimo dovrà compiere con metodo accurato e scientificamente valido, consistente nel far somministrare al danneggiato adeguati test psicologici; nel farlo sottoporlo a reiterati colloqui con uno specialista psichiatra e così via.

Nel compiere tali operazioni, il giudice di merito ovviamente dovrà astenersi sia dal ritenere che la stima del danno morale causato dalla morte d’un congiunto possa ristorare di per sé anche l’eventuale malattia psichica patita dal superstite; sia all’opposto dall’indulgere a frettolose “panpsichiatrizzazioni” d’ogni moto dell’animo, pervenendo a concludere che qualsiasi turbamento costituisca per ciò solo un danno alla salute

Nella stessa sentenza, i giudici della Terza Sezione hanno altresì sgomberato il campo dalla confusione sul piano giuridico delle varie espressioni, coniate negli anni, dalla troppo fervida fantasia di taluni interpreti, e troppo spesso abusate, quali “danno terminale”, “danno tanatologico”, “danno catastrofale”, “danno esistenziale”.

Queste espressioni – ha affermato – non hanno alcuna dignità scientifica; sono usate in modo polisemico; sono talora anche etimologicamente scorrette (come l’espressione “danno tanatologico”).

La persona che, ferita, sopravviva quodam tempore, e poi muoia a causa delle lesioni sofferte, può patire un danno non patrimoniale.

Questo danno può teoricamente manifestarsi in due modi, ferma restando la sua unitarietà quale concetto giuridico.

Il primo è il pregiudizio derivante dalla lesione della salute; il secondo è costituito dal turbamento e dallo spavento derivanti dalla consapevolezza della morte imminente.

Ambedue questi pregiudizi hanno natura non patrimoniale, come non patrimoniali sono tutti i pregiudizi che investono la persona in sé e non il suo patrimonio.

Quel che li differenzia non è la natura giuridica, ma la consistenza reale: infatti il primo (lesione della salute):

  • ha fondamento medico legale;
  • consiste nella forzosa rinuncia alle attività quotidiane durante il periodo della invalidità;
  • sussiste anche quando la vittima sia stata incosciente.

Il secondo, invece:

  • non ha fondamento medico legale;
  • consiste in un moto dell’animo;
  • sussiste solo quando la vittima sia stata cosciente e consapevole.

Il danno alla salute che può patire la vittima di lesioni personali, la quale sopravviva quodam tempore e poi deceda a causa della gravità delle lesioni, dal punto di vista medico-legale può consistere solo in una invalidità temporanea, mai in una invalidità permanente.

Il lemma “invalidità”, infatti, designa uno stato menomativo che può essere transeunte (invalidità temporanea) o permanente (invalidità permanente). L’espressione “invalidità temporanea” designa lo stato menomativo causato da una malattia, durante il decorso di questa. L’espressione “invalidità permanente” designa invece, lo stato menomativo che residua dopo la cessazione d’una malattia.

“L’esistenza d’una malattia in atto e l’esistenza di uno stato di invalidità permanente non sono tra loro compatibili: sinché durerà la malattia, permarrà uno stato di invalidità temporanea, ma non v’è ancora invalidità permanente; se la malattia guarisce con postumi permanenti si avrà uno stato di invalidità permanente, ma non vi sarà più invalidità temporanea; se la malattia dovesse condurre a morte l’ammalato, essa avrà causato solo un periodo di invalidità temporanea” (Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 32372 del 13.12.2018; Sez. 3, Sentenza n. 5197 del 17/03/2015).

Per risalente convenzione medico-legale, il danno alla salute da invalidità temporanea si apprezza in giorni, mai in frazioni di giorni.

Ne deriva che in tanto la vittima di lesioni potrà acquistare il diritto al risarcimento del danno alla salute, in quanto abbia sofferto un danno alla salute medico legalmente apprezzabile, dal momento che per espressa definizione normativa, il danno biologico è solo quello “suscettibile di accertamento medico legale” (così l’art. 138 cod. ass.; conforme è la dottrina e l’ormai pluridecennale giurisprudenza di questa Corte).

Il risarcimento del danno biologico temporaneo

Quanto al danno biologico temporaneo, per potersene predicare l’esistenza sarà necessario che la lesione della salute si sia protratta per un tempo apprezzabile, perché solo un tempo apprezzabile consente quell’”accertabilità medico legale” che costituisce il fondamento del danno biologico temporaneo.

Normalmente tale “lasso apprezzabile di tempo” dovrà essere superiore alle 24 ore, giacché come accennato è il “giorno” l’unità di misura medico legale della invalidità temporanea; ma in astratto non potrebbe escludersi a priori l’apprezzabilità del danno in esame anche per periodi inferiori.

Nell’uno, come nell’altro caso, lo stabilire se la vittima abbia patito un danno biologico “suscettibile di accertamento medico legale” è un giudizio di fatto riservato al giudice di merito, e non sindacabile in sede di legittimità.

La consapevolezza di dover morire

La vittima di lesioni che, a causa di esse, deceda dopo una sopravvivenza quodam tempore, può poi patire un pregiudizio non patrimoniale di tipo diverso: la sofferenza provocata dalla consapevolezza di dovere morire.

Questa sofferenza potrà essere multiforme, e potrà consistere nel provare – ad esempio – la paura della morte; l’agonia provocata dalle lesioni; il dispiacere di lasciar sole le persone care; la disperazione per dover abbandonare le gioie della vita; il tormento di non sapere chi si prenderà cura dei propri familiari, e così via, secondo le purtroppo infinite combinazioni di dolore che il destino può riservare al genere umano.

L’esistenza stessa, e non la risarcibilità, del pregiudizio in esame, al contrario del danno alla salute, presuppone che la vittima sia cosciente.

Se la vittima non sia consapevole della fine imminente, infatti, non è nemmeno concepibile che possa prefigurarsela, e addolorarsi per essa.

Tuttavia, anche una sopravvivenza di pochi minuti può consentire alla vittima di percepire la propria fine imminente mentre, al contrario, una lunga sopravvivenza in totale stato di incoscienza non consentirebbe di affermare che la vittima abbia avuto consapevolezza della propria morte.

In conclusione, i giudici della Suprema Corte hanno affermato che:

  • le espressioni “danno terminale”, “danno tanatologico”, “danno catastrofale” non corrispondono ad alcuna categoria giuridica, ma possono avere al massimo un valore descrittivo, e neanche preciso;
  • il danno da invalidità temporanea patito da chi sopravviva quodam tempore ad una lesione personale mortale è un danno biologico, da accertare con gli ordinari criteri della medicina legale. Di norma, esso sarà dovuto se la sopravvivenza supera le 24 ore, ed andrà comunque liquidato avendo riguardo alle specificità del caso concreto;
  • la sofferenza patita da chi, cosciente e consapevole, percepisca la morte imminente, è un danno non patrimoniale, da accertare con gli ordinari mezzi di prova, e da liquidare in via equitativa avendo riguardo alle specificità del caso concreto.

La redazione giuridica

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danno da maggiore resilienza

L’esponente dichiarava di essere stata travolta sulle strisce pedonali dall’autovettura condotta dal convenuto e di aver riportato gravi lesioni personali

A seguito di Atp chiesta ante causam aveva chiesto la condanna di quest’ultimo, in solido con la compagnia assicurativa al risarcimento, a titolo di responsabilità extracontrattuale, dei danni subiti.

La stessa aveva quantificato il danno complessivo in misura pari a 380.917,00 euro, dedotto l’acconto già percepito e chiesto il risarcimento del danno non patrimoniale, distinto in biologico da invalidità temporanea e biologico da invalidità permanente, personalizzazione e c.d. “danno da sofferenza”, e del danno patrimoniale derivante da perdita di capacità lavorativa specifica di casalinga nonché le spese di cura sostenute e future.

L’assicurazione si era costituita in giudizio contestando la pretesa avversaria limitatamente al quantum debeatur, sostenendo di aver già risarcito integralmente la parte attrice con il versamento ante causam.

Nella specie, quest’ultima contestava la percentuale di danno biologico riconosciuto dal medico-legale nell’Atp; l’entità del risarcimento chiesto dalla parte attrice per l’invalidità temporanea; la risarcibilità di un’autonoma voce, qualificabile come “danno da sofferenza”; la riconoscibilità della personalizzazione del danno non patrimoniale, per mancato assolvimento al relativo onere probatorio; la riconoscibilità di un danno alla capacità lavorati va di casalinga, avendo ella già compiuto 77 anni all’epoca del sinistro ed infine, l’eccessività delle spese di cura future richieste.

Il giudizio di primo grado

Il Tribunale di Parma (sentenza n. 999/2019) ha condiviso le conclusioni del medico legale nell’Atp, il quale aveva indicato in modo esaustivo i criteri applicati per la concreta valutazione del danno.

In particolare, è stata ritenuta corretta l’incidenza attribuita dal Ctu alla minor resilienza (ovvero “capacità di resistenza di un organismo vivente alle variazioni biologiche psico-neuro-endocrine determinate da eventi traumatici, soprattutto se di entità rilevante”), dovuta all’avanzata età della vittima(77 anni) al momento dell’incidente.

Per la liquidazione del danno non patrimoniale ha tenuto conto delle tabelle milanesi per l’anno 2018.

Quanto alla richiesta di personalizzazione del danno, essa è stata accolta nella misura massima prevista, pari ad un aumento del 25% del punto base, per il danno permanente e pari a 147 euro al giorno per il danno temporaneo, alla luce delle considerazioni esposte dal Ctu riguardo alla “fragilità” della danneggiata.

Non è stata invece, accolta la richiesta di risarcimento dell’ulteriore voce di c.d “danno da sofferenza” poiché ricompresa nella personalizzazione del danno che già tiene conto delle sofferenze soggettive del danneggiato.

Risarcimento del danno alla casalinga

Per quanto riguarda la liquidazione del risarcimento del danno patrimoniale, il Tribunale di Parma ha ricordato che chi svolge attività domestica, benché non percepisca un reddito monetizzato, svolge tuttavia un lavoro suscettibile di valutazione economica.

E che dunque, grava sulla casalinga danneggiata, l’onere di dimostrare che le lesioni subite abbiano comportato delle conseguenze pregiudizievoli nello svolgimento del proprio lavoro domestico, sia quando consistono in un totale impedimento nello svolgere le proprie funzioni, sia quando l’attività domestica sia resa più onerosa e complicata. Tale prova può essere anche presuntiva.

Ed invero, nel caso di specie, lo stesso Ctu aveva accertato la perdita di un terzo della capacità di parte attrice ad attendere alle proprie faccende domestiche, a seguito del sinistro.

Perciò, il risarcimento per la riduzione della capacità lavorativa di casalinga è stato liquidato sulla base del triplo della pensione sociale e dunque, nella misura richiesta, pari alla somma di euro 27.317 (pari alla pensione sociale di euro 5.830 x3 x1/3x 4,685, coefficiente di sopravvivenza in relazione all’età).

Infine, l’attrice ha ottenuto il risarcimento delle spese mediche sostenute pari a 7.396 euro; quanto alle spese future sono state liquidati 5.000 euro complessivi.

Avv. Sabrina Caporale

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incidente stradale pedoni

L’accecamento da colpo di sole e l’improvviso attraversamento dei pedoni in prossimità delle strisce pedonali non fa venir meno la responsabilità del conducente per i danni che ne siano derivati alle persone

La vicenda

Il 3 settembre 2018, il Giudice di Pace di Enna, dichiarava non doversi procedere nei confronti dell’imputata, accusata del reato di lesioni colpose gravi commesse ai danni di due pedoni, per essere il reato, da una parte, estinto per intervenuta remissione di querela e dall’altro insussistente.

Secondo l’accusa, l’imputata alla guida della sua autovettura, con violazione delle norme del codice della strada, investiva, urtando violentemente due pedoni che stavano attraversando la strada, provocando a ciascuno di essi lesioni giudicate guaribili in più di quaranta giorni.

La pronuncia liberatoria del giudice di pace siciliano era, tuttavia, fondata sul fatto che, sebbene l’auto dell’imputata viaggiasse ad una velocità, sicuramente non consentita per il tratto di strada in questione, centro urbano e in prossimità di scuole, i due pedoni avevano imprudentemente iniziato l’attraversamento quando già stava sopraggiungendo la vettura, “confidando – a loro detta – nella decelerazione della stessa”, così violando il D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 190, comma 2.

Ma non è tutto. Questi ultimi, non meno imprudentemente, avevano altresì, omesso di servirsi delle strisce pedonali pur presenti in zona, come accertato dalla Polizia Municipale, precisamente a circa 30-35 metri, da una parte, e a circa 65-70 metri, dall’altra parte, così violando anche il D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 190, comma 5.

Per tali motivi, gli agenti della Polizia municipale, avevano ritenuto di non elevare contravvenzioni alla donna.

Il giudice di pace aveva, perciò, sostanzialmente ritenuto la imprevedibilità della condotta di attraversamento improvviso dei pedoni in un punto, del centro abitato, compreso tra due strisce pedonali ed aveva, inoltre, attribuito rilievo all’accecamento da colpo di sole, confermato anche nel verbale di Polizia Municipale.

I giudici della Quarta Sezione della Cassazione (sentenza n. 27876/2019) non hanno confermato la decisione impugnata dalla parte civile, poiché in netto contrasto con il consolidato e risalente orientamento giurisprudenziale secondo il quale : “Poiché l’esercizio del diritto di precedenza non può considerarsi illimitato, dovendo essere sempre subordinato al principio del “neminem laedere“, ove un pedone attraversi la carreggiata fuori delle apposite strisce, il conducente del veicolo è tenuto a rallentare la velocità e, addirittura, ad interrompere la marcia al fine di evitare incidenti che potrebbero derivare proprio da mancata cessione della precedenza a suo favore. Se ciò non faccia, la responsabilità per l’eventuale evento colposo verificatosi è sempre a lui attribuibile, pur se al comportamento del pedone possa, secondo le condizioni del caso, attribuirsi una efficienza causale concorsuale in base all’apprezzamento motivato del giudice di merito”.

E, “In caso di incidente stradale con investimento di pedone la repentinità dell’attraversamento da parte di questo non è sufficiente ad escludere la responsabilità del conducente che non abbia in precedenza osservato una condotta esente da colpa”.

Peraltro, “l’abbagliamento da raggi solari del conducente di un automezzo non integra un caso fortuito e, pertanto, non esclude la penale responsabilità per i danni che ne siano derivati alle persone. In una tale situazione (di abbagliamento) il conducente è tenuto ad interrompere la marcia, adottando opportune cautele onde non creare intralcio alla circolazione ovvero l’insorgere di altri pericoli, ed attendere di superare gli effetti del fenomeno impeditivo della visibilità” (Sez. 4, n. 10337 del 01/06/1989).

La redazione giuridica

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motociclista incidente stradale

Ha errato la corte d’appello di Brescia nell’escludere l’aggravante dell’aver commesso un incidente stradale al motociclista che, in stato di ebbrezza, aveva perso il controllo del proprio mezzo, terminando la corsa in un campo agricolo e riportando lesioni

Al riguardo deve farsi applicazione del principio, affermato dalla Quarta Sezione della Cassazione (Sez. 4, n. 37743 del 28/05/2013), secondo cui, ai fini della configurabilità dell’aggravante in esame, è sufficiente la dipendenza causale dell’incidente dalla condotta alla guida del conducente: principio che deve essere inteso nel senso che l’avere provocato un incidente è sempre conseguenza di una condotta inosservante di regole cautelari, siano esse quelle codificate dal Codice della strada (ossia le norme sulla circolazione stradale), siano esse quelle generali di prudenza, diligenza e perizia, tese in ogni caso a prevenire il verificarsi del sinistro medesimo.

La vicenda

Il Tribunale di Brescia aveva dichiarato un motociclista responsabile del reato di guida in stato di ebbrezza, condannandolo alla pena di mesi 20 giorni di arresto ed Euro 600,00 di ammenda, sostituita ai sensi dell’art. 186 C.d.S., comma 9 bis con giorni 23 di lavoro di pubblica utilità.

L’imputazione era relativa al D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 186, comma 2, lett. b e comma 2 bis perché circolava alla guida del motoveicolo Harley Davidson in stato di ebbrezza alcolica, con tasso alcolemico superiore a 0,8 gr/l e non superiore a 1,5 gr/l (1,42 dr/l accertato con referto ospedaliero) e provocava un incidente stradale.

Avverso tale sentenza il Procuratore Generale della Corte di Appello di Brescia ha proposto ricorso per Cassazione, lamentando la violazione di legge, in ordine alla esclusione dell’aggravante di aver provocato un incidente stradale di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2-bis, in quanto l’imputato era fuoriuscito dalla sede stradale con la motocicletta, riportando lesioni, mentre il Tribunale erratamente aveva ritenuto che non si concretizzasse l’ipotesi dell’incidente “essendo ad attore unico senza nessuna conseguenza per la viabilità di persone o cose”.

La Quarta Sezione Penale della Cassazione (sentenza n. 27211/2019) ha accolto il ricorso dell’accusa perché fondato.

La nozione di incidente stradale

La giurisprudenza di legittimità, proprio in tema di reato di guida in stato di ebbrezza, ha più volte ribadito che ai fini dell’operatività del divieto di sostituzione della pena detentiva e pecuniaria con il lavoro di pubblica utilità previsto dall’art. 186 C.d.S., comma 9 bis è sufficiente che ricorra la circostanza aggravante di aver provocato un incidente stradale, essendo, invece, irrilevante che, all’esito del giudizio di comparazione con circostanza attenuante, essa non influisca sul trattamento sanzionatorio (Sez. 4, n. 13853 del 04/02/2015; Sez. 4, Sentenza n. 48534 del 24/10/2013).

La nozione di sinistro stradale applicabile in relazione al reato in questione si identifica con quella delineata dalla Convenzione di Vienna dell’8 novembre 1968, secondo la quale costituisce sinistro stradale un evento verificatosi nelle vie o piazze aperte alla circolazione in cui rimangono coinvolti veicoli, esseri umani o animali fermi o in movimento e dal quale derivino lesioni a cose, animali, o a persone.

Nella giurisprudenza di legittimità, coerentemente con siffatta nozione, si è affermato che deve intendersi per incidente qualsiasi avvenimento inatteso che, interrompendo il normale svolgimento della circolazione stradale, possa provocare pericolo alla collettività, senza che assuma rilevanza l’avvenuto coinvolgimento di terzi o di altri veicoli.

La pena sostitutiva del lavoro di pubblica utilità

Come noto, la L. n. 120 del 2010, art. 33 ha introdotto nell’art. 186 anche un nuovo comma, il 9-bis, che attribuisce al giudice il potere di sostituire per non più di una volta la pena (sia detentiva che pecuniaria) applicata per le contravvenzioni di guida in stato di ebbrezza con quella del lavoro di pubblica utilità, salvo nel caso in cui il conducente abbia provocato un incidente; inoltre, secondo il comma 2 bis del medesimo art. 186 C.d.S., le pene di cui al comma 2, quindi quelle relative sia alla lett. a) che b) e c), sono raddoppiate quando il guidatore in stato di ebbrezza provoca un incidente, ed è sempre disposto il fermo amministrativo dell’autovettura.

È evidente – aggiungono gli Ermellini -che il legislatore ha diversificato le situazioni tra chi conduce semplicemente un veicolo in stato di ebbrezza e chi in tale stato provoca un incidente, quest’ultima ipotesi ritenuta, ovviamente, più grave in quanto più pericolosa. «Non può infatti, dubitarsi che quando il codice della strada fa riferimento a un “incidente” intenda riferirsi a qualsiasi avvenimento inatteso che interrompe il normale svolgimento della circolazione stradale e che proprio per tale ragione è portatore di un maggior pericolo per la collettività».

Ebbene, la sentenza impugnata – a detta della Quarta Sezione – non aveva fatto corretta applicazione dei suddetti principi di diritto, avendo escluso l’aggravante contestato sulla base della mera considerazione che si trattava di un incidente ad attore unico, omettendo di considerare il pericolo per la circolazione stradale derivante dalla sua condotta.

Per questi motivi, è stato accolto il ricorso dell’accusa e annullata con rinvio la sentenza impugnata in ordine al trattamento sanzionatorio.

La redazione giuridica

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INCIDENTE STRADALE: IL MASSIMALE ASSICURATIVO E’ RILEVABILE D’UFFICIO DAL GIUDICE

La tutela giudiziaria, costituisce un’estensione della garanzia assicurativa RC Auto che copre tutti i costi relativi a eventuali procedimenti giudiziari o stragiudiziari, a carico dell’assicurato, in caso di incidente stradale

La vicenda

Con ricorso formulato dinanzi al Tribunale di Milano, un avvocato conveniva in giudizio l’assicurazione e il suo cliente, perché fossero condannati in solido al pagamento del credito professionale relativo al mandato svolto in difesa dei familiari della vittima di incidente stradale.

Il processo di merito si era concluso con la condanna del danneggiante al pagamento del compenso professionale al predetto difensore.

Ma a detta del ricorrente, l’adito tribunale non aveva tenuto conto del fatto che nel contratto stipulato con l’assicurazione era inclusa la tutela giudiziaria (c.d. patto di gestione della lite) al pagamento degli onorari al difensore.

La vicenda è giunta sino ai giudici della Suprema Corte di Cassazione, che si sono pronunciati con la sentenza in commento, n. 14107/2019.

La pronuncia della Cassazione

Coglie nel segno la doglianza difensiva della omessa valorizzazione del patto di gestione della lite contenuto nella polizza assicurativa stipulata tra l’assicurazione e l’assicurato.

Ai sensi dell’art. 1917, comma 3 c.c., l’assicuratore della responsabilità civile è obbligato a tenere indenne l’assicurato delle spese di difesa erogate per resistere all’azione del danneggiato (nei limiti fissati in tale disposizione e anche in caso di contraria clausola di polizza, stante l’invalidità delle medesima, ai sensi dell’art. 1932 c.c.).

Tale obbligo opera, peraltro, pure indipendentemente dalla stipulazione di un patto di gestione della lite, giacché è fondato sulla attualità della domanda del terzo danneggiato e sul perseguimento di un risultato utile per entrambe le parti, interessate a respingerla.

I costi per la difesa dell’assicurato

L’obbligo quindi, di pagare il legale dell’assicurato, indicato dall’assicuratore nel giudizio promosso dal danneggiato concreta, a norma del terzo comma dell’art. 1917 c.c., un debito proprio dell’assicuratore.

Detto in altri termini, «la difesa dell’assicurato – rendendosi necessaria per il sol fatto dell’instaurazione di un giudizio da parte di chi assuma di aver subito un danno – viene, invero, svolta anche nell0interesse dell’assicuratore, inteso come interesse all’obbiettivo e imparziale accertamento dell’esistenza dei presupposti del suo obbligo all’indennizzo, sicché lo stesso assicuratore non può essere esonerato dal sopportarla, sia pure nei limiti fissati dal citato articolo del codice civile».

Con la precisazione che, quest’ultima disposizione si riferisce alle spese sostenute “per resistere”, restando perciò, fuori dall’ambito di diretta applicabilità della norma le spese che siano state sostenute non per attività di resistenza alle pretese del terzo ma per attività complementari ad essa.

La stipula di un patto di gestione della lite

Qualora, invece, si sia in presenza di un patto di gestione della lite, accessorio al contratto di assicurazione, è l’impresa di assicurazione che assume, di regola, l’integrale gestione delle vertenze in sede stragiudiziale come giudiziale, e tanto in sede civile che penale, a nome dell’assicurato, designando, ove occorrano, legali e periti.

Vige, allora, al riguardo il seguente principio di diritto: “il patto con cui l’assicuratore assume la gestione della lite configura un negozio atipico ma è accessorio al contratto di assicurazione e rappresenta un mezzo attraverso il quale viene data esecuzione al rapporto assicurativo”.

In particolare, “il patto di gestione della lite costituisce una lecita modalità di adempimento sostitutiva dell’obbligo di rimborso delle spese di resistenza di cui all’art. 1917 c.c. In tal modo, l’assicuratore assume l’onere di anticipare o di concorrere direttamente alle spese di giudizio”.

La redazione giuridica

 

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diritto di rivalsa dell’assicurazione

Il diritto di rivalsa dell’assicurazione decorre da quando tale diritto può essere fatto valere e perciò, nel caso di pluralità di pagamenti parziali in tempi diversi, il predetto termine inizia a decorrere dalla data di corresponsione di ciascuno di essi

La vicenda

La vicenda trae origine dall’azione di risarcimento danni presentata dall’infortunato e dagli eredi della donna deceduta, in seguito ad un incidente stradale.

Entrambi erano terzi trasportati dell’auto condotta dal responsabile del sinistro. Accertato la guida in stato di ebbrezza e il trasporto difforme rispetto alle previsioni di legge e della carta di circolazione (nell’autovettura erano trasportate sette persone, oltre al conducente, di cui due sul sedile anteriore destro), il tribunale di Pescara condannava la compagnia assicurativa, in solido col proprio assicurato al risarcimento di tutti i danni patiti dalle vittime del sinistro.

Cosicché, dopo aver effettuato il pagamento in favore degli attori, della complessiva somma di 274.212,40 Euro, l’assicurazione agì in rivalsa nei confronti del suo assicurato, deducendo l’inoperatività della copertura assicurativa per guida in stato di ebbrezza e per trasporto difforme alle previsioni di legge e della carta di circolazione.

Il giudizio di merito

Il Tribunale accolse la domanda, rigettando l’eccezione di prescrizione, sul rilievo che, a fronte di un pagamento avvenuto il 31.5.2005, doveva aversi riguardo alla data di spedizione (22.5.2006) e non a quella di ricezione (14.6.2006) della prima raccomandata con cui la compagnia aveva richiesto la restituzione della somma pagata.

La Corte di Appello di L’Aquila confermò la sentenza precisando che trattandosi, nella specie, di atto di costituzione in mora, doveva trovare applicazione il principio generale di cui all’art. 1334 c.c. (secondo cui “gli atti unilaterali producono effetto dal momento in cui pervengono a conoscenza della persona alla quale sono destinati”), di talché la ricezione risultava intempestiva in relazione alla data dell’effettuato pagamento (31.5.2005), in una situazione in cui si applicava (ratione temporis) l’originario termine annuale di prescrizione previsto dall’art. 2952 c.c.

Tuttavia, in caso di rivalsa la L. n. 990 del 1969, art. 18, comma 2, dispone che il dies a quo per l’esercizio dell’azione da parte dell’assicuratore “vada individuato, nel caso in cui il pagamento al danneggiato sia avvenuto a seguito di sentenza di primo grado, solo nel momento del passaggio in giudicato della sentenza che accerta in via definitiva la responsabilità dell’assicurato (Cass. Civ. 3 marzo 2010, n. 5088 in motivazione)”;

Atteso che la sentenza di primo grado era passata in giudicato il 15.5.2006, non v’era dubbio che il termine annuale doveva intendersi rispettato.

Il ricorso per Cassazione

Il conducente assicurato si rivolgeva, pertanto, ai giudici della Cassazione deducendo l’erroneità della sentenza di merito per aver fatto applicazione delle norme giuridiche e aver richiamato precedenti giurisprudenziali attinenti alle ipotesi di surrogazione, non pertinenti al caso in esame.

Ed invero – a detta del ricorrente – «non può sostenersi -come ha fatto il giudice di secondo grado- che il giudizio intrapreso dai danneggiati nei confronti del danneggiante e dell’impresa assicuratrice comporti, fino al passaggio in giudicato della sentenza che lo definisce, la sospensione della prescrizione del diritto che l’impresa assicuratrice vanta nei confronti del proprio assicurato L. n. 990 del 1969, ex art. 18, comma 2, in quando ciò “significa stravolgere completamente il dettato dell’art. 2945 c.c., comma 2”, essendo pacifico che “l’efficacia sospensiva della prescrizione del citato art. 2945 c.c., comma 2 vale solo per i diritti azionati nel processo e non per diritti connessi o comunque collegati”».

Ebbene il motivo è stato accolto dai giudici della Cassazione, i quali hanno confermato il consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui “in ipotesi di azione di rivalsa a norma della L. n. 990 del 1969, art. 18, comma 2 (sostituito dall’art. 144, comma 2 C.D.A.), il termine di prescrizione è quello di cui all’art. 2952 c.c., comma 2 e decorre dal giorno in cui l’assicuratore abbia provveduto al pagamento dell’indennizzo a favore del terzo danneggiato (cfr. Cass. n. 10351/2000 e Cass. n. 29833/2008), con la precisazione che il diritto di rivalsa “decorre da quando tale diritto può essere fatto valere e perciò, nel caso di pluralità di pagamenti parziali in tempi diversi, il predetto termine inizia a decorrere dalla data di corresponsione di ciascuno di essi, e non invece dall’ultimo pagamento, pur se con questo si realizza il globale depauperamento dell’assicuratore”

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ATTIVITA’ AUTODOOR: L’INCIDENTE IN GITA SCOLASTICA E’ COPERTO DA ASSICURAZIONE?

velocipede

La revoca della patente non può essere disposta nei confronti di chi si sia posto alla guida di un veicolo per condurre il quale non è richiesta alcuna abilitazione, come un velocipede

La vicenda

A seguito dell’incidente stradale provocato dal conducente di un velocipede a pedalata assistita condotto sotto l’effetto di alcol, il Tribunale di Massa lo condannava alla pena concordata tra le parti ai sensi dell’art. 444 cod. proc. Pen

Nella stessa sentenza il Tribunale aveva anche ordinato la revoca della patente del guidatore, trattandosi di bicicletta con pedalata assistita necessitante di patente di guida AM ai sensi del regolamento Europeo n. 168/2013.

Avverso tale sentenza proponeva ricorso per cassazione il difensore dell’imputato, lamentando la violazione di legge in particolare, in riferimento all’errata applicazione del regolamento Europeo n. 168/2013; nonché per avere il giudice disposto la revoca della patente di guida per il fatto oggetto di giudizio.

A detta della difesa, il citato regolamento Europeo opera una netta distinzione fra i “cicli a propulsione” (aventi propulsione ausiliaria e potenza nominale continua o netta massima minore o pari a 1.000 W, considerati veicoli a motore leggeri a due ruote di cui alla categoria L1e, necessitanti quindi di certificato di circolazione, targa, polizza assicurativa RCA e patente AM conformemente all’art. 116 cod. strada) e i “cicli a pedali a pedalata assistita” (considerati come velocipedi ai sensi dell’art. 50 cod. strada, dotati di un motore ausiliario elettrico avente potenza nominale pari o inferiore a 250 W).

La differenza fra i due veicoli, oltre alle predette caratteristiche, sta nel fatto che nei “cicli a propulsione” il mezzo è in grado di avanzare senza l’aiuto del ciclista, mentre nei cicli a pedali a pedalata assistita il mezzo si muove soltanto se il ciclista spinge sui pedali, sebbene aiutato da un motore elettrico.

Il regolamento Europeo 168/2013 trova applicazione solo nei confronti dei “cicli a propulsione”, equiparati ai ciclomotori.

Il giudice di primo grado, aveva perciò revocato la patente di guida senza avere considerato, né accertato, che il prevenuto aveva commesso il reato, alla guida di un velocipede a pedali a pedalata assistita, per il quale non è richiesta alcuna patente di guida, trattandosi di un “velocipede” ai sensi dell’art. 50 cod. strada, e non di un “ciclo a propulsione” ai sensi del regolamento Europeo.

La pronuncia della Cassazione

I giudici della Suprema Corte hanno accolto il ricorso formulato dalla difesa.

Come correttamente osservato dal ricorrente, il giudice di merito, aveva omesso di considerare che il citato regolamento Europeo non si applica a tutti i mezzi a pedalata assistita ma soltanto a quelli dotati di potenza superiore a 250 W (cd. “cicli a propulsione”, con targa e per i quali è richiesta patente AM), mentre quelli di potenza pari o inferiore sono considerati velocipedi a tutti gli effetti ai sensi dell’art. 50 cod. strada.

In proposito la sentenza impugnata non conduceva alcuna analisi sulla tipologia, nonché sulle caratteristiche del mezzo condotto dall’imputato, nel senso indicato; ed invero, si trattasi di questione decisiva ai fini della applicazione o meno della richiamata sanzione amministrativa accessoria, essendo noto, secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale, che la stessa sanzione non può essere disposta nei confronti di chi si sia posto alla guida di un veicolo per condurre il quale non è richiesta alcuna abilitazione, come un velocipede (Sez. 4, n. 19413 del 29/03/2013).

Cosicché la decisione impugnata è stata annullata con rinvio al Tribunale di Massa per nuova valutazione sul punto.

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VEICOLO INCIDENTATO: IL FERMO TECNICO NON E’ UN DANNO IN RE IPSA

incidente stradale

La presenza di ghiaccio sulla strada non esclude la responsabilità nella causazione di un incidente stradale; il conducente ha in ogni caso, l’obbligo di regolare, l’andatura in relazione alle obiettive condizioni della strada, in modo da evitare pericolo per la sicurezza di persone e cose

La vicenda

Con sentenza della Corte di appello di Milano, il conducente di un autocarro veniva condannato alla pena di 4.800,00 Euro di ammenda per guida in stato di ebbrezza con l’aggravante di aver cagionato un incidente stradale e dell’aver commesso il fatto dopo le ore 22.00 e prima delle ore 7.00.

Dalla dinamica dei fatti era emerso che il mezzo, dopo aver urtato contro la barriera jersey, che divideva i sensi di marcia, si era ribaltato qualche metro più avanti. I militari intervenuti sul luogo a seguito di segnalazione, rinvenivano l’autocarro parzialmente distrutto, mentre i sanitari soccorrevano il guidatore, cui veniva riscontrato un tasso alcolemico di 1,19 gr./l.

In primo grado, il Tribunale condannava l’imputato per il reato ascritto con l’aggravante di aver causato l’incidente, ritenendo sufficiente l’urto del veicolo contro un ostacolo o la sua fuoriuscita dalla sede stradale.

Diversa la valutazione della corte d’appello milanese, in ordine all’applicazione della circostanza aggravante, ritenendola sussistente in presenza di prova di un nesso di causa tra la condotta del conducente ed il sinistro” con la precisazione, però, che l’onere della prova per escludere tale nesso è inverso, occorrendo accertare la sopravvenienza di un evento, il quale, inseritosi nell’iter causale, abbia innescato un percorso eziologico completamente diverso rispetto a quello determinato dall’agente oppure che, pur inserendosi nel percorso causale collegato alla condotta, si connoti per l’assoluta anomalia ed eccezionalità”.

Invero, le modalità del sinistro apparivano sintomatiche di una diminuita capacità di determinazione alla guida, versandosi in ipotesi di incidente autonomo, consistito nella collisione di un autocarro contro la barriera New Jersey divisoria dei sensi di marcia.

Il ricorso per Cassazione

La vicenda è giunta sino ai giudici della Cassazione, a seguito del ricorso formulato dal difensore dell’imputato, il quale lamentava la violazione di legge e vizio di motivazione della sentenza impugnata per la mancata valutazione del nesso eziologico tra stato di ebbrezza alcolica e evento.

Ed infatti, i giudici di merito avevano omesso di rilevare la presenza di ghiaccio sul fondo stradale del tratto curvilineo, ove si era verificato l’incidente stradale: “qualsiasi guidatore, anche non in stato di ubriachezza, sarebbe potuto sbandare nelle circostanze di tempo del caso – orario notturno, strada non illuminata e tratto curvilineo – che nascondevano la presenza di ghiaccio; peraltro, egli non guidava a velocità elevata, bensì manteneva solo un’andatura non adeguata allo stato dei luoghi”.

Quanto alla dedotta insussistenza del nesso causale tra lo stato di ebbrezza alcolica e l’evento il ricorso non è stato accolto.

La Corte territoriale aveva escluso la ricorrenza del nesso di causalità tra la condotta dell’imputato, conducente dell’autocarro, e il sinistro, evidenziando che egli avrebbe dovuto dimostrare l’intervento di un fattore eccezionale idoneo ad interrompere il legame eziologico.

Sul punto attualmente si dividono due orientamenti giurisprudenziali.

Un primo indirizzo ritiene che, in tema di guida in stato di ebbrezza, ai fini della configurabilità dell’aggravante di aver provocato un incidente stradale, prevista dall’art. 186 C.d.S., comma 2-bis, non è richiesto l’accertamento del nesso eziologico tra l’incidente e la condotta dell’agente, ma il solo collegamento materiale tra il verificarsi del sinistro e lo stato di alterazione dell’agente, alla cui condizione di impoverita capacità di approntare manovre idonee a scongiurare l’incidente sia direttamente ricollegabile la situazione di pericolo (Sez. 4, n. 54991 del 24/10/2017; Sez. 4, n. 36777 del 02/07/2015).

Secondo la tesi contraria, in tema di guida in stato di ebbrezza, ai fini della configurabilità dell’aggravante prevista dall’art. 186 C.d.S., comma 2-bis, è necessario che l’agente abbia provocato un incidente e che, quindi, sia accertato il coefficiente causale della sua condotta rispetto al sinistro, non essendo sufficiente il mero suo coinvolgimento nello stesso (Sez. 4, n. 33760 del 17/05/2017; Sez. 4, n. 31360 del 04/07/2013).

«In ogni caso, – affermano i giudici della Suprema Corte – a prescindere dall’opzione interpretativa cui si intenda aderire, nella fattispecie, il ricorrente, per sostenere la tesi dell’inesistenza del nesso di causalità, aveva attribuito l’incidente alla presenza di ghiaccio sul tratto stradale interessato dall’incidente».

In tema di circolazione stradale, tuttavia, sussiste l’obbligo di regolare l’andatura in relazione alle obiettive condizioni della strada, in modo da evitare pericolo per la sicurezza di persone e cose (art. 141 C.d.S.).

Al riguardo, la difesa aveva sottolineato soltanto genericamente, l’incidenza della strada ghiacciata nel determinismo causale, senza specificare le ragioni per le quali non avrebbe potuto avvedersi tempestivamente di tale fattore (in modo da regolare la propria velocità) e senza confrontarsi con la motivazione della sentenza impugnata, la quale, nel descrivere il sinistro, aveva escluso ogni riferimento alle caratteristiche del fondo della carreggiata.

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AFFIDAMENTO E CODICE DELLA STRADA: LA RESPONSABILITA’ PER LE ALTRUI IMPRUDENZE

terzo trasportato

Interessante pronuncia della Cassazione nella quale si affronta la questione del riparto dell’onere probatorio in ordine alla prova della (in)consapevolezza dell’illegalità del mezzo di trasporto: a carico del terzo trasportato o dell’assicurazione chiamata a risarcire il danno?

La vicenda

I tre attori convenivano davanti al Tribunale di Lodi, l’assicurazione designata alla gestione del Fondo di Garanzia Vittime della Strada, per sentir pronunciare la condanna della medesima, al risarcimento dei danni patiti, in qualità di terzi trasportati su un veicolo poi risultato rubato, a seguito di un sinistro stradale verificatosi per fatto e colpa esclusivi del conducente di detto veicolo.

Il Tribunale di Lodi rigettò la domanda sulla premessa che gli attori non avevano dato prova dei requisiti di cui al D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 283, comma 2 che riconosce il risarcimento a carico del Fondo di Garanzia ai terzi trasportati che siano inconsapevoli della circolazione illegale. E tale decisione fu confermata anche in appello.

Cosicché, vicenda finì in Cassazione.

Con un primo motivo, gli originari attori censuravano la decisione impugnata per aver ritenuto che la prova dell’inconsapevolezza dell’illegalità del mezzo fosse fatto costitutivo della domanda risarcitoria, mentre avrebbe dovuto essere considerata fatto estintivo con onere della prova a carico dell’impresa di assicurazione, che ne eccepisse l’assenza.

Con il secondo motivo, denunciavano invece, la violazione, errata e falsa applicazione ed interpretazione dell’art. 113 c.p.c., art. 2697 c.c. e art. 283 cod. ass., oltre che dei principi di diritto comunitario anche in rapporto all’art. 13 della Direttiva 2009/103/CE, per aver posto l’inconsapevolezza dell’illegalità tra i fatti costitutivi della domanda risarcitoria del terzo danneggiato, con ciò sconfessando la diversa statuizione contenuta nella norma comunitaria secondo la quale l’onere probatorio dell’illegale circolazione deve essere posto a carico della compagnia di assicurazione; e per avere la sentenza impugnata, omesso di applicare il principio secondo il quale la buona fede di chi agisce a tutela dei propri diritti si presume.

La pronuncia della Cassazione

Per i giudici della Cassazione entrambi i motivi erano infondati, perché tutti volti a rappresentare la tesi secondo la quale l’onere di provare la consapevolezza dell’illegale circolazione del mezzo deve essere posta in capo all’assicuratore, al fine di garantire la massima protezione possibile dei diritti del terzo danneggiato.

In realtà, l’art. 283, comma 2 del Codice delle Assicurazioni, anche nella versione precedente la novella del 2005, è sempre stata interpretata dalla giurisprudenza nel senso che la deroga alla non risarcibilità del danno del terzo trasportato da parte della compagnia di assicurazioni si giustifica a condizione che sussista la condizione dell’ignoranza dell’illegale circolazione.

Questa lettura è del tutto coerente con la formulazione della norma che prevede ipotesi derogatorie al principio della non risarcibilità del danno, rispetto alla quale l’ignoranza dell’illegalità della circolazione non può che assumere natura di fatto costitutivo del diritto e non anche di fatto estintivo della pretesa.

Diritto comunitario e diritto nazionale a confronto

Tale argomentazione è valida anche sul piano del diritto comunitario. Ed invero, anche per il diritto comunitario vi è deroga al diritto al risarcimento del danno nel caso in cui i terzi trasportati fossero a conoscenza dell’illegale provenienza del veicolo.

L’unica differenza che può desumersi tra il testo comunitario e la norma interna consiste nel riparto dell’onere della prova laddove la normativa comunitaria pone tale onere a carico dell’assicuratore, mentre quella interna, non esprimendosi in modo chiaro, lascia comunque intendere che la mancata conoscenza dell’illegalità sia un fatto costitutivo della pretesa, a carico del danneggiato.

Il legislatore italiano nel dare attuazione alla normativa comunitaria e nel prevedere la copertura assicurativa a soggetti prima esclusi dal risarcimento, non ha potuto non occuparsi dei casi in cui il risarcimento del terzo trasportato contro la propria volontà o perché al corrente dell’illegalità della circolazione, non possa ottenere il risarcimento.

La decisione

L’aver posto a carico del danneggiato l’onere della prova della propria buona fede rientra, ad avviso della Suprema Corte di Cassazione, nella sfera di discrezionalità che residua allo Stato nell’attuare la direttiva, ferma restando l’identità del fine perseguito dal diritto comunitario e da quello interno, di non consentire il risarcimento a chi conosca la provenienza furtiva del mezzo.

Peraltro, l’accertamento della buona/mala fede del terzo trasportato rientra nella valutazione del giudice del merito e, dunque, non sindacabile in sede di legittimità.

E, «in ogni caso la giurisprudenza consolidata è nel senso di richiedere ai fini di poter rientrare nella deroga all’irrisarcibilità del danno, l’esclusione della conoscenza, da parte del terzo trasportato, della provenienza furtiva del veicolo. Come l’esclusione di tale conoscenza sia valutata dal giudice del merito è argomentazione neppure sindacabile in sede di legittimità, se coerentemente argomentata.

Per tutti questi motivi, il ricorso è stato rigettato con condanna del ricorrente al cd. raddoppio del contributo unificato.

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FURTO TENTATO NELL’AUTO DELLA VITTIMA: CONVALIDATO L’ARRESTO IN FLAGRANZA

il danneggiante

Il ricorrente aveva citato in giudizio il danneggiante e la compagnia di assicurazione al fine di ottenere il risarcimento dei danni sofferti in conseguenza dell’incidente stradale di cui era rimasto vittima

La vicenda giudiziaria

In primo grado si era costituita la sola società di assicurazione, era perciò rimasto contumace il danneggiante; il Tribunale aveva riconosciuto la responsabilità di quest’ultimo, liquidando a favore del ricorrente un risarcimento danni di 46.800 Euro.

L’appello presentato dall’assicurazione, verteva unicamente sul quantum del danno, lasciando dunque passare in giudicato l’aspetto relativo alla ritenuta responsabilità dell’assicurato.

E la corte territoriale, in parziale riforma della sentenza di primo grado, riduceva l’ammontare del danno liquidato anteriormente.

Il ricorso per Cassazione

Con un primo motivo di ricorso, il danneggiato denunciava la violazione del litisconsorzio necessario, in quanto il giudizio di appello si era svolto senza la partecipazione del proprietario del veicolo, citato in primo grado ed ivi rimasto contumace.

A detta del ricorrente la partecipazione del proprietario del veicolo doveva ritenersi imposta a pena di nullità della sentenza, in quanto quest’ultimo ha sempre interesse ad un giudizio in cui si discute del danno da lui cagionato.

E invece, sebbene richiesta in appello una integrazione del contraddittorio, la corte territoriale nulla aveva disposto al riguardo.

Diversamente, l’assicurazione eccepiva che non vi era stata alcuna violazione del litisconsorzio, proprio perché l’appello verteva soltanto sul quantum del danno, e dunque non v’era effettivo interesse del proprietario del veicolo, il quale volutamente non era stato citato, proprio per evitargli aggravi di spese ulteriori.

Ma i giudici della Cassazione hanno accolto il ricorso principale.

In tema di assicurazione obbligatoria per responsabilità civile da circolazione di veicoli a motore, allorché l’assicuratore proponga appello, sia pure limitato al “quantum debeatur”, nei confronti del solo danneggiato, che aveva promosso azione diretta, si impone sempre il litisconsorzio necessario del proprietario del veicolo assicurato, essendo evidente l’interesse di questo a prendere parte al processo allo scopo di influire sulla concreta entità del danno, di cui egli potrebbe rispondere in via di rivalsa verso il medesimo assicuratore (Cass. 9112/2014), e ciò anche nel caso in cui il proprietario del veicolo sia rimasto contumace in primo grado ed anche se non abbia formulato domanda di manleva verso l’assicuratore (Cass. 3621/2014).

Invero, l’interesse del danneggiante a partecipare al giudizio di appello, pur essendo rimasto contumace in primo grado, deriva proprio dalla impugnazione fatta dalla sua assicurazione.

Nè, per come è ovvio, può essere la compagnia di assicurazione, che propone appello, a stabilire se in concreto poi il proprietario del veicolo abbia interesse o meno e qual sia la condizione che a questi convenga, in quanto il litisconsorzio è necessario proprio perché in astratto è sempre nell’interesse del proprietario del veicolo di partecipare al giudizio, ed è rimessa a costui poi la decisione se l’effettiva partecipazione sia o meno nel suo interesse.

Così ha deciso la Corte di Cassazione con la sentenza n. 11215/2019.

La redazione giuridica

 

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