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Lettera del presidente della Federazione Filippo Anelli ai presidenti di Camera e Senato per sollecitare di colmare il vuoto normativo relativo al problema della sicurezza dei presidi sanitari

“Velocizzazione dell’iter dei provvedimenti legislativi in itinere contro la violenza a danno degli operatori sanitari, al fine di creare dei deterrenti normativi che siano un segnale contro intemperanze sociali, che siano un messaggio alla popolazione in termini di sicurezza dei presidi sanitari e dei luoghi di cura, oltre che un segnale verso l’intera categoria sanitaria che ha subito perdite di validissimi professionisti trucidati sul posto di lavoro, in ambulatori, studi medici, ospedali”. E’ l’auspicio espresso dalla FNOMCeO in due lettere indirizzate al Presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, e a quello della Camera, Roberto Fico.

Sono diversi i progetti di legge in materia, di cui uno di iniziativa governativa, sinora presentati nei due rami del Parlamento. Per il presidente della Federazione dei medici, Filippo Anelli, la violenza contro gli operatori sanitari è “una vera e propria emergenza”.

“Si tratta di un fenomeno – sottolinea – che determina non solo uno stato di disagio nell’esercizio quotidiano della attività sanitaria ma che ha anche un effetto emulativo, frutto di una distorta visione della medicina e delle sue potenzialità di cura”.

“Come FNOMCeO e come Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri territoriali – continua Anelli – abbiamo attivato iniziative di sensibilizzazione della popolazione a livello nazionale e locale per contrastare una visione consumistica della salute in cui il medico viene a perdere il suo tradizionale ruolo di alleato del paziente, per ridursi esclusivamente a una figura tecnica che eroga prestazioni. L’illusione che il progresso scientifico in medicina consenta di superare il concetto di malattia e addirittura di morte, è stata in questi anni fortemente supportata a livello mediatico, inducendo la popolazione a ritenere inaccettabile la non guarigione e addirittura la morte. Si tratta di una distorsione che come professionisti medici e odontoiatri quotidianamente combattiamo, attraverso il massimo impegno posto a tutela della salute, attraverso la presa in carico di pazienti, in ogni condizione essi siano, con una dedizione che spesso supera i confini dello stretto rapporto medico- paziente”.

“È arrivato, però, il momento – esorta il vertice della FNOMCeO – di dare sicurezze e concrete tutele al professionista sanitario nell’esercizio dell’attività varando rapidamente misure di protezione e di contrasto alla violenza esercitata nei loro confronti”. Da qui l’appello ai presidenti di Camera e Senato a colmare “quel vuoto normativo che oggettivamente esiste riguardo a un aberrante fenomeno in continua crescita”.

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decreto calabria

Pronti a promuovere un ricorso alla Corte costituzionale contro la previsione contenuta nel Decreto Calabria del ricorso agli specializzandi in Asl e ospedali per far fronte alla carenza di organici

Oltre 100 docenti tra ordinari e associati dell’Università Federico II di Napoli, direttori di Scuole di specializzazione, presidenti di Scuole di Medicina, di Corsi di Laurea e direttori di Dipartimento universitari delle due università di Napoli sono pronti a firmare un ricorso alla Consulta contro il Decreto Calabria. La mobilitazione è appoggiata anche dalla conferenza dei Rettori e dalle associazioni nazionali dei docenti.

L’oggetto delle doglianze è rappresentato dalla previsione, contenuta nel provvedimento legislativo, del reclutamento in Asl e ospedali di personale medico non ancora specializzato. Una misura che, per i rappresentanti del mondo accademico, presenterebbe vari profili di incostituzionalità.

Tali aspetti sono stati evidenziati in una lettera inviata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al presidente del Consiglio, ai presidenti dei due rami del parlamento, ai capigruppo di Camera e Senato e al presidente dei Rettori universitari italiani (Crui).

In particolare i firmatari del documento lamentano, in relazione al conferimento di incarichi dirigenziali presso aziende ed enti del servizio sanitario nazionale, una irragionevole disparità di trattamento e una palese violazione del principio di uguaglianza tra i medici in formazione specialistica e i medici già in possesso del titolo di specializzazione.

La suddetta equiparazione, inoltre, sarebbe idonea a compromettere la qualità delle prestazioni sanitarie erogate e, dunque, di incidere sui livelli essenziali di assistenza che devono essere garantiti in maniera uniforme sul territorio. 

Fermo quanto sopra rappresentato, infine, il decreto legge n. 35/2019, sarebbe stato adottato in assenza dei presupposti legittimanti la decretazione d’urgenza di cui all’art. 77 della Costituzione.

“Le carenze di Organico delle Strutture Sanitarie – scrivono i docenti nella lettera – possono essere affrontate attraverso 3 possibili strade: rispetto e qualificazione delle rete formativa, con invio obbligatorio degli specializzandi dell’ultimo anno, quindi già quasi formati, presso le Strutture Sanitarie con carenze di organico, con un elenco di priorità stilato dalle Regioni e con percorso formativo finale diretto e garantito dai Direttori delle Scuole e Tutor qualificati presso le strutture di destinazione; prevedere contratti di collaborazione con medici neolaureati; aumentare il numero delle borse (e quindi appostare risorse economiche), investendo sulle specialità a maggiore criticità di organico”.

Per Maria Triassi, direttore di dipartimento e tra i primi firmatari del documento, i profili di incostituzionalità del Dl sarebbero chiari. “In gioco ci sono la qualità dell’assistenza e il rischio di uno scenario di profonda dequalificazione della formazione specialistica medica e di conseguenza della qualità dell’assistenza pubblica”. Questa rischierebbe di assumere sempre di più i connotati dei Suburban hospitals statunitensi, luoghi in cui “avviene l’apprendistato più che la formazione dei giovani laureati”.

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donne medico

Da un’indagine condotta nei Paesi aderenti alla Fems emerge un quadro buio per le donne medico del nostro Paese, che lamentano discriminazione e insoddisfazione professionale ed economica

La sanità in Europa è sempre più rosa, ma è la Romania a detenere il primato di nuovo eden per le donne medico. Sono le più numerose (69%), le più soddisfatte di retribuzione e carriera. Solo il 19% di loro ha subito discriminazioni di genere, e l’indice di gradimento dell’organizzazione del lavoro sale fino all’89%.

E’ quanto emerge da un’indagine promossa dall’ANAAO ASSOMED e realizzata con la collaborazione di AAROI-EMAC e SNR, tra i paesi membri della FEMS (Federazione Europea dei Medici Salariati). L’obiettivo della ricerca era conoscere le condizioni lavorative delle donne medico in Europa.

I dati fotografano le realtà degli 11 Paesi che hanno risposto al questionario (Bulgaria, Cipro del Nord, Croazia, Italia, Olanda, Portogallo, Romania, Repubblica Ceca, Slovenia, Spagna, Turchia) sui 17 aderenti alla Fems (che comprende anche Austria, Belgio, Francia, Polonia, Slovacchia, Ungheria).

Di segno positivo anche i dati di altri due Paesi dell’Est. Si tratta della Repubblica Ceca, con il 55% di camici rosa soddisfatti, e della Croazia. Quest’ultima si distingue per la parità uomo-donna nella gestione della sanità pubblica e per l’alto grado di soddisfazione per le opportunità di carriera. Chiude la classifica la Bulgaria dove le donne stanno progressivamente abbandonando la professione.

Ma anche il nostro Paese esce sconfitto dal confronto. Le donne medico italiane lamentano discriminazione, insoddisfazione professionale ed economica, per non parlare della possibilità di accedere a posti di leadership. I camici rosa si confermano delusi, vorrebbero un maggior riconoscimento e, nonostante conoscano leggi che potrebbero sostenerle nella conciliazione casa-lavoro, lamentano il fatto che queste vengano spesso inapplicate.

Di seguito il dettaglio dei risultati dell’analisi.

L’elemento comune è il tasso di femminilizzazione della classe medica che in tutti i paesi europei si attesta o supera il 58-60% con punte in Romania del 69% (addirittura, in Romania il 77,7% dei medici di base è donna ed un recente studio ha evidenziato che hanno una mortalità anticipata rispetto alla media della popolazione di circa 10 anni). La fascia di età proporzionalmente più rappresentata è tra i 36 e i 49 anni e, a seguire, la fascia più giovane. Unica eccezione, la Bulgaria che ha mostrato, negli ultimi anni, un’inversione di tendenza: gli iscritti a medicina sono prevalentemente uomini, nonostante negli ultimi 30 anni fosse maggiore il numero delle donne medico. Questo fenomeno, come vedremo più avanti, è correlato al basso tasso di soddisfazione legato al riconoscimento professionale e alle opportunità di carriera.

Alla domanda “Sul posto di lavoro, ti sei mai sentita discriminata in quanto donna?” una dottoressa Italiana su 2 ha denunciato episodi di discriminazione il più delle volte da parte di superiori o pazienti, mentre la percentuale scende leggermente in Olanda, Turchia, Repubblica Ceca, Slovenia, Portogallo e Spagna. Interessante notare che nei due paesi della penisola iberica, a discriminare sono soprattutto i pazienti (in Spagna, il 60% delle intervistate lamenta questo dato) e si evidenzia la necessità di risolvere il problema da un punto di vista culturale, anche per evitare possibili fenomeni di violenza a carico delle donne medico. In Romania solo il 19% delle donne medico ha vissuto episodi di discriminazione (Cipro del Nord di poco sopra il 28%), mentre in Slovenia li hanno subiti 3 intervistate su 4, soprattutto dai superiori. La Croazia si è rivelato il paese Fems in Europa con il più alto numero di donne in posizione di comando, addirittura con punte del 54,4% negli ospedali pubblici.

Alla domanda “Cosa nei pensi della conciliazione dei tempi casa-lavoro nella tua organizzazione del lavoro?”, il 68% delle dottoresse italiane ha risposto dichiarandosi insoddisfatte, per aver dovuto rinunciare o all’aspetto professionale o a quello personale per conciliare lavoro e vita privata. Va molto meglio negli altri paesi della UE: in Romania addirittura l’86% è del tutto o abbastanza soddisfatto e nessuna intervistata si è detta insoddisfatta, in Spagna solo il 28% è per nulla soddisfatto, in Croazia addirittura il 58% è soddisfatto per la carriera e anche nella Repubblica Ceca il 55% delle intervistate è molto o abbastanza soddisfatto e solo il 5% si dichiara totalmente insoddisfatto. In Turchia, invece, c’è una condizione di parità tra grado di soddisfazione ed insoddisfazione nonostante i colleghi turchi abbiano attraversato un difficile periodo politico che ha portato all’arresto di alcuni medici, appartenenti al Council Members of the Turkish Medical Association. Vicina alle percentuali della Turchia, si trovano le dottoresse di Cipro del Nord, che si attestano al 45% come grado di completa insoddisfazione.

Molto interessanti le risposte alla domanda “Che cosa miglioreresti del tuo lavoro, per una più soddisfacente conciliazione dei tempi casa-lavoro?”. In tutti i paesi, la risposta più cliccata è stata <una diversa gestione dei tempi lavorativi>, con particolare riguardo al part-time e alle guardie, con percentuali di risposta che vanno dal 40% dell’Olanda, che chiede una revisione dei carichi di lavoro, al 77% della Slovenia, al 60% dell’Italia. Un’altissima percentuale delle donne medico vuole una migliore gestione dei giorni di riposo e delle ferie (Romania 42%, Portogallo 44%, Spagna 50%, Olanda 29%). Da segnalare il dato che le donne medico europee non danno la priorità ad una migliore remunerazione, ad eccezione della Bulgaria (unico paese in controtendenza rispetto al fenomeno della femminilizzazione) dove il 64% delle intervistate si è espresso in tal senso, e della Repubblica Ceca (74%). Lievemente discostante anche la posizione di Cipro del Nord, anche se nell’analisi delle risposte è necessario considerare il piccolissimo campione di intervistate e anche di donne medico che operano in questo piccola Repubblica del Mediterraneo. Infatti, circa il 46% delle partecipanti ha espresso la necessità di migliorare uno dei tre aspetti che costituiscono la sfera professionale: opportunità di carriera, riconoscimento professionale e maggiore leadership.

È verosimile che questo dato sia correlato alla diversa idea, soprattutto tra le nuove generazioni, della conciliazione casa-lavoro e di benessere sociale ed economico che perseguono. Inoltre, poche professioniste hanno espresso il desiderio di una maggiore leadership (una percentuale intorno al 15%) nonostante i dati evidenzino la mancanza di figure femminili nei posti di comando. Nuovamente la Bulgaria si è dimostrata in controtendenza con il 45,5% delle intervistate che ha richiesto più opportunità di carriera. È possibile che una nuova concezione di benessere, escluda le donne medico dal desiderare l’accesso alle posizioni di potere. Ed altrettanto possibile è che i ruoli manageriali vengano percepiti come troppo gravosi o, peggio, irraggiungibili.

La domanda “Sei soddisfatta della tua carriera professionale?” ha svelato che in Romania, in Olanda e nella Repubblica Ceca si trovano le donne medico più soddisfatte, con una percentuale rispettivamente del 86% (di cui 22%, riferisce di esserlo a discapito però della vita familiare), del 70% e del 56%.

In Italia, solo il 16% è soddisfatto della propria carriera professionale e negli altri paesi la quota di soddisfazione anche se più alta, mette in luce un sacrificio della sfera personale. Rilevante notare il dato che in Italia, un altro 16% di professioniste sottolinea di non aver avuto opportunità proprio per il fatto di essere donna, mentre la percentuale, su questo punto, è ancora più bassa negli altri paesi presenti nella FEMS.

L’Italia mostra un quadro negativo anche alla domanda “Ritieni che sul posto di lavoro ci sia un pari coinvolgimento delle donne nei posti gestionali e di leadership?”. Il 42% delle dottoresse italiane intervistate ha risposto con un secco NO ed un altro 42% è però fiducioso che ci sia una crescente attenzione su questo tema. Solo il 5% delle olandesi ha risposto NO, e nella maggioranza degli altri paesi presenti, con una percentuale crescente, ma che non sfiora il grado di disillusione delle dottoresse italiane. Il 51% delle dottoresse della Repubblica Ceca afferma che non ci sono condizioni di pari opportunità nell’accesso alla carriera, ma allo stesso tempo dichiara di essere soddisfatta dal punto di vista professionale. In Portogallo, il 53% pensa che ci siano pari coinvolgimento e consapevolezza dell’autorità femminile, ma allo stesso tempo solo il 20% è soddisfatto della carriera.

L’ultima domanda pone un interessante spunto di riflessione di natura politico-sindacale. Alla richiesta “Conosci leggi o accordi sindacali che, nella tua opinione, siano positivi per la conciliazione della vita lavorativa con i tempi di cura familiari?” una quota importantissima di intervistate – in Bulgaria addirittura il 100% ed in Turchia l’80% – non conosce e non riporta leggi a tutela della condizione femminile (Cipro del Nord 78%, Repubblica Ceca 77%, Slovenia 71%, Spagna 66%, Italia 60%, Portogallo 58%, Olanda 50%). Queste risposte evidenziano la lacuna di un contesto legislativo insieme alla mancanza di consapevolezza, da parte delle lavoratrici, della cornice normativa entro cui lavorano e operano. In questo caso è fondamentale un’azione di educazione da parte del sindacato stante il fatto che la tutela del lavoratore nasce anche dall’insegnamento di quelli che sono i diritti esercitabili.

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inappropriatezza prescrittiva

L’Azienda sanitaria dovrà restituire al professionista gli importi trattenuti dallo stipendio a titolo di risarcimento per inappropriatezza prescrittiva

Si era visto decurtare dalla Asl, a titolo di risarcimento, 276 euro per 12 mensilità di stipendio (per un totale di oltre 3 mila euro) per inappropriatezza prescrittiva. In particolare aveva prescritto, tra il 2013 e il 2014, in favore di una sola paziente bombole di ossigeno gassoso oltre i quantitativi previsti nelle linee guida in materia. Il tutto su indicazione dell’Utic di un centro del basso Salento. Il camice bianco, tuttavia, si è visto  accogliere il dal Tribunale del lavoro il ricorso presentato contro il provvedimento. L’Azienda sanitaria dovrà dunque restituire l’importo trattenuto dalle competenze stipendiali del professionista.

I Giudici hanno infatti evidenziato come le linee guida, “al di là delle questioni relative al carattere cogente” e “delle conseguenze derivanti da eventuali violazioni” siano finalizzate ad evitare sprechi.
Ciò presuppone normalmente “condotte reiterate e relative ad una pluralità di casi e di pazienti, apparendo invece difficilmente compatibile con prescrizioni nei confronti di un’unica paziente”. Tanto più “ove si consideri che esse erano assistite da una espressa ‘autorizzazione utilizzo farmaco al di fuori delle indicazioni fornite dal ministero della Salute’”.

Pertanto “trattandosi di un unico episodio e dati gli importi certamente non elevati del presunto ‘spreco’”, non vi sarebbero “elementi per ritenere che vi sia stato dolo o colpa grave”.

Il Tribunale ha inoltre sottolineato come il medico potrebbe essere costretto a dover scegliere di non prescrivere un farmaco, pure ritenuto necessario o comunque utile per la cura di un paziente, per evitare trattenute sullo stipendio. Di conseguenza “una interpretazione così rigida e rigorosa del valore delle ‘linee guida’ e degli effetti di eventuali violazioni delle relative prescrizioni o indicazioni appare pericolosa rispetto alle esigenze di tutela del diritto alla salute”.

Il medico, di fronte a dubbi di difficile soluzione, si potrebbe ritrovare tra il timore di responsabilità nei confronti dei pazienti e rischi di trattenute sullo stipendio. “È evidente quindi – si legge nella sentenza – che un qualche margine di discrezionalità deve essere lasciato al medico e che la sua responsabilità personale può essere ravvisata solo in caso di dolo o di errore grave conclamato”.

 

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versamento delle imposte

Il CNDCEC auspica un intervento di natura normativa che sposti la scadenza per il versamento delle imposte al 30 settembre 2019

Prorogare i termini di versamento delle imposte e quelli per l’adesione al servizio di consultazione delle fatture elettroniche. Inoltre, confermare la possibilità di invio tramite Pec dei moduli di conferimento delle deleghe per l’utilizzo dei servizi di fatturazione elettronica. Sono le richieste formulate dal presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti, Massimo Miani, in due distinte lettere, inviate rispettivamente al Ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, e al Capo Divisione Servizi dell’Agenzia delle Entrate, Paolo Savini.

Nella missiva inviata Tria viene invocata la proroga dei termini di versamento delle imposte a causa dei ritardi accumulati nella messa a punto degli strumenti necessari all’applicazione dei nuovi Indici sintetici di affidabilità fiscale (ISA). Miani sottolinea che “la definizione dell’ambito di applicazione e dei requisiti di accesso ai benefici premiali previsti è stata effettuata soltanto il 10 maggio e che per determinare il punteggio di affidabilità di ciascun contribuente, oltre ai dati indicati nel modello ISA, sono necessari gli “ulteriori dati” che non sono stati ancora resi disponibili all’interno dell’area riservata del sito internet dell’Agenzia delle entrate”. Alla luce dell’“ancora attuale indisponibilità degli stessi applicativi necessari per la determinazione del punteggio di affidabilità fiscale” il rappresentante CNDCEC evidenzia “la necessità di disporre un congruo differimento dei termini di versamento delle imposte sui redditi, dell’imposta regionale sulle attività produttive e dell’imposta sul valore aggiunto in scadenza il 1° luglio”.

I commercialisti ritengono, a tal fine, “del tutto insufficiente un intervento tramite decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) che consentirebbe un differimento dei i termini di versamento “per un periodo non superiore ai primi venti giorni”, dovendo anche avere il tempo necessario per “familiarizzare” con il nuovo strumento e illustrarlo ai propri clienti”.

La richiesta è dunque di “un intervento di natura normativa che disponga, con il necessario anticipo rispetto all’attuale scadenza, la proroga dei termini di versamento al 30 settembre 2019”.

“La richiesta – sostiene Miani – trova, peraltro, ulteriore giustificazione nell’annunciato differimento dei termini di presentazione delle dichiarazioni delle imposte sui redditi e dell’imposta regionale sulle attività produttive al 30 novembre, già con riferimento alle prossime dichiarazioni relative al periodo d’imposta 2018”, come previsto da un emendamento al “Decreto Crescita”.

Riguardo al nuovo servizio di “Consultazione e acquisizione delle fatture elettroniche o dei loro duplicati informatici”, che l’Agenzia delle entrate dovrebbe mettere a disposizione dal prossimo 31 maggio, i Commercialisti evidenziano “l’inadeguatezza del termine per effettuare l’adesione, fissato al 2 settembre 2019”.

Ciò per effetto della necessità, rimarcata dall’Agenzia delle entrate, di acquisire nuovamente la delega al servizio di consultazione delle fatture elettroniche per i professionisti che sono stati già delegati al servizio prima del 21 dicembre 2018. Considerata inoltre la chiusura di molte attività per gran parte del mese di agosto, Miani sottolinea che “l’attuale termine del 2 settembre costringe i professionisti a raccogliere le deleghe dai propri clienti entro la fine di luglio, in un periodo già molto impegnativo per i numerosi adempimenti in scadenza”. Per tali motivi, i Commercialisti chiedono che il termine per effettuare l’adesione al nuovo servizio di “Consultazione e acquisizione delle fatture elettroniche o dei loro duplicati informatici” sia differito al 31 ottobre 2019.

Per quanto concerne invece le modalità di presentazione all’Agenzia delle entrate dei moduli di conferimento delle deleghe per l’utilizzo dei servizi di fatturazione elettronica, i Commercialisti chiedono un intervento di prassi amministrativa che chiarisca che la prevista soppressione dal 31 maggio 2019 della procedura di invio delle deleghe tramite PEC riguardi unicamente gli invii effettuati all’indirizzo centralizzato dell’Agenzia delle entrate e che pertanto i professionisti delegati possano continuare ad utilizzare il canale di trasmissione a mezzo PEC, inviando le deleghe all’indirizzo delle singole Direzioni provinciali dell’Agenzia delle entrate, competenti per territorio.

“La necessità di lasciare attivo il canale di trasmissione a mezzo PEC deriva infatti – conclude Miani – dall’impossibilità di utilizzare il servizio di invio “massivo” delle deleghe, che richiede la fornitura di “elementi di riscontro” del tutto mancanti per un’ampia platea di contribuenti, come i forfetari o i consumatori finali”.

 

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comparto della sanità privata

Il Ministro della Salute assicura il proprio sostegno ai lavoratori del comparto della sanità privata per il rinnovo contrattuale, fermo da 12 anni

Giovedì scorso una nutrita delegazione di rappresentanti dei lavoratori del comparto della sanità privata è stata ricevuta al ministero della Salute. I lavoratori hanno manifestato davanti alla sede di Lungotevere Ripa per chiedere il rinnovo del contratto nazionale, fermo da ormai 12 anni.

“Voglio dire agli operatori della sanità privata – ha affermato il ministro della Salute, Giulia Grillo – che non sono figli di un dio minore, che assicuro loro un mio personale impegno per sostenerli nella battaglia per il rinnovo contrattuale, così come voglio portare avanti il rinnovo del CCNL dei medici della dirigenza del Ssn, fermo da 10 anni. Finora i governi che ci hanno preceduto hanno totalmente trascurato i diritti dei lavoratori della sanità pubblica così come quella privata, sordi alle giuste rivendicazioni salariali e contrattuali”.

“Il ministero della Salute non ha un ruolo diretto nel rinnovo dei contratti nazionali, ma come ministro ho il dovere di ascoltare e portare avanti le ragioni di chi lavora ogni giorno per assicurare le cure ai cittadini. Così come non può esistere una sanità di serie A e una sanità di serie B, allo stesso modo non devono più esistere lavoratori di serie A e lavoratori di serie B”.

“Pertanto – ha spiegato Grillo – mi impegno a sensibilizzare gli organi competenti, innanzitutto il ministero della Funzione Pubblica, il Mef e le associazioni datoriali, per il rinnovo di tutti i contratti del settore salute, valorizzando il ruolo di chi ogni giorno tiene in piedi i servizi sanitari, garantendo qualità e sicurezza delle cure”.

“In questi mesi ho assicurato il mio sostegno ai lavoratori su molti fronti, ma ora è tempo di riavviare il confronto sui contratti.

“Nel decreto Calabria – ha aggiunto il ministro – ho inserito una norma che permette la stabilizzazione dei lavoratori precari del Servizio sanitario nazionale e il superamento del blocco del turn-over che da 10 anni limitava fortemente le assunzioni nella sanità, aprendo la possibilità di assumere anche alle Regioni in piano di rientro. Ho aumentato le borse per i medici specialisti, aperto un tavolo sulla formazione e rilanciato il tema delle liste d’attesa con un nuovo Piano nazionale. In questi giorni 2,4 mld di euro stanno rientrando nelle casse regionali grazie all’accordo sul PAY BACK con l’industria farmaceutica”.

“Non mi fermo qui – ha concluso la titolare del dicastero – il lavoro per un vero cambiamento positivo nella sanità italiana deve andare avanti”.

 

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medici italiani

I medici italiani che vorrebbero recarsi oltreconfine provengono principalmente da Lombardia, Veneto, Piemonte, Lazio, Puglia, Campania, Emilia Romagna, Umbria e Sicilia

In 5 anni sono più di 5000 le richieste di trasferimento all’estero da parte di medici italiani. Il dato è fornito dall’Associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi) e dall’Unione medica euro mediterranea (Umem), soci fondatori del movimento internazionale “Uniti per Unire”.

Le motivazioni dei camici bianchi che vorrebbero varcare i nostri confini vanno dal lavoro all’acquisizione di esperienza e pratica nell’ambito chirurgico.  Ma non mancano aspetti culturali e religiosi, nonché l’interesse scientifico. In particolare ad attirare i nostri professionisti sarebbe l’opportunità di fare ricerca nelle branche di ginecologia, pediatria diabetologia, pneumologia, oculistica, dermatologia e malattie infettive.

Il 65% delle domande arriva da giovani professionisti, il 25% da pensionati, il 15% da medici in attività. Il 5% proviene invece da associazioni e comunità che si occupano di cooperazione.

Le richieste hanno avuto un’impennata del 40% dal primo gennaio del 2018.

Sono arrivate maggiormente da Lombardia, Veneto, Piemonte, Lazio, Puglia, Campania, Emilia Romagna, Umbria e Sicilia.

Le mete più richieste risultano essere, per il 25%, Paesi europei (Inghilterra, Belgio, Scozia, Germania). Ma anche, per il 30%, i Paesi Arabi (Arabia Saudita, Qatar, Giordania, Libano, Tunisia, Egitto, Somalia, Marocco, Palestina, Libia, Sudan, Iraq e Kuwait). Il 15% delle richieste riguarda poi Paesi africani e del Corno d’Africa (Nigeria, Congo, Camerun, Eritrea e Etiopia) e il 10% i Paesi del sud America (Equador, Brasile, Argentina, Messico, Perù e Colombia).

“Bisogna riflettere e trovare soluzioni urgenti per combattere la #FugadeiCervelli e dei medici e professionisti della sanità all’estero” dichiara Foad Aodi, Fondatore dell’Amsi. “Bisogna creare le condizioni sia lavorative che di ricerca universitaria (urgono 10 mila borse di specializzazione) combattendo la sottopaga, lo sfruttamento lavorativo e la burocrazia nell’ambito dell’esercizio della professione medica per frenare questa grave emorragia che sta dissanguando il nostro Ssn, indebolendo tutte le sue forze e che non può garantire tutte le prestazioni ai pazienti nelle varie Regioni”.

 

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nuovo polo medico inps

Il neopresidente dell’Istituto ha sottolineato la necessità di superare i problemi di organico mediante la creazione di un Nuovo Polo Medico Inps

Un investimento di 50 milioni di euro nella prossima legge di Bilancio per dar vita ad un nuovo Polo medico Inps .E’ la richiesta presentata nel corso di un’audizione in Parlamento dal neopresidente dell’Ente previdenziale, Pasquale Tridico.  L’obiettivo è quello di intermediare al meglio i 50 miliardi di prestazioni erogate ogni anno dall’Istituto a seguito di decisioni dei medici, dall’invalidità alla malattia.

Tridico ha evidenziato come l’Inps attualmente intermedi 50 miliardi di euro attraverso i medici. Il tutto facendo affidamento solamente su 453 camici bianchi a fronte dei 1800 attivi negli anni 80, quando il denaro intermediato era molto meno. Così come era inferiore il numero delle prestazioni erogate.

Per far fronte a questa carenza di organici l’Istituto procede alla stipula di contratti precari della durata di 12 mesi, rinnovati di anno in anno.

Lo stesso Tridico rimarca di aver posto egli stesso la firma, lo scorso aprile, sull’ultima convenzione per assumere 1.404 medici a tempo determinato. Una situazione da superare, secondo il presidente, che al riguardo afferma di aver già avviato un tavolo di confronto con i sindacati medici.

Da qui la richiesta di prevedere, nella prossima Manovra, uno stanziamento per ad hoc per risolvere il problema con una convenzione a tempo indeterminato. Uno strumento per dare vita, nel 2020, a un nuovo Polo medico che consenta di gestire al meglio quei 50 miliardi di prestazioni.

La proposta di Tridico ha riscosso l’apprezzamento dei sindacati dei Medici Fiscali e dei Medici Convenzionati Esterni.

“Oltre ai 450 medici strutturati, oggi lavorano per l’Istituto circa 2000 medici, privi della necessaria sicurezza di un contratto stabilizzante e fidelizzante che invece può essere raggiunto anche grazie alla volontà e all’impegno dell’Inps”. A dichiararlo è Alfredo Petrone, Segretario Nazionale del Settore Inps Fimmg. Pertanto, secondo il rappresentante dell’Associazione, “non si può che condividere il progetto del Presidente Tridico”.

 

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stipendi dei dipendenti pubblici

La Confederazione lancia su change.org una petizione per abolire la ‘scala ignobile’ e fermare il taglio degli stipendi dei dipendenti pubblici

La COSMED (Confederazione sindacale medici e dirigenti) ha lanciato un appello al Governo italiano e ai partiti politici per fermare il taglio agli stipendi dei dipendenti pubblici. Di seguito il testo della petizione disponibile sul sito change.org

“Un tempo esisteva la scala mobile che rivalutava automaticamente gli stipendi ristorandoli degli aumenti inflattivi. Da tempo è stata abolita per gli stipendi e limitata a più riprese (compresa l’ultima legge di bilancio) per le pensioni.

Molti non sanno che solo per i dipendenti pubblici è operativa dal 2011 una sorta di scala mobile al ribasso che riduce automaticamente le retribuzioni medie e la massa salariale. È la scala ignobile.

A partire dal 2011 infatti per effetto della legge 122/2010 reiterata fino all’ultima edizione rappresentata dal decreto Madia (art.23 del decreto legge 75/2016) la RIA dei cessati viene sottratta dalla massa salariale.

In pratica le risorse retributive legate all’anzianità degli assunti prima del 1996, quando questi soggetti vanno in pensione non confluiscono più nei fondi decentrati ma vengono incamerate come risparmi.

Ne consegue che la massa salariale si riduce progressivamente e in particolare si sancisce che la retribuzione media dei giovani, e di chi rimane in servizio è progressivamente ridotta.

Si tratta non solo di una questione quantitativa ma anche qualitativa in quanto i fondi per il trattamento accessorio servono a remunerare il disagio e la flessibilità e a incentivare la produttività ed il merito.

L’ultimo decreto Madia del 2016 che reitera l’esproprio della Retribuzione Individuale di anzianità (RIA data dall’ammontare di classe e scatti maturati ante 1996) presenta almeno due profili di dubbia legittimità:
1) era riferito ad un arco temporale definito “nelle more dell’armonizzazione” che stante la mancata definizione dell’armonizzazione di fatto costituisce una norma transitoria diventata definitiva;
2) era contenuta in una legge di riforma della pubblica amministrazione di natura non finanziaria.

Considerando la volontà del Governo di agire mediante legge delega sulla stessa materia si chiede la sospensione di questa scala mobile al ribasso.

Del tutto insoddisfacenti sono le previsioni, peraltro non univoche, contenute nei decreti leggi “Calabria ”e “Crescita” che vanno a precostituire un nuovo tetto individuale senza il recupero delle risorse retributive rese disponibili dai pensionamenti.

Ribadendo che non si tratta di reperire nuove risorse, bensì di sospendere le decurtazioni, ovvero la riduzione delle risorse complessive esistenti, si rinnova la richiesta di un intervento legislativo urgente per porre fine a quella che è senza ombra di dubbio un taglio automatica e inaccettabile della massa salariale.

Rivolgiamo un appello a tutti i dipendenti pubblici per una mobilitazione che fermi il programmato e progressivo impoverimento degli stipendi dei lavoratori dei servizi pubblici.

 

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diagnostica

Un’indagine realizzata dal Politecnico di Milano in collaborazione con la Fimmg evidenzia l’interesse dei medici di famiglia a investire sulla diagnostica di primo livello e la telemedicina

I medici di famiglia sono interessati ad investire sulla diagnostica di primo livello, dotata del possibile supporto di telerefertazione, per renderla disponibile nel proprio studio medico. È quanto emerge da un’indagine condotta dall’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano. Il lavoro è stato realizzato in collaborazione con il Centro Studi della FIMMG (Federazione Italiana Medici di Medicina Generale), con il supporto di DoxaPharma.

Dal sondaggio, effettuato su un campione rappresentativo di 602 mmg, risulta che l’83% dei camici bianchi già utilizza o vorrebbe utilizzare l’elettrocardiografia, l’82% la spirometria, il 75% l’holter pressorio, il 69% l’holter cardiaco, il 67% la teledermatologia. Per queste opportunità il 24% degli intervistati è disponibile ad investire fino a 50,00 € al mese, il 31% da 50 a 100 €, il 14% da 100 a 150 €.

“D’altronde si legge in una nota della Fimmg –  il trend di investimento della categoria nel digitale si conferma in stabile incremento in questi anni con una previsione di spesa complessiva nel 2019, proiettata sull’intera professione, superiore allo scorso anno di circa 2,7 milioni di euro”.

In base allo studio si conferma consolidato l’utilizzo di nuove modalità di contatto con i pazienti come l’Email (85%), l’SMS (65%) e WhatsApp (64%), in assenza di piattaforme di contatto certificate per le quali il 44% riferisce interesse all’uso qualora disponibili.

Un’altra forte necessità evidenziata dal campione degli intervistati è quella di disporre di sistemi che garantiscano continuità informativa. Il 97% del campione utilizza o sarebbe interessato ad utilizzare
soluzioni digitali per interoperare con gli specialisti, il 90% con i Colleghi della Continuità Assistenziale, l’85% con gli Infermieri.

In parte, a queste esigenze, potrebbe essere trovata risposta nell’uso del FSE, giudicato molto utile/utile dall’92% dei MMG per condividere referti, verbali e lettere di dimissioni, dal 91% per condividere il dossier farmaceutico del paziente, dall’87% per condividere il profilo sanitario sintetico e le vaccinazioni. Viene tuttavia rimarcato come, sul FSE, siano poco o per niente informati i pazienti (per il 92% degli intervistati) e gli stessi MMG (per l’81% di essi).

“I dati dimostrano che tra i MMG resta alto l’interesse per il digitale applicato alla professione – afferma Paolo Misericordia, responsabile del Centro Studi della FIMMG”.

“Questi numeri sono destinati ad un sicuro e rapido aumento nelle prossime stagioni a seguito del ricambio generazionale che sta impattando con forza sulla nostra categoria. Alle elevate disponibilità agli investimenti della categoria, è lecito adesso attendersi quadri normativi e contrattuali che ricomprendano queste ipotesi per dare risposte organizzative convincenti”.

“Il Fascicolo Sanitario Elettronico – afferma Chiara Sgarbossa, Direttore dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità del Politecnico di Milano – può rappresentare uno strumento molto utile nella presa in carico dei pazienti, ma ad oggi i medici di medicina generale non conoscono appieno i benefici e nemmeno i cittadini sono consapevoli della sua esistenza (solo il 21% ne ha mai sentito parlare). Occorre quindi investire su una comunicazione efficace verso medici e cittadini, affinché il FSE – ad oggi disponibile  in quasi tutte le regioni italiane – possa non essere solo un contenitore di referti, ma uno strumento fondamentale per la continuità di cura”.

 

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