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Ottenere il Tfr dopo il licenziamento: ecco come fare

Una guida esaustiva per capire in che modo si può ottenere il Tfr dopo il licenziamento individuando gli strumenti necessari

Come ottenere il Tfr dopo il licenziamento? Spesso non è facile sapere come muoversi, soprattutto se è la prima volta che ci si confronta con la questione.

Prima di tutto, è bene definire il Tfr, ovvero il trattamento di fine rapporto.

Questo è la somma che il datore di lavoro deve corrispondere al lavoratore nel momento della cessazione, per qualsiasi motivo, del rapporto di lavoro subordinato.

È bene sapere che il trattamento di fine rapporto spetta a prescindere dal fatto che il rapporto di lavoro sia venuto a cessare per dimissioni o licenziamento.

Per dimissioni si intende l’atto unilaterale con cui il lavoratore dipendente recede dal contratto di lavoro.

Le dimissioni sono, quindi, una facoltà del lavoratore e producono il loro effetto nel momento in cui il datore di lavoro ne viene a conoscenza.

ll licenziamento, invece, è l’esercizio del diritto potestativo di recesso da parte del datore di lavoro nei confronti di un dipendente.

Prima di entrare nella questione relativa a come ottenere il Tfr dopo il licenziamento, è importante precisare come questo si calcola.

Il tfr matura progressivamente durante il rapporto di lavoro. Questo viene pagato al dipendente quando viene a cessare il rapporto contrattuale.

Il tfr corrisponde a circa una mensilità all’anno. Nello specifico, si ottiene dividendo la retribuzione lorda per 13,5 e sottraendo la contribuzione dovuta all’Inps nella misura dello 0,5 per cento.

Ai fini del calcolo del tfr, la Corte di Cassazione ritiene che si debba tenere conto anche del lavoro straordinario solo se questo è prestato con una certa frequenza.

Il trattamento di fine rapporto va corrisposto alla cessazione del rapporto di lavoro. I contratti collettivi possono fissare un termine, a partire dalla data di cessazione del rapporto, entro il quale il datore di lavoro deve eseguire questa prestazione.

Se però nel contratto non viene indicato alcun termine, il lavoratore può esigere il tfr all’atto del licenziamento o delle dimissioni. Il lavoratore può, quindi, pretendere immediatamente il pagamento senza aspettare.

In caso contrario, potrebbe agire in Tribunale, contro il datore di lavoro, per ottenere il pagamento del tfr.

Cosa succede però se il datore di lavoro non paga il tfr?

In questo caso il lavoratore può inviare una lettera di sollecito di pagamento.

Se nemmeno questo dovesse sortire effetti, il lavoratore per ottenere il tfr dopo il licenziamento può rivolgersi alla Direzione del Lavoro. Qui chiederà un tentativo di conciliazione. Se questa va a buon fine, si redige verbale dell’accordo concluso che costituisce titolo esecutivo ed ha lo stesso valore di una sentenza.

Qualora il datore di lavoro non dovesse versare il tfr, il lavoratore potrebbe chiedere al Tribunale un decreto ingiuntivo.

Il decreto verrà poi notificato al datore di lavoro che ha 40 giorni di tempo per pagare, o presentare un’opposizione.

Cosa fare se l’azienda fallisce?

In questo caso, il lavoratore può rivolgersi all’Inps per ottenere il pagamento. L’istituto di previdenza coinvolge il Fondo di Garanzia che esige l’invio di una domanda in via telematica.

Alla domanda vanno allegati una serie di documenti che vengono rilasciati dalla Cancelleria della sezione fallimentare. Serviranno: la sentenza dichiarativa di fallimento, l’ammissione al passivo, il decreto di esecutività dello stato passivo del fallimento. In questo caso è necessario rivolgersi ad un avvocato.

La prescrizione del trattamento di fine rapporto può compiersi in 5 anni, oppure in 10 anni, a seconda delle fattispecie.

Il termine di prescrizione di 10 anni opera in determinati casi.

In primis, quando il lavoratore vuole ottenere il pagamento del risarcimento del danno contrattuale, ivi compreso il danno per omesso versamento contributivo sia totale che parziale. Poi, nel caso di erogazioni una tantum. Opera inoltre se il lavoratore vuole far valere i diritti connessi al passaggio di qualifica.

La prescrizione breve di 5 anni ha natura estintiva ed opera in altre tre differenti ipotesi.

La prima è per il trattamento di fine rapporto. La seconda per le indennità di buonuscita. L’ultima è per le altre indennità spettanti al lavoratore in conseguenza della cessazione del rapporto di lavoro.

Infine, è utile saper che la prescrizione del trattamento di fine rapporto inizia a decorrere, “dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere”.

 

 

 

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congedo per le vittime di violenza

La legge di bilancio 2018 ha esteso anche alle collaboratrici domestiche il congedo per le vittime di violenza di genere. Ecco come usufruirne

Arrivano delle notizie importanti che riguardano il congedo per le vittime di violenza di genere. Adesso anche le collaboratrici domestiche potranno usufruirne. 

La novità è stata introdotta dalla legge di bilancio 2018 (l. n. 205/2017) che ha modificato l’art. 24 del d.lgs. 80/2015.

Questo ha eliminato l’esclusione del lavoro domestico dalle disposizioni relative al congedo per le donne vittime di violenza di genere.

Il congedo per le vittime di violenza spetta, come dispone la norma, a condizione che la lavoratrice sia “inserita nei percorsi di protezione relativi alla violenza di genere, debitamente certificati dai servizi sociali del comune di residenza o dai centri antiviolenza o dalle case rifugio”.

Ma in cosa consiste tale disposizione?

Il congedo, di fatto, dà diritto ad astenersi dal lavoro per motivi connessi al suddetto percorso di protezione per un periodo massimo di tre mesi, continuando a percepire l’intera retribuzione.

Nello specifico, la lavoratrice ha diritto a percepire “un’indennità corrispondente all’ultima retribuzione, con riferimento alle voci fisse e continuative del trattamento”.

Il periodo di congedo per le vittime di violenza è inoltre coperto da contribuzione figurativa e computato ai fini dell’anzianità di servizio a tutti gli effetti.

Inoltre è computato ai fini della maturazione delle ferie, della tredicesima mensilità e del trattamento di fine rapporto.

In che modo si può usufruirne?

Ai fini dell’esercizio del diritto al congedo, la lavoratrice, salvo casi di oggettiva impossibilità, dovrà innanzitutto preavvisare il datore di lavoro o il committente.

Ciò dovrà avvenire con un termine di preavviso non inferiore a sette giorni e con l’indicazione dell’inizio e della fine del periodo di congedo. Occorre inoltre l’impegno a produrre la certificazione necessaria.

Il congedo potrà essere usufruito su base oraria o giornaliera nell’arco temporale di 3 anni secondo quanto previsto dalla contrattazione collettiva.

In caso di mancata regolamentazione, la dipendente può scegliere tra la fruizione giornaliera e quella oraria.

 

 

 

 

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rinnovo contrattuale

Il sindacato degli Anestesisti Rianimatori chiede chiarezza sulle questioni economiche e normative relative al rinnovo contrattuale 2016-2018

Continua lo stato di agitazione dei sindacati di area medica, che dopo lo sciopero dello scorso dicembre, minacciano di incrociare nuovamente le braccia a febbraio. Il perno della protesta è rappresentato dalle risorse economiche previste per il rinnovo contrattuale del triennio 2016-2018. Per certificare la reale entità di tali risorse, l’AAROI-EMAC, in linea con le altre OO.SS. ha chiesto un primo incontro alla parte datoriale, ovvero ARAN e Regioni.

L’Associazione degli Anestesisti Rianimatori chiede chiarezza, nello specifico, su due grandi questioni: quella economica, che deve certamente essere decorosa, e quella normativa. Questo secondo aspetto, sottolinea il sindacato, è altrettanto importante. Sono da risolvere, infatti, “gli innumerevoli problemi che la demolizione sistematica di interi capitoli del contratto vigente ha creato nelle trattative periferiche, regionali e aziendali”.

L’AAROI-EMAC invita pertanto il Governo uscente “a far rendere noti al più presto i dettami di un atto di indirizzo che rischia di essere inaccettabile”.

La sigla sindacale chiede inoltre con forza la convocazione in ARAN non appena l’Agenzia sarà nella possibilità di intraprendere questo difficile percorso.

La mobilitazione, dunque, non si ferma. Non si esclude neppure la messa in mora di Stato e Regioni. A questi viene imputato di non aver rispettato la Sentenza della Corte Costituzionale che nel 2015 ha dichiarato illegittimo il blocco contrattuale. In  tutti gli Ospedali, l’Associazione proclama che continuerà a mettere in atto le più capillari azioni di contrasto agli orari di lavoro che i medici subiscono dalle Amministrazioni.

“Inizia una stagione difficile – si legge in una nota – al sostegno della quale saranno al momento opportuno chiamati tutti i nostri Colleghi”. Il rinnovo contrattuale rappresenta per l’AAROI-EMAC il principale obiettivo del 2018. “E’ bene che i nostri interlocutori politici se lo ricordino – sottolinea il sindacato -. Il prossimo 4 marzo saranno anch’essi, come cittadini, chiamati a scegliere con il loro voto il prossimo Governo”.

 

 

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infortuni e malattie

L’Enpam annuncia più tutele in termini di infortuni e malattie nei confronti dei medici di medicina generale. Ecco le novità in arrivo

Medici di medicina generale più tutelati contro infortuni e malattie. La notizia arriva da Enpam che afferma come, dal primo gennaio, i medici saranno coperti da una nuova polizza che assicura i primi 30 giorni di inabilità per infortuni e malattie.

La compagnia Cattolica (in coassicurazione con Groupama) ha infatti vinto la gara a evidenza pubblica bandita dall’Enpam.

Questa ha consentito di ottenere condizioni molto più vantaggiose per i suoi iscritti.

A migliorare il pacchetto delle tutele per i medici di medicina generale c’è la garanzia di condizioni economiche più favorevoli, un accesso più facile alle informazioni e un servizio capillare sul territorio.

In ben 59 città italiane saranno presenti uffici dove l’iscritto dialogherà con un medico e un liquidatore della compagnia, in modo da semplificare le procedure e ridurre i tempi di attesa.

E queste sono solo alcune delle prerogative della nuova polizza che Enpam ha voluto assicurare ai medici dell’assistenza primaria.

Tra le tutele previste all’interno della tutela, rientrano com’era valido anche nel precedente contratto, le eventuali conseguenze economiche di lungo periodo tramite le coperture per invalidità permanente da infortunio, invalidità permanente da malattia e morte da infortunio.

Molti i vantaggi, tra i quali il fatto che l’invalidità permanente da infortunio prevede una franchigia del 7%, mentre prima era del 10%.

In particolare, segnala Enpam, quando l’invalidità riconosciuta è pari o superiore al 50%, viene liquidata l’intera somma assicurata e cioè 150 mila euro.

I medici di continuità assistenziale ed emergenza territoriale potranno contare su una riduzione delle franchigie sui sinistri. Nello specifico, per i gravi mali è stato dimezzato lo scoperto, che passa dal 20% al 10%.

Massimale raddoppiato, poi, per le malattie tropicali, che da 300 mila sale a 600 mila euro.

In caso di morte avvenuta entro due anni dall’infortunio, la somma pagata passa da 100 mila a 150 mila euro. Per il rischio volo, in caso di decesso, i massimali sono elevati per persona da 1 milione e 200 mila a 2 milioni e 500 mila euro e per aeromobile da 7 milioni e 500 mila a 20 milioni di euro.

Resteranno però fuori dalla nuova copertura dei trenta giorni i pediatri di libera scelta che con l’ultimo Accordo collettivo nazionale hanno rinunciato a questa tutela tramite la Fondazione.

Enpam ha tuttavia già dichiarato la disponibilità dell’ente a coprire di nuovo i pediatri nel caso in cui la nuova convenzione lo prevedesse. Per i liberi professionisti si attende invece di dare esecuzione al nuovo regolamento che Enpam ha concepito per le prestazioni di inabilità. L’obiettivo è di tutelare infortuni e malattie con prestazioni previdenziali – slegate da limiti di reddito – e non più assistenziali.

Sarà disponibile, infine, il numero verde 800 688 317, come da richiesta di molti medici. Il call center è attivo dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 17.30 (esclusi festivi e prefestivi).

 

 

 

 

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Prestazioni previdenziali erogate da Inps

L’elenco completo di tutte le prestazioni previdenziali erogate dall’Inps. Dalla nuova Ape social fino alle pensioni di anzianità

Sono tante le prestazioni previdenziali erogate da Inps, e di diverse tipologie. Ecco un elenco completo ed esaustivo con le caratteristiche di ognuna.

Nell’ambito delle prestazioni pensionistiche previste per gli iscritti all’Assicurazione Generale Obbligatoria (AGO) e per gli iscritti alla Gestione Separata, andiamo ad analizzare pensione anticipata e pensione di vecchiaia.

Entrambe sono prestazioni economiche erogate a richiesta dai lavoratori dipendenti e autonomi iscritti all’AGO, comprensiva del FPLD e delle gestioni speciali per i lavoratori autonomi.

Oppure, si tratta di iscritti alla Gestione Separata in possesso dei requisiti anagrafici e contributivi previsti dalla legge.

Cosa fare per richiedere la pensione anticipata?

In questo caso, occorre seguire le disposizioni eccezionali di legge circa requisiti anagrafici e contributivi. Per ricevere la pensione di vecchiaia gli iscritti devono essere già assicurati alla data del 31 dicembre 1995 o assicurati dal 1° gennaio 1996 e rispettare sempre i requisiti di legge.

La totalizzazione consente il diritto a un’unica pensione di vecchiaia per i lavoratori che hanno versato contributi in diverse casse, gestioni o fondi previdenziali. In questo caso è gratuita, mentre nel caso della ricongiunzione è onerosa.

Sempre in termini di prestazioni previdenziali erogate dall’ Inps, vi sono le pensioni supplementari.

Le pensioni supplementari per contribuzione versata nell’Assicurazione Generale Obbligatoria (AGO) e nella Gestione Separata sono erogate al pensionato che ne fa richiesta per fare valere la contribuzione accreditata in una gestione diversa rispetto a quella in cui è divenuto titolare di pensione.

Questo nel caso in cui tale contribuzione non è sufficiente a realizzare un diritto autonomo a pensione.

La pensione supplementare spetterà anche ai familiari superstiti.

Esistono tre tipi di pensione supplementare. Sono la pensione supplementare di vecchiaia; la pensione supplementare di invalidità; la pensione supplementare ai superstiti.

Si suddividono in base al soggetto che chiede il trattamento e ai requisiti richiesti.

Vi è poi la pensione di inabilità, una prestazione economica, erogata a domanda, per quei lavoratori dei quali è accertata l’assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa.

La pensione di inabilità è stabilita in presenza di assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa a causa di infermità o difetto fisico o mentale. Questi ultimi vanno valutati dalla Commissione Medica Legale dell’Inps.

Essa è stabilita in presenza di almeno 260 contributi settimanali (cinque anni di contribuzione e assicurazione) di cui 156 (tre anni di contribuzione e assicurazione) nel quinquennio precedente la data di presentazione della domanda.

Quanto alle pensioni per gli iscritti al Fondo casalinghe, le prestazioni sono rivolte alle persone di entrambi i sessi che svolgono lavori di cura non retribuiti derivanti da responsabilità familiari.

In questo caso è il sistema di calcolo contributivo a stabilire l’importo.

Il diritto alla pensione di anzianità, invece, fino al 31 dicembre 2011 si perfezionava al raggiungimento di una quota realizzata dalla somma tra l’età anagrafica minima richiesta e almeno 35 anni di contributi.

Chi ne ha diritto continua a usufruirne. Oppure può richiederla ancora oggi secondo i limiti, i requisiti e le modalità previste dalla legge.

La pensione di anzianità può ancora essere richiesta. Devono però essere soddisfatti i requisiti alla data del 31 dicembre 2011. La totalizzazione consente l’acquisizione del diritto a un’unica pensione di anzianità per i lavoratori.

Questo diritto spetta a coloro che hanno versato contributi in diverse casse, gestioni o fondi previdenziali. È completamente gratuita, salvo in caso di ricongiunzione.

Per quel che concerne Ape sociale, si tratta di un’indennità di natura assistenziale. Essa è a carico dello Stato ed erogata dall’Istituto di previdenza a soggetti in stato di bisogno.

Questi devono aver compiuto almeno 63 anni di età e non essere già titolari di pensione diretta.

L’indennità è corrisposta, a richiesta dell’interessato, fino al raggiungimento dell’età prevista per la pensione di vecchiaia. Oppure dei requisiti per la pensione anticipata. È una misura sperimentale in vigore dal 1° maggio 2017 al 31 dicembre 2018.

Quanto all’Ape volontaria – Anticipo finanziario a garanzia pensionistica, è un prestito commisurato e garantito dalla pensione di vecchiaia.

Viene erogato dalla banca in quote mensili per dodici mensilità che si potrà avere alla maturazione del diritto.

È riconosciuta in via sperimentale dal 1° maggio 2017 al 31 dicembre 2018.

Quanto alle altre prestazioni previdenziali erogate, vale quanto segue.

Nei casi di processi di ristrutturazione, di situazioni di crisi e simili la legge stabilisce che possano essere erogate prestazioni di accompagnamento alla pensione a totale carico del datore di lavoro.

Vi sono poi gli assegni straordinari di sostegno al reddito.

Si tratta di prestazioni a carico dei datori di lavoro. Essi nascono da accordi aziendali. Questi vanno ad agevolare l’esodo dei lavoratori a tempo indeterminato una volta raggiunti i requisiti per la pensione entro un determinato periodo.

Quanto alle agevolazioni e ai benefici pensionistici, ve ne sono diversi.

Il regime sperimentale donna è un beneficio che consente alle lavoratrici di ottenere la pensione di anzianità con requisiti anagrafici più favorevoli rispetto a quelli in vigore dal 1° gennaio 2008 in poi. È sperimentale.

Infatti è previsto solo per chi ha maturato i requisiti nel periodo dal 1° gennaio 2008 al 31 dicembre 2015.

Vi è poi il beneficio per i lavoratori precoci.

La legge di bilancio 2017 prevede la possibilità, per i lavoratori che hanno iniziato a lavorare prima dei 19 anni, di accedere con un requisito contributivo ridotto alla pensione anticipata.

Infine, c’è il supplemento di pensione. Si tratta di un incremento della pensione liquidato, a domanda, in base alla contribuzione di periodi successivi alla data di decorrenza della pensione medesima.

I contributi successivi alla decorrenza del primo supplemento consentono la liquidazione di ulteriori supplementi. A questo hanno diritto i titolari di pensione principale, di pensione supplementare o di assegno ordinario di invalidità.

 

 

 

 

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cancellazione dalla cassa forense

Dal 1° gennaio sono state implementate le indicazioni degli standard di servizio per le istruttorie di cancellazione dalla Cassa Forense

Sono in vigore dal 1° gennaio 2018 i nuovi standard di servizio per le istruttorie di cancellazione dalla Cassa Forense da parte dei praticanti avvocati.

La cancellazione dalla Cassa Forense da parte dei praticanti avvocati (ex art. 6, comma 2, lett. b del regolamento attuativo della riforma 247/2012) viene deliberata dalla giunta esecutiva su apposita domanda dell’interessato.

La domanda di cancellazione deve essere obbligatoriamente compilata sul modulo reperibile sul sito stesso dell’ente. Basta accedere nell’area “documentazione – modulistica – iscrizioni e cancellazioni”, e andare a questo link.

Ma come funziona la procedura?

Una volta pervenuta la domanda di cancellazione, questa viene protocollata e inoltrata al servizio competente di Cassa Forense per l’apertura dell’istruttoria.

Quando vengono effettuate le opportune verifiche circa la sussistenza dei requisiti necessari per l’esercizio di tale facoltà (chiedendo, ove necessario, integrazioni di documentazione), la pratica viene definita.

Ciò avviene con delibera della Giunta Esecutiva e l’esito viene comunicato all’interessato mediante pec o raccomandata.

La procedura deve essere completata secondo i tempi standard di 120 giorni solari.

Tale periodo è calcolato “dalla data di protocollazione della domanda alla data di delibera da parte della Giunta Esecutiva”.

La Carta dei servizi di Cassa Forense è il documento che definisce le strategie dell’ente “nello svolgimento delle attività istituzionali”. Inoltre, “fornisce informazioni sui servizi erogati, con le indicazioni degli standard di servizio per le principali attività previdenziali e assistenziali e dei tempi massimi dei procedimenti”.

Oltre all’implementazione degli standard di servizio relativi alle istruttorie per la cancellazione dalla Cassa Forense da parte dei praticanti avvocati e alla riduzione dei tempi di lavorazione di altre istruttore, la nuova Carta è stata modificata anche con riferimento alle richieste dei Durc (certificati di regolarità contributiva) e all’assistenza in favore dei familiari disabili.

 

 

 

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operatori call center

Il Ministero ha emanato un decreto definendo il compenso minimo per gli operatori call center. Ecco tutto quello che c’è da sapere

Novità in arrivo per gli operatori call center. Un decreto del Ministero del Lavoro ha definito infatti il loro salario minimo. Saranno 42 centesimi al minuto, 21,5 euro all’ora, dunque oltre 19mila euro in un anno.

Dopo gli scandali dei call center venuti fuori nelle ultime settimane, è giunta la risposta del Governo.

A suscitare polemiche era stato un bonifico da 92 euro, per la misera cifra di 33 centesimi l’ora in un call center pugliese. Da lì era partita la denuncia della Slc Cgil di Taranto.

Agli stipendi da fame si aggiungeva anche l’abitudine di decurtare dalla remunerazione un’ora di lavoro per chi andava alla toilette anche solo per 5 minuti. Per non parlare di chi arrivava con 2 o 3 minuti di ritardo rispetto all’orario di inizio turno.

Così, dopo un periodo di lavoro iniziato a metà ottobre e conclusosi a dicembre, le lavoratrici hanno scelto di licenziarsi.

Storia diversa ma ugualmente grave, quella che ha coinvolto degli operatori call center a Roma. Qui due dirigenti avrebbero stabilito un vademecum aziendale da imporre a tutti i dipendenti che proibiva relazioni sentimentali tra i colleghi e vietava di aiutare i compagni di lavoro in difficoltà.

Era proibito, inoltre, uscire la sera in gruppo senza i capi, prestare soldi ai colleghi di lavoro, parlare al di fuori di un gruppo aziendale su Whatsapp.

Dopo questi gravi fatti, il Governo ha deciso di intervenire.

È stato il direttore generale dei rapporti di lavoro e delle relazioni industriali del ministero del Lavoro e delle politiche sociali a firmare il decreto che stabilisce il costo del lavoro per gli operatori call center.

A questa determinazione si è giunti dopo un lungo confronto con le parti sociali di settore.

Questo ha reso possibile stabilire il costo del lavoro medio per i lavoratori dipendenti del settore call center, stabilendo il costo medio di riferimento in funzione dei futuri affidamenti da parte di amministrazioni aggiudicatrici ed enti aggiudicatori di servizi di call center, così come previsto dal Codice dei contratti pubblici e dall’articolo 24-bis del decreto-legge n. 83 del 2012.

L’obiettivo del provvedimento è proprio quello di far ordine nelle assunzioni dei call center che gestiscono l’attività in appalto per altre aziende.

Sarà prevista anche una tabella con i minimi retributivi, che è parte integrante del decreto.

Inoltre, nelle gare della Pubblica amministrazione, il costo del lavoro sarà scorporato dal valore totale.

 

 

 

 

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Dimissioni via app: ecco la novità del Ministero del lavoro

Il Ministero del lavoro ha reso disponibile la possibilità di dare le dimissioni via app. Ecco di cosa si tratta e come funziona l’applicazione

In un periodo in cui l’informatizzazione prende sempre più piede in ogni ambito della nostra vita, non stupisce la decisione del Ministero del lavoro di rendere disponibili le dimissioni via app. Come? Con una apposita applicazione chiamata, appunto, “Dimissioni volontarie”.

Da oggi, infatti, presentare le dimissioni via app utilizzando direttamente il proprio cellulare sarà possibile.

L’applicazione servirà appunto per la presentazione delle dimissioni volontarie e la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro.

Il nuovo strumento, scrive il ministero, “per comunicare in sicurezza e rapidità da tablet e smartphone, si inserisce nel costante percorso di miglioramento delle relazioni con il cittadino, e di ampliamento dei servizi online, messo in atto dal Dicastero”.

A questo proposito, si ricorda che, a partire dal 12 marzo 2016, a seguito del Jobs Act, le dimissioni volontarie e la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, devono essere effettuate in modalità esclusivamente telematica.

Una misura, questa, adottata per contrastare il fenomeno delle cosiddette “dimissioni in bianco”.

È bene inoltre ricordare come la procedura consenta al lavoratore di scegliere tra due opzioni disponibili.

La prima consiste nell’inviare il nuovo modulo autonomamente tramite il sito del Ministero del Lavoro. Ciò può avvenire accedendo, tramite Pin Inps dispositivo o SPID (il Sistema Pubblico di Identità Digitale), e compilando il form online.

La seconda opzione permette di rivolgersi a un soggetto abilitato. Tra questi si annoverano il patronato, il sindacato, ma anche le sedi territoriali dell’ispettorato.

Quindi, il soggetto abilitato compilerà i dati necessari e li invierà al Ministero. Sempre, naturalmente, per via telematica.

I moduli compilati, in entrambi i casi, dovranno contenere in ogni caso due informazioni essenziali.

La data di trasmissione (Marca temporale) e il codice identificativo coerente con la data.

Per quanto concerne la procedura telematica, anche con questa il lavoratore ha sempre la possibilità di revocare le dimissioni. Così come la risoluzione consensuale entro 7 giorni successivi alla comunicazione.

I cittadini e i soggetti abilitati potranno accedere all’apposita procedura sul sito del ministero. Grazie a pochi passaggi sarà possibile inviare il modello telematico al datore di lavoro direttamente online, tramite smartphone e tablet.

Per l’accesso, occorre essere in possesso di SPID. Quanto ai soggetti abilitati, potranno utilizzare le proprie credenziali di accesso al portale dei servizi del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

L’app Dimissioni Volontarie è disponibile sia su App Store per i dispositivi Apple che su Google Play per i dispositivi Android.

 

 

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modello red

Una panoramica sul modello Red: cos’è, chi è tenuto a presentarlo e in che tipo di sanzioni può incorrere chi non lo presenta

Il modello Red è quello che i pensionati titolari di prestazioni collegate al reddito devono utilizzare per adempiere al loro obbligo di dichiarare i propri redditi (ed eventualmente quelli dei familiari) all’Inps.

Il modello serve a verificare il diritto alle prestazioni collegate al reddito che percepiscono i pensionati.

Chi deve presentare il modello Red

L’onere di presentare la dichiarazione della situazione reddituale grava interamente sui pensionati.

Questi, devono ricordarsi di provvedere a tale adempimento.

L’Inps, infatti, non invia alcuna comunicazione cartacea per richiedere il RED.

Devono presentarlo i pensionati che non hanno redditi ulteriori rispetto a quello da pensione se la loro situazione reddituale si è modificata rispetto a quella dell’anno precedente.

Inoltre, anche coloro che percepiscono prestazioni collegate al reddito e che non comunicano integralmente all’amministrazione finanziaria tutti i redditi sulle prestazioni devono presentarlo.

Ciò in quanto tali redditi sono ininfluenti sulle prestazioni. Inoltre, non devono essere comunicati con la dichiarazione dei redditi all’Agenzia delle Entrate.

Tale modello va inviato da coloro che sono esonerati dall’obbligo di presentazione all’Agenzia delle Entrate della dichiarazione dei redditi. Oltre che da coloro che sono in possesso di redditi ulteriori rispetto a quelli da pensione.

Anche i titolari di alcune tipologie di redditi rilevanti ai fini previdenziali dovranno compilarlo. Così come i titolari di redditi dichiarati diversamente all’Agenzia delle Entrate.

Invece, i pensionati residenti in Italia che beneficiano delle prestazioni collegate al reddito e che hanno già dichiarato all’Agenzia delle Entrate tutti i loro redditi non devono presentare la dichiarazione reddituale.

Ciò in quanto l’Inps acquisisce le informazioni dall’Agenzia delle Entrate. Oppure,  da altre banche dati delle pubbliche amministrazioni.

Cosa accade se non si presenta il modello Red

In questo caso, l’Inps sospende le prestazioni collegate al reddito per 60 giorni.

Se il pensionato non ottempera neanche nei 60 giorni successivi provvedendo a una dichiarazione tardiva, le prestazioni verranno revocate in via definitiva. È previsto un recupero delle somme erogate nel corso dell’anno di riferimento della dichiarazione omessa.

 

 

 

 

 

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Novità sulle visite fiscali

Il decreto firmato dal ministro Madia introduce alcune novità sulle visite fiscali. Tra queste, quella secondo cui il medico può bussare due volte

In arrivo importanti novità sulle visite fiscali che mirano a contrastare abusi e illegalità. Il decreto firmato dal ministro Madia in accordo con il ministro Poletti e in vigore dal 13 gennaio, apporterà significativi cambiamenti e qualche conferma.

Tra questa, quelle relative alle fasce orarie, che restano confermate.

Restano di 7 ore per i dipendenti pubblici e di 4 per i privati. Così il decreto firmato dalla ministra Madia in accordo con il ministro Poletti, in vigore dal 13 gennaio.

Tra le principali novità del decreto c’è la già annunciata “cadenza sistematica e ripetitiva” dei controlli, “anche in prossimità delle giornate festive e di riposo settimanale”.

Insomma, come a dire: il medico fiscale suona sempre due volte. Le visite fiscali, infatti, potranno essere ripetute: una regola contro i cosiddetti “furbetti del weekend”, gli assenteisti seriali del lunedì.

Non solo.

Con il decreto Madia, salta anche l’armonizzazione tra i settori, indicata nella riforma del pubblico impiego.

Il ministero avrebbe motivato questa decisione sostenendo che dalla parificazione deriverebbe una riduzione delle finestre orarie per gli statali. Di conseguenza, questo comporterebbe controlli meno incisivi ed efficaci.

Nello specifico, il decreto individua le fasce di reperibilità tra le 9 e le 13 e tra le 15 e le 18 di ciascun giorno, mantenendo così gli orari attualmente previsti per la P.a e lasciando immutata la differenziazione tra il pubblico e il privato. Qui le finestre sono più brevi, ricomprese tra le ore 10 e le 12 e tra le ore 17 e le 19.

D’altra parte erano due le strade percorribili. Da un lato allargare gli spazi per i lavoratori del privato, come più volte proposto dal presidente dell’Inps Tito Boeri. Questi si era speso per portare tutti a sette ore.

L’altra via era quella che consiste nell’accorciare la reperibilità per gli statali, opzione giudicata non percorribile dalla Funzione pubblica.

 

 

 

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