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intercettazioni

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Come noto, in tema di intercettazioni, l’art. 266, comma 1 lett. a) del codice di procedura penale dispone che esse sono consentite tra gli altri casi, nei procedimenti relativi ai delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell’ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a cinque anni

E invece, secondo l’art. 270 c.p.p . “i risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti, salvi che risultino indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza”.

I giudici della Cassazione sono stati chiamati a pronunciarsi su un presunto caso di utilizzo illegittimo di intercettazioni.

Ed invero, i fatti oggetto di imputazione erano emersi all’esito di una intercettazione che era stata autorizzata in relazione ad una diversa notizia di reato per un altro procedimento penale. Tale procedimento, inizialmente unitario, era stato poi frazionato, per scelta investigativa, in più procedimenti, tra cui quello oggetto di causa.

A detta della difesa gli esiti di quelle intercettazioni non avrebbero potuto essere utilizzati per le seguenti ragioni: – diversità di fatti storici; difetto di connessione qualificata tra i reati dei due distinti procedimenti; e in ogni caso, i nuovi indagati non rientravano tra quelli per cui nel diverso procedimento era stato disposto l’arresto in flagranza.

Vi sarebbe stata perciò, una irragionevole violazione di legge, ai sensi dell’art. 270 c.p.p., dal momento che la sentenza impugnata fondava la propria decisione sul materiale probatorio anzidetto.

Ci si può allora domandare, quando un procedimento penale può dirsi “diverso” da un altro?

I giudici della Corte d’appello si erano ispirati all’indirizzo giurisprudenziale, di cui è espressione la sentenza delle Sezioni Unite Floris del 2014, secondo cui la nozione di “procedimento diverso” deve essere ancorata ad un criterio di valutazione sostanzialistico che rende decisiva l’esistenza di una connessione sotto il profilo oggettivo, probatorio o finalistico tra il contenuto dell’originaria notizia di reato, per cui è disposta l’intercettazione e gli altri reati per cui si procede.

Ebbene, nella fattispecie in esame, l’originaria intercettazione era stata disposta nell’abito di un processo penale nel quale il ricorrente era indagato per i reati di favoreggiamento, autocalunnia e violenza e minaccia per costringere taluno a commettere reati, là dove nel successivo procedimento l’imputato rispondeva del diverso delitto di falsa testimonianza commesso nel 2014. Si trattava in altre parole, di un fatto storico che non era in alcuna connessione oggettiva o probatoria con il precedente.

Interessante la decisione della Corte di Cassazione.

Si è già detto in passato che “I risultati delle intercettazioni telefoniche legittimamente acquisiti nell’ambito di un procedimento penale inizialmente unitario, riguardanti distinti reati per i quali sussistono le condizioni di ammissibilità previste dall’art. 266 c.p.p., sono utilizzabili anche nel caso in cui il procedimento sia successivamente frazionato a causa della eterogeneità delle ipotesi di reato e dei soggetti indagati, atteso che, in tal caso, non trova applicazione l’art. 270 c.p.p. che postula l’esistenza di procedimenti ab origine tra loro distinti”.

E ancora, “in tema di intercettazioni, qualora il mezzo di ricerca della prova sia legittimamente autorizzato all’interno di un determinato procedimento concernente uno dei reati di cui all’art. 266 c.p.p., i suoi esiti sono utilizzabili anche per tutti gli altri reati relativi al medesimo procedimento, mentre nel caso in cui si tratti di reati oggetti di un procedimento diverso ab origine, l’utilizzazione è subordinata alla sussistenza dei parametri indicati espressamente dall’art. 270 c.p.p. e, cioè l’indispensabilità e l’obbligatorietà dell’arresto in flagranza” (Cass. n. 29907/2015).

Ebbene, nel caso di specie, – affermano i giudici della Corte – non si assiste ad una originaria diversità dei due procedimenti, ma ad un processo di gemmazione dal primo del secondo, su tale presupposto, viene in considerazione l’art. 266 c.p.p, e la generale disciplina di ammissibilità del mezzo intercettativo ivi prevista per ogni procedimento penale, in ragione dei reati che ne sono oggetto.

Senza contare che l’oggetto del secondo procedimento penale era il reato di falsa testimonianza, delitto non colposo per il quale è prevista, in applicazione del criterio di cui all’art. 4 del c.p.p., la reclusione nel massimo pari a sei anni e quindi superiore a cinque anni e dunque, i cui limiti edittali ben consentono l’utilizzo dell’intercettazione, sebbene captata in un distinto e preesistente procedimento, da cui il nuovo era derivato.

Per tali ragioni il ricorso è stato respinto e ammesso l’utilizzo delle intercettazioni oggetto di censura.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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Con l’approvazione del Decreto Milleproroghe viene rinviata di due anni l’applicazione della nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense

L’esame di abilitazione alla professione forense continuerà a svolgersi per altri due anni con le attuali regole. Con la conversione in legge del Decreto Milleproroghe, infatti, sono destinate a slittare le nuove disposizioni relative all’esame di Stato per gli aspiranti avvocati.

Il testo, approvato in prima lettura dal Senato, ha recepito l’emendamento che rimanda di altri due anni l’entrata in vigore della nuova disciplina. In mancanza, questa avrebbe dovuto essere applicata già dalla sessione 2018-2019, con l’obbligo di frequenza delle scuole forensi a partire da settembre.

L’emendamento interviene, in particolare, sull’art. 49, comma 1, della legge n. 247/2012 recante la “Nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense”. Nello specifico viene portato da 5 a 7 anni il termine per l’entrata in vigore della legge stessa.

L’esame del Decreto passa ora alla Camera, ma la sua approvazione a Montecitorio avverrà alla ripresa dei lavori parlamentari, dopo la pausa estiva.

Intanto, per le sessioni 2018 e 2019, i candidati potranno continuare a utilizzare, nel corso delle prove scritte, i codici annotati con la giurisprudenza.

Rimanendo in ambito giudiziario il Milleproroghe prevede anche, tra le principali novità, il rinvio della nuova normativa in materia di intercettazioni al 1° aprile 2019. Entro tale data il governo ha comunque già annunciato di voler rimettere mano alla riforma voluta dall’ex Ministro Andrea Orlando.

Con la conversione in legge del decreto, inoltre, viene scongiurata la chiusura delle sezioni dei Tribunali di Lipari e Portoferraio, oltre a quella del Tribunale di Ischia, per la quale il Dl già prevedeva il ripristino fino a fine 2021. Rimarranno in vita fino al 1° gennaio 2022.

 

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milleproroghe

Il decreto milleproroghe estende inoltre a tutto il 2018 l’attuale criterio di riparto della quota premiale per le Regioni. Sul versante giustizia slitta l’applicazione delle nuove norme in materia di intercettazioni

Il Consiglio dei Ministri ha approvato ieri un decreto legge che introduce disposizioni urgenti per la proroga di alcuni termini previsti da disposizioni legislative. Il cosiddetto milleproroghe interviene in diversi ambiti.

Sul versante del Ssn,  il decreto consente, anche per l’anno 2018, l’utilizzo delle risorse finanziarie accantonate per le quote premiali da destinare alle regioni virtuose. Il tutto secondo la proposta di riparto per l’anno 2018 della Conferenza delle regioni e province autonome. In tal senso viene modificato l’articolo 2, comma 67-bis, della legge Finanziaria 2010.

Si prevede poi una estensione al periodo 2018-2020 delle deroghe in materia di riduzione della spesa per prestazioni sanitarie. Ciò, spiega una nota di Palazzo Chigi – “allo scopo di salvaguardare la partecipazione di investimenti stranieri alla realizzazione di strutture sanitarie per la regione Sardegna”. Il riferimento è all’Ospedale di Olbia. Più specificamente, ai fini del rispetto dei parametri del numero di posti letto per mille abitanti, non si terrà conto anche per il prossimo triennio dei posti letto accreditati in tale struttura. La regione Sardegna, inoltre, viene autorizzata ad incrementare fino al 6% il tetto di incidenza della spesa per l’acquisto di prestazioni sanitarie da soggetti privati.

Rimanendo in ambito sanitario, viene prorogato anche l’obbligo di ricetta elettronica per la prescrizione di medicinali e mangimi veterinari. La misura scatterà a partire dal 1 dicembre 2018 anziché dal prossimo 1 settembre,.

Il decreto prevede novità importanti anche sul fronte della giustizia.

In particolare, viene differito al 31 marzo 2019 il termine di applicazione delle disposizioni previste dal dl n. 216/2017 in materia di intercettazioni. La proroga risulta necessaria per completare “le complesse misure organizzative in atto”. Tra queste anche l’individuazione e l’adeguamento dei locali idonei per le cosiddette ‘sale di ascolto’, nonché la predisposizione di apparati elettronici e digitali. E ancora l’adeguamento delle attività e delle misure organizzative degli uffici.

Per quanto riguarda la cultura, invece, viene assicurata la necessaria copertura legislativa  all’estensione per il 2018 del cosiddetto “bonus cultura” per i diciottenni. La misura è prevista dalla legge di bilancio per il 2018.

 

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RIFORMA DELLE INTERCETTAZIONI: TUTTO QUELLO CHE C’È DA SAPERE

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La Corte di Cassazione con una sentenza fornisce specifiche in merito all’ascolto delle registrazioni delle captazioni da parte dei difensori

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 18082/2018, ha fornito dei chiarimenti importanti in merito alle intercettazioni e soprattutto al diritto dei difensori delle parti di ascoltare i file audio.

Per i giudici, depositati i verbali e le registrazioni delle operazioni di intercettazione, i difensori delle parti hanno diritto ad ascoltare i file audio riguardanti le registrazioni delle intercettazioni.

Ciò in quanto si tratta di una prerogativa difensiva che può essere fatta valere ovviamente al di là dei limiti dell’incidente cautelare.

Poiché, nella prassi, spesso non viene celebrata l’udienza stralcio, questo non può incidere sul diritto del difensore a richiedere copia di tutte le intercettazioni.

E ciò anche senza che vi siano state preventive eliminazioni delle registrazioni estranee al processo.

Nel caso di specie, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso avanzato dal P.M. contro la declaratoria di nullità comminata dal Tribunale a un decreto dello stesso Pubblico Ministero.

Nel decreto dichiarato nullo, il P.M. aveva rigettato la richiesta del difensore di uno degli imputati di avere copia di tutti i file delle intercettazioni telefoniche ed ambientali effettuati in sede di indagine nel processo. Il Tribunale, invece, disponeva il rilascio delle relative copie alla difesa.

Da qui il ricorso in Cassazione del Procuratore della Repubblica.

Quest’ultimo sosteneva l’abnormità strutturale e funzionale dell’ordinanza che risulterebbe “avulsa dal sistema per singolarità e stranezza del suo contenuto, posto che, disponendo rilascio di copia integrale di tutte le intercettazioni, il giudice si sarebbe surrogato all’organo di accusa cui è rimessa la gestione delle intercettazioni”.

Non è tutto. Sempre secondo il P.M., il provvedimento sarebbe stato abnorme anche dal punto di vista funzionale.

Ciò in quanto avrebbe determinato una stasi qualora la difesa non avesse deciso di procedere all’ascolto. Inoltre, gli avrebbe imposto la violazione di legge derivante dalla imposizione di un diverso e non consentito modo di dare applicazione alla disciplina di cui all’art. 268 de codice di procedura penale.

Una tesi che non ha convinto però i giudici di Cassazione.

Gli Ermellini non ritengono che sussista l’abnormità rilevata dal P.M., in quanto è potere del giudice del dibattimento disporre il rilascio di copia degli atti e anche dei file delle conversazioni captate.

Allo stesso tempo, non accolgono le deduzioni in merito alla violazione delle fasi e della successione temporale scandita dal legislatore.

Questo perché, non essendo stata celebrata l’udienza stralcio, tutte le intercettazioni disposte nel procedimento devono ritenersi depositate agli atti.

Il diritto all’ascolto delle intercettazioni è prerogativa difensiva che può essere fatta valere al di là dei limiti dell’incidente cautelare.

Una volta che si sia proceduto al deposito ai sensi dell’art. 268, comma 4, c.p.p., i difensori hanno diritto ad ascoltare i file audio. E questo senza limitazione alcuna.

Anche se sembra che il diritto alla copia di tali file sia subordinato al meccanismo di filtro reggimentato dall’art. 268, comma 6, c.p.p., nella prassi lo stralcio viene spesso pretermesso per venire assorbito dalle analoghe valutazioni rese in dibattimento.

La Cassazione rileva poi che spesso il diritto alla copia viene riconosciuto senza una eliminazione a monte delle registrazioni estranee al processo.

Ne deriva che la violazione del diritto all’ascolto delle registrazioni e quello legato alla copia dei file audio danno luogo a una compressione del diritto di difesa.

Ancora, la Cassazione evidenzia come anche il recente d.lgs. n. 216/2017 si sia mosso anche nell’ottica di tutelare il diritto all’ascolto del difensore.

È stato, infatti, alzato da 5 a 10 giorni il termine attributo alle difese per l’esame delle intercettazioni.

Inoltre, è stato anticipato il diritto al rilascio di copia dei verbali di trascrizione sommaria, una volta disposta l’acquisizione ad opera del giudice.

Pertanto, l’ordinanza del Tribunale per gli Ermellini non può ritenersi abnorme. E questo poiché non è avulsa dall’intero ordinamento processuale. Inoltre, non è stata adottata dal Tribunale in assenza di potere astratto o concreto.

Infine, la stessa ordinanza non intacca alcuna prerogativa del P.M.

Questo poiché, una volta disposto il rinvio a giudizio, gli atti devono ritenersi depositati e quindi nella disponibilità dell’organo giudicante. Le difese hanno dunque diritto a valutare la possibilità di chiederne copia, senza  che questo determini una stasi processuale.

 

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Da oggi, 3 agosto 2017, entra in vigore la riforma del processo penale approvata a giugno e che introdurrà diverse novità

È entrata in vigore la riforma del processo penale, approvata a giugno, che introduce moltissime novità che riguarderanno la prescrizione, l’estinzione di reato, le intercettazioni e molto altro.

Per quanto riguarda l’estinzione del reato, la riforma del processo penale prevede che i reati perseguibili a querela di parte revocabile possano essere dichiarati estinti dal giudice se l’imputato si attiva per pagare il risarcimento o eliminare le conseguenze dannose del reato e ciò anche a prescindere dal consenso della vittima.

Verrà inoltre introdotto un inasprimento delle pene per alcuni reati, come quello di voto di scambio politico-mafioso, che è sanzionato con la reclusione da 6 a 12 anni.

L’inasprimento sanzionatorio riguarderà anche la rapina, il furto in abitazione e il furto con strappo.

La riforma del processo penale introduce novità anche in merito alla prescrizione. Pur mantenendo ferma la legge ex Cirielli, vi sarà anche la sospensione del decorso della prescrizione per 18 mesi dopo la sentenza di condanna in primo grado e per ulteriori 18 mesi dopo la sentenza di condanna in appello solo per gli imputati per cui si procede. Restano fuori i casi di assoluzione. Coinvolte dalla sospensione della prescrizione anche le rogatorie all’estero, per una durata di sei mesi. Infine, aumenta la durata della prescrizione per i reati di corruzione e induzione indebita che, una volta che sia iniziato il processo, potrà aumentare non più solo di un quarto ma della metà.

In merito ai reati più gravi commessi nei confronti dei minori, è previsto che il momento di decorrenza iniziale del termine prescrizionale coincida non con il momento in cui è commesso il fatto, ma con il compimento del diciottesimo anno di età della vittima. Il riferimento va a reati come lo stalking, la violenza sessuale, la pornografia e così via.

Con le novità della riforma del processo penale, l’avvio del processo sarà sottoposto a tempistiche più rigide, con possibilità per i procuratori generali di avocare i procedimenti se entro tre mesi dalla chiusura delle indagini (prorogabili per altri tre mesi ed estensibili sino a quindici mesi in particolari casi) il pubblico ministero non dispone né il rinvio a giudizio né l’archiviazione.

Anche le intercettazioni sono interessate dal provvedimento, che affida all’esecutivo il compito di emanare norme utili a evitare che vengano rese pubbliche delle conversazioni irrilevanti ai fini delle indagini e riguardanti persone estranee ai fatti contestati. Inoltre, la diffusione fraudolenta di conversazioni tra privati al fine esclusivo di danneggiare l’altrui reputazione o l’altrui immagine, sarà un reato punito con la reclusione fino a 4 anni. Fanno eccezione soltanto i casi in cui le registrazioni o le riprese costituiscano una prova in un processo, siano comunque utili per l’esercizio del diritto di difesa o siano utilizzate per l’esercizio del diritto di cronaca. Le intercettazioni tramite trojan, invece, sono legittimate sebbene assoggettate a particolari cautele

Infine, viene delegata al Governo la modifica del regime di procedibilità per alcuni reati – prevedendo la querela nel caso di reati contro la persona o contro il patrimonio di non grave entità -e quella della disciplina delle misure di sicurezza.

 

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I Trojan di Stato, noti anche come captatori informatici, entrano nel dibattito politico per la nuova proposta di legge sulla loro regolamentazione

Il loro utilizzo infatti nell’ambito delle indagini viene regolamentato per la prima volta in questa proposta di legge. I captatori informatici, o trojan, sono una sorta di software spia che infetta un computer o un cellulare prendendone il controllo da remoto e potendo in questo modo controllarne tutta l’attività, dalle chiamate all’archivio fotografico. È possibile altresì effettuare registrazioni ambientali.

Nel mondo investigativo italiano questa tecnologia è utilizzata da parecchio tempo nonostante la difficoltà a inserirli con precisione nel codice di procedura penale e nei diritti costituzionali soprattutto per la versatilità del suo uso: perquisizione, sequestro, intercettazione di comunicazioni, intercettazione ambientale, ovviamente senza che il soggetto interessato ne venga a conoscenza. Strumenti potenti dunque oltre che molto invasivi e molto difficili da regolamentare per la loro stessa natura. Ad avanzare la proposta di legge il deputato del Gruppo Misto Stefano Quintarelli che in passato aveva criticato l’uso dei trojan nel decreto antiterrorismo.

Della proposta ne hanno discusso per ora in un convegno a porte chiuse organizzato da Italia Decide decine di parlamentari, magistrati, forze dell’ordine, informatici e avvocati.  Per il momento la legge propone di segmentare le funzionalità dei captatori riconducendole come mezzo di ricerca di prove. Secondo questo criterio quindi la ricerca di un file sul pc è da considerarsi come perquisizione, l’acquisizione di materiale digitale è il sequestro e le registrazioni audio e video come intercettazioni.

Le operazioni inoltre sono affidate alla polizia giudiziaria escludendo la possibilità di rivolgersi a società esterne che di solito sono quelle a fornire i captatori che ne gestiscono l’assistenza  non entrando però in contatto con i dati acquisiti.

Le perquisizioni a distanza pone inoltre problemi di compatibilità costituzionale e sono previste per i casi di gravi reati associativi, terrorismo, pedofilia, prostituzione minorile, omicidio, rapina, estorsione, sequestro di persona, ma anche delitti di pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione e delitti informatici.

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Dalle intercettazioni alla prescrizione, le principali novità del testo licenziato da Palazzo Madama e atteso ora all’esame della Camera

Con 156 voti a favore, 121 contrari e un astenuto il Senato ha approvato il disegno di legge che riforma il processo penale. Il testo ora tornerà alla Camera con una serie di novità che vanno dall’inasprimento delle pene per determinate tipologie di reato (estorsione aggravata, furto in abitazione, scippo, rapina e scambio elettorale politico-mafioso) all’abolizione dei manicomi giudiziari, sostituiti dalle “Rems” (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza), che accoglieranno i detenuti affetti da disturbi psichici conclamati.

Il ddl prevede una delega sulle intercettazioni, introducendo una serie di misure volte a tutelare la riservatezza dei cittadini, tra cui la previsione di una fattispecie di reato, punita con la reclusione fino a quattro anni, che riguarda la diffusione di immagini o conversazioni telefoniche captate in maniera fraudolenta al fine di infangare la reputazione dell’interessato. La punibilità è invece esclusa se le registrazioni sono prova in un processo o sono utilizzate a scopi difensivi o, ancora, per diritto di cronaca.

Altro capitolo degno di nota è quello relativo alla prescrizione dei reati. Il testo prevede, al riguardo, alcune ipotesi di sospensione (dopo la sentenza di condanna in primo grado fino al deposito della sentenza di appello e comunque non oltre 18 mesi) e altre di decorrenza posticipata; quest’ultima fattispecie si riferisce, in particolare, ad alcuni reati commessi in danno di minori, per i quali il termine parte dal compimento della maggiore età della vittima.

I Pubblici Ministeri avranno al massimo tre mesi (prorogabili per altri tre) a partire dal deposito degli atti delle indagini preliminari per chiedere il rinvio a giudizio dell’indagato o l’archiviazione. Se tale limite non è rispettato scatta obbligatoriamente l’avocazione da parte del procuratore generale presso la Corte d’appello. Per i reati di mafia il termine si estende invece sino a quindici mesi.

Il testo, inoltre, interviene sulle norme penitenziarie, rafforzando le garanzie rispetto al pluralismo e alla libertà di culto, semplificando le modalità di accesso ai benefici carcerari per i detenuti che abbiano tenuto una buona condotta, migliorando, tra l’altro, le tutele e le agevolazioni previste per le detenute madri, il sostegno all’esercizio dei diritti civili, l’aumento delle opportunità di lavoro retribuito durante la detenzione, il potenziamento dell’assistenza psichiatrica e l’integrazione dei detenuti stranieri.

È una realtà sconcertante quella che sta emergendo dalle carte delle intercettazioni dei Noe, il nucleo operativo ecologico dei carabinieri. Un’indagine che ha portato le cimici nei palazzi del governo, anche negli uffici del Ministero dello Sviluppo economico.

L’indagine riguarda la centrale a carbone di Vado Ligure, di proprietà della Tirreno Power. Siamo nello scorso autunno, mesi successivi allo spegnimento della centrale decretato dalla magistratura perché, secondo una perizia, sarebbero da addebitarle fino a 400 morti. Una perizia contestata dall’azienda. Ma l’inchiesta della procura ha portato recentemente un’altra infornata di indagati, tra cui ex presidente della regione e anche la candidata, poi sconfitta, del Pd Raffaella Paita, oltre a decine di dirigenti della stessa società.

Dalle conversazioni intercettate emerge il ruolo attivo del ministero, di alcuni alti funzionari e dell’allora viceministro allo Sviluppo economico De Vincenti per scrivere una “legge porcata” (la definizione viene data dagli stessi intercettati) per poter bypassare la magistratura e consentire di riaccendere la centrale. Sono 130 le pagine contenenti le intercettazioni e all’interno – come Responsabile civile ha potuto appurare – sono numerosi i passaggi che coinvolgono direttamente le istituzioni centrali, impegnatissime a scrivere un decreto che piacesse all’azienda. Tanto che negli uffici del ministero della Guidi si è svolto anche un incontro con l’avvocato della Tirreno Power, l’ex ministro della Giustizia Paola Severino, proprio – pare – per definire cosa inserire nel testo.

«L’Osservatorio nazionale amianto, che si occupa anche di altre fonti di inquinamento – ci dichiara l’avvocato Ezio Bonanni, presidente di Ona – aveva sporto denuncia contro la centrale così come altre associazioni. Fin da ora possiamo dire chiese dovesse esserci uno specifico provvedimento giudiziario, non esiteremo a costituirci parte civile».

 

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