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morta per una polmonite

Secondo i parenti, la congiunta sarebbe morta per una polmonite contratta in ospedale in seguito al ricovero dovuto a un investimento stradale

E’ morta per una polmonite all’età di 73 anni. Secondo i familiari, la malattia sarebbe stata contratta in ospedale, a Frosinone, durante la degenza successiva a un incidente. Da qui l’avvio di un’azione per ottenere il risarcimento.

Il fatto, come ricostruisce la stampa locale, risale a tre anni fa. La signora era stata investita da una macchina e portata in ambulanza presso il nosocomio del capoluogo di provincia laziale. Dagli accertamenti radiografici era emersa la lesione ad una vertebra e, conseguentemente, la paziente era stata ricoverata. Dopo alcune settimane, tuttavia, era deceduta a causa di una polmonite.

I parenti avevano presentato un esposto denuncia in Procura che aveva portato all’apertura di un’inchiesta. Le prime indagini avevano escluso che la donna potesse aver contratto la patologia presso la struttura ospedaliera.

In seguito all’entrata in vigore della Legge Gelli nel 2017, tuttavia, l’avvocato della famiglia ha presentato un ricorso per accertamento tecnico preventivo.

Come riporta Frosinonetoday, il medico legale della Procura ha sostenuto che molto verosimilmente il batterio non era presente nella paziente al momento del ricovero. Con tutta probabilità sarebbe stato contratto proprio nei giorni di degenza. Il Giudice, quindi, conferirà ora un nuovo incarico a un altro perito per le comparazioni del caso.

Nella vicenda, sempre secondo quanto riferiscono gli organi di informazione locale, è stata tirata in ballo anche la compagnia assicurativa.  Secondo il legale della famiglia della vittima, infatti, se l’anziana non fosse stata investita con tutta probabilità non avrebbe contratto la polmonite

 

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Legge Gelli: 293 società scientifiche accreditate per le linee guida

Il ministero della Salute ha pubblicato l’elenco delle 293 società scientifiche e associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie, abilitate a produrre linee guida.

Il ministero della Salute ha pubblicato l’elenco delle 293 società scientifiche e associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie, abilitate a produrre linee guida cui i medici e gli altri operatori sanitari dovranno attenersi nello svolgimento della propria attività.

Il tutto, in attuazione dell’articolo 5 della Legge 8 marzo 2017, n. 24 (Legge Gelli) e del Decreto ministeriale 2 agosto 2017.

Nell’elenco risultano iscritte, 293 società scientifiche e associazioni che hanno superato la valutazione sul piano amministrativo.

Tutte hanno presentato uno statuto aggiornato successivamente all’entrata in vigore del Decreto ministeriale. L’elenco sarà aggiornato ogni due anni.

Da questo, sono state escluse le società o associazioni tecnico scientifiche che non hanno allegato lo statuto.

Sono state poi escluse le società e le associazioni il cui statuto non risulti aggiornato ai contenuti richiesti dal Decreto ministeriale 2 agosto 2017. Infine, sono state escluse le società i cui statuti, sebbene aggiornati successivamente al Decreto ministeriale, sono non aderenti ai requisiti previsti.

Anche l’ex deputato Pd, Federico Gelli, è intervenuto sulla questione della pubblicazione dei nomi delle 293 società scientifiche incaricate di produrre le linee guida.

“Finalmente il ministero della Salute s’è deciso a rendere pubblico l’elenco società scientifiche e delle associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie rendendo concreto quanto previsto dalla legge 24 del 2017”.

“In particolare quell’articolo 5 – ha dichiarato Gelli – regola un aspetto di importanza fondamentale, per ciò che specialmente riguarda la responsabilità penale degli esercenti la professione sanitaria”.

Come noto, infatti, esso stabilisce che tali soggetti debbano attenersi alle buone pratiche clinico-assistenziali previste dalle linee guida.

Secondo l’ex deputato, si renderanno accessibili e conoscibili con precisione le indicazioni mediche fornite dalla comunità scientifica.

“Infatti le raccomandazioni previste dalle linee guida sono elaborate da enti e istituzioni pubbliche e private nonché dalle società scientifiche e dalle associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie iscritte nell’apposito elenco”.

Vale a dire, precisa Gelli, “da istituzioni sanitarie che fanno parte di un elenco consultabile da tutti proprio perché debitamente certificate”.

Gelli ha poi dichiarato che le società scientifiche “saranno controllate per verificare che rispecchino i criteri previsti dal decreto attuativo che prevede requisiti importanti”.

Tra questi vi sono “la trasparenza dei bilanci, la democraticità interna, la rappresentatività dei professionisti di quella branchia specialistica che si vuole rappresentare, rapporti con analoghe società scientifiche internazionali e infine assenza di conflitti di interessi con le multinazionali del farmaco”.

In conclusione, ha chiuso l’ex deputato PD, “i cittadini e i professionisti della sanità da oggi hanno un sistema più trasparente e sicuro”.

 

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responsabilità colposa

Le linee-guida attualmente vigenti e non approvate secondo l’iter previsto dalla legge Gelli possono essere considerate nei giudizi sulla responsabilità colposa del medico come buone pratiche clinico-assistenziali?

Erano accusati di aver cagionato la morte di un uomo, deceduto a causa di un tamponamento cardiaco da rottura di dissecazione del segmento prossimale dell’aorta. I due medici, secondo l’accusa, non avevano identificato la patologia da cui era affetto il paziente, omettendo, di conseguenza, l’effettuazione del necessario intervento chirurgico. Il Giudizio di appello aveva visto confermare la penale responsabilità colposa di uno dei due professionisti, mentre l’altro camice bianco indagato era stato assolto.

Il dottore condannato aveva quindi presentato ricorso per cassazione. Tra le altre motivazioni, lamentava che la Corte territoriale avrebbe dato per scontata l’esistenza di sintomi e di dolori che non erano documentalmente riscontrabili. In particolare il ricorrente sosteneva di aver egli stesso effettuato al paziente una ecografia cardiaca, senza spingersi oltre. In quel momento, infatti, la diagnosi era unica e la terapia impostata aveva prodotto effetti positivi.

Non vi sarebbe stata, dunque, alcuna sottovalutazione dei sintomi, né alcuna negligenza nell’applicazione dei protocolli di intervento. Ciò anche alla luce dello stato asintomatico del paziente che avrebbe visto regredire il dolore retrosternale, nonché il blocco atriale da cui era affetto.

La Cassazione, con la sentenza n. 47748/2018, ha tuttavia ritenuto di respingere il ricorso in relazione a tale motivazione in quanto infondato.

Gli Ermellini, chiariscono come la responsabilità colposa del medico per morte in ambito sanitario sia esclusa solamente laddove siano state seguite rispettate le raccomandazioni previste dalle linee guida oppure dalle buone pratiche clinico assistenziali. Lo prevede la legge n. 24/2017 (Legge Gelli), che ha novellato , l’art. 590 sexies del codice penale.

La nuova normativa, detta un articolato iter di elaborazione e di emanazione delle linee guida. Pertanto, evidenzia la Cassazione, in mancanza di linee guida elaborate ed emanate mediante tale procedura non può farsi riferimento all’art. 590 sexies del codice penale, se non nella parte in cui richiama alle buone pratiche clinico assistenziali.

Le linee-guida attualmente vigenti e non approvate secondo il procedimento previsto dalla legge Gelli potrebbero essere recuperate negli attuali giudizi considerandole come buone pratiche clinico-assistenziali. Per la Suprema Corte, tuttavia, si tratta, di una “opzione ermeneutica non agevole”. Le linee-guida, infatti, sono delle raccomandazioni di comportamento clinico che derivano da un processo sistematico di elaborazione concettuale. Quindi, in quanto tali, sono profondamente diverse dalle buone pratiche clinico-assistenziali sia sotto il profilo concettuale che sotto quello tecnico-operativo.

Nella vicenda in esame, in ogni caso, anche l’equiparazione tra linee-guida vigenti e buone pratiche, non avrebbe influito sul giudizio. I Giudici del merito, infatti, avevano accertato che il sanitario aveva agito con negligenza e imperizia. Per i Giudici del Palazzaccio, dunque, non sussistevano due dei presupposti fondamentali per l’applicabilità dell’art. 590 sexies c.p.: il rispetto delle raccomandazioni previste dalle linee guida; la ravvisabilità, in via esclusiva, di imperizia e non anche di negligenza.

 

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Medico di base: chi risponde del suo errore se danneggia il paziente?

Se un errore del medico di base danneggia il paziente, quest’ultimo potrà far valere la responsabilità medica anche rivolgendosi alla Asl di appartenenza

In base a quanto sancito dalla Legge Gelli, il paziente danneggiato dal comportamento del proprio medico di base potrà far valere la responsabilità medica – e ottenere un risarcimento – anche rivolgendosi alla Asl di appartenenza.

Infatti, l’articolo 7, comma 1, della legge numero 24/2017, sancisce che “La struttura sanitaria o sociosanitaria pubblica o privata che, nell’adempimento della propria obbligazione, si avvalga dell’opera di esercenti la professione sanitaria, anche se scelti dal paziente e ancorché non dipendenti della struttura stessa, risponde, ai sensi degli articoli 1218 e 1228 del codice civile, delle loro condotte dolose o colpose”.

Ma non è tutto.

Anche il comma 2 fornisce delle interessanti precisazione a riguardo.

“La disposizione di cui al comma 1 – si legge – si applica anche alle prestazioni sanitarie svolte in regime di libera professione intramuraria ovvero nell’ambito di attività di sperimentazione e di ricerca clinica ovvero in regime di convenzione con il Servizio sanitario nazionale nonché attraverso la telemedicina”.

Questo significa, pertanto, che in rispetto del principio della responsabilità di posizione, la struttura sanitaria è chiamata a rispondere contrattualmente di tutto ciò che avviene all’interno del proprio ambito di competenza.

Ergo, anche dell’operato del medico di base e quindi dei soggetti dei quali si avvale.

Su questo punto in particolare, la legge Gelli non ha fatto altro che recepire una conclusione alla quale era già giunta la Corte di Cassazione nella sentenza numero 6243/2015.

Nel caso oggetto della pronuncia, il giudice di merito aveva escluso la responsabilità della Asl per l’operato del medico di base.

Ciò in quanto riteneva che gli obblighi del SSN non si estendessero sino a ricomprendere la prestazione professionale di tale sanitario. Ma, quindi, solo l’organizzazione della medicina generale e che non si potesse applicare il cd. contatto sociale.

Tuttavia, per gli Ermellini non può non considerarsi che, la legge numero 833/1978, istitutiva del SSN, nel rispetto dell’articolo 32 della Costituzione, mira a garantire i livelli minimi e uniformi delle prestazioni sanitarie da assicurare ai cittadini.

E lo fa anche inserendo l’assistenza medico-generica tra le prestazioni curative affidate alle Asl.

In virtù di quanto sancito dalla legge, le Asl erogano l’assistenza medico-generica sia in forma domiciliare che in forma ambulatoriale. E lo fanno assicurando i livelli di prestazioni fissati dal piano sanitario nazionale.

Il paziente, nello scegliere il proprio medico di base, agisce nei confronti della Asl. Ciò in quanto opera un’azione destinata a produrre i suoi effetti nei confronti del SSN. E non, dunque, nei confronti del medico.

Alla luce di quanto esposto, la Cassazione era quindi giunta già nel 2015 alla conclusione poi resa incontrovertibile dalla legge Gelli. Vale a dire che degli errori del medico di famiglia risponde anche la struttura sanitaria.

Ma a che titolo rispondono i medici di base?

Fermo restando la responsabilità contrattuale della struttura sanitaria, la Gelli fa propendere per la responsabilità extracontrattuale del medico di base.

Tuttavia, non manca chi, facendo leva sulla vocazione libero professionale dell’attività svolta dai medici di famiglia, ritiene che siano invece chiamati rispondere a titolo contrattuale.

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Causa di non punibilità: le precisazioni della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione fa il punto in merito alla causa di non punibilità introdotta dalla legge Gelli fornendo della precisazioni molto importanti

Secondo la sentenza numero 39733/2018 della quarta sezione penale della Corte di cassazione, la causa di non punibilità è esclusa in caso di colpa da imprudenza e da negligenza e in caso di colpa grave da imperizia.

Come noto, infatti, la causa di non punibilità prevista dall’articolo 590-sexies del codice penale per le ipotesi di responsabilità medica non si applica se vi è stata negligenza per disattenzione da parte di un sanitario dell’equipe chirurgica nell’esecuzione dei compiti assegnatigli.

Inoltre, secondo gli Ermellini, non bisogna dimenticare che la predetta norma, introdotta dalla legge Gelli, prevede l’esclusione della punibilità nel caso in cui siano state rispettate le linee guida o le buone pratiche clinico-assistenziali.

Il tutto, naturalmente, purché le stesse risultino adeguate alle specificità del caso concreto.

In passato le Sezioni Unite avevano sancito con la pronuncia numero 8770/2018 che la causa di non punibilità di cui all’articolo 590-sexies, non si applica né in caso di colpa da imprudenza e da negligenza, né in caso di colpa grave da imperizia nella fase attuativa delle raccomandazioni.

Il caso

Nel caso di specie, vi erano numero ragioni che impedivano di escludere la punibilità in virtù della predetta norma.

In primis, a carico dell’imputato erano stati accertati profili di colpa per negligenza esecutiva. Ciò in quanto vi era stata disattenzione nell’assolvere i compiti assegnatigli in seno all’equipe medica.

Ma non è tutto. Il grado della colpa era risultato elevato, circostanza tale da non permettere l’operatività dell’articolo 590-sexies.

Alla luce del mancato approfondimento del tema relativo all’osservanza o meno delle raccomandazioni contenute nelle linee guida, la Cassazione ha confermato la condanna del medico. Il delitto è quello di lesioni colpose causate al paziente, quale secondo operatore, nell’ambito di un intervento chirurgico.

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696bis

Interessante e “particolare” il protocollo sui procedimenti in materia di responsabilità medica del tribunale di Verona relativi al ricorso 696bis

Che la legge Gelli sia un provvedimento che obbliga all’interpretazione attenta non ci sono mai stati dubbi, ma che il ricorso 696bis cpc, come previsto dall’art. 8 della legge, debba essere fatto solo per i casi di risarcimento della vittima primaria, sembra decisione e interpretazione alquanto impropria.

Firmatari di tale protocollo (che si allega) sono il presidente del tribunale civile di Verona, il presidente dell’ordine degli avvocati di Verona e il rappresentante dell’associazione Valore Prassi.

I contenuti presentano degli aspetti interessanti che sono condivisibili e che andavano previsti come linee guida per i giudici di merito (un po’ forzate appaiono le conclusioni nella parte relativa ai “RAPPORTI CON IL GIUDIZIO DI MERITO”, art. 13 e succ.). Ci si augura, pertanto, che tale protocollo venga fatto proprio anche negli altri Tribunali.

Ma ciò su cui non si può concordare è il contenuto dell’articolo 1  che si riporta:

1. L’art. 8 trova applicazione solo nel caso in cui il ricorrente intenda esercitare una azione di risarcimento danni da responsabilità sanitaria, e quindi non anche nell’ipotesi in cui intenda esercitare una azione di accertamento, ferma restando l’applicabilità in tal caso dell’art. 5, comma 1 bis, d. lgs. 28/2010. In caso di azione di risarcimento danni che non implichino problemi di natura tecnica (es. risarcimento danni da violazione del consenso informato o da lesione del vincolo parentale) l’unica condizione di procedibilità è la mediazione.

Non si riesce a comprendere l’esclusione del primo capoverso quando si parla di “esercitare un’azione di accertamento”, e ciò per la semplice lettura del codice di procedura all’articolo 696bis: “L’espletamento di una consulenza tecnica, in via preventiva, può essere richiesto anche al di fuori delle condizioni di cui al primo comma dell’articolo 696, ai fini dell’accertamento e della relativa determinazione dei crediti derivanti dalla mancata inesatta esecuzione di obbligazioni contrattuali o da fatto illecito”.

Le intenzioni del legislatore non sono chiare ma “chiarissime”: tale procedimento va fatto anche per accertare oltre che per quantificare i crediti derivanti da fatto illecito. Si vuole qui ricordare come tale novella del 2005 sia stata introdotta dal legislatore col solo scopo di deflazionare i ruoli dei giudici e non per altro.

Quindi l’azione di accertamento non può essere preclusa da un giudice se non per fatti che siano accertabili esclusivamente nel corso di un giudizio di merito (come, ad esempio, quelli relativi all’accertamento della violazione del consenso informato).

Al secondo capoverso dell’art. 1 sopra citato appare evidente l’incongruenza dell’affermazione che il ricorso 696bis non vada fatto per l’accertamento della lesione del vincolo parentale e questo per due motivi:
1) senza l’accertamento della colpa non si può procedere al risarcimento del danno da lesione del tessuto familiare;
2) tale danno (lesione del vincolo parentale) può essere dimostrato per presunzioni e quindi non necessita di un giudizio a piena cognizione per la formazione di tale prova.

Tali prese di posizioni (o interpretazioni, che dir si voglia) fanno comprendere come a volte non si comprendano le finalità del legislatore. Una volta accertato l’an con una consulenza tecnica preventiva come non si può addivenire ad una transazione per lesione da vincolo parentale?

Le parti che non vogliono conciliare cosa pretenderebbero da un giudizio di piena cognizione? D’altro canto, come si può escludere una sofferenza riflessa nella vittima secondaria per la perdita di uno stretto congiunto? Neanche un divorzio lo può escludere e neanche una residenza a 10mila km di distanza!
Meditate giuristi, meditate!

Dr. Carmelo Galipò
Pres. Accademia della Medicina legale

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Linee guida e Legge Gelli: ecco come vanno formulate

L’importanza cruciale delle linee guida in ambito medico-scientifico, ma non solo, è data anche e soprattutto dal loro carattere “mitigatorio” di eventuali responsabilità.

Quando è stata promulgata la ormai celeberrima Legge Gelli sulla responsabilità medico-sanitaria si è posta immediatamente la questione della redazione di linee guida che fossero appropriate.

Questo perché il ruolo delle linee guida è, specie in ambito medico-legale, quello di costituire vere e proprie esimenti di colpa.

Alla luce di questo aspetto, dunque, in che modo devono essere redatte? E quali sono i requisiti minimi che esse devono rivestire?

Non è infrequente, infatti, rilevare l’importante contrasto esistente tra le linee guida espresse da società scientifiche che si occupano di materie e branche identiche ma che, spesso e volentieri, riportano dati differenti.

Una circostanza, questa in particolare, che altrettanto frequentemente mette in difficoltà medici, giudici e medici-legali.

Come noto, esiste un importantissimo organismo chiamato Guidelines International Network.

Quest’ultimo rappresenta un enorme network composto da 93 organizzazioni che producono Linee Guida. Di questo fanno parte nello specifico 89 membri individuali che complessivamente rappresentano 46 paesi.

Ebbene, il Guidelines International Network ha pubblicato sul tema due interessanti contributi.

Questi, in particolare, nascono con il compito ben preciso e dichiarato di rappresentare nel modo più esaustivo possibile una sorta di vademecum.

Quest’ultimo è specificamente finalizzato alla emanazione di una linea guida che sia precisa e indipendente e che, soprattutto, tenga fede ai criteri ritenuti irrinunciabili dal Guidelines International Network.

Sostanzialmente i punti da seguire per redigere delle perfette linee guida sono undici, come esposto nell’approfondita analisi su questo argomento realizzata dall’Avv. Gianluca Mari.

 

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ipotesi di colpa medica

Una pronuncia della Cassazione in merito ai procedimenti per ipotesi di colpa medica fa il punto sull’applicazione della Balduzzi e della Gelli

La Corte di Cassazione, con la sentenza numero 36723/2018 fa chiarezza in merito ai procedimenti per ipotesi di colpa medica laddove i fatti siano stati commessi tra l’entrata in vigore del decreto Balduzzi e quella della legge Gelli.

Secondo gli Ermellini, in questi casi, si applicherebbe la vecchia norma alle ipotesi di responsabilità medica.

La vicenda

Il caso di specie, infatti ha visto i giudici confermare l’orientamento già espresso dalle Sezioni Unite nella pronuncia numero 8770/2018 in merito ai procedimenti per ipotesi di colpa medica.

Vale a dire che a tutti i fatti di responsabilità medica commessi tra l’entrata in vigore del decreto Balduzzi e l’entrata in vigore della legge Gelli si applica ancora l’articolo 3 comma 1 del decreto legge n. 158/2012.

E non, invece, l’art. 590-sexies del codice penale introdotto dalla legge n. 24/2017. E ciò perché la vecchia norma è più favorevole.

Infatti, l’articolo 590-sexies del codice penale, prevede una causa di non punibilità che assume rilevanza solo con riferimento ai fatti che possono essere inquadrati all’interno dell’articolo 589 o dell’articolo 590.

Non solo. Questo, inoltre, si applica esclusivamente nei casi in cui il medico abbia individuato e adottato le linee guida adeguate al caso concreto. Ma, soprattutto, se nell’attuarle abbia agito con colpa lieve da imperizia.

Ci sono poi dei casi in cui la causa di non punibilità prevista dalla nuova norma non si applica.

Vale a dire i casi in cui c’è ipotesi di colpa medica determinata da imprudenza e negligenza o l’azione del medico non sia stata governata da linee-guida o da buone pratiche. O, ancora, queste siano state individuate in maniera inadeguata rispetto al caso concreto. Oppure, infine, nei casi in cui vi sia stata colpa grave da imperizia nella fase attuativa delle linee guida

Alla luce di quanto enunciato, la norma prevista dal decreto Balduzzi è stata ritenuta più favorevole dalla giurisprudenza.

Questa lo è soprattutto in relazione alle condotte del medico. Esse sono connotate da colpa lieve da negligenza o imprudenza, sia in caso di errore determinato da colpa lieve da imperizia, sia che sia intervenuto nella fase di scelta delle linee guida da applicare.

 

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accuse ingiuste

Per il Presidente dell’Ordine dei medici della provincia di Roma si tratta di un vulnus importante. Il mancato riconoscimento del danno al professionista in caso di accuse ingiuste avrebbe come prima conseguenza la carenza di specialisti ad alto rischio professionale

Sì alla tutela del paziente che subisce un danno, perché questa “è la prima in assoluto”. Tuttavia, bisogna pensare anche a quella del medico in caso di accuse ingiuste. Al riguardo, nella legge Gelli sulla responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie “non c’è nulla”.

Lo afferma in un’intervista all’agenzia Dire il presidente dell’Ordine dei Medici – Chirurghi e Odontoiatri di Roma, Antonio Magi, sottolineando come si tratti di “una mancanza”.

Magi evidenzia che, nel caso in cui il medico venga riconosciuto responsabile di colpa grave o dolo, anche l’Azienda è tenuta a chiedergli un risarcimento. “Si è obbligati, perché stiamo parlando di denaro pubblico”. Se così non fosse la Corte dei Conti potrebbe pretendere un risarcimento per danno erariale dal direttore della struttura sanitaria.

In caso di accuse ingiuste però, il presidente OMCeO rimarca che “nessuno per legge ha previsto il riconoscimento del danno al professionista”. Ciò nonostante il camice bianco possa subire danni di natura professionale e anche psicologici.

“Questo è un vulnus importante – afferma il vertice dell’Ordine capitolino, il più numeroso in Italia e in Europa con i suoi oltre 41mila iscritti -. Riconoscerlo avrebbe anche limitato le cause temerarie”.

Insomma, per Magi  “bisogna tutelare tutti gli attori del sistema, che sono il paziente, l’Azienda sanitaria locale, ma anche il medico”.

La prima conseguenza di questa mancanza, conclude il presidente, è la carenza di specialisti ad alto rischio professionale. “Cominciano a mancare ortopedici, radiologi, professionisti che fanno per esempio le mammografie”.

 

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In una intervista rilasciata a Quotidiano Sanità, il Presidente Aaroi Emac Alessandro Vergallo lancia l’allarme sull’aumento dei sinistri in ambito sanitario post Legge Gelli-Bianco.

Dopo un periodo durante il quale si era registrato un trend sostanzialmente positivo per quel che concerne i contenziosi sanitari, i dati relativi registrati dall’Osservatorio Permanente Aaroi-Emac fotografano una situazione molto più preoccupante.

Nel corso di una intervista rilasciata a Quotidiano Sanità, il Presidente Aaroi Emac Alessandro Vergallo ha riflettuto sul vertiginoso incremento dei contenziosi sanitari dall’applicazione della Legge Gelli-Bianco.

Dato emerso dall’ultimo studio realizzato dall’Osservatorio permanente Aaroi Emac sul contenzioso sanitario, in collaborazione con il Broker assicurativo Aon e presentati al Meeting di SAQURE 2018 (Safety Quality Reliability), che si è tenuto a Roma dal 24 al 26 maggio.

L’Osservatorio negli anni si è dimostrato uno strumento efficacissimo per monitorare l’andamento dei contenziosi sanitari.

“Grazie al nostro osservatorio – ha ammesso Vergallo – prendiamo in esame le situazioni relative ai sinistri che possono coinvolgere gli oltre 10mila medici rappresentati dall’Associazione”.

Questo consente ad Aaroi-Emac di ottenere dati di prima mano, di cui nemmeno il SSN è in possesso. Dati che permettono anche di valutare gli effetti della Legge Gelli-Bianco n. 24/2017.

In particolare nel 2017 i sinistri aperti, sono passati da 384 del 2016 a 603 nel 2017, con circa il 60% di incremento.

Secondo Vergallo, tale incremento “appare soprattutto imputabile alle comunicazioni di avvio delle trattative stragiudiziali, in diretta conseguenza delle quali le strutture sanitarie, una volta chiamate in causa nel contenzioso avviato dai pazienti che si ritengono danneggiati, coinvolgono i singoli medici dipendenti nell’iter che ne conseguirà, eventualmente anche in sede giudiziale sia presso i tribunali ordinari sia presso la Corte dei Conti”.

Ma non è tutto. Vergallo sostiene come fino al 1 aprile 2017si era invece registrato un progressivo calo del numero complessivo dei sinistri, confermando anche nel primo trimestre 2017 una riduzione del contenzioso.

Dati positivi, che lasciavano ben sperare, con un calo dei contenziosi dal 6,5% al 3,5%.

Dunque, fa notare Vargallo, “l’applicazione della Legge Gelli-Bianco da parte delle amministrazioni ospedaliere, ha evidenziato un risultato esattamente contrario agli obiettivi dichiarati dalla norma”.

In buon sostanza, da quando la Legge Gelli è entrata in vigore, “i sinistri aperti dagli Iscritti all’Associazione e più in generale i sinistri riguardanti in primis, i medici specializzati in anestesia e rianimazione e in misura comunque rilevante, quelli operanti nei pronto soccorso e nell’emergenza 118, sono aumentati vorticosamente, sia in sede penale, sia in sede civile”.

Ma qual è, secondo Aaroi-Emac, la causa di questo preoccupante aumento dei contenziosi sanitari?

Per Vergallo, questo “è dipeso da un’applicazione aziendale pedissequa e acritica dell’art. 13 della Legge Gelli Bianco rubricato: ‘Obbligo di comunicazione all’esercente la professione sanitaria del giudizio basato sulla sua responsabilità’. Significa che per legge è esteso anche alle trattative stragiudiziali, intraprese dalle strutture sanitarie, a seguito della loro chiamata in causa per malpractice, da parte dei pazienti o dei loro congiunti”.

Il vero cambiamento, secondo Vergallo, dall’entrata in vigore della Legge è che i tempi ristretti per l’invio di queste comunicazioni,  hanno indotto le amministrazioni ospedaliere ad adottare un’applicazione indiscriminata di questa norma. Il tutto unito “alla sanzione prevista per le strutture sanitarie in caso di omissione tardiva o incompletezza della comunicazione.

Un fatto che speso coinvolge decine di medici per ogni sinistro. E, a volte, addirittura intere equipe. Situazioni che hanno conseguenze serie per un ospedale.

“Da aprile 2017 – prosegue Vergallo – siamo sommersi da parte delle Aziende di richieste di relazioni scritte su specifici casi clinici”. E il tutto “senza che i professionisti possano sapere esattamente a che cosa andranno incontro dopo averle firmate. In questa prospettiva gli esiti che la Legge Gelli-Bianco avrà sono ancora tutti da analizzare”.

Una situazione, quella fotografata dall’osservatorio Aaroi Emac, che porta l’Associazione Anestesisti Rianimatori Ospedalieri Italiani a voler comunque implementare la già assidua attività di monitoraggio.

L’obiettivo, infatti, è proprio quello di tenere d’occhio gli effetti sulla sanità italiana della Legge Gelli-Bianco.

E continuare a promuovere delle iniziative volte all’attività di prevenzione del rischio clinico e degli eventi avversi.

 

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