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L’Ordine dei medici del capoluogo piemontese replica alle affermazioni del Ministro della Salute che aveva accusato i medici dipendenti che svolgono la libera professione intraospedaliera di essere la causa delle lunghe liste d’attesa

La Ministra della salute “ha accusato i medici dipendenti che svolgono la libera professione intraospedaliera di essere la causa delle lunghe liste d’attesa” facendosi “portavoce della rabbia popolare”. Affermazioni che hanno scatenato le reazioni dell’associazionismo medico.  L’Ordine dei medici di Torino, in particolare, si dice “sinceramente preoccupato” per le affermazioni del Ministro. Grillo, nello specifico, avrebbe parlato “come persona che ignora la realtà dei fatti”.

“La prima, tra le diverse cause delle liste d’attesa – si legge in una nota dell’OMCeO del capoluogo piemontese –   è il blocco delle assunzioni dei medici”. “Ed è noto a tutti che  non vi è alcuna correlazione con la libera professione intramoenia,  poiché esercitata dai colleghi nel proprio tempo libero”.

“Come verranno garantiti i servizi e come si abbatteranno le attese se, per esempio, per il sovrapporsi di gobba pensionistica ed adesione all’ opzione Quota 100,  fra qualche mese usciranno  dal SSN  oltre 7000 medici, 630 solo in Piemonte?”

“Da anni – sottolineano i  camici bianchi torinesi rivolgendosi al Ministro – quei medici, da lei ingiustamente accusati di essere responsabili delle liste, regalano al SSN migliaia e migliaia di ore di straordinario, ore mai retribuite, ore che contribuiscono a contenere le liste di attesa. Da anni quei medici che lei accusa di alimentare le liste di attesa lavorano in carenza di organico, in condizioni organizzative disagiate, in ospedali fatiscenti, sono la categoria con meno assenze dal lavoro, sempre presenti, 365 giorni l’anno, giorno e notte. E con il contratto non rinnovato da ben 10 anni”.

“Ci aspettiamo che la Ministra della salute rettifichi le gravi inesattezze, e, al pari di quel che i medici quotidianamente fanno svolga il suo lavoro con impegno, competenza, attenzione alla relazione con i colleghi e i cittadini, per rispondere al meglio ai bisogni di salute della popolazione. Tutto conta: astenersi da affermazioni infondate – conclude l’OMCeO – sarebbe già un buon inizio e informarsi correttamente è un requisito irrinunciabile per svolgere l’importante compito cui è chiamata e un dovere verso quanti si prodigano per mantenere efficiente il SSN”.

 

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abilitazione alla professione medica

Anaao Giovani: ritardo inaccettabile nell’attivazione dell’iter burocratico per intraprendere tirocini professionalizzanti e prova scritta per l’esame di stato di abilitazione alla professione medica

Anaao Giovani contesta il vuoto normativo in cui oggi si trovano i medici che si sono laureati a dicembre 2018 e a marzo 2019. L’Associazione ne imputa la responsabilità al Governo che non ha ancora emesso l’ordinanza ministeriale necessaria ad attivare l’iter burocratico per intraprendere sia i tirocini professionalizzanti che la prova scritta per l’esame di stato di abilitazione alla professione medica.

La causa di questo ritardo – spiegano i giovani medici – è il cosiddetto decreto Fedeli (58/2018), che regolamenta le nuove modalità di svolgimento degli esami di stato di abilitazione all’esercizio della professione medico-chirurgica.

“Contrariamente al suo obiettivo principale, e cioè di abbreviare i tempi morti esistenti tra la laurea e il post-lauream, per accelerare l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani medici, il DM 58/18 non ha istituito una laurea “veramente abilitante”, bensì ha anticipato il tirocinio formativo post-lauream agli ultimi due anni del corso di studi mantenendo comunque una prova d’esame scritta a risposta multipla con data-base delle domande non noto (al contrario di ciò che avveniva con l’esame di stato fino ad ora in vigore) da sostenere una volta conclusi i 3 mesi previsti di tirocinio formativo”.

Per evitare che l’applicazione delle nuove regole creassero disparità a seconda della sessione di laurea, i sindacati e le associazioni di categoria hanno chiesto e ottenuto una proroga dell’attuazione del decreto all’anno accademico 2021, in maniera tale da poter valutare l’opportunità di modificare il decreto Fedeli.

“Tuttavia –sottolinea Anaao Giovani – questi sforzi risultano vani se non viene emessa tempestivamente l’ordinanza ministeriale necessaria ad attivare l’iter burocratico per l’anno accademico 2018/2019. Infatti non è mai accaduto un ritardo di questa portata nell’emanazione dell’ordinanza ministeriale, che è sempre stata emessa entro i primi giorni di marzo dell’anno accademico corrispondente, in maniera tale da garantire l’iscrizione all’esame di stato entro e non oltre la fine marzo, con inizio dei tirocini professionalizzanti ai primi di aprile e svolgimento delle prove scritte dell’esame di stato nella seconda o terza settimana di luglio”.

Un ritardo così marcato potrebbe compromettere la possibilità dei giovani medici di abilitarsi in tempi utili, ovvero entro il termine fissato per l’inizio delle attività` didattiche delle scuole di specializzazione e della formazione in medicina generale, perdendo pertanto la possibilità di immatricolarsi nei percorsi di formazione post-lauream che dovrebbero avere inizio a novembre 2019.

“Nel momento in cui si continua a discutere dell’opportunità di modificare le modalità di accesso alla facoltà di medicina, con risultati che si vedranno tra molti anni, coloro che si sono laureati negli ultimi 3 mesi – evidenzia l’organizzazione – non sanno ancora se tra pochi mesi potranno svolgere la professione di medico per la quale hanno già conseguito la laurea”.

Anaao Giovani rivolge quindi un appello a tutte forze politiche affinché si facciano carico di questa gravissima situazione. “È venuto il momento di dare certezze ai giovani neolaureati. Non sono tollerabili ulteriori ritardi.  Chiediamo con forza che al più presto venga modificato il decreto Fedeli ed emessa l’ordinanza che permetta l’espletamento dell’esame di stato. È il momento di mettere un punto fermo su questa vicenda. Attendiamo fiduciosi una risposta”.

 

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acn per la medicina generale

SMI: la SISAC vuol fare saltare il banco sul rinnovo dell’ACN per la medicina generale? Intervenga il Ministro della Salute Giulia Grillo

Due settimane fa la prima riunione interlocutoria  per la ripresa delle trattative per il rinnovo dell’ACN per la medicina generale. Una riapertura accolta positivamente dalle organizzazioni sindacali, in particolare dallo SMI, Sindacato Medici Italiani, che si era detta disponibile a rivalutare attentamente” i contenuti della trattativa e le proposte” della Struttura Interregionale Sanitari Convenzionati. L’obiettivo? Far recuperare ai medici il gap salariale di questi anni, nonché garantire il miglioramento economico e la creazione di adeguate condizioni di tutela.

Nel corso della seconda riunione, svoltasi ieri, tuttavia, sono emersi subito i principali nodi della discussione, con specifico riferimento alle risorse disponibili.

Alla fine – si legge in una nota dello SMI –  la trattativa è stata sospesa in base alle indicazioni delle organizzazioni sindacali presenti.

Per il Sindacato Medici Italiani erano presenti il vice segretario nazionale vicario, Luigi De Lucia, il Responsabile Area Convenzionata, Enzo Scafuro e il responsabile Assistenza Primaria, Gian Massimo Gioria.

“Vi è stato il tentativo di mortificare economicamente la classe medica non essendo stato chiarito quanto sia il riparto delle risorse nazionali e regionali messe a disposizione per la stipula dell’accordo. La SISAC – evidenzia il sindacato – sta portando avanti il progetto del regionalismo differenziato, così come voluto dalle regioni Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna”. Ciò “a scapito della medicina generale, non chiarendo quali siano gli stanziamenti per gli accordi regionali”.

Lo SMI chiede quindi l’intervento del ministro della Salute, Giulia Grillo, perché sommando le questioni inerenti la carenza dei medici, quella dei prepensionamenti a questo pessimo accordo collettivo nazionale per i MMG, si correrà il rischio di assestare un colpo mortale all’assistenza primaria nel nostro Paese.

 

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incontro in aran

Delusione da parte dei sindacati per il sostanziale nulla di fatto che ha caratterizzato l’incontro in ARAN che avrebbe dovuto riaprire la trattativa per il rinnovo del CCNL 2016-2018

Nessun esito dall’incontro in ARAN svoltosi ieri che avrebbe dovuto riaprire la trattativa per il rinnovo del CCNL 2016-2018. “Ancora nessuna risposta, nessuna rassicurazione, in compenso tanti punti interrogativi” si legge in una nota dell’AAROI EMAC. “La controparte, in sostanza – evidenzia l’associazione degli anestesisti rianimatori – si è presentata senza alcuna proposta rispetto alle ormai note richieste dei Sindacati della Dirigenza Medica, Veterinaria e Sanitaria. In particolare, nessuna certezza è stata data sull’entità dell’incremento salariale e sulla data di partenza dello stesso che per i Sindacati dovrebbe essere il primo gennaio 2018, né tanto meno si intravedono spiragli per la RIA.

“Le nostre perplessità della vigilia sono state purtroppo confermate – afferma il presidente Alessandro Vergallo –. Ci troviamo in una situazione di stallo non molto migliorata rispetto a quella dello scorso anno, con l’aggravante che – a dire della controparte – non sarebbe possibile un rinnovo contrattuale limitato principalmente alla parte economica, come auspicato dall’AAROI-EMAC. A questa punto la strada si presenta ancora più in salita, con il forte rischio di dover riprendere la protesta. Al momento è stato fissato, in attesa della convocazione ufficiale, un prossimo appuntamento per il 21 Marzo. Abbiamo chiesto che in quella occasione venga indicata l’entità precisa delle risorse economiche per il triennio, pregiudiziale per proseguire la discussione sulla parte normativa. L’ARAN si è impegnata in tal senso. Crediamo che, quindi, il prossimo giovedì sia una giornata cardine”.

Sconcerto e perplessità sono stati espressi anche dal Fassid.

“Ancora nessuna proposta – sottolinea il Coordinatore Corrado Bibbolino – solo una nuova convocazione per il 21 marzo.  Abbiamo chiesto come gli altri certezza sulla parte economica, trattativa serrata sulla normativa e soprattutto reale difesa del SSN. L’impressione è che ci sia chi a parole esalta il SSN e nei fatti lo smantella. Senza distinzioni politiche”.

Delusione anche da parte del Sindacato Medici Italiani. “Siamo rimasti di stucco” afferma il Vice Segretario Generale Fabiola Fini. “Basta con i rinvii. Vorremmo sapere con certezza quali siano le risorse che il Governo destina per dirigenti sanitari”.

“Ormai – prosegue la rappresentante dello SMI – permane da più di 9 anni il blocco dei contratti e non ha più senso parlare di norme contrattuali senza conoscere la reale entità delle risorse economiche disponibili che puntano ad una rivalutazione dell’indennità di esclusività di rapporto e inserimento della stessa tra le voci dello stipendio tabellare e alla restituzione della RIA (retribuzione individuale di anzianità) ai fondi contrattuali”.

 

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albi dei periti

Mandelli (FOFI): l’istituzione di un’apposita sezione negli Albi dei periti e dei consulenti è un passo importante sia per la società sia per i farmacisti stessi

Una sezione riservata ai farmacisti negli Albi dei periti e dei consulenti tecnici dei tribunali. La novità è il frutto di un accordo sottoscritto da Consiglio  Superiore della Magistratura, Consiglio Nazionale Forense e Federazione degli Ordini dei Farmacisti Italiani.

“La Legge 24/2017 – spiega il presidente della FOFI, Andrea Mandelli – stabilisce che negli albi devono essere presenti esperti, accanto a quelli dell’area medico-legale, delle discipline specialistiche di tutte le professioni sanitarie”.

“Vista la rilevanza che la farmacologia, il farmaco e gli altri aspetti che ricadono nella competenza del farmacista, hanno assunto in tantissimi aspetti della vita del cittadino, l’istituzione di un’apposita sezione negli Albi circondariali, e l’armonizzazione dei criteri con cui viene compilata, è un passo importante sia per la società sia per i farmacisti stessi”.

La collaborazione con il  CSM e il Consiglio Nazionale Forense apre un ulteriore campo di attività per i professionisti e nuove occasioni di lavoro.

Per l’inserimento negli Albi si richiedono il possesso della laurea magistrale in Farmacia o CTF, un periodo minimo di esercizio della professione non inferiore ai 10 anni dall’abilitazione oppure di almeno 5 anni dal conseguimento del titolo di specializzazione. Un ulteriore requisito è rappresentato dall’assenza, negli ultimi 5 anni, di sospensione disciplinare e di qualsiasi procedimento disciplinare in corso. Completa il quadro  il regolare adempimento degli obblighi formativi ECM.

Accanto a questi criteri primari, l’accordo prevede alcuni elementi di valutazione secondari. Tra questi: un adeguato curriculum professionale e formativo post-universitario, indicante sia i corsi di livello universitario o assimilato, sia i corsi ECM, ed eventuali attività di docenza; eventuali attività di ricerca e pubblicazioni, oltre all’iscrizione a società scientifiche. E ancora: riconoscimenti accademici o professionali e l’eventuale possesso dell’abilitazione allo svolgimento di attività di mediazione o di certificazioni della conoscenza del processo telematico.

Le aree professionali previste sono: farmacia territoriale; farmacia ospedaliera; servizi farmaceutici; legislazione e tecnica farmaceutica; farmacologia; analisi quali-quantitativa medicinali e prodotti della salute; galenica; cosmetologia; area nutraceutica e nutrizionale; dispositivi medici; area gestionale ed organizzativa dell’esercizio farmaceutico.

La Federazione provvederà ora a promuovere l’adesione degli Ordini provinciali ai protocolli locali e la loro collaborazione alla stesura dei protocolli stessi nei circondari in cui non sono ancora stati istituiti e parteciperà al tavolo tecnico incaricato del monitoraggio.

 

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contratto

Palermo: la riapertura del tavolo per il rinnovo del contratto 2016/2018 comporta per le parti l’assunzione di una grande responsabilità

“La riapertura del tavolo contrattuale all’Aran per il CCNL 2016/2018 dell’Area della dirigenza medica, veterinaria e sanitaria comporta per le parti l’assunzione di una grande responsabilità che attiene il futuro stesso del SSN”. Ad affermarlo è Carlo Palermo, Segretario Nazionale Anaao Assomed, in vista del 13 marzo, data di ripartenza della trattativa sul contratto.

“La crisi finanziaria del 2008 e 10 anni di blocco contrattuale – aggiunge – hanno inciso profondamente sul tessuto operativo dei servizi sanitari, lì dove si incontrano offerte prestazionali, capacità professionali ed esigenze dei cittadini. Il blocco del turnover, applicato in modo manifesto nelle Regioni sottoposte a piani di rientro e sottotraccia nelle altre, ha determinato un pesante degrado delle condizioni di lavoro”.

“Al momento mancano circa 10.000 tra medici e dirigenti sanitari e ciò si riflette nelle difficoltà crescenti che gli utenti affrontano per accedere alle cure. Oramai siamo alla limitazione di un diritto costituzionalmente tutelato”.

“Il blocco decennale – sottolinea ancora Palermo – ha funzionato come una sorta di dumping contrattuale con stipendi erosi dai tassi inflattivi, il disagio derivante da condizioni di lavoro in inesorabile peggioramento, remunerato con indennità vergognose, e le possibilità di carriera professionale di fatto abolita. I giovani professionisti sono, oramai, attratti maggiormente da offerte di stipendi che sono il doppio di quelli percepiti in Italia nel settore pubblico avanzate dai paesi europei alla ricerca spasmodica di laureati e specialisti medici per compensare la carenza che si prospetta nelle loro strutture sanitarie. Lo stesso lavoro come dipendente del SSN è messo in crisi da vantaggi fiscali come la flat tax, prevista al 15% per i redditi da lavoro libero professionale fino a 65.000€, che rende più conveniente il rapporto non esclusivo o totalmente privato”.

“Si tratta – conclude il rappresentante sindacale – di invertire questa deriva utilizzando al meglio il formidabile strumento contrattuale, per vincere la sfida più dura che consiste nel migliorare le condizioni di lavoro. Per fare questo è necessario comprendere fino in fondo la fase storica che stiamo vivendo, analizzarne i contenuti e mettere in campo soluzioni che raggiungano l’obiettivo di restituire valore, anche economico, al lavoro professionale e vedano nella sicurezza delle cure un obbligo deontologico e nelle condizioni di esercizio della professione un elemento di dignità professionale”.

 

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quota 100

Mangiacavalli: chi esce dalla professione attiva per ‘Quota 100’ deve essere subito rimpiazzato

Con quota 100 il servizio pubblico potrebbe perdere di colpo oltre 22.000 infermieri, mentre almeno 75.000 rientrerebbero nei parametri per accelerare il pensionamento. A lanciare l’allarme è la Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche. Il dato, calcolato in base agli anni di anzianità lavorativa e all’età anagrafica degli infermieri dipendenti del Ssn, è stato elaborato dal Centro studi FNOPI ed è riferito alla situazione a fine 2018.

“Chi esce dalla professione attiva per ‘Quota 100’ – dichiara Barbara Mangiacavalli, presidente FNOPI – deve essere subito rimpiazzato, al di là dell’economia e della politica. Anche il blocco del turn over va ovviamente superato e le carenze gravissime attuali devono essere coperte, ma è assolutamente impensabile indebolire a questo punto i servizi e farlo per di più a maggior danno proprio del territorio, dove personale e servizi sono più scarsi e gli assistiti sono più fragili perché caratterizzati da forme di cronicità, età il più delle volte avanzata e spesso non autosufficienza.  Il nostro allarme indicava già che seguendo il trend attuale di turn over e di fabbisogno di professionisti, si sarebbe raggiunta nel 2021 una carenza di quasi 64mila unità, oggi di 51-53mila infermieri.  Ma ora la situazione è in picchiata e i quasi 75mila infermieri che verrebbero a mancare – 22mila da subito – rappresentano un pericolo reale e immediato per assistenza, servizi e soprattutto pazienti: il sistema non funziona senza infermieri e con 76mila in meno è al collasso annunciato”.

“Il rapporto numerico infermieri pazienti era già ai limiti del rischio prima di ‘quota 100’ – spiega Tonino Aceti, portavoce FNOPI – ma ora con questa ulteriore emorragia di professionisti la situazione si aggrava”.

“Se studi internazionali, Oms e Ocse hanno spiegato ampiamente che riducendo il numero di pazienti assistiti da un infermiere (il numero ideale per abbattere la mortalità del 20% sarebbe 1:6) l’assistenza migliora la sua qualità e si riduce il rischio, ora con la fuoriuscita di oltre 20mila infermieri i numeri salgono. In alcune Regioni, quelle più colpite dai piani di rientro e quindi dal blocco del turn over, il rapporto sale alle stelle: in Campania ad esempio, se con la carenza di oltre 50mila infermieri il rapporto era già 1:17, ora si rischia di sfiorare l’1:19-20. Inoltre, più del 36% delle nuove fuoriuscite dal sistema avverranno nelle Regioni in piano di rientro, già gravemente colpite dal blocco del turn over e il 61% delle nuove carenze è nelle Regioni che dal nuovo sistema di monitoraggio del Livelli essenziali di assistenza risultano inadempienti”.

“Il combinato disposto tra l’attuazione di ‘Quota 100’, il mancato superamento del tetto di spesa per il personale sanitario e il blocco del turnover, rischia di essere la formula perfetta per “mandare in pensione” anche il Servizio sanitario pubblico. Se non si adotteranno immediate e profonde contromisure a collassare sempre di più saranno i Livelli essenziali di assistenza già in forte difficoltà e si rafforzeranno le disuguaglianze. Aumenteranno le liste di attesa e le difficoltà di accesso alle cure da parte della popolazione soprattutto delle Regioni in Piano di rientro, aumenterà la conseguente necessità di ricorrere al privato magari utilizzando le risorse derivanti dal reddito di cittadinanza, per chi lo prenderà. Ora servono senso di responsabilità e azioni concrete per far fronte all’emorragia di personale che si realizzerà nel nostro Ssn”.

‘Quota 100’ da fine 2018 è stata teoricamente raggiunta da  75.000 infermieri, il 28% di quelli dipendenti dal Ssn (ma nei prossimi anni senza sblocchi del turn over la cifra è destinata drasticamente a salire ben oltre le 100mila unità e in un triennio si potrebbe superare quota 130mila), sia perché la professione infermieristica inizia presto (la laurea abilitante è quella triennale) e quindi si cumulano più anni di servizio, sia perché i blocchi del turn over ormai decennali hanno innalzato l’età della categoria che tra i dipendenti raggiunge una media di 53 anni, con punte fino a 55,9 in Campania, dove il blocco del turn over è più duro per ragioni economiche, e situazioni più leggere in Trentino Alto Adige con la media di età Ssn di 49,4 anni (le Regioni a statuto speciale non sono sottoposte ai vincoli del blocco del turn over).

Ovviamente – sottolinea la FNOPI – non tutti opteranno per “Quota 100”: si può considerare che data la lunga permanenza in servizio e gli stipendi mediamente non alti (nel Ssn sono in media di 31-32mila euro/anno), circa il 30% medio di chi possiede i requisiti scelga questa possibilità. Si tratta quindi di 22.360 infermieri che potrebbero a breve – da subito: in un solo anno – abbandonare il servizio con un danno fortissimo per l’assistenza, aggiungendosi ai circa 11.500 che hanno raggiunto il limite di età per la pensione.

Oltre a sommarsi alla carenza ormai appurata di professionisti infermieri calcolata tra 51-53mila unità, portando il totale a circa 75 mila unità (senza contare i pensionandi naturali che sarebbero comunque stati presenti), gli infermieri maggiormente interessati da “Quota 100” sono evidentemente quelli con età lavorative maggiori e, quindi, con maggiore esperienza e sono ancora quelli che le aziende inviano di preferenza sul territorio per mantenere ad alti livelli il rapporto diretto umano e clinico con il paziente, per un’assistenza domiciliare già scarsa di per se, ma che ora rischia una crisi irreversibile.

 

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test di ingresso a medicina

Il presidente della Federazione interviene sulla proposta di legge che prevede l’eliminazione del test di ingresso a medicina spostando lo sbarramento alla fine del primo anno

“Lo abbiamo detto, lo ripetiamo: l’unica riforma che vogliamo è quella per cui a ogni laurea in medicina corrisponda una specializzazione”. Solo così, secondo la FNOMCeO, sarà possibile  azzerare l’imbuto formativo, che oggi imprigiona quindicimila medici. Eliminare il test di ingresso spostando lo sbarramento alla fine del primo anno è una misura che rischia di illudere i giovani, facendo loro perdere anni di vita e di studio. Così come l’aumento degli accessi del 20%, senza l’aumento proporzionale delle borse.

“Noi non vogliamo illudere i giovani! Noi vogliamo assicurare ai nostri giovani un futuro, non una laurea, un pezzo di carta!”.

Ad affermarlo è il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e degli Odontoiatri, Filippo Anelli, in relazione all’ipotesi di una prossima riforma del corso di studi in Medicina, basata sulla proposta di Legge a prima firma D’Uva, che vedrebbe l’abolizione del test d’ingresso, l’istituzione di un primo anno comune a diverse facoltà e uno sbarramento alla fine del primo anno, con l’ampliamento del 20% dei posti.

“È vero, il test va cambiato – continua Anelli – ma la soluzione non è procrastinare lo sbarramento”.

“La soluzione è stilare programmi sui quali far preparare i ragazzi”. Ciò “anche allargando a tutte le scuole secondarie il modello di Biomedicina che la FNOMCeO e il Miur stanno portando avanti da anni”.

“Nessuna misura, tuttavia, sarà mai risolutiva – spiega ancora Anelli – se prima non azzeriamo l’imbuto formativo, che ancora oggi vede quindicimila colleghi imprigionati da anni in un limbo fatto di disoccupazione, inoccupazione, sottoccupazione. Non è certo aumentando l’imboccatura dell’imbuto, il numero di laureati, che si risolve il problema”.

“La soluzione è allargare l’uscita, moltiplicando il numero delle borse per la formazione post lauream”.

Come? Mantenendo il numero programmato per l’accesso a Medicina, conservando per i prossimi dieci anni le duemila borse per il Corso di formazione specifica in Medicina Generale, e raddoppiando i posti per le Scuole di specializzazione. “Tutte misure fattibilissime, secondo la FNOMCeO, che non costerebbero allo Stato più di centocinquanta milioni di euro l’anno, dei quali cinquanta per la Medicina Generale”.

Per Anelli “è  inoltre possibile recuperare risorse tamponando l’emorragia di “borse perse”, dovute all’abbandono del percorso da parte dei vincitori e contrattualizzando gli specializzandi dell’ultimo anno. Non solo: perché non cominciare a responsabilizzare i privati sui finanziamenti della formazione? Già oggi –conclude il presidente della Federazione – gli Enti che lo desiderano possono finanziare borse di specializzazione. Perché non trasformare tale possibilità in una condizione necessaria per poter mantenere le convenzioni con il Servizio sanitario nazionale? Pensiamoci”.

 

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ccnl 2016-2018

AAROI-EMAC disponibile a confronto per il rinnovo del Ccnl 2016-2018. Ma senza apertura sulle richieste “pronti a riprendere la protesta” 

Disponibili al confronto per il rinnovo del CCNL 2016-2018, a patto che dall’altra parte ci sia la stessa disponibilità a concluderlo dignitosamente per la parte economica e senza peggioramenti normativi. L’AAROI-EMAC, a due giorni dall’incontro previsto per mercoledì 13 Marzo tra Sindacati della Dirigenza Medica, Veterinaria e Sanitaria e ARAN, chiarisce così a chiare lettere la propria posizione ancor prima di prender parte al Tavolo.

“Dopo l’abbandono della trattativa politica avvenuto un anno fa, causato in primis da trappole normative varate dai precedenti Governi appositamente per svuotare i fondi contrattuali dei Medici Ospedalieri, che il nuovo Esecutivo non era stato in grado di disarmare, con le Regioni tutt’altro che collaboranti a tal fine, e al termine di un lungo confronto proseguito comunque con riunioni tecniche, l’ARAN dovrebbe ormai avere perfettamente chiari quali siano i punti fermi dei Sindacati della Dirigenza del Pubblico Impiego del SSN – afferma Alessandro Vergallo, Presidente del Sindacato degli Anestesisti Rianimatori e Medici dell’Emergenza –. L’AAROI-EMAC si aspetta, quindi, una riunione concreta, che apra le porte ad un rapido raggiungimento di un accordo sul rinnovo del CCNL 2016-2018, peraltro a triennio abbondantemente scaduto anche stavolta.

Un rinnovo che l’AAROI-EMAC ritiene necessario, obtorto collo, concludere, ma non al prezzo di clausole contrattuali capestro per i Medici che continuano a tenere in piedi gli Ospedali Italiani nonostante tagli di ogni genere e specie iniziati dai precedenti Governi, i quali avevano avviato una gogna popolare dissennata nei loro confronti, additandoli scriteriatamente come una categoria privilegiata. Ma è l’Esecutivo che oggi è al potere ad avere la responsabilità, e l’opportunità, se davvero ha a cuore il Sistema Sanitario Pubblico, di rimediare alle discriminazioni che essi continuano a subire”.

Qualche giorno fa – aggiunge Vergallo – il Capo Politico dei 5 stelle ha rilanciato un articolo del Blog delle Stelle sugli “elogi” (come definiti nel Blog) che i “sindacati europei” (come definiti nel Blog) avrebbero fatto, a quanto parrebbe, alla sua politica “di cittadinanza”, in riferimento all’omonimo reddito, e ha, inoltre, lanciato il “salario minimo” per i lavoratori in Italia.

Orbene, di fronte a tali proclami, – conclude il Presidente AAROI-EMAC – proprio il rinnovo del CCNL dei Medici Ospedalieri (i quali, in particolare quelli rappresentati dall’AAROI-EMAC, hanno il loro salario ridotto ai minimi termini rispetto alle loro delicatissime competenze e responsabilità professionali da oltre 10 anni), ci sembra l’occasione, già dalla prossima riunione in ARAN, per verificare quale sia la considerazione che questo Governo ha del valore del lavoro dei Medici Ospedalieri Italiani e dei Sindacati che li rappresentano. Da tale verifica trarremo le conclusioni per lasciare ancora sospese le nostre proteste, o viceversa per riprenderle”.

 

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carenza medici

Luigi De Lucia (Sindacato Medici Italiani Campania): ci attiveremo per sopperire alla carenza medici individuando i posti mancanti in tutta la regione affinché si possa garantire l’assistenza medica a tutti i cittadini

“Si stanno creando le condizioni in Campania della messa in discussione dell’assistenza primaria per i cittadini campani a  causa dei pensionamenti dei medici di MMG, che si prevede  saranno  2000 unità, che  lasceranno la professione entro il 2022, nella nostra regione”. Così, in una dichiarazione sulla carenza medici in Campani, il segretario regionale dello SMI, Luigi De Lucia.

“I pensionamenti  -aggiunge – non sono coperti da giovani medici perché il sistema formativo, quello delle borse di studio non assicura il ricambio generazionale nella professione medica in  tempi certi. Per queste ragioni lo SMI, a livello nazionale reclama con forza l’istituzione di una scuola di specializzazione per i medici di medicina generale che faccia superare la drammatica carenza di nuovi  medici di famiglia.”

In Campania e a Napoli qualcosa si sta muovendo – sottolinea De Lucia.

L’obiettivo è rispondere ai problemi creati “dal pensionamento di colleghi medici campani”. nell’ASL Napoli 1 Centro un  lavoro di censimento e di possibili soluzioni  è stato svolto nel Comitato aziendale 23.

“Ci attiveremo, adesso, nel Comitato permanente regionale dell’art.ex 24 dell’ ACN – conclude il segretario regionale -,  per individuare i posti mancanti in tutta la regione di medici di medicina generale convenzionati,  affinché si possa garantire l’assistenza medica a tutti i cittadini campani”.

 

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