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io polemico

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Una statistica personale mi insegna che la partecipazione dei ctp alle operazioni peritali non serve a nulla e raramente se ne esce soddisfatti: bisogna interrompere questa spirale negativa e sembra proprio il caso che i Giudici ci mettano una pezza

A che serve la partecipazione dei ctp alle operazioni peritali? Nulla! E sapete perché? Perché la maggior parte dei ctu non hanno compreso bene a cosa servono le operazioni peritali e cosa significa “contraddittorio” o tentativo di conciliazione.
Fantastica la capacità di conciliare della maggior parte dei CTU: “…premesso che il giudice ci ha chiesto di tentare una conciliazione, avete intenzione di conciliare?”.
Che risposta vi possono dare i ctp medico legali prima di iniziare un contraddittorio o dopo averlo iniziato quando ad argomentare le proprie ragioni lo fanno solo i CTP?
Vorrei ricordare come la legge Gelli-Bianco all’articolo 15 recita: ” …che i consulenti tecnici di ufficio siano da nominare nell’ambito del procedimento di cui all’art. 8, siano in possesso di adeguate e comprovate competenze nell’ambito della conciliazione acquisite anche mediante specifici percorsi formativi”.
Tempo perso amici miei!
Nulla sanno, nulla hanno appreso e nulla vogliono apprendere i ctu. Troppa fatica!
Si assiste sempre alla stessa procedura: ognuno dei ctp parla e ripete quanto scritto nella relazione di parte e nella comparsa di costituzione e dopo i ctu riferiscono che nella bozza si esprimeranno. Alcuni dicono anche che “…è inutile che fate note critiche tanto si rimarrà dello stesso parere perché …abbiamo studiato il caso bene prima di scrivere…”. Alcuni altri affermano di non potersi esprimere come se avessero paura di fare danni!
E poi alcun’altri esagerano in senso opposto: rivolgendosi ai ctp convenuti gridano: “guarda che avete combinato”!
Veramente una comica queste ctu. E per fortuna che ogni tanto si esce soddisfatti a motivo della presenza di ctu autorevoli e “ricchi” di cultura medico legale.
Onestamente c’è bisogno di CTU intelligenti e competenti nella materia medica e giuridica in quanto tale cultura eviterebbe tanti “casini” e tante ingiustizie.
Quanto possono fare i magistrati? Tanto, ma forse è troppo impegnativo premettere nel verbale dei quesiti le regole da rispettare da parte di tutti (ctp e ctu).
Senza contraddittorio partecipato dai ctu non si riuscirà mai a fare una conciliazione per cui adesso necessitano nuove regole condivise da parte di tutta la medicina legale che conta.
Allora sarà utile e conveniente la partecipazione dei ctp alle operazioni peritali!

Dr. Carmelo Galipò

(Pres. Accademia della Medicina Legale)

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attenti al ctu

E’ davvero impressionante dover leggere delle consulenze tecniche infantili. Attenti al ctu che non sa le regole del gioco: è un vero guaio!

Attenti al ctu che difende i medici con l’espressione: “questa complicanza non può essere considerata errore vista l’esperienza del chirurgo”.

Direi anche: attenti all’ignoranza o meglio alla parzialità, o al non sentir vergogna del ctu a cui è affidato, praticamente, l’intero processo e il giudizio del nesso di causa tra inadempimento/mal adempimento e danno lamentato.

Siamo nel 2019 e questo quotidiano è online dal 4 giugno 2015. Fin dall’esordio tutti i redattori dei vari articoli tecnici (medici forensi e avvocati) si sono impegnati a spiegare le regole della responsabilità medica attraverso commenti di sentenze di merito e di Cassazione e pubblicazione di perizie medico legali fatte bene e anche maldestre, ma a quanto pare nulla è servito.

Nell’ultima settimana mi sono capitate due ctu davvero senza senso medico legale e giuridico nelle quali si leggevano solo opinioni personali del consulente di ufficio, che poco hanno a che vedere sia con la scienza medica che con il diritto.

Ma la cosa più grave è che a redigerle, qualche volta, sono professori universitari!

Come detto vi riporto gli stralci delle ultime due così…piangiamo assieme.

  1. il cedimento con deviazione in valgo della componente protesica tibiale non può considerarsi un errore  operatorio, considerata la lunga esperienza chirurgica del dr. XY; potrebbe essere stato determinato da un “locus minoris resistentiae” dell’osso corticale del piatto tibiale per effetto dell’osteoporosi senile presente;
  2. …Per tali motivi è difficilmente dimostrabile una imperizia da parte dell’operatore (si tratta di un chirurgo toracico di chiara fama), ma si propende per una complicanza imprevedibile…

Adesso, anche se non volessimo entrare in ulteriori dettagli, le succitate affermazioni sanno di ridicolo in quanto, non saper distinguere un errore da una complicanza non colposa con adeguata motivazione, significa non avere i requisiti di un consulente capace di giudicare secondo scienza e diritto.

Per maggiori dettagli e quindi per una migliore comprensione, nel caso 1. si trattava di una protesi di ginocchio in cui esisteva un difetto di orientamento con deviazione in valgo della componente tibiale della protesi che fratturava la corticale ossea.

Ciò costringeva il chirurgo a reimpiantare dopo due giorni una nuova protesi stavolta riuscita bene. Quindi il ctu ortopedico nel primo impianto da la “colpa” alla osteoporosi della signora e nel secondo caso non dice nulla sul perché l’impianto non abbia procurato altre fratture ossee…essendo state impiantate meglio le componenti protesiche (sic!).

Nel caso 2. si trattava di una lobectomia polmonare dove il chirurgo NON aveva tagliato a raso il bronco e sul pezzo di bronco maldestramente lasciato in sito si era formata una fistola.

Ma se proprio vogliamo sorridere meglio vi riporto altra conclusione scritta nella consulenza del caso 2., ossia: “…Si può pertanto ipotizzare che – pur a fronte di una corretta procedura chirurgica – al paziente è conseguito un danno da considerare quale “danno ingiusto”; il danno respiratorio è valutabile nel suo complesso entro la I^ classe,…”.

Quindi cari medici legali e giuristi, nel caso 2. i ctu hanno escluso ogni responsabilità dei sanitari, però affermano che il paziente ha subito un “danno ingiusto”!

Povera medicina legale, anzi, …attenti al ctu che poco sa e poco pensa.

Dr. Carmelo Galipò

(Pres. Accademia della Medicina Legale)

 

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il mestiere del ctu

Il mestiere del ctu è cosa assai ardua per i medici forensi che hanno le meningi chiuse o che fanno finta di essere terzi. Nella vita si può scegliere di essere liberi e autorevoli o di morire dentro!

Fortunatamente le delusioni si alternano a momenti di gioia quando si fa il medico forense. Il mestiere del CTU è un lavoro ambìto da molti colleghi medici. Purtroppo non sempre è ambìto da chi ama la giustizia, la terzietà, la verità, ma maggiormente da chi vuole essere il protagonista di un indegno spettacolo “forense”.

Il mestiere del ctu non si fa per la parcella (che spesso è veramente risibile) ma per essere “determinanti” e non per esprimere le proprie opinioni senza pensare alle conseguenze di opinioni senza “senso” logico, giuridico e morale.

Si ha paura di affermare “costui ha errato” (malgrado le evidenze) e si preferisce dire “ha esagerato”.

Si nasconde una scelta imprudente in un dire “astrattamente idoneo”.

Insomma, troppo spesso si esce da una CTU sconfortati dalla scarsa onestà intellettuale del collegio peritale e dalla noiosa e inconcludente difesa dei convenuti.

Spesso rifletto sulla eziologia di tale comportamenti: è mancanza di cultura o è assenza di terzietà?

Per questa gente chi è un paziente danneggiato e sofferente? Un numero di RG o un essere umano?

Per fortuna, come detto in premessa, ogni tanto si esce anche felici da un confronto medico legale collegiale, perché ivi ha trionfato l’onestà intellettuale soprattutto dei CCTTUU, il loro rigore logico, la loro neutralità.

Basta con la finta o la vera ignoranza, basta con le idiozie del consenso informato che per alcuni ctp rappresenta il discrimine del cattivo operare e, soprattutto, basta con l’incapacità logica che associa la complicanza alla certa inevitabilità di un evento avverso.

Il mestiere del ctu è come quello di un giudice, perché il ctu, tecnico e occhiale del Giudice, decide delle sorti di un danneggiato. La sua funzione è potere ma è anche grande responsabilità.

Basta con le finzioni, basta con l’ignoranza, il cittadino ha bisogno di professionalità, di terzietà e grande moralità.

I medici forensi senza le succitate qualità devono farsi da parte con coraggio, senza vergogna, perché la vergogna dovrebbero averla quando scrivono stupidaggini, quando non rispondono alle note critiche, quando richiedono una parcella senza aver lavorato bene.

Ricordo a tutti che saremo giudicati nella stessa maniera di come abbiamo giudicato!

Dr. Carmelo Galipò

(Pres. Accademia della Medicina Legale)

 

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illecito inesistente

Il Tribunale ha ritenuto il danno inesistente, evidenziando la responsabilità aggravata dell’attore per non aver prodotto una consulenza medico-legale di parte a sostegno delle proprie ragioni. Grave negligenza dell’avvocato difensore che non doveva intraprendere un giudizio senza una expertise specialistica medico legale.  

Una breve premessa prima di entrare nel merito di questa storia di potenziale malasanità e di ritenuto danno inesistente.

Una premessa doverosa che serve come input a tutti i nostri lettori che reputano di aver subito un danno. Oltre alla necessità generica di ottenere una valutazione di procedibilità da uno specialista Medico Legale e non da un avvocato, che non ha le specifiche competenze a riguardo, bisognerebbe valutare anche la specifica competenza di chi deve difendere il proprio caso davanti ad un giudice.

Necessita sempre un dialogo con lo specialista medico legale competente che dovrà motivare non solo il perché della procedibilità dell’azione ma anche delle possibilità di successo che sono sempre legate al caso specifico. Senza codesti preliminari diventa tutto più rischioso in termini di soccombenza che può finanche giungere a condanne esemplare come nel caso che di seguito si racconta (Carmelo Galipò).

La storia

Nel 2011 aveva deciso di sporgere denuncia per un presunto caso di malasanità legato all’insorgere di una patologia cardiaca. A distanza di otto anni il paziente, non solo si è visto respingere la sua richiesta di risarcimento ma, ritenendo il danno inesistente, il Giudice lo ha condannato a versare circa 90mila euro alle controparti in causa.

La vicenda, come ricostruisce la Sicilia ha inizio nel 2009 quando l’uomo svolge un esame cardiologico di controllo in una struttura privata di Catania. Trascorso un anno ed effettuati ulteriori esami, è costretto a sottoporsi a una coronarografia.

Ritenendo che il cardiologo che lo aveva visitato avesse sbagliato la diagnosi e ritardato l’esame di una prova da sforzo, l’uomo decide di citare in giudizio lo specialista assieme alla struttura in cui questo prestava servizio. Il tutto senza però produrre una consulenza medico legale. La richiesta di risarcimento è pari a circa 200mila euro.

Il camice bianco e la struttura si costituiscono in giudizio e, pur , respingendo ogni ipotesi di responsabilità, chiamano in causa le rispettive compagnie assicuratrici. Anche queste ultime si costituiscono, chiedendo a loro volta il rigetto della pretesa risarcitoria.

Il giudice del Tribunale civile, nomina un Ctu  e dispone lo svolgimento di una perizia finalizzata ad accertare la correttezza o meno della condotta del professionista. Nel 2016 le conclusioni della consulenza  conferma la correttezza dell’operato del medico escludendo responsabilità sanitarie per i successivi problemi del paziente. “La diagnosi del medico – chiarisce il CTU – confermata successivamente anche dagli altri specialisti cardiologi era corretta. Nulla è da imputare ai convenuti per il dogliato presunto ritardo anche dell’esecuzione del test da sforzo”.

Pochi giorni fa il verdetto.

Il Giudice ha dichiarato inesistente il danno condannando altresì l’attore a pagare le spese legali del cardiologo, della struttura sanitaria e delle due compagnie assicurative. Una cifra pari a circa 20mila euro a ciascuna delle parti.

A tale somma si aggiungono, per ogni convenuto, ulteriori 2.686 euro per responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c. Il Tribunale, infatti, secondo quanto riferisce la Sicilia, ha ritenuto che l’uomo avesse “intrapreso l’iniziativa giudiziaria senza la dovuta prudenza, non vagliando preventivamente le sue ragioni con una consulenza medico-legale di parte”.

La redazione

 

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medici vittime

Medici vittime degli avvocati avvoltoi? Mostri in giro per le corsie a ricercare pazienti danneggiati? Pochi casi non fanno la verità, ma questa è scritta dai medici stessi

Medici vittime dell’informazione: a Napoli anche un cartello di uno studio legale fuori da un ospedale che informava i pazienti che in caso di infezioni potevano rivolgersi a loro per ottenere un risarcimento.

Perché vittime e non protagonisti delle proprie storie? Perché non è giusto informare i cittadini danneggiati dall’inefficienza delle strutture o da fisiologici errori medici, quando strutture e medici non lo fanno spontaneamente.

Sulle modalità (incongrua) di informazione, certamente, siamo tutti d’accordo, ma sulla sostanza si può veramente discutere!

Criticare tali spot e non riflettere sulla qualità della sanità, su errori e cattive pratiche, sull’incapacità di molti medici di non saper comunicare con i pazienti, mi sembra piangersi addosso e basta, anzi, significa rafforzare il messaggio dei c.d. “avvoltoi” che, inoltre, non rappresentano la classe intera degli avvocati.

Adesso non voglio fare politica e compiacere all’una o all’altra categoria di professionisti, ma voglio stimolare una riflessione seria: imparare a guardarci dentro e cercare in noi i difetti e correggerli, in quanto solo così si può sperare in un futuro migliore.

Non esistono medici vittime, ma medici liberi di confrontarsi con i propri pazienti e scegliere il loro e il proprio destino. Medici che dovrebbero lavorare come se fossero “missionari” (e ne conosco parecchi che così operano e non hanno mai problemi medico legali) la cui opera sia un esempio per i pazienti stessi.

Non vi saranno, allora, medici vittime dei soprusi dei loro assistiti né degli avvocati avvoltoi, ma medici soddisfatti di sacrificare se stessi per un sorriso sincero, per una emozionante lacrima di gratitudine.

E forse saranno più sporadiche le violenze in pronto soccorso, si azzereranno gli avvocati in corsia in cerca di pratiche.

Ma cari colleghi non illudetevi che non sia giusto informare i cittadini danneggiati della possibilità di ottenere un ristoro perché ritengo che questo sia una cosa giusta. Anzi auspico che ogni struttura abbia un comitato interno dove si informano i cittadini dei loro doveri e dei loro diritti.

Mi auguro che il medico invece di non scrivere in cartella i fatti così come sono successi, sappia avere il coraggio anche di chiedere scusa dei propri errori. Solo così scompariranno le “brutte cose”.

Dr. Carmelo Galipò

(Pres. Accademia della Medicina Legale)

 

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TEORIE GIURIDICHE SULLA PELLE DEL DANNEGGIATO: ORA È IL PIÙ VICINO ALLA PROVA!

 

 

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teorie giuridiche

Ancora teorie giuridiche e contraddizioni: nella dimostrazione del nesso causale il danneggiato, da oggi, è il più vicino alla prova. Insomma il danneggiato per richiedere un risarcimento deve essere molto colto!

Ho sempre sostenuto che le teorie giuridiche, a volte, diventano concetti astratti molto lontani dalla verità. E che la verità non può essere rappresentata da ragionamenti astratti, ma concreti.

Cosa significa essere più vicini alla prova? E tale significato può cambiare a seconda del fatto “tecnico” da provare?
La risposta è certa: NO, altrimenti sarebbero solo teorie giuridiche!
Partiamo dall’analisi dello stralcio di sentenza che ha stimolato queste riflessioni (Cassazione civile sez. III, 30/10/2018, n. 27449):

“…E’ stato rilevato che nei giudizi di risarcimento del danno derivante da inadempimento contrattuale, così come in quelli di risarcimento del danno da fatto illecito, la condotta colposa del responsabile e il nesso di causa tra questa e il danno costituiscono l’oggetto di due accertamenti distinti, sicché la sussistenza della prima non comporta, di per sè, la dimostrazione del secondo e viceversa. L’art. 1218 cod. civ., in questo senso, solleva il creditore dell’obbligazione che si afferma non adempiuta (o non esattamente adempiuta) dall’onere di provare la colpa del debitore, ma non dall’onere di provare il nesso di causa tra la condotta del debitore e il danno di cui domanda il risarcimento. E infatti:

  • la previsione dell’art. 1218 cod. civ. trova giustificazione nell’opportunità di far gravare sulla parte che si assume inadempiente, o non esattamente adempiente, l’onere di fornire la prova “positiva” dell’avvenuto adempimento o dell’esattezza dell’adempimento, sulla base del criterio della maggiore vicinanza della prova, secondo cui essa va posta a carico della parte che più agevolmente può fornirla (Cass., Sez. U., 30/10/2001, n. 13533);
  • tale maggiore vicinanza del debitore non sussiste in relazione al nesso causale fra la condotta dell’obbligato e il danno lamentato dal creditore, rispetto al quale non ha dunque ragion d’essere l’inversione dell’onere prevista dall’art. 1218 cod. civ. e non può che valere, quindi, il principio generale espresso nell’art. 2697 cod. civ., che onera l’attore (sia il danneggiato in sede extracontrattuale che il creditore in sede contrattuale) della prova degli elementi costitutivi della propria pretesa;
  • ciò vale, ovviamente, sia in riferimento al nesso causale materiale (attinente alla derivazione dell’evento lesivo dalla condotta illecita o inadempiente) che in relazione al nesso causale giuridico (ossia all’individuazione delle singole conseguenze pregiudizievoli dell’evento lesivo);
  • trattandosi di elementi egualmente “distanti” da entrambe le parti (e anzi, quanto al secondo, maggiormente “vicini” al danneggiato), non c’è spazio per ipotizzare a carico dell’asserito danneggiante una “prova liberatoria” rispetto al nesso di causa, a differenza di quanto accade per la prova dell’avvenuto adempimento o della correttezza della condotta…”.

Si è ribadito in precedenti interventi come, per oltre un decennio e fino al luglio 2017, la giurisprudenza di cassazione affermava questo concetto: “in tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e di responsabilità professionale da contatto sociale del medico, ai fini del riparto dell’onere probatorio l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ed allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante”.

E come il contrasto, tra ciò che viene affermato nella c.d. sentenza Scoditti e nelle successive e il succitato principio, non sia solo apparente, ma concreto, perché tutti i nessi di causa da valutare partono dall’evento di danno, ossia dall’errore medico o della struttura. Quindi come non si possono definire “teorie giuridiche” alcune argomentazioni che cercano di invertire l’onere probatorio sulla parte più debole del contratto?
Inoltre tutti i nessi di causa a carico del danneggiato non possono non essere concepiti come “astrattamente idonei” perché non solo si trasformerebbe la responsabilità contrattuale in extracontrattuale, ma si addosserebbe alla parte più debole l’onere di provare un fatto “tecnico” che non è di sua competenza (è questo il concetto portato avanti dalle Sez. Un. del 2001 a proposito della “vicinanza della prova” e il contenuto di questa sentenza non si basa su teorie giuridiche, ma solo su verità logiche).
Affermare, com’è stato fatto nella sentenza di cui sopra, che il paziente danneggiato nel provare il fatto costitutivo della propria domanda è più vicino alla prova rasenta l’assurdo intellettuale: quale vicinanza alla prova può essere attribuita ad un danneggiato se non quella di provare che prima dell’intervento chirurgico stava in una determinata condizione e che, invece, dopo stava peggio? E quindi la presunzione che qualcosa di imperito, negligente o imprudente sia stato fatto?
Perché, dunque, si pospone l’impossibilità ad adempiere dei convenuti alla dimostrazione del nesso di causa da parte del danneggiato tra inadempimento e danno lamentato quando gli eventi cronologicamente e fattivamente coincidono sempre?

Chiariamo un concetto pratico (e privo di teorie giuridiche).

Senza l’evento di danno (potenziale errore medico o della struttura o comunque l’atto medico in sé) di nulla si può argomentare. Considerato l’atto medico (evento di danno) come colpevole bisogna verificare le conseguenze di esso, ossia il danno evento (causalità materiale) e il danno conseguenza (causalità giuridica).
D’altro canto sta tutto qui il discorso!
Rifacciamoci a una semplice fattispecie: intervento chirurgico di linfoadenectomia retroperitoneale e lesione della vena cava inferiore con conseguente quadro emorragico grave e successivo decesso del paziente operato. L’atto medico è la linfoadenectomia retroperitoneale, il danno evento è la lesione della vena cava e la imponente emorragia, il danno conseguenza è il decesso del paziente.
Adesso discutiamo sugli oneri probatori per giungere al concetto succitato delle astratte teorie giuridiche.
Il paziente col ricovero dimostra il contratto, con il decesso il maggior danno, con la lesione della vena cava inferiore il danno evento (causalità materiale) e sempre con il decesso il danno conseguenza (causalità giuridica). Caso molto semplice da risolvere direbbe un giurista, in quanto il fatto positivo della dimostrazione del nesso di causa è dimostrato in sé dalla lesione della vena cava inferiore (simile discorso è fatto dal giudice di cassazione in riferimento al caso delle sezioni unite del 2008).
E no, cari lettori! Ma è sicuro che dalla lesione della vena cava inferiore al decesso non si sia intromessa una concausa da sola efficiente a interrompere il nesso?
Potrebbe anche essere! Allora il paziente danneggiato (o, meglio, gli eredi) prima della prova estintiva del convenuto (dell’impossibilità di adempiere) dovrebbe dimostrare:
  • che la gestione operatoria e post operatoria del paziente sia stata adeguata;
  • che effettivamente il paziente sia deceduto per le cause emorragiche;
  • che, ove il paziente sia deceduto per infarto cardiaco (ad esempio!), l’eziologia dell’infarto sia eziologicamente dimostrabile in concreto!

Direi forse una castroneria se affermassi che trattare in questo “modo” ogni singolo caso, sarebbe come guardare una partita a scacchi tra soggetti psichicamente demansionati e in cura presso un nosocomio psichiatrico?

E direi una ulteriore castroneria se aggiungessi che, oltre al contratto, i nessi causali che i pazienti devono allegare (e provare) in giudizio devono essere soltanto “astrattamente adeguati”?
E ancora, se tale affermazione fosse vera, come dovremmo rispondere se i prossimi congiunti del paziente deceduto affermassero che da una lesione della cava potrebbe derivare una grave emorragia e da questa un infarto (o altro) e quindi il decesso? Avrebbero, in questo modo, assolto a tutti gli oneri (probatori) a loro carico?
Io (“polemico”) direi di sì … il resto sono solo (semplici) teorie giuridiche!
Quanto affermato dal giudice nella sentenza succitata dovrebbe confermare quanto detto sopra e quanto sempre scritto sulle pagine di questo quotidiano medico legale e giuridico.
Infatti in essa si legge: “…Da quanto esposto deriva, secondo l’anticipato orientamento, che nei giudizi di risarcimento del danno da responsabilità medica è onere dell’attore, paziente danneggiato, dimostrare l’esistenza del nesso causale tra la condotta del medico e il danno di cui chiede il risarcimento, onere che va assolto dimostrando, con qualsiasi mezzo di prova, che la condotta del sanitario è stata, secondo il criterio del “più probabile che non”, la causa del danno, con la conseguenza che, se, al termine dell’istruttoria, non risulti provato il suddetto nesso tra condotta ed evento, la domanda dev’essere rigettata…“.
La terminologia “con qualsiasi mezzo di prova” significa anche per presunzioni semplici ossia con ciò che si è sempre sostenuto: il criterio della possibilità scientifica.
Dimostrato ciò da parte del paziente danneggiato, saranno i convenuti a dover dimostrare che “l’inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante”.
E se non ci riescono? Allora soccomberanno anche nel caso in cui l’eziologia resta incerta (e non ignota)!
Dr. Carmelo Galipò
(Pres. Accademia della Medicina Legale)
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nesso di causa

Il nesso di causa è un giudizio e non una prova! Spesso qualcuno lo dimentica usando violenza alla razionalità. Asfaltato anche il concetto della preponderanza delle evidenze

Forse è giunta l’ora di riflettere un po’ di più sul concetto di nesso di causa, non solo affinché venga rispettata la giustizia, ma anche perché, altrimenti, si rischia di lasciare delle pericolose “scie chimiche velenose” inquinanti.
Prima di addentrarci nel caso che ha stimolato questa mia riflessione si vuole ricordare che questa deriva dalla dannata confusione interpretativa della sentenza del luglio 2017 (che si allega) sull’onere probatorio a carico del danneggiato e dal c.d. contrasto apparente, evidenziato dal bravissimo Cons. rel. Scoditti della III sez. della Cass. Civ. e poi recepito acriticamente da alcuni giudici Giudici della stessa Corte e da altri di prime cure.

Prima di entrare nel merito della sentenza da “criticare” (Cass. 16828/18) vorrei citare il buon Cons. Rossetti in una sua recente sentenza (4024/2018) dove così si esprime sul nesso di causa:

  1. Il nesso di causa tra un condotta illecita e un danno può essere affermato non solo quando il secondo sia stato una conseguenza certa della prima, ma anche quando ne sia stato una conseguenza ragionevolmente probabile.
  2. La ragionevole probabilità che quella causa abbia provocato quel danno va intesa non in senso statistico, ma logico: cioè non in base a regole astratte, ma in base alle circostanze del caso concreto.
  3. Ciò vuol dire che anche in una causa statisticamente improbabile può ravvisarsi la genesi del danno, se tutte le altre possibili cause fossero ancor più improbabili, e non siano concepibili altre possibili cause.
  4. Così, ad esempio, se il crollo di un immobile potesse astrattamente essere ascritto solo a sette possibili cause, tra loro alternative, una delle quali probabile al 40%, e le altre sei al 10%, la prima dovrebbe ritenersi “causa” del crollo, a nulla rilevando che le sue probabilità statistiche di avveramento fossero inferiori al 50%, e quindi “improbabili” per la sola statistica”.

A queste regole dettate dalla saggezza giuridica e anche medico legale si desidera aggiungere come il nesso di causa sia un giudizio e non una prova, o meglio, il nesso di causa è un giudizio sulle prove formatesi nelle more della causa.

Ma entriamo nel merito della sentenza e sintetizziamo i fatti come riportati in essa:

” il (OMISSIS) la piccola D. si trovava presso il nido della clinica (OMISSIS) quando, di prima mattina, si verificò un “episodio di cianosi” qualificata come “intensa” e “riferita”;

“circa sei mesi dopo, nel giugno 2000, si riscontrò una “emisindrome destra” attribuibile a “piccolo esito in parte glicolico in parte malacico al livello di corona radiata centro semiovale di sinistra da riferirsi a esito su verosimile base ipossico ischemica (come documentato anche la risonanza magnetica)”;

“la cartella clinica presenta vistose lacune poichè in particolare non dà atto dell’orario di insorgenza dell’episodio di cianosi, nè della sua durata, nè dell’identità dell’operatore, sicchè è impossibile delineare i precisi contorni del preteso fatto lesivo;

“i dati obiettivi – ossia “pH al limite dell’alcalosi con bicarbonati normali (23,6 mmol/L) e pCO2 bassa” – che furono riscontrati qualche ora più tardi possono certo considerarsi spia di iperventilazione, ma non sono sufficienti per inferirne univocamente che si fosse in presenza di un fenomeno compensatorio atto a eliminare un eccesso di CO2 causato da ipossiemia grave con cianosi “intensa”;

“gli episodi di cianosi ab ingestis sono frequenti nei neonati e perciò prevedibili; nessun intervento d’urgenza si imponeva alla luce di tali accertamenti”.

Gli attori, nel ricorso, sostenevano quanto riportato di seguito:

“…Lamentano, in tale prospettiva, che il primo giudice non ha riferito correttamente ciò che il primo collegio peritale aveva concluso, dal momento che quest’ultimo, pur non censurando l’operato dei sanitari, aveva posto in dubbio, non escludendola però, la sussistenza del nesso di causa tra l’episodio di cianosi occorso in terza giornata di vita e le lesioni cerebrali riscontrate sei mesi dopo. Rilevano inoltre che non sono stati in alcun modo, nè dalla convenuta nè tantomeno dai c.t.u., avanzate alternative ipotesi esplicative dell’emiparesi diagnosticata alla bambina sei mesi dopo la nascita.

3. Con il secondo motivo deducono, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, rappresentato dalle omissioni, vuoti temporali e carenze nella tenuta della cartella clinica.

Rilevano, in sintesi, che, come stigmatizzato nella relazione del secondo collegio peritale, non si sa nulla di quanto accaduto nella mattina del terzo giorno di vita della neonata, “se non quanto -minimizzante – ha riportato un’entità sconosciuta ad una mano altrettanto sconosciuta che lo ha approssimativamente appuntato in cartella clinica” e che tale grave lacuna incide anche sull’accertamento dell’incidenza causale dell’episodio, che il primo collegio non aveva escluso ma sulla quale anzi aveva rilevato l’esistenza di “alcuni elementi di dubbio”…

…Si tratta di considerazioni medico legali, esposte alle pagg. 22-26 del ricorso, volte a sostenere la sussistenza del nesso causale in questione e che possono così riassumersi: a) è soddisfatto il criterio cronologico: essendo le lesioni obiettivamente documentate sin dall’immediatezza e particolarmente manifeste sin dal sesto mese di vita; b) è soddisfatto anche il criterio di esclusione di altre cause, non essendo emersi altri fattori eziopatogenetici, nè antecedenti, nè simultanei, nè sopravvenuti; c) il fatto che nel corso dei primi sei mesi di vita non fu rilevato alcun problema non può escludere il nesso di causa tra evento e lesioni neurologiche, occorrendo considerare che “la condizione neuro-patologica della piccola D. è stata caratterizzata, fin dalla sua insorgenza, da un disturbo della motricità dell’emisoma destro, associato a problematiche del linguaggio”, derivandone che tale condizione poteva “emergere clinicamente e in maniera significativa solo allorquando venivano raggiunte le prime tappe dello sviluppo psicomotorio, con inizio di movimenti finalisti ed evoluzione del linguaggio dalla lallazione alle bisillabe”; d) sul fatto che la condotta neonatologica di cui sopra sia stata astrattamente idonea a provocare la lesione neurologica non possono sussistere dubbi, considerata sia la potenziale idoneità neurolesiva dell’episodio di cianosi intensa, sia il ruolo svolto nella sua produzione dall’ipotizzabile ritardo con cui si giunse all’osservazione del neonato”.

Le risposte dei Giudici della Suprema Corte ai motivi di ricorso degli attori devono essere considerate ragionevoli per alcuni punti, ma, secondo lo scrivente, irragionevoli sotto il seguente concetto espresso in sentenza e ripreso perfettamente dalla sentenza Scoditti:

“… A sostegno dell’opposta tesi dedotta a fondamento della censura, i ricorrenti richiamano l’enunciazione del principio di diritto secondo cui nel giudizio di risarcimento del danno conseguente ad attività medico chirurgica, l’attore danneggiato ha l’onere di provare l’esistenza del contratto e l’insorgenza (o l’aggravamento) della patologia e di allegare l’inadempimento qualificato del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, restando, invece, a carico del medico e/o della struttura sanitaria la dimostrazione che tale inadempimento non si sia verificato, ovvero che esso non sia stato causa del danno (Cass. Sez. U. 11/01/2008, n. 577; v. anche Cass. 30/09/2014, n. 20547; 12/12/2013, n. 27855; 21/07/2011, n. 15993).Si tratta, però – come è stato chiarito (v. Cass. n. 18392 del 2017, cit., alla quale si rimanda per una più compiuta illustrazione dei passaggi logici presupposti dalle affermazioni di principio che qui di seguito verranno ribadite) – di contrasto apparente con il principio di diritto sopra richiamato in quanto la causa cui tali precedenti fanno riferimento non è quella della fattispecie costitutiva della responsabilità risarcitoria dedotta dal danneggiato, ma quella della fattispecie estintiva dell’obbligazione opposta dal danneggiante”.

Riprendendo l’estratto della sentenza Rossetti sul nesso di causa surriportata e applicandola al seguente caso si può concludere come segue:

  • nella storia clinica della neonata si parla di colpa in vigilando dei sanitari neonatologi che in cartella, a motivo della negligente tenuta, non hanno descritto le situazioni della bambina per un cospicuo numero di ore;
  • i due collegi peritali non escludono tassativamente il nesso di causa tra evento cianotico ipossico intenso e lesioni neurologiche, ma esprimono solo dubbi sulla evoluzione clinica negativa (ossia non evidente) di tali lesioni cerebrali nei successivi sei mesi di vita;
  • i collegi peritali non evidenziano le possibili cause etiopatogenetiche alternative del danno lamentato dal danneggiato.

Ergo, l’attore ha provato il contratto, il maggior danno, il nesso di causa astrattamente idoneo a procurare il danno lamentato, ma i Giudici della suprema corte affermano che il nesso di causa è incerto e quindi la domanda va respinta sul “solito” supposto che incombe sul danneggiato provare il fatto costitutivo della pretesa risarcitoria che in questo caso non è stato provato.

Allora, come si è spiegato precedentemente, il contrasto “apparente” sostenuto dai giudici di legittimità non è affatto apparente, ma legato esclusivamente al principio di diritto secondo cui il danneggiato deve provare “l’inadempimento qualificato del debitore, in astratto idoneo a procurare il danno lamentato”.
Nella fattispecie esiste una verità rispetto alle ipotesi teoriche non dimostrate, ossia che la cianosi intensa potrebbe costituire la causa del danno lamentato (criterio della possibilità scientifica), mentre i convenuti non hanno provato il fatto estintivo dell’obbligazione opposta dal danneggiante (cause/concause esterne che escludono il nesso di causa in astratto adeguato).

Riprendendo il prezioso e logico ragionamento sul nesso di causa espresso dal Cons. Rossetti mi viene voglia di sollecitare i medici forensi (medici legali e non) di prestar maggior cura alla qualità delle loro affermazioni perché potrebbero, come in questo caso, arrecare danni ingiusti ai cittadini danneggiati. E certamente, questa, non è cosa buona e giusta!

Dr. Carmelo Galipò

(Pres. Accademia della Medicina Legale)

SCARICA QUI LA SENTENZA N. 18392/2017

 

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CAUSA EZIOLOGICA INCERTA O MANCANZA DI NESSO CAUSALE?

ATTO MEDICO E DANNO AL PAZIENTE: IL NESSO È QUELLO ASTRATTAMENTE IDONEO

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causa eziologica

La causa eziologica incerta del danno non equivale a mancanza di nesso causale tra il danno e l’inadempimento dei sanitari. Comincia, con questo, la serie di articoli sulla importanza della qualità della ctu per una giusta sentenza

Causa eziologica ignota o incerta? E’ questione di mancanza di nesso causale o di insoddisfatto onere probatorio del danneggiato?
Con questa riflessione mi voglio ricollegare all’articolo della scorsa settimana per dimostrare che a volte un piccolo malinteso “costringe” i magistrati a snocciolare concetti giuridici terribilmente affascinanti ma con nessuna portata innovativa.
Analizziamo la ctu a cui si fa riferimento nella sentenza di Cassazione n. 18392/17:
Il collegio peritale apre le considerazioni medico legali con la seguente “conclusione”:
“Gli accertamenti anatomopatologici eseguiti da questi CTU portano ad affermare che il sig. XY. non è deceduto per tromboembolia periferica polmonare. Il quadro anatomopatologico di maggior rilievo è risultato essere un esteso infarto cerebrale, con elevato grado di certezza insorto con il riferito arresto cardiorespiratorio del paziente. L’infarto cerebrale può conseguire a molteplici cause…
…Per ultimo abbiamo l’ipotesi del danno cerebrale conseguente ad arresto cardiaco prolungato…”.
Tale premessa è tutto un programma in quanto sconfessa il ragionamento della causa eziologica ignota: le cause del decesso sono state “rivelate” dal collegio peritale.
L’attività deduttiva dei consulenti ha rivelato la causa eziologica del decesso e trasformato l’incertezza in certezza scientifica, anche se gli esperti si sono espressi non nella maniera opportuna (ma di questo ci occuperemo nel proseguo dell’articolo).
Ciò che si è stabilito, dunque, è che il fatto emorragico intraoperatorio (in corso di prostatectomia) potenzialmente (quindi in astratto) poteva essere causa del decesso e quindi di inesatto adempimento dei sanitari chirurghi.
Dunque, l’onere probatorio a carico del paziente danneggiato (o meglio dei congiunti danneggiati) è soddisfatto, quindi la fase successiva dell’indagine peritale sale di livello passando alla prova dell’effettivo nesso di causalità tra l’inesatto adempimento dei sanitari e il decesso per arresto cardiorespiratorio.
Tale prova è a carico dei convenuti che, per l’appunto, devono provare il fatto estintivo della loro obbligazione, ossia che il decesso sia imputabile a causa sopravvenuta imprevedibile ed inevitabile e non per l’errore chirurgico dimostrato (evento di danno).
Per fortuna che il collegio peritale, per il ruolo rivestito, si è ben sostituito ai convenuti dimostrando l’estraneità dei sanitari con l’evento morte del paziente.
Vediamo come, ma prima focalizziamoci sul punto che ha messo in crisi i magistrati (che hanno recepito la massima di questa sentenza) :
Il collegio peritale così si esprime nelle conclusioni: “…volendo quindi ricostruire in modo conclusivo la patogenesi del sig. XY risultano due ipotesi possibili: a) arresto/aritmia grave cardiaca prolungata, condizionante l’insorgenza di edema polmonare acuto e danno ischemico cerebrale grave e diffuso coinvolgente anche il tronco cerebrale; b) danni ischemico al tronco cerebrale con conseguente arresto cardiaco e edema polmonare acuto da difetto del controllo dell’attività respiratoria. Come già detto la prima patogenesi appare quella più probabile soprattutto ragionando sulle caratteristiche del danno cerebrale rilevato…. In entrambi le ipotesi patogenetiche non è tuttavia possibile definire con elevato grado di certezza l’eziologia del decesso (causa che ha portato o al primitivo arresto cardiaco o al primitivo danno ischemico del tronco cerebrale).”
E’ quest’ultima riga che ha fuorviato i magistrati e certo non per contraddittorietà in termini della frase “elevato grado di certezza” (versus “elevato grado di probabilità), ma per il concetto deduttivo fatto trasparire nella sentenza stessa. Ossia, che “è onere a carico del danneggiato dimostrare l’intera catena causale eziologica del danno lamentato (nel caso de quo la morte)” in quanto parte costitutiva del danno stesso.
Una precisazione va fatta sulla contraddittorietà di tale ultima riga. I consulenti hanno ben precisato la patogenesi del decesso: esso è stato causato da esteso infarto cerebrale da arresto cardiaco legato a aritmia grave prolungata. Quello che i consulenti non hanno saputo indicare con “certezza” è la causa (primum movens) della aritmia grave prolungata (visto che questa era tra le due l’ipotesi più probabile) che ha condotto all’infarto ischemico cerebrale e quindi al decesso.
Come affermato nell’articolo precedente la confusione risiede non sul contenuto concettuale della sentenza che è sacrosanto, ma sul fatto che si sia sorvolato (dopo tanti approfondimenti giuridici) sul significato del concetto “inadempimento qualificato adeguato in astratto a procurare il danno lamentato”.
Si è sempre affermato che il termine “astratto” contiene in sé tutta l’incertezza (possibilità) della connessione causale tra due eventi, che non può non essere definita se non con il concetto di “possibilità scientifica”. E il collegio peritale lo conferma precisando le due possibili patogenesi dell’ischemia cerebrale e, dunque, del decesso.
Quindi se è vero che l’errore intraoperatorio dei chirurghi nell’effettuazione della prostatectomia è causa della emorragia e che questa può essere in astratto causa dell’arresto cardiaco, l’onere a carico del danneggiato di provare l’inadempimento qualificato è stato soddisfatto, per cui rimaneva a carico dei convenuti dimostrare il fatto estintivo dell’obbligazione opposta dal danneggiante. E questi lo hanno fatto grazie alla scrupolosa indagine scientifica dei consulenti del giudice.
Definito ciò, vediamo cosa ha affermato il collegio peritale sul ruolo dei sanitari nell’evento di decesso del sig. XY
E’ questa l’analisi concreta da effettuarsi per verificare l’assenza di responsabilità dei sanitari nell’evento “decesso” reclamato dai congiunti del sig. XY e non certo quello di verificare il primum movens della causa eziologica del danno. Tale pretesa condurrebbe tutta la natura della responsabilità sanitaria nell’alveo del 2043 c.c.
Il collegio peritale ha concluso che “…l’evento che ha portato al decesso sia stato acuto e imprevedibile, sulla base del profilo clinico del paziente, per i curanti”.
Insomma la causa che ha portato al decesso il paziente, sulla scorta dei dati clinici rilevabili in cartella, non era dai sanitari prevedibile e quindi evitabile con una condotta perita, diligente e prudente (ossia anche senza il verificarsi della emorragia intraoperatoria).
Ergo, nulla è cambiato sul riparto degli oneri probatori tra attore e convenuto, ma si è solo dimostrato come non può esserci colpa sanitaria quando non esiste concretamente (e non in astratto) il nesso causale tra danno lamentato e atto medico.
Purtroppo la portata concettuale sulla causa eziologica ignota e/o incerta ben espressa nella sentenza del Consigliere Scoditti ha procurato non poca confusione nelle valutazioni giuridiche successive. E questo lo verificheremo nelle prossime settimane quando passeremo a setaccio alcune sentenze e ctu successive al luglio 2017.
Dr. Carmelo Galipò
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danno iatrogeno incrementativo

Trattasi di una valutazione equitativa su un danno iatrogeno incrementativo: ossia come danneggiare un cittadino già danneggiato sottraendogli 45mila euro!

Una sentenza del Tribunale di Milano che certamente non è equa con il danneggiato “sfortunato” che, per fatto illecito altrui, ai suoi problemi fisici ne aggiunge altri (danno iatrogeno incrementativo).

In questa sentenza il giudice considera più giusto che il danneggiante non si faccia carico dei problemi preesistenti del danneggiato il quale, però, deve, con rispettosa dignità, sopportare il “deprezzamento” fisico causato dal fatto ingiusto altrui!

Insomma, parliamo di un caso dove il ctu specifica motivatamente il maggior danno legato alla infezione della protesi del ginocchio, e dove il giudice, tale maggior danno (10%) lo conteggia alla stregua di un NON maggior danno. Ma leggiamo, nel seguente stralcio della sentenza, la modalità del calcolo economico di questo maggior danno del 10%:

“…Per quanto concerne i postumi di carattere permanente, il quadro menomativo attualmente residuato a carico dell’arto inferiore sinistro della sig.ra C. (ormai stabilizzato) è complessivamente quantificabile, in termini di danno biologico permanente, nella misura del 30% (trenta per cento), comprensivo delle limitazioni funzionali articolari e degli esiti cicatriziali e meiopragici muscolo-ligamentosi post chirurgici e post-infettivi”

Tale proposta valutativa indica il complessivo danno residuato dagli esiti chirurgici delle cruentazioni al ginocchio sinistro in un quadro di pregressa gonartrosi necessitante di iniziale intervento di sostituzione protesica e di successiva ri-protesizzazione, al cui interno è stata differenziata la quota ascrivibile alle complicanze settiche (c.d. danno iatrogeno).

Secondo le risultanze peritali, “il ‘plus’ menomativo anatomo-funzionale ascrivibile alle complicanze settiche del sito chirurgico, inteso come ‘maggior danno’ o ‘danno differenziale iatrogeno’ può essere equamente individuato nella misura del 10% (DIECI per cento), con ‘delta’ compreso tra il 20 (VENTI) %, indicativo della percentuale dei postumi che sarebbero residuati in caso di decorso esente da manifestazioni infettive, e il 30 (TRENTA) % rappresentante l’attuale quota menomativa posseduta dalla Signora I.C.”.

Non vi sono ragioni per discostarsi dalla valutazione dei consulenti, che tiene in debito conto tanto le pregresse condizioni dell’attrice, quanto le inevitabili ripercussioni disfunzionali dell’intervento di reimpianto protesico – danni che non possono certamente ascriversi alla condotta dei sanitari del P. – identificando il punto di invalidità effettivamente riconducibile alla negligenza e all’imperizia degli stessi. Nel caso di specie, viste le conclusioni dei periti, il danno iatrogeno è da identificarsi nella misura del 10%, con calcolo differenziale tra gli esiti menomanti che sarebbero comunque conseguiti a un corretto trattamento (20%) e quelli effettivamente imputabili al convenuto (30%).

Si deve quindi procedere ad un addebito risarcitorio per quei soli danni che hanno aggravato una condizione già pregiudicata per fattori indipendenti, poiché una menomazione biologica permanente sarebbe comunque residuata anche senza complicanza, senza tuttavia ignorare la maggiore capacità afflittiva che un aggravamento delle condizioni di salute comporta rispetto ad una lesione di pari entità che incide su un soggetto “sano”….

…Il Tribunale di Milano ha già avuto modo di affrontare la questione relativa all’imputabilità risarcitoria del danno iatrogeno incrementativo sottolineando -con argomentazioni totalmente condivise da questo giudice- come si ponga “la necessità di procedere, sotto il profilo della causalità giuridica, ad una selezione, nell’ambito della complessiva situazione di invalidità della parte lesa, delle conseguenze per individuare il danno alla persona oggetto dell’obbligo risarcitorio a carico del medico operante.

Principio che inevitabilmente deve riflettersi anche sui criteri liquidatori di esso che non possono prescindere dal rilievo che assume la situazione preesistente sotto due principali profili:

a) non può farsi gravare sul medico, in via automatica, una misura del danno da risarcirsi incrementata da fattori estranei alla sua condotta, così come verrebbe a determinarsi attraverso una automatica applicazione di tabelle con punto progressivo, computato a partire, in ogni caso, dal livello di invalidità preesistente;

b) la liquidazione va necessariamente rapportata ad una concreta verifica, secondo le allegazione delle parti, delle conseguenze negative “incrementative” subite dalla parte lesa.” (Tribunale Milano, giudice Bichi, sent. 30.10.2013).

Alla luce dei sopra richiamati principi, al convenuto va addebitato esclusivamente il danno dallo stesso provocato, che ha inciso sull’integrità psico-fisica globale dell’attrice nella misura del 10%, senza tuttavia trascurare che il danno iatrogeno di natura infettiva rappresenta un’infermità funzionalmente invalidante che ha concretamente inciso sulla complessiva infermità della signora C..

Vanno dunque considerate, da un lato, la imputabilità del solo maggior danno derivato dalla condotta negligente e imperita dei sanitari della struttura convenuta, dall’altro, la più pesante incidenza del danno iatrogeno patito dall’attrice rispetto ad altra persona priva di ulteriori menomazioni.

Di questa maggiore afflittività deve tenersi conto nella liquidazione unitaria del danno non patrimoniale, mediante adeguata personalizzazione….

…Richiamati quindi i principi consolidatisi a partire delle pronunce della Suprema Corte nn.26972, 26973, 26074 e 26075 del 2008; considerati tutti gli aspetti di danno rientranti nella categoria del danno non patrimoniale, anche sotto il profilo del danno morale; assunte le ultime tabelle elaborate da questo Tribunale quale criterio generale di valutazione (Cass. n.12464/2012); considerate altresì l’età dell’attrice al momento della stabilizzazione dei postumi, la complessiva vicenda, le sue condizioni personali, la complessiva gravità delle conseguenze pregiudizievoli di carattere permanente ed il loro rilievo funzionale; si perviene, secondo un necessario criterio equitativo ed operata una congrua personalizzazione, ad un risarcimento complessivo del danno non patrimoniale di natura permanente di Euro 25.000,00…”.

Adesso leggete attentamente questo stralcio di sentenza e focalizzatevi sulla motivazione della valutazione equitativa del danno iatrogeno incrementativo.

Il sottoscritto lo ha fatto più volte e ha compreso sempre la stessa cosa: al danneggiato è stato fatto un secondo danno incrementativo, ossia i 50mila euro sottratti “equitativamente”!

Il giudice è partito dal concetto giusto che il danneggiante deve pagare solo ciò che ha causato e la giurisprudenza di Cassazione ne dà conferma.

Il giudice quindi afferma che “la liquidazione va necessariamente rapportata ad una concreta verifica, secondo le allegazione delle parti, delle conseguenze negative “incrementative” subite dalla parte lesa“.

Anche questo concetto non fa una grinza!

Ma come arriva alla liquidazione equitativa? Con quale motivazione logico-razionale?

Nessuna, in quanto il Giudice afferma che “…si perviene, secondo un necessario criterio equitativo ed operata una congrua personalizzazione, ad un risarcimento complessivo del danno non patrimoniale di natura permanente di Euro 25.000,00“.

Vediamo quale logica equitativa sottende la valutazione dei 25mila euro liquidati per il danno iatrogeno incrementativo del 10%

Partiamo dal semplice concetto espresso dal ctu: “...Secondo le risultanze peritali, “il ‘plus’ menomativo anatomo-funzionale ascrivibile alle complicanze settiche del sito chirurgico, inteso come ‘maggior danno’ o ‘danno differenziale iatrogeno’ può essere equamente individuato nella misura del 10% (DIECI per cento), con ‘delta’ compreso tra il 20 (VENTI) %, indicativo della percentuale dei postumi che sarebbero residuati in caso di decorso esente da manifestazioni infettive, e il 30 (TRENTA) % rappresentante l’attuale quota menomativa posseduta dalla Signora I.C.“.

La cosa più semplice e giusta da farsi era di valutare il “prezzo” del 30% e sottrarre da esso il “prezzo” del 20%, ossia da 131.000€ (valore del 30%) sottrarre 62.000€ (valore del 20%). Il risultato sarebbe stato circa 70mila euro.

Qualcuno potrebbe chiedersi il perché di tale metodologia di calcolo del danno iatrogeno incrementativo.

La risposta è semplice e immediata: se supponiamo che un “ginocchio” sano vale 131000€ (corrispondente al 30% di funzionalità) e tale validità economica viene meno a seguito di una patologia per un valore di 62000€ (corrispondente alla perdita del 20% di funzionalità), quanto varrà la parte ancora efficiente di questo ginocchio? Evidentemente 69.000€!

Quindi, perché se un fatto illecito elimina la restante parte di funzionalità (del 10%) con valore di 69.000€, una “mistica” valutazione equitativa deve svalutare quella residua funzionalità del 60%, ossia di 45.000€?

Volete sapere da quale cilindro viene fuori la valutazione dei 25mila euro del Giudice?

Udite, udite. Il danno iatrogeno incrementativo del 10% che tenga conto delle conseguenze negative “incrementative” subite dalla parte lesa è rappresentato dal valore economico del 10% delle tabelle del tribunale di Milano con una personalizzazione del 25%.

Certo questa valutazione equitativa è stata veramente meditata e comparata effettivamente a tutto il maggior danno non patrimoniale sopportato dal danneggiato!

Ma come si fa a valutare equitativamente un fatto oggettivo (danno biologico) che ha un “prezzo” ben determinato?

Il ragionamento fatto dal giudice se trasportato su un altro soggetto con diversa patologia e diverso fatto illecito, come potrebbe essere un soggetto monocolo che per fatto illecito altrui perde anche l’occhio residuo, che risultati darebbe?

Se pensiamo che quel poverino del danneggiante deve pagare solo le conseguenze del proprio fatto illecito e non di tutta la cecità del soggetto danneggiato, il Giudice quanto pagherebbe, il 28% o il 57%?

E questo 57% varrebbe il prezzo del 57% delle tabelle di Milano o quello dato dalla differenza del valore economico dell’85% (cecità totale) con quello del 28% (perdita del visus di un occhio)?

Certo, mettendomi nei panni del danneggiante potrei domandarmi: ma che colpa ho se ho accecato un occhio a chi ne aveva uno solo e non due?

Cari lettori cosa rispondereste a tale domanda? E qual è il vostro giudizio sulla valutazione del danno iatrogeno incrementativo fatto dal Giudice di Milano?

Dr. Carmelo Galipò

Pres. Accademia della Medicina Legale

 

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mister fenomenix

Impedire al ctu, nella ricerca della verità causale, di andare oltre quanto lamentato dagli attori a riguardo dell’inadempimento qualificato descritto in citazione, rende Mister Fenomenix un Giudice “fuori dal coro”

A giudizio del sottoscritto, la lettura di alcune ordinanze di Mister Fenomenix può generare una cattiva sensazione: un accanimento verso il cittadino danneggiato.

Se il consulente medico legale dell’attore danneggiato cerca di qualificare un errore dei sanitari potrebbe fare un grande danno al suo assistito, perché, in caso di errata qualificazione dell’inadempimento, farebbe perdere la causa al proprio assistito anche se i sanitari hanno comunque commesso uno sbaglio nel condurre un determinato intervento chirurgico o comunque una determinata terapia.

Mister Fenomenix nelle sue ordinanze fa espresso divieto al CTU di tenere conto, nella risposta ai quesiti, del contenuto di eventuali note dei ctp per la parte che non contenga mere osservazioni e istanze, ma introduca inammissibile ampliamento del tema dell’indagine come esposta ed allegata dal danneggiato.

Al sottoscritto sembra una forzatura che manifesta l’infondata preoccupazione ansiogena di un Giudice di fare “perfettamente” il proprio dovere.

Ritorniamo al nocciolo della questione.

Se l’attore sbaglia a qualificare l’errore nella condotta del sanitario, che comunque ha mal adempiuto al suo compito, secondo Mister Fenomenix sarebbe una “mutatio libelli” e quindi “costringe” il suo CTU a non precisare l’eventuale altra possibile causa dell’evento avverso lamentato dall’attore stesso.

Vi sembra razionale tutto ciò?

Tale domanda nasce spontanea quando nelle ordinanze di tutti gli altri Giudici di merito si leggono quesiti del genere al ctu:

” il CTU, esaminati gli atti di causa, sentiti gli eventuali CTP, assunte, se del caso, informazioni da terzi o richiesti chiarimenti alle parti ai sensi dell’art. 194 c.p.c., avvalendosi, se necessario, di un ausiliario, acquisita, previo accordo delle parti e nel rispetto del contraddittorio, eventuale ulteriore documentazione medica, esperito un concreto e reiterato tentativo di conciliazione, redatto il verbale delle operazioni peritali dal quale risultino anche le posizioni delle parti in ordine al tentativo di conciliazione:

  • descriva le condizioni di PP  al momento del primo contatto con la struttura sanitaria presso la quale è giunta in stato di gravidanza in data 16/1/2013, accertando anche le condizioni di salute generali; 
  • descriva quale tipo di accertamenti diagnostici/strumentali interventi/trattamenti abbia subito presso l’ospedale convenuto; 
  • descriva, ove possibile, quale fosse la condizione del nascituro al momento dell’accesso alla struttura sanitaria e descriva quale sia stata in concreto la causa del successivo decesso dello stesso; 
  • dica se, al momento dell’arrivo presso la struttura sanitaria, il parto della signora PP presentasse particolari difficoltà, se in rapporto alle cognizioni medico-chirurgiche acquisite all’epoca della nascita sia stato effettuato secondo la miglior pratica medica, anche in relazione alle condizioni del nascituro nel rispetto delle modalità tecniche e delle linee guida suggerite dalla più accreditata scienza medica e con la dovuta prudenza, diligenza e perizia, in relazione alle specifiche caratteristiche del caso concreto, ovvero se sussistano profili di responsabilità professionale addebitabili ai sanitari che hanno assistito la donna nel corso del travaglio; 
  • dica se lo stesso presentasse la risoluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, anche in considerazione delle condizioni e del complessivo stato di salute della parte attrice e del nascituro; dica se le conseguenze negative dedotte nel ricorso (ove in concreto riscontrate) siano causalmente riconducibili a condotte dei medici della predetta struttura censurabili sotto il profilo della colpa professionale sia sotto il profilo diagnostico sia sotto il profilo terapeutico; 
  • nell’ipotesi in cui ravvisi una colpa professionale dei sanitari, dica quali avrebbero dovuto essere in concreto le misure da adottare secondo la più accreditata scienza medica e con la dovuta diligenza, perizia e prudenza prima, durante e dopo il parto al fine di evitare l’esito infausto; 
  • riferisca ogni altro elemento utile ai fini di giustizia”.

A questo punto o Mister Fenomenix è un folle oppure lo sono gli altri giudici che addirittura prescrivono al ctu di “riferire ogni altro elemento utile ai fini di giustizia”!

Su tale questione, ossia della mutatio/emendatio libelli, si hanno più riferimenti giurisprudenziali che rendono incongrua la richiesta al CTU di Mister Fenomenix.

Ricordiamo, infatti, dapprima la sentenza delle Sez. Unite (12310 del 15 giugno 2015), come anche quella della Corte n. 4792 del 26/02/2013, che statuisce che:

«in caso di accertamento della responsabilità medico-chirurgica, attesa l’innegabilità delle conoscenze tecniche specialistiche necessarie non solo alla comprensione dei fatti, ma alla loro stessa rilevabilità, la consulenza tecnica presenta carattere “percipiente”, sicché il giudice può affidare al consulente non solo l’incarico di valutare i fatti accertati, ma anche quello di accertare i fatti medesimi, ponendosi pertanto la consulenza, in relazione a tale aspetto, come fonte oggettiva di prova».

Ancora più recente è la sentenza di Cassazione del Consigliere dott. Sestini (n. 6850/2018) che recita:

“…Va considerato, infatti, che la responsabilità della struttura ospedaliera è sempre responsabilità diretta, ancorchè conseguente a fatto degli ausiliari, e che l’avere l’attore individuato la colpa esclusiva di un singolo ausiliario (l’ O.) non valeva a limitare l’oggetto della domanda, che concerneva comunque anche l’accertamento della responsabilità della struttura, in funzione dell’accoglimento della pretesa risarcitoria avanzata dal P. nei confronti di entrambi i convenuti; per altro verso, va escluso che, in ambito di responsabilità professionale sanitaria, l’accertamento demandato al giudice sia rigidamente vincolato alle iniziali prospettazioni compiute dall’attore (quanto all’individuazione delle specifiche condotte costituenti la causa del danno), dovendosi invece ritenere che l’oggetto del giudizio sia costituito dall’accertamento della responsabilità dei convenuti in relazione al danno lamentato dall’attore e che, entro tale cornice, possa ben pervenirsi all’accoglimento della domanda in base al concreto riscontro di profili di responsabilità diversi da quelli originariamente ipotizzati dall’attore…”.

Insomma, a parere dello scrivente, Mister Fenomenix dovrebbe rivedere le sue decisioni su questa modalità di accertamento della colpa sanitaria, perchè, tra l’altro, un cittadino danneggiato confida e affida tutto se stesso (la sua sorte) alla giustizia.

Dr. Carmelo Galipò

Pres. Accademia della Medicina Legale

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