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La tua salute

lesione del menisco

Per prevenire la lesione del menisco occorre irrobustire i muscoli della coscia. E se il menisco è già rotto… ci si deve operare per forza?

Nell’era moderna, penso non ci sia articolazione più “gettonata” di infortunio del ginocchio! Personalmente ne ho visti a decine, sia operati che non. La lesione del menisco è un caratteristico infortunio sportivo, ma sempre più spesso capita di riscontrare questa patologia anche in persone che non praticano movimento ginnico. Dunque le nostre povere ginocchia stanno diventano evoluzionisticamente sempre più inadatte alla vita?

Ovviamente la risposta è no! Il fatto è che sempre più spesso conduciamo una vita comoda e confortevole, privando muscoli ed ossa di un nutrimento fondamentale: il movimento. Un po’ di fatica irrobustisce i muscoli che a loro volta preservano le articolazioni. Infatti i legamenti e le capsule articolari hanno lo scopo di mantenere in asse, dando un poco di robustezza l’articolazione. Ma la vera stabilità articolare, per intenderci quella che non permette ad esempio al ginocchio di rompersi dopo un salto, è data dall’apparato muscolare.

Il ginocchio è tenuto anteriormente da un muscolo composto da quattro robustissime porzioni: il muscolo quadricipite. Quando questa struttura si indebolisce l’articolazione è maggiormente mobile e quindi più soggetta ai movimenti “gioco” (tutti quei movimenti non propri dell’articolazione ma che differenziano, preservandole, le nostre articolazioni dagli ingranaggi industriali).

Tali movimenti se eccessivi portano in stress l’articolazione e più specificamente i cuscinetti di ammortizzazione che ogni articolazione possiede: i menischi.

Si, hai letto bene, tutte le articolazioni posseggono un menisco, non solo il ginocchio.

Dunque per prevenire la lesione del menisco dobbiamo irrobustire i muscoli della coscia. E se il menisco è già rotto… ci si deve operare per forza?

Non è detto. Infatti intervenire chirurgicamente dipende dallo stile di vita del paziente. Se hai un menisco del ginocchio lesionato e sei un sedentario, non devi necessariamente operarti. Ciò che devi fare è un serio intervento di rieducazione e potenziamento del movimento. Mentre, se sei uno sportivo, l’intervento chirurgico ti permette di tornare a praticare la tua attività senza problemi.

La sintomatologia della lesione meniscale è tipica. Spesso associata ad un evento acuto è caratterizzata dal “crack” interno che percepisce il paziente. Nel giro di poco tempo il ginocchio si gonfia e diventa molto dolente. Assume una caratteristica posizione di leggera flessione e diventa difficile anche poggiare il piede a terra. Questa sintomatologia può regredire spontaneamente e ripresentarsi quando il soggetto riprende gli allenamenti.

Sorvolando sulle tecniche chirurgiche che non sono un mio compito, diciamo che la riabilitazione si può ricondurre a terapia fisica come Tecar, laser e terapia manuale come massaggio e kinesiterapia (terapia del movimento). Nel secondo caso è fondamentale il recupero dei movimenti articolari, soprattutto l’estensione e successivamente il potenziamento muscolare.

Vediamo ora qualche esercizio di rinforzo utile sia a prevenire che a curare.

1. Da seduto su una sedia, estendi il ginocchio il più possibile ruotando in fuori il piede senza sollevare la coscia dalla sedia. Ripeti 20 volte per lato eseguendo lentamente il movimento.

2. Da seduto ginocchio teso e tallone poggiato su di uno sgabello di fronte. Solleva tutto l’arto inferiore teso di 20/30 centimetri e torna lentamente alla posizione di partenza. Ripeti 20 volte per lato.

3. Da seduto unisci i due movimenti sopra descritti (1+2) e ripeti lentamente 10 volte per lato.

Dr. Paolo Scannavini
pscannavini@gmail.com
Fisioterapista e Kinesiologo

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SINDROME DEL PIRIFORME: COSA FARE QUANDO HAI DOLORE

 

sindrome del piriforme

Si inaugura oggi la serie di articoli del nostro esperto dedicati alle patologie degli arti inferiori: iniziamo con la sindrome del piriforme.

Oggi iniziamo a trattare le affezioni degli arti inferiori, quindi come non palare della sindrome del piriforme?

Negli ultimi anni, il nome di questo disturbo risuona in molti ambiti e, spesso, nelle palestre. Ho ascoltato sovente racconti di giovani utenti che rivolgendosi agli istruttori di palestra con il proposito di alleviare il dolore al gluteo, venivano fatti adagiare a terra a pancia in giù. Poi, in modo poco ortodosso, l’operatore flette il gomito creando una “punta” che viene posizionata al cento della natica del povero utente. E poi giù di pressione come se non ci fosse un domani!

Se leggi questo articolo probabilmente hai versato qualche lacrima anche tu se sei stato/a oggetto di questo tipo di trattamento.

Il muscolo piriforme è un piccolo muscolo che origina dalla parte esterna dell’osso sacro e va ad inserirsi sulla faccia esterna del femore passando da dietro. La sua contrazione produce una rotazione esterna di tutto l’arto inferiore.

Essendo un piccolo muscolo, molto profondo (è il muscolo più vicino all’osso) potremmo pensare esso sia un muscolo posturale… errando!

Il piriforme non dovrebbe essere utilizzato per mantenere la postura! Infatti un suo estremo utilizzo ne provoca un irrobustimento esagerato attraverso il quale viene stimolato il nervo sciatico che vi passa sotto (tra osso e muscolo) o attraverso.

Quindi si può comprendere come mai in questa sindrome il caratteristico dolore sia quello della sciatalgia ma con una particolarità: il dolore rimane confinato al gluteo o alla coscia.

Fai una prova: mettiti in piedi a gambe leggermente divaricate, ora senza far scivolare i piedi a terra (lasciali incollati al suolo!) prova a ruotarne le punte verso l’esterno.

Ti renderai conto che non muovendosi i piedi la contrazione produce comunque un movimento: la spinta anteriore del bacino. Ecco stai usando maggiormente il piriforme per eseguire questo minuto gesto. Tipico è l’atteggiamento di chi lavora dietro un bancone (barista, banchista, front office ecc) che avendo il busto proteso al cliente di fronte, tende ad inclinarsi leggermente in avanti. Per mantenere questa posizione a lungo si utilizza molto il piriforme, ecco quindi spiegata la maggiore causa di questo disturbo!

Per non incorrere nel gomito appuntito di nessuno, vediamo ora quale esercizio eseguire, da soli, per ridurre la tensione di questo povero e bistrattato muscoletto!

Siediti su una sedia, accavalla la gamba del lato dolente sull’altra. Sposta la parte esterna della caviglia fino su al ginocchio. Ora con delicatezza inclina il busto in avanti fino a quando non sentirai tensione nel gluteo interessato. Conta fino a 40 ed il gioco è fatto! Ovviamente ripeti anche dal lato opposto.

Le terapie più indicate per questo tipo di disturbo sono: stretching passivo ed attivo, Tecar, massoterapia, ginnastica posturale.

Dr. Paolo Scannavini
pscannavini@gmail.com
Fisioterapista e Kinesiologo

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SPONDILITE ANCHILOSANTE: REUMATOLOGIA E FISIOTERAPIA

spondilite anchilosante

Le cause della spondilite anchilosante sono ancora dubbie e in molti casi sembrerebbe una patologia di origine autoimmune. Il medico specialista di riferimento è il reumatologo

Affrontiamo oggi l’ultimo grande male che può affliggere la schiena. Ovviamente le malattie e le disfunzioni del rachide sono molte di più di quelle riportate nei miei ultimi articoli. Tuttavia, come anticipato qualche tempo fa, ho deciso di parlarti solo di quelle più comuni. Ma passiamo alla cara e vecchia spondilite; questa affezione è caratteristica del basso tratto della schiena e colpisce fondamentalmente i tessuti più rigidi come ossa, articolazioni ed inserzioni tendinee. Altra caratteristica che la contraddistingue è il fattore tempo. Chi è affetto da spondilite anchilosante soffre per un periodo molto lungo; il dolore deve essere presente da almeno sei mesi.

Questi sono, a mio avviso, gli elementi predominanti, ma per dovere di completezza ti devo riportare anche gli altri sintomi. La sensazione dolorosa tende a migliorare con il movimento ma inizia a divenire ingravescente se quest’ultimo è troppo. Il sonno spesso è disturbato per via dell’aumento algico notturno. Ultimo sintomo è la caratteristica rigidità mattutina che tende a peggiorare con il passare degli anni rendendo il rachide sempre più rigido e di conseguenza meno mobile. Le cause di questa malattia sono ancora dubbie; in molti casi sembrerebbe una patologia di origine autoimmune.

Il medico specialista a cui ti devi riferire per questo disturbo è quindi il reumatologo.

Il trattamento farmacologico è spesso anti-infiammatorio anche se ultimamente i farmaci biologici vedono un più largo ed esteso utilizzo. Per quanto riguarda la fisioterapia devi sapere che, non esistendo una vera e propria cura per questa malattia, la riabilitazione ha il compito di aiutare il paziente che ne è affetto educandolo a una gestione sintomatologica ottimale. Quindi non esistono degli esercizi mirati ma piuttosto esiste un modo specifico di fare esercizio: tanto stretching e attività motoria di mobilizzazione generale a basso impatto.

La ginnastica generale per soggetti adulti/anziani rappresenta il trattamento migliore… sto parlando di quei corsi che vengono chiamati ginnastica “dolce”, termine che personalmente aborro! Infatti a ben pensare non si fa ginnastica nello zucchero e nemmeno si mangiano dolci per alzare la glicemia prima di iniziare il corso.

La terminologia più adatta sarebbe A.F.A. Attività Fisica Adattata, ma tralasciando la linguistica e gli acronimi, la cosa importante è che tu abbia capito che la ginnastica generale a basso impatto è il trattamento migliore che si possa somministrare a chi soffra di spondilite anchilosante. Il tempo consigliato è di 2/3 ore a settimana.

Anche l’attività in acqua è molto utile, ma non il nuoto. Molti medico lo consigliano ancora, ma questa scelta non è assolutamente supportata da evidenze scientifiche. La riabilitazione in acqua, invece, è molto utile soprattutto in fase acuta di malattia. Punto oscuro di questo secondo tipo di intervento è il costo: spesso ogni seduta individuale vale in media 40/50€.

Dr. Paolo Scannavini
pscannavini@gmail.com
Fisioterapista e Kinesiologo

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SPONDILOLISI E SPONDILOLISTESI: SINTOMATOLOGIA E CURA

 

Spondilolisi e spondilolistesi: sintomatologia e cura

In questo approfondimento il nostro esperto ci parla di spondilolisi e spondilolistesi, particolari situazioni strutturali a carico delle vertebre.

Sovente sui referti radiologici si trovano delle parole poco conosciute, una terminologia tecnica che descrive brevemente ed esattamente al medico o al fisioterapista cosa ha rivelato l’esame strumentale. Però quando i miei pazienti mi riportano il riassunto della loro indagine, quello che hanno effettivamente compreso o che li abbia veramente colpiti, spesso è mancante di alcune cose.

Spondilolisi e spondilolistesi sono due termini che indicano una particolare situazione strutturale a carico delle vertebre. Seppur non frequenti vengono accumunate all’ernia del disco o alla lombosciatalgia commettendo però un grande errore di valutazione.

Nella spondilolisi, assistiamo ad una vera e propria frattura ossea a carico di una particolare porzione delle vertebra, mentre nella spondilolistesi ad uno scivolamento in avanti del corpo vertebrale. Capirai bene quindi che non parliamo di una ernietta ma di un vero e proprio sovvertimento della struttura scheletrica!

La sintomatologia è tipica del nervo “pizzicato”, quindi come nel caso di sciatalgia, cruralgia, brachialgia ed ernia del disco il dolore è invalidante, urente e di tipo “scossa elettrica”.

La caratteristica più importante però è che tale dolore non è continuo ma associato al movimento. Infatti quando ci si muove si variano i rapporti tra le articolazioni. Tali mobilizzazioni possono stimolare i nervi se troppo vicini, per via delle modificazioni strutturali come determinate dalla spondilolisi e dalla spondilolistesi.

La predisposizione genetica la fa da padrona, ed ecco quindi che soprattutto le donne con età maggiore di 40 anni possono soffrirne.

Chi soffre di queste malattie deve fare ginnastica e rinforzo muscolare. Attenzione però, poiché gli esercizi consigliati sono completamente differenti da quelli utilizzati per tutti gli altri tipi di mal di schiena.

Infatti i muscoli che vanno rinforzati sono gli addominali! Queste strutture pigiano i visceri verso l’interno e riducono la lordosi lombare, due aspetti che favoriscono la stasi delle vertebre mal allineate. Sfortunatamente quindi, la ginnastica non può in questo caso far regredire la malattia. Se la condizione è grave, l’unica soluzione è quella chirurgica.

Dr. Paolo Scannavini
pscannavini@gmail.com
Fisioterapista e Kinesiologo

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STENOSI SPINALE: IL RESTRINGIMENTO DEL CANALE MIDOLLARE

stenosi spinale

Il dolore ha un’insorgenza lenta e graduale, visto che la stenosi spinale è solitamente determinata dall’effetto del tempo sull’apparato osseo. I sintomi sono a carattere prossimale

Quando il dolore alla schiena o al collo somiglia più a un bruciore, si ha perdita delle forza, compaiono formicolii agli arti superiori o inferiori in prossimità del tronco e non distalmente (mano o piede) allora NON si soffre di lombalgia, sciatalgia, cervicalgia o cervicobrachialgia! Infatti questo quadro è peculiare di una affezione che si chiama stenosi spinale.

Per stenosi si intende restringimento, quindi il canale dove corrono i nervi diventa più stretto ed i nervi stessi che vi passano ne soffrono. Per alcuni aspetti la sintomatologia derivante è simile a quella di lombosciatalgia e cervicobrachialgia, ma ha delle caratteristiche specifiche.

Anzitutto il dolore ha un’insorgenza lenta e graduale, visto che la stenosi è solitamente determinata dall’effetto del tempo sull’apparato osseo. In secondo luogo i sintomi sono a carattere prossimale, cioè vicino al tronco e non si spingono quasi mai più giù del ginocchio (stenosi lombare) o del gomito (stenosi cervicale).

Poi anche la caratteristica del dolore è leggermente differente, infatti solitamente viene riferito dai pazienti come “urente” (sensazione di bruciore accompagnata a dolore). Infine nei test di flessione del tronco (quando ci si abbassa per raccogliere qualcosa da terra) il dolore diminuisce!

Il trattamento in questo caso è di tipo riabilitativo nella maggior parte dei casi, ma si parla spesso anche di intervento chirurgico quando il restringimento è particolarmente marcato.

La fisioterapia deve aiutare il malato a ricondizionare la posizione scheletrica del tratto interessato, quindi esercizi di stretching e rinforzo dei muscoli della schiena e degli arti inferiori nella stenosi lombare e di schiena, collo ed arti superiori nella stenosi cervicale.

Quindi un paio di esercizi di allungamento per i muscoli degli arti inferiori oggi posso consigliarteli visto che la stenosi lombare è largamente più diffusa di quella cervicale.

1. Siediti a terra con la schiena poggiata ad una parete, distendi le ginocchia sul pavimento, cerca di poggiare il capo alla parete e piano piano fletti la punta dei piedi verso le spalle. Questo piccolo movimento aumenterà, anche di molto, il livello di tensione che percepirai dietro tutti gli arti inferiori. Mantieni questa posizione per 40 secondi.

2. Distenditi con la schiena a terra, fletti le ginocchia e poggia i polpacci sulla seduta di una sedia abbastanza alta. Se non hai sedie di questo tipo puoi mettere tra i polpacci e la sedia qualche cuscino. Cerca di fare in modo che l’osso sacro non poggi a terra e che in questa posizione tu avverta una leggera tensione di allungamento in regione lombare. Rilassati il più possibile ed attendi due/tre minuti.

Dr. Paolo Scannavini
pscannavini@gmail.com
Fisioterapista e Kinesiologo

 

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QUANDO IL DOLORE DEL COLLO ARRIVA ANCHE AL GOMITO: CERVICOBRACHIALGIA

 

lipodistrofia

Tra i sintomi della lipodistrofia c’è la magrezza estrema, e così, spesso, viene scambiata per anoressia: ecco in cosa consiste

Malattia estremamente invalidante e di difficile diagnosi, la lipodistrofia viene spesso scambiata per anoressia data l’eccessiva magrezza di chi ne è affetto.

Eppure, l’appetito, tra chi ne soffre, non manca. Anzi, a volte la fame è incontrollata.

Ma nella lipodistrofia il grasso si accumula dove non dovrebbe. Vale a dire nei muscoli e negli organi interni, più spesso all’interno di cuore e fegato. Con serie ripercussioni negative sulla salute: insulinoresistenza, diabete e ipertriglicliceridemia.

La lipodistrofia, in sostanza, è una malattia rara che comporta la perdita più o meno estesa del tessuto adiposo sottocutaneo.

“Ma la diagnosi – hanno spiegato gli esperti riuniti a Roma – non sempre è facile. E la terapia attuale non ancora risolutiva”.

Tuttavia, ci sono delle buone notizie per chi ne soffre, perché sul fronte delle terapia qualcosa sta cambiando.

In Europa l’Ema ha recentemente dato l’ok per l’immissione in commercio del primo trattamento farmacologico della lipodistrofia. Quest’ultimo era già disponibile negli Stati Uniti e in Giappone.

Dunque, all’Italia, non resta che aspettare l’autorizzazione dell’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) affinché il farmaco sia a tutti gli effetti disponibile per i pazienti.

Il nuovo farmaco è a base di leptina (ricombinante), l’ormone carente in chi soffre di lipodistrofia.

Questa terapia sebbene non faccia ricomparire il tessuto adiposo, consente di tenere a bada l’appetito vorace che caratterizza la patologia. Questo ha degli indubbi benefici a livello epatico e renale.

Finora, invece, la malattia era per lo più gestita con una terapia basata sull’insulina, proprio perché il diabete è una delle prime complicanze della lipodistrofia. Il tutto insieme a malattie cardiache e steatosi epatica.

La lipodistrofia in Italia

Nel nostro paese sono 250 persone, tra adulti e bambini, le persone affette da questa patologia, e spesso sono donne.

Sia per le forme ereditarie che per quelle acquisite, l’entità della perdita del tessuto adiposo può essere parziale o generalizzata (con una carenza quasi completa di grasso).

Secondo Ferruccio Santini, alla guida del Centro per le lipodistrofie di Pisa “a uno sguardo non attento o non esperto la lipodistrofia potrebbe essere scambiata per anoressia. Ma ovviamente nell’anoressia si ha una sofferenza tissutale generalizzata: non se ne va solo il grasso, soffre anche il muscolo e la pelle”. Una differenza fondamentale che non deve essere sottovalutata.

“Per questa ragione è fondamentale – prosegue Santini – aumentare la conoscenza di questa malattia non solo tra i pazienti, ma anche tra i medici, partendo ad esempio dalla condivisione delle informazioni all’interno del registro europeo del Corsorzio europeo delle Lipodistrofie, così da aumentare la casistica disponibile”.

Intanto, da circa un anno è nata l’Associazione italiana lipodistrofie (Ailip) per dare supporto ai pazienti e fornire informazioni utili sui centri italiani specializzati in questo campo.

Allo stato attuale, la patologia è inserita nei Livelli essenziali di assistenza (Lea) come “lipodistrofia totale”, “una dicitura – spiega Andrea Lenzi, Professore di endocrinologia alla Sapienza di Roma e Presidente della Società italiana di endocrinologia – che non racchiude tutte le forme della malattia”.

Il rischio, dunque, è che alcuni pazienti possano beneficiare delle esenzioni e altri no.

Così gli esperti, insieme ad Ailip, hanno rinnovato l’appello di modificare la dicitura attuale con “sindromi lipodistrofiche”, una richiesta già presentata lo scorso anno – ma senza risposta – alla Commissione Nazionale Lea e al Ministero della salute.

 

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italian obesity network

Presentato a Roma il Manifesto promosso dall’ Italian Obesity Network e sottoscritto da 10 tra società scientifiche e Associazioni di pazienti

L’ Italian Obesity Network ha presentato ieri a Roma il proprio manifesto, sottoscritto da 10 tra società scientifiche e Associazioni di pazienti affetti da obesità,

Obiettivo del manifesto dell’ Italian Obesity Network è dire basta allo stigma sociale nei confronti degli obesi.

“Le convenzioni sociali e le rappresentazioni mediatiche dell’obesità rafforzano stereotipi della patologia che alimentano lo stigma del peso e della persona. È fondamentale che i media, le istituzioni, l’opinione pubblica e gli stessi operatori sanitari adeguino il linguaggio e le immagini utilizzati sull’obesità e che ritraggano essa in modo corretto e accurato, trattandola per quello che è una malattia e non un problema estetico”.

È questo l’importante messaggio lanciato per l’Obesity Day 2018, campagna nazionale per la sensibilizzazione e la prevenzione dell’obesità e del sovrappeso promossa tutti gli anni il 10 ottobre dall’Adi, Associazione italiana di Dietetica e nutrizione clinica.

Il manifesto dell’Italian Obesity Network è un documento voluto e sostenuto da dieci società scientifiche del settore.

L’obiettivo è quello di porre all’attenzione delle istituzioni le azioni da intraprendere per affrontare la patologia e combattere lo stigma sociale dell’obesità.

Nel nostro Paese, è sovrappeso oltre 1 persona su 3 (36%, con preponderanza maschile. Si tratta del 45,5% rispetto al 26,8% nelle donne).

Secondo Giuseppe Fatati, presidente Fondazione Adi e IoNet, “L’obesità è una patologia epidemica da affrontare in maniera integrata. Gli interventi di prevenzione, finora adottati, si sono dimostrati inefficaci perché basati sul paradigma della responsabilità personale, ovvero il soggetto ingrassa perché non rispetta le regole”.

Questo stigma sociale è molto duro da abbattere. In sostanza, si pensa che l’obeso sia così perché non sa darsi una misura.

“Al contrario – prosegue Fatati – l’obesità è una condizione complessa che deriva dall’interazione di fattori genetici, psicologici e ambientali. Da qui la volontà di unirsi in maniera sinergica al monito lanciato dalla campagna mondiale del World Obesity Day che dice stop allo stigma del peso, alla colpevolizzazione, al bullismo e alle discriminazioni sociali.”

Voluto dall’ Italian Obesity Network e sottoscritto dalle società Amici Obesi Onlus, Adi, Milano Obesity Declaration, Siedp, Simg, Ibdo Foundation, Forisie, Sio, Iwa il Manifesto individua quattro azioni urgenti per contrastare lo stigma sociale.

Le quattro azioni per ridurre lo stigma nei confronti delle persone con obesità

  1. Abbandonare l’uso di immagini negative e linguaggi inappropriati. Utilizzare il termine persone con obesità e non persone obese. Inoltre, si chiede di evitare gli stereotipi e tenere il focus sulla gravità della malattia soprattutto nelle immagini a scopo informativo e divulgativo.
  2. Combattere le discriminazioni sui luoghi di lavoro e il bullismo nelle scuole. A tal fine, si propone di implementare campagne di informazione che proteggano i dipendenti e gli studenti.
  3. Attuare politiche governative a favore di una migliore disponibilità e accesso a cibo nutriente riducendo la commercializzazione di opzioni meno sane. Introdurre protocolli di pianificazione che migliorino gli ambienti urbani. Assicurare la pedonabilità e l’uso di spazi verdi che favoriscano la attività motoria . Garantire il pieno accesso alle cure e ai trattamenti medici.
  4. Instaurare una relazione positiva, realistica e solidale tra medico e paziente. Migliorare l’efficacia delle cure anche attraverso l’uso di un linguaggio appropriato come “alto BMI” e “peso” preferibili a parole come “obeso” e “sovrappeso”. Anteporre la malattia al paziente, usando espressioni come “hai l’obesità” al posto di “sei obeso”.

Il documento verrà consegnato nelle prossime settimane all’attenzione delle commissioni ministeriali, regionali e alle aziende ospedaliere di tutto il territorio nazionale.

Intanto, domani, 10 ottobre, in occasione della consueta “giornata per il paziente” i 120 centri di dietetica Adi in tutta Italia e oltre 500 specialisti saranno a disposizione per colloqui gratuiti di informazione, consulenze nutrizionali e valutazioni del grado di sovrappeso.

 

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giornata mondiale della vista

L’iniziativa della Soi in occasione della giornata mondiale della vista, prevede visite specialistiche gratuite per chi non è mai stato dall’oculista

Come ogni secondo giovedì di ottobre, sta per tornare la Giornata Mondiale della Vista, che come sempre ha lo scopo di informare l’opinione pubblica sull’importanza e il valore della vista durante tutta la nostra vita.

Per celebrarla, l’11 ottobre, la Società Oftalmologica Italiana ha deciso di organizzare insieme alla Fondazione Insieme per la Vista e a Iapb Italia una campagna di informazione capillare.

Inoltre, sono previste circa 30 mila visite gratuite in tutta Italia.

Ogni Medico Oculista metterà a disposizione di chi non si è mai sottoposto a una visita medica oculistica 5 visite gratuite.

Secondo Matteo Piovella, Presidente della Società Oftalmologica Italiana, “La vista è un bene prezioso da cui dipende l’83% del nostro modo di percepire il mondo e, quando affermiamo che la vista ti salva la vita, abbiamo la necessità di spiegare e condividere questi semplici concetti con tutti i cittadini”.

Il concept della campagna di quest’anno della giornata mondiale della vista è quello di avvicinarsi a chi non si è mai sottoposto a una visita specialistica oculistica.

“L’unica – spiega Piovella – in grado di diagnosticare e curare i difetti e le malattie degli occhi”.

“Vi sono malattie, quali glaucoma, cataratta e degenerazione maculare che devono essere curate perfettamente per non portare alla cecità – prosegue il presidente Soi – è per noi molto importante diffondere presso i cittadini il concetto che sottoporsi a una visita medica specialistica oculistica ‘Ti salva la Vita’”.

Basti pensare al glaucoma, malattia insidiosissima, che agisce in modo subdolo causando danni visivi a molti pazienti inconsapevoli.

E ancora, la maculopatia, patologia che “causa una grave riduzione della vista, che interessa principalmente le persone sopra i 70 anni di età, con una maggiore incidenza nelle donne”, spiega Piovella. Per non parlare del fatto che molti, ancora oggi, si stupiscono che si possa perdere gradualmente la vista a causa di malattie.

“È doveroso – prosegue Piovella – ricordare che disporre di una buona vista è straordinariamente importante per i più piccoli e che è un loro diritto poter usufruire delle cure migliori attuate dai Medici Oculisti con la possibilità di utilizzare le apparecchiature più innovative”.

“Sono convinto – conclude il Presidente Soi – che questa necessaria campagna permetterà a molte persone di curarsi meglio per poter continuare a vedere bene”.

 

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cervicobrachialgia

Nel quarto articolo dedicato alla schiena parlerò di cervicobrachialgia, ovvero quando l’ernia del disco o la protrusione si trovano nel tratto cervicale della colonna vertebrale.

Con l’intensivo utilizzo di pc, tablet e smartphone, siamo sempre più tempo con il capo chino. Questa postura determina un particolarissimo quanto dannoso atteggiamento del rachide cervicale. Quando guardiamo il telefono che teniamo fra le mani, magari per aggiornare lo stato sui nostri social, in realtà la fisiologica lordosi cervicale tende ad appianarsi. E fino a qui non ci sarebbero grandi problemi poiché essa è progettata per fare anche questo. Il fatto è che magari dopo aver aggiornato i social, leggiamo qualche curiosità dal web, poi rispondiamo ad un amico, poi ancora vediamo un video e, perché no, curiosiamo in instagram e… il tempo passa più o meno velocemente. Giornalmente si stima che trascorriamo circa un paio di ore in questa posizione. Ma poi ne trascorriamo altrettante per osservare il cielo e le nuvole?! Ovviamente no.

Questo sbilanciamento dei movimenti e delle posture, porta ad un disequilibrio articolare che a lungo termine arreca dei danni. Muscoli e legamenti infatti da un lato tendono a fare troppo allungamento e dall’altro si irrigidiscono. Biomeccanicamente l’ammortizzazione del disco intervertebrale non è più uniforme e questo nel tempo, si sfianca generando protrusioni ed ernie come accade per il tratto lombare.

La differenza tra un’ernia lombare e una cervicale è però sostanziale. Se il meccanismo di genesi è lo stesso, differenti sono gli spazi interessati. Infatti a livello lombare abbiamo ampi spazi e scarso materiale nervoso, mentre a livello cervicale i passaggi sono più angusti ed i nervi presenti molti di più. Ecco quindi che una minima protrusione a livello cervicale può arrecare intenso dolore a spalla, gomito, avambraccio e mani.

La sindrome dolorosa è tipica: formicolii, perdita di forza, dolore che varia al variare della posizione del capo, mani che spesso si addormentano la notte.

Il collo non fa quasi mai male, ma i continui “attacchi di cervicale”, susseguitisi nel tempo sono il motivo per cui verso i 45/50 anni molti di noi possono soffrire di cervicobrachialgia.

Cosa fare? Qui il consiglio è di recarsi immediatamente dal medico, di medicina generale e poi dal neurologo. Il trattamento precoce è fondamentale e la fisioterapia non può essere svincolata dal trattamento farmacologico. Massima delicatezza e terapia manuale di de-coattazione. Pompage, stretching cauto e rieducazione al movimento cervicale sono un must, in aggiunta tecar, laser ed elettroporazione.

Per quanto riguarda gli esercizi è difficile consigliarne alcuni poiché, come nel caso del rachide lombare, anche la colonna cervicale è molto complessa quindi ognuno di noi abbisogna di esercizi differenti. Diciamo che delicati e cauti movimenti del capo come se si volesse annuire o negare (fare cenno di Sì e di No con la testa) non fanno male anzi aiutano a comprendere meglio i reali limiti di movimento.

Dr. Paolo Scannavini

pscannavini@gmail.com

Fisioterapista e Kinesiologo

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COLPO DELLA STREGA: SINTOMATOLOGIA E CURA DI UN DISTURBO MOLTO DIFFUSO

Colpo della strega: sintomatologia e cura di un disturbo molto diffuso

Disturbo della schiena tra i più diffusi, il cosiddetto colpo della strega può essere davvero invalidante. Ecco cosa lo origina e come procedere se ne veniamo colpiti

Oggi ti racconto la favola del “colpo della strega”: in una notte buia e tempestosa, si intrufolò in casa tua una vecchia megera che colpendoti fortissimo dietro la schiena con il manico della sua scopa ti impedì di alzarti dal letto all’indomani mattina!

Dunque, se le streghe esistano e vadano a picchiar le persone non ne ho idea, ma indubbiamente il non riuscirsi ad alzare dal letto per il forte dolore alla schiena come dopo una bastonata è una sensazione nota a molti.

Con il nome di colpo della strega, oggi curiosamente poco in voga, si intende una fortissima contrattura muscolare a carico dei muscoli quadrati dei lombi. La lombalgia non è il colpo della strega. Infatti se il disturbo più comune del dolore nella zona lombare ci consente comunque di muoverci un poco e dopo circa quaranta minuti di movimenti lenti e cauti di muoverci abbastanza bene, il colpo della strega non perdona. Il dolore è talmente forte che si è costretti a letto, è qualsiasi movimento, persino andare in bagno, è praticamente impossibile.

È come se i muscoli della schiena avessero i crampi. Questo accade perché magari essi sono deboli o particolarmente “freddi” (nel senso che sono stati immobili per troppo tempo ed il loro tono basale è troppo basso per affrontare anche il più semplice dei movimenti) e di punto in bianco li vai a muovere come se non ci fosse un domani.

Un esempio che faccio sempre è quello del motore dell’auto. Immagina che i tuoi muscoli siano il motore nuovo di un’ auto di media cilindrata. Ora immagina che appena assemblato questo motore venga montato su una Ferrari da formula 1 e che in un attimo venga acceso è portato alla massima potenza: il risultato è che l’auto nemmeno si muove poiché il motore si blocca immediatamente.

Questo blocco nei nostri muscoli non arreca danni ma immenso dolore e visto che i muscoli risentono di qualsiasi movimento, capirai bene perché tutti i piccoli spostamenti che si provano ad eseguire siano dolorosi.

Quindi come procedere?

Anzitutto assumere la posizione fetale. Infatti è l’unico modo che si ha di limitare il dolore.

Poi immediatamente è bene apporre la borsa dell’acqua calda sulla regione interessata. L’obiettivo è quello di far affluire più sangue possibile ai muscoli contratti. Poi la fisioterapia e la medicina. Spesso i medici prescrivono antidolorifici e miorilassanti in compresse o in intramuscolo.

Per quanto concerne invece la fisioterapia abbiamo a disposizione la Tecar con elettroporazione e la Deep Oscillation. Questi due macchinari riescono a sbloccare la stasi sanguigna muscolare e ad accelerare il drenaggio linfatico. Questi due aspetti infatti sono fondamentali per garantire l’eliminazione di tutti quei sottoprodotti chimici derivati dalla forte contrattura muscolare che altrimenti farebbero perdurare lo stato di blocco e dolore per un tempo più lungo.

Dr. Paolo Scannavini
pscannavini@gmail.com

Fisioterapista e Kinesiologo

 

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