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Inps

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bonus asilo nido

L’Inps chiarisce requisiti e modalità per ottenere l’erogazione del bonus asilo nido per i bambini nati, adottati o affidati dal 1° gennaio 2016

Dalle 10 di lunedì 28 gennaio sarà attivo il servizio online per richiedere il bonus asilo nido per il 2019. Lo rende noto l’Inps ricordando i requisiti e le modalità di presentazione della richiesta.

Il contributo può essere corrisposto, previa presentazione della domanda da parte del genitore, a beneficio di bambini nati, adottati o affidati dal 1° gennaio 2016 per contribuire al pagamento delle rette degli asili nido pubblici e privati autorizzati (cosiddetto contributo asilo nido) e in favore dei bambini di età inferiore a tre anni, impossibilitati a frequentare gli asili nido in quanto affetti da gravi patologie croniche, per i quali le famiglie si avvalgono di servizi assistenziali domiciliari.

Il richiedente dovrà allegare la documentazione comprovante il pagamento almeno della retta relativa al primo mese di frequenza per cui si richiede il beneficio.

Nel caso di asili nido pubblici che prevedono il pagamento delle rette posticipato rispetto al periodo di frequenza, andrà presentata la documentazione attestante l’iscrizione.

Per i bambini di età inferiore ai tre anni impossibilitati a frequentare gli asili nido è richiesta la certificazione, rilasciata dal pediatra di libera scelta, che attesti l’impossibilità del bambino di frequentare l’asilo nido per l’intero anno solare di riferimento, a causa di una grave patologia cronica.

Il bonus asilo nido viene erogato con cadenza mensile, parametrando l’importo massimo di 1.500 euro su 11 mensilità. L’importo massimo per ogni retta è pari a 136,37 euro, erogati direttamente al beneficiario che ha sostenuto il pagamento. Il contributo mensile non può eccedere la spesa sostenuta per il pagamento della singola retta.

Il contributo per le forme di supporto presso la propria abitazione, invece,  viene erogato in un’unica soluzione direttamente al genitore richiedente. L’importo, anche in questo caso, è pari a 1500 euro.

 

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tagli alle pensioni

Non sono invece esenti dai tagli alle pensioni previsti dalla Legge di Bilancio, i trattamenti Inps dei medici che superano i 100mila euro lordi annui

La legge di Bilancio 2019 ha introdotto tagli alle pensioni che possono arrivare fino al 40 per cento.
In particolare, l’articolo 1, comma 261, prevede una riduzione dei trattamenti pensionistici i cui importi complessivamente considerati superino 100.000 euro lordi su base annua. La misura avrà la durata di cinque anni.

Il taglio, tuttavia, non si applicherà agli assegni pagati dall’Enpam a medici e dentisti. Lo chiarisce lo stesso Ente pensionistico in un articolo pubblicato sul proprio sito. Da una lettura attenta della disposizione di legge si evince infatti – sottolinea la Fondazione – che i tagli riguarderanno le pensioni Inps dei dipendenti pubblici e privati, degli autonomi (commercianti, artigiani e coltivatori diretti), degli iscritti ad alcune gestioni particolari (es: i lavoratori dello spettacolo) e dei contribuenti alla gestione separata.

“I tagli certamente non si applicano alle Casse dei professionisti” ha precisato il presidente dell’Enpam e dell’Adepp Alberto Oliveti.

“A questa conclusione si arriva sia con un’analisi strettamente testuale sia con una lettura costituzionalmente orientata della norma. Infatti, poiché questi accantonamenti sono destinati a creare una provvista per fronteggiare i maggiori costi dovuti a Quota 100, che è di esclusiva competenza Inps, non si vede come si potrebbero prendere legittimamente delle risorse da altre parti, alla luce della sentenza 7/2017 della Corte costituzionale.”

In generale, dunque, le decurtazioni colpiranno gli assegni Inps sopra i 100mila euro lordi annui, ad eccezione di quelli calcolati interamente con il contributivo. Restano salve anche le pensioni di invalidità e quelle riconosciute alle vittime del terrorismo.

Non sono quindi indenni dal taglio delle pensioni i camici bianchi dipendenti pubblici e privati, se superano la soglia dei 100mila euro. Nel computo della soglia dei 100mila euro, inoltre, rientreranno probabilmente anche gli assegni liquidati dalla gestione separata dell’Inps, cioè quella a cui versano gli specializzandi.

 

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ripetibilità dell'indebito

Nel settore della previdenza e dell’assistenza obbligatorie non trova applicazione la regola generale della ripetibilità dell’indebito

Quando manca un presupposto del beneficio assistenziale diverso rispetto a quello sanitario o reddituale, vanno applicate le norme sulla ripetibilità dell’indebito che fanno riferimento alla mancanza dei requisiti di legge in via generale. In particolare, viene in rilievo il D.P.R. n. 698 del 1994 il quale, all’art. 5, comma 5, prevede che nel caso di accertata insussistenza dei requisiti prescritti per il godimento dei benefici si da luogo alla immediata sospensione cautelativa del pagamento degli stessi, da notificarsi entro trenta giorni dalla data del provvedimento di sospensione. Il successivo formale provvedimento di revoca produce effetti dalla data dell’accertata insussistenza dei requisiti prescritti. Di conseguenza non è legittima la pretesa restitutoria dell’Inps qualora relativa a somme erogate prima dell’accertamento dell’erronea erogazione della pensione.

La vicenda

La vicenda controversa originava dal caso di un minore, affetto da sordità e già percettore di indennità di accompagnamento, che si era visto, in via aggiuntiva, erogare la pensione per sordi in luogo dell’indennità di comunicazione (cui aveva diritto).

Cosicché l’inps, nel comunicare l’illegittima erogazione della pensione per sordi, ne aveva richiesto la restituzione delle somme, motivando le ragioni della propria pretesa sulla carenza del presupposto anagrafico per il godimento del beneficio corrisposto.

A tal riguardo, il Tribunale di Bari (Sez. Lavoro, sent. n. 3790/2018), investiti della vicenda in esame, hanno ritenuto opportuno, richiamare alcune fondamentali affermazioni della giurisprudenza di legittimità ed, in particolare, quanto si legge nella sentenza di cui a Cass. civ., Sez. lav., 23/01/2008, n. 1446.

Le prestazioni economiche agli invalidi civili costituiscono l’oggetto di obbligazioni (pubbliche) ex lege, in quanto nascono al verificarsi dei fatti previsti dalle norme.

Di conseguenza, i procedimenti amministrativi preordinati ad accertare tali fatti e, quindi, l’esistenza o l’inesistenza dell’obbligazione (originaria o sopravvenuta), ancorché i detti fatti siano complessi ed il relativo accertamento abbia natura critica, cioè di giudizio, con l’opinabilità che contrassegna tutti i giudizi, rivestono natura meramente ricognitiva, funzionale all’attuazione dei rapporti obbligatori, perciò escludendo la configurabilità di poteri amministrativi e di provvedimenti costitutivi degli effetti (giurisprudenza pacifica: vedi, per tutte, Cass. civ., Sez. Un., 8 aprile 1975, n, 1261).

Ciò implica che il diritto nasce in coincidenza con l’insorgenza dei requisiti e non certo per effetto degli atti cd. di “concessione”, come impropriamente talora denominati dalle norme; allo stesso modo, i cd. atti di revoca non sono altro che ricognizioni in ordine all’inesistenza originaria o sopravvenuta dell’obbligazione e non certo provvedimenti espressione della cd. “autotutela amministrativa”, che è potere discrezionale di apprezzamento della conformità della situazione all’interesse pubblico (vedi, per tutte, Cass. civ., sez. lav., 10/01/2001, n. 256).

Il descritto assetto ordinamentale si pone in diretta derivazione dai principi espressi dall’art. 38 Cost., attributivi del “diritto” al mantenimento e all’assistenza sociale spettante ai cittadini inabili e sprovvisti dei mezzi necessari per vivere, nonché del diritto alla previdenza per i lavoratori.

In linea generale, perciò, le prestazioni derivanti dalla solidarietà sociale non possono riconoscersi a coloro che non possiedono i requisiti previsti dalla legge per essere titolari del diritto.

A questa regola, può derogare il legislatore mediante espresse previsioni e per casi specifici, ove ritenga di privilegiare l’affidamento determinato dall’attribuzione di fatto di una prestazione per un lasso notevole di tempo (si veda il disposto del D.Lgs. 23 febbraio 2000, n. 38, art. 9, comma 1, circa la rettificabilità degli errori commessi dall’Inail nell’attribuzione di prestazione entro il termine massimo di dieci anni).

Il riferimento normativo

Ne discende l’applicabilità del principio generale di cui è espressione l’art. 2033 c.c., secondo il quale ogni erogazione attribuita in assenza dei requisiti prescritti dalla legge è da considerare indebita e soggetta a ripetizione (Cass. civ., Sez. lav., 17/04/2014, n. 8970).

Tuttavia, nel settore della previdenza e dell’assistenza obbligatorie si è affermato, ed è venuto via via consolidandosi, un principio di settore secondo il quale, in luogo della generale regola codicistica di incondizionata ripetibilità dell’indebito, trova applicazione la regola, propria di tale sottosistema, che esclude viceversa la ripetizione in presenza di situazioni di fatto variamente articolate, ma comunque avente generalmente come minimo comune denominatore la non addebitabilità al percepiente della erogazione non dovuta ed una situazione idonea a generare affidamento.

Nello specifico ambito delle prestazioni economiche corrisposte agli invalidi civili, la disciplina particolare della ripetibilità delle prestazioni indebitamente erogate va ricercata nella normativa appositamente dettata in materia, non potendo trovare applicazione in via analogica – ma neppure estensiva stante il carattere derogatorio dell’art. 2033 c.c.di disposizioni di questo genere – le regole dettate con riferimento alle pensioni o altri trattamenti previdenziali.

La disciplina dell’indebito va, quindi, ricavata esclusivamente dalle norme concernenti le prestazioni assistenziali agli invalidi civili.

L’evoluzione della normativa nel tempo

La materia è stata diversamente regolata nel corso del tempo da numerose disposizioni che si sono susseguite.

Si tratta: della L. n. 29 del 1977, art. 3, di conversione del D.L. n. 850 del 1976; del D.L. n. 173 del 1988, art. 3, comma 9, convertito nella L. n. 291 del 1988; della L. 24 dicembre 1993, n. 537, art. 11, comma 4; del D.P.R. 21 settembre 1994 n. 698, art. 5, comma 5; del D.L. n. 323 del 1996, art. 4, convertito con modifiche nella L. 8 agosto 1996, n. 425 (in relazione alla mancanza dei requisiti sanitari), della L. 27 dicembre 1997, n. 449, art. 52, comma 3, (in relazione alla mancanza dei requisiti salutari), della L. 23 dicembre 1998, n. 448, art. 37, (in relazione alla mancanza dei requisiti sanitari); ed infine del D.L. 30 settembre 2003, n. 269, art. 42, comma 5, convertito nella L. 24 novembre 2003, n. 326, il quale, nel disporre che l’Inps e il Ministero del Tesoro devono stabilire le modalità tecniche per effettuare in via telematica le verifiche sui requisiti reddituali dei titolari delle prestazioni assistenziali, e per procedere alla sospensione ed al recupero, prevede che non si proceda alla ripetizione delle somme indebitamente percepite, prima della data di entrata in vigore del presente decreto, dai soggetti privi dei requisiti reddituali.

Pertanto, la disciplina della ripetibilità muta a seconda della ragione che ha dato luogo all’indebito assistenziale: se si accerta la mancanza dei requisiti sanitari le norme applicabili, a seconda dell’epoca della erogazione, saranno quelle sopra elencate; se si accerta invece la mancanza dei requisiti reddituali, non si può procedere alla ripetizione dei ratei percepiti prima dell’entrata in vigore del D.L. n. 269 del 2003; mentre, quando manca radicalmente il diritto alla prestazione, ad es. per corresponsione dovuta ad errore di persona, l’indebito è pienamente ripetibile ex art. 2033 cod. civ., mancando la ratio per applicarsi, in questo caso, il principio di settore di necessaria tutela del percettore in buona fede della prestazione assistenziale indebita (Cass. civ., Sez. lav., 23/08/2003, n. 12406).

 

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esiti domande NASpI

Al fine di consentire ai cittadini una migliore accessibilità alle informazioni, è stata rilasciata una nuova funzionalità dell’app INPS Mobile denominata “Esiti Domande NASpI” che consente all’utente, munito di SPID o PIN, di avere informazioni sullo stato della propria domanda tramite dispositivi smartphone o tablet

Lo fa sapere L’Istituto di Previdenza nazionale con un messaggio del 28 dicembre 2018 (n. 4843), nella quale si legge che accedendo alla nuova funzionalità viene inizialmente proposto l’elenco degli esiti domande NASpI presentate dal cittadino.

La Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego ( anche detta NASpI) è una indennità mensile di disoccupazione, istituita dall’art. 1 del decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 22 – che sostituiva le precedenti prestazioni di disoccupazione ASpI e MiniASpI, in relazione agli eventi di disoccupazione involontaria verificatisi con decorrenza dal 1° maggio 2015.

La NASpI, come anticipato, è erogabile su richiesta dell’interessato.

Ebbene, attraverso la nuova applicazione è possibile, una volta selezionata la domanda di interesse, avere accesso alle seguenti informazioni:

1. in caso di accoglimento della domanda, l’utente potrà consultare il prospetto di calcolo della prestazione NASpI e, quindi, i dati relativi ai pagamenti della prestazione disposti in suo favore;

2. in caso di richieste istruttorie, l’utente potrà consultare la lista dei documenti richiesti;

3. in caso di reiezione della domanda, l’utente potrà consultare i motivi che hanno determinato il mancato accoglimento.

Il prospetto di calcolo di una domanda NASpI, consultabile a conclusione dell’istruttoria della domanda, evidenzia le seguenti informazioni:

–          la data di decorrenza e la durata della prestazione spettante; gli importi mensili della indennità spettante;

–          i dati retributivi e contributivi che hanno determinato la durata e la misura della prestazione;

–          l’elenco delle prestazioni di disoccupazione già fruite nel quadriennio precedente la data cessazione dell’attività lavorativa;

–          i periodi contributivi già utilizzati per le prestazioni già fruite scomputati nel calcolo della durata della nuova domanda.

 

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rivalutazione delle pensioni

L’Inps chiarisce che nel prossimo mese non sarà possibile applicare le novità relative al sistema di rivalutazione delle pensioni previsto dalla Legge di stabilità 2019

Alle pensioni in pagamento a gennaio non è stato possibile applicare la normativa sul sistema di rivalutazione delle pensioni introdotto dalla Legge di stabilità. Lo comunica in una nota l’Inps all’indomani dell’approvazione definitiva della Manovra economica 2019.

Il provvedimento prevede una scure da oltre 2,2 miliardi di euro in tre anni sulle rivalutazioni delle pensioni a partire dagli assegni di 1.522 euro. Nulla cambia al di sotto di tale soglia. Per le pensioni fino a 2.029 euro, invece, l’adeguamento sarà tagliato di 3 punti percentuali; fino a 2.537 euro il taglio salirà a 23 punti.

La rivalutazione sarà poi sostanzialmente dimezzata per gli assegni fino a 3.042 euro (-48 punti) e fino a 4.049 euro (-53 punti). Il taglio salirà a 55 punti per gli assegni fino a 4.566 euro per arrivare a 60 punti percentuali per quelli superiori.

L’Istituto spiega di aver provveduto ad elaborare gli importi delle pensioni “rinnovate” entro il mese di novembre 2018, applicando la legislazione a quel momento vigente. Ciò al fine di “assicurare sin dalla mensilità di gennaio 2019 il pagamento dell’importo di pensione rivalutato, come avviene ogni anno”. I criteri di calcolo adottati nel rinnovo delle pensioni e delle prestazioni assistenziali sono stati illustrati  con la circolare n. 122 del 27 dicembre 2018.

Con successiva circolare – chiarisce l’Inps – dopo la pubblicazione della Legge di bilancio per il 2019 in Gazzetta Ufficiale, s’illustreranno le modifiche apportate dalla nuova normativa.  Si descriveranno, inoltre, le relative modalità di attuazione e i tempi per i conguagli.

Rimanendo in tema di pensioni, un’altra sostanziale novità introdotta dalla Manovra è rappresentata  dal taglio delle cosiddette ‘pensioni d’oro’. Si tratta, in particolare,  dei trattamenti che superano i 100.000 euro lordi l’anno. Gli assegni, nello specifico, saranno ridotti per cinque anni del 15% per le prestazioni tra i 100mila e i 130mila euro l’anno. Per quelli fino a 200mila euro l’anno la riduzione sarà del 25%; fino a 350mila euro l’anno del 30%; fino a 500mila del 35% e del 40% per quelli superiori.

 

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pensione

La pensione anticipata va considerata un normale trattamento di vecchiaia (che matura sulla base dei soliti requisiti contributivi) e costituisce la risultante di una semplice deroga all’applicazione di una norma generale concernente l’innalzamento della soglia dell’età pensionabile prima in vigore, nell’ipotesi in cui i beneficiari versino in uno stato di invalidità non inferiore all’80%

Il principio è stata affermato dai giudici della Sezione Lavoro della Cassazione in una recente sentenza (n. 30133/2018), nella quale si sono pronunciati sulla domanda di pagamento della pensione di vecchiaia, essendovi i necessari requisiti contributivi e sanitari ad un lavoratore invalido.

Il caso

All’esito dei due giudizi di merito, l’Inps era stata già condannata al versamento in favore del richiedente dei ratei della pensione anticipata di vecchiaia, essendo stata verificata la sussistenza dei requisiti contributivi e sanitari ed esclusa l’applicabilità alla medesima prestazione delle cosiddette finestre mobili D.L. n. 201 del 2011, ex art. 24, comma 5.

A fondamento della pronuncia, la Corte osservava che il sistema delle finestre introdotto dalla normativa di cui al D.L. n. 78 del 2010, art. 12, convertito in L. n. 122 del 2010, non si potesse riferire – per motivi letterali e logici – alla categoria dei lavoratori gravemente invalidi e quindi alla pensione di vecchiaia anticipata; ma dovesse invece, applicarsi, soltanto a coloro che acquisiscono il diritto alla pensione di vecchiaia al raggiungimento di determinati requisiti anagrafici, essendo evidente l’esclusione dalla sfera di applicazione di coloro che possono conseguire la pensione di vecchiaia in età diversa perché invalidi in misura non inferiore all’80%.

Per la cassazione della sentenza presentava ricorso dinanzi ai giudici della Suprema Corte l’Istituto di previdenza nazionale.

I motivi di impugnazione

Secondo il ricorrente la norma in questione ha disposto in via generale lo slittamento di 12 mesi per il conseguimento del diritto al trattamento di vecchiaia. Essa si riferiva, pertanto, non solo ai soggetti che maturano (a far tempo dal gennaio 2011) il diritto al trattamento pensionistico di vecchiaia a 60 anni se donne ed a 65 anni se uomini, dato che – come si ricava dal dato testuale – la regola introdotta operava anche nei confronti di tutti gli altri assicurati che maturano il diritto alle diverse età previste dalle norme di riferimento, compresi i pensionati di vecchiaia anticipata. D’altra parte, il legislatore aveva previsto espressamente le deroghe relative allo slittamento del conseguimento del diritto al trattamento pensionistico di vecchiaia con il D.L. n. 78 del 2010, art. 12,commi 4 e 5, e nelle stesse deroghe non rientrava il caso della pensione di vecchiaia anticipata e dei lavoratori invalidi.

Sicché doveva ritenersi errato il giudizio emesso dai giudici di merito in relazione alla vicenda in esame.

Sono d’accordo i giudici della Suprema Corte di Cassazione che accolgono il motivo di doglianza su esposto, poiché fondato.

In effetti, il D.L. n. 78 del 2012, art. 12, convertito con modificazioni dalla legge n. 122/2010 fa espresso riferimento non solo ai “soggetti che a decorrere dall’anno 2011 maturano il diritto all’accesso al pensionamento di vecchiaia a 65 anni per gli uomini e a 60 anni per le lavoratrici del settore privato”, ma anche a tutti coloro che “negli altri casi” maturano il diritto all’accesso al pensionamento di vecchiaia “alle età previste dagli specifici ordinamenti”.

Dal punto di vista letterale, ne deriva che nel perimetro normativo sopra descritto, vi possono certamente rientrare i soggetti che, essendo “invalidi in misura non inferiore all’80%”, hanno diritto alla pensione di vecchiaia anticipata secondo la disciplina dettata dal D.Lgs. n. 502 del 1993, art. 1, in relazione allo stesso settore privato. (…) Il medesimo art. 1, al comma 8 ha poi espressamente escluso gli invalidi in misura non inferiore all’80% dall’ambito di applicazione dei più elevati limiti di età, con la conseguenza che per essi l’accesso al trattamento di vecchiaia è consentito all’età di 55 anni per le donne e di 60 anni per gli uomini.

La decisione

D’altra parte, la pensione anticipata in discorso va considerata un normale trattamento di vecchiaia (che matura sulla base dei soliti requisiti contributivi) e costituisce la risultante di una semplice deroga all’applicazione di una norma generale concernente l’innalzamento della soglia dell’età pensionabile prima in vigore, nell’ipotesi in cui i beneficiari versino in uno stato di invalidità non inferiore all’80%.

Peraltro, già in passato la stessa giurisprudenza di legittimità(cfr. Cass., sentenza n. 11750/2015) aveva chiarito che la regolamentazione della pensione di vecchiaia in oggetto comporta “una anticipazione dei normali tempi di perfezionamento del diritto alla pensione attuata attraverso un’integrazione ex lege del rapporto assicurativo e contributivo, che consente, in presenza di una situazione di invalidità, una deroga ai limiti di età per il normale pensionamento. Lo stato di invalidità costituisce, dunque, solo la condizione in presenza della quale è possibile acquisire il diritto al trattamento di vecchiaia sulla base del requisito di età vigente prima dell’entrata in vigore del D.Lgs. n. 503 del 1992, ma non può comportare lo snaturamento della prestazione che rimane un trattamento diretto di vecchiaia (diretto a coprire i rischi derivanti dalla vecchiaia), ontologicamente diverso dai trattamenti diretti di invalidità (…diretti a coprire i rischi derivanti, appunto, dall’invalidità) previsti dalla L. n. 222 del 1984“.

In altri termini, è sbagliato, ad avviso del collegio, sostenere che per includere le pensioni di vecchiaia anticipate nel meccanismo delle finestre, la legge avrebbe dovuto indicarlo espressamente, dato che esse rientrano nell’ampio disposto (“alle età previste dagli specifici ordinamenti negli altri casi”) utilizzato, in via residuale, dal legislatore nello stesso art. 12 cit. (e già impiegato in termini simili ed in via generale dalla L. n. 247 del 2007, art. 1, comma 5).

 

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Inps

L’Inps, non solo con una propria circolare ha derogato alla norma di legge disponendo diversamente da quanto prescritto da quest’ultima, ma lo ha fatto introducendo disposizioni evidentemente discriminatorie per nazionalità in quanto, ancorando la possibilità di ottenere il beneficio a una condizione quale il possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, ha introdotto una differenza di trattamento non giustificata da alcuna ragionevole e oggettiva finalità

La vicenda

Il Tribunale di Rovereto con una sentenza depositata il 6 novembre scorso, n. 60, ha condannato l’Inps per condotta discriminatoria posta in essere per motivi razziali ed etnici nei confronti di una donna straniera richiedente il premio nascita e, negatole.

Con ricorso presentato ai sensi degli artt. 28 D.Lgs. 150/2011, 44 TU Immigrazione e 702 bis c.p.c. , premesso di essere titolare dal 2016 di un permesso di soggiorno per motivi familiari e di essere madre di un bambino, la ricorrente citava in giudizio l’INPS per far dichiarare il suo comportamento discriminatorio. Alla presentazione online della domanda di erogazione del premio nascita l’Ente rispondeva negativamente.

Quando il comportamento di un privato o della pubblica amministrazione produce una discriminazione per motivi razziali, etnici, linguistici, nazionali, di provenienza geografica o religiosi, è possibile ricorrere all’autorità giudiziaria ordinaria per domandare la cessazione del comportamento pregiudizievole e la rimozione degli effetti della discriminazione. (art. 44 TU Immigrazione)

Costituitosi in giudizio, l’Istituto nazionale di previdenza eccepiva l’improcedibilità del ricorso per mancata previa proposizione del ricorso amministrativo e rilevava nel merito, di essersi adeguato alla giurisprudenza esistente in materia che riconosce la spettanza del bonus anche in assenza di permesso di soggiorno di lungo periodo, ma a seguito di presentazione di apposita domanda.

La decisione del giudice ordinario

Secondo il Tribunale di Rovereto, investito della controversia in esame, il ricorso merita accoglimento.

La ragione di siffatta decisione è da rinvenirsi nel “condivisibile insegnamento” della Corte di Appello di Milano (5.5.2018) secondo cui: “L’individuazione da -parte dell’Inps, con Circolare n. 39 del 2017′, dei requisiti necessari ai fini dell’erogazione del -premio di natalità di cui all’art. 1, comma 353, L.232/2016, oltre che illegittima in quanto introduce in sede amministrativa requisiti non previsti dal legislatore, va qualificata come discriminatoria in quanto esclude dal beneficio per ragioni di nazionalità e senza alcuna ragionevole motivazione una parte delle donne residenti in Italia…E’ di altrettanta evidenza che Inps ha introdotto in sede amministrativa requisiti non previsti dal legislatore ma previsti invece per altra prestazione ovvero “l’assegno di natalità di cui all’art. 1, comma 125, legge di stabilità n. 190/2014“.

Così facendo – aggiunge il tribunale – l’Inps si è arrogata il potere di imporre in sede amministrativa condizioni o requisiti che la legge non ha né previsto né disciplinato, di introdurre modifiche a una norma di fonte primaria e di restringere, di conseguenza, la platea delle destinatarie del beneficio. Del tutto condivisibile è pertanto l’affermazione circa l’illegittimità della condotta dell’Istituto, ravvisabile proprio nell’aver voluto emettere circolari, aventi natura regolamentare che attribuiscono alla legge un contenuto diverso da quello espresso dal legislatore (…)così facendo l’Inps non solo con una propria circolare ha derogato alla norma di legge disponendo diversamente da quanto prescritto da quest’ultima, ma lo ha fatto introducendo disposizioni evidentemente discriminatorie per nazionalità in quanto, ancorando la possibilità di ottenere il beneficio a una condizione quale il possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, ha introdotto una differenza di trattamento non giustificata da alcuna ragionevole e oggettiva finalità“.

L’Inps deve essere, pertanto, condannata, a rimuovere la condotta discriminatoria attraverso il pagamento, a titolo di danno patrimoniale, di un importo pari al bonus non erogato.

 

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lavoratori dipendenti

Diffusi dall’Inps i dati statistici sui lavoratori dipendenti relativi al 2017. Forte variabilità in base al genere, al territorio e alla cittadinanza

Oltre il 40% dei lavoratori dipendenti presenta una retribuzione nell’anno 2017 inferiore a 15 mila euro. Tale incidenza varia significativamente per genere (per le donne è il 51,2% contro il 32,2% degli uomini), per territorio (55,1% per Sud e Isole contro il 33,4% del Nord e il 42,1% del Centro), per cittadinanza (57,4% per gli extracomunitari contro il 38,7% dei comunitari).

Sono alcune delle evidenze scientifiche che emergono dai dati statistici resi disponibili dall’Inps. Sul portale dell’Istituto è stata pubblicata una nuova sezione dell’Osservatorio statistico sui lavoratori dipendenti. All’interno di tale area i dati vengono classificati per livello di retribuzione annua e per numerose caratteristiche del soggetto e del suo rapporto di lavoro prevalente.

La variabilità  – sottolinea l’Inps – dipende in larga misura dalla diversa incidenza, per tali caratteristiche, dei lavoratori full-time/part-time e dei lavoratori a tempo indeterminato/a termine. Esaminando infatti esclusivamente i dipendenti fulltime retribuiti per l’intero anno si registra una riduzione significativa di tali differenze. È quindi la diversa partecipazione all’attività produttiva (per giornate lavorate o per orari giornalieri) che provoca le differenze primarie nelle retribuzioni annue.

Dall’esame della distribuzione per cittadinanza si rileva che il peso degli extracomunitari, nel complesso pari all’8,6%, è nettamente maggiore nelle classi retributive inferiori.

Nello specifico: 12% nella classe fino a 5 mila euro, 13,9% nella classe da 5 a 10 mila, 10,8% nella classe da 10 a 15 mila e 10,5% nella classe da 15 a 20 mila euro. E’ invece del tutto marginale (attorno all’1%) nelle classi di importo più alte (a partire dai 40 mila euro).

Gran parte dei dipendenti risulta aver lavorato continuativamente per l’intero anno. La classe modale di importo in tal caso è quella tra i 15 e i 30 mila euro (51% dei dipendenti). Circa il 12,6% dei dipendenti presenta invece  una retribuzione pari o superiore a 50 mila euro.

Sempre con riferimento ai dipendenti full time che hanno lavorato per l’intero anno, quelli con le retribuzioni più elevate pesano particolarmente nei settori estrattivo (60,5%), dell’energia (65,9%) e della finanza e assicurazioni (67,6%). Viceversa i dipendenti con retribuzioni più basse (sotto i 25 mila euro) incidono soprattutto nei settori delle costruzioni (46,4%), dell’alloggio e ristorazione (66,1%), delle agenzie viaggio e servizi alle imprese e noleggio (51,6%) e delle altre attività dei servizi (54,1%).

 

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mutui ipotecari

I mutui ipotecari possono essere richiesti per l’acquisto di unità abitative e box auto, ristrutturazioni e spese di studio di un componente del nucleo familiare

Il 1 gennaio 2019 entrerà in vigore il Regolamento per la concessione dei mutui ipotecari agli iscritti alla Gestione Unitaria delle prestazioni creditizie e sociali. Il mutuo può essere richiesto da chi sia in attività di servizio con contratto di lavoro a tempo indeterminato. Oppure dai pensionati con un’anzianità di iscrizione non inferiore a un anno.

La durata dei mutui, in linea generale è di 10, 15, 20, 25 o 30 anni. Per gli iscritti che alla data di presentazione della domanda abbiano compiuto 65 anni, la durata massima richiedibile è di 15 anni.

Il rimborso avviene con metodo di calcolo “alla francese”, in rate trimestrali costanti e posticipate, in funzione dei tassi d’interesse fissati con provvedimento dell’INPS. Il rimborso del mutuo avviene in funzione del tasso d’interesse fisso o variabile. Per il rimborso delle rate dei mutui a tasso fisso il pagamento avviene tramite addebito su c/c bancario o postale intestato al mutuatario. Negli altri casi avviene tramite MAV.

Il mutuo non può essere concesso se l’importo delle rate da pagare annualmente, comprensive degli interessi, supera il trattamento utile dell’iscritto equivalente alla metà del reddito annuo imponibile del nucleo familiare.

In qualunque momento il titolare del contratto può estinguere parzialmente o totalmente il mutuo, con pagamento in unica soluzione, senza alcuna penalità.

I mutui ipotecari possono essere richiesti per l’acquisto di un’unità abitativa nella misura massima di 300mila euro. Per i lavori di ristrutturazione il contributo massimo erogabile è pari al 40% del valore dell’immobile e comunque non può superare i 150mila euro. E ancora il mutuo può essere richiesto per l’acquisto di un box auto (massimo 70mila euro) o per l’istruzione e la formazione di un componente del nucleo in Italia o all’estero (massimo 100mila euro).

Le domande di concessione del mutuo devono essere inviate telematicamente dal 15 gennaio al 10 ottobre di ogni anno vengono ammesse secondo l’ordine cronologico di protocollazione. Nel caso in cui si determini un’eccedenza di richieste rispetto al 90% delle disponibilità finanziarie assegnate per l’esercizio, si procede con la redazione di una graduatoria.

 

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Lo prevede un emendamento alla Legge di Bilancio presentato al Senato. FNOMCeO: misura inefficace oltre che ingiusta per i 2150 medici che lavorano per l’ Inps da decenni

Apertura di una procedura concorsuale per 708 medici Inps deputati a svolgere tutte le funzioni medico legali istituzionali, compresa la medicina fiscale. Il tutto anche mediante lo storno di risorse dal fondo per il controllo dei lavoratori in malattia. E’ quanto prevede un nuovo emendamento alla Legge di Bilancio, presentato in Commissione Bilancio al Senato, a prima firma della parlamentare Nunzia Catalfo,

L’ipotesi non manca di suscitare malumori in ambito sindacale. “L’approvazione di questo emendamento – spiega il presidente della FNOMCeO, Filippo Anelli – comporterebbe il fallimento della riforma del Polo Unico della Medicina fiscale”. Ne comprometterebbe, infatti,  uno dei cardini, ovvero la certezza delle visite di controllo.

Il concorso riserverebbe solamente 354 posti ai 2150 medici che, a vario titolo, lavorano per l’Ente da decenni, occupandosi delle funzioni di medicina fiscale, previdenziale e assistenziale.

Per Anelli si tratterebbe, quindi, di una procedura profondamente ingiusta, oltre che del tutto inefficace. Infatti, non ci sarebbe più posto per  la maggior parte dei 1250 medici fiscali e dei 900 medici convenzionati esterni.

“Chiediamo dunque con forza che l’emendamento sia ritirato o respinto – conclude  il vertice della Federazione – . E rinnoviamo, nel contempo, la richiesta, già avanzata ai ministri competenti, di stipulare in tempi brevi l’Accordo Collettivo nazionale per disciplinare il rapporto di lavoro tra l’INPS e i medici fiscali, e di stabilizzare i medici convenzionati esterni che collaborano con l’Istituto, garantendo loro un rapporto di lavoro con tutele pari a quelle presenti in tutte le convenzioni del SSN”.

Alcune settimane fa la Commissione Bilancio della Camera aveva già bocciato, per mancata copertura finanziaria, l’apertura di una procedura concorsuale per 881 medici Inps. I Sindacati di settore, già allora,  avevano evidenziato come l’approvazione della norma sarebbe stata una “tragedia perfetta”. La consistenza numerica di medici prevista, infatti, non avrebbe assolutamente colmato le severe carenze di personale medico INPS sancendo, invece, il fallimento della riforma del polo unico della medicina fiscale”.

 

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