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lavoro e previdenza

quattordicesima 2018

A partire da luglio, la somma aggiuntiva della quattordicesima 2018 sarà erogata d’ufficio ai pensionati con 64 anni d’età. Ecco tutto quello che c’è da sapere

È in arrivo la quattordicesima 2018 per circa 3,5 milioni di pensionati italiani. Ad annunciarlo è proprio l’INPS con il messaggio del 13 giugno 2018, n. 2389.

L’istituto di previdenza, infatti, provvederà d’ufficio con la rata della pensione di luglio 2018 a erogare la quattordicesima 2018 ai soggetti che rientrano nei limiti reddituali per averne diritto.

Ma chi può avere la quattordicesima?

La somma aggiuntiva spetterà a tutti i pensionati da lavoro pubblico, privato e autonomo che, al 30 giugno 2018, abbiano compiuto almeno 64 anni di età. I soggetti dovranno inoltre avere un reddito complessivo fino a un massimo di 2 volte il trattamento minimo annuo del Fondo pensioni lavoratori dipendenti (tetto fissato in 13.192,92 euro).

L’Inps ha specificato anche i requisiti reddituali per accedere alla quattordicesima 2018 che verranno verificati prima di procedere all’erogazione.

In tal senso, infatti, viene preso in considerazione il reddito annuo del richiedente. Questo, in relazione agli anni di contribuzione, dovrà essere inferiore ai limiti indicati nella tabella allegata al messaggio INPS.

A partire dal 2017, infatti, a parità di contribuzione, gli importi sono stati differenziati in base alla fascia di reddito nella quale si inquadra il beneficiario. Nello specifico, fino a 1,5 volte il trattamento minimo ovvero fino a 2 volte il trattamento minimo.

Inoltre, il tetto massimo reddituale, oltre il quale il beneficio non spetta, viene incrementato dell’importo del beneficio, diverso per ciascuna fascia contributiva.

Per quel che concerne clausola di salvaguardia, questa prevede che, laddove il reddito complessivo individuale annuo risulti superiore a 1,5 volte ovvero a 2 volte il trattamento minimo e inferiore a tale limite incrementato della somma aggiuntiva spettante, l’importo verrà corrisposto fino a concorrenza del predetto limite maggiorato.

Inoltre, l’Inps ricorda che i redditi che vengono valutati, per l’anno 2018, saranno i seguenti.

Nel caso di prima concessione, tutti i redditi posseduti dal soggetto nell’anno 2018. Invece, nel caso di concessione successiva alla prima, verranno considerati i redditi per prestazioni per le quali sussiste l’obbligo di comunicazione al Casellario centrale dei pensionati di cui al d.P.R n. 1388/1971 e successive modificazioni e integrazioni, conseguiti nel 2018.

Oltre a questi, anche i redditi diversi da quelli di cui al punto precedente, conseguiti nel 2017.

Laddove però questi dati non siano disponibili, saranno utilizzati i dati dichiarati negli anni precedenti.

Pertanto, la quattordicesima 2018 sarà corrisposta in via provvisoria.

La sussistenza del diritto sarà verificata sulla base della dichiarazione dei redditi a consuntivo.

Importi della quattordicesima 2018

La quattordicesima sarà erogata in un’unica rata e non sarà soggetta a tassazione. La somma che percepiranno i pensionati avrà un importo variabile da 336 fino a 655 euro a seconda del reddito e degli anni di contribuzione.

Ad esempio, la quattordicesima minima, pari ad euro 336,00, spetterà ai lavoratori privati, con 15 anni di contributi, e ai lavoratori autonomi, con almeno 18 anni di contributi.

Ciò avverrà nel caso in cui il reddito complessivo individuale annuo risulti superiore a 2 volte il trattamento minimo (tra € 9.995,69 e € 13.192,92).

Infine, la quota massima, pari ad euro 655, spetterà ai lavoratori dipendenti con oltre 25 anni di contributi e agli autonomi con oltre 28 anni di contributi. A patto però che si inquadrino nella fascia di reddito fino a 1,5 volte il trattamento minimo (ovvero fino a € 9.894,69 euro).

 

 

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Assegno di ricollocazione, l'Anpal ne incoraggia l'utilizzo

L’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, con una campagna di sms ed email rivolta ai disoccupati, li sta invitando a non perdere l’opportunità di avvalersi di questo importante strumento.

È partita una serrata campagna di email ed sms promossa da Anpal per promuovere la richiesta dell’ assegno di ricollocazione presso i disoccupati che possono farne domanda.

L’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, infatti, intende così spingere i disoccupati percettori dell’indennità Naspi a chiedere l’ assegno di ricollocazione e a non perdere questa opportunità.

Ricordiamo che l’ assegno di ricollocazione è infatti uno strumento ideato per aiutare i disoccupati a migliorare le possibilità di ricollocarsi nel mondo del lavoro.

Ma, attenzione. Non si tratta di denaro destinato ai singoli soggetti.

Tale misura consiste in un buono per ricevere un servizio di assistenza alla ricerca di un lavoro. Ciò avverrà grazie al sostegno di un Centro per l’impiego o di un’agenzia per il lavoro accreditata.

Come riporta Italia Oggi, finora sono stati 541.364 a chiedere il fondo. Esso è compreso tra 500 e 5.000 euro (in base al grado di occupabilità della persona). Questo denaro dovrà essere investito facendosi assistere da un ente accreditato nella ricerca di un lavoro.

Tale misura per i disoccupati è operativa dal 16 maggio. Adesso, quindi, l’Anpal cerca in ogni modo di incoraggiare l’utilizzo e lo sta facendo tramite una campagna di email ed sms.

L’obiettivo è puntare sul potenziamento degli oltre 550 Centri per l’impiego pubblici (Cpi). Questi, insieme alle agenzie per il lavoro private, ai patronati e ai consulenti del lavoro, traineranno l’iniziativa.

Dall’altro lato, ci sono i disoccupati da almeno 4 mesi che, grazie all’ assegno di ricollocazione, potrebbero trovare un nuovo impiego.

Anpal fa sapere che, ad oggi, sono state 74.850 le email inviate ai potenziali richiedenti dell’assegno di ricollocazione. L’Agenzia, fino al 14 maggio, ne aveva inviate 28.739 agli indirizzi dei disoccupati, per i quali Naspi scadeva fra il 14 maggio ed il 30 giugno.

Poi con la scadenza del 30 maggio le email di sollecito inviate sono state 46.111, riguardanti 97.84 destinatari che smetteranno di ricevere la Naspi tra il 31 maggio ed il 31 agosto.

L’Anpal specifica infine che, a coloro la cui Naspi risulta in scadenza nel periodo che va dall’8 al 15 di giugno, son stati spediti entro il 7 giugno 8.430 sms.

 

 

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lavori gravosi

Il decreto definisce le procedure con cui i lavoratori adibiti a mansioni gravose potranno accedere alla pensione anticipata.

Novità in arrivo in merito ai lavori gravosi e ai benefici pensionistici a essi correlati. È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 134 il decreto del 18 aprile 2018. Con esso, il Ministero del lavoro ha definito le “procedure di presentazione della domanda di pensione, ai fini dell’applicazione del beneficio di cui all’articolo 1, commi 147 e 148, della legge 27 dicembre 2017, n. 205, e di verifica della sussistenza dei requisiti da parte dell’ente previdenziale”.

Il decreto fissa le procedure con cui chi svolge lavori gravosi potrà accedere alla pensione anticipata.

Ma quali sono i benefici per coloro i quali svolgono lavori gravosi?

Questi soggetti possono accedere all’Ape Sociale. Ma solo se in possesso di 63 anni e almeno 36 anni di contributi.

In alternativa, avranno la facoltà di ritirarsi dal mercato con 41 anni di contributi a qualsiasi età. Ma solo se vantano almeno 12 mesi di lavoro effettivo prima del 19esimo anno di età.

Per accedere ai benefici destinati a chi svolge lavori gravosi, l’ultima Legge di Bilancio ha stabilito quanto segue. A decorrere dal 1° gennaio 2018, lo svolgimento delle attività lavorative gravose utile per accedere all’Ape sociale si intenderà realizzato in alcune circostanze.

Ovvero quando il soggetto, al momento della decorrenza dell’indennità o dalla data di perfezionamento dei requisiti, se anteriore alla prima data utile di presentazione della domanda di accesso:

  • svolga o abbia svolto negli ultimi 10 anni, almeno 7 anni di attività gravosa;
  • svolga o abbia svolto negli ultimi 7 almeno 6 anni di attività gravosa.

C’è poi un ulteriore beneficio.

I lavoratori delle 15 categorie di professioni gravose saranno infatti dispensati dall’adeguamento dell’età pensionabile. Questo è stato stimato in relazione all’allungamento della speranza di vita.

Come noto, già da ora, è previsto in aumento per il 2019.

Pensioni per lavoratori che svolgano mansioni gravose: come fare domanda

Le domande potranno essere presentate all’INPS dai lavoratori che si trovino nelle condizioni previste dalla legge.

Queste andranno presentate esclusivamente in modalità telematica (a pena di irricevibilità). Ma, soprattutto, secondo il modello predisposto dall’Istituto e approvato dal Ministero.

La domanda dovrà, inoltre, essere corredata dalla dichiarazione del datore di lavoro. Questa dovrà essere resa su modulo predisposto dall’INPS. Essa dovrà inoltre attestare i periodi di svolgimento della professione gravosa resa alle proprie dipendente.

La dichiarazione dovrà recare indicazioni sul contratto collettivo applicato. Inoltre, indicare il livello di inquadramento attribuito e le mansioni svolte. Non dovrà poi mancare il relativo codice professionale ISTAT ove previsto.

Il diritto al beneficio sarà comprovato attraverso la verifica, anche d’Ufficio, delle comunicazioni obbligatorie del rapporto di lavoro.

In mancanza di tale dichiarazione, il diritto potrà essere provato anche per mezzo della dichiarazione del datore di lavoro. Laddove anche questa sia assente, si potrà allegare una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà.

 

 

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attività odontoiatriche

Dall’Ente previdenziale le prime istruzioni sul contributo previsto dalla manovra 2018 per le società che svolgono attività odontoiatriche. Escluse dal versamento Stp e studi associati

Entro il 30 settembre 2019 le società che svolgono attività odontoiatriche dovranno versare nelle casse della Quota “B” ENPAM lo 0,5% del proprio fatturato prodotto nel 2018. Lo prevede l’art.1, comma 442, della legge di bilancio 2018. Un obbligo che, stando ai dati sugli studi di settore diffusi dalle Entrate, inciderà in media per circa 2 mila euro all’anno a società. La misura dovrebbe portare nelle casse dell’Enpam più di 7 milioni di euro all’anno.

La norma, secondo la Cassa previdenziale di medici e odontoiatri, costituisce “un’importante novità” per la gestione ‘Quota B’. Infatti – spiega l’Ente – sino ad oggi, “l’unico versamento dovuto a favore della gestione citata consisteva in un contributo previdenziale soggettivo”. Un onere “commisurato al reddito professionale annualmente prodotto dall’iscritto, quale risulta dalla relativa dichiarazione presentata ai fini fiscali (IRPEF)”.

Il CDA Enpam ha approvato una circolare nella quale fa il punto sulla norma e le modalità operative. Il documento fornisce le prime istruzioni in merito alla natura e all’ambito di applicazione del nuovo contributo.

Le società tenute al versamento del nuovo contributo sono le società in qualunque forma costituite che svolgono attività odontoiatriche: società di persone (società semplici, società in nome collettivo, società in accomandita semplice); società di capitali (società per azioni, società in accomandita per azioni, società a responsabilità limitata) nonché le società cooperative e mutue assicuratrici. Sono escluse invece le StP e gli studi associati.

L’attività svolta deve essere inerente al settore odontoiatrico. Essa deve comprendere l’erogazione delle prestazioni previste dall’art. 2, legge n. 409/1985, quali la diagnosi e la terapia delle malattie dei denti e della bocca. La medesima legge indica i soggetti in possesso dei titoli necessari per erogare tali prestazioni.

Le società in esame, ricorda inoltre ENPAM, devono essere dotate di un direttore sanitario iscritto all’Albo degli Odontoiatri.

“Le strutture polispecialistiche, il cui direttore sanitario sia privo di tale iscrizione, devono avere un direttore responsabile per i servizi odontoiatrici munito del predetto requisito. Il direttore sanitario è il soggetto che risponde personalmente dell’organizzazione tecnica­funzionale dei servizi della struttura”. I suoi obblighi vanno dalla vigilanza sui requisiti igienici a quella sulla qualità delle singole prestazioni diagnostiche e terapeutiche erogate ai pazienti.

Il contributo dovuto dello 0,5%, chiarisce ancora ENPAM, dovrà essere determinato sul fatturato annuo relativo alle prestazioni di cui all’art. 2 della legge n. 409/1985. Sono quindi da scorporare le prestazioni erogate per esempio dagli igienisti dentali o quelle per altri tipi di prestazioni non inerenti alle pratiche odontoiatriche.

ENPAM, infine, ricorda che l’obbligo del versamento è posto esclusivamente in capo alle società. Non è espressamente espressamente riconosciuto alcun diritto di rivalsa nei confronti dei medici e degli odontoiatri. Al pprofessionista, quindi, “deve essere comunque attribuita la percentuale contributiva di spettanza individuale”.

 

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aggressioni sul lavoro

Prevista una raccolta firme a sostegno di proposte di legge volte a equiparare le aggressioni sul lavoro al reato di violenza e minacce a pubblico ufficiale

Più del 65% dei medici ospedalieri è stata vittima di aggressioni sul lavoro, fisiche (33%) o verbali. La percentuale sale all’80% tra i medici del territorio, in particolare le guardie mediche. Sono alcuni dei dati emersi dalle indagini messe in atto dall’Anaao – Assomed e dalle Sigle sindacali della Medicina del Territorio (Fimmg, Smi e Snami). Una situazione divenuta ormai insostenibile con episodi di violenza all’ordine del giorno.

Il problema è stato affrontato nell’ambito del Tavolo Permanente tra la Fnomceo e i Sindacati medici riunito nelle scorse ore a Roma. Nella riunione, in particolare, sono state condivise alcune iniziative di prossima attuazione.

Tra queste l’elaborazione di un questionario volta a monitorare il fenomeno della violenza sugli operatori sanitari e il burnout. Inoltre, sarà avviata una raccolta di firme, a sostegno di proposte di legge volte a equiparare in ogni caso le aggressioni contro gli operatori sanitari al reato di violenza e minacce a pubblico ufficiale, con conseguente procedibilità d’ufficio e aumento delle pene.

Molte sono anche le iniziative messe in campo dagli Ordini provinciali.

A Pordenone, ad esempio, è stato lanciato il sodalizio “Un alpino per amico”, che presto verrà esteso su scala nazionale. Si tratta di una collaborazione che vedrà gli alpini “scortare le guardie mediche per non lasciarle mai sole”.  Non mancano poi le iniziative ‘spot’, che mirano ad accendere l’attenzione sul fenomeno. Tra queste, i fischietti dati dall’Usl in dotazione ai medici dell’ospedale di San Donà di Piave, nel Veneziano.

“Ben venga l’attenzione anche mediatica, ma occorrono interventi strutturali – ha affermato il vicepresidente Fnomceo, Giovanni Leoni. Per il Segretario Roberto Monaco, ad esempio, “alcune sedi di guardia medica sono in condizioni indecorose”. Pertanto “è da lì che bisogna partire, perché il decoro dell’ambiente di lavoro rispecchia il rispetto dovuto al professionista e fa da deterrente alla violenza”.

“Quello che occorre – chiosa il presidente Fnomceo Filippo Anelli – è un cambiamento culturale. Per questo abbiamo avviato gli Stati generali della professione medica e odontoiatrica. Nei prossimi giorni metteremo a disposizione di tutti un testo con cento tesi, che apriranno la discussione”. L’obiettivo è quello di “ridisegnare la figura del medico e la Professione”.

 

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riforma della formazione

In una lettera inviata al Ministro della Salute, Anaao Giovani sottolinea la necessità di una riforma della formazione con una rivisitazione profonda del sistema post laurea

“Una grave carenza di medici specialisti e di medici di medicina generale, conseguenza di una errata programmazione poliennale che ha creato un pericoloso ‘imbuto formativo’”. Parte da questo dato la lettera indirizzata dai giovani medici dell’Anaao al Ministro della Salute per sollecitare una riforma della formazione. I giovani medici chiedono, in particolare, l’istituzione di un tavolo tecnico permanente per la rivedere la formazione medica pre e post-lauream. L’obiettivo è quello di creare insieme con tutti gli attori interessati un sistema più efficiente per tutelare la salute dei cittadini.

Circa la metà dei giovani che si laureano in Medicina ogni anno non hanno infatti sbocchi formativi e lavorativi. Ciò a causa del crescente divario tra numero di medici laureati in medicina e chirurgia e numero di medici che continuano il percorso di formazione post-lauream. Il tutto, sottolinea Anaao Giovani, “con una bomba sociale e professionale pronta ad esplodere tra due anni”. Entro tale termine giungeranno alla laurea i vincitori del concorso nazionale di ammissione del biennio 2013-2015. Con loro anche i vincitori di un ricorso che, negli stessi anni, in numero di 31000, sono stati immatricolati per decisione del TAR.

Da anni il numero dei contratti di formazioni specialistica finanziati dallo Stato non riesce a coprire il reale fabbisogno annuale di medici del nostro SSN.

Di conseguenza, evidenzia Anaao, la massiccia ondata di pensionamenti che si verificheranno nei prossimi anni non potrà essere sostituita con un adeguato ricambio professionale.

I Giovani medici, oltre al numero dei contratti insufficiente, sottolineano poi altre criticità. Tra queste le modalità del concorso di specializzazione, con assenza di adeguati scorrimenti e partecipazione di medici non ancora abilitati al momento della prova.

Per l’Associazione occorre, quindi, una riforma della formazione con una rivisitazione profonda del sistema post–laurea, a partire da un miglioramento dei test di accesso alle scuole di specializzazione. Occorre poi consentire l’ingresso del giovane medico negli ospedali già all’inizio o durante il percorso di specializzazione: sia attraverso la creazione dei teaching hospital, sia attraverso la possibilità di veri e propri contratti di formazione-lavoro a tempo determinato. Questi ultimi favorirebbero l’acquisizione anche dei diritti assistenziali e previdenziali oggi negati.

“Siamo certi – prosegue la nota –  che, nel tradurre in concreto gli obiettivi delle linee programmatiche del nuovo Governo, il Ministro della Salute rivolgerà la necessaria attenzione ai problemi dei giovani medici, adeguando il numero dei Medici ammessi a completare il percorso formativo al reale fabbisogno del SSN, permettendo così il ricambio generazionale e offrendo reali prospettive di lavoro ai giovani medici, superando la ingiustizia di un ‘precariato stabile’”.

 

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fabbisogno formativo

La proposta, già presentata nel 2014, rappresenta una concreta soluzione alle problematiche relative al fabbisogno formativo di medici specialisti

Istituzione dei cosiddetti ospedali di insegnamento. Questa la soluzione prospettata dalle Regioni per far fronte al reale fabbisogno formativo di medici specialisti sul territorio. Da anni ormai si registra uno scostamento negativo tra il numero di laureati in medicina e quello dei contratti di formazione specialistica finanziati dallo Stato.

La conseguenza è un infoltimento della schiera di giovani medici che ogni anno non riesce ad accedere alla formazione post lauream. Al contempo si registra una carenza di specialisti necessari al Servizio sanitario nazionale. Lo dimostra il basso numero di candidature nei concorsi indetti per la copertura di posti di dirigenti medici, con specifico riferimento alle seguenti specializzazioni: anestesia, rianimazione e terapia intensiva e del dolore, radioterapia, ginecologia e ostetricia, pediatria e medicina di emergenza e urgenza.

Una situazione che potrebbe compromette seriamente la garanzia di erogazione delle dovute prestazioni assistenziali ai cittadini.

I contratti di formazione che il Governo ha deciso di finanziare per l’anno accademico 2017-2018 sono 6.200. Per gli Enti regionali ce ne vogliono almeno 8.569 , ma le difficoltà di finanziamento impongono di trovare vie alternative. Di qui la proposta di dare l’opportunità ai laureati di accedere SSN seguendo un percorso di specializzazione presso le aziende sanitarie stesse. Un’ipotesi chiesta da tempo anche da numerosi sindacati medici che era già stata avanzata nel 2014, salvo essere bocciata dall’Esecutivo di allora.

La richiesta delle Regioni, formalizzata in una proposta inviata al Governo il 5 giugno, verrà discussa  nell’ambito di una riunione tecnica il prossimo 18 giugno. Gli Enti locali sottolineano come all’articolo 22 del Patto per la Salute 2014-2017 sia stata introdotta la possibilità di contemplare “un innovativo accesso al Ssn da parte delle professioni sanitarie”. Quella degli ‘ospedali si specializzazione’, a loro avviso, rappresenta “una concreta ed attuabile soluzione alle problematiche attuali”.

 

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anmefi

Accolto il ricorso presentato dall’Associazione ANMEFI dopo l’esclusione dal tavolo delle trattative tra Inps e sindacati di categoria

L’esclusione della ANMEFI (Associazione Nazionale dei Medici Fiscali) dalle trattative per la stipula della convenzione di categoria da parte dell’INPS rappresenta condotta antisindacale. Lo ha stabilito la sezione lavoro del Tribunale di Roma con un decreto dello scorso 7 giugno.

La protesta, ricorda l’Associazione “era montata quando ANMEFI era stata sostituita da sindacati che poco o nulla hanno a che fare con la categoria interessata”. Una scelta dovuta a “una serie di interpretazioni ed errate applicazioni dell’Istituto rispetto all’atto di indirizzo in fatto di rappresentatività per i medici non dipendenti”.

L’Associazione aveva quindi presentato ricorso per violazione dell’art. 55 septies del dl n. 165/2001.

La norma dispone infatti che il rapporto tra Istituto e medici fiscali sia disciplinato da convenzioni stipulate con i sindacati maggiormente rappresentativi in campo nazionale.

Appurato che l’ANMEFI, con circa 3000 iscritti, rappresenta l’organizzazione maggiormente rappresentativa della categoria sul territorio, il Giudice ha concluso che l’Associazione è stata privata “del legittimo esercizio di trattativa e negoziazione”. Il tutto proprio in occasione di un momento cosi particolare quale quello della stipula della prima convenzione regolante il rapporto tra l’Inps e i medici fiscali.  Una decisione, quindi, che ha avuto “ripercussioni evidenti sia sull’attività in sé del sindacato sia sull’immagine dello stesso”.

Il Giudice ha quindi intimato all’Istituto di desistere da tale atteggiamento illegittimo, obbligando la ripresa delle trattative con la partecipazione del sindacato ricorrente. L’INPS dovrà inoltre tenere affisso il decreto nella propria bacheca per 30 giorni, nonché prevederne la pubblicazione a proprie spese , su quattro quotidiani nazionali.

L’ANMEFI ritiene la decisione del Tribunale molto importante per la storia della medicina fiscale e dei suoi iscritti. Questi finalmente  vedranno “la partecipazione ed innegabile incidenza” della propria organizzazione sindacale “per la redazione finale di una convenzione, oramai non più procrastinabile”.

 

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pensionati

Il decreto che modifica i coefficienti di trasformazione del montante contributivo nel 2019 renderà i pensionati più poveri

In arrivo una nuova revisione dei coefficienti di trasformazione del montante contributivo, la cui conseguenza – immediata – sarà avere pensionati più poveri dal 2019.

È stato infatti pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto che andrà a operare tali cambiamenti, anche questa volta in negativo, e ad avere la peggio saranno le pensioni degli italiani.

Infatti, a partire dal prossimo anno, questi beneficeranno di un importo della pensione annua inferiore rispetto a chi si è pensionato o si pensionerà quest’anno.

Un dato evidente che si ricava dal decreto dello scorso 15 maggio pubblicato in G.U. n. 131 del 8-6- 2018.

Con tale provvedimento, infatti, il ministero del Lavoro ha rideterminato, a partire dal 1° gennaio 2019, i divisori e i coefficienti di trasformazione di cui alla Tabella A dell’Allegato 2 della legge 247/2007 e alla Tabella A della legge n. 335/1995.

Questa procedura – ad oggi – è stata attuata ogni tre anni. Difatti questa in particolare andrà a coprire il trienno 2019/2021, ma non sarà così, invece, per la revisione successiva.

Quella, cioè, che andrà dal 2022. Ciò in quanto da allora in avanti la legge ha stabilito una cadenza biennale della revisione.

Sta di fatto che, con questo decreto, avremo pensionati più poveri in quanto, i nuovi coefficienti, valevoli per il prossimo triennio, confermano un trend negativo in corso già da tempo.

All’incirca da quando la revisione è stata introdotta nel 2009.

Ma cosa accade, nei fatti? Ebbene, coloro i quali dal prossimo anno smetteranno di lavorare avranno una pensione annua inferiore (di circa l’1,2%) rispetto a chi si è pensionato o si pensionerà durante quest’anno.

In base a un calcolo realizzato dal quotidiano Italia Oggi, un lavoratore con un montante contributivo di 100mila euro che andrà in pensione il prossimo anno a 65 anni d’età, vedrà la sua pensione decurtata di quasi 900 euro.

Secondo Italia Oggi, dal 2009 al 2018, ovvero per tutto il periodo in cui ha operato la revisione, la riduzione media degli assegni ha raggiunto un picco dell’11%.

A questo, si aggiungerà l’ulteriore sforbiciata operata a partire dal prossimo anno, con un calo complessivo che supererà il 12%.

I coefficienti di trasformazione, applicati alla totalità dei contributi versati durante l’arco di vita lavorativa, concorrono al calcolo della pensione con metodo contributivo e consentono di calcolare l’importo annuo della pensione spettante.

Il cosiddetto meccanismo di rideterminazione ha l’obiettivo di bilanciare e contenere la spesa pensionistica alla luce dell’aumento dell’aspettativa di vita e della permanenza sul lavoro.

Questo però si applica solo alla parte di pensione calcolata con il sistema contributivo, che dal 2012 è stato esteso a tutti i lavoratori. Per tutti gli altri lavoratori, il calcolo contributivo riguarderà solo le annualità successive al 2012.

Un altro elemento da considerare è che tali coefficienti variano in modo direttamente proporzionale in base all’età anagrafica del lavoratore. E ciò avviene nel momento in cui questi consegue la prestazione previdenziale, ovvero decide o ha possibilità di andare in pensione.

Cosa cambia dal 2019

Dal 2019 si partirà dall’età di 57 anni fino a raggiungere i 71 anni di età. Ciò significa che, rispetto ai precedenti provvedimenti, preso atto dell’aumento della speranza di via, si aggiunge un anno rispetto all’attuale periodo di pensionamento preso in considerazione (che va da 57 a 70 anni)

Alla luce di quanto illustrato in precedenza, il coefficiente sarà più vantaggioso per chi si va in pensione con un’età maggiore. In poche parole soltanto chi lavora di più riuscirà a bilanciare gli effetti della revisione.

Ecco dunque i nuovi divisori e coefficienti di trasformazione rideterminati a partire dal 1° gennaio 2019 in base ai diversi anni di età cui si accede al pensionamento.

  • 57 anni: divisore 23,812; coefficiente 4,2%
  • 58 anni: divisore 23,236; coefficiente 4,304%
  • 59 anni: divisore 22,654; coefficiente 4,414%
  • 60 anni: divisore 22,067; coefficiente 4,532%
  • 61 anni: divisore 21,475; coefficiente 4,657%
  • 62 anni: divisore 20,878; coefficiente 4,79%
  • 63 anni: divisore 20,276; coefficiente 4,932%
  • 64 anni: divisore 19,672; coefficiente 5,083%
  • 65 anni: divisore 19,064; coefficiente 5,245%
  • 66 anni: divisore 18,455; coefficiente 5,419%
  • 67 anni: divisore 17,844; coefficiente 5,604%
  • 68 anni: divisore 17,231; coefficiente 5,804%
  • 69 anni: divisore 16,609; coefficiente 6,021%
  • 70 anni: divisore 15,982; coefficiente 6,257%
  • 71 anni: divisore 15,353; coefficiente 6,513%

 

 

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sistema previdenziale

Per i professionisti e convenzionati iscritti alla Cassa previdenziale dei medici il sistema previdenziale prevede di fatto la possibilità di uscire in anticipo già con ‘Quota 97’

Tra i punti principali dell’accordo sottoscritto da Lega e Movimento 5 Stelle per la nascita del nuovo governo figura la revisione del sistema previdenziale. Gli attuali requisiti per la pensione prevedono l’uscita: a 66 anni e 7 mesi nel 2018, a 67 anni di età nel 2019 e successivamente a 67 anni e 3 mesi dal 2021, con un minimo di 20 anni di contributi versati.

Una delle ipotesi avanzate per superare la Legge Fornero è l’introduzione della ‘Quota 100’. Il sistema, in particolare, prevede l’accesso alla pensione con una quota data dalla somma di età anagrafica (minimo di 64 anni) e di anni di contributi (almeno 35). In sostanza verrebbe reintrodotto il trattamento pensionistico d’anzianità, applicato sino al 2011, che consentiva una discreta anticipazione rispetto alla vecchiaia.

Restano tuttavia diversi aspetti da chiarire rispetto alla Quota 100. Tra i dubbi, ad esempio, il computo nel periodo di contribuzione degli anni eventualmente riscattati o ricongiunti. O ancora la reintroduzione della finestre con cui si ritardava l’uscita dei pensionandi che avevano già maturato i criteri previsti per il pensionamento.

In ambito medico, invece, per i camici bianchi iscritti all’Enpam “la quota 100 è un traguardo già raggiunto, e perfino superato”.

Di fatto, si legge sul sito dell’Ente, “la Cassa consente ai liberi professionisti e ai convenzionati di chiedere la pensione anticipata già con Quota 97”.

Rispetto alla riforma che il nuovo governo vuole attuare, inoltre, i vantaggi non si fermerebbero qui. Infatti l’Enpam garantisce la possibilità di pensionarsi già a 62 anni di età, con 35 anni di contributi. Ciò a fronte di quanto previsto per i dipendenti iscritti all’Inps per i quali si parla di consentire l’uscita dal lavoro all’età minima di 64 anni.

Nel computo dell’anzianità contributiva, poi, rientrano anche gli anni riscattati o ricongiunti. L’unico vincolo esistente è che al momento del pensionamento siano trascorsi 30 anni dalla laurea. Infine, esiste la possibilità di andare in pensione anticipata indipendentemente dall’età anagrafica, purché si abbiano 42 anni di contributi.

 

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