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Inps

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richieste di reddito di cittadinanza

L’Istituto chiarisce le modalità relative alle richieste di reddito di cittadinanza, specificando le tempistiche per l’accesso alla misura

L’Inps ha emanato la Circolare n. 43 del 2019, che disciplina le richieste di Reddito di cittadinanza.  Il Reddito di cittadinanza – si legge in una nota dell’Istituto – è una misura di politica attiva del lavoro a garanzia del diritto al lavoro, di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e all’esclusione sociale. Assume il nome di Pensione di cittadinanza quando concesso ai nuclei familiari composti esclusivamente da una o più persone di età pari o superiore ai 67 anni.

Il reddito di cittadinanza può essere richiesto agli sportelli postali utilizzando il modulo cartaceo predisposto dall’Inps e pubblicato sul sito Internet dell’Istituto. Oppure on-line sul sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali www.redditodicittadinanza.gov.it, tramite le credenziali SPID 2. Infine,  presso i Centri di Assistenza Fiscale (CAF).

Le informazioni contenute nella domanda di Rdc devono essere trasmesse dagli intermediari all’Inps entro dieci giorni lavorativi dalla richiesta. Ai fini del riconoscimento del beneficio l’Inps verifica, entro i successivi cinque giorni lavorativi, il possesso dei requisiti. Il tutto sulla base delle informazioni disponibili nei propri archivi e in quelli delle amministrazioni collegate. La definizione della domanda è prevista entro la fine del mese successivo alla sua trasmissione all’Istituto.

Il beneficio economico viene erogato attraverso la Carta Reddito di cittadinanza, consegnata dalle Poste Italiane esclusivamente dopo il quinto giorno di ciascun mese.

Come previsto per le precedenti prestazioni a sostegno della famiglia e di contrasto alla povertà, la legge reca quantificazione e copertura finanziaria relativa al Rdc. Inoltre, prevede un meccanismo di monitoraggio, ricordato anche nel modulo di domanda. Peraltro – specifica l’Inps – al momento non vi sono elementi per ritenere che le risorse stanziate potrebbero non essere sufficienti.

La circolare ricorda poi che, a decorrere dal mese di marzo 2019, il Reddito di inclusione non può essere più richiesto. A partire dal successivo mese di aprile, inoltre, non può più essere riconosciuto né rinnovato per una seconda volta. Chi ha avuto il riconoscimento prima di aprile 2019 continuerà a ricevere il Reddito di inclusione per la durata inizialmente prevista. E’ fatta salva in ogni caso la possibilità di presentare domanda per il Reddito di cittadinanza.

 

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revoca

A seguito della condanna inflitta all’imputato quale membro di una associazione mafiosa (di cui all’art. 416 bis c.p.), l’Inps procedeva alla revoca, con effetto ex nunc, della prestazione assistenziale dell’assegno sociale, di cui quest’ultimo era già titolare

Contro tale determinazione il condannato presentava incidente di esecuzione dinanzi alla Corte di assise di appello di Palermo, giudice che aveva pronunciato la sentenza divenuta per ultima irrevocabile, chiedendo che fosse ordinata all’Istituto erogatore la riattivazione del trattamento.

Il Presidente della Corte, con decreto pronunciato inaudita altera parte, ai sensi dell’art. 666 c.p.p., comma 2, dichiarava inammissibile l’istanza, osservando che la revoca era stata decisa dall’Ente pubblico, titolare del rapporto pensionistico, in diretta applicazione della L. n. 92 del 2012, citato art. 2, comma 61,

Pertanto, contro quest’ultima decisione, l’imputato ricorreva per cassazione per il tramite del proprio legale di fiducia.

La questione che qui viene in rilievo è la seguente: qual è la natura del provvedimento di revoca dell’assegno sociale? Si tratta di una pena accessoria del reato associativo o piuttosto essa ha natura di sanzione extra-penale?

La questione non è di poco conto, posto che qualora esso rivesta natura di sanzione extra-penale, non vi sarebbero i presupposti per l’attivazione del procedimento esecutivo e tale circostanza ben potrebbe essere rilevata de plano, ai sensi dell’art. 666 c.p.p.

Uno speciale statuto di “indegnità”

I giudici Ermellini, investiti dell’interrogativo sul punto di diritto, hanno, preliminarmente, ricordato che la L. 28 giugno 2012, n. 92, all’art. 2, comma 58 e ss., detta plurime disposizioni, aventi come effetto la cessazione della corresponsione di prestazioni, in materia previdenziale e assistenziale, di cui siano titolari soggetti condannati per taluni reati di particolare allarme sociale, quali i reati di associazione terroristica, attentato per finalità terroristiche o di eversione, sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione, associazione di stampo mafioso, scambio elettorale, strage e delitti commessi per agevolare le associazioni di stampo mafioso.

Più in particolare, il citato art. 2, comma 58, prevede che, nel pronunciare condanna per i reati sopra menzionati, il giudice applichi, in sentenza, la “sanzione accessoria” della revoca di una serie di prestazioni, partitamente indicate (tra cui l’assegno sociale venuto in rilievo), non correlate al versamento di previa contribuzione; e possa altresì revocare i trattamenti previdenziali, ove accerti, o risulti già accertato, che essi abbiano avuto origine, in tutto o in parte, da un rapporto di lavoro fittizio a copertura di attività illecite.

Ma non è tutto.

Il comma 59 stabilisce che le erogazioni della prima specie possano essere ripristinate, a domanda, ove ne sussistano ancora i presupposti, una volta espiata la pena; e, il comma 60 impone l’obbligo di tempestiva comunicazione all’Istituto previdenziale dei provvedimenti adottati ai sensi del comma 58, ai fini della loro immediata esecuzione.

La norma in questione, sembra aver istituito uno speciale statuto di “indegnità”, connesso alla commissione di taluni reati, cui ricollega effetti sanzionatori direttamente incidenti sui trattamenti di assistenza sociale.

La natura della revoca dell’assegno sociale: sanzione accessoria?

Ma per i giudici della Cassazione si è in presenza di un mero effetto extra-penale della condanna, e non di una pena (o di una sanzione) accessoria.

La cessazione della prestazione assistenziale, dunque, non costituisce (come non lo costituisce la perdita dei diritti elettorali nell’ipotesi testé prospettata: Sez. 1, n. 52522 del 16/01/2018) un aspetto del trattamento sanzionatorio del reato, bensì consegue al sopravvenuto difetto di un requisito soggettivo per il mantenimento dell’attribuzione patrimoniale di durata.

Se dunque non vi è, come nella specie, irrogazione di alcuna pena (o sanzione) accessoria, non vi è neppure – in radice – materia per l’esercizio della giurisdizione esecutiva penale, nemmeno nella sua accezione più lata.

Il condannato, tuttavia, non resta privo di tutela giurisdizionale, potendo egli pur sempre adire il giudice ordinariamente competente a conoscere del rapporto sostanziale in contestazione, che nella specie è il giudice del lavoro, cui spetta normalmente (art. 442 c.p.c. e ss.) la cognizione delle controversie in tema di previdenza e assistenza obbligatorie.

Per tutte queste ragioni la Suprema Corte ha respinto il ricorso vista l’assenza delle condizioni di legge per l’attivazione del procedimento esecutivo, affermando, altresì, che tale circostanza ben poteva essere rilevata de plano, a norma dell’art. 666 c.p.p., comma 2.

La redazione giuridica

 

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inps

La CU è scaricabile dal portale dell’Inps per tutti coloro che hanno l’Istituto come sostituto di imposta

E’ disponibile sul sito istituzionale www.inps.it la Certificazione Unica 2019, relativa ai redditi 2018, per tutti coloro i quali hanno come sostituto di imposta l’Inps. La CU è il documento che certifica i redditi di lavoro dipendente o assimilati, i redditi di lavoro autonomi, le provvigioni e redditi diversi. Si compone di due fogli: nel primo sono indicati i dati anagrafici del soggetto destinatario con la firma del sostituto di imposta; nel secondo sono riportate le informazioni fiscali più importanti (redditi, detrazioni, contributi, ecc).

Per ottenere la certificazione occorre collegarsi al portale dell’Istituto nazionale di previdenza sociale con le proprie credenziali (SPID o codice fiscale e PIN o CNS). Il percorso da seguire è da Tutti i servizi>Certificazione Unica 2019.

Il servizio consente di visualizzare, scaricare e stampare il modello della CU 2019. Per i pensionati la CU sarà accessibile anche tramite il servizio Cedolino della pensione.

La novità di quest’anno è la possibilità di scaricare agevolmente la CU 2019 anche con il proprio smartphone dall’applicazione Inps Mobile. Anche in questo caso bisogna selezionare dall’elenco di Tutti i servizi la voce Certificazione Unica e accedere con le proprie credenziali. Il pdf generato dall’app può anche essere inoltrato utilizzando i più comuni canali di messaggistica.

L’Ente fa sapere che già alle 8 di ieri mattina risultavano scaricate oltre 84mila CU. Di queste, 65mila da portale con PIN cittadino e 17mila da app, più altre dai vari canali ulteriori.

È possibile ottenere la Certificazione Unica anche tramite posta elettronica certificata (PEC). In questo caso la richiesta va trasmessa all’indirizzo richiestacertificazioneunica@postacert.inps.gov.it completa di copia del documento d’identità del richiedente. La Certificazione Unica sarà inviata alla casella PEC utilizzata per la richiesta.

 

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DURC

I DURC sono attestazioni di scienza e non atti autoritativi né negoziali produttivi di effetti propri

All’impresa ricorrente in giudizio era stato negato il DURC da parte dell’ente nazionale di previdenza per una mera irregolarità formale nella quantificazione del contributo dovuto. Dall’accertamento compiuto in tal senso era emerso uno scostamento di soli 285 euro eppure senza il rilascio di quella dichiarazione, non avrebbe potuto partecipare alle gare pubbliche.

Ci si domanda dunque, se l’Inps può negare il DURC all’impresa richiedente solo sulla base di presunte inadempienze contributive, per il cui accertamento quest’ultima è già in causa.

Per il Tribunale ordinario di Roma, la risposta non può che essere negativa.

Ed invero, l’art. 3 comma 2, lett. d) e e) del DM 30 gennaio 2005 sembra confermare tale assunto affermando in linea di principio, che l’Inps può rilevare in sede di procedura DURC solo inadempienze che abbia già formalmente accertato e comunicato, senza che il contribuente abbia a ciò tempestivamente reagito con i rimedi amministrativi e giurisdizionali.

Una diversa interpretazione del sistema integrerebbe un chiaro aggiramento del principio, per cui il DURC non può essere negato nemmeno per una inadempienza contributiva sostanziale, se questa è controversa in sede di contenzioso amministrativo o giudiziario; cosa che implica che al contribuente deve essere stata data la possibilità di contestarla.

Allo stesso modo, neppure condivisibile sarebbe il ragionamento contrario, che ammetterebbe alle imprese la possibilità di imporre all’Inps il rilascio del DURC di fonte al più fondato degli accertamenti di inadempienza contributiva gravissima, semplicemente proponendo il più pretestuoso dei ricorsi amministrativi, per poi impugnarne l’esito, fino al passaggio in giudicato della sentenza.

La soluzione, perciò, come sempre sta nel mezzo “in medio stat virtus”.

Ed infatti, il sistema normativo italiano mostra l’intento di perseguire un bilanciamento tra la necessità di accertamento immediato della situazione contributiva dell’impresa e la necessità che il contribuente non si veda negare il DURC per inadempienze inesistenti, dando per esistenti solo le violazioni già accertate e comunicate alla data della richiesta (nella quale la situazione viene per usare le parole utilizzate dalla difesa dell’Inps “fotografata”) o risultanti come tali da autodichiarazioni, con atti contro i quali il contribuente non abbia a quella data azionati i rimedi.

Anche alla luce di tale ricostruzione complessiva del sistema, per il Tribunale di Roma, negare il DURC solo perché il contribuente non è stato in grado in 15 giorni di mettere capo ad una incongruenza intrinseca di qualche denuncia contributiva, oltre ad apparire illegittimo per mancanza di fondamento normativo appare, anche contraddittorio ed irriconducibile a qualunque riconoscibile canone di razionalità/ragionevolezza.

E comunque, dal momento che l’Inps aveva ritenuto necessario verificare che il contributo dovuto era superiore a quello dichiarato, si sarebbe dovuta limitare a emettere un verbale di accertamento o una nota di rettifica che avrebbero potuto essere impugnati in sede amministrativa o giurisdizionale con effetto impeditivo del mancato rilascio DURC e non al contrario, rifiutare tale dichiarazione.

In altri termini, per il giudice capitolino è totalmente arbitrario equiparare il diniego di rilascio DURC a chi abbia omesso una denuncia contributiva dovuta, a chi invece, tale denuncia l’abbia presentata, ma risulti viziata da errore nella quantificazione del contributo dovuto, reso di per sé evidente da una sfasatura tra parziali e totali, non potendo in quest’ultimo caso parlarsi di denuncia infedele.

I DURC – conclude – sono attestazioni di scienza e non atti autoritativi né negoziali produttivi di effetti propri sicché applicare ad essi la categoria dell’annullabilità non alcun senso.

Per tali la domanda dell’impresa ricorrente è stata accolta in primo grado.

La redazione giuridica

 

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personale scolastico

Infondata la notizia secondo cui si rischierebbe uno slittamento dei tempi che potrebbe far ‘saltare’ la finestra d’uscita del 1° settembre 2019 a disposizione del personale scolastico

L’Inps ha ritenuto opportuno diffondere alcune precisazioni in ordine alle domande di pensione del personale scolastico. L’Istituto ha predisposto una serie di importanti iniziative organizzative e procedurali per fronteggiare l’eccezionale carico di lavoro generato dalla riforma pensionistica del Dl n. 4/2019. Questa affianca una serie di importanti novità già previste dalla Legge di bilancio per l’anno in corso.

In particolare, per il personale scolastico l’Istituto ha avviato, in costante collaborazione col MIUR, attività dedicate di normalizzazione delle posizioni assicurative. Il tutto con l’ausilio anche di una specifica struttura di progetto nazionale.

“La proficua collaborazione – si legge in una nota –  ha portato, da un lato, alla condivisione di atti di indirizzo adottati dal Ministero per il potenziamento degli strumenti per lo scambio dei dati tra l’Inps e gli Uffici scolastici territoriali e le istituzioni scolastiche e, dall’altro, all’individuazione di una precisa tempistica per le attività di sistemazione dei dati da parte delle Strutture scolastiche per consentire all’INPS la verifica del diritto a pensione e la successiva liquidazione alla decorrenza prestabilita”.

Nell’ambito di tale collaborazione, già dal 2018 sono in corso appositi incontri formativi con le Strutture territoriali del Ministero, finalizzati ad agevolare il corretto utilizzo degli applicativi per lo scambio delle informazioni contributive.

In particolare, chiarisce l’Istituto, “è destituita di ogni fondamento la notizia secondo cui si rischierebbe uno slittamento dei tempi che potrebbe far ‘saltare’ la finestra d’uscita del 1° settembre 2019 a disposizione del personale scolastico per cui, pur avendo i requisiti quest’anno, di fatto ci si potrebbe pensionare solo nel settembre del 2020”.

Chi ha conseguito il diritto alla pensione anticipata nei termini di legge sarà collocato in pensione dal 1° settembre prossimo. L’Inps precisa, inoltre, che, a seguito della fusione di Inpdap in Inps, l’intero patrimonio informativo dell’Inpdap è stato trasferito negli archivi Inps ed è gestito attualmente dall’Inps. Le carenze informative sulle posizioni assicurative dei dipendenti pubblici sono legate alla peculiare carriera lavorativa che caratterizza questa categoria di lavoratori ed ai meccanismi di gestione delle loro posizioni assicurative, ma non hanno impedito e non impediscono la corretta liquidazione della pensione.

 

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lavori socialmente utili

La Corte d’appello di Catanzaro aveva confermato la decisione del giudice di primo grado con la quale era stato riconosciuto il diritto del richiedente a vedersi accreditati i contributi figurativi anche per il periodo in cui aveva svolto lavori socialmente utili presso alcuni comuni calabresi

Invero, l’Inps aveva smesso di riconoscergli tali contributi dal momento in cui aveva cominciato a svolgere i lavori socialmente utili (LSU), ritenendo che, dopo tale data, il ricorrente, non più iscritto alle liste di mobilità, non avesse percepito più alcun assegno dal Fondo per l’occupazione costituito presso l’Inps, ma solo risorse della Regione Calabria; né poteva essergli riconosciuta la contribuzione figurativa, essendo rimasto in LSU oltre il periodo di mobilità ordinaria.

Ma per la corte territoriale si trattava di una vera e propria violazione di legge, dal momento che

con il D.Lgs. n. 468 del 1997, è mutata la disciplina dei lavori socialmente utili.

In particolare l’art. 7 ha introdotto la possibilità per le amministrazioni pubbliche di utilizzare i lavoratori titolari di trattamento di mobilità con riconoscimento di un assegno di utilizzo e il diritto alla contribuzione figurativa.

Con il successivo D.Lgs. n. 81 del 2000, sono state poi, ripartite le risorse del Fondo per l’occupazione tra le regioni ed è stata sancita l’utilizzabilità in lavori socialmente utili anche dei lavoratori non iscritti nelle liste di mobilità con riconoscimento della contribuzione figurativa.

Lo stesso decreto ha anche stabilito che i soggetti utilizzatori di cui al D.Lgs. n. 468 del 1997, art. 3, comma 1, che avevano in corso attività progettuali con oneri a carico del Fondo per l’occupazione, potevano continuare ad utilizzare i lavoratori in LSU.

Il ricorso del lavoratore

Ebbene, nel caso in esame, la corte territoriale aveva ritenuto che il ricorrente, sebbene non fosse più iscritto nelle liste di mobilità, avesse continuato a lavorare come LSU, dal momento che la Regione Calabria aveva istituito un Fondo regionale per l’occupazione, finalizzato alla stabilizzazione dei soggetti utilizzati come LSU con conseguente diritto alla contribuzione figurativa utile ai soli fini del conseguimento del diritto alla pensione.

Secondo la Corte doveva ritenersi, inoltre, irrilevante che l’assegno fosse stato erogato da detto Fondo regionale, piuttosto che dal Fondo gestito dall’Inps con conseguente diritto alla contribuzione figurativa ai fini dell’acquisizione del diritto al pensionamento.

Il ricorso per Cassazione

Ad impugnare la citata sentenza era stata proprio l’Inps che, con un articolato ricorso sottoponeva ai giudici della Suprema Corte la seguente questione di diritto.

Si trattava di accertare la sussistenza o meno del diritto del ricorrente alla contribuzione figurativa per un periodo durante il quale, – cancellato dalle liste di mobilità e avendo beneficiato integralmente dell’assegno previsto per lavoratori socialmente utili nel termine massimo fissato dal legislatore per il godimento dell’indennità di mobilità – aveva anche usufruito dei benefici previsti e disciplinati dalla L.R. Calabria n. 4 del 2001, per il successivo periodo.

Ebbene, a detta della Cassazione, il mancato riconoscimento dei contributi figurativi al ricorrente non poteva trovare giustificazione nell’avvenuta cancellazione dalle liste di mobilità per aver raggiunto il termine massimo di godimento di tale beneficio atteso che come anticipato, l’istante non era più iscritto in dette liste.

Quanto all’ulteriore questione posta dall’Istituto circa la corresponsione del sussidio a carico del Fondo della Regione Calabria, i giudici della Cassazione hanno richiamato la disciplina di cui al D.Lgs. n. 81 del 2000, art. 8, in base alla quale le risorse del Fondo per l’occupazione gestito dall’Inps sono state ripartite tra le Regioni per essere adibite all’effettuazione di politiche volte alla stabilizzazione del personale LSU.

A tal proposito, il Ministero del Lavoro, quale Ente gestore del fondo per l’occupazione (oggi Fondo Sociale per occupazione e Formazione L. n. 185 del 2008, ex art. 18, comma 1) e le Regioni interessate stipulano ogni anno delle convenzioni attraverso le quali vengono trasferite alle Regioni le risorse finanziarie da utilizzare per il pagamento delle indennità e degli assegni familiari agli LSU e quindi, così, da consentire la proroga delle attività socialmente utili già in essere.

La decisione

In sostanza la fattispecie in esame andava ricondotta nell’ambito della disciplina speciale mirante alla stabilizzazione dei numerosi LSU operanti nella pubblica amministrazione oltre i termini della iscrizione nelle liste di mobilità.

Ed infatti il ricorrente, disoccupato e non più iscritto in tali liste, rientrava in detta disciplina speciale mirante alla stabilizzazione del personale occupato in LSU presso enti locali, i quali, sulla scorta di convenzioni tra le Regioni ed il Ministero del lavoro, avevano potuto continuare ad utilizzare i lavoratori socialmente utili corrispondendo agli stessi i Fondi ottenuti dal Ministero.

Le Regioni – concludono gli Ermellini – sono tenute, a loro volta, a trasferire i detti Fondi all’INPS, in possesso degli strumenti per verificare se il lavoratore interessato possa continuare a fruire del sussidio, cosicché, l’Inps, cui sono girati i fondi erogati dal Ministero e dalle Regioni, resta tenuto al riconoscimento della contribuzione figurativa non ravvisandosi valide ragioni per escludere tale obbligo.

Per tali ragioni il ricorso dell’Inps è stato respinto ed è stata, invece accolta l’istanza del lavoratore.

La redazione giuridica

 

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astensione dal lavoro

I dati diffusi dall’Inps relativi al IV trimestre 2018 evidenziano un incremento del numero dei certificati per astensione dal lavoro sia nel settore pubblico che nel privato

Nel quarto trimestre del 2018 si registra un aumento del numero dei certificati rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.  L’incremento riguarda sia per il settore privato (+1,9%) che il pubblico (+2,3%). E’ quanto emerge dai dati diffusi dall’Inps sul fenomeno dell’astensione dal lavoro per malattia.

A livello territoriale per il settore privato l’aumento del numero di certificati è prevalente al Sud (+3,3%). Anche nel pubblico l’incremento risulta più consistente al Sud (+5,9%), mentre al Nord si registra una diminuzione (-1,5%).

A dicembre 2017, il numero di lavoratori dipendenti interessati al controllo d’ufficio dello stato di malattia da parte dell’Inps è stato di 13,7 milioni. Di questi, 2,8 nel settore pubblico (polo unico) e 10,9 nel settore privato (assicurati).

L’Inps inoltre può effettuare controlli, su richiesta del datore di lavoro, anche per lavoratori privati non assicurati (3,7 milioni) e per lavoratori pubblici non appartenenti al Polo unico (0,6 milioni).

All’aumento del numero dei certificati nel settore privato corrisponde un aumento più che proporzionale del numero dei giorni di malattia (+3,9%). Nel settore pubblico, invece, a fronte di aumento del numero dei certificati si osserva un incremento meno che proporzionale dei giorni di malattia (+0,7%).

In termini relativi, la percentuale dei lavoratori con almeno un giorno di malattia sul totale dei lavoratori rimane stabile al 27% nel settore pubblico. Nel settore privato la percentuale scende dal 19% del 2017 al 18% del 2018.

Stabile anche il numero medio dei certificati dei lavoratori sia nel settore pubblico che in quello privato (rispettivamente 5 e 3 certificati ogni 10 lavoratori). Il numero medio di giornate di malattia per lavoratore con almeno un giorno di malattia aumenta lievemente in entrambi i settori.  Nel privato passa da 9,9 a 10,2 giorni, nel pubblico da 9,1 a 9,2 giorni.

Si conferma poi la notevole sproporzione del numero di visite mediche nel pubblico rispetto al privato (rispettivamente 102 e 35 ogni mille certificati). Nel pubblico le visite sono effettuate soprattutto su richiesta dei datori di lavoro, mentre solo il 12% sono disposte d’ufficio. Nel settore privato invece si osserva una proporzione inversa con il 65% delle visite mediche di controllo disposte d’ufficio. A livello annuo nel 2018 sono circa 317mila le visite mediche di controllo disposte d’ufficio per il settore privato a fronte di circa 14 milioni di certificati.

 

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brca1

Le persone con mutazione dei geni BRCA1 e BRCA2, d’ora in poi, in Italia diventano oggetto di una speciale tutela del nostro sistema di welfare anche quando non affette da una malattia oncologica in atto

Anche alle donne portatrici delle mutazioni BRCA1 e BRCA2, che sceglieranno la chirurgia preventiva da sane sarà riconosciuta una corretta percentuale d’invalidità. Non occorrerà, quindi, aver sviluppato la malattia. È questo il principale risultato di un’azione che ha unito allo stesso tavolo l’INPS, l’associazione aBRCAdaBRA e la FAVO (Federazione Associazioni di Volontariato in Oncologia). Un lavoro congiunto per riconoscere una tutela alle persone sane che devono convivere con un elevato rischio di ammalarsi di tumore nel corso della vita. O a quelle che, già malate oncologiche, affrontano rischi aggiuntivi di salute a causa della mutazione genetica BRCA.

Le persone portatrici delle mutazioni BRCA sono esposte al rischio di sviluppare da giovani i tumori al seno, all’ovaio, e all’endometrio, oltre ad altre neoplasie. Secondo le stime, in Italia si tratta di un numero di casi compreso 75 e 150 mila.

Le linee guida nazionali e internazionali raccomandano alle donne ad alto rischio tre diversi percorsi.

A partire da una sorveglianza “speciale” con periodicità e prestazioni diagnostiche specialistiche ravvicinate nel tempo e diverse rispetto a quelle delle altre donne. Le altre strade sono la chirurgia di riduzione del rischio oppure una chemio prevenzione.

Alle donne sane che scelgono la chirurgia di riduzione del rischio, unica vera prevenzione possibile per il tumore alla mammella, all’ovaio e all’utero, verrà riconosciuta, se lo richiedono, una determinata percentuale di invalidità civile per la menomazione permanente di tali organi e per lo stress psichico subito secondo lo status di “handicap non grave”, salvo che la sofferenza psichiatrica non sia tale da aggravare ulteriormente la situazione. Questa novità comporterà un innalzamento della percentuale d’invalidità anche per le donne malate e BRCA positive, che decideranno di affrontare la chirurgia preventiva per gli altri organi non affetti da neoplasia.

Il 13 febbraio 2019 l’Inps ha emanato una comunicazione tecnico-scientifica indirizzata a tutte le commissioni medico-legali. Nella missiva si sottolineano tutti gli aspetti del disagio funzionale e psicologico di pazienti e portatori sani di mutazione BRCA e dei conseguenti effetti invalidanti.

“La comunicazione INPS segna un’importante innovazione nel sistema di welfare che tiene il passo con le più recenti innovazioni in campo medico e, specialmente, genetico”. Ad affermarlo è l’Avv. Elisabetta Iannelli, segretario generale Favo. “Ora che la via tracciata dal progresso scientifico ci porta nella direzione della medicina di precisione, i cui necessari presupposti risiedono nei test biomolecolari e genetici, le indicazioni date dall’INPS per una corretta valutazione della disabilità anche per le persone sane portatrici di un rischio genetico ma che affrontano interventi terapeutici preventivi di non poco rilievo, costituisce una vera e propria apertura di orizzonti che in futuro riguarderanno anche altri rischi di malattia diagnosticati prima dell’insorgenza della stessa”.

 

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BRCA, A TORINO IL PRIMO AMBULATORIO DEDICATO ALLE PAZIENTI A RISCHIO

medici fiscali

Le associazioni sindacali di categoria scendono in campo contro la riproposizione della norma per la stabilizzazione di 708 medici fiscali Inps a fronte dei 2250 attualmente ingaggiata dall’Istituto

“Abbiamo appreso con estremo stupore l’ennesimo tentativo di vanificare gli sforzi fin qui fatti dalle stesse Istituzioni per porre fine allo stato di precariato in cui versano da 30 anni i medici fiscali e da circa un decennio i medici convenzionati esterni, il cui numero complessivamente è nondimeno necessario se non insufficiente per una ottimale efficienza dei rispettivi servizi e supera abbondantemente quello minimo e discriminante che si pretende di stabilizzare”.

Così le organizzazioni ANMEFI, Cgil fp medici fiscali, CISL Medici , FIMMG-INPS, SMI Medicina fiscale, SINMEVICO, SNAMI Medicina Fiscale, SUMAI ,UIL-PA – Settore Medici Fiscali INPS sull’emendamento n. 13.0.3 al DL  ‘reddito di cittadinanza e pensioni’ presentato dai senatori Romeo, De Vecchis, Pizzol, Simone Bossi in commissione lavoro del Senato. Una norma con la quale – denunciano –  si starebbe cercando nuovamente di porre fine alla categoria dei medici fiscali INPS.

Il provvedimento prevede infatti un concorso, senza alcuna riserva interna, per l’assunzione a tempo indeterminato di 708 unità di personale medico da parte dell’Istituto, per le funzioni di medicina fiscale, previdenziale, assistenziale.

La misura, quindi, riguarda 708 medici a fronte dei 2250 attualmente ingaggiati a vario titolo dall’Inps.

Ciò significa , secondo il presidente della Federazione dei medici, Filippo Anelli, almeno tre cose: più di 1500 medici licenziati in tronco, e ridotti praticamente sul lastrico, visto il regime di precariato misto ad incompatibilità con altri incarichi nel quale questi colleghi sono costretti a lavorare da oltre 20 anni; una carenza di personale insormontabile per i Centri Medico-Legali Inps e per tutto il sistema; la cancellazione, di fatto, della medicina fiscale”.

Per le associazioni di categoria “si maschera un sostanziale annullamento del servizio di controllo della malattia con quello che a una sommaria lettura potrebbe sembrare un maldestro tentativo di stabilizzazione solo per alcuni professionisti, con colpevole disinteressamento della maggior parte dei medici fiscali con incarichi trentennali e parte dei medici convenzionati esterni con incarichi decennali”.

Lo stesso emendamento era stato in ultimo ritirato “solamente” a fine dicembre 2018. Una marcia indietro giustificata dal non aver compreso “le reali condizioni della categoria”. Eppure l’emendamento è stato nuovamente “ripescato”, senza che i medici fiscali ne siano neanche preventivamente avvertiti e a fronte delle rassicurazione
avute dallo stesso Governo.

Le sigle ribadiscono pertanto con forza il rigetto di questi continui tentativi di eliminare la categoria dei medici fiscali, abrogando leggi emanate a loro tutela. Una categoria al servizio dello Stato da 30 anni. Inoltre, congiuntamente ai medici convenzionati esterni, criticano aspramente l’atteggiamento delle Istituzioni. Queste ultime – concludono – “confortandoci, ci stringono la mano destra e con la sinistra scrivono e ripropongono emendamenti come questo. Siamo pronti a forti azioni di protesta”.

 

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compensatio

In materia di compensatio lucri cum damno, l’assicuratore che ha pagato l’indennità è surrogato, fino alla concorrenza dell’ammontare di essa, nei diritti dell’assicurato verso il terzo danneggiante

Dopo le quattro sentenze delle Sezioni Unite, tutte pronunciate nell’anno 2018 sul tema della compensatio lucri cum damno, la Terza Sezione Civile della Cassazione ha riconosciuto il diritto dell’assicurazione condannata a risarcire il danneggiato da un incidente stradale ad ottenere che dall’entità globale del danno risarcibile venisse detratta la somma corrispondente all’introito pensionistico a lui già erogato dall’INPS.

La vicenda

Era rimasto vittima di un incidente stradale mentre era a bordo della sua moto, investito da un altro motociclo privo di copertura assicurativa.

Agiva pertanto in giudizio contro il danneggiante, perché fosse condannato, in solido con il Fondo di Garanzia per le vittime della strada, al risarcimento di tutti i danni patiti in conseguenza del sinistro.

Nel processo si costituiva in giudizio la società di assicurazione, chiedendo che il danno fosse comunque liquidato entro il massimale, esercitando il diritto di regresso nei confronti dell’altro convenuto.

Interveniva anche l’INPS al fine di far valere il proprio diritto di surroga fino a decorrenza della somma pari al valore dell’assegno di invalidità già riconosciuto al danneggiato dal 2009; intervento, poi, dichiarato inammissibile per tardività della richiesta.

Cosicché il giudice di primo grado, in applicazione della presunzione di cui all’art. 2054 c.c., riconosceva la pari responsabilità dei due conducenti nella determinazione dell’evento e accoglieva la domanda del danneggiato, condannando i convenuti in solido al risarcimento di tutti i danni richiesti.

Accoglieva inoltre la domanda di regresso della società di assicurazione nei confronti del danneggiante.

Nel giudizio d’appello, la decisione veniva parzialmente riformata.

La corte territoriale aveva determinato nella misura del 75% la responsabilità del danneggiante nella causazione del sinistro e la restante 25% era stata attribuita alla vittima.

Allo stesso tempo, aveva respinto il motivo principale volto alla liquidazione del danno da invalidità temporanea a causa della tardività con cui l’interessato aveva prodotto la relativa documentazione medica.

Quanto invece, al danno alla salute, aveva innalzato la percentuale di invalidità permanente di quest’ultimo nella misura dell’85%, rideterminando così, nuovamente il danno.

Aveva, inoltre, respinto la domanda di personalizzazione del danno, affermando che la vittima non aveva dimostrato un grado di sofferenza maggiore rispetto a quello patito da altri soggetti nella sua stessa situazione (ciò sia quanto alla relazione sentimentale che alla necessaria interruzione dell’attività sportiva).

Ed infine, quanto al danno da lucro cessante, aveva osservato che il danneggiato, di professione elettricista, in seguito all’incidente, aveva perso la capacità lavorativa specifica, mantenendo solo una residua capacità lavorativa generica, di certo non idonea a compensare la perdita di guadagno a lui assicurato dal precedente impiego; non poteva, quindi essere riconosciuta  – contrariamente a quanto deciso dal giudice di prime cure – la compensatio lucri cum damno in ordine alla pensione erogata dall’INPS, trattandosi di somme provenienti da titoli diversi.

Ebbene è stato proprio questo il principale motivo di ricorso sui quali i giudici della Cassazione hanno dovuto pronunciarsi.

A proporre ricorso principale è stata la compagnia assicurativa, la quale tra gli altri motivi, lamentava il fatto che la corte territoriale avesse errato nel non aver riconosciuto la compensazione con quanto liquidato dall’INPS a titolo di trattamento pensionistico al danneggiato.

E a supporto della propria tesi difensiva, richiamava la decisione n. 13537 del 13 giugno 2014 pronunciata dai giudici della Cassazione, ove, in relazione ad una fattispecie analoga a quella in esame, avevano chiarito che la ratio del principio dell’operatività della compensatio lucri cum damno sta nell’evitare che il danneggiato finisca per cumulare il risarcimento e l’indennizzo, trovandosi così, dopo la liquidazione, in una situazione migliore di quella in cui si sarebbe trovato se il fatto dannoso non si fosse verificato.

Ed in effetti, il ragionamento non fa una piega!

La Cassazione era stata già investita del ricorso in commento nel 2017 e, stante la necessità di affrontare la materia tutt’altro che agevole, dell’ammissibilità della cd. compensatio lucri cum damno, aveva rimesso la decisione alle Sezioni Unite.

Ebbene, le Sezioni Unite si sono pronunciate sull’argomento con quattro sentenze del 2018, le nn. 12564, 12565, 12566 e 12567.

Ma nessuna di queste ha affrontato direttamente la questione oggetto del ricorso. Tuttavia, i principi espressi sono stati sufficienti a consentire che i giudici della III Sezione Civile risolvessero la questione in commento.

La sentenza n. 12566/2018 delle Sezioni Unite

La sentenza che maggiormente si approssima, per la materia affrontata, al caso in esame – osservano i giudici della Corte – è la n. 12566. Nel caso di specie, era in discussione la compensabiltà della rendita INAIL derivante da infortunio in itinere.

Ebbene in tale pronuncia è stato enunciato il seguente principio di diritto: “l’importo della rendita per inabilità permanente corrisposta dall’INAIL per infortunio in itinere occorso al lavoratore va detratto dall’ammontare del risarcimento dovuto, allo stesso titolo, al danneggiato da parte del terzo responsabile dell’illecito”.

Le Sezioni Unite, inquadrando il tema della compensatio alla luce dei principi generali e delle regole della responsabilità civile hanno affermato che ammettere o negare il cumulo non può essere frutto di una «mera operazione contabile», dovendo viceversa sempre aversi presente la «ragione giustificatrice dell’attribuzione patrimoniale entrata nel patrimonio del danneggiato».

E hanno altresì aggiunto che tale verifica impone di accertare «se l’ordinamento abbia coordinato le diverse risposte istituzionali, del danno da una parte e del beneficio dall’altra, prevedendo un meccanismo di surroga o di rivalsa, capace di valorizzare l’indifferenza del risarcimento, ma nello stesso tempo evitare che quanto erogato dal terzo danneggiato si traduca in un vantaggio inaspettato per l’autore dell’illecito».

I riferimenti normativi sono contenuti nell’art. 1916 c.c. secondo il quale «l’assicuratore che ha pagato l’indennità è surrogato, fino alla concorrenza dell’ammontare di essa, nei diritti dell’assicurato verso il terzo danneggiate», da una parte, (disposizione che, peraltro, si estende anche alle assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro e le disgrazie accidentali) e l’art. 28 della L. n. 990/1969 (attualmente art. 124 D.Lgs. n. 209/2005) dall’altra.

Entrambe le norme si riferiscono alla successione nel credito risarcitorio dell’assicurato-danneggiato.

Non resta allora che interrogarsi sulla natura dell’istituto della surrogazione.

Nella citata sentenza le Sezioni Unite hanno chiarito che esso, mentre contente all’ente previdenziale di «recuperare dal terzo responsabile le spese sostenute per le prestazioni assicurative erogate al lavoratore danneggiato, impedisce a costui di cumulare, per lo stesso danno, la somma già riscossa a titolo di rendita assicurativa con l’intero importo del risarcimento del danno dovutogli dal terzo», consentendo al medesimo di agire solo per il c.d. danno differenziale, ossia quello non coperto dall’indennizzo.

Tali principi sono stati applicati anche al caso in esame ove il principio della compensazione era stato dapprima riconosciuto e poi negato in appello.

Peraltro la richiesta di intervento in giudizio da parte dell’INPS era stata dichiarata inammissibile per tardività della stessa e la decisione era passata in giudicato.

Ma secondo i giudici della Cassazione, al fine di risolvere la questione in commento, quello che conta non è che l’INPS fosse o meno parte in causa, quanto piuttosto, che essa avesse o meno il diritto di agire in surroga nei confronti del danneggiante.

In conclusione, facendo applicazione dei principi sopra espressi, i giudici della III Sezione Civile della Cassazione hanno riconosciuto il diritto dell’assicurazione ad ottenere che dall’entità globale del danno risarcibile al danneggiato venisse detratta la somma corrispondente all’introito pensionistico a lui erogato dall’INPS.

Che l’INPS poi avesse esercitato o meno la surroga non aveva importanza, perché il diritto si era comunque trasferito: ed è evidente che consentire al danneggiato di cumulare l’assegno di invalidità con l’intero risarcimento significa, di fatto, esporre l’assicuratore del responsabile civile all’obbligo di doppio pagamento per la medesima parte di danno.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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