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Pensioni superiori ai 4 mila euro: arrivano i tagli

È stato presentato il disegno di legge sul taglio delle pensioni superiori ai 4 mila euro. Ecco cosa prevede il testo e cosa c’è da sapere a riguardo

Tempi duri in arrivo per le pensioni superiori ai 4 mila euro. Potrebbero arrivare presto i temuti (per alcuni, auspicati da moltissimi) tagli alle pensioni d’oro.

Il taglio delle pensioni superiori a 4 mila euro si concretizza ora con la presentazione alla Camera dai capigruppo di M5S e Lega D’Uva e Molinari, di un disegno di legge.

Si tratta di”Disposizioni per favorire l’equità del sistema previdenziale attraverso il ricalcolo contributivo dei trattamenti pensionistici superiori a 4.000 euro mensili”.

Il provvedimento potrebbe essere esaminato dal Parlamento già da settembre.

I firmatari parlano di “evidente necessità di apportare al settore pensionistico un correttivo improntato a ragioni solidaristiche e di equità sociale, ancor più urgente nell’attuale fase socio- economica del Paese”.

Un provvedimento che nasce dal fatto che “le fasce reddituali più basse della popolazione si trovano ad affrontare difficoltà sempre crescenti”.

Quante saranno le pensioni superiori ai 4 mila euro nel mirino dei tagli?

Una prima stima parla di 158mila pensioni, con tagli che comporteranno un recupero per le casse dello Stato di 500 milioni di euro l’anno, dunque 5 miliardi in 10 anni.

Il disegno di legge, nell’art. 1, afferma che gli interventi riguarderanno le pensioni superiori a 80mila euro lordi l’anno, quelle composte da un assegno pensionistico mensile superiore ai 4mila euro netti.

A finire nel mirino dei tagli saranno le pensioni dei lavoratori dipendenti pubblici e privati, degli autonomi e dei vari fondi confluiti all’interno dell’Inps compresi i dipendenti pubblici.

Dunque, si parla di vitalizi parlamentari o di quelli dei consiglieri regionali.

Secondo il ddl, i trattamenti pensionistici “sono ricalcolati riducendo le quote retributive alla risultante del rapporto tra il coefficiente di trasformazione relativo all’età dell’assicurato al momento del pensionamento e il coefficiente di trasformazione corrispondente all’età prevista per il pensionamento di vecchiaia”.

In poche parole, quanto minore è l’età di pensionamento maggiore sarà, di conseguenza, la riduzione del trattamento pensionistico.

Tuttavia, non sono pochi i dubbi sulla costituzionalità del disegno di legge. Le sue modalità, infatti, non si concretizzano in un contributo di solidarietà. Si tratta di un ricalcolo da retributivo a contributivo che si risolve in un prelievo fiscale solo per una quota di pensionati.

Nella relazione introduttiva, i firmatari chiariscono quanto segue.

“Le misure proposte non costituiscono un contributo di natura tributaria – affermano – giacché non si tratta di somme prelevate e acquisite dallo Stato, né destinate alla fiscalità generale. Infatti il prelievo è di competenza diretta dell’Inps, che lo trattiene all’interno delle proprie gestioni per specifiche finalità solidaristiche e previdenziali”.

Clausola di salvaguardia

La clausola di salvaguardia, all’art. 4 prevede che il ricalcolo, non potrà in alcun caso comportare la riduzione dei trattamenti pensionistici. Né degli assegni vitalizi interessati al di sotto della soglia degli 80.000 euro lordi annui, nonché perequazioni.

Saranno poi escluse le pensioni di invalidità e i trattamenti pensionistici di invalidità di cui alla legge 12 giugno 1984 n. 222. Così come i trattamenti pensionistici riconosciuti ai superstiti e i trattamenti riconosciuti a favore delle vittime del dovere o di azioni terroristiche, di cui alla Legge n° 466/1980 e successive modificazioni e integrazioni.

 

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medico fiscale inps

Il professionista, medico fiscale Inps, racconta di essere stato insultato e picchiato da una coppia in occasione di una visita di controllo a domicilio

Un medico fiscale Inps è finito al Pronto Soccorso sabato mattina dopo una visita a domicilio. Il professionista ha denunciato di essere stato aggredito da una coppia residente in provincia di Pisa.

Intervistato dal Tirreno, il camice bianco riferisce di essersi recato presso l’abitazione di un lavoratore dipendente su richiesta del titolare dell’azienda. Non avendo sentito suonare il campanello avrebbe premuto il pulsante altre due, tre volte. Al citofono avrebbe quindi risposto una persona dalla voce femminile che lo avrebbe subito accusato di essere un gran maleducato, ma poi avrebbe aperto.

“Capita di non essere accolti bene nel nostro lavoro – afferma il camice bianco sulle pagine del quotidiano toscano -. E così senza grandi preoccupazioni sono entrato nel condominio”

Una volta aperta la porta dell’appartamento i due abitanti avrebbero continuato ad aggredire verbalmente il camice bianco con frasi quali “Che c…o vuoi” o “vattene”.

Si trattava, riferisce il dottore, della persona che aveva risposto al citofono, definitasi transessuale, e del giovane albanese per il quale era stata richiesta la visita.

Di fronte a tale ostilità il medico fiscale Inps ha ritenuto preferibile allontanarsi, ma mentre scendeva le scale il ragazzo albanese lo avrebbe superato sbarrandogli la strada. “Non mi faceva passare – afferma ancora il professionista -. Poi è arrivata anche la transessuale che mi si è buttata addosso, scaraventandomi a terra. Mi hanno riempito di pugni, schiaffi e calci. Ero paralizzato, non riuscivo a capire se fosse la realtà o un film”.

Il camice bianco poi sarebbe riuscito a scappare in strada chiedendo aiuto. Neppure l’arrivo dei vigili urbani e dell’ambulanza, tuttavia, avrebbe placato gli animi degli aggressori, che avrebbero continuato a insultarlo anche in presenza delle forze dell’ordine. “La transessuale – denuncia ancora il medico – mi ha raggiunto dentro l’ambulanza per sputarmi in faccia. È gente senza scrupoli”.

Il dottore annuncia che presenterà querela. “Rischiamo la vita, siamo una categoria non protetta, vulnerabile e sfruttata. Non c’è dignità in questo tipo di lavoro”. La coppia, a sua volta, si sarebbe presentata in ospedale lamentando di aver subìto l’assalto del professionista.

 

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riesame ape social

Sono giunti i chiarimenti dell’Inps in merito al riesame Ape social e precoci, e in particolare sulla definizione delle relative domande di certificazione

Sul tema del riesame Ape social e precoci sono arrivati finalmente i chiarimenti dell’Inps.

Nello specifico, in merito alla definizione delle domande di certificazione dell’Ape social e delle domande di certificazione dei lavoratori precoci, e in relazione allo svolgimento di attività gravose, l’Inps, nel messaggio 2992 del 25 luglio 2018 ha fatto il punto.

Secondo l’Istituto di previdenza, infatti, le domande di certificazione dell’Ape social e di certificazione dei lavoratori “precoci” che rientrino nel primo scrutinio 2018, non potranno essere integrate presentando il nuovo “modello AP116 2018”.

Questo in quanto, in questi casi, era stata stabilita l’integrazione entro il 20 aprile 2018.

Ma non è tutto. Sul tema del riesame Ape social e precoci, l’Inps ha puntualizzato ulteriori aspetti.

Per quanto riguarda le pratiche di certificazione di APE social presentate dal 1° marzo 2018 al 15 luglio 2018 e per le domande di certificazione dei lavoratori “precoci” presentate dal 2 marzo 2018, l’Istituto sono disponibili gli esiti pervenuti dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Questo proprio a seguito dell’attivazione del Protocollo 2018 per lo scambio di dati, in relazione alle domande presentate fino al 15 luglio.

L’Inps ci ha poi tenuto a specificare un altro punto importante. Vale a dire che, qualora il ministero del lavoro abbia chiarito esito “non verificabile”, sarà invece compito delle strutture territoriali verificare che sia stato allegato alla domanda il nuovo “modello AP116 2018”.

Laddove poi l’Ispettorato nazionale del lavoro fornisca all’Inps, l’insussistenza dei requisiti previsti dalla norma per l’accesso ai benefici in questione, saranno poi le sedi territoriali ad attivarsi per il recupero delle prestazioni indebite eventualmente erogate. Il tutto dopo il completamento dell’istruttoria della domanda.

 

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quattordicesima mensilità

Dopo un’ulteriore lavorazione d’ufficio, nel mese di settembre arriverà per 48mila persone la quattordicesima mensilità. A breve le comunicazioni agli aventi diritto.

Saranno ben 48mila le persone che riceveranno a settembre 2018 la quattordicesima mensilità di pensione.

Già nel mese di luglio i pagamenti della quattordicesima sono stati 3.280.000. Ora occorrerà attendere il mese di settembre per il resto dei pagamenti.

La quattordicesima mensilità di pensione viene attribuita d’ufficio dall’Inps, senza che occorra presentare la domanda, laddove sussistano elementi necessari per la verifica reddituale di ammissione al beneficio.

Come noto, dopo i pagamenti di luglio, nel mese di settembre, l’istituto di previdenza provvederà a corrispondere altre 48mila quattordicesime.

Una modalità, questa, che “consente una forte semplificazione nell’erogazione dell’emolumento, consentendo nel contempo una maggiore tempestività”.

Come avviene il calcolo della quattordicesima mensilità di pensione

Alle elaborazioni d’ufficio, l’Istituto di previdenza arriva utilizzando in automatico i redditi da prestazione.

Questi ultimi vengono memorizzati nel casellario centrale dei pensionati presenti al momento della lavorazione. Laddove invece si parli di redditi diversi, vengono esaminati quelli del 2017.

Sempre per i redditi diversi da prestazione, se mancano le informazioni utili per il 2017 vengono esaminati i redditi delle ultime campagne reddituali elaborate quindi a ritroso.

Si va quindi a elaborare i redditi del 2015 e, in subordine, quelli del 2014.

Per tale ragione, la somma aggiuntiva viene corrisposta in via provvisoria e la sussistenza del diritto sarà verificata a consuntivo sulla base della dichiarazione dei redditi.

Infatti, è proprio dopo il sollecito fatto dall’Inps a giugno scorso (per la presentazione delle dichiarazioni reddituali), sono stati registrati i redditi 2015 trasmessi dagli interessati oltre i termini stabiliti.

Dopo ciò, c’è stata un’ulteriore lavorazione d’ufficio per attribuire la quattordicesima mensilità a nuovi soggetti non pagati nel mese di luglio per assenza di tali dichiarazioni.

L’Inps comunica inoltre che, ancora oggi, per alcune posizioni prive di notizie reddituali successive all’anno 2013 non è stato possibile attribuire il beneficio.

Pertanto, tutti quei pensionati che ritengano di avere diritto al beneficio, sono invitati a presentare domanda di ricostituzione.

  

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Stabilizzazione dei medici fiscali: Fnomceo scrive a tre ministeri

Fnomceo ha scritto al Vicepresidente del Consiglio e Ministro dello sviluppo economico e del lavoro e delle politiche sociali Luigi Di Maio, al Ministro della Salute Giulia Grillo e a quello della Pubblica Amministrazione Giulia Bongiorno.

La Fnomceo ha deciso di rivolgere due appelli per la stabilizzazione dei medici fiscali scrivendo a tre ministeri: quello del Lavoro e delle politiche sociali, quello della Pubblica Amministrazione e quello della Salute.

Scrivendo al Vicepresidente del Consiglio e Ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio, a Giulia Grillo e a Giulia Bongiorno, la Fnomceo ha ricordato quanto sia urgente la “rimodulazione della vigente disciplina che regolamenta il rapporto dei medici fiscali. La mancata stabilizzazione dei medici convenzionati esterni comporterà gravi criticità”.

Ecco le richieste della Fnomceo per la stabilizzazione dei medici fiscali.

In primis, la richiesta è quella di stipulare in tempi brevi l’Accordo Collettivo nazionale per disciplinare il rapporto di lavoro tra l’INPS e i medici fiscali.

Inoltre, si chiede di stabilizzare i medici convenzionati esterni che collaborano con l’Inps, svolgendo tutti gli adempimenti medico legali in ambito assistenziale e previdenziale di competenza dei Centri medico legali.

D’altronde, come noto, la questione relativa alla stabilizzazione dei medici fiscali è aperta da diverso tempo.

Dal 1° settembre 2017 ha preso il via il Polo unico per le Visite Mediche di Controllo.

Questo, attribuisce all’Inps la competenza esclusiva ad effettuare visite fiscali, sia su richiesta dei datori di lavoro (pubblici e privati), sia d’ufficio.

Ebbene, tale innovazione avrebbe dovuto portare a una completa rimodulazione della disciplina che regolamenta il rapporto tra l’Inps e i medici fiscali. Ciò sarebbe dovuto avvenire tramite la stipuladi un Accordo Collettivo nazionale. Ma non è accaduto.

La situazione attuale è quindi quella di 1200 medici fiscali Inps, che dopo oltre 25 anni di attività, sono ancora privi di una stabilità d’incarico e di quelle tutele presenti in tutte le convenzioni del Servizio sanitario nazionale.

Da questa situazione prende le mosse la richiesta della Federazione.

Ugualmente, se non più, drammatica è la situazione dei Medici Convenzionati esterni, che collaborano cioè con l’Inps, nel contesto dei Centri medico legali.

L’identikit dei medici fiscali in attesa di stabilizzazione

In base alle stime, si tratta di almeno 900 medici, assunti da circa dieci anni, con contratti libero professionali, nell’ ambito di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa con evidenti profili di subordinazione.

Il tutto, per un plafond di 25 ore settimanali, con stipendi che si aggirano sui 17 euro all’ora netti e con strettissimi vincoli di incompatibilità e di esclusiva.

Non hanno ferie, malattia, maternità. Ma, analogamente ai medici della dipendenza, lavorano nei locali e nelle strutture dell’ente, sono sottoposti a marcatempo e a turni di servizio predefinito.

Per Fnomceo, “si tratta di una situazione talmente anomala che, a parere della scrivente Federazione, risulta in evidente contrasto con quanto previsto dalla riforma della pubblica amministrazione e specificatamente dall’art. 5 del D.Lgs. 25 maggio 2017, n. 75, e con gli indirizzi operativi in materia di superamento del precariato e valorizzazione dell’esperienza professionale di cui alle Circolari nn. 1/2018 e 3/2017 del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione”.

Non solo.

Scrive ancora la Federazione: “Tale tipologia contrattuale ai sensi dell’art. 22, comma 8, del sopraccitato decreto non potrà quindi essere rinnovata oltre il 31.12.2018. Ogni rinnovo alle attuali condizioni sarebbe inaccettabile. E rischierebbe di paralizzare, nella vacatio tra i contratti dovuta alle selezioni, l’intero sistema delle pensioni di invalidità, come già avvenuto gli anni scorsi”.

Se non si procederà alla stabilizzazione dei medici fiscali e dei medici convenzionati esterni ciò causerà diversi problemi. In particolare “per il regolare svolgimento delle attività istituzionali medico-legali dell’Inps, determinando disfunzioni che ricadrebbero sui cittadini” conclude la Fnomceo.

Resta ora da capire quale sarà il riscontro da parte dei tre ministeri interpellati e se le risposte arriveranno in tempi brevi.

 

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dichiarazione preventiva di agevolazione

La dichiarazione preventiva di agevolazione (Dpa) consentirà alle aziende di dichiarare di voler usufruire delle agevolazioni a partire dal mese in cui ne hanno diritto.

Con il messaggio 2648 del 2 luglio 2018, l’Inps ha annunciato che partirà dal prossimo 9 luglio il sistema di Dichiarazione preventiva di agevolazione (Dpa).

Grazie alla Dpa le aziende potranno dichiarare, tremite un modello telematico, di voler usufruire delle agevolazioni a partire dal mese in cui ne hanno diritto e per tutto il periodo di permanenza dello stesso titolo.

La ratio della dichiarazione preventiva di agevolazione sarà quella di offrire più garanzie alle aziende che hanno titolo alle agevolazioni e, per questo, devono essere in possesso della regolarità contributiva attestata dal Durc nel momento della loro fruizione.

Grazie al sistema Dpa sarà possibile anticipare l’attivazione della verifica. Non solo.

Le aziende potranno acquisire l’esito del Durc a partire dal mese in cui l’agevolazione/beneficio viene fruito.

Un’innovazione importante, quella della dichiarazione preventiva di agevolazione, che andrà a ridurre di molto la gestione del recupero delle agevolazioni fruite.

Inoltre, si sarà certi che la verifica non verrà posta in essere in un momento successivo rispetto a quello della concreta fruizione dell’agevolazione denunciata nei flussi UniEmens correnti.

Come funziona la Dpa

Come chiarisce il messaggio Inps, a partire dal 9 luglio 2018, sul sito dell’Istituto di Previdenza, all’interno dell’applicazione “DiResCo – Dichiarazioni di Responsabilità del Contribuente”, i datori di lavoro potranno trovare un modulo telematico.

Questo si chiamerà “DPA – Dichiarazione per la fruizione dei benefici normativi e contributivi”, e sarò gestito dall’omonima procedura.

Ebbene, afferma l’Inps, che se il datore accede alla summenzionata sezione dovrà inserire la matricola.

Su di essa, sarà esposto il beneficio soggetto a verifica di regolarità contributiva, nonché i mesi per i quali lo stesso verrà fruito.

Quanto alla singola dichiarazione, verrà annotata la data di interrogazione e l’esito della stessa. Nonché, ovviamente, il numero di protocollo del documento formato e la data in cui l’esito è stato registrato negli archivi.

Sarà il sistema della dichiarazione preventiva di agevolazione a inviare la richiesta di verifica sulla piattaforma Durc On Line ogni mese.

Da quel momento in poi, il datore di lavoro non dovrà effettuare la comunicazione per ogni nuovo beneficio che intende utilizzare.

Questo in quanto la comunicazione determinerà la verifica della regolarità per l’intero codice fiscale, le matricole ad esso collegate e tutti i benefici che sono subordinati alla verifica di regolarità ex art. 1, comma 1175, della Legge n. 296/2006.

Nel momento in cui scadrà il periodo indicato nel modulo, il datore di lavoro che starà usufruendo o vorrà usufruire di ulteriori incentivi dovrà trasmettere un nuovo modulo.

Quest’ultimo dovrà obbligatoriamente contenente i nuovi dati di riferimento.

 

 

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Donne vittime di violenze: sgravi contributivi per chi le assume

Sono previsti sgravi contributivi Inps fino a 350 euro al mese per le cooperative sociali che assumono donne inserite in percorsi di protezione.

Una pregevole iniziativa quella prevista dal decreto del Ministro del lavoro 11 maggio 2018 pubblicato ieri in Gazzetta Ufficiale riguardante le donne vittime di violenze. Per chi le assume, infatti, sono previsti sgravi contributivi Inps fino a 350 euro al mese.

Un vantaggio non da poco per quelle cooperative sociali che intendono aderire all’iniziativa.

Le donne vittime di violenze potranno così beneficiare di un’agevolazione per l’inserimento nel mondo del lavoro.

Il decreto

Il provvedimento in questione prevede, nello specifico, per il triennio 2018, 2019, 2020 sgravi contributivi fino a 350 euro al mese. Questi saranno in favore delle cooperative sociali che assumono donne vittime di violenze di genere. La norma di fatto fissa un budget di un milione di euro all’anno e prevede che gli sgravi vengono riconosciuti in base all’ordine di presentazione delle domande da parte delle cooperative datrici di lavoro.

Nessuno sgravio è invece previsto per i premi e contributi Inail.

L’articolo 1 del decreto 11 maggio 2018 del Ministro del lavoro, in attuazione dell’art. 1, comma 220, della legge n. 205 del 27/12/2017, riconosce alle cooperative sociali di cui alla legge n. 381/1991 l’esonero dal versamento dei contributi previdenziali fino a 350 euro al mese. Questo avverrà qualora – dal primo gennaio al 31 dicembre 2018 – esse assumano, con contratti a tempo indeterminato, “donne vittime di violenza di genere, inserite nei percorsi di protezione, debitamente certificati dai centri di servizi sociali del comune di residenza o dai centri anti-violenza o dalle case-rifugio.”

L’esonero dal pagamento dei contributi previdenziali, che non riguarda premi e contributi Inail, è riconosciuto per il 2018, 2019, 2020 fino all’esaurimento del budget annuale di un milione di euro.

Requisiti per accedere agli sgravi contributivi

Per essere ammessi allo sgravio contributivo, le cooperative devono produrre per ogni assunzione i documenti che certificano “il percorso di protezione rilasciata dai servizi sociali del comune di residenza o dai centri anti-violenza o dalle case-rifugio”.

Il decreto, infine, prevede che le agevolazioni contributive siano riconosciute dall’Inps “in base all’ordine cronologico di presentazione delle domande da parte delle cooperative sociali”.

Il tutto, ovviamente, nei limiti delle risorse fissate dal decreto di un milione all’anno.

 

 

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quattordicesima 2018

A partire da luglio, la somma aggiuntiva della quattordicesima 2018 sarà erogata d’ufficio ai pensionati con 64 anni d’età. Ecco tutto quello che c’è da sapere

È in arrivo la quattordicesima 2018 per circa 3,5 milioni di pensionati italiani. Ad annunciarlo è proprio l’INPS con il messaggio del 13 giugno 2018, n. 2389.

L’istituto di previdenza, infatti, provvederà d’ufficio con la rata della pensione di luglio 2018 a erogare la quattordicesima 2018 ai soggetti che rientrano nei limiti reddituali per averne diritto.

Ma chi può avere la quattordicesima?

La somma aggiuntiva spetterà a tutti i pensionati da lavoro pubblico, privato e autonomo che, al 30 giugno 2018, abbiano compiuto almeno 64 anni di età. I soggetti dovranno inoltre avere un reddito complessivo fino a un massimo di 2 volte il trattamento minimo annuo del Fondo pensioni lavoratori dipendenti (tetto fissato in 13.192,92 euro).

L’Inps ha specificato anche i requisiti reddituali per accedere alla quattordicesima 2018 che verranno verificati prima di procedere all’erogazione.

In tal senso, infatti, viene preso in considerazione il reddito annuo del richiedente. Questo, in relazione agli anni di contribuzione, dovrà essere inferiore ai limiti indicati nella tabella allegata al messaggio INPS.

A partire dal 2017, infatti, a parità di contribuzione, gli importi sono stati differenziati in base alla fascia di reddito nella quale si inquadra il beneficiario. Nello specifico, fino a 1,5 volte il trattamento minimo ovvero fino a 2 volte il trattamento minimo.

Inoltre, il tetto massimo reddituale, oltre il quale il beneficio non spetta, viene incrementato dell’importo del beneficio, diverso per ciascuna fascia contributiva.

Per quel che concerne clausola di salvaguardia, questa prevede che, laddove il reddito complessivo individuale annuo risulti superiore a 1,5 volte ovvero a 2 volte il trattamento minimo e inferiore a tale limite incrementato della somma aggiuntiva spettante, l’importo verrà corrisposto fino a concorrenza del predetto limite maggiorato.

Inoltre, l’Inps ricorda che i redditi che vengono valutati, per l’anno 2018, saranno i seguenti.

Nel caso di prima concessione, tutti i redditi posseduti dal soggetto nell’anno 2018. Invece, nel caso di concessione successiva alla prima, verranno considerati i redditi per prestazioni per le quali sussiste l’obbligo di comunicazione al Casellario centrale dei pensionati di cui al d.P.R n. 1388/1971 e successive modificazioni e integrazioni, conseguiti nel 2018.

Oltre a questi, anche i redditi diversi da quelli di cui al punto precedente, conseguiti nel 2017.

Laddove però questi dati non siano disponibili, saranno utilizzati i dati dichiarati negli anni precedenti.

Pertanto, la quattordicesima 2018 sarà corrisposta in via provvisoria.

La sussistenza del diritto sarà verificata sulla base della dichiarazione dei redditi a consuntivo.

Importi della quattordicesima 2018

La quattordicesima sarà erogata in un’unica rata e non sarà soggetta a tassazione. La somma che percepiranno i pensionati avrà un importo variabile da 336 fino a 655 euro a seconda del reddito e degli anni di contribuzione.

Ad esempio, la quattordicesima minima, pari ad euro 336,00, spetterà ai lavoratori privati, con 15 anni di contributi, e ai lavoratori autonomi, con almeno 18 anni di contributi.

Ciò avverrà nel caso in cui il reddito complessivo individuale annuo risulti superiore a 2 volte il trattamento minimo (tra € 9.995,69 e € 13.192,92).

Infine, la quota massima, pari ad euro 655, spetterà ai lavoratori dipendenti con oltre 25 anni di contributi e agli autonomi con oltre 28 anni di contributi. A patto però che si inquadrino nella fascia di reddito fino a 1,5 volte il trattamento minimo (ovvero fino a € 9.894,69 euro).

 

 

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interessi di mora

Verranno ridotti gli interessi di mora per ritardato pagamento delle somme iscritte a ruolo in ragione annuale.

Con la circolare del 6 giugno 2018, n. 80 l’INPS ha recepito le disposizioni dell’Agenzia delle Entrate che ha ridotto dal 3,50% al 3,01% gli interessi di mora per ritardato pagamento delle somme iscritte a ruolo in ragione annuale.

La novità decorre dal 15 maggio 2018. Essa troverà applicazione, oltre che per il ritardato pagamento delle somme iscritte a ruolo, anche per il calcolo delle somme dovute ai sensi dell’articolo 116, comma 9, della Legge 23 dicembre 2000, n. 388.

A disporre l’applicazione degli interessi di mora, per il ritardato pagamento delle somme iscritte a ruolo, è l’art. 30 del d.P.R. n. 602/1973. Il tutto a decorrere dalla data di notifica della cartella e fino alla data di pagamento.

Gli interessi di mora sono dovuti al tasso determinato annualmente con decreto del Ministero dell’Economia e delle finanze, con riguardo alla media dei tassi bancari attivi.

Nell’aprile 2017 l’Agenzia delle Entrate aveva fissato tale misura al 3,50% in ragione annuale, con effetto dal 15 maggio dello stesso anno.

Tuttavia, poiché l’art. 30 del d.P.R. n. 602/1973 prevede che il tasso degli interessi di mora sia determinato annualmente, l’Agenzia delle Entrate ha disposto la riduzione della misura degli interessi di mora per ritardato pagamento delle somme iscritte a ruolo al 3,01% in ragione annuale.

Ciò è avvenuto dopo aver interpellato a riguardo la Banca d’Italia, con provvedimento protocollo n. 95624/2018.

Ora, in virtù di tale provvedimento verrà modificata anche la misura degli interessi di mora di cui all’articolo 116, comma 9, della legge 23 dicembre 2000, n. 388.

Quest’ultima norma dispone che, a seguito del raggiungimento del tetto massimo delle sanzioni civili calcolate nelle misure previste dal comma 8, lettere a) e b) del medesimo art. 116, senza che il contribuente abbia provveduto all’integrale pagamento del dovuto, “sul debito contributivo maturano interessi nella misura degli interessi di mora di cui al citato articolo 30 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602”.

 

 

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ratei pensionistici

Per gli Ermellini, il diritto dell’Inps alla ripetizione non è prescritto se l’imputato aveva dichiarato falsamente di non svolgere attività lavorativa all’estero.

La Corte di Cassazione, sesta sezione civile, nell’ordinanza n. 12077/2018 ha fornito precisazioni importanti sulla questione dei ratei pensionistici non dovuti.

Secondo i giudici, infatti, il diritto dell’INPS alla restituzione dei ratei pensionistici non dovuti al contribuente non può ritenersi prescritto qualora vi sia stata una condotta dolosa dell’assicurato.

Vale a dire se quest’ultimo aveva reso dichiarazioni false idonee a ingenerare l’erronea convinzione della regolarità dell’erogazione della prestazione.

Infatti, ricordano i giudici, la prescrizione, è da ritenersi sospesa fino al momento in cui l’Ente è stato messo in condizione di conoscere la reale situazione previdenziale dell’assicurato.

La vicenda

Nel caso di specie, la Corte ha accolto il ricorso dell’Inps contro la sentenza che aveva dichiarato prescritto il diritto dell’Istituto a ripetere ratei pensionistici non dovuti nei confronti di un pensionato.

L’Inps si doleva del fatto che il giudice di appello, ritenendo prescritta la pretesa alla restituzione dei ratei pensionistici indebitamente percepiti dall’assicurato, non avesse ritenuto ravvisabile il dolo nella dichiarazione dell’assicurato stesso, contrastante con la realtà dei fatti, di mancato svolgimento di attività lavorativa all’estero.

La Cassazione, ritenendo fondata la censura, si è soffermata sull’onere della prova. Esso è necessario affinché venga dimostrata la sussistenza del dolo dell’assicurato nel percepire prestazioni non dovute.

Per il Collegio, infatti, il provvedimento gravato non si allinea infatti alla giurisprudenza sul punto.

Come ricorda la stessa Cassazione nella pronuncia n. 8609/1999, la condotta dolosa dell’interessato si verifica anche quando quest’ultimo rilasci all’Ente “dichiarazioni false idonee ad ingenerare l’erronea convinzione della regolarità dell’erogazione della prestazione”

Ora, per questo genere di comportamenti sussiste la presunzione di una condotta consapevole e volontaria (quindi dolosa).

A fronte di tale condotta, al pensionato incombe l’onere di provare che la sua condotta dipende da mera colpa. In particolare, da una non completa e attenta valutazione delle circostanze che hanno determinato detta condotta.

Pertanto, la prescrizione si ritiene dunque essere rimasta sospesa fino a quando l’Istituto non è stato posto in condizione di conoscere, a seguito della lettera con la quale lo Stato estero ha comunicato la posizione contributiva accreditata, la reale situazione previdenziale dell’assicurato.

Alla luce di tali circostanze, secondo la Cassazione, il ricorso deve essere accolto.

La sentenza viene cassata con rinvio alla Corte di Appello che provvederà al ricalcolo dei ratei pensionistici non ripetibili dall’Inps e alla liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

 

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