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Ricevere lo stipendio sulla carta prepagata: è possibile?

È possibile ricevere l’accreditamento dello stipendio sulla carta prepagata? Ecco le novità in arrivo con le modifiche operate dalla Legge di bilancio 2018

Vedersi accreditato lo stipendio sulla carta prepagata sarà ora possibile.

Infatti, grazie alle modifiche operate dalla Legge di bilancio 2018 essa è considerata strumento elettronico di pagamento.

Infatti, a partire dallo scorso 1° luglio, al fine di tutelare i lavoratori da alcune prassi scorrette, sono entrate in vigore le modifiche introdotte d’art. 1, comma 910, della Legge di Bilancio 2018 (n. 205/2017).

Tale norma prevede che: “a far data dal 1° luglio 2018 i datori di lavoro o committenti corrispondono ai lavoratori la retribuzione, nonché ogni anticipo di essa, attraverso una banca o un ufficio postale” con una serie di mezzi di pagamento ammessi.

A volte i lavoratori si erano visti costretti ad accettare le c.d. “false buste paga”. Ovverosia, a firmare, dietro minaccia di licenziamento, cedolini con indicate somme maggiori rispetto a quelle poi effettivamente erogate in contanti dal datore di lavoro. Somme che, di fatto, erano inferiori ai minimi fissati ai contratti collettivi.

Ebbene, le cose ora sono cambiate.

Dal mese di luglio, si è detto addio ai contanti poiché le uniche forme di pagamento ammesse per il versamento delle retribuzioni sono sostanzialmente 4.

La prima è il bonifico sul conto identificato dal codice IBAN indicato dal lavoratore. Seguita poi da strumenti di pagamento elettronico. La terza è il pagamento in contanti presso lo sportello bancario o postale dove il datore di lavoro abbia aperto un conto corrente di tesoreria con mandato di pagamento.

Infine, l’ultima opzione è l’emissione di un assegno consegnato direttamente al lavoratore o, in caso di suo comprovato impedimento, a un suo delegato.

Arrivano ora chiarimenti sulle modalità di versamento e a fornirle è l’Ispettorato Nazionale del Lavoro. Ciò in quanto si sono sollevate molte domande sulle novità introdotte dalla manovra 2018.

Con la nota prot. n. 5828 del 4 luglio 2018 sono state fornite precisazioni sui mezzi di pagamento ammessi, in particolare sugli strumenti elettronici come le carte prepagate.

Con riferimento a queste ultime, l’INL ha precisato che ricevere lo stipendio sulla carta prepagata è possibile.

Infatti,”rientra tra gli strumenti di pagamento elettronico previsti dalla lettera b) del comma 910 dell’art. 1, il versamento degli importi dovuti effettuato su carta di credito prepagata intestata al lavoratore”.

Una conclusione che vale anche se la carta non sia collegata ad un IBAN. Pur non essendo, quindi, indispensabile che la carta sia collegata ad IBAN, in tal caso, soggiunge l’INL, sarà comunque necessario consentire l’effettiva tracciabilità dell’operazione eseguita.

Pertanto, a questo fine, il datore di lavoro dovrà conservare le ricevute di versamento anche ai fini della loro esibizione agli organi di vigilanza.

Infine, l’Ispettorato ricorda la firma apposta dal lavoratore sulla busta paga non costituisce prova dell’avvenuto pagamento della retribuzione.

 

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Nuove norme sugli stipendi: più tracciabilità e addio contanti

In vigore dal 1° luglio la normativa che stabilisce per tutti i datori di lavoro il pagamento delle spettanze attraverso mezzi di pagamento tracciabili.

Con le nuove norme sugli stipendi, in vigore dal 1° luglio, gli italiani hanno detto addio agli stipendi in contanti.

È infatti in vigore la nuova normativa che stabilisce per tutti i datori di lavoro il pagamento delle spettanze attraverso mezzi di pagamento tracciabili.

Fanno eccezione solo i rapporti di lavoro con la Pubblica Amministrazione e quelli riguardanti servizi familiari e domestici, come ad esempio, colf e badanti.

La decisione è figlia della legge di bilancio che ha stabilito quanto segue.

“I datori di lavoro o committenti non possono corrispondere la retribuzione per mezzo di denaro contante direttamente al lavoratore, qualunque sia la tipologia del rapporto di lavoro instaurato”.

Ebbene, il principio di questa norma è semplice e vuole contrastare il fenomeno delle finte buste paga.

Rendendo tracciabili tutti i pagamenti, le nuove norme sugli stipendi consentiranno di evitare le irregolarità.

D’ora in avanti, dunque, occorrerà sempre che le retribuzioni vengano corrisposte tramite un bonifico.

O, in alternativa, con strumenti di pagamento elettronico o con pagamenti in contanti presso uno sportello bancario.

Non è tutto.

Sarà anche possibile il pagamento tramite un assegno consegnato direttamente al lavoratore.

Per chi non rispetta però tali norme, le sanzioni amministrative saranno piuttosto salate: dai 1.000 ai 5.000 euro.

Il divieto di corrispondere lo stipendio in contanti si intenderà violato anche quando il bonifico del datore viene revocato o l’assegno annullato.

Tuttavia, il datore di lavoro sanzionato, entro 30 giorni dalla notifica del verbale di contestazione e notificazione ha la facoltà di presentare ricorso amministrativo al direttore della sede territoriale dell’Ispettorato nazionale del lavoro (art. 16 del d.lgs. n.124/2004).

O, in alternativa, inviare degli scritti difensivi all’Autorità che riceve il rapporto ai sensi dell’art. 18 legge n. 689/1981.

 

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multe e atti giudiziari

Ecco le modifiche su multe e atti giudiziari introdotte dalla legge di bilancio alla disciplina delle notificazioni a mezzo posta della L. 890/1982

La Legge di Bilancio 2018 ha introdotto modifiche rilevanti in merito a multe e atti giudiziari relativamente alla disciplina delle notificazioni a mezzo posta.

È il comma 461 a occuparsi di dare completa attuazione al processo di liberalizzazione di cui all’articolo 1, commi 57 e 58, della legge 4 agosto 2017, n. 124.

Nonché di assicurare, a decorrere dall’anno 2018, l’effettività dei risparmi di spesa da esso derivanti e l’efficiente svolgimento del servizio di notificazioni a mezzo posta.

Il tutto a tutela della funzionalità dell’amministrazione giudiziaria e della finanza pubblica, per le notificazioni penali, civili, amministrative e relative al Codice della Strada.

Tali obiettivi si concretizzano in modifiche alla legge n. 890/1982.

Questa disciplina le notificazioni di atti a mezzo posta e di comunicazioni a mezzo posta connesse con la notificazione di multe e atti giudiziari.

Ma ecco le modifiche introdotte.

Il servizio di notifica degli atti giudiziari, stabilisce la legge, potrà essere svolto anche da operatori postali privati, purché in possesso dell’apposita licenza e rispondenti agli obblighi di qualità minima stabiliti dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ai sensi della legge 4 agosto 2017, n. 124.

Inoltre, i moduli utilizzati per la notifica e le buste verdi dovranno essere conformi al modello approvato dall’AGCOM.

Ancora: il personale addetto ai servizi di notificazione a mezzo posta di multe e atti giudiziari, anche se effettuate da privati, dovrà rivestire la qualifica di pubblico ufficiale a tutti gli effetti.

Per le notificazioni in materia penale e per quelle in materia civile e amministrativa effettuate in corso di procedimento, sull’avviso di ricevimento e sul piego dovranno esservi indicazioni più precise.

Infatti, andranno indicati come mittenti la parte istante o il suo procuratore o l’ufficio giudiziario.

Questo a seconda di chi abbia fatto richiesta della notificazione all’ufficiale giudiziario.

Laddove il mittente non sia gravato dall’obbligo di cui al periodo precedente potrà sempre indicare un indirizzo P.E.C. ai fini della trasmissione della copia dell’avviso di ricevimento.

L’operatore postale, secondo le modifiche introdotte dalla legge di bilancio 2018, dovrà consegnare il piego nelle mani proprie del destinatario (anche se dichiarato fallito).

Qualora invece non sia possibile la consegna personale al destinatario, il piego sarà consegnato a persona di famiglia che conviva anche temporaneamente con lui. Il tutto purché il consegnatario non sia persona manifestamente affetta da malattia mentale o abbia età inferiore a quattordici anni.

In assenza di tali persone, il piego potrà essere consegnato al portiere dello stabile, tenuto alla distribuzione della posta al destinatario.

La legge chiarisce poi che l’avviso di ricevimento e i documenti attestanti la consegna dovranno essere sottoscritti dalla persona alla quale è consegnato il piego.

Se poi la consegna è effettuata a persona diversa dal destinatario, la firma dovrà essere seguita, su entrambi i documenti, dalla specificazione della qualità rivestita dal consegnatario. Se poi si tratta di un familiare, occorre l’aggiunta dell’indicazione di convivente anche se temporaneo.

Verranno poi apposti data e firma sull’avviso di ricevimento che si restituirà subito al mittente in raccomandazione, unitamente al piego nel caso di rifiuto del destinatario di riceverlo.

In caso di impossibilità o impedimento determinati da analfabetismo o da incapacità fisica alla sottoscrizione, invece, la prova della consegna sarà fornita dall’addetto alla notifica.

E se il destinatario è assente o si rifiuta di ricevere il plico?

Se le persone abilitate a ricevere il piego in luogo del destinatario rifiutano di riceverlo, cioè se l’operatore postale non può recapitarlo per temporanea assenza del destinatario o per mancanza, inidoneità o assenza delle persone menzionate, il piego sarà depositato lo stesso giorno presso il punto di deposito più vicino al destinatario.

Inoltre, in caso di rifiuto del destinatario o delle persone alle quali può farsi la consegna di firmare l’avviso di ricevimento (pur ricevendo il piego) l’operatore postale ne farà menzione sull’avviso di ricevimento.

A quel punto, dovrà indicare se trattasi di persona diversa dal destinatario, nome e cognome del “rifiutante”, nonché la sua qualità.

Affinché poi possa essere ritirata la corrispondenza inesitata, la legge chiarisce che l’operatore postale di riferimento dovrà assicurare la disponibilità di un adeguato numero di punti di giacenza. O, in alternativa, di diverse modalità di consegna, secondo criteri e tipologie definite dall’AGCOM.

L’operatore postale dovrà, inoltre, dare notizia al destinatario della tentata notifica del piego. Ciò avverrà mediante avviso in busta chiusa a mezzo lettera raccomandata con avviso di ricevimento.

Questo, in caso di assenza del destinatario, dovrà essere affisso alla porta d’ingresso. Oppure, immesso nella cassetta della corrispondenza dell’abitazione, dell’ufficio o dell’azienda.

La notificazione si darà per eseguita dalla data del ritiro del piego, se anteriore al decorso del previsto termine di dieci giorni.

Trascorsi 10 giorni dalla data di spedizione della raccomandata, senza il ritiro, l’avviso di ricevimento sarà, entro due giorni lavorativi, spedito al mittente.

La restituzione al mittente avverrà trascorsi sei mesi dalla data in cui il piego è stato depositato. A eccezione dell’indicazione che, in tal caso, sarà “non ritirato entro il termine di sei mesi”.

Qualora la data delle eseguite formalità manchi sull’avviso di ricevimento o sia incerta, la notificazione si ha per eseguita alla data risultante da quanto riportato sull’avviso stesso.

In caso di smarrimento del piego o dell’avviso di ricevimento di multe e atti giudiziari la legge previsa che l’operatore postale incaricato corrisponderà un indennizzo nella misura prevista dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni.

Invece, ove ad essere smarrito sia l’avviso di ricevimento, non spetterà alcuna indennità all’interessato.

Se il mittente ha indicato un indirizzo P.E.C., l’operatore formerà una copia per immagine su supporto analogico dell’avviso di ricevimento.

Inoltre provvederà, entro tre giorni dalla consegna del piego al destinatario, a trasmettere tale copia al mittente con modalità telematiche.

In alternativa, l’operatore postale trasmetterà l’avviso di ricevimento direttamente in formato elettronico.

L’originale dell’avviso di ricevimento trasmesso in copia è conservato presso l’operatore postale, dove il mittente potrà ritirarlo.

 

 

 

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sgravi contributivi

Dal primo gennaio sono in vigore gli sgravi contributivi previsti nella manovra di bilancio per promuovere l’occupazione giovanile stabile

Da 1 gennaio 2018 sono in vigore gli sgravi contributivi per l’assunzione a tempo indeterminato di lavoratori al di sotto dei 35 anni di età. La misura è stata inserita nelle Legge di bilancio per promuovere l’occupazione giovanile stabile.

L’agevolazione è rivolta ai datori di lavoro privati che assumono giovani under 35 con contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato a tutele crescenti.

Più specificamente viene previsto l’esonero, per un periodo massimo di 36 mesi, dal versamento del 50% dei complessivi contributi previdenziali. Il limite massimo di importo è pari a 3.000 euro su base annua, riparametrato e applicato su base mensile. Sono esclusi i premi e contributi dovuti all’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL)

Per quanto concerne le assunzioni effettuate entro il 2018, l’esonero sarà riconosciuto per l’impiego di soggetti che non sono mai stati occupati a tempo indeterminato.

Ai fini del riconoscimento non è ostativo lo svolgimento di periodi di apprendistato presso altro datore di lavoro non proseguiti in rapporto a tempo indeterminato.

Gli sgravi non spettano, invece, ai datori che, nei sei mesi precedenti la data di assunzione abbiano proceduto a licenziamenti individuali per giustificato motivo. Stesso discorso per coloro che abbiano effettuato licenziamenti collettivi ai sensi della legge 23 luglio 1991, n. 223, nella medesima unità produttiva.

La manovra 2018 prevede, inoltre, sgravi per i coltivatori diretti e gli imprenditori agricoli professionali under 40.

La condizione è che si siano iscritti per la prima volta alla previdenza agricola tra il 1 gennaio 2018 e il 31 dicembre 2018. In tal caso le agevolazioni prevedono l’esonero dal versamento del 100% dell’accredito contributivo presso l’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti. Il beneficio può essere esteso al massimo per 36 mesi.

 

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Piramide del ricercatore, emendamento approvato alla Camera

Soddisfazione del Ministro della Salute per il via libera in Legge di Bilancio alla norma relativa alla cosiddetta piramide del ricercatore

“Sono veramente soddisfatta per l’approvazione nella Legge di Bilancio della cosiddetta Piramide del ricercatore”.

Così Beatrice Lorenzin, ha commentato l’approvazione in commissione Bilancio della Camera dell’emendamento relativo ai ricercatori degli IRCCS e degli Istituti Zooprofilattici.

Vede dunque la luce un provvedimento che la titolare del Ministero della Salute definisce ‘epocale’.

Per migliaia di ricercatori si apre una concreta prospettiva professionale che li porterà ad entrare nei ruoli del Servizio Sanitario nazionale, anche con qualifica dirigenziale.

“L’approvazione dell’emendamento – sottolinea Lorenzin – dimostra che noi come ministero, ma anche tutto il governo, crediamo fortemente nella ricerca, che è da sempre il nostro petrolio”.

La nuova norma prevede la creazione di un ruolo speciale nel quale vengono inseriti circa 3000 persone tra ricercatori sanitari e personale di supporto.

Per la realizzazione della riforma sono stati stanziati, a regime, 70 mln di euro all’anno.

Una cifra che si aggiunge alle risorse che annualmente il Ministero stanzia per finanziare i contratti del personale di ricerca e di supporto alla ricerca.

Approvato anche l’emendamento che dà il via a una sperimentazione triennale in tema di remunerazione delle prestazioni rese dalla farmacia dei servizi.

“Con questa misura – afferma il Ministro Lorenzin – vengono poste le basi perché possa finalmente diventare realtà la riforma del 2009”.

La farmacia, che è un fondamentale presidio sanitario di prossimità, diventerà anche il luogo in cui vengono erogati servizi sanitari a favore dei cittadini.

La sperimentazione nei primi 36 mesi riguarderà nove regioni e prevede un finanziamento crescente da 6 mln di euro per il 2018 a 18 mln di euro per l’anno 2020.

 

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In arrivo il bonus asilo nido: sarà senza limiti di reddito

Con la legge di Bilancio torna il bonus asilo nido, senza limiti di reddito e fino a esaurimento fondi, sosterrà le famiglie

Con la Legge di Bilancio ritorna il bonus asilo nido. Il sostegno verrà erogato in base alle ore di asilo e andrà a sostenere i genitori nel pagamento delle rette, ma non solo.

Interesserà anche le famiglie con bambini sotto i 3 anni malati gravi che non possono frequentare gli asili nido, per l’introduzione di “forme di supporto presso la propria abitazione”.

Il bonus asilo nido rientra tra i bonus confermati nella legge di Bilancio 2018. Era già stato introdotto nella Finanziaria dello scorso anno. Al momento non sono previsti cambiamenti rispetto all’ammontare del beneficio e ai criteri e alle modalità di erogazione.

Ma in cosa consiste il bonus asilo nido?

L’agevolazione consta di un buono di mille euro l’anno per tre anni (per un totale di massimo 3mila euro), che spetta alle famiglie con figli piccoli, a prescindere dal reddito.

Il contributo verrà erogato in base alle ore di asilo nido e andrà a sostenere i genitori nel pagamento delle rette per la frequenza di asili nido pubblici e privati autorizzati.

Ne saranno interessate anche le famiglie con bambini sotto i 3 anni malati gravi che non possono frequentare gli asili nido. In questi casi si parla di “forme di supporto presso la propria abitazione”. Al momento della domanda sarà necessario indicare a quale delle due agevolazioni si vuole accedere.

Questa importante agevolazione è stata introdotta con la legge di Bilancio 2017 e prevede l’erogazione del beneficio, per ogni figlio nato, adottato o affidato a partire dal 1 gennaio 2016, per un massimo di 3 anni d’iscrizione al nido.

Il bonus viene erogato in undici rate mensili da 90,91 euro ciascuna ed è indipendente dal reddito Isee delle famiglie.

Perché fosse operativo, si è aspettato fino a luglio, quando è stata resa disponibile la procedura online di acquisizione.

Da luglio scorso è possibile presentare le domande entro il 31 dicembre di ogni anno.

I bonus verranno erogati fino a esaurimento e secondo l’ordine di presentazione telematica. Ciò comporta che, terminate le risorse, le domande presentate successivamente non verranno prese in considerazione.

Quali sono i requisiti per richiedere il bonus asilo nido?

La domanda si presenta accedendo ai servizi telematici online dell’Inps (mediante il pin dispositivo, lo Spid o la Carta nazionale dei servizi), chiamando il numero verde Inps 803164 (gratuito da rete fissa) oppure lo 06164164 da rete mobile.

Se si hanno due o più figli che frequentano il nido e per i quali si voglia fare richiesta, occorre presentare una domanda per ciascun figlio.

Per ottenere l’assegno intero di mille euro, il bambino deve essere iscritto per tutto l’anno. In caso di partecipazione parziale, infatti, il bonus spetta solo in parte.

Nella domanda occorre pertanto indicare i mesi di frequenza per i quali si chiede il sostegno.

Altri requisiti importanti riguardano la residenza.

I bambini devono avere la stessa residenza della mamma o del papà che hanno fatto richiesta. Mentre il genitore deve avere la residenza in Italia e cittadinanza italiana, comunitaria o extracomunitaria.

In quest’ultimo caso occorre il permesso di soggiorno Ue di lungo periodo o della carta di soggiorno.

Ai cittadini italiani sono equiparati i cittadini stranieri aventi lo status di rifugiato politico o lo status di protezione sussidiaria.

Infine, la domanda del bonus asilo nido deve essere accompagnata dalla documentazione che provi l’avvenuto pagamento della retta per lo stesso.

Quanto al contributo per i bimbi malati gravi, ecco cosa è stato previsto. La possibilità di ricevere il bonus è stata estesa anche ai bambini affetti da una malattia cronica. Se i piccoli necessitano di cure presso il proprio domicilio e quindi non possono frequentare l’asilo nido, possono riceverlo.

Anche in questo caso si tratta di un bonus da 1000 euro, ma erogato dall’Inps in un’unica soluzione.

Per farne richiesta occorre presentare un’apposita domanda. Questa dovrà essere corredata dal certificato rilasciato dal pediatra scelto liberamente dalla famiglia, che attesti “l’impossibilità del bambino a frequentare gli asili nido in ragione di una grave patologia cronica” per l’intero anno di riferimento.

 

 

 

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Avvocati ed equo compenso: in arrivo multe per chi non lo rispetta

La bozza della legge di bilancio contiene delle precisazioni su avvocati ed equo compenso e specifica che vi saranno multe per chi non lo rispetta

Si ritorna a parlare di avvocati ed equo compenso.

La bozza della legge di bilancio, infatti, inserisce l’equo compenso per gli avvocati in manovra. Questo tema è ricomparso prepotentemente ma con una notevole stretta, la quale si ispira molto alla bozza “Orlando”.

Questa limita il suo campo di intervento ad una sola categoria di liberi professionisti: gli avvocati.

Tale stretta è ben lontana dall’idea di un equo compenso per tutti i professionisti. Pertanto, la norma in fieri ha un campo di applicazione decisamente più ridotto rispetto a quanto sembrava in un primo momento.

Questo anche dal punto di vista dei contraenti, rispetto ai quali viene prevista l’equità, che non ricomprendono le pubbliche amministrazioni.

Per quanto concerne equo compenso e avvocati, il primo deve appunto essere “proporzionato alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, nonché al contenuto e alle caratteristiche della prestazione legale” .

Pertanto, entrerà solo nelle convenzioni aventi ad oggetto lo svolgimento delle attività professionali in favore di imprese bancarie e assicurative, nonché di imprese che non rientrano nelle categorie delle microimprese o delle piccole o medie imprese.

La bozza di legge di bilancio, inoltre, contiene una serie di clausole inserite nelle convenzioni che prevedono l’equo compenso da considerarsi automaticamente vessatorie.

Ciò in quanto determinano uno squilibrio contrattuale significativo a carico dell’avvocato, anche in virtù di una mancata equità del compenso.

Ci si riferisce, in particolare, alle clausole che consentono al cliente la modifica unilaterale delle condizioni contrattuali. Ma anche alla facoltà di rifiutare di stipulare in forma scritta alcuni elementi essenziali del contratto e la facoltà di pretendere prestazioni aggiuntive a titolo gratuito da parte dell’avvocato.

L’aspetto vessatorio delle clausole comporta poi la loro nullità, che opera a vantaggio del solo avvocato.

Per quanto riguarda le multe relative ad avvocati ed equo compenso, queste sono previste nel caso in cui vengano giudizialmente accertate la non equità del compenso e la vessatorietà di una delle clausole della convenzione.

In questo caso, si prevede che il giudice non solo dichiari la nullità della clausola e determini il compenso dell’avvocato, ma disponga anche la condanna della parte soccombente o al pagamento in favore della Cassa delle ammende o del Fondo unico di garanzia.

La somma della multa va da 258 a 2.065 euro. Oppure, consiste nel versamento all’entrata del bilancio dello Stato di una somma di importo corrispondente al contributo unificato dovuto.

Sulla destinazione delle sanzioni, nella bozza della legge di bilancio sono ancora presenti entrambe le versioni.

 

 

 

 

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legge di bilancio 2018

Per Anaao la Legge di Bilancio 2018 disattende le aspettative: nessun riferimento al contratto della dirigenza sanitaria né all’ACN.

L’Anaao Assomed torna ad esprimersi sulla Legge di Bilancio 2018 dopo le dichiarazioni della Ministra Madia. E torna a sottolinearne le mancanze. Dopo delle aspettative positive, infatti, il sindacato ha dovuto ricredersi.

Di seguito il comunicato stampa diramato dall’Anaao.

Mentre i medici dipendenti del SSN erano impegnati a lavorare per tenere in piedi quello che resta della sanità pubblica, qualcuno ne cambiava lo stato giuridico. Solo così si spiega la soddisfazione di chi vede nella Legge di Bilancio 2018 un “impegno mantenuto” a proposito del contratto degli statali in riferimento allo stanziamento delle “risorse per il finanziamento del contratto del pubblico impiego”.

Chiaramente non parlano di noi, visto che il termine “contratto della dirigenza sanitaria”, ed il suo corrispettivo “ACN” per i medici convenzionati, non si ritrova nei provvedimenti approvati. Né nelle parole dello stesso ministro competente allorquando ha illustrato i successi riportati nella manovra dalla sanità.

Il personale era insieme con i LEA l’obiettivo sbandierato

Nella quale evidentemente non siamo compresi, se si può sostenere che “si mantengono gli impegni che sono stati assunti negli ultimi anni”, dimenticando che il personale era insieme con i LEA l’obiettivo sbandierato un tempo.

Né il Governo ha concesso a 3 milioni di dipendenti pubblici quanto concesso a 20 milioni di lavoratori privati in termini di decontribuzione del salario accessorio e welfare aziendale. E non potrà certo essere il solo contratto a rimediare, come sembra pensare il Ministro Madia.

Se “per legge e per storia” le Regioni devono provvedere al finanziamento dei contratti dei propri dipendenti, attraverso risorse derivanti dai trasferimenti dello Stato, è innegabile che la quota più alta di tali trasferimenti sia costituita dal FSN. Il quale, però, per il 2018 viene saccheggiato alla fonte prima ancora di arrivare ai destinatari.

Nella Legge di Bilancio 2018 l’incremento previsto di 1 miliardo è, infatti, solo nominale, essendo quello reale di gran lunga inferiore, e comunque non adeguato alle necessità di erogare i servizi ai cittadini e rinnovare contratti e convenzioni bloccati da 8 anni. Con l’obiettivo, per di più, di frenare il progressivo impoverimento delle retribuzioni e la demotivazione professionale dilagante, al punto da salutare con fuochi di artificio ogni provvedimento che facilita la uscita da un lavoro vissuto come una prigione.

Aumento del FSN in cifra assoluta, diminuzione rispetto al Pil

Se è vero che in cifra assoluta questo Governo ha aumentato il FSN dal 2013 al 2018, è altrettanto vero che in rapporto al PIL, parametro adottato per i confronti internazionali, siamo scesi dal 6,9% al 6,5% avviandoci su di un piano inclinato che ci porterà nel 2020 al 6,3%. Se non è la Grecia il destino della sanità pubblica è la Lituania o la Bulgaria, altro che Francia e Germania.

Una congiura del silenzio avvolge il contratto della dirigenza medica e sanitaria né è dato sapere quando si potranno avviare trattative che si vorrebbero concluse entro l’anno. A meno che qualcuno non pensi di farci trovare i soldi direttamente in busta paga, essendo passati di moda i corpi intermedi con relative liturgie e perdite di tempo. Come un bonus, insomma. Ma che almeno sia al netto, come gli 80 euro.

 

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Bonus verde, ecco in cosa consiste l’agevolazione

Una delle nuove misure previste dalla manovra di bilancio approvata dal Consiglio dei Ministri è il cosiddetto bonus verde

Il bonus verde è una delle misure previste nella manovra di bilancio approvata oggi dal Consiglio dei Ministri.

Questo consiste in un 36% di detrazioni per la cura di giardini e terrazzi.

Ad annunciarlo, a margine dell’approvazione in Cdm, è stato il ministro delle politiche agricole, Maurizio Martina.

“Si tratta – ha precisato il ministro – di una misura contro l’inquinamento e finalizzata a offrire opportunità per nostro florovivaismo”.

Più nello specifico, il bonus verde approvato in Cdm prevede la detrazione del 36% per la cura e sistemazione delle aree di pertinenza scoperte delle unità immobiliari private di qualsiasi genere. Quindi terrazzi ma anche giardini condominiali.

Nel bonus verde rientrano anche gli impianti di irrigazione, oltre ai lavori di recupero del verde di giardini di interesse storico.

Soddisfazione è stata espressa dalla Coldiretti.

Quest’ultima ha parlato di un impegno concreto “per combattere lo smog e abbellire le città italiane” .

Effettivamente, nelle nostre città una stima dice che i metri quadrati di verde urbano sono appena 31,1 metri quadrati. Questi rappresentano soltanto il 2,7% del territorio dei capoluoghi di provincia, sulla base dei dati Istat.

Una situazione che peggiora nelle metropoli dove la disponibilità di spazi verdi va da 15,9 metri quadrati per abitante (a Roma) ai 21 di Torino.

La misura prevista dal bonus verde, quindi, è per Coldiretti molto importante “per favorire la diffusione di parchi e giardini in città capaci di catturare le polveri e di ridurre il livello di inquinamento”.

L’utilizzo di questo bonus, dunque, sarà utile per fornire benefici alla collettività.

Inoltre, non va sottovalutato, secondo Coldiretti, l’importante sostegno che tale misura darà al settore florovivaistico Made in Italy.

Quest’ultimo, con un valore della produzione intorno ai 2,5 miliardi di euro, rappresenta uno dei comparti di punta dell’economia agricola del paese.

 

 

 

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Presentato un documento di sintesi con istanze relative a risorse aggiuntive e adeguata comunicazione e superamento della distinzione tra vaccini obbligatori e raccomandati

Impegno a introdurre l’offerta vaccinale entro il 2018, revisione del riparto delle risorse previste dalla Legge di Bilancio 2017, realizzazione in tempi brevi  dell’anagrafe vaccinale informatizzata, superamento della distinzione tra vaccinazioni obbligatorie e vaccinazioni raccomandate e avvio di una campagna informativa nazionale sulla nuova offerta vaccinale e su benefici e sicurezza delle vaccinazioni. Sono queste le richieste avanzate dalle Regioni nell’ambito di un confronto in corso con il Ministero della Salute sull’attuazione del Piano nazionale di prevenzione vaccinale 2017-2019.

Per quanto riguarda l’offerta delle vaccinazioni le Regioni ribadiscono la necessità di inserimento progressivo e graduale dei nuovi vaccini nei calendari regionali al fine di garantire uniformità su tutto il territorio e agevolare i servizi vaccinali delle Asl che altrimenti sarebbero congestionati dalle numerose sedute vaccinali aggiuntive indicate dal nuovo calendario.

Il carico di lavoro aggiuntivo per i servizi vaccinali regionali deve tradursi in un potenziamento degli stessi attraverso l’impiego di operatori sanitari dedicati e formati, oltre che in un adeguamento delle strutture in base al flusso di utenti. Secondo le Regioni appare invece prematuro, in questa fase, un coinvolgimento di medici di medicina generale e pediatri di libera scelta in quanto l’offerta vaccinale prevede requisiti organizzativi e strutturali specifici che non sembrano immediatamente realizzabili; peraltro, in base alle regole contrattuali vigenti, tale coinvolgimento rischierebbe di essere più oneroso rispetto al potenziamento dei servizi vaccinali.

Tra le altre richieste – oltre allo stanziamento di risorse economiche aggiuntive per far fronte all’acquisto dei nuovi vaccini nonché alle spese organizzative per la loro erogazione – le Regioni chiedono inoltre al Ministero della Salute la predisposizione di strumenti contrattuali e giuridici che consentano di agire in modo efficace e concreto nei confronti dei sanitari che si oppongono alle vaccinazioni, l’attivazione di una campagna di comunicazione a supporto del nuovo piano vaccinale e un intervento normativo per classificare e definire tutte le vaccinazioni comprese nel Piano prevedendo che siano offerte in modo attivo e gratuito su tutto il territorio nazionale come ‘raccomandate’.

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