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infortunio sul lavoro

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In materia di azione per il risarcimento del danno da infortunio sul lavoro, il raffronto tra risarcimento del danno civilistico e l’indennizzo erogato dall’INAIL va effettuato secondo un computo per poste omogenee

La vicenda

A seguito dell’infortunio sul lavoro occorso ad un dipendente di una società di grandi opere, il Tribunale di Ascoli Piceno riconosceva in favore del danneggiato il risarcimento delle lesioni riportate durante l’esecuzione di alcuni lavori in una galleria in costruzione.

La sentenza trovava conferma anche in appello, specie nella parte in cui accertava la responsabilità della società, poiché la caduta del lavoratore dalla c.d. “muretta” della galleria in costruzione, era avvenuta per mancanza di adeguate protezioni, avuto riguardo alla situazione dei luoghi.

La direzione dei lavori era, infatti, rimasta inottemperante al dovere di approntare cautele atte a prevenire le cadute accidentali mediante apposito corrimano ovvero parapetto di protezione.

Tale omissione integrava il reato di lesioni colpose, da cui la permanenza della responsabilità civile in capo alla datrice di lavoro.

In ordine alla liquidazione del c.d. danno differenziale, la Corte d’appello aveva ravvisato la necessità di procedere alla cd. personalizzazione, “dovuta sia alla penosità che alla lunghezza della inabilità temporanea assoluta e parziale, protrattasi per circa 432 giorni, sia alla necessità del duplice intervento chirurgico, sia infine, alla notevole gravità della lesione al gomito sinistro per gli esiti invalidanti di rilevante portata”.

A tal fine, aveva proceduto prendendo a parametro di riferimento le Tabelle elaborate dal Tribunale di Milano, in uso su tutto il territorio nazionale.

Il ricorso per Cassazione

Ma la vicenda è giunta ugualmente dinanzi ai giudici della Cassazione, a seguito di ricorso ritualmente formulato dal lavoratore danneggiato.

Con l’unico motivo di impugnazione questi lamentava l’errata applicazione della legge in ordine al calcolo del cd. differenziale.

Ed invero, la corte territoriale aveva detratto dall’ammontare del risarcimento complessivamente calcolato, anche l’importo versato dall’INAIL a titolo di indennizzo giornaliero per invalidità temporanea. Cosi facendo, a detta del ricorrente –  “sarebbe stato detratto dal complesso del danno biologico dovuto per le lesioni subite, non soltanto quanto al medesimo titolo viene corrisposto dall’INAIL, ma anche quanto ricevuto dal danneggiato a diverso titolo e cioè a titolo assistenziale o retributivo”.

Al contrario, sosteneva che da una lettura costituzionalmente orientata del D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 10, comma 7, alla luce del D.Lgs. n. 209 del 2005, e delle sentenze delle Sezioni Unite del 2008 avrebbe dovuto escludersi che, ai fini del calcolo del danno differenziale, potessero essere detratte le voci che sono estranee al danno biologico e che hanno natura e funzione del tutto differente.

La pronuncia della Cassazione sul calcolo del danno differenziale

I giudici del Supremo Collegio hanno accolto la tesi sostenuta dal ricorrente: la Corte di appello aveva sostanzialmente disatteso il criterio del calcolo del c.d. danno differenziale per voci distinte ed omogenee ritenendo di fare applicazione del criterio di calcolo per voci complessive, ovvero per sommatoria.

Era emerso, infatti che, una volta quantificato il danno civilistico, aveva detratto tutto quanto liquidato al lavoratore dall’INAIL a qualsiasi titolo, nell’ambito della tutela riservata al lavoratore infortunato, ivi comprese le somme erogate per indennità giornaliera da inabilità temporanea ex art. 66, comma 1, n. 1, dello stesso decreto.

Il danno differenziale: definizione e calcolo

Secondo il più recente indirizzo giurisprudenziale, il danno differenziale (c.d. quantitativo per distinguerlo da quello qualitativo o complementare, cfr. Cass. n. 9166 del 2017), è costituito dal surplus di risarcimento dei medesimi pregiudizi oggetto di tutela indennitaria INAIL e in presenza dei presupposti di esclusione dell’esonero del datore di lavoro (“permane la responsabilità civile a carico di coloro che hanno riportato condanna penale per il fatto dal quale l’infortunio è derivato…”, D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 10, comma 2).

«Tale danno, coerentemente alla struttura bipolare del danno-conseguenza, è determinato secondo un computo per poste omogenee, vale a dire che dalle singole componenti, patrimoniale e biologico, di danno civilistico spettante al lavoratore devono essere detratte distintamente le indennità erogate dall’INAIL per ciascuno dei suddetti pregiudizi».

È stato affermato, ad esempio, come dall’ammontare complessivo del danno biologico deve detrarsi non già il valore capitale dell’intera rendita costituita dall’INAIL, ma solo il valore capitale della quota di essa destinata a ristorare, in forza del D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13, il danno biologico, con esclusione, invece, della quota rapportata (per menomazioni di grado pari o superiore al 16%) alla retribuzione ed alla capacità lavorativa dell’assicurato, volta all’indennizzo del danno patrimoniale (Cass. n. 20807 del 2016, n. 13222 del 2015).

La valutazione del giudice di merito

«In altre parole, una volta stabilito che, in relazione all’evento lesivo, ricorrono le condizioni soggettive ed oggettive per la tutela obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali stabilite dal D.P.R. n. 1124 del 1965, ai fini della determinazione del risarcimento del danno, in sede giudiziale occorrerà procedere, anche di ufficio, alla verifica dell’applicabilità dell’art. 10, del decreto citato, ossia all’individuazione dei danni richiesti che non siano riconducibili alla copertura assicurativa (c.d. “danni complementari”), da risarcire secondo le comuni regole della responsabilità civile.

Ove poi siano dedotte in fatto dal lavoratore anche circostanze integranti gli estremi di un reato perseguibile di ufficio, il giudice potrà pervenire alla determinazione dell’eventuale danno differenziale, valutando il complessivo valore monetario del danno civilistico secondo i criteri comuni, con le indispensabili personalizzazioni, dal quale detrarre quanto indennizzabile dall’INAIL, in base ai parametri legali, in relazione alle medesime componenti del danno, distinguendo, altresì, tra danno patrimoniale e danno non patrimoniale, ed a tale ultimo accertamento procederà pure dove non sia specificata la superiorità del danno civilistico in confronto all’indennizzo, ed anche se l’Istituto non abbia in concreto provveduto all’indennizzo stesso» (Cass. n. 9166 del 2017).

Il raffronto risarcimento del danno civilistico e indennizzo erogato dall’INAIL

In sintesi, «il raffronto tra risarcimento del danno civilistico e indennizzo erogato dall’INAIL va effettuato secondo un computo per poste omogenee, occorrendo dapprima distinguere le due categorie di danno (patrimoniale e non patrimoniale).

Il danno patrimoniale, calcolato secondo i criteri civilistici, va comparato alla quota INAIL rapportata alla retribuzione ed alla capacità lavorativa specifica dell’assicurato (volta all’indennizzo del danno patrimoniale).

Dal danno non patrimoniale, effettuato il calcolo secondo i criteri civilistici, vanno dapprima espunte le voci escluse dalla copertura assicurativa (danno morale e danno biologico temporaneo) e poi, dall’ammontare complessivo del danno non patrimoniale così ricavato (corrispondente al danno biologico), va detratto non già il valore capitale dell’intera rendita costituita dall’INAIL, ma solo il valore capitale della quota della rendita INAIL destinata a ristorale, in forza del D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13, il danno biologico stesso».

La redazione giuridica

 

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LEGITTIMO REGISTRARE LE CONVERSAZIONI DEI COLLEGHI A LORO INSAPUTA

refusione delle spese di giudizio

Nei contratti assicurativi, la condanna alla refusione delle spese di giudizio comprende tutte le fasi processuali, inclusa la mediazione che, ai sensi del d.lgs. n. 28/2010, è fase necessaria del giudizio complessivo

La vicenda

Con ricorso d’urgenza ai sensi dell’art. 702 bis c.p.p. il ricorrente adiva il Tribunale di Como al fine di ottenere la condanna dell’assicurazione a corrispondergli la somma di 14.335 a titolo di indennizzo in forza di contratto di assicurazione contro gli infortuni, per le due cadute sul lavoro che gli avevano provocato lesioni fisiche personali.

In primo grado l’adito giudice accoglieva la domanda e condannava la compagnia assicuratrice a corrispondere al ricorrente l’importo di 14.067 euro oltre alle spese di lite e di consulenza tecnica d’ufficio.

L’assicurazione proponeva ricorso in appello “ottenendo” la condanna al pagamento di 1482, 50 euro oltre alle spese processuali dei due gradi di giudizio e la compensazione di quanto dovuto in forza della sentenza, le spese di giudizio e quanto già corrisposto all’assicurato, condannando quindi quest’ultimo a restituirle l’eccedenza oltre agli interessi legali.

Il ricorso per Cassazione

Con ricorso per Cassazione, tra gli altri motivi di impugnazione, l’originario ricorrente contestava la decisione del Tribunale di Como per aver condannato l’assicurazione a rifondergli tutte le spese dei due gradi di giudizio ma non anche la ripetizione per la fase di mediazione dal momento che egli era stato “solo parzialmente vittorioso per una somma assai ridotta rispetto al petitum iniziale”.

Ed invero, -a detta del ricorrente – la regolamentazione delle spese deve essere effettuata secondo l’esito finale di un processo svolto in gradi, quindi, essendo la compagnia assicuratrice soccombente, essa avrebbe dovuto rifondere le spese per tutti i gradi e tutte le fasi del giudizio compresa quella di mediazione. Come noto l’art. 5, primo comma, del d.lgs. n. 28/2010 stabilisce che è necessario il preliminare procedimento di mediazione (…) per le cause relative a contratti assicurativi. Stabilisce pertanto, un requisito di procedibilità per cui la mediazione sarebbe una fase necessaria del giudizio complessivo.

Ebbene i giudici della Suprema Corte di Cassazione hanno accolto il ricorso dell’assicurato ricordando che «l’art. 13 del d.lgs. 28/2010 stabilisce al primo comma, che qualora il provvedimento che definisce il giudizio non corrisponda interamente al contenuto della proposta del giudice, se ricorrono “gravi ed eccezionali ragioni”, può comunque escludere la ripetizione delle spese sostenute dal vincitore per l’indennità corrisposta al mediatore, dovendo indicare esplicitamente nella motivazione le ragioni di tale provvedimento. Principio che non può essere esteso, considerata l’obbligatorietà della fase di mediazione, alle spese che la parte deve sostenere per fruire dell’assistenza di un proprio difensore in tale fase».

La decisione

Effettivamente, il giudice dell’appello aveva escluso, dopo aver contraddittoriamente condannato l’assicurazione a rifondere alla controparte tutte le spese dei due gradi di merito – la ripetizione delle spese della fase di mediazione, dal momento che il convenuto era stato “solo parzialmente vittorioso per una somma assai ridotta rispetto al petitum iniziale”.

Ma tale circostanza non può integrare una fattispecie di “gravi ed eccezionali ragioni” trattandosi solo di una forte diminuzione del petitum, evento, che al contrario, è alquanto frequente quale esito dei giudizi.

Il motivo è stato perciò, accolto e la decisione impugnata cassata con rinvio.

La redazione giuridica

 

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MEDIAZIONE: IL PRIMO INCONTRO DEVE AVERE NATURA NON SOLO INFORMATIVA

Ipoacusia acuta denunciata da un lavoratore quale malattia professionale contratta nel 1999. La Cassazione chiarisce i termini dell’applicabilità della nuova disciplina di cui al d.lgs. n. 38/2000

Nel caso di menomazione conseguente ad una malattia professionale denunciata in epoca antecedente il 25 luglio 2000, deve trovare applicazione la disciplina del t.u. n. 1124/1965 e non quella dettata dal d.lgs n. 38/2000, poiché tale data funge da discrimine temporale tra l’applicazione del precedente o del successivo sistema indennitario”.

La vicenda

La Corte di Appello di Lecce aveva riformato la sentenza di primo grado e, accertato l’eziologia professionale dell’ipoacusia denunciata dal lavoratore il 9 luglio del 1999. Per tale ragione aveva riconosciuto al predetto, l’indennizzo per danno biologico nella misura del dieci per cento, con decorrenza dalla data indicata, oltre interessi.
Avverso tale sentenza, aveva presentato ricorso per Cassazione l’INPS, affidandosi ad un unico e articolato motivo.
Nella specie, l’Istituto di previdenza aveva denunciato la violazione del D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13 in materia di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali e, in particolare, del discrimine temporale, per l’applicazione della predetta normativa, indicato nel 25 luglio 2000, con conseguente applicazione del regime precedente agli eventi dannosi antecedenti.

Il ricorso è stato accolto.

Il D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13, comma 6 prevede che “Il grado di menomazione dell’integrità psicofisica causato da infortunio sul lavoro o malattia professionale, quando risulti aggravato da menomazioni preesistenti concorrenti, derivanti da fatti estranei al lavoro o da infortuni o malattie professionali verificatisi o denunciate prima della data di entrata in vigore del decreto ministeriale di cui al comma 3 e non indennizzati in rendita, deve essere rapportato non all’integrità psicofisica completa, ma a quella ridotta per effetto delle preesistenti menomazioni, il rapporto è espresso da una frazione in cui il denominatore indica il grado d’integrità psicofisica preesistente e il numeratore la differenza tra questa ed il grado d’integrità psicofisica residuato dopo l’infortunio o la malattia professionale”.
“Quando per le conseguenze degli infortuni o delle malattie professionali verificatisi o denunciate prima della data di entrata in vigore del decreto ministeriale di cui al comma 3, l’assicurato percepisca una rendita o sia stato liquidato in capitale ai sensi del testo unico, il grado di menomazione conseguente al nuovo infortunio o alla nuova malattia professionale viene valutato senza tenere conto delle preesistenze. In tale caso, l’assicurato continuerà a percepire l’eventuale rendita corrisposta in conseguenza di infortuni o malattie professionali verificatisi o denunciate prima della data sopra indicata”.
L’intero comma 6 della citata norma, disciplina la fattispecie degli infortuni sul lavoro verificatisi o delle malattie professionali denunciate prima del 25 luglio 2000 (data di entrata in vigore del decreto ministeriale di cui al comma 3), seguite da eventi lesivi sotto il nuovo regime, e distingue due diverse ipotesi, allo scopo di raccordare il precedente ed il nuovo sistema indennitario.

Nella specie, era incontroverso che l’evento dannoso fosse collocabile in epoca antecedente al discrimine temporale del 25 luglio 2000.

Doveva perciò, farsi applicazione del D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 74 e, dunque, la riduzione dell’attitudine al lavoro in misura pari o superiore all’11 per cento.
La Corte ha pertanto, accolto il ricorso e compensato le spese di giudizio.

La redazione giuridica

 
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INFORTUNIO SUL LAVORO: LA PERSONALIZZAZIONE DEL DANNO

Risarcimento del danno differenziale? Il giudice deve scorporare il danno biologico dal danno patrimoniale da perdita della capacità lavorativa dell’infortunato

E’ noto che con il termine danno differenziale si intenda la differenza tra la somma erogata dall’INAIL a titolo di indennizzo e la somma che spetterebbe al lavoratore, vittima di infortunio sul lavoro, in base alle tabelle normalmente applicate in tema di liquidazione del danno biologico. Tale voce di danno è a carico del datore di lavoro.
Viene facile comprendere come le due entità siano sostanzialmente diverse, posto che diversa è la loro natura. L’importo erogato dall’INAIL ha natura indennitaria e, in quanto tale, ha come scopo non il ristoro tout court del danno ma quello di garantire un sostegno sociale all’infortunato. La somma erogata a titolo di responsabilità civile risponde, invece, all’esigenza di risarcire integralmente il danneggiato e riportarlo allo status quo ante l’infortunio.

La vicenda

Quasi 65.000 euro, il risarcimento riconosciuto ad un dipendente della società convenuta in giudizio, per i danni riportati a seguito dell’infortunio occorso sul lavoro.
La sentenza, pronunciata dalla corte di Appello di Roma, aveva riconosciuto al lavoratore, anche il diritto al danno non patrimoniale, determinato in applicazione delle tabelle milanesi, tenuto conto del grado di invalidità, quantificato dal CTU, e dell’età del ricorrente (45 anni al momento dell’incidente); e personalizzata (in aumento) in vista della gravità del sinistro e dei postumi permanenti riportati.
Da tale somma, la corte territoriale aveva detratto l’importo della rendita capitalizzata corrisposta dall’INAIL.
Ebbene, proprio su questo punto si snoda il ricorso per Cassazione presentato dal lavoratore infortunato contro la decisione di merito.
Nella specie, Corte territoriale aveva provveduto a decurtare l’intera rendita erogata dall’INAIL dall’ammontare del danno civilistico, rendita che, in quanto corrispondente ad una menomazione stimata dall’Istituto nella misura del 29%, era comprensiva per legge sia dell’indennità per il danno biologico sia dell’indennità per il danno patrimoniale, per cui – a detta del ricorrente –  il mancato distinguo tra i due valori, non omogenei, avrebbe determinato una “illegittima e ingiustificata erosione del risarcimento a lui spettante a titolo di danno non patrimoniale differenziale”, con violazione dell’art. 2059 c.c. e del D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13.

La pronuncia della Cassazione

In tema di liquidazione del danno biologico cd. differenziale, di cui il datore di lavoro è chiamato a rispondere nei casi in cui opera la copertura assicurativa INAIL in termini coerenti con la struttura bipolare del danno-conseguenza, va operato un computo per poste omogenee, sicché, dall’ammontare complessivo del danno biologico, va detratto non già il valore capitale dell’intera rendita costituita dall’INAIL, ma solo il valore capitale della quota di essa destinata a ristorare, in forza del D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13, il danno biologico stesso, con esclusione, invece, della quota rapportata alla retribuzione ed alla capacità lavorativa specifica dell’assicurato, volta all’indennizzo del danno patrimoniale“.
Laddove quindi, come nel caso in esame, l’INAIL abbia erogato in relazione all’infortunio una rendita mensile vitalizia per un danno superiore al 16%, l’indennizzo, per espressa previsione legislativa, assume necessariamente un duplice contenuto perché quell’importo è destinato a compensare sia il danno biologico, sia il danno patrimoniale da perdita della capacità di lavoro e di guadagno.
Di conseguenza, il giudice deve scorporare tali somme dal danno differenziale anche nel caso in cui INAIL non abbia ancora in concreto, provveduto ad erogare il citato ristoro (cfr. Cass. n. 9166 del 2017).
La sentenza impugnata, tuttavia, non si era attenuta a tale principio di diritto, avendo determinato il credito residuo del danneggiato nei confronti del datore di lavoro responsabile senza indicare il valore capitale della sola quota di rendita erogata dall’INAIL per indennizzare il danno biologico.
Per queste ragioni, la decisione impugnata è stata cassata con rinvio al giudice di merito per un nuovo esame, conformemente al principio di diritto sopra citato.

Lo ius superveniens

Peraltro, chiariscono i giudici della Suprema Corte, su tale conclusione non spiega effetti lo ius superveniens rappresentato dalla L. n. 145 del 2018, art. 1, comma 1126, che ha modificato il D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 10, avendo la stessa giurisprudenza di legittimità già sancito il principio secondo cui dette modifiche “non possono trovare applicazione in riferimento agli infortuni sul lavoro verificatisi e alle malattie professionali denunciate prima dell’1.1.2019″.

La redazione giuridica

 
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RISCHIO ELETTIVO DEL LAVORATORE: E’ INDENNIZZABILE L’INFORTUNIO?

Il difetto di informazione circa l’andamento dei lavori non può essere rimproverato al datore di lavoro per la sua assenza fisica dal cantiere o per non aver interloquito con il preposto, vittima di infortunio mortale

La vicenda

La pronuncia trae origine da un infortunio mortale occorso in un cantiere, ai danni di un dipendente della ditta che stava eseguendo i lavori edili.
L’incidente si era verificato allorquando un manufatto in cemento prefabbricato, denominato bocca di lupo, aveva ceduto negli ancoraggi alla autogru che lo stava movimentando, cadendo in modo incontrollato e così investendo e schiacciando la povera vittima, che si trovava proprio sul fondo dello scavo ove il manufatto sarebbe stato posizionato.
Di qui l’imputazione per concorso in omicidio colposo al titolare della ditta esecutrice dei lavori. L’accusa era quella di aver violato gli obblighi di vigilanza sul rispetto delle norme in materia di sicurezza nei cantieri.
Ritenuto responsabile e condannato alla pena di legge, l’imputato presentava ricorso per Cassazione al fine di ottenere l’assoluzione.

La responsabilità colposa del datore di lavoro

In tema di reati colposi, la giurisprudenza di legittimità ha precisato che l’obbligo di prevenzione gravante sul datore di lavoro non è limitato al solo rispetto delle norme tecniche, ma richiede anche l’adozione di ogni ulteriore accortezza necessaria ad evitare i rischi di nocumento per i lavoratori, purché ciò sia concretamente specificato in regole che descrivono con precisione il comportamento da tenere per evitare il verificarsi dell’evento.
La responsabilità per colpa, infatti, non si fonda unicamente sulla titolarità di una posizione gestoria del rischio ma presuppone l’esistenza – e la necessità di dare applicazione nel caso concreto a – delle regole aventi specifica funzione cautelare, perché esse indicano quali misure devono essere adottate per impedire che l’evento temuto si verifichi.
Dovere di diligenza e regola cautelare si integrano definendo nel dettaglio il concreto e specifico comportamento doveroso; ciò assicura che non si venga chiamati a rispondere penalmente per il sol fatto di rivestire quella posizione di garanzia, perché in tal modo si configurerebbe una ipotesi di responsabilità oggettiva.

Il dovere di vigilanza

In altre parole il datore di lavoro deve controllare che il preposto, nell’esercizio dei compiti di vigilanza affidatigli, si attenga alle disposizioni di legge e a quelle, eventualmente in aggiunta, impartitegli (tanto che, qualora nell’esercizio dell’attività lavorativa si instauri, con il consenso del preposto, una prassi “contra legem“, foriera di pericoli per gli addetti, in caso di infortunio del dipendente, la condotta del datore di lavoro che sia venuto meno ai doveri di formazione e informazione del lavoratore e che abbia omesso ogni forma di sorveglianza circa la pericolosa prassi operativa instauratasi, integra il reato di omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme antinfortunistiche.
Ma quanto alle concrete modalità di adempimento dell’obbligo di vigilanza esse non potranno essere quelle stesse riferibili al preposto ma avranno un contenuto essenzialmente procedurale, tanto più complesso quanto più elevata è la complessità dell’organizzazione aziendale (e viceversa).
L’assunto può essere sintetizzato nel seguente principio di diritto: “l’obbligo datoriale di vigilare sull’osservanza delle misure prevenzionistiche adottate può essere assolto attraverso la preposizione di soggetti a ciò deputati e la previsione di procedure che assicurino la conoscenza del datore di lavoro delle attività lavorative effettivamente compiute e delle loro concrete modalità esecutive, in modo da garantire la persistente efficacia delle misure di prevenzione adottate a seguito della valutazione dei rischi“.

La decisione

Nel caso in esame, chiariscono gli Ermellini, il difetto di informazione circa l’andamento dei lavori non poteva essere certo, rimproverato al datore di lavoro per una sua assenza fisica dal cantiere o per non aver interloquito con il preposto.
In realtà il dato rilevante è se e quali misure fossero state previste ed adottate per assicurare che quanto previsto nella valutazione dei rischi fosse osservato.
Sotto tale profilo la corte territoriale avrebbe dovuto indagare sulle direttive impartire al preposto per l’assicurazione dell’osservanza delle misure previste dal documento di valutazione e sulle modalità definite per l’assolvimento dell’obbligo di vigilanza del medesimo.
Ma di siffatta valutazione, nella sentenza impugnata non v’era traccia.
Per questi motivi, i giudici della Cassazione hanno ritento di dover annullare la sentenza di condanna e disporne il rinvio alla corte d’appello per un nuovo esame, da compiersi alla luce di quanto stabilito.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 
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rischio elettivo

I giudici della Cassazione hanno confermato la sentenza della corte d’appello di Torino che aveva ritenuto indennizzabile, attraverso assegno sociale a carico dell’Inail, l’infortunio occorso ad un lavoratore nonostante il rischio elettivo

Sembra di capire che il tema su cui si discorre è quello del rischio elettivo del lavoratore e, a tal proposito, i giudici della Suprema Corte hanno chiarito che il suo scopo è quello di “di proteggere il lavoratore da ogni infortunio sul lavoro, anche da quelli derivanti da colpa, e di garantirgli i mezzi adeguati allo stato di bisogno discendente dalle conseguenze che ne sono derivate”.

La vicenda

La società datrice di lavoro, aveva presentato ricorso al fine di ottenere la declaratoria di nullità del provvedimento dell’Inail con il quale, a seguito dell’infortunio occorso ad un suo dipendente, erano stati rideterminati i tassi premio, all’uopo applicati.

Ma l’istanza veniva rigettata sia in primo che in secondo grado di giudizio.

All’esito del giudizio d’appello, la corte territoriale aveva confermato la valutazione già compiuta dal primo giudice che, a sua volta, aveva ritenuto insussistente il rischio elettivo del dipendente, idoneo ad interrompere il nesso di causalità tra l’infortunio e lo svolgimento dell’attività lavorativa e, quindi, tale da impedirne l’indennizzabilità.

L’incidente si era verificato mentre il predetto dipendente era intento ad ispezionare delle valvole e i relativi rubinetti di chiusura di alcune vasche di decantaggio presenti in azienda. Senonché, questi, anziché seguire il percorso usuale, si era introdotto all’interno del cantiere, allestito dall’impresa che stava svolgendo delle opere di manutenzione straordinaria delle cisterne di raccolta rifiuti. Tale area era delimitata da bancali e da un nastro bianco e rosso, da cui le valvole potevano comunque essere viste; quando all’improvviso cadeva rovinosamente nella cisterna sottostante.

La decisione della Corte d’appello era fondata sul rilievo che la condotta dell’infortunato, sebbene imprudente, non era estranea alle attività produttive dell’azienda.

in altri termini, l’incidente si era verificato mentre egli stava eseguendo un compito affidatogli e comunque rientrante nelle sue mansioni e non stava ponendo in essere un comportamento estraneo alle finalità produttive per soddisfare un suo interesse.

Il ricorso per Cassazione del datore di lavoro

La società ricorrente impugnava la decisione della corte di merito rimettendo la decisione ai giudici della Corte di Cassazione che si sono pronunciati con la sentenza in commento (n. 7649/2019).

Il datore di lavoro insisteva per la non indennizzabilità del proprio dipendente posto che la caduta era avvenuta per fatti estranei all’attività lavorativa. E secondo l’art. 2 del TU n. 1124/1965 l’inail copre tutti i casi di infortunio avvenuto per causa violenta “in occasione di lavoro” che cagionino un’inabilità al lavoro superiore a tre giorni; intendendosi per “occasione di lavoro” tutti quei fatti, anche straordinari ed imprevedibili, inerenti all’ambiente, alle macchine, alle persone, al comportamento stesso del lavoratore, purché attinenti alle condizioni di svolgimento della prestazione, ivi compresi gli spostamenti spaziali funzionali allo svolgimento della prestazione con l’unico limite del rischio elettivo.

Cosa si intende, dunque, per rischio elettivo del lavoratore?

Il concetto che, delimita l’ambito della tutela assicurativa, è riferito al comportamento del lavoratore e risulta inteso come tutto ciò che sia estraneo e non attinente all’attività lavorativa e dovuto a una scelta arbitraria di questi, nel senso che esso sia la conseguenza di un rischio collegato ad un comportamento volontario, volto a soddisfare esigenze meramente personali e, comunque, indipendente dall’attività lavorativa, cioè di rischio generato da un’attività che non abbia rapporto con lo svolgimento dell’attività lavorativa o che esorbiti in modo irrazionale dai limiti di essa (Cass. n. 17917/2017).

Nel 2007 la Corte di Cassazione nella nota sentenza n. 1504/2007 ne ha configurato gli elementi caratteristici, i quali devono essere presenti tutti simultaneamente.

Si tratta:

a)       della presenza di un atto volontario ed arbitrario, ossia illogico ed estraneo alle finalità produttive;

b)      la direzione di tale atto alla soddisfazione di impulsi meramente personali;

c)       la mancanza di nesso di derivazione con lo svolgimento dell’attività lavorativa.

Tale comportamento colposo del lavoratore può ridurre oppure esimere la responsabilità dell’imprenditore, escludendo il diritto dell’infortunato al risarcimento del danno nei confronti del datore di lavoro, così come il diritto dell’Inail di esercitare l’azione di regresso nei confronti del datore.

Esso non comporta, invece, di per sé, l’esclusione dell’operatività dell’indennizzo sociale previsto dall’assicurazione gestita dall’Inail, che ha finalità, in armonia con gli artt. 32 e 38 della Cost., di proteggere il lavoratore da ogni infortunio sul lavoro (appunto anche da quelli derivanti da colpa) e di garantirgli i mezzi adeguati allo stato di bisogno discendente dalle conseguenze che ne sono derivate.

Ne deriva che la corte territoriale aveva fatto buon governo dei principi regolatori della materia, correttamente escludendo che nella fattispecie in esame, l’elemento non fosse indennizzabile in ragione della sussistenza di un rischio elettivo del lavoratore.

La redazione giuridica

 

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danno biologico

I figli so’ piezz’e core: qualificazione del danno biologico riflesso permanente. In giudizio, con la sentenza 15.2.2019 n. 4617 qui in commento, la Suprema Corte ha riconosciuto il diritto al risarcimento del danno biologico alla madre di un giovane infortunato – con esiti invalidanti valutati pari al 50% – e con la stessa convivente

Si è confermata nuovamente la rilevanza – in termini risarcitori – delle ansie e delle preoccupazioni gli sbalzi d’umore e le difficoltà caratteriali del giovane infortunato, tensioni ed ansie che si scaricano sulla madre tanto per la vicinanza ambientale data dalla convivenza che per il particolare legame esistente fra i due, nonché le ‘preoccupazioni e delusioni subite dalla stessa madre per le difficoltà del figlio connesse all’infortunio. La sentenza in commento in realtà rigetta l’impugnativa, delle parti private, volta ad una maggiore quantificazione del danno biologico riflesso – qualificato come permanente, già liquidato nelle fasi di merito.

Si tratta di una tipologia di danno che è possibile qualificare come danno parentale.

Quest’ultimo è legato intimamente al tema delle plurioffensività dell’illecito civile, che permette la risarcibilità del pregiudizio non solo nell’ambito del rapporto autore/vittima, ma anche nei confronti del terzo che subisce la violazione di un interesse di rilevanza costituzionale, quale può essere quello alla integrità delle relazioni familiari e più in generale quello alla conservazione di un legame di solidarietà che si fonda su un rapporto di convivenza, caratterizzato da una comunione di vita e di affetti, con vicendevole assistenza materiale e morale, stabile e duratura.

Il danno parentale è quindi la lesione subita dai congiunti per le sofferenze patite a causa dell’evento tutelato e, generalmente, si tratta di un danno riconoscibile iure proprio e per questo si auspica – da parte della dottrina e della giurisprudenza prevalenti – una maggiore attenzione alla prova del legame affettivo, in assenza di convivenza, prova che dovrebbe riguardare aspetti prettamente concreti atti a fornire base provante al legame affettivo asseritamente esistente.

Convivenza: è presupposto del danno?

La convivenza infatti non è un presupposto del danno ma, laddove sussista, può costituire indizio e parametro ai fini tanto dell’an che del quantum debeatur.

Nel caso di specie argomenta la Corte che non si può giungere ad ampliare l’importo stabilito dalla Corte di Appello (ovvero il danno biologico riflesso permanente) non per la sua inesistenza, quanto per una sostanziale mancanza di allegazione e prova circa altri elementi di danno che si volevano far considerare (eventuali impegni quotidiani della madre, attività assistenziale successiva ai ricoveri ospedalieri, dinamiche familiari pre e post evento e le difficoltà caratteriali dell’infortunato).

Ciò che si paventa da parte di certa dottrina – aprendo ad ipotesi di risarcimenti senza prove – è un sostanziale abuso dell’istituto, tanto più in una situazione in cui la platea dei potenziali aventi diritto si sta progressivamente ampliando in corrispondenza del generale riconoscimento di diritti civili di convivenza, senza particolari formalità.

In generale i presupposti per la risarcibilità del danno non patrimoniale riflesso trovano base legale in una applicazione non restrittiva dell’art. 1223 c.c., che costituisce la norma base del criterio utilizzato per valutare la risarcibilità del danno non patrimoniale.

Su tale base si considerano ristorabili, non solo gli effetti lesivi, che costituiscono la immediata e diretta del danno ma, anche, quelli che risultano essere l conseguenza normale di un determinato antecedente causale, secondo il celebre brocardo “id quod plerumque accidit”.

La qualificazione del danno biologico riflesso

Si è dunque da un lato abbandonata l‘interpretazione restrittiva del sopra menzionato articolo, aprendo ad una più ampia sfera di interessi risarcibili, precisando dall’altro lato quali siano i requisiti indispensabili per ottenere il risarcimento, e nello specifico:

1.         L’esistenza di una relazione con la vittima diretta del fatto illecito, sia essa fondata su un vincolo familiare, riconosciuto come tale dalla legge [ndr. famiglia fondata sul matrimonio], ovvero su una situazioni di fatto qualificata, come, per esempio, la convivenza more uxorio;

2.         L’apprezzabilità della lesione in virtù dell’effettivo rapporto esistente con la vittima e l’incidenza concreta sullo svolgimento della relazione.

Dunque, per la risarcibilità del danno c.d. “da rimbalzo”, si tende ad escludere ogni automatismo derivante dal mero rapporto parentale, nel chiaro intento di scoraggiare il proliferare di infondate pretese risarcitorie azionate in forza del mero lontano grado di parentela, senza che alcuna effettiva lesione si sia prodotta nella sfera giuridica del parente della vittima.  Nella fattispecie concreta che ha originato le presenti righe il criterio di liquidazione dovrebbe duplicarsi, trattandosi di persone conviventi legate dal vincolo madre-figlio ma l’assenza di prova circa voci di danno specifiche, non consente secondo la Corte di Cassazione, di superare la liquidazione equitativa già operata considerata esaustiva dell’intero danno patrimoniale subito iure proprio in qualità di congiunto, sebbene la gravità delle lesioni patite ed il rapporto di parentela non potevano non essere considerati elementi dai quali desumere la circostanza che la madre della vittima si mise in allarme per la salute del figlio.

Ogni altro danno – nello specifico la lesione del rapporto madre figlio – non è risarcibile perché sfornito di prova.

Avv. Silvia Assennato

 

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danno

Nel 2014 la Corte d’appello di Trieste, in parziale riforma della sentenza di primo grado, aveva ritenuto totalmente risarcito, tramite indennizzo erogato dall’INAIL, il danno patrimoniale da perdita della capacità di lavoro specifica subito dal dipendente di un’azienda italiana, a seguito di un infortunio verificatosi durante l’orario di lavoro

Nel computo della somma liquidata, a titolo di risarcimento del danno, la corte territoriale aveva riconosciuto il danno biologico subito dalla madre del predetto lavoratore (cd. danno riflesso).

Nella specie, la corte distrettuale aveva ritenuto di liquidare “le ansie, le preoccupazioni, gli sbalzi di umore, le delusioni e in genere le difficoltà caratteriali del figlio” che questi “scaricava – per la vicinanza spaziale oltre che per il rapporto parentale” – sulla madre.

Aveva, inoltre, considerato le “preoccupazioni e delusioni” maturate dalla stessa “per la condizione di difficoltà in cui versava il figlio a causa dell’infortunio”.

Tuttavia, secondo la madre del lavoratore infortunato, tale somma non era sufficiente ed anzi, trascurava delle circostanze per nulla irrilevanti, quali, prima fra tutte, il fatto che si trattasse di un giovane di appena ventisette anni, che questi conviveva in un nucleo familiare formato solo da lui e dalla stessa madre, la gravità della lesione, la lunga ospedalizzazione, gli interventi chirurgici, la perdita del lavoro e del 50€ della capacità lavorativa specifica, nonché la gravità della colpa datoriale.

Per non parlare del fatto, poi, che tale somma non valorizzava la sua dedizione e il suo impegno quotidiano di assistenza nei confronti del figlio, di quella successiva ai ricoveri ospedalieri, delle difficoltà caratteriali di quest’ultimo e delle dinamiche familiari prima e dopo l’incidente.

Seguiva, pertanto, il ricorso per Cassazione

Ebbene per i giudici della Cassazione, a prescindere dalla specifica definizione utilizzata dai giudici di merito, la valutazione effettuava risultava esaustiva di tutto il danno non patrimoniale subito, iure proprio, dalla madre del lavoratore, danno che- a partire dalle c.d. “sentenze di San Martino” del 2008 (CSS. Sez. Un. n. 26972/2008) -costituisce una categoria di danno unitaria, che ricomprende in sé tutte le possibili componenti di pregiudizio non aventi rilievo patrimoniale, da liquidarsi, dunque, in modo onnicomprensivo, evitando duplicazioni risarcitorie.

I giudici di merito avevano perciò fatto bene ad escludere le ulteriori circostante dedotte dalla madre nel computo della somma liquidata a titolo di danno riflesso, stante l’assenza di prove sufficienti.

In conclusione, il ricorso è stato rigettato con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

 

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infortunio sul lavoro

Respinto il ricorso di un lavoratore che chiedeva la personalizzazione del danno non patrimoniale conseguente a un infortunio sul lavoro

Aveva perso due falangi distali del II dito, la falange ungueale del III dito e l’intero anulare della mano sinistra come conseguenza di un infortunio sul lavoro. Il Tribunale aveva condannato la società datrice al corrispondere all’infortunato l’importo residuo di euro 9.597,26. Una cifra determinata a seguito di detrazione dall’importo complessivo di 85.450,32 euro, già corrisposti dall’INAIL, oltre euro 1190,16 come danno patrimoniale per spese documentate.

La pronuncia era stata confermata anche dal Giudice di secondo grado su appello proposto dal lavoratore. Secondo la Corte territoriale, infatti, il Tribunale aveva fatto corretta applicazione dei criteri di liquidazione, con riferimento all’età dell’infortunato e alla personalizzazione del danno.

Non poteva ritenersi che il danno morale costituisse una voce ontologicamente distinta.

Le tabelle elaborate dal Tribunale di Milano, infatti, si riferivano anche alla liquidazione del danno non patrimoniale in termini di danno morale. L’appellante, peraltro, non ne aveva contestato l’utilizzo. Non erano quindi state avanzate critiche specifiche fondate su ragioni non apodittiche in termini di mero dissenso al modo di procedere del giudice di primo grado. Se non con riferimento all’insufficienza della determinazione del danno non patrimoniale.

Nel ricorrere per cassazione l’infortunato, pur concordando sull’applicazione dei parametri tabellari elaborati presso il Tribunale di Milano, osservava che il Giudice, in presenza di specifiche circostanze di fatto, può procedere alla personalizzazione del danno entro le percentuali massime di aumento previste nelle stesse tabelle. Il tutto dando adeguatamente conto nella motivazione della sussistenza di peculiari ragioni di apprezzamento meritevoli di tradursi in una differente considerazione in termini monetari.

La Cassazione, nel pronunciarsi sulla vicenda con la sentenza n. 29373/2018, ha osservato che il danno biologico, quello morale e quello dinamico-relazionale integrano componenti autonome dell’unitario danno non patrimoniale.

Queste, pur valutate nello loro differenza ontologica, devono sempre dar luogo ad una valutazione globale.
Pertanto, ove s’impugni la sentenza per la mancata liquidazione del danno morale, non ci si può limitare ad insistere sulla separata liquidazione di tale voce.

E’ invece necessario articolare chiaramente la doglianza come erronea esclusione, dal totale liquidato, delle componenti di danno diverse da quella originariamente descritta come “danno biologico”. In difetto, concludono gli Ermellini, la censura risulta inammissibile.

 

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visita fiscale INPS

In caso di infortuni sul lavoro del dipendente, non è prevista la visita fiscale INPS. È compito dell’INAIL, infatti, accertare e certificare tale eventi

In base al testo del decreto n. 206/2017, la nota 8 febbraio 2018 della presidenza del Consiglio e il messaggio INPS n. 3265/2017 non è prevista la visita fiscale INPS in caso di infortuni sul lavoro.

Infatti, in certi casi, non spetta all’Inps effettuare le visite fiscali nelle fasce orarie di reperibilità. Si tratta infatti di eventi di competenza esclusiva dell’INAIL, che non dispone visite presso il domicilio del lavoratore.

Infatti, non c’è visita fiscale Inps in questi casi.

La legge, inoltre, non prevede che l’INAIL effettui visite a domicilio. Secondo le proprie metodologie è infatti solita convocare il lavoratore presso la sede territorialmente competente per accertare l’effettività dell’infortunio e della malattia professionale.

A tal proposito, il messaggio INPS n. 3265/2017 fornisce le istruzioni amministrative e operative sul “Decreto legislativo n. 75 del 27 maggio 2017 recante disposizioni in materia di Polo unico per le visite fiscali.”

Ebbene, al punto 7 di tale messaggio, dedicato alle visite mediche di controllo in caso di infortunio sul lavoro e malattia professionale, l’Istituto precisa quanto segue.

Nonostante “l’attribuzione esclusiva all’INPS della competenza in materia di visite mediche di controllo sullo stato di salute dei lavoratori” non è legittimato ad effettuare accertamenti medico legali domiciliari, su richiesta dei datori di lavoro, in caso di infortunio sul lavoro e malattia professionale del dipendente.

Ciò poiché, nel rispetto dell’art. 12, legge 67/1988, non può interferire nelle competenze esclusive dell’INAIL per tali eventi. Non possono pertanto essere disposte visite domiciliari per procedere all’istruttoria necessaria al riconoscimento dell’infortunio sul lavoro/malattia professionale a meno che non intervengano diverse interpretazioni da parte dei ministri competenti.

Laddove poi la necessità di procedere a un’istruttoria per il riconoscimento di un infortunio sul lavoro/malattia professionale emergesse durante una visita domiciliare del medico di controllo, quest’ultimo deve comunque limitarsi a verbalizzare tale circostanza.

Senza, dunque, sottoporre il dipendente a visita.

Le fasce orarie di reperibilità

Le precisazioni del messaggio INPS sono state ribadite dalla nota datata 8.02.2018 della Presidenza del Consiglio, in occasione di una richiesta di chiarimenti “in ordine alle cause di esclusione, per i dipendenti pubblici assenti dal servizio per malattia, dall’obbligo di rispettare le fasce di reperibilità previste per le visite fiscali dal D.M. 17 ottobre 2017, n. 206. In particolare chiede indicazioni in merito alla eliminazione, tra le predette cause, dell’infortuni sul lavoro.”

Nella nota, si precisa che il DM 206/2017 regola le modalità di svolgimento della visita fiscale INPS.

In caso di infortuni sul lavoro, occorre fare riferimento all’art 12 della legge 67/1988 che attribuisce all’INAIL la competenza in materia di accertamenti, certificazioni e ogni altra attestazione medico legale sui lavoratori infortunati.

Pertanto, l’INAL non effettua visite a domicilio, e non esistono fasce orarie di reperibilità che il lavoratore deve rispettare.

Nel momento in cui un lavoratore subisce un infortunio sul lavoro, l’INAIL è solita convocarlo presso la sede territorialmente competente per procedere ai necessari accertamenti sanitari. Il lavoratore è tenuto a presentarsi e non può rifiutare le cure del medico, se non in presenza di un giustificato motivo.

 

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