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quattordicesima 2018

A partire da luglio, la somma aggiuntiva della quattordicesima 2018 sarà erogata d’ufficio ai pensionati con 64 anni d’età. Ecco tutto quello che c’è da sapere

È in arrivo la quattordicesima 2018 per circa 3,5 milioni di pensionati italiani. Ad annunciarlo è proprio l’INPS con il messaggio del 13 giugno 2018, n. 2389.

L’istituto di previdenza, infatti, provvederà d’ufficio con la rata della pensione di luglio 2018 a erogare la quattordicesima 2018 ai soggetti che rientrano nei limiti reddituali per averne diritto.

Ma chi può avere la quattordicesima?

La somma aggiuntiva spetterà a tutti i pensionati da lavoro pubblico, privato e autonomo che, al 30 giugno 2018, abbiano compiuto almeno 64 anni di età. I soggetti dovranno inoltre avere un reddito complessivo fino a un massimo di 2 volte il trattamento minimo annuo del Fondo pensioni lavoratori dipendenti (tetto fissato in 13.192,92 euro).

L’Inps ha specificato anche i requisiti reddituali per accedere alla quattordicesima 2018 che verranno verificati prima di procedere all’erogazione.

In tal senso, infatti, viene preso in considerazione il reddito annuo del richiedente. Questo, in relazione agli anni di contribuzione, dovrà essere inferiore ai limiti indicati nella tabella allegata al messaggio INPS.

A partire dal 2017, infatti, a parità di contribuzione, gli importi sono stati differenziati in base alla fascia di reddito nella quale si inquadra il beneficiario. Nello specifico, fino a 1,5 volte il trattamento minimo ovvero fino a 2 volte il trattamento minimo.

Inoltre, il tetto massimo reddituale, oltre il quale il beneficio non spetta, viene incrementato dell’importo del beneficio, diverso per ciascuna fascia contributiva.

Per quel che concerne clausola di salvaguardia, questa prevede che, laddove il reddito complessivo individuale annuo risulti superiore a 1,5 volte ovvero a 2 volte il trattamento minimo e inferiore a tale limite incrementato della somma aggiuntiva spettante, l’importo verrà corrisposto fino a concorrenza del predetto limite maggiorato.

Inoltre, l’Inps ricorda che i redditi che vengono valutati, per l’anno 2018, saranno i seguenti.

Nel caso di prima concessione, tutti i redditi posseduti dal soggetto nell’anno 2018. Invece, nel caso di concessione successiva alla prima, verranno considerati i redditi per prestazioni per le quali sussiste l’obbligo di comunicazione al Casellario centrale dei pensionati di cui al d.P.R n. 1388/1971 e successive modificazioni e integrazioni, conseguiti nel 2018.

Oltre a questi, anche i redditi diversi da quelli di cui al punto precedente, conseguiti nel 2017.

Laddove però questi dati non siano disponibili, saranno utilizzati i dati dichiarati negli anni precedenti.

Pertanto, la quattordicesima 2018 sarà corrisposta in via provvisoria.

La sussistenza del diritto sarà verificata sulla base della dichiarazione dei redditi a consuntivo.

Importi della quattordicesima 2018

La quattordicesima sarà erogata in un’unica rata e non sarà soggetta a tassazione. La somma che percepiranno i pensionati avrà un importo variabile da 336 fino a 655 euro a seconda del reddito e degli anni di contribuzione.

Ad esempio, la quattordicesima minima, pari ad euro 336,00, spetterà ai lavoratori privati, con 15 anni di contributi, e ai lavoratori autonomi, con almeno 18 anni di contributi.

Ciò avverrà nel caso in cui il reddito complessivo individuale annuo risulti superiore a 2 volte il trattamento minimo (tra € 9.995,69 e € 13.192,92).

Infine, la quota massima, pari ad euro 655, spetterà ai lavoratori dipendenti con oltre 25 anni di contributi e agli autonomi con oltre 28 anni di contributi. A patto però che si inquadrino nella fascia di reddito fino a 1,5 volte il trattamento minimo (ovvero fino a € 9.894,69 euro).

 

 

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interessi di mora

Verranno ridotti gli interessi di mora per ritardato pagamento delle somme iscritte a ruolo in ragione annuale.

Con la circolare del 6 giugno 2018, n. 80 l’INPS ha recepito le disposizioni dell’Agenzia delle Entrate che ha ridotto dal 3,50% al 3,01% gli interessi di mora per ritardato pagamento delle somme iscritte a ruolo in ragione annuale.

La novità decorre dal 15 maggio 2018. Essa troverà applicazione, oltre che per il ritardato pagamento delle somme iscritte a ruolo, anche per il calcolo delle somme dovute ai sensi dell’articolo 116, comma 9, della Legge 23 dicembre 2000, n. 388.

A disporre l’applicazione degli interessi di mora, per il ritardato pagamento delle somme iscritte a ruolo, è l’art. 30 del d.P.R. n. 602/1973. Il tutto a decorrere dalla data di notifica della cartella e fino alla data di pagamento.

Gli interessi di mora sono dovuti al tasso determinato annualmente con decreto del Ministero dell’Economia e delle finanze, con riguardo alla media dei tassi bancari attivi.

Nell’aprile 2017 l’Agenzia delle Entrate aveva fissato tale misura al 3,50% in ragione annuale, con effetto dal 15 maggio dello stesso anno.

Tuttavia, poiché l’art. 30 del d.P.R. n. 602/1973 prevede che il tasso degli interessi di mora sia determinato annualmente, l’Agenzia delle Entrate ha disposto la riduzione della misura degli interessi di mora per ritardato pagamento delle somme iscritte a ruolo al 3,01% in ragione annuale.

Ciò è avvenuto dopo aver interpellato a riguardo la Banca d’Italia, con provvedimento protocollo n. 95624/2018.

Ora, in virtù di tale provvedimento verrà modificata anche la misura degli interessi di mora di cui all’articolo 116, comma 9, della legge 23 dicembre 2000, n. 388.

Quest’ultima norma dispone che, a seguito del raggiungimento del tetto massimo delle sanzioni civili calcolate nelle misure previste dal comma 8, lettere a) e b) del medesimo art. 116, senza che il contribuente abbia provveduto all’integrale pagamento del dovuto, “sul debito contributivo maturano interessi nella misura degli interessi di mora di cui al citato articolo 30 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602”.

 

 

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ratei pensionistici

Per gli Ermellini, il diritto dell’Inps alla ripetizione non è prescritto se l’imputato aveva dichiarato falsamente di non svolgere attività lavorativa all’estero.

La Corte di Cassazione, sesta sezione civile, nell’ordinanza n. 12077/2018 ha fornito precisazioni importanti sulla questione dei ratei pensionistici non dovuti.

Secondo i giudici, infatti, il diritto dell’INPS alla restituzione dei ratei pensionistici non dovuti al contribuente non può ritenersi prescritto qualora vi sia stata una condotta dolosa dell’assicurato.

Vale a dire se quest’ultimo aveva reso dichiarazioni false idonee a ingenerare l’erronea convinzione della regolarità dell’erogazione della prestazione.

Infatti, ricordano i giudici, la prescrizione, è da ritenersi sospesa fino al momento in cui l’Ente è stato messo in condizione di conoscere la reale situazione previdenziale dell’assicurato.

La vicenda

Nel caso di specie, la Corte ha accolto il ricorso dell’Inps contro la sentenza che aveva dichiarato prescritto il diritto dell’Istituto a ripetere ratei pensionistici non dovuti nei confronti di un pensionato.

L’Inps si doleva del fatto che il giudice di appello, ritenendo prescritta la pretesa alla restituzione dei ratei pensionistici indebitamente percepiti dall’assicurato, non avesse ritenuto ravvisabile il dolo nella dichiarazione dell’assicurato stesso, contrastante con la realtà dei fatti, di mancato svolgimento di attività lavorativa all’estero.

La Cassazione, ritenendo fondata la censura, si è soffermata sull’onere della prova. Esso è necessario affinché venga dimostrata la sussistenza del dolo dell’assicurato nel percepire prestazioni non dovute.

Per il Collegio, infatti, il provvedimento gravato non si allinea infatti alla giurisprudenza sul punto.

Come ricorda la stessa Cassazione nella pronuncia n. 8609/1999, la condotta dolosa dell’interessato si verifica anche quando quest’ultimo rilasci all’Ente “dichiarazioni false idonee ad ingenerare l’erronea convinzione della regolarità dell’erogazione della prestazione”

Ora, per questo genere di comportamenti sussiste la presunzione di una condotta consapevole e volontaria (quindi dolosa).

A fronte di tale condotta, al pensionato incombe l’onere di provare che la sua condotta dipende da mera colpa. In particolare, da una non completa e attenta valutazione delle circostanze che hanno determinato detta condotta.

Pertanto, la prescrizione si ritiene dunque essere rimasta sospesa fino a quando l’Istituto non è stato posto in condizione di conoscere, a seguito della lettera con la quale lo Stato estero ha comunicato la posizione contributiva accreditata, la reale situazione previdenziale dell’assicurato.

Alla luce di tali circostanze, secondo la Cassazione, il ricorso deve essere accolto.

La sentenza viene cassata con rinvio alla Corte di Appello che provvederà al ricalcolo dei ratei pensionistici non ripetibili dall’Inps e alla liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

 

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anmefi

Accolto il ricorso presentato dall’Associazione ANMEFI dopo l’esclusione dal tavolo delle trattative tra Inps e sindacati di categoria

L’esclusione della ANMEFI (Associazione Nazionale dei Medici Fiscali) dalle trattative per la stipula della convenzione di categoria da parte dell’INPS rappresenta condotta antisindacale. Lo ha stabilito la sezione lavoro del Tribunale di Roma con un decreto dello scorso 7 giugno.

La protesta, ricorda l’Associazione “era montata quando ANMEFI era stata sostituita da sindacati che poco o nulla hanno a che fare con la categoria interessata”. Una scelta dovuta a “una serie di interpretazioni ed errate applicazioni dell’Istituto rispetto all’atto di indirizzo in fatto di rappresentatività per i medici non dipendenti”.

L’Associazione aveva quindi presentato ricorso per violazione dell’art. 55 septies del dl n. 165/2001.

La norma dispone infatti che il rapporto tra Istituto e medici fiscali sia disciplinato da convenzioni stipulate con i sindacati maggiormente rappresentativi in campo nazionale.

Appurato che l’ANMEFI, con circa 3000 iscritti, rappresenta l’organizzazione maggiormente rappresentativa della categoria sul territorio, il Giudice ha concluso che l’Associazione è stata privata “del legittimo esercizio di trattativa e negoziazione”. Il tutto proprio in occasione di un momento cosi particolare quale quello della stipula della prima convenzione regolante il rapporto tra l’Inps e i medici fiscali.  Una decisione, quindi, che ha avuto “ripercussioni evidenti sia sull’attività in sé del sindacato sia sull’immagine dello stesso”.

Il Giudice ha quindi intimato all’Istituto di desistere da tale atteggiamento illegittimo, obbligando la ripresa delle trattative con la partecipazione del sindacato ricorrente. L’INPS dovrà inoltre tenere affisso il decreto nella propria bacheca per 30 giorni, nonché prevederne la pubblicazione a proprie spese , su quattro quotidiani nazionali.

L’ANMEFI ritiene la decisione del Tribunale molto importante per la storia della medicina fiscale e dei suoi iscritti. Questi finalmente  vedranno “la partecipazione ed innegabile incidenza” della propria organizzazione sindacale “per la redazione finale di una convenzione, oramai non più procrastinabile”.

 

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società tra professionisti

Sono in arrivo delle precisazioni importanti da parte dell’Inps riguardanti le società tra professionisti, la loro costituzione, i modelli societari e molto altro. Ecco cosa c’è da sapere.

Con la circolare n. 77/2018, l’Inps ha fatto il punto sulle società tra professionisti specificando una serie di aspetti.

Tra questi, quando è consentita la costituzione della società tra professionisti, i modelli societari, e chiarimenti riguardanti il sistema di profilazione e al censimento delle stesse.

Nel fornire queste precisazioni, l’Inps riassume innanzitutto la disciplina delle Stp dettata dall’articolo 10, commi da 3 a 9, della legge 12 novembre 2011, n. 183, e dal relativo regolamento attuativo.

L’istituto di previdenza ha chiarito in primis che è consentita “la costituzione di società per l’esercizio di attività professionali regolamentate nel sistema ordinistico secondo i modelli societari regolati dai titoli V (riguardanti le società) e VI (riguardanti le società cooperative e le mutue assicuratrici) del libro V del codice civile”.

La Società tra professionisti, inoltre, può assumere diverse forme.

Può essere una società semplice, una società in nome collettivo, in accomandita semplice, per azioni, in accomandita per azioni, a responsabilità limitata e società cooperativa.

Inoltre, specifica la circolare, per assumere la qualifica di società tra professionisti, l’atto costitutivo delle suddette società deve prevedere alcuni requisiti.

Il primo è l’esercizio in via esclusiva dell’attività professionale da parte dei soci.

Il secondo è l’ammissione in qualità di soci dei soli professionisti iscritti ad ordini, albi e collegi, anche in differenti sezioni.

Oltre a loro, l’ammissione dei cittadini degli Stati membri dell’Unione europea è ammessa, purché in possesso del titolo di studio abilitante, ovvero di soggetti non professionisti soltanto per prestazioni tecniche o per finalità di investimento.

In ogni caso, si precisa che il numero dei soci professionisti e la partecipazione al capitale sociale dei professionisti deve essere tale da determinare la maggioranza di due terzi nelle deliberazioni o decisioni dei soci.

Laddove tale condizione venga meno, questo costituisce causa di scioglimento della società e il consiglio dell’Ordine o collegio professionale presso il quale la società è iscritta è tenuto a cancellare la stessa dall’albo.

Questo però fatto salvo il caso in cui la società non abbia provveduto a ristabilire la prevalenza dei soci professionisti nel termine perentorio di sei mesi.

Ancora, gli altri tre requisiti per una società tra professionisti sono rappresentati dalla definizione di criteri e modalità che garantiscano l’esecuzione dell’incarico professionale solo da parte dei soci in possesso dei requisiti per l’esercizio della prestazione professionale richiesta.

La designazione del socio professionista deve essere compiuta dal cliente. In mancanza di essa, la società è tenuta a comunicare per iscritto il nominativo del professionista al cliente stesso.

Occorre inoltre la stipula di polizza di assicurazione per la copertura dei rischi derivanti dalla responsabilità civile per i danni causati ai clienti dai singoli soci professionisti nell’esercizio dell’attività professionale.

Oltre a questo, vanno definite le modalità di esclusione dalla società del socio che sia stato cancellato dal rispettivo albo con provvedimento definitivo

Inoltre, nella denominazione sociale deve comparire la dicitura ” società tra professionisti “. Dunque, non è consentito allo stesso soggetto essere socio di più società. I professionisti soci sono tenuti all’osservanza del codice deontologico del proprio ordine.

La società stessa è soggetta al regime disciplinare dell’ordine al quale risulti iscritta.

L’Inps e il censimento delle società tra professionisti

In merito al censimento delle società tra professionisti, l’Inps detta le istruzioni operative con questo provvedimento.

In particolare, afferma che lo stesso sarà effettuato in modalità differenti a seconda dell’Ordine al quale le medesime risultino iscritte.

Riguardo agli avvocati, “le verifiche periodiche dell’iscrizione all’Albo degli Avvocati delle STP saranno effettuate mediante verifiche puntuali attraverso l’interrogazione del registro delle imprese”.

Nella circolare, infine, l’Inps indica l’intera procedura da seguire ai fini del censimento delle società.

 

 

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certificati di malattia

L’Inps ha rilevato un incremento dei certificati di malattia rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il fenomeno riguarda soprattutto i dipendenti del settore privato

Nei primi tre mesi del 2018, si è registrato un incremento del numero dei certificati di malattia rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Lo rileva l’Osservatorio statistico sul “Polo unico di tutela della malattia” con i dati relativi al 1° trimestre 2018.

L’Osservatorio ha lo scopo di monitorare il fenomeno dell’astensione dal lavoro per malattia dei lavoratori dipendenti privati e pubblici, prendendo come riferimento i certificati medici inviati dal medico e le visite mediche di controllo effettuate dall’Istituto.

Dal 1° settembre 2017, infatti, in attuazione del decreto legislativo 27 maggio 2017, n. 75, è entrato in vigore il Polo unico per le visite fiscali.

Con la nuova disciplina viene attribuita all’Inps la competenza esclusiva a gestire le visite mediche di controllo anche per l’82% dei lavoratori pubblici in malattia. Da questa data l’Istituto effettua visite mediche sia su richiesta delle pubbliche amministrazioni, in qualità di datori di lavoro, sia d’ufficio.

L’aumento registrato nel primo trimestre 2018, secondo l’Inps, risulta meno contenuto nei lavoratori pubblici appartenenti al Polo unico (3,1%) rispetto ai dipendenti del privato (12,4%). A livello territoriale si evidenzia una differenziazione per entrambi i settori con maggiore aumento al Nord (4,7% del pubblico rispetto al 14,2% del privato).

La percentuale dei lavoratori con almeno un giorno di malattia sul totale dei lavoratori passa, nel privato, dal 23% del 2017 al 26% del 2018. L’incremento, dunque, è pari a tre punti percentuali. Nel settore pubblico, invece, passa dal 35% del 2017 al 36% del 2018.

L’Istituto, infine, ha effettuato un numero di visite per i dipendenti pubblici del Polo unico poco al di sotto di quelle per i privati assicurati: 101milanel pubblico e 123mila nel privato. Il tutto pur in presenza di un numero di certificati medici di gran lunga inferiore (1,9 milioni rispetto a 4,7 milioni).

 

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Contributi dei lavoratori autonomi: come sospenderli per malattia

Dall’Inps arrivano le indicazioni sulla sospensione dei contributi di autonomi e collaboratori in caso di inattività per malattia o infortunio fino a due anni in conformità al Jobs Act degli autonomi.

In conformità al Jobs Act, i contributi dei lavoratori autonomi possono essere sospesi in caso di malattia.

È infatti prevista – a tutela di questi lavoratori – la possibilità di sospendere il versamento dei contributi previdenziali e dei premi assicurativi.

Come specificato dall’Inps con la circolare 69 del 2018, il versamento dei contributi può essere sospeso in caso di malattia o infortunio se impediscono di svolgere l’attività per oltre 60 giorni.

L’Istituto di previdenza chiarisce le procedure per procedere alla sospensione dei versamenti dei contributi in tali casi.

Hanno questa facoltà i lavoratori con partita IVA o i collaboratori coordinati. Restano fuori gli imprenditori, compresi i piccoli imprenditori come artigiani e commercianti.

La normativa stabilisce per gli iscritti alla gestione separata la possibilità di sospendere il versamento dei contributi previdenziali e dei premi assicurativi. E questo sia in caso di malattia sia in caso di infortunio grave.

Due circostanze che di fatto impediscono ai lavoratori di svolgere l’attività da un minimo di 60 giorni a un massimo di 2 anni.

Trascorso questo periodo, i contributi non versati dovranno essere versati con un numero di rate triplo rispetto ai mesi di sospensione.

Nello specifico, l’Inps distingue due differenti procedure per professionisti e lavoratori parasubordinati.

Nel primo caso, dovranno presentare all’Istituto una richiesta di sospensione tramite il cassetto previdenziale professionisti, una comunicazione bidirezionale e poi indicare nel quadro RR di Unico l’importo equivalente ai contributi sospesi.

In seguito al periodo di stop i lavoratori potranno provvedere al pagamento in un’unica soluzione o chiedere la rateazione con gli interessi di legge.

Nel caso dei collaboratori sarà invece il committente ad avere l’onere del versamento contributivo. In particolare, con la trattenuta di un terzo dell’importo dal compenso del lavoratore.

Quando si trasmette il flusso Uniemens servirà indicare per il soggetto interessato il codice “S1”. Dopo la malattia o dopo 2 anni, il lavoratore verserà la somma sospesa. Il tutto sempre o in unica soluzione o chiedendo la rateazione.

 

 

 

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assegni familiari

L’Inps ha aggiornato i redditi ai fini del conseguimento degli assegni per il nucleo familiare per il periodo che intercorre tra il 1° luglio 2018 e il 30 giugno 2019.

L’Inps, con la circolare 68 dell’11 maggio 2018, ha annunciato la rivalutazione dei livelli di reddito delle tabelle contenenti gli importi mensili degli assegni familiari.

Queste saranno ufficialmente in vigore per il periodo 1° luglio 2018 – 30 giugno 2019.

La circolare specifica inoltre che gli stessi livelli di reddito avranno validità per la determinazione degli importi giornalieri, settimanali, quattordicinali e quindicinali della prestazione.

E saranno in aumento i redditi che consentiranno l’attribuzione degli assegni per il nucleo familiare dal prossimo 1° luglio sino al 30 giugno 2019.

La circolare ha ricordato che la misura della prestazione assistenziale fornita dall’Inps è legata principalmente al reddito complessivo del nucleo familiare.

Quest’ultimo, infatti, non deve superare i limiti annuali indicati dalla legge. Questi vengono rivalutati ogni anno in base agli indici Istat.

La misura sostiene le famiglie dei lavoratori dipendenti e dei pensionati da lavoro dipendente, composte da più persone. Essi devono avere inoltre redditi inferiori a quelli determinati ogni anno dalla Legge.

La legge n. 153/88 spiega come i livelli di reddito familiare ai fini della corresponsione dell’assegno vengano rivalutati annualmente.

Questo avviene con effetto dal 1° luglio di ciascun anno, in base alla variazione dell’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati.

Quest’ultimo viene calcolato dall’Istat, intervenuta tra l’anno di riferimento dei redditi per la corresponsione dell’assegno e l’anno immediatamente precedente.

Quest’anno, l’aggiornamento dei redditi è legato all’aumento dell’inflazione che lo scorso anno ha subito una salita dell’1,1%.

Come presentare la domanda per gli assegni familiari?

La domanda va presentata tramite un modulo compilato a cura del lavoratore che può riempire il modello personalmente o con l’aiuto di un patronato.

Bisognerà allegare alla dichiarazione il reddito complessivo percepito nel 2017 ricavabile dalla dichiarazione dei redditi. Accanto a questo, servirà la Certificazione unica e una copia del documento di riconoscimento.

I nuclei familiari devono essere composti da più persone e il reddito complessivo deve essere inferiore a quello determinato ogni anno dalla legge.

 

 

 

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convenzione dei medici fiscali

Passi in avanti verso la stipula della prima convenzione dei medici fiscali. Ma permangono nodi da approfondire su tutele e compensi

Stabilizzazione, tipologia di rapporto di lavoro, incompatibilità, graduatorie, punteggi, formazione. Sono alcuni dei temi trattati nell’incontro svoltosi nei giorni scorsi a Roma tra la dirigenza dell’Inps e i sindacati più rappresentativi della medicina fiscale. Un appuntamento incentrato sulla stipula della prima convenzione dei medici fiscali per il controllo sui lavoratori dipendenti in malattia.

La riunione, a cui era presente anche il Presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha fatto registrare dei passi in avanti.  Per lo Smi, Sindacato medici italiani, il confronto è stato “costruttivo anche se non risolutivo”. Rimangono, infatti, da approfondire e definire temi fondamentali quali le tutele e i compensi.

L’Inps avrebbe prospettato una remunerazione a notula. Il Sindacato ha invece chiesto, formalmente, che l’Istituto riveda la modalità di riferimento al pagamento del medico fiscale convenzionato, coerentemente a quanto stabilito dall’atto d’indirizzo.

In particolare, i rappresentanti SMI hanno proposto un rapporto orario con il riconoscimento dell’indennità di disponibilità e della contribuzione Enpam.

Fondamentale, inoltre, la definizione di altre tutele, quali malattia e gravidanza previste nello stesso atto ma non ben definite nella bozza di proposta dell’Inps.

Altro nodo è rappresentato dal riconoscimento di una assicurazione contro gli infortuni derivanti dall’incarico mai riconosciuta al medico fiscale. Lo Smi ha chiesto, inoltre, chiarezza sull’ipotesi di spesa effettiva in quanto carente dello specifico relativo alla gestione del servizio da parte dell’Istituto.

All’incontro era presente anche la Federazione Specialisti Ambulatoriali, FESPA, che ha espresso “grande soddisfazione per l’esito dell’ incontro”. Al tavolo sarebbero infatti state accolte molte delle richieste presentate. In particolare i due punti qualificanti, per Fespa, sono rappresentati da: riconoscimento e conferma del monte ore storico, in atto, espletato dai medici fiscali; pagamento economico e previdenziale  su quota oraria, così come avviene per la Convenzione della Medicina dei Servizi.

La riunione è terminata con l’auspicio da parte delle OOSS di condividere una proposta, che l’Inps attende a stretto giro.

 

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incarichi agli avvocati

L’Inps ha reso note le liste per il conferimento degli incarichi di domiciliazione ai legali esterni completando la procedura avviata a febbraio

Per quanto riguarda gli incarichi agli avvocati esterni l’Inps ha comunicato delle novità importanti con il messaggio n. 1744/2018.

L’istituto di previdenza ha infatti pubblicato le liste coi nomi dei 1.075 legali esterni cui conferire incarichi di domiciliazione e/o sostituzione d’udienza.

In questo modo è stata così completata la procedura avviata nel febbraio scorso.

Come ha spiegato l’Istituto di previdenza le liste circondariali “predisposte dalla commissione centrale, che ha esaminato le domande pervenute, sono disponibili sul sito internet dell’istituto. Le domande pervenute sono state 9.395 delle quali 959 sono state ritenute non idonee dalle direzioni regionali/di coordinamento metropolitano”.

Le liste saranno efficaci fino al 31 dicembre 2020.

Questo significa che, a partire dalla pubblicazione delle liste online, l’affidamento degli incarichi agli avvocati collocati nelle liste in posizione utile rispetto ai posti disponibili, avverrà dopo la sottoscrizione da parte del professionista della dichiarazione di responsabilità ad hoc.

Occorrerà inoltre la contestuale “consegna di copia della polizza assicurativa per la copertura della responsabilità professionale per tutta la durata degli affari da trattare”.

Laddove invece vi siano rinunce da parte degli avvocati collocati in posizione utile, si procederà allo scorrimento della lista seguendo l’ordine.

Questo avverrà anche in caso di revoca o rinuncia da parte dei professionisti prima della scadenza dell’ incarico agli avvocati.

I legali interessati alle istanze di riesame dovranno inoltrare alla direzione generale dell’Inps, “richiesta motivata di riesame della domanda di partecipazione presentata, a partire dal 1° maggio e fino al 30 giugno 2018”.

Tale istanza andrà inviata esclusivamente per via telematica. Ciò avverrà tramite apposito servizio raggiungibile al link “Invia istanza di riesame” presente nel sito. In particolare, nella pagina di pubblicazione delle liste avvocati domiciliatari e/o sostituti d’udienza.

Gli esiti della definizione delle istanze saranno comunicati agli interessati e alle Direzioni regionali/di coordinamento metropolitano.

 

 

 

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