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L’Avvocato

conducente

Aveva provocato un incidente stradale alla guida del suo furgone, dal quale erano conseguite lesioni personali gravi alla persona offesa, conducente di un altro furgone

Dopo l’impatto, l’imputato aveva proseguito la marcia, dandosi alla fuga e così, omettendo di prestare soccorso alla vittima il cui corpo era rimasto, nel frattempo, incastrato tra i due mezzi. Senonché, in primo grado, l’imputato (conducente del primo furgone), veniva prosciolto per non doversi procedere, stante l’intervenuta rimessione della querela.

Ma in secondo grado, la Corte d’Appello adita pronunciava sentenza di condanna nei suoi confronti per il reato di cui all’art. 189 C.d.S., commi 6 e 7, cioè per essersi dato alla fuga dopo l’incidente, omettendo così di prestare soccorso alla persona offesa.

Il ricorso per Cassazione

Avverso siffatto provvedimento presentava ricorso per Cassazione, a mezzo del proprio difensore di fiducia, denunciando il vizio di motivazione della sentenza impugnata in ordine alla ritenuta sussistenza dell’elemento psicologico del dolo, necessario per la sussistenza dei reati contestati.

Secondo la sua ricostruzione i fatti si erano svolti diversamente.  A seguito dell’incidente, che causava unicamente la rottura dello specchietto retrovisore, l’imputato si era fermato immediatamente, constatando che nessuno si fosse ferito; a quel punto, si vide costretto ad allontanarsi per sfuggire alla violenza della persona offesa, del figlio e del dipendente dello stesso.

In altre parole, egli riprese la marcia soltanto dopo aver verificato che nessuno si fosse fatto male.

Ma i giudici della Cassazione non accolgono i motivi di ricorso e dichiarano inammissibile l’impugnazione, oltre che infondata.

Il codice della strada, all’art. 189 descrive in maniera dettagliata il comportamento che l’utente della strada deve tenere in caso di incidente comunque ricollegabile al suo comportamento, stabilendo un “crescendo” di obblighi in relazione alla maggiore delicatezza delle situazioni che si possono presentare (Sez. 4, n. 9128/2012).

Così è previsto, per quanto qui interessa, l’obbligo di fermarsi in ogni caso, cui si aggiunge, allorché vi siano persone ferite, quello di prestare loro assistenza.

L’inottemperanza all’obbligo di fermarsi è punita con la sanzione amministrativa in caso di incidente con danno alle sole cose e con quella penale della reclusione fino a quattro mesi in caso di incidente con danno alle persone. In tale seconda ipotesi, se il conducente si è dato alla fuga, la norma contempla la possibilità dell’arresto in flagranza nonché la sanzione accessoria della sospensione della patente; la sanzione penale è più grave (reclusione fino ad un anno e multa) per chi non ottempera all’obbligo di prestare assistenza.

Si tratta di comportamenti diversi, lesivi di beni giuridici diversi ed attinenti, nel caso dell’inosservanza dell’obbligo di fermarsi, alla necessità di accertare le modalità dell’incidente e di identificare coloro che rimangono coinvolti in incidenti stradali e, nel caso di omissione di soccorso, a principi di comune solidarietà.

Il reato di fuga dal luogo dell’incidente

Quanto al reato di cui all’art. 189, comma 6 – aggiungono gli Ermellini -, trattasi di un reato omissivo di pericolo, il cui elemento materiale consiste, come si è già osservato, nell’allontanarsi dell’agente dal luogo dell’investimento così da impedire o comunque ostacolare l’accertamento della propria identità personale, l’individuazione del veicolo investitore e la ricostruzione delle modalità dell’incidente.

La stessa Cassazione in passato ha precisato che integra il reato di cui all’art. 189 C.d.S., comma 1 e 6 (cosiddetto reato di “fuga”), la condotta di colui che – in occasione di un incidente ricollegabile al suo comportamento da cui sia derivato un danno alle persone – effettui sul luogo del sinistro una sosta momentanea, senza consentire la propria identificazione, né quella del veicolo.

Infatti il dovere di fermarsi sul posto dell’incidente deve durare per tutto il tempo necessario all’espletamento delle prime indagini rivolte ai fini dell’identificazione del conducente stesso e del veicolo condotto, perché, ove si ritenesse che la durata della prescritta fermata possa essere anche talmente breve da non consentire né l’identificazione del conducente, né quella del veicolo, né lo svolgimento di un qualsiasi accertamento sulle modalità dell’incidente e sulle responsabilità nella causazione del medesimo, la norma stessa sarebbe priva di ratio e di una qualsiasi utilità pratica (così Sez. 4 n. 20235 del 25/1/2001).

L’elemento soggettivo del reato

Ora, ai fini della configurabilità del reato il dolo richiesto deve investire, innanzitutto ed essenzialmente, l’omesso obbligo di fermarsi in relazione all’evento dell’incidente, ove questo sia concretamente idoneo a produrre eventi lesivi, e va apprezzato come eventualmente sussistente avendo riguardo alle circostanze fattuali del caso laddove queste, ben percepite dall’agente, siano univocamente indicative di un incidente idoneo ad arrecare danno alle persone (così questa Sez. 4, n. 863 del 21/11/2007 ).

Ed il dolo richiesto per la punibilità può essere integrato anche dal solo dolo eventuale, non essendo necessario il dolo intenzionale (Sez. 4, n. 3568 del 10/12/2009).

L’obbligo di prestare assistenza

Quanto poi all’obbligo di prestare assistenza (art. 189 C.d.S., comma 7), anche per tale reato è pacifico che l’elemento soggettivo del detto reato ben può essere integrato dal semplice dolo eventuale, cioè dalla consapevolezza del verificarsi di un incidente, riconducibile al proprio comportamento che sia concretamente idoneo a produrre eventi lesivi, non essendo necessario che si debba riscontrare l’esistenza di un effettivo danno alle persone.

Ancora più di recente, la giurisprudenza della cassazione ha ribadito che l’elemento soggettivo del reato di mancata prestazione dell’assistenza occorrente in caso di incidente (art. 189 C.d.S., comma 7), può essere integrato anche dal dolo eventuale, ravvisabile in capo all’agente che, in caso di sinistro comunque ricollegabile al suo comportamento ed avente connotazioni tali da evidenziare, in termini di immediatezza, la probabilità, o anche solo la possibilità, che dall’incidente sia derivato danno alle persone e che queste necessitino di soccorso, non ottemperi all’obbligo di prestare assistenza ai feriti (Sez. 4, n. 33772 del 15/6/2017).

La sussistenza o meno di un effettivo bisogno di aiuto da parte della persona infortunata non è elemento costitutivo del reato che è integrato dal semplice fatto che in caso d’incidente stradale con danni alle persone non si ottemperi all’obbligo di prestare assistenza.

La decisione

Ebbene, nel caso in commento, già i giudici di primo grado avevano rilevato come pacificamente l’imputato non avesse ottemperato all’obbligo di fermarsi, venendo rintracciato solo grazie al fatto che la targa fosse stata rilevata da terzi, e che egli si era perfettamente reso conto di avere concorso a provocare un sinistro stradale.

E, proprio tale consapevolezza ha fatto scattare in capo all’imputato l’obbligo, non adempiuto, di fermarsi e di fornire le proprie generalità, nonché di attendere le forze dell’ordine per contribuire alla ricostruzione dell’evento.

Il fatto che egli avesse abbandonato la scena dell’incidente prima di tale verifica ha comportato, di contro, l’assunzione del rischio che qualcuno avesse riportato lesioni e che avesse bisogno di aiuto.  Si tratta del cosiddetto dolo eventuale.

Può perciò concludersi che ad integrare il reato in parola è sufficiente il mero dolo eventuale, ossia l’aver accettato il rischio che qualcuno fosse in stato di pericolo sul luogo dell’incidente ma decidere ugualmente di darsi alla fuga.

Sabrina Caporale

 

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GUIDA IN STATO DI EBBREZZA E INCIDENTE STRADALE: GLI AVVISI AL DIFENSORE

commenti offensivi

I giudici della Cassazione sono stati chiamati a pronunciarsi sulla vicenda che vedeva protagonista un blogger italiano, condannato per il reato di diffamazione aggravata per non aver cancellato commenti offensivi sulla sua pagina web

La vicenda

Blogger lombardo condannato in secondo grado dalla Corte d’Appello di Milano per il reato di diffamazione aggravata (di cui all’art. 595, comma 3 c.p.) in relazione alla pubblicazione di espressioni diffamatorie e commenti offensivi, postati sul suo blog da lui o da terzi e non opportunamente filtrate.

La pena era stata quantificata in euro 500,00 di multa e 2.000,00 a titolo di risarcimento dei danni morali patiti dalle parti civili.

Il ricorso per Cassazione

Col primo motivo la difesa dell’imputato lamentava l’errore in cui sarebbero incorsi i giudici dell’appello per non aver dichiarato la sua totale estraneità ai fatti.

Ebbene, è noto come il blog sia un diario virtuale, pubblicato su internet e periodicamente aggiornato dall’autore del sito, ove vengono pubblicati interlocuzioni dei lettori, dirette ad esporre commenti e riflessioni generalmente correlati agli interventi del blogger; solo in alcuni casi tali commenti sono filtrati, più spesso vengono immessi direttamente dai lettori senza l’intervento da parte del blogger.

Ebbene la Corte territoriale – a detta dell’imputato – non aveva considerato le sue dichiarazioni difensive in ordine all’erronea circostanza del filtro da lui non operato ai commenti dei lettori.

Il blog secondo la Cassazione

I giudici Ermellini definiscono il blog come un particolare tipo di sito web in cui i contenuti vengono visualizzati in forma anti-cronologica (dal più recente al più lontano), in genere gestito da uno o più blogger, che pubblicano, più o meno periodicamente, contenuti multimediali, in forma testuale o in forma di post, concetto assimilabile o avvicinabile a un articolo di giornale.

I tratti strutturali comuni ai blog riguardano principalmente il fatto che si tratta di “diari di rete”: i testi sono forniti di data e sono presenti sulla pagina web in ordine anti cronologico e la maggior parte delle volte sono introdotti da un titolo.

Il singolo intervento (articolo, pensiero, contenuto multimediale, ecc..) inserito dal blogger viene definito post e l’applicazione utilizzata permette di creare nuovi post identificandoli con un titolo, la data di pubblicazione e alcune parole chiave (tag).

Qualora l’autore del blog lo permetta, ovvero abbia configurato in questa maniera il blog, il post possono seguire i commenti dei lettori del blog.

Fatte queste premesse, i giudici della Suprema Corte non possono che condividere e confermare il giudizio già espresso nella sentenza impugnata.

Secondo la giurisprudenza di legittimità, la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca di un profilo social o web integra un’ipotesi di diffamazione aggravata, poiché la condotta in tal modo realizzata è potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato, o comunque quantitativamente apprezzabile di persone e tuttavia non può dirsi neppure posta in essere col mezzo della stampa, non essendo i social network destinati ad un’attività di informazione professionale diretta al pubblico (Sez. V, n. 4873/2016).

Dunque, condanna confermata per il blogger.

Sabrina Caporale

 

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OFFESA VIA INTERNET: GIORNALISTA CONDANNATO PER DIFFAMAZIONE

velocipede

Era stato condannato in primo grado per il delitto di lesioni personali colpose perpetrate ai danni della persona offesa, con violazione delle norme sulla circolazione stradale, mentre era a bordo del suo velocipede

Il fatto si verificava il 24 gennaio 2013. L’imputato alla guida del suo velocipede investiva la vittima nel mentre si accingeva ad attraversare la strada a piedi, senza prestare attenzione alle condizioni della circolazione e omettendo di rallentare, o addirittura di fermarsi.

La condanna veniva confermata anche in secondo grado, ove i giudici dell’appello riaffermavano la ricostruzione dei fatti e le responsabilità già accertate dal Giudice di prime cure.

Il ricorso per Cassazione

Con il primo motivo di ricorso l’imputato denunciava l’errore in cui sarebbe incorso il giudice di merito, posto che nella ricostruzione dell’incidente aveva riconosciuto che, al momento dell’impatto, la donna stava attraversando la strada fuori delle strisce pedonali, ma non aveva valorizzato l’ulteriore circostanza che la stessa fosse improvvisamente sbucata da un angolo cieco e che era stata urtata appena scesa dal marciapiede, non dando così tempo allo stesso di evitarla.

Si trattava a ben vedere, di circostanze tutt’altro che irrilevanti.

Peraltro, nella senza impugnata il Tribunale aveva omesso anche di rilevare che l’imputato stava procedendo a velocità bassissima, come si evinceva dal fatto, riferito dalla stessa persona offesa, che dopo l’urto egli proseguì per qualche metro senza cadere.

La decisione

Nonostante le ragionevoli motivazioni a sua discolpa, i giudici della Cassazione rigettano il ricorso della difesa.

Il ricorso é infondato, rasentando anzi la manifesta infondatezza – si legge nella sentenza.

Ed invero, nel ricorso dinanzi ai giudici di legittimità, il ricorrente si era limitato a richiedere una nuova valutazione del materiale probatorio già esaminato nei precedenti gradi di giudizio; operazione quest’ultima che è preclusa alla Cassazione, essendo di stretta pertinenza del giudice di merito.

Ma non è tutto.

Il fatto che la vittima avesse avuto un comportamento negligente nell’attraversare la strada fuori dalle strisce pedonali, non poteva certo escludere la responsabilità dell’imputato: ciò avviene solo allorquando il conducente, per motivi estranei ad ogni suo obbligo di diligenza, si trovi nell’oggettiva impossibilità di notare il pedone e di osservarne tempestivamente i movimenti, attuati in modo rapido, inatteso ed imprevedibile (Sez. 4, n. 33207 del 02/07/2013).

Il che non era certamente quanto accaduto nella fattispecie in esame.

Era stata, peraltro, accertata la presenza sul luogo dello scontro, di un segnale di stop che imponeva al conducente del velocipede di fermarsi in ogni caso; a maggior motivo, dunque, l’odierno ricorrente avrebbe dovuto prestare attenzione allo stato dei luoghi e moderare la velocità nel punto ove avvenne l’incidente, non essendo affatto imprevedibile che un pedone si immettesse sulla strada per attraversarla in prossimità del segnale di stop, uscendo dal punto ove vi era un ostacolo visivo.

In proposito, gli Ermellini hanno anche richiamato il pacifico indirizzo giurisprudenziale in base al quale, in tema di circolazione stradale, il principio di affidamento trova un temperamento nell’opposto principio secondo il quale l’utente della strada é responsabile anche del comportamento imprudente altrui purché questo rientri nel limite della prevedibilità (Sez. 4, n. 27513 del 10/05/2017).

E, in termini più specifici, è stato anche affermato che il conducente di veicolo deve continuamente ispezionare la strada che sta per impegnare, mantenendo un costante controllo del veicolo in rapporto alle condizioni della strada stessa e del traffico e prevedere tutte quelle situazioni che la comune esperienza comprende, in modo da non costituire intralcio o pericolo per gli altri utenti della strada (Sez. 4, n. 4854 del 30/01/1991).

Ragioni queste ultime tutte sufficienti a rigettare il ricorso con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Sabrina Caporale

 

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PEDONE INVESTITO FUORI DALLE STRISCE PEDONALI: MOTOCICLISTA CONDANNATO

violazione del consenso informato

In caso di intervento medico correttamente eseguito, in assenza di preventiva informazione, la violazione del consenso informato è automaticamente risarcibile?

La Suprema Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 11749 depositata il 15 maggio 2018, ha fornito un’esaustiva disamina in tema di rispetto dei doveri informativi connessi al trattamento sanitario e relativa risarcibilità in caso di violazione del consenso informato e di preventiva sua acquisizione.

I fatti di causa

La Corte di Appello di Napoli ha respinto l’appello proposto da L.M. avverso la sentenza del Tribunale della stessa città con cui era stata rigettata la domanda da lui formulata nei confronti del chirurgo e della società di gestione della casa di cura, avente ad oggetto la condanna al risarcimento dei danni occorsigli in seguito all’intervento di chirurgia oftalmica (“cataratta sottocapsulare all’occhio sinistro, sfociata in trapianto di cornea”), effettuato all’interno della predetta casa di cura e conseguiti alla violazione, da parte del medico, dell’obbligo di renderlo edotto, tramite il consenso informato, del tipo di intervento, dei suoi rischi e delle possibili complicanze.

La Corte territoriale ha rigettato l’impugnazione pur rilevando che, diversamente da quanto ritenuto dal primo giudice, l’appellante aveva tempestivamente allegato che, ove fosse stato adeguatamente informato dei rischi connessi all’intervento, si sarebbe rifiutato di sottopporvisi.

In proposito, la Corte territoriale, dopo aver ricordato che la violazione del dovere di informazione può causare due diversi tipi di danno, quello da lesione del diritto alla salute e quello da lesione del diritto all’autodeterminazione in sé considerato, ha ritenuto, con riguardo al primo pregiudizio, che non fosse stata criticata la sentenza impugnata né nella parte in cui aveva ritenuto che l’attore non avesse dato la prova che egli avrebbe rifiutato il suo consenso all’intervento qualora fosse stato debitamente informato dei rischi e delle possibili complicanze, né nella parte in cui aveva escluso che tale circostanza potesse ritenersi dimostrata sulla base di presunzioni gravi, precise e concordanti; e, con riguardo al secondo pregiudizio, che l’appellante non avesse indicato in nessun modo quali fossero stati, in concreto, i pregiudizi non patrimoniali, diversi da quello alla salute, da lui subiti in seguito alla mancanza di informazione, né avesse chiarito in cosa fossero consistite le “sofferenze fisiche e psichiche” genericamente allegate quale conseguenza del deficit informativo.

Propone ricorso per cassazione L.M., affidandosi a cinque motivi.

Consenso informato: diritto della persona e obbligo per il medico

Per gli Ermellini, il consenso informato, inteso quale espressione della consapevole adesione al trattamento sanitario proposto dal medico, si configura quale vero e proprio diritto della persona e trova fondamento nei principi espressi nell’art. 2 Cost., che ne tutela e promuove i diritti fondamentali, e nell’art. 13 Cost. e art. 32 Cost., comma 2, i quali stabiliscono rispettivamente che “la libertà personale è inviolabile” e che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”.

La necessità del consenso informato del paziente nell’ambito dei trattamenti medici, già prevista da numerose norme internazionali (art. 24 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, ratificata e resa esecutiva con legge 27 maggio 1991, n. 176; art. 5 della Convenzione di Oviedo sui diritti dell’uomo e sulla biomedicina, ratificata con L. 28 marzo 2001, n. 14; art. 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000), nel nostro ordinamento è oggi contemplata dalla L. n. 219 del 2017, art. 1, ma già in precedenza si desumeva dai citati precetti costituzionali, nonché  da numerose norme di legge ordinaria, quali la L. 21 ottobre 2005, n. 219, art. 3 (in tema di disciplina delle attività trasfusionali e della produzione nazionale degli emoderivati), la L. 19 febbraio 2004, n. 40, art. 6 (in materia di procreazione medicalmente assistita) e la L. n. 833 del 1978, art. 33, che esclude la possibilità di accertamenti e trattamenti sanitari contro la volontà del paziente, se questo è in grado di prestarlo e non ricorrono i presupposti dello stato di necessità di cui all’art. 54 c.p..

L’obbligo del sanitario di acquisire il consenso informato del paziente costituisce, pertanto, legittimazione e fondamento del trattamento, atteso che, senza la preventiva acquisizione di tale consenso, l’intervento del medico è, al di fuori dei casi di trattamento sanitario per legge obbligatorio o in cui ricorra uno stato di necessità, sicuramente illecito, anche quando è nell’interesse del paziente (Cass. 16/10/2007, n.21748).

L’obbligo informativo del sanitario

E’ correlato al diritto fondamentale del paziente all’espressione della consapevole adesione al trattamento sanitario propostogli.

Da ciò consegue che la prestazione che ne forma oggetto costituisce una prestazione distinta rispetto a quella sanitaria.

L’eventuale violazione di questo obbligo assume autonoma rilevanza ai fini dell’eventuale responsabilità risarcitoria del sanitario; infatti, mentre l’inesatta esecuzione del trattamento medico- terapeutico comporta la lesione del diritto alla salute, all’inadempimento dell’obbligo di acquisizione del consenso informato consegue la lesione del diritto fondamentale all’autodeterminazione del paziente.

Nel caso in cui a seguito dell’intervento sanitario, non preceduto da un’adeguata informazione del paziente sui possibili effetti pregiudizievoli non imprevedibili, anche se correttamente eseguito in base alle regole dell’arte, derivino conseguenze dannose per la salute, può affermarsi che la lesione della salute è causalmente ricollegabile alla violazione dell’obbligo informativo.

Se, la violazione del dovere di informazione non causa unicamente il danno da lesione del diritto all’autodeterminazione in sé, ma anche un danno alla salute, che non sia causalmente riconducibile all’inesatta esecuzione della prestazione sanitaria ma alla mancata corretta informazione, si deve  ragionevolmente ritenere che, se questa fosse stata rilasciata, il paziente avrebbe deciso di non sottoporsi all’intervento e di non subirne le conseguenze invalidanti (Cass. 16/05/2013, n. 11950).

Le conseguenze di una corretta e compiuta informazione sono:

  • il diritto, per il paziente, di scegliere tra le diverse opzioni di trattamento medico;
  • la facoltà di acquisire, se del caso, ulteriori pareri di altri sanitari;
  • la facoltà di scelta di rivolgersi ad altro sanitario e ad altra struttura, che offrano maggiori e migliori garanzie (in termini percentuali) del risultato sperato, eventualmente anche in relazione alle conseguenze post-operatorie;
  • il diritto di rifiutare l’intervento o la terapia – e/o di decidere consapevolmente di interromperla;
  • la facoltà di predisporsi ad affrontare consapevolmente le conseguenze dell’intervento, ove queste risultino, sul piano postoperatorio e riabilitativo, particolarmente gravose e foriere di sofferenze prevedibili (per il medico) quanto inaspettate (per il paziente) a causa dell’omessa informazione.

Il nesso causale tra danno e violazione

Quindi, nel caso in cui si alleghi che la violazione dell’obbligo di acquisire il consenso informato abbia determinato anche un danno alla salute, è necessario dimostrare il nesso causale tra questo danno e quella violazione, prova che, al contrario, non è necessaria ai fini dell’autonoma risarcibilità del danno da lesione del diritto all’autodeterminazione in sé considerato.

Per gli Ermellini, infatti, il danno-conseguenza rappresentato dalla sofferenza e dalla contrazione della libertà di disporre di se stesso, corrisponderebbe allo sviluppo di “circostanze connotate da normalità e all’id quod plerumque accidit” in seguito alla violazione dell’obbligo informativo, la cui risarcibilità non esige una specifica prova, e ciò in considerazione dell’immediata compromissione della genuinità dei processi decisionali fondati su dati alterati o incompleti per incompletezza delle informazioni(Cass. 05/07/2017, n. 16503).

Quindi, mentre in relazione alle ulteriori conseguenze dannose che non rientrano nella sequenza causale normale, resta necessaria una specifica dimostrazione, in relazione al danno-conseguenza costituito dalla sofferenza e dalla contrazione della libertà di disporre di se stesso non occorre fornire alcuna prova specifica, ferme restando la possibilità di contestazione della controparte e quella del paziente di allegare e provare fatti a sè ancor più favorevoli di cui intenda giovarsi a fini risarcitori (Cass. 05/07/2017, n. 16503).

Applicando queste considerazioni generali al caso in esame la Suprema Corte ritiene censurabile la decisione nella parte in cui ha escluso la risarcibilità del danno da lesione del diritto all’autodeterminazione in sè considerato, sul rilievo che l’appellante non avesse indicato in nessun modo quali fossero stati, in concreto, i pregiudizi non patrimoniali, diversi da quello alla salute, da lui subiti in conseguenza della mancanza di adeguata informazione, nè avesse chiarito in cosa fossero consistite le sofferenze fisiche e psichiche allegate quale conseguenza del deficit informativo.

La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio alla Corte di Appello di Napoli, in diversa composizione, la quale dovrà esaminare la domanda di risarcimento del danno da lesione del diritto all’autodeterminazione causato dalla violazione dell’obbligo di acquisizione del consenso informato, uniformandosi ai principi sopra illustrati.

Avv. Maria Teresa De Luca

 

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fibre di amianto

Il Tribunale di Venezia con una recente sentenza ha condannato una società industriale a risarcire gli eredi della donna deceduta a causa di un grave tumore alla pleura contratto perché per anni aveva respirato le fibre di amianto presenti sugli indumenti di lavoro del proprio marito

Citava in giudizio la società datrice di lavoro del proprio marito, chiedendo il risarcimento dei danni a lei occorsi per essersi occupata della manutenzione degli indumenti di lavoro del coniuge sui quali erano presenti fibre di amianto che lei aveva respirato per anni.

Si era costituita in giudizio la società convenuta, resistendo con proprie allegazioni e chiedendo il rigetto della domanda attorea.

Senonché al decesso della donna, si costituivano volontariamente in giudizio i suoi figli, in qualità di eredi, chiedendo la prosecuzione del processo.

La vicenda

La causa oggetto della vicenda giudiziaria in commento attiene alla tragica sorte che ha riguardato la povera defunta, deceduta a seguito di un mesetelioma, grave tumore alla pleura, che secondo la prospettazione attorea, la stessa aveva contratto in conseguenza dell’attività lavorativa svolta dal marito con esposizione all’amianto.

Quest’ultimo aveva lavorato per anni, come operaio in un cantiere navale con la mansione di carropontista.

Dalla ctu medico legale, disposta sulla donna era emerso che il mesotelioma pleurico è un raro tumore maligno della pleura ed è uno dei tumori per i quali sembra accertato un rapporto di ordine etiologico, identificato con tutte le attività connesse all’estrazione e alla lavorazione dell’absesto (termine che sta ad indicare in alternativa all’amianto numerosi silicati idrati chimicamente differenti, impiegati nelle attività industriali).

Si aggiungeva anche nella CTU che “proprio perché il mesotelioma è un tumore raro nella popolazione generale … è evidente che la sua comparsa in soggetti esposti ad amianto è altamente significativa per la valutazione del nesso di causa. Peraltro, il periodo di latenza tra l’inizio della esposizione e la comparsa della sintomatologia è stimato generalmente come molto lungo, nell’ordine di 30-40 anni.

Inoltre, (…) nella letteratura medico specialistica sono riportate segnalazioni di comparsa di mesotelioma nella popolazione generale residente in aree industriali dove veniva utilizzato amianto e anche tra i familiari dei soggetti professionalmente esposti, per possibile inquinamento dell’abitazione con fibre depositate sugli abiti di lavoro”.

Che dire, allora …

La consulenza tecnica non lasciava dubbi almeno sul piano scientifico dell’accertamento del nesso causale.

Le testimonianze

Anche dalle risultanze testimoniali raccolte nel corso del giudizio era emerso che l’uomo, coniuge della defunta, aveva lavorato per decenni in quella realtà industriale dove, peraltro, l’amianto era ben presente.

Ed era anche emerso che gli operai di quella azienda, già risultata “sorvegliato speciale” in ragione del presunto utilizzo di agenti cancerogeni, erano soliti portare a casa gli indumenti di lavoro per poi provvedere a lavarli.

Ebbene, quest’ultima circostanza è tutt’altro irrilevante, dal momento che, come evidenziato dalla ctu, la patologia contratta dalla donna era proprio riconducibile all’inquinamento venutosi a creare all’interno delle mura domestiche a causa di fibre di amianto presenti sugli abiti di lavoro del marito che ella stessa provvedeva con buona periodicità a lavare.

Il nesso causale

Venendo quindi all’accertamento del nesso causale, esso deve essere condotto con criteri probabilistici sulla base di valutazioni scientifiche (pur in mancanza del raggiungimento della certezza sulla correlazione tra fatto – esposizione all’amianto ed evento – mesotelioma – Cass. Sez. Un. 576/2008 e Cass. n. 16381/2010).

Ebbene anche secondo il Tribunale di Venezia (sent. n. 2147/2018), l’esposizione all’amianto del lavoratore (dal 1973 agli anni 90) aveva comportato la translazione della suddetta esposizione alle fibre di amianto all’interno delle mura domestiche della propria abitazione, con la conseguenza che la moglie ha subito su sé stessa gli effetti dell’inquinamento provenienti dalla realtà lavorativa del marito, ammalandosi e scontando tragicamente con la propria vita la convivenza matrimoniale con il suddetto.

La responsabilità del datore di lavoro

Non vi è dubbio– aggiunge il Tribunale veneto – che la responsabilità della impresa convenuta trovi fondamento nella fattispecie di cui all’art. 2087 c.c. poiché come ritiene giurisprudenza consolidata tale norma è fonte sia di responsabilità contrattuale per tutti i danni eziologicamente connessi alla attività prevista dal contratto di lavoro, che extracontrattuale per violazione del generale principio del neminem ledere avente ad oggetto la tutela dei diritti soggettivi primari, quali appunto la salute fisica o addirittura il diritto alla vita, e ciò a prescindere dagli obblighi specificamente imposti dalla relazione contrattuale e quindi anche dei soggetti terzi, come nella vicenda in esame.

Orbene sotto il profilo della sicurezza sul lavoro, ai sensi dell’art. 2087 c.c. spetta all’imprenditore provare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno.

Non si tratta di una responsabilità oggettiva, ma qualora sia accertato che il danno è stato causato dalla nocività dell’attività lavorativa per esposizione all’amianto, è onere del datore di lavoro provare di aver adottato le misure generiche di prudenza necessarie alla tutela della salute dal rischio espositivo secondo le conoscenze del tempo di insorgenza della malattia, essendo irrilevante la circostanza che il rapporto di lavoro si sia svolto in epoca antecedente all’introduzione di norme per l trattamento di materiali contenenti amianto, quali quelle contenute nel D.Lgs 277/1991 e successivamente abrogato dal D.Lgs. 81/2008.

Nella specie, tale onere non è stato assolto.

La società doveva pertanto essere condannata a risarcire il danno agli eredi della vittima.

Il risarcimento del danno

Gli attori, proprio in qualità di eredi, avevano chiesto il risarcimento del danno non patrimoniale in tutte le sue configurazioni.

La risarcibilità iure hereditatis del danno “da perdita della vita” conseguente a malattia derivante da fatto illecito è stato di recente rimesso alle Sezioni Unite (sent. n. 15350/2015) le quali hanno affermato che non vi è alcun contrasto con la giurisprudenza della Suprema Corte sul diritto iure hereditatis al risarcimento dei danni che si verificano nel periodo che va dal momento in cui sono provocate le lesioni a quello della morte conseguente alle lesioni stesse e che per la liquidazione di siffatto danno deve essere provato lo stato di coscienza del morituro.

Ebbene, nel caso in esame non vi era dubbio dello stato di coscienza della donna, nell’intervallo tra la diagnosi della malattia e la morte. Cosi, allo stesso modo, non vi era dubbio del dolore psicofisico dalla stessa subito a causa della malattia.

Il tribunale di Venezia ha così proceduto ad una liquidazione equitativa del danno, facendo uso del sistema tabellare adottato dal Tribunale di Milano.

Agli eredi è stato riconosciuto anche il risarcimento del danno iure proprio da perdita del rapporto parentale, ai sensi dell’art. 2059 c.c.

Il danno parentale – ribadisce il Tribunale  – consiste nella perdita di un prossimo congiunto che determina un profondo mutamento delle condizioni di vita del familiare. La ratio del danno parentale consiste, dunque, nella privazione e nel vuoto determinato dalla definitiva perdita del godimento del congiunto nonché dall’irreversibile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione e sulla quotidianità dei rapporti.

Tutti principi trovano il loro fondamento nella nostra Carta Costituzionale agli artt. 2, 29 e 30, nonché nella Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo (art. 8) e tutelano l’intangibilità del bene della famiglia.

Sabrina Caporale

 

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ESPOSIZIONE AD AMIANTO: CHIARIMENTI IN TEMA DI PRESCRIZIONE

interferenze illecite

Videoriprese fatte alla vittima; imputato accusato del reato di interferenze illecite nell’altrui vita privata. La Cassazione conferma la condanna

Nella sentenza oggetto di questa mia breve disamina affronteremo il reato di interferenze illecite nella vita privata, previsto e punito dall’art. 615 bis c.p.,  soffermandoci in particolare sulla recentissima sentenza emessa dalla Corte di Cassazione ed individuata dal n° 372/2019

Tizio veniva rinviato a giudizio per gli addebiti di cui agli articoli 609 quater ultimo comma c.p., per aver compiuto in più occasioni atti sessuali nei confronti di una minore di anni 10, e 615 bis c.p., per essersi procurato, mediante strumenti di videoripresa, filmati di tre dipendenti nel mentre si cambiavano all’interno dello spogliatoio di un esercizio commerciale nonché il filmato di una donna, ripresa all’interno della propria abitazione, mentre si trovava a casa della madre nuda ed intenta ad uscire dalla doccia.

Ebbene, all’esito della celebrazione del processo penale a suo carico, nelle forme del giudizio abbreviato, Tizio veniva condannato in primo grado e la sentenza veniva altresì confermata in secondo grado dalla competente Corte di Appello.

Il ricorso per Cassazione e la decisione

Orbene, la Suprema Corte, investita del gravame proposto dall’imputato, Tizio, annullava la sentenza di secondo grado solo con specifico riguardo all’ultimo capo d’imputazione (articolo 615 bis per aver ripreso una donna nuda, a casa della madre, intenta ad uscire dalla doccia), affermando, dunque, che il fatto non sussistesse e rideterminando pertanto la pena inflitta all’imputato.

Dunque, ad avviso di chi scrive appare opportuno illustrare al lettore quanto asserito sul punto dagli Ermellini e quindi le motivazioni che hanno spinto i medesimi ad annullare la sentenza ed a ritenere che il fatto contestato all’ultimo capo della rubrica, nella vicenda in esame, non sussistesse.

In particolare, la difesa dell’imputato, sulla scorta di precedenti sentenze di Legittimità, rilevava la circostanza che il bagno ove veniva ripresa la donna fosse sprovvisto di tende e che pertanto ciò escludesse la configurazione del reato di cui all’art. 615 bis c.p., poiché Tizio non utilizzò alcun accorgimento per filmare all’interno dell’abitazione della persona offesa, atteso che il bagno non risultava sottratto alla normale osservazione dall’esterno e che i due appartamenti (dell’imputato e della persona offesa) erano posti in maniera frontestante.

Inoltre, il Collegio di Legittimità, affermava testualmente, tra l’altro, che “…se, dunque, l’azione pur svolgendosi in luoghi di privata dimora, possa, come nel caso in esame, essere liberamente osservata dagli estranei, senza ricorrere a particolari accorgimenti, non si configura una lesione del diritto alla riservatezza del titolare del domicilio…”.

In altre parole, atteso che il luogo da cui veniva eseguita la videoripresa risultava posto di fronte all’abitazione della persona offesa e che dunque l’imputato non era costretto ad utilizzare alcun escamotage per poter video-riprendere all’interno del bagno della denunciante, ubicato in maniera tale da essere liberamente osservato dagli estranei, nella fattispecie sottoposta al vaglio degli Ermellini non si cristallizzava la condotta penalmente rilevante prevista e punita dall’art. 615 bis c.p..

Avv. Aldo Antonio Montella

(Foro di Napoli)

 

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STALKING: ESISTE IL REATO A PRESCINDERE DALL’ESISTENZA DI UN MOVENTE

sanzioni amministrative

L’estinzione della fattispecie penale non determina l’estinzione anche delle pene accessorie, quali le sanzioni amministrative

Nella sentenza oggetto di questa mia breve disamina (n° 141/2018) affronteremo il reato contravvenzionale previsto dall’articolo 186 co. 2 lett. c) e co. 2 bis del Codice della Strada, soffermandoci in particolare sulle sanzioni amministrative accessorie applicabili all’imputato.

Dunque, nel caso di specie, Tizio, imputato del sopra citato reato, all’esito della celebrazione del processo penale a suo carico, definito con rito alternativo della messa alla prova, veniva prosciolto in ragione del positivo risultato conseguito dall’imputazione a lui ascritta in rubrica.

Orbene, il Procuratore Generale presso la Corte di Appello proponeva Ricorso per Cassazione eccependo, con un unico motivo di gravame, in particolare, l’omessa trasmissione del carteggio processuale alla Prefettura per l’applicazione all’imputato della sanzione amministrativa accessoria.

La decisione

Ebbene, gli Ermellini hanno accolto la doglianza della Procura Generale, argomentando, invero, che l’estinzione della fattispecie penale non determina l’estinzione anche delle pene accessorie, di natura amministrativa, che in quanto tali prescindono dal processo penale.

In particolare, la normativa dettata sul punto dal Legislatore, prevede che le sentenze ed i decreti, senza distinzione tra provvedimenti giurisdizionali di condanna o di assoluzione, una volta divenuti esecutivi, siano trasmessi a cura della Cancelleria, entro il termine di quindici giorni, alla Prefettura affinché adotti le correlative sanzioni accessorie nei confronti dell’imputato.

In ragione di ciò ed in accoglimento dunque del Ricorso per Cassazione proposto nei termini di Legge dal Procuratore Generale presso la Corte di Appello, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente all’omessa trasmissione degli atti al Prefetto territorialmente competente, trasmissione che peraltro veniva disposta nel dispositivo.

Avv. Aldo Antonio Montella

(Foro di Napoli)

 

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INCIDENTE STRADALE PER GUIDA IN STATO DI EBBREZZA: GLI AVVISI AL DIFENSORE

guardrail

In caso di omessa manutenzione del guardrail da parte dell’ente proprietario della strada, quest’ultimo è tenuto a risarcire gli utenti per i danni causati da tale omissione

Tanto è stato stabilito da una recente pronuncia della Suprema Corte di Cassazione, che ha condannato un Comune, in qualità di proprietario di una strada “non a norma” a risarcire i danni subiti da un motociclista che per omessa manutenzione di un guardrail difettoso. Dall’impatto il conducente del motociclo riportava gravissime lesioni personali di cui chiedeva il risarcimento.

La Corte di Cassazione, Terza Sezione Civile, con l’ordinanza n. 22801 depositata il 29 settembre 2017 ha illustrato le funzioni del guardrail e individuato le responsabilità carico degli enti proprietari e custodi delle strade   nel caso in cui vi sia una omessa manutenzione o la barriera laterale stessa risulti difettosa.

I fatti di causa

Nel caso in esame un giovane motociclista ha subito lesioni gravissime, tra cui anche la perdita di un braccio, dopo che era venuto a collidere con il guardrail, su una strada di proprietà di un Comune in provincia di Brescia.

Secondo gli Ermellini, l’Ente, proprietario della strada, deve risarcire il motociclista per i danni patiti per l’omessa manutenzione del guardrail.

Più nel dettaglio, il motociclista ed i suoi genitori hanno convenuto in giudizio il Comune in quanto a seguito del sinistro, il ragazzo era andato a collidere con il guardrail non ben fissato e, che a seguito di tanto aveva assunto un’anomala posizione obliqua.

Il suo bordo tagliente causava l’amputazione del braccio del giovane.

Il giudice di primo grado riteneva responsabile del sinistro il Comune e lo condannava a risarcire al giovane centauro la somma di 1 milione di euro e centomila euro a ciascuno dei genitori.

La Corte territoriale ribaltava l’esito del giudizio escludendo la responsabilità del Comune, non essendo stata fornita la prova del nesso causale tra la presenza di (eventuali) alterazioni del manto stradale e la caduta del motociclista.

Il motociclista ed i suoi genitori propongono ricorso per cassazione articolato in sei motivi, cui resiste il Comune di Pozzolengo con controricorso.

La decisione della Cassazione

La sentenza preliminarmente ritiene astrattamente riconducibile la responsabilità del gestore della strada nell’alveo dell’art. 2051 c.c., in quanto ritiene che l’anomalia che viene indicata come causa dell’evento e cioè la sconnessione della sede stradale, è una situazione su cui sicuramente l’ente titolare della custodia avrebbe la possibilità e l’onere di intervenire in virtù dell’obbligo sullo stesso gravante di mantenere in efficienza la sede viaria per impedire il verificarsi di eventi dannosi per gli utenti.

Differente rispetto alla sentenza di appello è la soluzione prospettata dagli Ermellini che, per ciò che concerne gli obblighi di manutenzione hanno osservato che la funzione del guardrail non è solo quella di evitare o contenere il rischio della fuoriuscita di strada dei veicoli  nei tratti particolarmente pericolosi della carreggiata, ritenendo che le barriere non sono costruite solo con il fine di reggere l’impatto con gli autoveicoli.

Ed allora qual è l’effettiva funzione del guardrail?

E’ quella di diminuire la pericolosità del tratto di strada in cui è posizionato e tale sua funzione si esplica:

–          Delimitando visivamente il bordo strada

–          Offrendo resistenza nel momento dell’impatto dei veicoli

–          Offrendo protezione agli utenti della strada, automobilisti, motociclisti, ciclisti e pedoni, che vengano per qualsiasi motivo proiettati verso il bordo della strada, evitando loro più gravi conseguenze della caduta.

Ciò posto, appare evidente che l’Ente territoriale che decide di installare il guardrail è tenuto alla sua manutenzione, facendo così in modo che lo stesso possa continuamente assolvere alla sua funzione protettiva.

Infatti, l’eventuale impatto con il guardrail è un evento che si può certamente prevedere sia dal punto di vista tecnico che da quello giuridico (cfr. Cass., n. 22801/17).

Secondo gli Ermellini, l’amministrazione che, pur avendo collocato una barriera laterale di contenimento non curi di verificare che la stessa, per il passaggio del tempo o per l’azione degli agenti naturali o anche per l’impatto con veicoli, non abbia assunto una conformazione o non presenti delle asperità tali da costituire un pericolo per gli utenti della strada, ed ometta di intervenire con adeguati interventi manutentivi al fine di ripristinarne le condizioni di sicurezza, viola non solo le norme specifiche che le impongono di collocare barriere stradali volte al contenimento dei veicoli che rispettino determinati standard di sicurezza (sul tema di recente Cass. n. 10916 del 2017), ma i principi generali in tema di responsabilità civile.

Per quanto concerne poi la valutazione della eventuale responsabilità del Comune non per la diretta causazione dell’incidente, ma per l’aggravamento delle conseguenze da esso derivanti, va detto che in tema di responsabilità civile, qualora la produzione di un evento dannoso nella complessità di tutte le sue conseguenze negative possa apparire riconducibile alla concomitanza di più fattori causali, sia che essi abbiano agito concorrentemente per produrre il fatto dannoso in sè, sia che uno di essi abbia inciso esclusivamente nell’aggravare le conseguenze che si sarebbero autonomamente prodotte, nel caso in esame, per colpa dello stesso danneggiato, ogni fattore causale deve essere autonomamente apprezzato per determinare in che misura esso abbia contribuito al verificarsi dell’evento, sia che esso abbia operato come concausa sia che, come nella specie, esso possa aver dato luogo ad un autonomo segmento causale provocando conseguenze più gravi di quelle che si sarebbero verificate in mancanza di esso.

Nel caso di specie, la corte territoriale non ha opportunamente verificato se e in che misura le conseguenze dannose riportate dal B. siano imputabili alla eventuale responsabilità del Comune derivante dal non aver eliminato la fonte di pericolo consistente nel guardrail difettoso.

La sentenza impugnata è stata pertanto cassata, e rinviata alla Corte d’Appello di Brescia in diversa composizione, che deciderà anche sulle spese del giudizio di cassazione.

 

Avv. Maria Teresa De Luca

 

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GUARD RAIL NON A NORMA? C’E’ SEMPRE RISARCIMENTO IN CASO DI SINISTRO?

malattia professionale

L’onere della prova a carico del lavoratore che agisce per il risarcimento integrale del danno patito per malattia professionale causata da un infortunio sul lavoro, consiste nel provare il fatto costituente l’inadempimento e il nesso di causalità materiale tra l’inadempimento e il danno, ma non la colpa del datore di lavoro

La vicenda in commento, decisa dalla Cassazione con una recentissima decisione della sezione Lavoro pubblicata l’8 gennaio, trae origine dal ricorso al Giudice del Lavoro del Tribunale di Treviso di una lavoratrice che conveniva in giudizio il datore di lavoro per vedersi riconosciuto il diritto al risarcimento dei danni conseguenti a malattia professionale e all’accertamento della illegittimità del licenziamento che le era stato intimato.

In questa sede tralasciamo la contestazione inerente il licenziamento per porre l’attenzione sull’accertamento dei diritto al risarcimento dei danni per malattia professionale.

Si premette che, in caso di malattia professionale, la responsabilità del datore di lavoro permane relativamente al danno morale, non coperto dall’indennizzo dell’INAIL e, quanto al danno biologico, per la differenza tra quanto viene erogato dall’INAIL quale risarcimento della compromissione del diritto alla salute e quanto di spettanza del lavoratore in base ai criteri di determinazione del danno, il cosiddetto danno differenziale.

Il Tribunale trevigiano aveva respinto le domande della lavoratrice e così pure la Corte di Appello di Venezia accertando che per la richiesta di risarcimento dei danni derivanti dalle modalità di svolgimento delle mansioni era risultato che costei dal 1988 aveva svolto in maniera solo occasionale la movimentazione manuale dei pazienti non autosufficienti, mentre la patologia lombare, che lamentava, si era manifestata a distanza di tre anni, inoltre le allegazioni circa lo svolgimento delle mansioni di pulizia, la composizione dei detergenti e la nocività dell’ambiente di lavoro erano del tutto generiche ed infine per quanto concerneva la sindrome del tunnel carpale “i capitoli di prova non offrivano elementi per affermare la natura ripetitiva delle mansioni, non essendone descritte le modalità di svolgimento”.

Il ricorso per Cassazione

La controversia pertanto approdava in Cassazione per impulso della lavoratrice e veniva decisa con la sentenza n. 195 pubblicata l’8 gennaio 2019.

La ricorrente proponeva tre motivi e, per quanto di interesse, in sintesi con il primo lamentava che il giudice di merito aveva omesso di esaminare la “copiosa documentazione” comprovante la grave patologia degenerativa e il nesso causale con l’attività professionale svolta alle dipendenze dell’Istituto con riferimento, in particolare, alla movimentazione dei pazienti, con un secondo motivo del ricorso principale denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 2087 c.c. “tutela delle condizioni di lavoro” e 1218 c.c. “responsabilità del debitore” in quanto, a suo dire, era stato richiesto alla ricorrente di provare l’inadempimento del datore di lavoro alle prescrizioni dell’art. 2087 c.c. mentre, trattandosi di responsabilità contrattuale, la ricorrente aveva solo onere di provare il danno e il nesso causale con l’attività lavorativa, spettando al datore l’onere di dimostrare di avere adottato tutte le cautele necessarie per impedire il danno.

La Corte di piazza Cavour ha respinto il ricorso confermando la sentenza della Corte di Appello.

Quanto al primo motivo, rileva la sezione lavoro, come le Sezioni Unite hanno chiarito, sentenza n. 8053 del 2014, con riguardo ai limiti della denuncia di omesso esame di una quaestio facti, che il nuovo testo dell’art. 360, comma 1, n. 5 cod. proc. civ. consente tale denuncia nei limiti dell’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia.

Pertanto la difesa del ricorrente era tenuta a indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, mentre il ricorso si limita a denunciare l’erroneità della sentenza per avere escluso il nesso causale tra la patologia degenerativa rachidea e l’attività professionale, lamentando l’inadeguato o erroneo esame della documentazione prodotta dalla ricorrente e rinviando agli atti per supportare la riconducibilità delle altre due patologie lamentate all’ambiente lavorativo e alle condizioni di svolgimento delle mansioni. Secondo la Corte il motivo non è ammissibile in quanto “la censura di omesso esame di un fatto decisivo si risolve, nella sostanza, in una inammissibile richiesta di rivalutazione del merito della causa”.

La prova del nesso causale

Il focus della decisione in commento va sottolineato in relazione al secondo motivo di impugnazione: la giurisprudenza costante di legittimità pone a carico del lavoratore che agisca, nei confronti del datore di lavoro, per il risarcimento integrale del danno patito a seguito di infortunio sul lavoro, l’onere di provare il fatto costituente l’inadempimento ed il nesso di causalità materiale tra l’inadempimento ed il danno, ma non anche la colpa della controparte, nei cui confronti opera la presunzione ex art. 1218 del codice civile che disciplina la responsabilità contrattuale.

La Corte di appello non aveva ritenuto dimostrato, dalle allegazioni della ricorrente, il nesso causale tra le mansioni e la patologia sottolineando che erano trascorsi ben tre anni circa, tra il momento del mutamento delle mansioni con il passaggio ad una movimentazione solo occasionale del pazienti non autosufficienti e la diagnosi della patologia lombare ritenendo non sufficiente la documentazione per ritenere sussistente il nesso causale.

Sempre il giudice di appello aveva valutato come generiche le allegazioni inerenti la presunta insalubrità dell’ambiente lavorativo e circa l’uso dei detergenti per cui non era dimostrato il nesso causale tra le mansioni svolte e la patologia oculare ed infine, aveva reputato carenti anche le indicazioni probatorie della lavoratrice in ordine alla ripetitività delle mansioni tali da ritenersi riconducibile ad esse la sindrome del tunnel carpale come malattia professionale.

Mancava, dunque, la prova, per la tutela del lavoratore sul posto di lavoro prevista dall’art. 2087 c.c. dell’inadempimento del datore di lavoro.

Il ricorso della lavoratrice per malattia professionale è stato, così, rigettato con condanna alle spese del giudizio.

Avv. Luigi De Valeri

(Foro di Roma)

 

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somministrazione

Telecom Italia è stata condannata in via definitiva, con sentenza emessa dai giudici della Suprema Corte di Cassazione, a trasformare due contratti di somministrazione a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato, per violazione delle disposizioni di legge in materia di elementi essenziali dei contratti

Il giudizio era stato instaurato a seguito del ricorso proposto da due signore assunte dall’azienda di telecomunicazioni italiana, al fine di ottenere la declaratoria di nullità dei rispettivi contratti di somministrazione a tempo determinato e alla costituzione di rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato alle dipendenze dell’utilizzatore.

Il Tribunale, in qualità di giudice di primo grado, aveva accolto le domande delle lavoratrici sul rilievo della genericità e inintelligibilità della causale dei contratti di somministrazione ivi indicata come “gestione delle attività di call center in relazione alle esigenze di carattere organizzativo connesse al riassetto societario del gruppo Telecom”.

La sentenza veniva riformata in appello.

I giudici della Corte territoriale adita, avevano avuto modo di osservare che, per effetto del D.Lgs. n. 251 del 2004, art. 5, che ha soppresso nel D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 21, comma 4, in riferimento alla “indicazione degli elementi di cui alle lett. a), b), c), d) ed e) del comma 1″, deve ritenersi venuto meno l’onere di indicazione formale della causale, quindi delle ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo e sostitutivo che giustificano il ricorso alla somministrazione a tempo determinato.

Ciò impone che, per i contratti conclusi dal 26.10.2004, la nullità dei contratti di somministrazione a termine deve considerarsi limitata soltanto all’ipotesi di mancanza della forma scritta, salvo l’onere, in capo al soggetto utilizzatore, di dimostrare l’effettività delle esigenze indicate nel contratto medesimo e il nesso causale tra le stesse e il ricorso al lavoro somministrato.

Ebbene, nel caso in esame, secondo la Corte di merito, la società appellante Telecom Spa, aveva compiutamente provato l’esigenza organizzativa che aveva reso necessario il ricorso al lavoro somministrato a termine. In particolare si trattava della necessità, all’epoca della conclusione dei contratti con le due lavoratrici, di far fronte al servizio call center Tim in attesa del passaggio a tale servizio di telefonia mobile, di personale già addetto al call center della telefonia fissa.

Il ricorso per Cassazione

Con il primo motivo di impugnazione le due ricorrenti lamentavano la violazione e falsa applicazione della legge (del D.Lgs. n. 276 del 2003, artt. 20, 21, 22 e 27, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), nonché l’omesso esame di un fatto decisivo ai fini del giudizio, per non avere la Corte territoriale accertato la genericità delle causali indicate nei contratti di somministrazione, di cui si discute.

Il riferimento normativo è contenuto nell’art. 20, comma 4 del D.Lgs. n. 276 del 2003, che detta le condizioni di liceità, “la somministrazione di lavoro a tempo determinato è ammessa a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo, anche se riferite all’ordinaria attività dell’utilizzatore“.

La formula appena citata, ricalca quella contenuta nel D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, anche se in riferimento al contratto commerciale tra agenzia di somministrazione e utilizzatore.

La disciplina del D.Lgs. n. 368 del 2001 è richiamata, a sua volta, dal D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 22, comma 2, in relazione al rapporto di lavoro tra somministratore e prestatore di lavoro “per quanto compatibile”.

Ebbene, l’art. 21 prevede che il contratto di somministrazione sia stipulato in forma scritta ed elenca gli elementi che devono risultare per iscritto; tra questi, la lett. c) indica “i casi e le ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo di cui ai commi 3 e 4 dell’art. 20“.

L’art. 21 citato, dopo le modifiche apportate dal D.Lgs. n. 251 del 2004, prevede espressamente la sanzione della nullità in caso di difetto di forma scritta del contratto di somministrazione.

Il riferimento ai suddetti elementi – continuano i giudici della Cassazioneè rimasto nel successivo art. 27, comma 1, secondo cui quando la somministrazione di lavoro sia avvenuta al di fuori dei limiti e delle condizioni di cui ai precedenti art. 20, e art. 21, comma 1, lett. a), b), c), d) ed e), il lavoratore può chiedere in via giudiziaria la costituzione d’un rapporto di lavoro alle dipendenze dell’utilizzatore con effetto dall’inizio della somministrazione.

La decisione dei giudici di legittimità

Le disposizioni appena richiamate, lette in modo sistematico, impongono che nel contratto di somministrazione siano indicate le ragioni dell’utilizzazione di lavoratori a tempo determinato e che le stesse siano esplicitate nella loro fattualità, in modo da rendere chiaramente percepibile l’esigenza addotta dall’utilizzatore e il rapporto causale tra la stessa e l’assunzione del singolo lavoratore somministrato.

Peraltro, come già affermato dai giudici della Corte di Cassazione (Cass. n. 17540 del 2014), ammettere che il contratto di somministrazione possa tacere, puramente e semplicemente, le ragioni della somministrazione a tempo determinato riservandosi di enunciarle solo a posteriori in ragione della convenienza del momento, vanificherebbe in toto l’impianto della legge e siffatta omissione sarebbe indice inequivocabile di frode alla legge o di deviazione causale del contratto, entrambe sanzionate con la nullità.

Sarebbe infatti svuotata di contenuto ogni verifica sulla effettività della causale ove questa potesse essere non indicata o solo genericamente indicata nel contratto.

Conclusivamente, – affermano i giudici del Supremo Collegio – oltre alla forma scritta, devono ritenersi prescritti ad substantiam, per loro natura e per coerenza sistematica con altre disposizioni di legge, anche gli elementi di cui al D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 21, comma 1, lett. a), b), c), d) ed e).

Ebbene, nel caso in questione, la Corte d’appello, non si è uniformata a tali principi e, nell’accogliere l’appello di Telecom sul presupposto della non necessaria indicazione formale della causale nel contratto di somministrazione, ha del tutto omesso qualsiasi indagine sul contenuto della causale stessa, in relazione alle censure di genericità e non intelligibilità ritualmente sollevate dalla lavoratrice.

Il ricorso delle due lavoratrici, deve, pertanto, essere accolto.

Sabrina Caporale

 

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