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intervento chirurgico

finalità estetica dell'intervento

Assolto perché il fatto non sussiste. La Cassazione ha ritenuto indenne da qualsiasi responsabilità penale il medico accusato di rifiuto di atti d’ufficio per aver interrotto l’esecuzione di un delicato intervento perché dopo venti minuti il secondo chirurgo non era ancora giunto in sala operatoria

La vicenda

Era stato imputato per il delitto di rifiuto di atti d’ufficio, il dirigente medico che decise di interrompere l’esecuzione di un delicato intervento di safenectomia su un paziente, perché in sala operatoria mancava il secondo chirurgo. La partecipazione di quest’ultimo era indispensabile a sua detta – vista la complessità dell’intervento e le particolari condizioni fisiche del paziente (“a rischio per obesità”).

Secondo quanto riferito dall’accusa l’imputato, nella qualità di dirigente medico presso la Divisione di chirurgia di un ospedale pubblico, “rifiutava indebitamente di portare a termine l’ intervento chirurgico di safenectomia destra sulla paziente, dopo averla già sottoposta alla prescritta procedura anestesiologica ed averle già praticato l’incisione cutanea e sottocutanea propedeutica all’asportazione della vena grande safena”.

La ragione del rifiuto sarebbe stata la seguente: “si era al limite della copertura anestetica ed un dolore così intenso qual era quello che si prova intervenendo su una vena, avrebbe potuto provocare in un soggetto cardiopatico anche il decesso”.

La pronuncia di assoluzione

Dopo la condanna in primo e secondo grado di giudizio, è giunta l’assoluzione con formula piena da parte dei giudici della Suprema Corte di Cassazione.

Un duro monito è stato rivolto ai giudici dell’appello che nel decidere la vicenda in esame, avevano completamente omesso di valutare la circostanza delle possibili implicazioni di una simile operazione su persona ipertesa, obesa e cardiopatica e dunque, la necessaria presenza di un secondo chirurgo in sala operatoria.

Ma non è tutto. La condotta addebitata all’imputato non integrava in alcun modo il reato contestato. Al contrario, doveva dirsi che egli agì coscientemente a tutela del paziente, preferendo perciò rinviare l’intervento ad altro momento e in condizioni di maggiore sicurezza.

Semmai, un profilo di responsabilità poteva rinvenirsi nella condotta del secondo chirurgo, il quale avrebbe dovuto garantire la sua presenza dall’inizio dell’intervento fino alla fine e invece, da quanto emerso dagli atti, dopo venti minuti dall’inizio della operazione non era ancora intervenuto.

La redazione giuridica

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impianto di valvole cardiache

Come componente dell’equipe, il convenuto era tenuto ad un obbligo di diligenza concernente non solo le specifiche mansioni a lui affidate nell’impianto delle valvole cardiache, ma anche il controllo sull’operato e sugli errori altrui, in quanto tali rilevabili con l’ausilio delle comuni conoscenze del professionista medio

La vicenda

La vicenda trae origine da un intervento di sostituzione di due valvole, quella mitralica e quella aortica, impiantate nel ricorrente.

L’intervento sostitutivo era stato realizzato da una equipe medica specializzata, composta da tre medici.

Ad esso seguì un triennio scandito da numerosi accertamenti, più ricoveri, altri tre interventi chirurgici, alcune complicanze ed un lungo periodo di riabilitazione.

Ritenutili responsabili, per avere impiantato una valvola inadeguata in occasione dell’intervento, per le complicanze e i successivi interventi e ricoveri, il paziente citò in giudizio i tre chirurghi, unitamente all’Azienda Ospedaliera, al fine di sentirli condannare al risarcimento del danno biologico, del danno morale ed esistenziale e delle spese mediche, per un totale complessivamente quantificato in 438.412,57, euro, oltre al risarcimento del danno morale per Euro 73.568,00 ciascuno, subito dal coniuge e dai suoi due figli.

Il processo prima celebratosi davanti al giudice ordinario, poi in appello si concludeva nel merito con la condanna dell’ASL al pagamento in favore degli originari ricorrenti della somma complessiva di 54.000,00 euro.

Il ricorso per cassazione

Insoddisfatti dell’anzidetta pronuncia, il paziente danneggiato e i suoi familiari proponevano ricorso per Cassazione censurando la decisione impugnata per aver limitato la responsabilità del capo dell’equipe medica ai soli danni causati dal primo intervento chirurgico di sostituzione delle valvole difettose e non anche a quelli derivanti dai ricoveri e dagli interventi successivi.

E, il motivo è stato accolto.

A detta degli Ermellini, la corte territoriale aveva fatto malgoverno dei principi che regolano gli oneri probatori in materia di responsabilità sanitaria.

E invero, avendo i ricorrenti allegato e provato la ricorrenza di un inadempimento “qualificato” (ossia l’impianto di una valvola difettosa) tale da comportare di per sè, in assenza di fattori alternativi “più probabili”, la presunzione della derivazione dei successivi interventi e ricoveri dalla condotta inadempiente, spettava ai convenuti l’onere di fornire una prova idonea a superare tale presunzione secondo il criterio generale di cui all’art. 2697 c.c., comma 2 (Cass. sez. un., 11/1/2008, n. 577 e giurisprudenza successiva).

Sul paziente che agisce per il risarcimento del danno grava l’onere di provare la relazione causale che intercorre tra l’evento di danno e l’azione o l’omissione, mentre spetta alla controparte (medico o struttura sanitaria) dimostrare il sopravvenire di un evento imprevedibile ed inevitabile secondo l’ordinaria diligenza. Nella fattispecie, essendo rimasta oscura la causa degli interventi successivi al primo, spettava ai convenuti dimostrare il verificarsi di una causa imprevedibile ed inevitabile che aveva reso necessari gli ulteriori interventi sulle valvole impiantate alla paziente (Cass. 26/07/2017, n. 18392; Cass. 07/12/2017, n. 29315; Cass. 19/07/2018, n. 19204).

La responsabilità del componente dell’equipe medica

Tra gli altri motivi, i ricorrenti contestavano la decisione della corte d’appello anche nella parte in cui escludeva la responsabilità di uno dei componenti l’equipe medica con la seguente motivazione: “pur facendo parte dell’equipe chirurgica, non è dimostrato che avesse consapevolezza della provenienza e delle irregolarità dell’acquisto delle valvole, di talchè poteva ragionevolmente confidare nell’idoneità della valvola impiantata”.

Anche questo motivo è stato accolto.

Ed invero, la corte d’appello aveva fatto erronea applicazione dell’art. 1218 c.c., in base al quale il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno se non prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile; con la precisazione che ad essere in contestazione – nel caso di specie – non era la corretta esecuzione o meno dell’operazione medico-chirurgica di installazione della protesi, ma piuttosto di quali fossero gli obblighi di diligenza e di prudenza esistenti a carico di ciascun componente dell’equipe medica, a fronte della scelta di impiantare quella specifica valvola, risultata difettosa.

Dunque, come componente dell’equipe, in applicazione della consolidata giurisprudenza di legittimità, il convenuto era tenuto ad un obbligo di diligenza concernente non solo le specifiche mansioni a lui affidate, ma anche il controllo sull’operato e sugli errori altrui, in quanto tali rilevabili con l’ausilio delle comuni conoscenze del professionista medio.

Del resto tale principio è stato di recente confermato dalla giurisprudenza di legittimità: “Dal professionista che faccia parte sia pure in posizione di minor rilievo di una equipe si pretende pur sempre una partecipazione all’intervento chirurgico non da mero spettatore ma consapevole e informata, in modo che egli possa dare il suo apporto professionale non solo in relazione alla materiale esecuzione della operazione, ma anche in riferimento al rispetto delle regole di diligenza e prudenza ed alla adozione delle particolari precauzioni imposte dalla condizione specifica del paziente che si sta per operare” (Cass. 29/01/2018, n. 2060).

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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FALSE CERTIFICAZIONI DI VACCINAZIONI MAI EFFETTUATE: MEDICO INDAGATO

errata esecuzione di intervento estetico

Nel caso di errata esecuzione di intervento estetico, il giudice di merito deve quantificare l’entità del danno non patrimoniale complessivamente risarcibile attraverso una valutazione equitativa che tenga conto di una pluralità di condizioni, come lo stato d’ansia, di insicurezza, la compromissione della sfera affettiva in generale ed il rapporto con l’altro sesso

La vicenda

Una paziente aveva citato in giudizio la clinica e il chirurgo estetico, chiedendone il risarcimento dei danni subiti a seguito di un intervento di ingrandimento del seno, liposuzione delle cosce e rinoplastica, il primo dei quali aveva dato risultati negativi, residuando cicatrici deturpanti, che non era stato possibile eliminare, nonostante due successivi interventi chirurgici riparatori.

Ciò le aveva provocato gravi danni, patrimoniali e non patrimoniali, considerato che ella, appena ventenne all’epoca del fatto, aveva iniziato l’attività di indossatrice e di dimostratrice di capi d’abbigliamento prodotti dall’azienda di famiglia.

I convenuti si erano costituiti, il medico negando la propria responsabilità e la clinica eccependo la sua carenza di legittimazione passiva, poiché il chirurgo non era suo dipendente o collaboratore, ma utilizzava episodicamente la clinica per gli interventi sui suoi pazienti.

Esperita l’istruttoria anche tramite CTU, nel 2001, l’adito Tribunale condannava i convenuti, in via solidale, a pagare in risarcimento dei danni alla vittima, la somma complessiva di Lire 229.993.000, oltre interessi dalla data della sentenza.

In appello, la Corte territoriale aggiungeva alle somme liquidate dal Tribunale, ulteriori 15.000,00 euro in risarcimento dei danni patrimoniali ed Euro 5.834,00, in rimborso dei costi di un intervento chirurgico riparatore.

Senonché all’esito del giudizio di legittimità, la causa veniva riassunta con atto della originaria attrice, la quale chiedeva la condanna dei convenuti al maggior risarcimento dell’importo di 2.586.000 euro, al netto delle somme ricevute in esecuzione delle sentenze di primo e secondo grado.

E l’istanza veniva accolta dalla Corte d’Appello di Milano con decisione depositata nell’agosto del 2014, tenendo conto del grave pregiudizio subito dalla paziente in relazione alla sua attività di indossatrice e modella per l’azienda di famiglia.

Contro tale decisione si è scagliata nuovamente la clinica e il chirurgo estetico.

Ma i giudici della Cassazione hanno ancora una volta respinto il loro ricorso confermando la decisione di merito.

La Corte d’appello aveva ampiamente valutato tutte le emergenze processuali alla luce dei profili evidenziati dalla Corte di Cassazione «considerando che le traversie sopportate per l’effetto degli interventi chirurgici, oltre che provocare tracce somatiche antiestetiche, avevano determinato una sofferenza psicosomatica, valutando i vari effetti e operandone una gradazione nel tempo, considerando che la depressione era andata diminuendo fino a stabilizzarsi in un equilibrio, comunque, di sofferenza permanente e determinando tale danno biologico complessivo nella misura del 15%, in considerazione delle ripercussioni sul piano estetico e psichico che riguardano i profili fisici, psichici e relazionali».

«Tali operazioni si innestano su una consulenza di ufficio che conclude ritenendo che il danno biologico complessivo è quantificabile con difficoltà e va stabilito in via equitativa, quale risultante di una pluralità di condizioni, come lo stato di ansia, di insicurezza, la compromissione della sfera affettiva in generale ed il rapporto con l’altro sesso».

Sotto tale profilo la valutazione operata dalla Corte territoriale era assolutamente adeguata poichè si riferiva a tutti i diversi profili del danno non patrimoniale, valutandoli complessivamente e nell’evoluzione del profilo psichico della patologia riscontrata, cui si aggiungeva il danno estetico nei termini correttamente evidenziati dai giudici di merito.

La redazione giuridica

 

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RESPONSABILITA’ MEDICA: LA CASSAZIONE SULLA PROVA DEL NESSO CAUSALE

difetto dello strumentario necessario

Si discute in materia di risarcimento del danno patrimoniale e biologico per i danni subiti a seguito di un intervento di chirurgia mal riuscito, per difetto dello strumentario necessario

In tema di risarcimento dei danni subiti per interventi chirurgici, qualora sia accertata la responsabilità della struttura sanitaria e dell’inadempimento dell’obbligazione per difetto dello strumentario necessario per l’operazione, senza che sia stata data idonea informazione al paziente, a quest’ultimo va liquidato il danno biologico temporaneo e permanente personalizzandolo in considerazione delle sofferenze psichiche subite a seguito dell’intervento citato

La vicenda

Con atto di citazione presentato nel settembre del 2010, l’attore conveniva in giudizio innanzi al Tribunale Civile di Cosenza una casa di cura e il medico chirurgo ivi operante, affinché fosse accertata e dichiarata la loro responsabilità in solido in ordine all’errato intervento chirurgico cui era stato sottoposto l’anno prima e al ristoro di tutti i danni subiti e subendi, per un ammontare complessivo di 60.917,00 euro.

Si costituivano in giudizio, con distinte comparse di costituzione e risposta entrambi i convenuti, chiedendo, in via principale, il rigetto della domanda perché ritenuta infondata in punto di fatto e di diritto.

Al fine di accertare la correttezza dell’operato dei sanitari da un lato e dell’esistenza di postumi invalidanti permanenti e in quale misura, dall’altro, ai danni dell’attore, nello stesso processo veniva disposta CTU medico – legale.

L’intervento chirurgico cui l’attore si era sottoposto era finalizzato a rimuovere il mezzo di sintesi, precedentemente installato nell’osso femorale destro. Esso, tuttavia, non riusciva perfettamente ed infatti, non fu possibile estrarre totalmente il chiodo e parte di esso rimaneva incastonato nell’osso femorale arto destro del paziente.

L’espletata CTU medico legale aveva accertato la sussistenza del nesso eziologico tra la condotta posta in essere dalla Casa di Cura ed i danni subiti dall’attore. In particolar modo, l’inadempimento dell’obbligazione da parte della struttura sanitaria era avvenuto per difetto dello strumentario di estrazione posto nella disponibilità degli operatori.

Sicché doveva escludersi la responsabilità del medico operante, il quale al contrario, aveva eseguito con la dovuta diligenza l’intero intervento, secondo la tempistica consigliata.

Violazione del consenso informato?

Priva di pregio è stata invece, considerata la doglianza attorea inerente alla violazione del consenso informato, nella specie per non essere stato adeguatamente informato sulla problematicità dell’intervento e sull’alternatività tra tentare l’estrazione o desistere dalla stessa.

Come noto -afferma il Tribunale adito -, il consenso afferisce alla libertà morale del soggetto ed alla sua autodeterminazione nonché alla sua libertà fisica intesa come diritto al rispetto delle proprie integrità corporee, le quali sono tutte profili della libertà personale proclamata inviolabile dall’art. 13 cost. Pertanto, il paziente non deve considerarsi in una posizione di “soggezione” su cui il medico potrebbe “ad libitum” intervenire; invece il medico per poter esercitare l’attività cui è abilitato abbisogna, del consenso della persona che al trattamento sanitario deve sottoporsi salvo i trattamenti obbligatori ex lege, ovvero nel caso in cui il paziente non sia in condizione di prestare il proprio consenso o si rifiuti di prestarlo e d’altra parte, l’intervento medico risulti urgente ed indifferibile al fine di salvarlo dalla morte o da un grave pregiudizio alla salute. Per il resto, la mancanza del consenso (opportunamente “informato”) del malato o la sua invalidità per altre ragioni determina l’arbitrarietà del trattamento medico chirurgico e, la sua rilevanza penale, in quanto posto in violazione della sfera personale del soggetto e del suo diritto di decidere se permettere interventi estranei sul proprio corpo.

Il consenso informato, personale del paziente o di un proprio familiare, in vista di un intervento chirurgico o di altra terapia specialistica o accertamento diagnostico invasivi, concerne i rischi oggettivi e tecnici in relazione alla situazione soggettiva e allo stato dell’arte della disciplina. Esso ha ad oggetto la portata dell’intervento, le inevitabili difficoltà, gli eventuali rischi prevedibili, ma non già agli esiti anomali, ricollegabili ad una situazione soggettiva del paziente non prevedibile con i mezzi diagnostici a disposizione.

La decisione

Ebbene, nel caso in esame, il consenso vi era stato. Dalla documentazione presente in atti era stato possibile accertare la sottoscrizione del modulo ove il paziente autorizzava i chirurghi operatori a modificare il programma operatorio qualora se ne presentasse la necessità e ad eseguire anche manovre ed asportazione di organi non prima previste e prevedibili, e comunque a tutela della salute. «L’apposizione della firma cristallizza una piena conoscenza di quanto contenuto nel modulo nonché una consapevolezza di tutte le conseguenze connesse all’intervento».

Il Tribunale di Cosenza ha, comunque, accolto l’istanza di risarcimento di tutti i danni subiti e subendi dall’attore procedendo alla loro personalizzazione secondo le tabelle milanesi e così riconoscendo all’attore, la somma complessiva di 6.699,47 euro.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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Intervento chirurgico necessario e ben riuscito, ma manca il consenso informato: medici e Asl condannati al risarcimento dei danni alla paziente

Il consenso informato costituisce allo stesso tempo, una forma di rispetto per la libertà dell’individuo e un mezzo per il perseguimento dei suoi migliori interessi; (…) pertanto non assume alcuna rilevanza, al fine di escluderlo, il fatto che l’intervento sia stato effettuato in modo tecnicamente corretto”.

La vicenda

La ricorrente aveva agito, in primo grado, davanti al Tribunale di Cagliari al fine di conseguire il risarcimento dei danni subiti in conseguenza ad un intervento di splenectomia totale, eseguito da una equipe medica dell’ospedale cittadino nel 2005, dopo che le era stata prospettata la necessità di asportare una cisti, senza tuttavia, ricevere alcuna preventiva informazione in merito all’operazione da eseguire.
Già durante l’intervento la donna aveva accusato fortissimi dolori toracici, gli stessi che aveva avvertito al rientro a casa, dopo le dimissioni dall’ospedale. Ma neppure in quell’occasione le veniva fornita alcuna spiegazione al riguardo.
Recatasi nuovamente in ospedale, le veniva riscontrato un versamento pleurico sotto il diaframma, così da rendere necessario un secondo intervento.
Ma lamentando il persistere di dolori toracici ed addominali, nonché gonfiore, dispnea e uno stato ansioso-depressivo, oltre alla lesione del nervo frenico (comportante la presenza di singhiozzo incoercibile dopo i pasti), la paziente decideva di rivolgersi al Tribunale di Cagliari al fine di ottenere il giusto ristoro oltre che per il danno alla salute derivato dalla mancata informazione, anche di quello scaturito dalla lesione del diritto all’autodeterminazione terapeutica.

La domanda accolta in primo grado, veniva rigettata in appello.

Sebbene fosse stata accertata la prova della mancata acquisizione del consenso informato all’intervento chirurgico da parte della paziente, quest’ultima, a detta della corte d’appello, non aveva diritto al risarcimento del danno da lesione del diritto all’informazione, per due ordini di motivi.
Da un lato, vi era l’assenza di prova che la paziente “se adeguatamente informata avrebbe verosimilmente rifiutato l’intervento”, dall’altro, il carattere “necessitato” dello stesso, ritenuto “l’unico (…) prudenzialmente eseguibile, senza che si potesse ipotizzare la possibilità di rimandarlo, per poi informare la paziente della necessità di procedere alla splenectomia”.
Ma per i giudici della Cassazione entrambe le circostanze, valorizzate dalla corte d’appello per rigettare la domanda risarcitoria della paziente, non avevano alcuna rilevanza, almeno in termini assoluti, ai fini della esclusione della responsabilità del medico (e della struttura sanitaria).
Come premesso, i danni lamentati dalla ricorrente si sostanziavano nel danno alla salute derivato dalla mancata informazione, nonché del danno scaturito dalla lesione del diritto all’autodeterminazione terapeutica in sé considerato, rispetto al quale – a detta degli Ermellini – il carattere necessitato dell’intervento e la sua corretta esecuzione restavano circostanze prive di rilievo.
Difatti, “in tema di attività medico-chirurgica, è risarcibile il danno cagionato dalla mancata acquisizione del consenso informato del paziente in ordine alla esecuzione di un intervento chirurgico, ancorché esso apparisse, “ex ante”, necessitato sul piano terapeutico e sia pure risultato “ex post” integralmente risolutivo della patologia lamentata, integrando comunque tale omissione dell’informazione, una privazione della libertà di autodeterminazione del paziente circa la sua persona, in quanto preclusiva della possibilità di esercitare tutte le opzioni relative all’espletamento dell’atto medico e di beneficiare della conseguente diminuzione della sofferenza psichica, senza che detti pregiudizi vengano in alcun modo compensati dall’esito favorevole dell’intervento”.

La lesione del diritto all’informazione

Il consenso informato del paziente si pone come condizione “essenziale per la liceità dell’atto operatorio”.
Secondo l’insegnamento della Corte costituzionale (sentenza n. 438/2008) esso deve essere inteso quale espressione della consapevole adesione del paziente al trattamento sanitario proposto dal medico e si configura quale vero e proprio diritto della persona, trovando fondamento nei principi espressi nell’art. 2 della Costituzione, che della persona tutela e promuove i diritti fondamentali, e negli artt. 13 e 32 Cost., i quali stabiliscono, rispettivamente che “la libertà personale è inviolabile”, e che “nessuno può essere obbligato a un trattamento sanitario se non per disposizione di legge”.
In altre parole, il consenso informato costituisce allo stesso tempo, “una forma di rispetto per la libertà dell’individuo e un mezzo per il perseguimento dei suoi migliori interessi, che si sostanzia non solo nella facoltà di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico, ma altresì di eventualmente rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla, atteso il principio personalistico che anima la nostra Costituzione“.
Ne deriva che tale diritto del paziente, in quanto diritto irretrattabile della persona, va comunque e sempre rispettato dal sanitario, a meno che non ricorrano casi di urgenza, ovvero che si tratti di trattamento sanitario obbligatorio”.
E dunque, non assume alcuna rilevanza, al fine di escluderlo, il fatto che l’intervento «absque pactis» sia stato effettuato in modo tecnicamente corretto, per la semplice ragione che a causa del totale «deficit» di informazione, il paziente non è posto in condizione di assentire al trattamento, consumandosi nei suoi confronti, una lesione di quella dignità che connota l’esistenza nei momenti cruciali della sofferenza fisica e/o psichica.
Per questa ragioni, la Cassazione ha accolto la domanda della ricorrente e cassato con rinvio la decisione impugnata.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 
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511.404,79 euro, oltre rivalutazione monetaria, interessi e spese di lite, la somma richiesta, a titolo di risarcimento danni, dal paziente costretto a vivere per otto anni, con tre clips metalliche “dimenticate” nell’addome a seguito di un intervento chirurgico

La vicenda

Una radiografia aveva confermato l’esistenza di oggetti metallici all’altezza della III vertebra lombare. Nel 2006 fu sottoposto ad intervento per la rimozione dell’ultima delle tre clips.
Si trattava di graffette al titanio, aperte in regione pelvica che gli provocavano costanti dolori.
Dopo un periodo di discreto benessere post operatorio, in cui l’attore poté riprendere la propria attività lavorativa, a partire dalla fine di luglio 2007, ricomparvero forti sensazioni dolorose.
A detta del paziente esse erano senz’altro riconducili alla presenza, per ben otto anni, di quei corpi estranei nel proprio addome.
Nonostante le molteplici cure e le diverse indagini da parte di medici specialisti i dolori, dal 2007, non erano più cessati, con progressiva compromissione della capacità di svolgere la propria attività lavorativa di artigiano muratore, intrapresa nel 1982, e poi abbandonata per ragioni di salute nel 2006.

Di qui il ricorso dinanzi al Tribunale di Monza al fine di ottenere il risarcimento di tutti i danni psico-fisici conseguenti a tale evento.

Quanto all’insorgenza dei danni di natura psichica, l’adito tribunale ha ritenuto non sufficientemente assolto da parte del ricorrente, l’onere della prova, su di lui incombente, relativo alla sussistenza di un nesso di causalità fra le sue attuali condizioni di minorata salute e la pregressa presenza di clips aperte. Oltre al dato temporale, che aveva avuto un peso certamente significativo, il CTU aveva fornito ulteriori indicazioni nel senso dell’assenza di prova che la sintomatologia dolorosa lamentata, fosse causalmente correlata alla passata presenza delle clips: tra queste vi era senz’altro il fatto che le sedi ove il paziente avvertiva il dolore non coincidevano con le sedi di dislocazione delle clips né con sedi da cui il dolore avrebbe potuto irradiarsi per il tramite di irritazione nervosa.

E’ stata, invece, riconosciuta la lesione di natura fisica.

A tal proposito, il Tribunale di Monza ha riconosciuto il danno permanente di natura biologica valutato complessivamente (nella sua componente prettamente fisica e in quella psichica) nella misura del 5% e liquidato, utilizzando come Tabella di riferimento, quella elaborata dall’Osservatorio Civile presso il Tribunale di Milano del 2018.
Per tale operazione sono stati utilizzati i seguenti criteri: età del danneggiato alla data del sinistro, la percentuale di invalidità permanente, per un complessivo danno risarcibile di 7.529,00 euro aumentato del 50% (per un totale di Euro 11.294,00).
Per il giudice adito, la personalizzazione del danno nella misura massima del 50% era certamente congrua considerate le seguenti circostanze: il dolore percepito dall’attore era stato assimilato a coliche renali o lesioni vertebrali, notoriamente patologie molto dolorose, o all’esistenza di una neoplasia (il cui sospetto è indubbiamente preoccupante per il paziente), ovvero ad una patologia di tipo androgino (con riflessi anche sulla vita sessuale).
D’altra parte lo stesso CTU aveva descritto l’iter seguito dal paziente dopo il primo intervento del 1998, come un “calvario”; per cui l’aver attuato la personalizzazione nella misura massima risultava la scelta più congrua.

Sul danno biologico di natura temporanea

Il giudice di primo grado ha anche riconosciuto la sussistenza di un danno da invalidità temporanea per tutto il periodo di permanenza delle clips nel corpo del paziente, sin dall’operazione chirurgica eseguita nel 1998, alla rimozione dell’ultima clips intervenuta nel 2006, per un totale di 2871 giorni.
A questo titolo è stata liquidata la somma di Euro 34.452.
«Che tale quantificazione sia del tutto inusuale, il Tribunale ne è ben consapevole» – così si legge in sentenza.
«Nondimeno, ha aggiunto l’adito giudice – la stessa appare l’unica soluzione che consenta di risarcire realmente il danno verificatosi in questo caso, altrettanto inusuale, nel lungo periodo in cui il paziente abbia sofferto per ben otto anni, la presenza di corpi estranei appuntiti “in migrazione” in varie sedi di organi interni – nonostante si sia rivolto a plurimi specialisti anche della stessa struttura convenuta e si sia sottoposto a plurime indagini diagnostiche ed abbia in modo coerente ricercato una soluzione al dolore sentito nell’area addominale. In altri termini, per otto anni le sue condizioni fisiche non si sono stabilizzate, né potevano stabilizzarsi, perché erano dovute non ad una malattia bensì alla presenza di corpi estranei; sarebbe perciò, paradossale addebitare al ricorrente il fatto che il danno di natura temporanea si sia protratto per una durata abnorme, quando ha fatto il possibile per limitarla”.
Non appare giustificato non riconoscergli l’esistenza di una sofferenza fisica perdurante per otto anni, in nome di una “prassi liquidatoria” non codificata».
«Paradossale e non aderente alla fattispecie concreta in quanto è proprio l’abnorme protrarsi di una situazione di dolore che ha poi causato il danno permanente di natura psichica constato dal CTU. In altri termini, se la struttura convenuta avesse riscontrato la presenza delle Clips entro pochi mesi dalla loro presenza e le avesse rimosse, è verosimile che il ricorrente ormai sarebbe pienamente guarito ed avrebbe dimenticato tutta la vicenda».

L’insegnamento delle sentenze di San Martino

A tal proposito, le Sezioni Unite della Cassazione nelle note sentenze cd. di San Martino, hanno proprio richiamato i giudici di merito alla necessità di risarcire tutto il danno e non effettuare duplicazioni, quindi alla necessità di aderire strettamente alla fattispecie concreta.
Riconoscere un lungo periodo di inabilità temporanea è certamente un criterio inusuale di liquidazione ma il Tribunale di Monza ha ritenuto che esso fosse l’unico criterio possibile, realmente aderente alle circostanze concrete del caso in esame, decisamente fuori dal comune.
E’ stato anche liquidato il danno da temporanea diminuita integrità fisica, quantificato nella misura di 120 euro al giorno, nonché il non lieve disagio psicologico derivato dalla mancata diagnosi e dalla continua variazione di prospettive e cure mediche per quasi dieci anni.
In definitiva, il paziente ha ottenuto un risarcimento del danno di natura non patrimoniale (biologico permanente, cd. personalizzazione, biologico temporaneo) pari ad euro 48.915,50.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 
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lesione

Interessante pronunzia resa dal Tribunale di Napoli (Sezione VIII, sentenza del 26.11.2018) circa un caso di lesione attribuibile in via diretta all’intervento chirurgico

La vicenda

Una donna chiama in giudizio l’Azienda Ospedaliera Federico II di Napoli al fine di ottenere il risarcimento dei danni subiti in seguito al ricovero ospedaliero presso il reparto di Oftalmologia.

La paziente veniva sottoposta a 2 interventi chirurgici all’occhio destro, il primo per l’asportazione di pterigio e il secondo per il ricoprimento congiuntivale. Dopo pochi giorni di distanza dal secondo intervento la donna veniva trasferita presso l’Ospedale dei Pellegrini di Napoli a causa della perforazione bulbare dell’occhio destro. In tale struttura la dona veniva sottoposta ad un terzo intervento chirurgico di patch sclerocorneale e ricoprimento congiuntivale.

Nelle more la donna proponeva ricorso per accertamento tecnico preventivo le cui risultanze venivano acquisite in giudizio.

Nel corso del giudizio veniva evidenziato che la donna già in precedenza si era sottoposta per 4 volte all’intervento di asportazione del pterigio presso altre strutture ospedaliere.

I risultati della consulenza tecnica

I periti chiamati a chiarimenti precisavano che il trattamento di scelta per lo pterigio è quindi una precoce asportazione chirurgica, anche se i risultati sono raramente risolutivi e scarsamente soddisfacenti per il paziente

E che la rimozione dello pterigio raramente elimina i sintomi irritativi e non è mai considerabile come trattamento definitivo; l’incidenza della recidiva varia dal 60% al 90% a seconda delle zone geografiche ed a seconda della storia del paziente, essendo molto più probabile negli occhi già operati, negli pterigi doppi (nasale e temporale nello stesso occhio), negli pterigi carnosi (che non consentono la visualizzazione della sclera sottostante), nei soggetti di razza asiatica, africana, sudamericana. Molto spesso la recidiva è più aggressiva della patologia primaria; praticamente tutte le recidive postoperatorie si presentano entro un anno dall’intervento.

Chiarito ciò gli stessi evidenziano la correttezza dell’indicazione chirurgica di rimozione dello pterigio e che il caso in questione ha investito il Chirurgo a risolvere un caso di particolare difficoltà alla luce della coesistenza di fattori importanti, quali pregresse chirurgie nella stessa sede e una condizione preesistente di sottigliezza della cornea. Quest’ultima in particolare ha reso l’intervento più complicato e difficoltoso.

Concludevano i Consulenti d’Ufficio che la lesione alla cornea, quale complicanza dell’intervento di pterigio può definirsi un evento avverso, o meglio, può definirsi una lesione iatrogena prevedibile che, stante la complessità del caso di specie, non era evitabile. Conseguentemente nessun errore può essere attribuito ai Chirurghi dell’Azienda ospedaliera Federico II.

Gestione pre-operatoria della paziente superficiale e negligente

Nonostante ciò veniva considerata la gestione pre-operatoria della paziente superficiale e negligente in quanto vi è stata “una sottostima delle complicazioni ad esso legate, nonostante l’elevata probabilità delle stesse di verificarsi”. Inoltre, la complicanza è stata affrontata eseguendo una sutura sclerale ma si “ritiene che sarebbe stato possibile, se non più corretto, procedere immediatamente ad un ricoprimento congiuntivale. Tecnica chirurgica più complicata, ma prevista e suggerita dall’odierna letteratura scientifica che nel caso di specie è stata effettuata a distanza di 4 giorni, purtroppo senza esito. Inoltre, nonostante tale tentativo si rendeva necessario trasferire la paziente presso altra struttura ove veniva apposto patch corneale” pag. 20 CTU laddove “in sola operatoria non erano presenti dispositivi atti a gestire un evento di tal genere, nonostante sia ormai consolidato dalla letteratura tutta, che un’eventuale lesione corneale avrebbe necessitato di un ricoprimento di congiuntiva autologa, di membrana amniotica, o di patch congiuntivale eterologo”.

Oltre a ciò è emersa anche lesione del consenso informato in quanto alla paziente non veniva fornito un consenso personalizzato relativo alla particolare complessità del caso e delle conseguenze che sarebbero insorte a seguito dell’intervento.

La decisione

La domanda della donna viene per tali ragioni accolta con liquidazione del danno biologico nella misura del 4% aumentato per personalizzazione e liquidazione di un ulteriore importo a titolo di lesione del consenso informato.

In definitiva il Tribunale di Napoli ritiene alla questione esaminata vada applicato l’art. 2236 c.c. secondo il quale se la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, il prestatore d’opera non risponde dei danni se non in caso di dolo o di colpa grave.

Tale norma è stata applicata in una lettura orientata ai dettami della Legge Gelli per cui “non sussiste la responsabilità del Medico in assenza di condotte improntate a colpa grave, e in presenza di problemi tecnici di particolare difficoltà” come quello trattato.

Avv. Emanuela Foligno

 

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Lesione dei legamenti crociati: sintomi, cause e cure

In caso di lesione dei legamenti crociati l’intervento chirurgico è molto indicato, soprattutto per i più giovani. L’alternativa è il potenziamento del quadricipite

La lesione dei legamenti crociati non ha età! Cadi in errore se pensi che sia esclusivamente un trauma sportivo. Certo calcio, calcetto e sci la fanno da padroni, ma capita anche molto spesso che un anziano, per una semplice caduta, possa lesionare il crociato anteriore. Pensa che in questi giorni ho in trattamento una donna di 83 anni con lesione dei crociati e instabilità di ginocchio.

Andiamo per ordine e cerchiamo di capire sintomi, cause e relative cure.

La lesione dei crociati ha una sintomatologia tipica: dolore, versamento ematico, gonfiore e difficoltà a muovere il ginocchio.

Il trauma distorsivo è la causa principale della lesione. Occorre però capire che per trauma distorsivo deve intendersi l’applicazione di una forza e di un movimento utili a vincere la resistenza dei muscoli e dei legamenti. Quindi se sono un super atleta il mio LCA (Legamento Crociato Anteriore) si rompe dopo un super capitombolo in discesa con gli sci che non si staccano e il ginocchio che gira su se stesso come fosse una trottola, mentre se sono un anziano sedentario può bastare che io cada dalla sedia mettendo male un piede.

L’intervento chirurgico è molto indicato per i giovani. Una ventina di anni fa si ricorreva al legamento sintetico, oggi principalmente si utilizzano due tecniche: il prelievo del tendine rotuleo e la tecnica semitendinoso-semimembranoso. La seconda è considerata più dinamica, quindi consigliata a chi vuole proseguire l’attività sportiva.

Ma nel caso di un anziano che difficilmente può essere operato? E nel caso di chi non vuole sottoporsi alla maestria dell’ortopedico? C’è  in effetti una possibilità: il potenziamento quadricipitale.

Rinforzare molto la muscolatura della coscia permette di condurre una vita normale anche senza ricostruire il legamento.

Il gioco articolare è maggiore chiaramente e si potrebbe andare incontro a una più veloce usura delle cartilagini, ma in effetti questo è ancora da dimostrare.

Il rinforzo della coscia di fatto permette di ristabilire una ottima stabilità dell’articolazione. Ci si è resi conto nel tempo infatti, che i legamenti hanno si il compito di stabilizzare tibia e femore, ma non quanto pensavamo. Diciamo che i legamenti tengono insieme i capi ossei mantenendo i giusti rapporti di movimento e offrendo un primo livello di stabilità, mentre la potenza dei movimenti e la robustezza del ginocchio sono dati dai muscoli, primo tra tutti in muscolo quadricipite.

In soldoni, in caso di lesione dei legamenti crociati, se non si è ancora deciso se optare o meno per l’operazione, la prima cosa da fare è il rinforzo del quadricipite. Visto che le tecniche di rinforzo sono molteplici, non posso oggi consigliarti degli esercizi sicuri e utili a tutti. Ti invito quindi a recarti da un kinesiologo o un fisioterapista per garantirti una ottima rieducazione!

Dr. Paolo Scannavini
pscannavini@gmail.com
Fisioterapista e Kinesiologo

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L’intervento è costato a una 52enne emiliana due anni di sofferenze e un’invalidità permanente del 5% a causa delle complicazioni insorte a seguito dell’inutile operazione

Un dolore insopportabile e un continuo formicolio alla gamba e al piede sinistro che la portavano a zoppicare. Su consiglio del chirurgo decide di sottoporsi a un intervento per la rimozione dell’ernia, ma, nel corso dell’operazione, dell’ernia non viene trovata alcuna traccia.

L’incredibile storia, raccontata sulle pagine del quotidiano Il Resto del Carlino, risale al 2009 e ha come protagonista una donna reggiana di 53 anni che, dopo quanto avvenuto, ha citato in giudizio il chirurgo e la struttura in cui si è svolto l’intervento.

I fatti sono riportati nell’atto di citazione. La donna, si legge nel documento, “a seguito di forti dolori alla colonna vertebrale e alla gamba sinistra giungeva all’ospedale (…) dove veniva sottoposta a una visita specialistica”. Il medico-chirurgo “diagnosticava un’ernia al disco L4 L5 che doveva essere immediatamente rimossa onda evitare una paralisi totale e in data 19 marzo 2009 si procedeva con l’intervento chirurgico”.

Ma di quell’intervento non c’era alcuna necessità. Lo conferma la perizia del medico legale incaricato dal Tribunale. “L’esame effettuato il 22 dicembre 2008 (e quindi precedente all’operazione) non evidenziava alcun aspetto compatibile con la presenza di ernia”, scrive il perito, che sottolinea come sia pertanto ravvisabile un “errore terapeutico consistito nell’errata indicazione chirurgica”.

Ma non è tutto. In questo caso alla beffa si aggiunge anche il danno. Infatti, “nonostante l’intervento – si legge ancora nell’atto di citazione – il dolore non diminuiva, anzi aumentava, tant’è che la signora nel corso dei due anni seguenti è stata costretta ad assumere notevoli quantità di farmaci antidolorifici (a base di morfina e cortisone) ed a sottoporsi all’innesto di un catetere al fianco sinistro”. Due anni di fitte lancinanti, nel corso dei quali la donna ha perso quasi tutti i denti a causa delle terapia cui è stata sottoposta, fino a un nuovo intervento riparatore, svolto in un altro Ospedale.

Per il medico legale durante l’atto operatorio si sarebbe verificata, infatti, anche una lesione della dura madre (la parte più esterna e più spessa delle tre meningi, le membrane che avvolgono l’encefalo e il midollo spinale). “Nel caso in esame – evidenzia il consulente nella sua perizia – l’errore di indicazione chirurgica ha condotto a un peggioramento del quadro algico della paziente a seguito dell’intervento del marzo 2009, con necessità di sedute di terapia del dolore protratte nel tempo e successivo intervento chirurgico di stabilizzazione vertebrale, assumendo valenza causale del danno riportato dalla paziente”.

Alla malcapitata 53enne il perito ha riconosciuto una invalidità permanente del 5% dovuto ai postumi dell’errore di indicazione chirurgica. La battaglia legale in sede civile si è conclusa nelle scorse settimane con la sentenza di condanna in solido del chirurgo e dell’Ospedale al risarcimento del danno cagionato alla donna. In tutto la cifra ammonta a complessivi 32mila euro, comprensivi di quantificazione del danno non patrimoniale, interessi, spese legali e consulenze.

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due ortopedici condannati

Per i giudici la prosecuzione di un trattamento meno invasivo avrebbe assicurato una certa sopravvivenza nonostante l’inguaribilità dal tumore al fegato da cui la donna era affetta

Nel 1995 a una donna sessantenne della provincia di Pavia viene diagnosticato un tumore al fegato. La donna fino al 2009 si sottopone a interventi di chemioembolizzazione, una procedura non chirurgica che consiste nell’occlusione dei vasi sanguigni intorno al tumore. Dopo 14 anni emerge tuttavia la presenza di alcuni noduli cancerosi, sempre al fegato. I medici della struttura presso cui la paziente è in cura, l’Ospedale Humanitas di Rozzano, sostengono la necessità di un intervento chirurgico; un’operazione peraltro molto costosa, circa 60mila euro, pagati solo per la metà dall’assicurazione. Dopo l’ottimismo iniziale post intervento, nel giro di poco più di due settimane le condizioni della donna peggiorano, sino al decesso in data 5 giugno, all’età di 76 anni.

Il marito della donna si rivolge alla giustizia mettendo in dubbio la necessità dell’intervento chirurgico. Pur affetta da una grave patologia, infatti, la donna era rimasta in vita grazie ad una terapia poco invasiva. Valeva veramente la pena ricorrere all’operazione?
La sentenza, pronunciata dal Tribunale civile di Milano, ha dato ragione al vedovo, riconoscendo che, vista l’evoluzione lenta della malattia, la prosecuzione di una terapia poco invasiva e meno rischiosa rispetto all’intervento avrebbe potuto assicurare alla donna una certa sopravvivenza, nonostante fosse affetta da una patologia che non lasciava possibilità di guarigione.

La sentenza, che risale alla fine dello scorso anno ma è diventata definitiva da pochi giorni, condanna l’Ospedale di Rozzano a versare al marito della paziente deceduta un risarcimento pari a oltre 130mila euro, di cui 31.794 per danni patrimoniali legati alla spesa per l’intervento e 98.395 di danni morali, per la perdita del coniuge.

 

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