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Inps

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borese di dottorato

L’obiettivo delle borse di dottorato è quello di favorire l’alta formazione e la ricerca specificatamente negli ambiti dell’innovazione, dello sviluppo sostenibile e del welfare

È stato pubblicato sul sito dell’Inps un bando per 100 borse di dottorato finanziate dall’ente previdenziale, suddivise tra le università di tutta Italia. Si tratta di un protocollo d’intesa tra Inps e MIUR, su iniziativa del Presidente Pasquale Tridico e del Vice-Ministro all’istruzione, Università e Ricerca Lorenzo Fioramonti. L’obiettivo è favorire l’alta formazione e la ricerca specificatamente negli ambiti dell’innovazione, dello sviluppo sostenibile e del welfare.

“L’impegno congiunto dell’Inps e del MIUR ha permesso di raggiungere un risultato di fondamentale importanza – sottolinea Pasquale Tridico. – Cento giovani, acquisendo le borse di dottorato messe a bando, avranno la possibilità di formarsi ai più alti livelli e di sviluppare ricerche in campi strategici per il futuro del Paese”.

I dottorati in questione sono ripartiti in: Dottorati innovativi intersettoriali, vertenti sull’industria 4.0 (50 borse), dottorati per lo “sviluppo sostenibile” (30 borse), dottorati sul welfare e benessere (10 borse) e dottorati su welfare, in particolare focalizzati sulle tematiche del mercato del lavoro, del sistema pensionistico e dell’assistenza in Italia, attraverso l’utilizzo di metodologie economico-statistiche per l’analisi dei dati amministrativi (10 borse). Per le 10 borse welfare è previsto un periodo di ricerca in Inps, che si svolgerà presso la Direzione Centrale Studi e Ricerche

“Questa misura concreta, realizzata in pochi mesi di lavoro grazie all’impegno dello staff di entrambi gli enti, mostra – conclude Fioramonti – come sia possibile lavorare di concerto tra le varie parti istituzionali, con l’obiettivo comune di incrementare l’offerta formativa per i settori del futuro: l’economia circolare, il benessere equo e sostenibile, i diritti sociali”.

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ESAME DI STATO DI MEDICINA, MIUR EMANA CIRCOLARE PER I TIROCINI

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anf

Non solo i patronati; anche i commercialisti potranno trasmettere le richieste degli Anf all’Istituto nazionale di previdenza sociale

Gli iscritti agli Albi dei commercialisti sono abilitati alla trasmissione all’Inps dei documenti relativi alla richiesta di assegni per il nucleo familiare dei lavoratori (Anf) amministrati.  La ricezione e la successiva trasmissione all’istituto delle domande dei lavoratori dipendenti da parte dei datori di lavoro, o dei propri intermediari abilitati, si affiancherà alla trasmissione via web direttamente dal lavoratore, o per il tramite dell’ente di patronato.

E’ quanto confermato nella comunicazione anticipata dall’Ente previdenziale al Consiglio nazionale della categoria professionale nell’ambito della definizione delle modalità operativa sul portale telematico.

Dal primo aprile 2019 le domande di assegno per il nucleo familiare (Anf) dei lavoratori dipendenti di aziende attive del settore privato non agricolo devono essere presentate direttamente all’Istituto di previdenza, esclusivamente in modalità telematica.

Con un messaggio del 5 aprile l’Istituto aveva poi chiarito che gli enti di patronato rappresentavano gli unici intermediari abilitati all’inoltro di domanda di Anf da parte dei lavoratori.

Sembrava, quindi, inizialmente preclusa a commercialisti, avvocati e consulenti del lavoro la possibilità di operare in tal senso.

L’Inps avrebbe quindi deciso di rivedere tale posizione. Infatti, nonostante l’assistenza dei lavoratori in materia previdenziale ed anche assistenziale faccia capo ai patronati, per quanto concerne gli Anf, tali prestazioni vengono erogate a cura dei datori di lavoro. Questi sono coinvolti in prima persona nella pratica di raccolta, per conto proprio o avvalendosi dei loro intermediari abilitati, ovvero i commercialisti e gli esperti contabili.

In attesa di “un’eventuale integrazione normativa”, quindi, l’Ente “ritiene possibile ipotizzare, oltre alla modalità di presentazione della domanda in questione, la ricezione e successiva trasmissione all’Istituto delle domande dei lavoratori dipendenti da parte dei datori di lavoro, o dei propri intermediari abilitati, tra cui anche i commercialisti”.

 

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DOMANDA DI ASSEGNO PER IL NUCLEO FAMILIARE, I CHIARIMENTI DELL’INPS

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congedo di maternità dopo il parto

Dall’Istituto le prime indicazioni per le mamme che intendano fruire del congedo di maternità dopo il parto, come previsto dall’ultima Legge di Bilancio

L’ultima Legge di Bilancio, in vigore dal 1° gennaio 2019 riconosce alle lavoratrici “la facoltà di astenersi dal lavoro esclusivamente dopo l’evento del parto entro i cinque mesi successivi allo stesso”. Ciò “a condizione che il medico specialista del Servizio sanitario nazionale o con esso convenzionato e il medico competente ai fini della prevenzione e tutela della salute nei luoghi di lavoro attestino che tale opzione non arrechi pregiudizio alla salute della gestante e del nascituro”. Di conseguenza la madre lavoratrice potrà fruire del congedo di maternità dopo il parto, dal giorno successivo alla data della nascita e per i 5 mesi successivi.

Con il messaggio n. 1738/2019 l’Inps ha fornito i primi chiarimenti per le madri che intendano avvalersi di tale facoltà. In particolare, l’Istituto chiarisce che le stesse possono esercitare l’opzione presentando domanda telematica di indennità di maternità, spuntando la specifica opzione.

La domanda deve essere presentata prima dei due mesi che precedono la data prevista del parto e mai oltre l’anno dalla fine del periodo indennizzabile, esclusivamente per via telematica o direttamente sul sito web istituzionale (con PIN dispositivo) o tramite patronato oppure tramite contact center.

Infine,  le documentazioni sanitarie necessarie per poter fruire del congedo di maternità esclusivamente dopo il parto devono essere prodotte, alla sede competente, in originale ed in busta chiusa recante la dicitura “contiene dati sensibili”.

Tali domande non transiteranno in procedura “Gestione Maternità” fino alla emanazione della circolare operativa e ai conseguenti aggiornamenti. In via transitoria l’applicazione “Domande di Maternità online”, disponibile sulla Intranet nell’area “Prestazioni a sostegno del reddito”, è stata integrata per consentire agli operatori delle Strutture territoriali di visualizzare le domande telematiche per i congedi di maternità con richiesta di fruizione esclusivamente dopo il parto. E’ stata aggiornata anche la funzione “Calcolo congedo di maternità” che permette di simulare il calcolo del congedo di maternità spettante in base alle informazioni inserite.

 

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CONGEDO DI MATERNITÀ, SIN: NECESSARI ALMENO SEI MESI

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assegni familiari

L’Istituto interviene per chiarire il meccanismo che regola l’erogazione degli assegni familiari in seguito alla denuncia di una presunta riduzione degli importi dovuti

L’Inps interviene per fornire chiarimenti in merito alla notizia, denunciata nei giorni scorsi dal Forum delle associazioni familiari, in relazione a una presunta sottrazione da parte dell’Istituto di circa un miliardo all’anno alle famiglie che hanno diritto agli assegni familiari. Vicenda sulla quale sono state chieste spiegazioni anche dal ministro per la Famiglia Lorenzo Fontana.

“Nessuna somma viene tolta ai destinatari del beneficio – sottolinea l’ente previdenziale -. L’erogazione degli assegni familiari è regolata da leggi che individuano in maniera puntuale tanto i destinatari e la misura delle prestazioni loro dovute, quanto le entrate dell’Inps. Variazioni nell’ammontare della contribuzione versata o nell’importo degli assegni familiari possono intervenire solo a seguito di interventi legislativi”.

I contributi per gli assegni familiari – si legge in una nota – sono determinati in misura percentuale sulla retribuzione lorda ed affluiscono nella Gestione delle prestazioni temporanee ai lavoratori dipendenti, che eroga diverse prestazioni a carattere temporaneo”.

Ammontano a circa 8,4 miliardi di euro annui, di cui solo 1,9 miliardi di euro sono versati dai datori di lavoro, mentre i restanti sono trasferimenti a carico del bilancio dello Stato per effetto delle normative che hanno introdotto sgravi fiscali e sottocontribuzioni finalizzati alla riduzione del costo del lavoro. Le uscite totali per gli assegni familiari sono circa 5,4 miliardi annui. L’apporto dei contributi realmente versati dalle aziende copre perciò il 35% delle prestazioni.

“Posto, quindi – conclude l’Inps –  che non esiste uno stanziamento specifico per gli assegni al nucleo familiare, la differenza tra i contributi versati e le prestazioni erogate contribuisce al risultato economico della Gestione delle prestazioni temporanee, al pari di tutti gli altri contributi e prestazioni temporanee che rientrano in questa Gestione. E il risultato economico della Gestione delle prestazioni temporanee contribuisce a sua volta al risultato economico del bilancio generale dell’Istituto, insieme alle altre 47 gestioni che l’Inps amministra”.

 

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DOMANDA DI ASSEGNO PER IL NUCLEO FAMILIARE, I CHIARIMENTI DELL’INPS

indennità di mobilità

L’indennità di mobilità, di cui alla L. 23 luglio 1991, n. 223, art. 7, costituisce un trattamento di disoccupazione che ha la sua fonte nella legge, ma non sorge nel lavoratore in via automatica, presupponendo la presentazione di una domanda all’INPS entro un certo termine

La vicenda

Nel luglio del 2013, la Corte di Appello di Lecce, in riforma della decisione del Tribunale della stessa sede, aveva dichiarato il diritto del ricorrente alla indennità di mobilità richiesta e, perciò, aveva condannato l’INPS al pagamento della medesima oltre agli accessori.

Ad avviso della Corte territoriale: la domanda all’ente assicuratore per la concessione dell’indennità di mobilità prevista dalla L. 23 luglio 1991, n. 223, art. 7, a favore dei dipendenti da imprese ammesse al trattamento straordinario di integrazione salariale o da imprese che cessino l’attività o riducano il personale per riduzione o trasformazione di attività o di lavoro, doveva essere proposta entro il termine di decadenza di 68 giorni dalla cessazione del rapporto di lavoro; l’onere della prova in ordine alla data di comunicazione del licenziamento – nel caso in esame diversa ed anteriore a quella della comunicazione del collocamento in mobilità – gravava sull’istituto che aveva eccepito la predetta decadenza non essendo esigibile il rispetto di un termine decadenziale da parte dell’assicurato se non a decorrere dalla data di conoscenza da parte sua dell’evento individuato dalla legge come dies a quo del decorso del detto termine e non essendo, peraltro, neppure comprensibile come il lavoratore potesse fornire la prova di un fatto negativo (il non aver ricevuto prima dei sessantotto giorni la lettera di comunicazione del licenziamento).

Il ricorso per Cassazione

Per la Cassazione di tale decisione ricorreva l’INPS denunciando la violazione di legge per aver fatto

decorrere il termine di decadenza di 68 giorni dalla comunicazione del licenziamento e non dalla data di cessazione del rapporto di lavoro.

Al riguardo evidenziava che il decorso di un termine di decadenza deve essere ancorato ad un dato oggettivo e non ad uno stato soggettivo del lavoratore o ad un comportamento del datore di lavoro violandosi, altrimenti, il disposto dell’art. 2968 c.c., trattandosi di decadenza prevista dalla legge in una materia, quale quella previdenziale, sottratta alla disponibilità delle parti.

Con il secondo motivo lamentava l’errore compiuto dalla corte territoriale posto che, contrariamente a quanto affermato nell’impugnata sentenza, a fronte della eccezione di decadenza per tardività della domanda sollevata dall’INPS, gravava sull’assicurato dimostrare di averla tempestivamente proposta, quindi, nel caso in esame, provare il fatto negativo costituito dalla addotta omessa comunicazione della risoluzione del rapporto da parte del datore di lavoro.

L’indennità di mobilità

Il R.D.L. n. 1827 del 1935, art. 73, comma 2, convertito con modificazioni nella L. n. 1155 del 1936, prevede che “L’indennità di disoccupazione è corrisposta a decorrere dall’ottavo giorno successivo a quello della cessazione dal lavoro”; il successivo art. 77, comma 1, dispone che “Per conseguire il diritto all’indennità di disoccupazione, il disoccupato deve farne domanda nei modi e termini stabiliti dal regolamento”; l’art. 129, comma 5, prevede che “Cessa il diritto nell’assicurato di essere ammesso al godimento dell’indennità di disoccupazione (…) qualora siano decorsi sessanta giorni da quello d’inizio della disoccupazione indennizzabile (…) senza che l’assicurato medesimo abbia avanzata domanda di ammissione al pagamento dell’indennità”.

Al riguardo la Corte di Cassazione ha già chiarito che “L’indennità di mobilità, di cui alla L. 23 luglio 1991, n. 223, art. 7, costituisce un trattamento di disoccupazione che ha la sua fonte nella legge, ma non sorge nel lavoratore in via automatica, presupponendo, come tutti i trattamenti previdenziali, la presentazione di una domanda all’INPS – che non potrebbe altrimenti attivarsi non conoscendo le relative condizioni – entro i termini di decadenza stabiliti dalla normativa in materia di disoccupazione involontaria, applicabile per l’indennità di mobilità in virtù dello specifico richiamo operato del citato art. 7, comma 12 (sì che tale normativa deve considerarsi inserita a tutti gli effetti formali e sostanziali nella nuova norma istitutiva dell’indennità di mobilità), così com’è dimostrato, d’altra parte, dalla disposizione di cui alla L. 23 maggio 1997, n. 135, art. 20-ter, che ha introdotto una sanatoria per le domande di concessione dell’indennità presentate anteriormente al 31 marzo 1992, per le quali si fosse già avverata la “decadenza” dal relativo diritto” (Cass. SU n. 17389 del 6 dicembre 2002). Il termine di decadenza applicabile, quindi, è quello, previsto dal cit. R.D.L. 4 ottobre 1935, n. 1827, art. 129, per l’indennità di disoccupazione, di sessanta giorni dall’inizio della disoccupazione indennizzabile, e cioè dall’ottavo giorno successivo a quello della cessazione del rapporto di lavoro.

Ne consegue che, anche per la domanda di indennità di disoccupazione, il termine di decadenza non può che decorrere dalla cessazione del rapporto di lavoro.

Al riguardo, è stato finanche, precisato che detta decadenza ha carattere generale perché soddisfa l’esigenza di assicurare all’INPS la possibilità di effettuare tempestivi controlli in ordine alla effettiva sussistenza dello stato di disoccupazione di tutti i lavoratori in genere (in tal senso, v. Cass., 19 dicembre 1985, n. 6503).

La decisione

Orbene, nel caso in esame, la Corte territoriale aveva correttamente osservato che solo con missiva dell’8 agosto 2008 del Centro per l’impiego, il lavoratore – già collocato in cassa integrazione a zero ore – veniva a conoscenza del suo inserimento nelle liste di mobilità (dunque, l’avvenuta cessazione del rapporto di lavoro) ragion per cui la domanda di mobilità presentata nello stesso giorno era tempestiva mancando la prova di una precedente comunicazione del suo licenziamento, ovvero di un diverso e più risalente dies a quo cui ancorare la decorrenza del termine decadenziale e la prova d’una diversa e anteriore data di comunicazione del licenziamento – che, come è noto, è atto recettizio – non può che gravare ex art. 2697 c.p.c., comma 2, su chi eccepisce la decadenza, vale a sull’INPS, mentre la mera negazione, da parte dell’odierno controricorrente, del fatto costitutivo dell’avversa eccezione costituisce non già una controeccezione, bensì una mera difesa (in quanto tale di per sé inidonea a modificare l’ordinaria ripartizione dell’onere probatorio).

Per tali motivi il ricorso è stato rigettato.

La redazione giuridica

 

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ASSEGNO SOCIALE E PENSIONE DI REVERSIBILITA’: E’ POSSIBILE CUMULARLE?

assegno ordinario di invalidità

Ai fini del riconoscimento dell’assegno ordinario di invalidità, la valutazione deve essere ancorata non alla generica riduzione della pura e semplice capacità di lavoro, ma piuttosto alla riduzione di tale specifica capacità in occupazioni confacenti alle attitudini dell’assicurato

L’assegno ordinario di invalidità

In materia di riconoscimento dell’assegno ordinario di invalidità, la Corte di Cassazione ha affermato il principio secondo cui la sussistenza del requisito posto dalla L. 12 giugno 1984, n. 222, art. 1, concernente la riduzione a meno di un terzo della capacità di lavoro dell’assicurato in occupazioni confacenti alle sue attitudini, deve essere verificata in riferimento non solo alle attività lavorative sostanzialmente identiche a quelle precedentemente svolte dall’assicurato (e nel corso delle quali si è manifestato il quadro patologico invalidante), ma anche a tutte quelle occupazioni che, pur diverse, non presentano una rilevante divaricazione rispetto al lavoro precedente, in quanto costituiscono una naturale estrinsecazione delle attitudini dell’assicurato medesimo, tenuto conto di età, sesso, formazione professionale e di ogni altra circostanza emergente nella concreta fattispecie, che faccia ragionevolmente presumere l’adattabilità professionale al nuovo lavoro, senza esporre l’assicurato ad ulteriore danno per la salute (Cass. n. 10424 del 2015; Cass. n. 5964 del 2011).

Pur essendo, dunque, l’invalidità ancorata non più alla capacità di guadagno ma a quella di lavoro, il riferimento alla capacità attitudinale comporta una valutazione di qualità e condizioni personali e soggettive dell’assicurato, cui rimane conferita una tutela rispettosa dei precetti costituzionali di cui agli artt. 38, 32, 2, 3 e 10 Cost.

La nuova nozione di invalidità pensionabile è ancorata non alla generica riduzione della pura e semplice capacità di lavoro quale dato meramente biologico, ma piuttosto alla riduzione di tale specifica capacità in occupazioni confacenti alle attitudini dell’assicurato, sempre che non si tratti di lavori usuranti che affrettino ed accentuino il logoramento dell’organismo per essere sproporzionati alla residua efficienza psicofisica (Cass. 15 gennaio 2018, n. 740).

La vicenda

Nel 2012 la Corte d’appello di Bari aveva riconosciuto il diritto del ricorrente all’assegno ordinario di invalidità a decorrere dal 1 novembre 2008.

Contro tale decisione l’INPS aveva proposto ricorso per Cassazione denunciandone la totale infondatezza.

Ed invero, i giudici della Cassazione hanno accolto il ricorso affermando che la valutazione dell’invalidità pensionabile operata dalla Corte d’appello, sulla base delle sintetiche conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, prescindeva del tutto dalla necessaria parametrazione delle patologie alla capacità lavorativa specifica dell’assicurata.

La sentenza risultava perciò viziata per aver omesso di precisare le ragioni per le quali il complesso morboso limitava, nelle percentuali previste dalla legge, non solo l’attività svolta di operaio tessile ma anche altre occupazioni che l’assistito, per condizioni fisiche, preparazione culturale ed esperienze professionali, sarebbe stato in grado di svolgere in alternativa al lavoro rispetto al quale era risultato inidoneo.

La redazione giuridica

 

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DOMANDA DI ASSEGNO PER NUCLEO FAMILIARE, I CHIARIMENTI DELL’INPS

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domanda di assegno per il nucleo familiare

L’Istituto previdenziale interviene con alcune specifiche sulle modalità procedurali per la presentazione della domanda di assegno per il nucleo familiare

L’Inps, con una circolare del 22 marzo 2019, ha illustrato le nuove modalità di presentazione della domanda di Assegno per il Nucleo Familiare (ANF). La procedura interessa i lavoratori dipendenti di aziende attive del settore privato non agricolo. In particolare.

A decorrere dal 1° aprile 2019, infatti, le domande per la prestazione familiare, sinora presentate dai lavoratori interessati ai propri datori di lavoro utilizzando il modello “ANF/DIP” (cod. SR16), devono essere presentate direttamente all’INPS, esclusivamente in modalità telematica.

A tal fine sono previsti due canali. Il primo è rappresentato dal web, tramite il servizio on-line dedicato, accessibile dal sito www.inps.it. In tal caso l’utente deve essere in possesso di PIN dispositivo, di una identità SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale) almeno di Livello 2 o CNS (Carta Nazionale dei Servizi).

L’alternativa è rappresentata dai patronati e intermediari dell’Istituto, attraverso i servizi telematici offerti dagli stessi, anche se non in possesso di PIN.

Nell’ambito dell’istruttoria vengono individuati gli importi giornalieri e mensili teoricamente spettanti in riferimento alla tipologia del nucleo familiare e del reddito conseguito negli anni precedenti. Al cittadino richiedente vengono inviati esclusivamente gli eventuali provvedimenti di reiezione.

L’obiettivo della misura, oltre a garantire all’utenza il corretto calcolo dell’importo spettante, è quello di assicurare una maggiore aderenza alla normativa vigente in materia di protezione dei dati personali.

In seguito alle richieste di chiarimento relative alle istruzioni procedurali per le modalità di presentazione della domanda l’Istituto previdenziale è nuovamente intervenuto con un messaggio (n. 1430 del 5 aprile 2019) in cui si precisa che “la domanda può essere presentata direttamente tramite il servizio telematico dedicato, oppure avvalendosi del servizio dei Patronati, non essendovi altri intermediari autorizzati”.

 

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ASSEGNO PER IL NUCLEO FAMILIARE, DA APRILE DOMANDE SOLO PER VIA TELEMATICA

contribuzione volontaria

La legge attribuisce al lavoratore la facoltà di incrementare la propria posizione assicurativa con periodi di contribuzione volontaria ulteriori, rispetto a quelli cui si riferisce l’obbligazione contributiva, consentendo la prosecuzione volontaria dell’assicurazione obbligatoria

La vicenda

Nel 2013, la corte d’appello di Genova aveva respinto il ricorso presentato dall’INPS contro la decisione del giudice di primo grado, che aveva, a sua volta, riconosciuto il diritto di un privato cittadino al più favorevole trattamento pensionistico di anzianità, previsto dalla L. n. 243 del 2004, art. 1, comma 8, come modificato dalla L. n. 247 del 2007, per aver presentato domanda di autorizzazione alla prosecuzione volontaria della contribuzione entro il discrimine temporale del 20 luglio 2007.

Secondo la normativa sopra citata “le disposizioni in materia di pensionamento di anzianità vigenti prima della entrata in vigore della presente legge continuano ad applicarsi ai lavoratori che, antecedentemente alla data del 20 luglio 2007, siano stati autorizzati alla prosecuzione volontaria della contribuzione”.

Per l’Inps tale disposizione va interpretata e ricostruita alla luce del disposto del D.P.R. n. 1432 del 1971, art. 7, che prevede che “la facoltà di contribuire volontariamente nelle assicurazioni obbligatorie per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti e per la tubercolosi possa essere esercitata a decorrere dal primo sabato successivo alla data di presentazione della domanda di autorizzazione”.

Per la Corte di merito, invece, per il decorso degli effetti dell’autorizzazione alla contribuzione volontaria, rileva la data di presentazione della richiesta (risalente, nella specie, al 19 luglio 2007) e, pertanto, l’assistito, attivatosi entro il termine prescritto dal legislatore, beneficiava del più favorevole regime pensionistico.

La questione è stata risolta dai giudici della Cassazione.

«La contribuzione volontaria – si legge nella sentenza in commento – costituisce un’eccezione al principio generale della corrispondenza della contribuzione all’effettiva attività lavorativa (v., fra le tante, Cass. 21 agosto 2007, n. 17772) e che, estinto il rapporto di lavoro, il lavoratore può avvalersi della facoltà di proseguire volontariamente il versamento dei contributi al fine di conservare i diritti derivanti dall’assicurazione obbligatoria o perfezionare i requisiti contributivi per conseguire il diritto a pensione (L. 18 febbraio 1983, n. 47, art. 1, che ha abrogato il D.P.R. n. 1432 cit., art. 1)».

La legge attribuisce al lavoratore la facoltà di incrementare la posizione assicurativa con periodi contributivi ulteriori, rispetto a quelli cui si riferisce l’obbligazione contributiva, consentendo la prosecuzione volontaria dell’assicurazione obbligatoria, con onere economico esclusivamente a carico dell’assistito, una volta cessata l’attività soggetta all’obbligo assicurativo.

In passato la stessa Corte di Cassazione ha affermato che la contribuzione volontaria inerisce non all’assistenza sociale bensì alla previdenza (art. 38 Cost., comma 2), nell’ambito della quale il sistema delle assicurazioni sociali richiede il versamento di contributi quale presupposto del diritto alle prestazioni, non potendo essere rimesso all’interessato di decidere quando, e di conseguenza anche quanto versare, con la conseguenza che la perentorietà del termine fissato per il versamento – a fronte del quale (salvo cause di forza maggiore) il rimborso dei contributi tardivamente versati costituisce un effetto automatico della loro inefficacia ai fini del conseguimento delle prestazioni assicurative, con conseguente esclusione della possibilità d’imputare il tardivo versamento ad un diverso periodo contributivo – è stata ritenuta non in contrasto con i principi costituzionali delle assicurazioni sociali, nell’ambito della previdenza sociale, e del versamento dei contributi quale presupposto del diritto alle prestazioni (v., in tal senso, Cass. 21 ottobre 1992, n. 11490).

La decisione

Del resto, la rilevanza attribuita dalla legge alla volontà del richiedente nella costituzione del rapporto contributivo volontario risulta dal dettato del D.P.R. n. 1432 cit., art. 7, secondo cui “la facoltà di contribuire volontariamente…può essere esercitata a decorrere dal primo sabato successivo alla data di presentazione della domanda di autorizzazione”.

L’art. 10, comma 1, del medesimo decreto presidenziale prevede, inoltre, che “i contributi volontari versati in ritardo…sono indebiti e vengono rimborsati d’ufficio all’assicurato” e al comma 2, stabilisce l’inapplicabilità di tale disposizione “quando il ritardo nel versamento dei contributi è determinato da cause di forza maggiore” (v., fra le altre, Cass. 8 febbraio 2005, n. 2437).

Il rapporto di contribuzione volontaria soggiace, dunque, ad un termine convenzionalmente previsto dal legislatore per il computo della contribuzione, tenuto conto che i contributi volontari sono versati per periodi trimestrali solari, in numero corrispondente a quello dei sabati compresi nei periodi stessi.

In quest’ottica, i giudici della Cassazione hanno confermato che per il decorso degli effetti dell’autorizzazione alla contribuzione volontaria, rilevi unicamente la data di presentazione della richiesta da parte del contribuente.

La redazione giuridica

 

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ORARIO DI LAVORO, TRIDICO (INPS): RIDUZIONE PER AUMENTARE L’OCCUPAZIONE

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calcolo del reddito di cittadinanza

Disponibile per iPhone e iPad lo strumento consente il calcolo del reddito di cittadinanza per chi risulta averne diritto. E’ già scaricabile gratuitamente all’interno dell’App Store

Una applicazione per il calcolo del reddito di cittadinanza. Lo strumento, disponibile si iPhone e iPad, si chiama proprio ‘Reddito di cittadinanza’. E’ stato sviluppato nell’Apple Developer Academy, il primo centro ufficiale di formazione di Apple in Europa.

L’App è in grado di simulare velocemente l’ammontare del RDC in pochi passaggi. Il tutto tenendo conto delle ultime modifiche ministeriali di marzo 2019.

“Abbiamo affrontato il progetto annullando la complessità del calcolo del Reddito di cittadinanza e riducendo tutta la simulazione in appena tre passaggi”. A spiegarlo su Corrierecomunicazioni è il project manager Ciro Barbato. “La nostra applicazione – aggiunge – aiuta chi non ha dimestichezza con le leggi e i calcoli, a sapere in pochi minuti se può richiedere il reddito e a quanto ammonta la misura”.

La simulazione prevede la risposta ad alcune domande relative al proprio nucleo familiare a alla propria situazione patrimoniale.

Tra i parametri richiesti, l’ISEE e il reddito del nucleo familiare. Al termine di questo breve percorso l’utente potrà sapere se ha diritto al RDC nonché la cifra mensile cui ha diritto.

Nel pieno rispetto della privacy, tutte le informazioni inserite durante la simulazione sono eliminate al termine del calcolo. Nessun dato, inoltre, viene salvato all’interno o all’esterno dell’app, neanche per fini statistici. L’app è gratuita e non contiene pubblicità. Come specificano gli sviluppatori è apolitica e indipendente ed è già disponibile all’interno dell’App Store.

Intanto l’Inps ha fatto sapere che sono 946.569 le domande di Reddito di cittadinanza presentate fino al 26 aprile. La regione che ha fatto registrare il maggior numero di richieste, 160.333, è la Campania, seguita dalla Sicilia, con 150.590 domande.  Superano le 80mila richieste di Reddito di cittadinanza anche Lazio, Puglia e Lombardia (rispettivamente 87.500, 83.190 e 82.696). Le regioni con il minor numero di domande sono invece la Valle D’Aosta (1.259), il Trentino Alto Adige (3.355) e il Molise (5.952). Fra i vari canali a disposizione per la presentazione, i CAf risultano quelli preferiti dai richiedenti, con 709.521 domande, seguiti dalla Poste, con 222.645 richieste e dai patronati, tramite i quali sono state presentate 14.403 domande.

 

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RICHIESTE DI REDDITO DI CITTADINANZA, LA CIRCOLARE DELL’INPS

L’INPS ha diritto di agire per la ripetizione delle somme indebitamente erogate nei confronti del percettore di una pensione di reversibilità che non abbia comunicato di beneficiare già, di un assegno sociale

La vicenda

La Corte d’appello di Caltanissetta, in riforma della decisione di primo grado, aveva rigettato la domanda della ricorrente volta ad ottenere la declaratoria d’irripetibilità delle somme richiestele dall’INPS e rivenienti da indebita percezione di assegno mensile di assistenza (successivamente trasformato in assegno sociale) nel periodo compreso tra il 2004 e il 2011, a seguito del riconoscimento della pensione di reversibilità del marito.
Avverso tale pronuncia era stato presentato ricorso per cassazione, affidandolo a due motivi di censura.
Da una parte, la violazione e falsa applicazione della L. n. 88 del 1989, art. 52, così come interpretato dalla L. n. 412 del 1991, art. 13, per avere la Corte di merito qualificato come dolosa la sua condotta, nonostante che ella avesse confidato, in buona fede, nel fatto che il centro di assistenza fiscale al quale si era rivolta avrebbe comunicato all’INPS l’avvenuta attribuzione della pensione di reversibilità; dall’altra per aver la corte di merito consentito il recupero dell’indebito, oltre il limite dell’anno previsto dall’art. 13 della L. 412/1991.

La pronuncia della Cassazione

Come correttamente osservato dall’INPS resistente in giudizio, la sentenza, pur essendo errata in diritto per aver ritenuto applicabile, la L. n. 88 del 1989, art. 52, e L. n. 412 del 1991, art. 13, riferibili all’indebito previdenziale laddove nel caso di specie si controverteva in materia di indebito assistenziale, il dispositivo era comunque da ritenersi valido, non essendo applicabili i limiti di ripetibilità propri dell’indebito previdenziale e operando invece, al riguardo il diverso principio secondo cui, allorché il diritto ad una prestazione assistenziale sia venuto meno per motivi collegati alla perdita del c.d. requisito reddituale, si fa luogo all’integrale recupero della somma indebitamente percepita successivamente al 30.6.2003, data di entrata in vigore del D.L. n. 269 del 2003, art. 42, comma 5, (conv. con L. n. 326 del 2003).
Tale principio, già affermato dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 23097 del 2013, è stato recentemente precisato nel senso che l’indebito assistenziale, in mancanza di norme specifiche che dispongano diversamente, è ripetibile solo successivamente al momento in cui intervenga il provvedimento che accerta il venir meno delle condizioni di legge, a meno che non ricorrano ipotesi che a priori, escludano un qualsivoglia affidamento, come nel caso di erogazione di prestazione a chi non sia parte di alcun rapporto assistenziale né ne abbia mai fatto richiesta, nel caso di radicale incompatibilità tra beneficio ed esigenze assistenziali o in caso di dolo comprovato dell’accipiens, in quanto coefficiente soggettivo idoneo a far venir meno l’affidamento alla cui tutela sono preposte le norme limitative della ripetibilità dell’indebito (Cass. n. 28771 del 2018).

La decisione

Nel caso in esame, era emerso chiaramente che la ricorrente avesse omesso, fin dal 2002, di comunicare all’INPS di essere diventata percettrice di pensione di reversibilità INPDAP e di non possedere dunque, più i “requisiti reddituali” per godere della prestazione assistenziale si cui già beneficiava.
Al riguardo, la giurisprudenza di legittimità insegna che rispetto all’operato dell’ente debitore, la buona fede del percettore è rilevabile in una condotta che sia connotata dall’assenza di qualsiasi violazione dei doveri di correttezza su di lui gravanti, coerentemente con il principio generale secondo cui ciascuna delle parti del rapporto obbligatorio ha il dovere di tutelare l’utilità e gli interessi dell’altra, nei limiti in cui ciò possa avvenire senza un apprezzabile sacrificio.
Ed invero, nel caso in esame, non poteva certo “dirsi corretta la condotta della ricorrente, in ragione dell’accertata violazione degli obblighi di comunicazione all’INPS delle situazioni rilevanti ai fini del diritto alla percezione della prestazione assistenziale di cui aveva il godimento; al contrario, doveva ritenersi esclusa la sussistenza di un affidamento idoneo a giustificare la irripetibilità dell’indebito”.
Per tali motivi il ricorso è stato rigettato e confermata la sentenza impugnata in via definitiva.

La redazione giuridica

 
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