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istituto superiore di sanità

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popolazione anziana

In base ai dati del Sistema di Sorveglianza Passi d’Argento, la popolazione anziana del nostro Paese percepisce positivamente il proprio stato di salute

Un ultrasessantacinquenne su dieci soffre di sintomi depressivi, uno su tre assume almeno 4 farmaci ma quasi tutti percepiscono positivamente il proprio stato di salute. Sono questi i dati più significativi del Sistema di Sorveglianza Passi d’Argento sulla popolazione anziana del nostro Paese.

Questo Sistema di Sorveglianza, condotto da ASL e Regioni, e coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, raccoglie in continuo, informazioni su salute percepita, fattori di rischio comportamentali e alcune condizioni peculiari degli anziani, volte a descriverne lo stato di salute, la qualità di vita e i bisogni di cura e assistenza.

I sintomi depressivi, in particolare, spesso ancora sottovalutati, arrivano ad interessare addirittura quasi 1 anziano su 4 dopo gli 85 anni. Inoltre, sono più frequenti tra le donne e tra le persone socialmente più svantaggiate per difficoltà economiche o per bassa istruzione.

Circa 9 anziani su 10 hanno fatto uso di farmaci nella settimana precedente l’intervista e più di 1 su 3 (37%) riferisce di averne consumati almeno 4 diverse tipologie.

Tuttavia l’87% degli ultra 65enni giudica complessivamente positivo il proprio stato di salute (“discreto” l’50%, “bene” o “molto bene” il 37%). Il gradiente sociale è rilevante e risultano maggiormente soddisfatte della propria salute le persone senza difficoltà economiche e più istruite.

La popolazione oggetto di studio è costituita da circa 14 milioni di residenti in Italia ultra 64enni.

Nel biennio 2016-2107 sono state intervistate 22.984 persone di 65 anni o più, selezionate con campionamento proporzionale stratificato per sesso e classe di età. Si tratta di persone non istituzionalizzate che sono in grado di sostenere un’intervista in italiano anche facendo ricorso all’aiuto di un familiare o di una persona di loro fiducia.

I sintomi depressivi sono più frequenti all’avanzare dell’età. Se fra gli adulti si stima una prevalenza di sintomi depressivi intorno al 6%, dopo i 65 anni questa quota sale al 13% e fra gli over 85 anni al 22%. La situazione viene significativamente peggiorata in presenza di patologie croniche, i sintomi depressivi interessano il 28% degli anziani che hanno due o più patologie croniche.

 

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acquisto online di coupon

L’Istituto superiore di sanità mette in guardia dall’acquisto online di coupon per visite ed esami, consigliando di affidarsi sempre al medico curante

Acquisto online di coupon per visite mediche. Un comportamento sempre più diffuso, come dimostrano le tante pubblicità in tv e sui social, bocciato dagli esperti dell’Istituto superiore di sanità.

“Ricorrere a visite mediche o indagini diagnostiche specialistiche senza una prescrizione o il consiglio di un medico può essere, oltre che inutile, anche dannoso”. Un rischio che riguarderebbe soprattutto “quelle indagini diagnostiche che espongono il paziente a radiazioni o al rischio di errori”.

Pertanto, “è opportuno eseguire visite mediche specialistiche e prestazioni sanitarie solo dopo il suggerimento del medico curante”.

Lo sottolineano gli esperti dell’Istituto su Issalute.it, il portale che smaschera le fake news più diffuse in tema di salute e sanità. Secondo il Gruppo italiano di medicina basata sulle evidenze, peraltro,  “il sovra utilizzo di interventi sanitari inappropriati o inefficaci, è una delle principali fonti degli sprechi in sanità”. E’ proprio il caso di quelle prestazioni che possono conseguire dall’acquisto di coupon di visite specialistiche senza il consiglio di un medico.

Negli Stati Uniti, nel 2012, è nata la campagna ‘Choosing Wisely’. Un’iniziativa che si propone di orientare le scelte sanitarie dei cittadini, favorendo il dialogo con i medici, per ridurre gli esami inutili o addirittura dannosi per la salute dei pazienti. “Questa campagna – commentano gli esperti – sta iniziando a dare i suoi frutti”. In particolare starebbe comportando una riduzione dei costi legati alla sanità. Ma anche il calo degli eventi avversi conseguenti ad errori medici, a esami diagnostici o a visite inutili e inappropriate.

“Scegliere saggiamente di affidarsi al proprio medico curante, che valuterà la necessità di effettuare una visita specialistica o un esame, è una condizione essenziale – concludono dall’Iss – per ridurre gli sprechi in sanità e migliorare la propria salute”.

 

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VERITÀ SUI VACCINI, IL PUNTO DELL’ISTITUTO SUPERIORE DI SANITÀ

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binge drinking

Gli esperti dell’Istituto Superiore di Sanità avvertono che il binge drinking si accompagna a peggioramento delle relazioni sociali e marginalizzazione. Si rischiano, inoltre, incidenti stradali e scarse performance scolastiche

Bere in modo esagerato, anche se solo nel fine settimana non previene affatto i danni dovuti all’alcol e non è vero che non comporta rischi. Lo spiegano gli esperti dell’Istituto superiore di sanità nell’ambito di un’attività svolta in collaborazione con l’AdnKronos Salute, volta a smontare le fake news relative all’abuso di alcolici. Il cosiddetto ‘binge drinking’ comporta l’assunzione in un breve arco di tempo di oltre i 60 grammi di alcol. È una ‘moda’ diffusa con maggiore frequenza tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni. Lo scopo di queste ‘abbuffate di alcol’ è l’ubriacatura immediata, indipendentemente dal tipo di bevanda alcolica usata per ottenerla.

“Il ‘binge drinking’, al contrario del bere per socializzare che sfrutta l’iniziale e temporaneo effetto disinibitorio ed euforizzante dell’alcol ha come finalità preordinata l’ubriacatura”. Nei giovani che lo praticano, si accompagna a peggioramento delle relazioni sociali sino all’esclusione e marginalizzazione. Si rischiano, inoltre, comportamenti violenti sia praticati che subiti, oltre che incidenti stradali e scarse performance scolastiche.

Secondo l’Iss, inoltre, il binge drinking si associa ad un maggior rischio di rapporti sessuali non protetti, violenza sessuale e contagio di infezioni sessualmente trasmesse.

Purtroppo, i dati dell’Istituto dimostrano come negli ultimi anni questo fenomeno stia continuando a crescere, soprattutto tra i giovani.  Nel 2015, ha riguardato ben il 22,2% dei maschi e l’8,6% delle femmine con una tendenza complessiva all’aumento per tutta la popolazione. In particolare avrebbe caratterizzato rispettivamente il 10,8% e il 3,1% dei maschi e delle femmine, nella popolazione di età superiore agli 11 anni.

“Il riscontro di un elevato numero di ‘binge drinkers’ tra i minori di 18 anni – concludono gli esperti – pone seri problemi di mancato rispetto della legalità in funzione della disapplicazione delle norme che vietano vendita e somministrazione di alcolici ai minori di 18 anni”.

 

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ALCOLISMO IN ITALIA, FENOMENO IN ASCESA ANCHE TRA I GIOVANISSIMI

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vaccini

Da uno studio Iss emerge che i pediatri italiani sono favorevoli ai vaccini ma sono poco informati su sicurezza, efficacia e controindicazioni

I pediatri italiani sono favorevoli ai vaccini, ma sono anche poco informati su sicurezza, efficacia e controindicazioni. Lo si evince da uno studio condotto su un campione di 903 pediatri.

L’indagine, pubblicata su Eurosuveillance,è stata svolta nel 2016 da alcuni ricercatori dell’Istituto superiore di sanità (Iss), del Seremi (Servizio di riferimento regionale di epidemiologia per la sorveglianza, la prevenzione e il controllo delle malattie infettive, Asl 20 Alessandria) e della Regione Emilia-Romagna.

I risultati della ricerca

Il 95,3% dei pediatri intervistati è completamente favorevole alle vaccinazioni e il 66% si ritiene sufficientemente informato sulle vaccinazioni e sulle malattie prevenibili con il vaccino per poterne discuterne con sicurezza con i genitori.

Solo l’8,9% dei pediatri afferma però di condividere pienamente le affermazioni sulla sicurezza ed efficacia dei vaccini.

Un terzo di essi non è solito verificare sistematicamente che i propri pazienti siano in regola con tutte le vaccinazioni previste dal calendario vaccinale e solo il 5,4% distingue correttamente tutte le controindicazioni vere da quelle false.

“È evidente – secondo gli autori dell’indagine – la necessità di interventi mirati per accrescere la fiducia dei pediatri nell’affrontare le preoccupazioni dei genitori e rafforzare la loro fiducia nei confronti delle istituzioni relativamente al tema delle vaccinazioni”.

Problemi organizzativi

I pediatri italiani sono poco informati sul tema dei vaccini perché poco coinvolti nella loro somministrazione affidata invece esclusivamente ai Servizi Vaccinali, come si evince dal primo “Rapporto dell’Osservatorio Strategie Vaccinali”.

“L’organizzazione – si sottolinea nel rapporto – delle campagne vaccinali in età pediatrica necessita di un’attenta programmazione […].

Per questa ragione si ritiene che il coinvolgimento dei Pediatri di Libera Scelta in situazioni critiche debba essere preso in considerazione nell’ambito di un’ampia programmazione degli interventi e di un coordinamento di Sanità Pubblica, che garantisca una partecipazione collettiva.

 

Barbara Zampini

 

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OBBLIGO VACCINALE. RICCIARDI: ‘PERICOLOSO RIMUOVERLO, COPERTURE BASSE’

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vaccino tat

I risultati a lungo termine dell’ultimo studio condotto in otto centri clinici hanno evidenziato l’efficacia del Vaccino Tat nel ridurre il “serbatoio di virus latente”

La somministrazione del vaccino Tat a pazienti in terapia antiretrovirale (cART) si è rivelata capace di ridurre drasticamente il “serbatoio di virus latente” inattaccabile dalla sola cART. È questo il risultato del follow-up, durato otto anni e pubblicato sulla rivista open access “Frontiers in Immunology”, di pazienti immunizzati con il vaccino Tat messo a punto dall’équipe guidata da Barbara Ensoli, Direttore del Centro Nazionale per la Ricerca su HIV/AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità.

“Si tratta di risultati – afferma la Dott.ssa Ensoli – che aprono nuove prospettive per una cura “funzionale” dell’HIV, ossia una terapia in grado di controllare il virus anche dopo sospensione dei farmaci antiretrovirali. In tal modo, si profilano opportunità preziose per la gestione clinica a lungo termine delle persone con HIV, riducendo la tossicità associata ai farmaci, migliorando l’aderenza alla terapia e la qualità di vita, problemi di grande rilevanza soprattutto in bambini e adolescenti, con l’obiettivo, in prospettiva, di giungere all’eradicazione del virus”.

Quasi 40 anni dopo la scoperta del virus, l’HIV/AIDS rimane purtroppo un’emergenza globale che colpisce soprattutto le fasce più povere e fragili della popolazione mondiale, in particolare le donne e i bambini, gli omosessuali, bisessuali e transgender (LGBT), i lavoratori del sesso, le popolazioni migranti, gli utilizzatori di sostanze iniettabili.

A oggi, ben 40 milioni di persone nel mondo convivono con l’infezione da HIV, la metà delle quali senza ricevere alcuna terapia.

La cura per HIV/AIDS richiede ancora molti sforzi, ingenti investimenti e strategie innovative per l’eradicazione del virus. Infatti, il virus HIV non può essere eliminato dalla cART perché persiste, senza replicarsi, in alcune delle cellule infettate in forma di DNA virale. Questa forma “silente” del virus (DNA provirale) costituisce un “serbatoio di virus latente” che rimane invisibile al sistema immunitario ed è inattaccabile dalla terapia cART. Il virus latente periodicamente si riattiva e comincia a replicarsi; pertanto, l’interruzione della cART determina inevitabilmente la ripresa dell’infezione. Di qui la necessità di assumere la terapia ininterrottamente per tutta la vita.

Il nuovo studio, intitolato “Continued decay of HIV proviral DNA upon vaccination with HIV-1 Tat of subjects on long-term ART: an 8-year follow-up study”, e condotto in otto centri clinici in Italia (Ospedale San Raffaele di Milano, Ospedale L. Sacco di Milano, Ospedale San Gerardo di Monza, Ospedale Universitario di Ferrara, Policlinico di Modena, Ospedale S.M. Annunziata di Firenze, Istituto San Gallicano – Istituti Fisioterapici Ospitalieri di Roma, Policlinico Universitario di Bari), presenta i dati del monitoraggio clinico a lungo termine di 92 volontari vaccinati del precedente studio clinico ISS T-002.

Gli autori dello studio riportano che i volontari trattati con cART e vaccinati con la proteina Tat hanno mostrato un forte calo del DNA provirale nel sangue, avvenuto con una velocità in media 4-7 volte maggiore di quella osservata in studi analoghi in pazienti trattati solo con cART.

Nei volontari vaccinati, inoltre, la riduzione del serbatoio di virus latente si è associata ad un aumento delle cellule T CD4+ e del rapporto delle cellule T CD4+/CD8+. Queste caratteristiche vengono riscontrate anche in rari pazienti, denominati post-treatment controllers, in grado di controllare spontaneamente la riattivazione della replicazione virale dopo aver sospeso la terapia, i quali hanno, infatti, un serbatoio di virus latente di dimensioni assai ridotte, come evidenziato da bassi valori di DNA provirale e mostrano un buon recupero del sistema immune, come indicato da un elevato rapporto dei linfociti T CD4+/CD8+.

“È concepibile, pertanto – conclude la Dott.ssa Ensoli – che la vaccinazione con Tat possa conferire ai pazienti la capacità di divenire “post-treatment controllers”, cioè di controllare il virus senza assunzione di farmaci per periodi di tempo la cui durata dovrà essere valutata con specifici studi clinici. Pertanto, i risultati dello studio aprono la strada a studi di interruzione programmata e controllata della terapia nei volontari in trattamento con cART vaccinati con Tat, attualmente in corso di pianificazione proprio allo scopo di verificare questa ipotesi”.

Questi risultati del vaccino Tat rappresentano un importante passo avanti nella ricerca di una cura funzionale dell’HIV che, insieme alla prevenzione dell’infezione, è assoluta priorità della comunità scientifica internazionale anche per le vaste risorse che l’HIV/AIDS sottrae alla lotta alla povertà e alle ineguaglianze nel mondo. Uno studio del 2018 ha, infatti, stimato a $563 miliardi il costo della lotta contro HIV tra il 2000 and 2015, equivalenti ad un contributo pro-capite di $100 dollari nei paesi in via di sviluppo e $5.000 in Europa e Nord America ($330/anno); altri studi hanno stimato in circa – 0.5 % – 2.6% per anno l’impatto negativo sul PIL nei paesi africani, con una perdita di circa $30 – $150 miliardi l’anno, cifre enormi che impongono urgenti e innovative soluzioni terapeutiche per l’HIV/AIDS.

 

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influenza

Alla quarta settimana di gennaio sale a 39 il numero delle vittime dell’influenza da inizio ottobre. La maggior parte aveva più di 50 anni

Salgono a 39 le persone morte da ottobre ad oggi a causa dell’influenza, mentre 191 sono state quelle ricoverate in terapia intensiva. Tra queste ultime figurano anche 4 donne in gravidanza. E’ quanto riporta FluNews-Italia, il bollettino settimanale dell’Istituto Superiore di sanità emesso sulla base dei dati inviati dai medici di medicina generale e pediatri di libera scelta, oltre che dai referenti presso le Asl e le Regioni.

Il rapporto evidenzia come nella quarta settimana di gennaio il numero di vittime abbia subito un’impennata a causa del brusco aumento registrato dall’epidemia negli ultimi giorni.

La maggior parte di decessi e casi gravi si è verificato in soggetti di età pari o superiore a 50 anni. Nell’84% dei casi si trattava di persone non vaccinate. Nel 77% dei casi gravi e nell’82% dei deceduti era presente almeno una condizione di rischio preesistente, come diabete, tumori, malattie cardiovascolari, respiratorie o obesità.

“Nella 4° settimana del 2019- fa sapere l’Istituto Superiore di Sanità – ci si avvicina al picco epidemico stagionale. Ancora un brusco aumento del numero di casi di sindrome influenzale, soprattutto nella fascia di età pediatrica sotto i cinque anni in cui l’incidenza è passata da 28 a 37 casi per mille assistiti nell’ultima settimana”.

Il livello di incidenza, nel nostro Paese, è pari a circa 12,0 casi per mille assistiti. Il dato è in aumento rispetto alle precedenti settimane ma, per il momento, rimane  inferiore a quello della scorsa stagione influenzale.

Il numero di casi stimati in Italia in questa settimana è pari a circa 725.000, per un totale, dall’inizio della sorveglianza, di circa 3.605.000 casi. Le Regioni maggiormente colpite sono P.A. di Trento, Umbria, Marche, Abruzzo, Campania e Calabria.

 

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silvio brusaferro

Il Ministro della Salute ha scelto Silvio Brusaferro, professore Ordinario di Igiene e Medicina presso l’Università di Udine, per traghettare l’Ente di ricerca fino alla nomina del nuovo presidente

Il prof. Silvio Brusaferro è da oggi il nuovo commissario per l’esercizio delle funzioni del presidente dell’Istituto Superiore di Sanità.  Lo annuncia una nota del Ministero della Salute spiegando che la nomina segue le dimissioni di Walter Ricciardi che ha lasciato l’incarico dal 1gennaio.

Nato a Udine l’8 aprile 1960, Brusaferro è Professore Ordinario di Igiene e Medicina Preventiva e Direttore del Dipartimento Area Medica dell’Università degli Studi di Udine. E’ anche direttore SOC accreditamento, gestione del rischio clinico e valutazione delle performance dell’Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Udine.

Il commissario –  spiega il Ministero –  assicurerà l’operatività in vista della nomina del presidente che sarà effettuata sulla base dei curriculum che arriveranno nelle prossime settimane, come previsto dal regolamento dell’ISS.

“Sono molto felice che il prof. Brusaferro abbia accettato l’incarico” commenta il ministro della Salute, Giulia Grillo.

“Ho grande stima professionale e umana del neocommissario che ringrazio e al quale auguro di fare un ottimo lavoro di “traghettatore” verso la nomina del presidente che avverrà nei prossimi mesi. Entro un paio di settimane avvieremo la procedura per la scelta di altissimo profilo per ricoprire l’incarico di presidente, che avverrà nel segno della competenza e dell’indipendenza, come già è successo nei mesi scorsi per l’incarico di Dg dell’Agenzia del Farmaco (Aifa)”.

“L’Istituto Superiore di Sanità- prosegue Grillo – ha bisogno di entrare in una nuova fase storica in cui sia pienamente valorizzato il suo ruolo guida nelle politiche scientifico-sanitarie del Paese, in piena autonomia e indipendenza e con l’autorevolezza indispensabile per rappresentare l’Italia nel mondo”

“Ringrazio il ministro della Salute per aver pensato a me per questo difficile incarico” dichiara il neocommissario Silvio Brusaferro.

“Sono chiamato a traghettare questo Istituto verso una nuova governance che sarà definita nei prossimi mesi e con questo spirito di servizio intendo caratterizzare la mia azione di commissario. Raccolgo le redini di un Istituto che sotto la guida del presidente professor Ricciardi, che ringrazio per quanto fatto, ha visto un rinnovato protagonismo su scala nazionale e internazionale”.

“L’Iss – conclude Brusaferro – è un’istituzione e una risorsa fondamentale, una bussola per la ricerca a livello internazionale, per il nostro Paese e per il Servizio sanitario nazionale. Considero mio dovere mettere a disposizione la mia esperienza e i miei rapporti nazionali e internazionali per dare continuità alle progettualità avviate e proseguire nell’opera di valorizzazione e rafforzamento di tutte le sue componenti, assicurando quella necessaria indipendenza che la scienza impone”.

 

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melanoma cutaneo

Uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità offre una nuova strategia per definire la prognosi del melanoma cutaneo e di altri tumori

E’ basata su un nuovo algoritmo la ricerca dell’ISS in grado di calcolare l’aggressività di una cellula tumorale e quindi il suo potenziale metastatico. Una scoperta che, applicata a diversi tipi di tumore, tra i quali il melanoma cutaneo, propone nuovi approcci diagnostici e prognostici e di prevenzione delle complicanze come la metastatizzazione.

Lo studio, pubblicato sul Journal of Experimental and Clinical Cancer Research (JECCR),  è stato condotto dal Dipartimento di Oncologia e Medicina Molecolare dell’Ente di ricerca. Hanno collaborato anche l’Istituto Dermopatico dell’Immacolata (IDI-IRCCS) e le università di Salerno e di Verona.

“Abbiamo dimostrato per la prima volta – dice Francesco Facchiano, coordinatore dello studio – l’utilità di misurare l’aggressività delle cellule tumorali con metodi funzionali, calcolando cioè quanto funzionano alcuni specifici meccanismi cellulari, piuttosto che semplicemente misurare la presenza o assenza di determinati biomarcatori, come si fa di solito”.

Il lavoro dimostra inoltre l’importanza di alcune vie metaboliche coinvolte nel determinare l’aggressività del melanoma cutaneo.

Si tratta del più pericoloso dei tumori della pelle, spesso letale se diagnosticato tardi. L’incidenza nella popolazione è in aumento per motivi ambientali e di stili di vita.

Gli esperimenti sono stati eseguiti su modelli cellulari e i meccanismi molecolari coinvolti sono stati verificati sui dati di pazienti disponibili pubblicamente online. E’ stato assegnato un punteggio di aggressività, chiamato Melanoma AGgressiveness Score (MAGS), calcolato misurando la proliferazione, la migrazione, l’invasione e il tempo di raddoppiamento di 10 linee cellulari di melanoma umano che sono state così raggruppate in due gruppi distinti con diversa aggressività, secondo il corrispondente MAGS.

Due linee cellulari sono state selezionate come modelli rappresentativi rispettivamente di maggiore o di minore aggressività. Questi due modelli sono stati quindi estensivamente analizzati con diverse metodiche “omiche” e analisi bioinformatiche. Ne è emerso che la secrezione di molecole di segnale, l’espressione di proteine e la funzione di alcuni enzimi sono significativamente differenti.

Il ruolo chiave di uno dei fattori importanti, il TNF (Tumor Necrosis Factor), è stato quindi confermato da una validazione funzionale. Infatti, inibendo il TNF con un anticorpo specifico, l’aggressività delle cellule del melanoma è stata fortemente ridotta.

Lo studio dimostra che un approccio funzionale come il calcolo del MAGS sviluppato per misurare l’aggressività di cellule tumorali, come ad esempio quelle isolate direttamente da pazienti, può aiutare nella classificazione prognostica e nella identificazione di nuovi bersagli molecolari con potenziale rilevanza terapeutica.

 

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digiuni

Astenersi completamente dal cibo non è una strategia per perdere peso. I digiuni prima e dopo le mangiate della feste peggiorano l’assetto ormonale

Niente digiuni prima o dopo le abbuffate natalizie, per prepararsi alle tavolate o per smaltire le calorie accumulate. Digiunare è infatti inutile, perché non fa dimagrire ed è rischioso per la salute. E’ l’avvertimento lanciato da Marco Silano, direttore dell’Unità operativa Alimentazione, Nutrizione e Salute dell’Istituto superiore di sanità. L’esperto ha illustrato all’AdnKronos Salute gli accorgimenti da prendere per non prendere peso e non incorrere in brutte sorprese, quali le intossicazioni da cibo.

Digiunare prima o dopo un’abbuffata è un comportamento che peggiora ulteriormente l’assetto ormonale, in particolar modo dell’insulina, e fa venire più fame. In generale – spiega ancora Silano – astenersi completamente dal cibo non è una strategia per perdere peso. I digiuni di uno o più giorni, in diversi cicli, non sono una dieta dimagrante, “ma servono a resettare l’assetto ormonale dell’organismo e farci ripartire”.

Per Silano le evidenze scientifiche sugli effetti benefici dei digiuni prolungati non sono così particolarmente forti e condivise. Ma qualora si volesse intraprendere tale strada a fini salutistici, non dimagranti, è necessario e obbligatorio rivolgersi prima al proprio medico.

Durante le feste, invece, aumentano i rischi di tossinfezioni o malattie microbiologiche veicolate dagli alimenti.

Per questo bisogna prestare particolare attenzione alle contaminazioni batteriche dei cibi. Tra gli accorgimenti, quello di non interrompere la catena del freddo per i cibi che vanno tenuti in frigo prima della preparazione e della cottura. Anche gli avanzi devono essere sempre conservati in frigorifero, facendo molta attenzione a non mangiarli troppi giorni dopo la preparazione. Attenzione poi alla preparazione di salse o dolci che prevedono l’uso di ingredienti crudi, “perché sono la fonte principale di contaminazione microbiologica”.

Per evitare brutte sorprese sulla bilancia, infine,  l’esperto consiglia  di evitare la doppia porzione, il pane, soprattutto per accompagnare o per raccogliere le salse nel piatto. Ma anche quei cibi che sembrano salutari, ma sono ricchi di zucchero e vanno a caricare ulteriormente il nostro organismo e la risposta all’insulina. E’ il caso, ad esempio, della frutta fresca, soprattutto quella di stagione molto ricca di fruttosio.

Per quanto riguarda i dolci, l’imperativo categorico è “prenderne piccole porzioni”. Stesso discorso per gli alcolici: “un bicchiere di vino a pasto è più che sufficiente per festeggiare senza accumulare ulteriori calorie”. E ancora, è fondamentale non concentrare tutte le calorie della giornata in un unico pasto e muoversi tra un pasto e un altro.

 

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walter ricciardi

Dal primo gennaio Walter Ricciardi tornerà a dedicarsi all’attività di ricerca e accademica: “Lascio un Ente di ricerca attivo e stimato sia a livello nazionale che internazionale per la qualità e quantità delle sue prestazioni”

Dopo un anno da Commissario e a tre anni e mezzo dalla sua nomina a Presidente, Walter Ricciardi, dal primo gennaio lascia la guida dell’Istituto Superiore di Sanità per potersi dedicare pienamente all’attività di ricerca e accademica. Lo comunica l’Ente di ricerca in una nota.

“Negli ultimi quattro anni e mezzo mi sono impegnato profondamente per il risanamento e il rilancio dell’Istituto Superiore di Sanità – dichiara Ricciardi -. Oggi lascio un Ente di Ricerca solido dal punto di vista economico-finanziario, riorganizzato dal punto di vista gestionale, attivo e stimato sia a livello nazionale che internazionale per la qualità e quantità delle sue prestazioni, dove è stato creato un museo che rappresenta anche un luogo di memoria e di diffusione della cultura scientifica. Ritorno alle attività di ricerca, d’insegnamento e professionali con le quali penso di poter contribuire in modo produttivo allo sviluppo scientifico, economico e sociale del Paese.

L’attuale vertice dell’ISS ringrazia quindi il Ministro Giulia Grillo “per la fiducia che mi ha espresso perché io continui a rappresentare l’Italia nell’Executive Board dell’OMS”.

“Da gennaio – conclude Ricciardi – potrò dedicarmi con più tempo e maggiore intensità al mio ruolo di Professore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e di Presidente della World Federation of Public Health Associations, che mi consentirà di portare la nostra tradizione di sanità pubblica in tutto il mondo e di promuovere all’estero l’immagine e la qualità della ricerca del nostro Paese che ho avuto l’onore e l’onere di servire, vivendo un’esperienza entusiasmante condivisa con i ricercatori e con il personale tecnico ed amministrativo che ringrazio per avermi sempre sostenuto e seguito con impegno e responsabilità”.

 

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