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legittima difesa

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Ai sensi dell’art. 2, comma 4, c.p., la nuova disciplina sulla legittima difesa, introdotta dalla legge n. 39 del 2009, può trovare applicazione retroattiva, anche rispetto a fatti anteriormente commessi

La vicenda

Nel 2016 il Tribunale di Prato dichiarava l’imputato responsabile del delitto di lesioni colpose avendo agito per eccesso colposo di legittima difesa.

In appello, la corte territoriale sostituiva la pena detentiva irrogata con quella di duemila euro di multa, confermando la sentenza impugnata, nel resto.

Secondo la ricostruzione dei fatti, l’imputato era stato aggredito dal suo vicino di casa, prima a parole e poi con spintoni. Successivamente, nell’intento di far cessare il morso che quest’ultimo gli stava dando sotto un’ascella, lo colpiva con un pugno al volto.

Secondo i giudici dell’appello, tale condotta era sproporzionata e pertanto, doveva essere confermata la pronuncia di condanna.

Avverso la predetta sentenza, il difensore dell’imputato ha proposto ricorso per Cassazione, lamentando l’errata applicazione della disciplina penale dell’eccesso colposo nella causa di giustificazione.

Il ricorso per Cassazione

A ben vedere, il ricorrente ha introdotto il tema della proporzionalità della reazione posta in essere a fronte del diverbio verbale e della successiva aggressione fisica perpetrata dalla persona offesa, come accertato in giudizio.

Al riguardo la Corte d’Appello aveva considerato che la condotta lesiva, realizzata dal primo per liberarsi dal persistente morso del secondo, avesse travalicato i limiti della necessità difensiva; che l’imputato, fosse incorso nell’eccesso colposo di cui all’art. 55 c.p. e che pertanto dovesse rispondere del reato di lesioni colpose per averlo attinto al volto con un forte pugno.

Dopo aver ricordato che “ai fini della configurabilità dell’eccesso colposo nella legittima difesa, occorre preliminarmente accertare l’eventuale inadeguatezza della reazione difensiva, per eccesso nell’uso dei mezzi a disposizione dell’aggredito nel particolare contesto spaziale e temporale del fatto e, successivamente procedere all’ulteriore differenziazione tra eccesso dovuto ad errore di valutazione ed eccesso consapevole e volontario”, i giudici della Quarta Sezione Penale della Cassazione hanno annullato la sentenza impugnata.

A giudizio degli Ermellini – i giudici dell’appello non avevano tenuto conto della concitazione del momento e dell’elevato grado di aggressività palesata dalla stessa parte offesa, che stava realizzando una pervicace manovra offensiva, in danno dell’imputato.

La corte d’appello dovrà, pertanto, in sede di rinvio, rivalutare la condotta di quest’ultimo, anche in ordine all’eventuale applicabilità della nuova disciplina dell’eccesso colposo nella legittima difesa, atteso che il diverbio tra l’imputato e il suo vicino aveva preso avvio, proprio mentre il primo si trovava all’interno del giardino recintato al piano terra del suo appartamento.

Detta circostanza dovrà essere adeguatamente verificata alla luce della legge n. 36 del 2019.

Invero, il novellato art. 55 c.p. stabilisce che: «Nei casi di cui ai commi secondo, terzo e quarto dell’art. 52, la punibilità è esclusa se chi ha commesso il fatto per la salvaguardia della propria o altrui incolumità ha agito nelle condizioni di cui all’art. 61, primo comma, n. 5) ovvero in stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto».

La novella riguarda espressamente le ipotesi in cui la reazione all’offesa ingiusta sia stata posta in essere a seguito della violazione del domicilio. E si tratta di disposizione certamente più favorevole in quanto ampliativa dei casi di non punibilità, rispetto alla previgente fattispecie di eccesso colposo. E, ai sensi dell’art. 2, comma 4, c.p. essa può trovare applicazione retroattiva, anche rispetto a fatti anteriormente commessi.

Avv. Sabrina Caporale

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“Il giudice deve pronunciare sentenza di assoluzione (..) allorché emergano circostanze di fatto che giustifichino la ragionevole persuasione di una situazione di pericolo e sorreggano l’erroneo convincimento di versare nella legittima difesa”

In primo grado era stato assolto dal Tribunale di Reggio Emilia, dall’accusa di tentato omicidio, aggravato dalla premeditazione nei confronti del ladro, che una sera del 2013, si era introdotto nel proprio locale per derubarlo. La decisione, confermata in appello, era fondata sull’assunto che la condotta lesiva dell’imputato oggetto di addebito, fosse scriminata dalla legittima difesa domiciliare putativa.

La vicenda

Il processo originava da un tentativo di furto, posto in essere dalla vittima di tentato omicidio, nell’esercizio pubblico di proprietà dell’imputato.
Ebbene, questi, dopo la chiusura del locale si era intrattenuto nel negozio per il disbrigo di incombenze amministrative.
Ma secondo l’accusa, l’imputato, dopo aver distintamente percepito che ignoti erano in procinto di introdursi nel suo esercizio ed essere rimasto ivi appostato nel buio per oltre mezz’ora, invece di sollecitare l’intervento della pubblica difesa, si era munito di coltello, aveva meditato la reazione aggressiva e persistendo lucidamente in tale risoluzione, dopo aver aperto la porta del locale, colpì il ladro al torace nel frangente in cui egli stava per tentare l’effrazione.
Perciò, per il Pubblico Ministero, l’imputato non aveva agito per legittima difesa, ma per ritorsione dolosa nei confronti del ladro ostinato.

La ricostruzione difensiva

Dal canto suo l’imputato, aveva dichiarato di avere già spento le luci e di essere in procinto di uscire, quando aveva avvertito dei rumori all’ingresso; si era avvicinato ed aveva scorto due persone parzialmente travisate armeggiare vicino alla saracinesca; non essendovi altre vie di uscita, aveva immediatamente acceso le luci del bagno e dell’antibagno per manifestare la sua presenza, aveva chiamato i carabinieri ed era rimasto in attesa del loro arrivo.
I rumori erano cessati e poi ricominciati; preso da ansia e da paura, aveva impugnato il primo strumento da difesa trovato, un coltello per preparare le colazioni; quando si era reso conto che il cancello esterno era stato aperto, si era fatto avanti parandosi dietro la porta a vetri e così rendendosi distintamente visibile.
Uno dei due estranei, vedendolo, riusciva a scappare, l’altro aveva persistito con ostinazione nell’azione di effrazione, trattenendosi sulla soglia di ingresso; sicché, nell’imminenza dell’incontro fisico tra i due, preso dall’ansia, per aver visto il ladro portare una mano alla tasca e temendo di essere aggredito, gli sferrava un fendente, per poi rinchiudersi nel locale fino all’arrivo dei carabinieri.

Nella sentenza di primo grado i fatti erano stati ricostruiti prevalentemente sulla base delle dichiarazioni della vittima e dell’imputato.

Tutti gli elementi, ad avviso del Tribunale, smentivano l’assunto accusatorio dell’accoltellamento preordinato, meditato e non necessario, e deponevano nel senso della configurabilità dell’esimente putativa. Ed infatti, la ricostruzione offerta dall’imputato, non aveva trovato alcuna smentita ed anzi era stata confermata dai dati acquisiti al processo.
L’epilogo confermato dalla Corte di appello, fu impugnato dal procuratore generale presso la corte d’appello, con ricorso per Cassazione.
Ci si interroga sul tema della legittima difesa, oggetto di discussione frequente negli ultimi giorni; e la sentenza in questione sembra in realtà, anticipare un futuro … prossimo.
Ebbene per l’accusa l’imputato, non solo aveva omesso di adottare qualsivoglia azione preventiva, ma addirittura aveva deciso di anticipare gli eventi, aprendo la porta e colpendo la vittima con un fendente potenzialmente letale. E tale atteggiamento, prima di attesa e poi di ricorso all’intervento reattivo non necessitato, era all’evidenza incompatibile con lo stato soggettivo di chi sia ragionevolmente convinto di non avere vie di fuga e di essere privo di alternative se non quella di reagire aggredendo.
Non vi era nessuno spazio, pertanto, per il riconoscimento dell’esimente, né reale né putativa.

La legittima difesa

L’art. 52 c.p., comma 2, introdotto dalla L. n. 59 del 2006, applicabile ratione temporis alla fattispecie in esame, ha stabilito la presunzione della sussistenza del requisito della proporzione tra offesa e difesa, “nei casi previsti dall’art. 614, commi 1 e 2”, se “taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere: a) la propria o altrui incolumità; b) i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione”. Il comma 3, dell’articolo citato aggiunge “La disposizione di cui al comma 2 si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all’interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale“, così estendendo l’applicazione dell’esimente anche ai fatti avvenuti nei luoghi di lavoro, non rientranti ex se nella nozione di domicilio o di privata dimora.
Quando vi sia l’introduzione in uno di detti luoghi o anche quando l’agente ivi si trattenga invito domino, l’uso dell’arma legittimamente detenuta è ritenuto proporzionato per legge, se finalizzato a difendere la propria o l’altrui incolumità ovvero i beni propri o altrui quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione.
In presenza delle suddette condizioni, non è più rimesso al giudice il giudizio sulla proporzionalità della difesa all’offesa, essendo il rapporto di proporzionalità sussistente per legge, e questo vale sia in ipotesi di legittima difesa obiettivamente sussistente, sia in ipotesi di legittima difesa putativa incolpevole.
Nel caso però in cui l’agente ha ritenuto per errore, determinato da colpa, di trovarsi nelle condizioni previste dalla difesa legittima, obiettivamente non sussistenti, la punibilità non è esclusa, quando il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo.
Tuttavia, non ogni pericolo che si concretizza nell’ambito del domicilio giustifica la reazione difensiva, atteso che restano fermi i requisiti strutturali posti dall’art. 52 c.p., e cioè: pericolo attuale di offesa ingiusta, da un lato, costrizione e necessità della difesa, dall’altro.
La giurisprudenza della Cassazione, prima ancora dell’entrata in vigore dell’ultima riforma sulla legittima difesa aveva chiarito che la reazione a difesa dei beni è legittima solo quando non vi sia desistenza ed anzi sussista un pericolo attuale per l’incolumità fisica dell’aggredito o di altri.
La stessa giurisprudenza di legittimità ha, poi, costantemente indicato che il giudizio sulla sussistenza di una causa di giustificazione, reale o presunta, deve compiersi “ex ante” sulla base delle circostanze caratterizzanti il caso concreto, dovendo il giudice esaminare, di volta in volta e in concreto, la particolare situazione di fatto che escluderebbe l’antigiuridicità della condotta prevista dalla legge come reato.

I luoghi indicati dall’art. 614 c.p.

Orbene, nel caso in esame la pubblica accusa aveva rilevato, innanzitutto, l’impossibilità di applicazione in radice dell’esimente della legittima difesa domiciliare, anche solo putativa, poiché l’imputato, durante l’intero svolgimento dell’azione e sino al suo epilogo, si era mantenuto sulla soglia del locale, intento a forzarne la porta, ma senza riuscire ad introdursi. Di conseguenza il tentato omicidio non era avvenuto “nei casi previsti dall’art. 614 c.p., comma 1 e 2”, e “nei luoghi ivi indicati”.
In realtà, l’art. 614 c.p., tutela non solo l’inviolabilità dell’abitazione o dei luoghi di privata dimora, ma anche le loro “appartenenze”, intendendosi per tali quei luoghi caratterizzati da un rapporto di funzionalità, servizio o accessorietà con l’abitazione, ancorché non costituenti con questa corpo unico.
La Cassazione, ad esempio, in passato ha ritenuto consumato e non solo tentato, il reato di violazione di domicilio da parte di chi si introduca, invito domino, all’interno di un edificio condominiale sul pianerottolo e avanti alla soglia di uno dei condomini avente, come gli altri, diritto di escludere l’intruso o nell’androne di uno stabile, che integra il concetto di “appartenenza” ad esso estendendosi la tutela prevista dalla legge per la violazione di domicilio o ancora si introduca e si trattenga sulla soglia dell’abitazione altrui contro la volontà di chi abbia il diritto di escluderlo.
Nel caso in esame, come messo in evidenza dai giudici del merito, l’intrusione si era già verificata attraverso l’apertura del cancello esterno, che dava sulla pubblica via e che era stato già scassinato.
Ciò – a detta degli Ermellini – rende irrilevante, ai fini dell’astratta applicazione della legittima difesa domiciliare, il dato discusso della mancata effettiva introduzione nel negozio.

L’attualità del pericolo

Il ricorso, poi, poneva in discussione, escludendole, l’attualità del pericolo e la necessità della reazione, sostenendo che l’imputato aveva aspettato il momento propizio per colpire, che per tutta la durata, non breve, dell’azione intrusiva, non aveva sollecitato l’intervento delle forze dell’ordine, ma era rimasto appostato nel buio ove si era armato di un coltello e addirittura aveva prevenuto l’apertura, anche se ormai prossima, della porta a vetri, aprendola da sé e sferrando il fendente.
Di conseguenza la sua condotta era censurabile sotto il profilo dell’assenza della necessità di contrastare un pericolo attuale e concreto.
Ma per i giudici della Suprema Corte, una simile censura, così esposta, più che evidenziare un’errata configurazione giuridica dei fatti accaduti, mirava ad ottenere una diversa interpretazione degli stessi.
E, come noto, si tratta di un’operazione non consentita in sede di legittimità e pertanto non accoglibile.

Una soluzione non razionalmente accettabile quella dell’accusa

Ma in ogni caso, la corte di merito aveva già offerto una soluzione coerente e immune da vizi, oltre che verosimilmente accettabile.
Secondo l’assunto accusatorio, mutuato dall’accusa privata, il comportamento doveroso dell’imputato sarebbe stato quello di rivelare in modo indiscutibile la sua presenza, accendendo le luci, chiamando i carabinieri, rendendo edotti i ladri dell’imminente intervento della forza pubblica, chiedendo soccorso ai passanti, ponendo in essere, cioè, tutte quelle azioni atte a mettere in fuga gli intrusi.
Ma tale impostazione – scrivono i giudici del merito- traeva alimento dalle sole dichiarazioni della parte lesa e in ogni caso, non era razionalmente condivisibile.
Al contrario la ricostruzione difensiva appariva plausibile e persuasiva, giacché nel caso concreto per una serie di circostanze sfortunate, ma addebitabili essenzialmente agli aggressori, si erano create tutte le condizioni per supporre incolpevolmente la necessità della reazione difensiva, a fronte dell’ostinata azione offensiva della coppia di ladri e del pericolo di aggressione alla propria incolumità.
L’offeso aveva segnalato la sua presenza tanto da mettere in fuga l’altro dei due concorrenti ladri, così rendendo palese che il suo proposito era per l’appunto quello di interromperne l’azione e non di realizzare un’offesa fisica vendicativa e non necessaria, mentre la reazione armata era maturata nella situazione, equivocata ed equivocabile, originata dal comportamento e dal gesto contestuale all’apertura della porta.

Il principio di diritto

Insomma per i giudici della Cassazione la ricostruzione dalla corte di merito operata sulla base di una valutazione ex ante, alla luce di tutte le circostanze caratterizzanti il caso concreto, era più che condivisibile.
A tal proposito è bastato richiamare il consolidato insegnamento giurisprudenziale secondo il quale “il giudice deve pronunciare sentenza di assoluzione quando vi sia il dubbio sulla esistenza di una causa di giustificazione, (…) con riferimento alla sussistenza dell’elemento soggettivo, allorché emergano circostanze di fatto le quali giustifichino la ragionevole persuasione di una situazione di pericolo e sorreggano l’erroneo convincimento di versare nella necessità di difesa, poiché tali circostanze, anche se considerate non del tutto certe, portano ugualmente a ritenere sussistente la legittima difesa putativa”.
Per tali motivo il ricorso dell’accusa è stato respinto e confermata l’assoluzione, in via definitiva.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 
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Il Ministro dell’Interno: dopo anni di chiacchiere e polemiche è stato sancito il sacrosanto diritto alla legittima difesa per chi viene aggredito a casa sua

Con voti 201 favorevoli, 38 contrari e 6 astenuti, il Senato ha approvato, in terza lettura, il disegno di legge sulla legittima difesa. Il provvedimento, dunque, diventa a tutti gli effetti legge dello Stato.  “Questo 28 marzo è un giorno bellissimo non per la Lega ma per gli italiani – ha affermato il Ministro dell’Interno Matteo Salvini -. Dopo anni di chiacchiere e polemiche è stato sancito il sacrosanto diritto alla legittima difesa per chi viene aggredito a casa sua, nel suo bar, nel suo ristorante. Non si legittima il Far West ma si sta con i cittadini perbene”.
Di tutt’altro tenore il commento dell’Associazione nazionale dei magistrati, che avanza anche dubbi di incostituzionalità sulla misura. “La nuova legge – rileva il presidente Francesco Minisci – non tutelerà i cittadini più di quanto erano già tutelati fino ad oggi. Al contrario introduce concetti che poco hanno a che fare con il diritto, prevede pericolosi automatismi e restringe gli spazi di valutazione dei magistrati, oltre a portare con sé grandi difficoltà di interpretazione. Tutto ciò significa che tutti saranno meno garantiti”.
La nuova normativa specifica che sussiste ‘sempre’ il rapporto di proporzione tra difesa e offesa se, in caso di violazione di domicilio, si usi un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere la propria o la altrui incolumità, nonché i beni propri o altrui, “quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione”.

Tra le principali novità introdotte dalla riforma figura poi l’aggiunta del comma 4 all’articolo 52 del codice penale.

In base a tale norma agisce “sempre in stato di legittima difesa” colui che “compie un atto per respingere l’intrusione posta in essere con violenza o minaccia di uso di armi o di altri mezzi di coazione fisica, da parte di una o più persone”.
Secondo la nuova legge, inoltre, la difesa è sempre legittima se chi ha agito lo ha fatto in stato di grave turbamento. In particolare l’art. 55 c.p. viene modificato prevedendo che nei casi di violazione del domicilio o del luogo di lavoro se si è agito per difendere se stessi o qualcun altro, non può essere punito chi ha agito perché turbato dalla situazione.
 
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Licenza di sparare a chi subisce aggressioni in casa di notte e assistenza legale a spese dello Stato per chi viene assolto

Con 225 voti favorevoli e 166 contrari e 11 astenuti la Camera dei Deputati ha approvato oggi la proposta di legge che riforma alcuni aspetti della legittima difesa, apportando alcune modifiche alla normativa vigente che allargano la possibilità di ricorrere legittimamente all’uso delle armi da parte di chi subisce un’aggressione. Il ddl, che ora passa all’esame del Senato, è stato approvata con i voti del Partito Democratico e di Alleanza Popolare. Contrari Forza Italia, Fratelli d’Italia, Movimento 5 Stelle e la Lega Nord, secondo cui la nuova legge sarebbe ancora troppo blanda.

La proposta di legge iniziale, presentata da David Ermini del Partito Democratico, riguardava solamente l’articolo 59 del codice penale – relativo alle circostanze del reato e non alla legittima difesa – aumentando la tutela per chi si difenda da un’aggressione in casa con un’arma legittimamente posseduta ed eliminando la colpa di chi si difende in modo eccessivo se si trova in uno stato di “grave turbamento psichico causato dalla persona contro la quale è diretta la reazione”.

Durante i lavori la proposta di legge è stata ampliata andando a incidere anche sull’articolo 52 del codice penale, comprendendo nella definizione di legittima difesa la “reazione ad un’aggressione commessa in tempo di notte ovvero la reazione a seguito dell’introduzione nei luoghi con violenza alle persone o alle cose ovvero con minaccia o con inganno”. Un altro emendamento precisa invece l’esclusione della colpa per chi reagisce “in situazioni di pericolo attuale per la vita, per l’integrità fisica, per la libertà personale o sessuale”. Infine, la proposta di legge dispone che, nel caso in cui chi ha esercitato la legittima difesa sia stato indagato ma venga assolto, tutte le spese processuali e i compensi degli avvocati saranno a carico dello Stato., per un onere stimato a carico dell’erario pari a circa 295.200 euro a decorrere dal 2017.

Con le novità introdotte non vengono comunque meno i principi della proporzionalità tra l’offesa e la difesa, come aveva chiesto la Lega Nord. Inoltre, la legittima difesa vale solamente in caso di un’offesa “ingiusta” e non invece se l’aggressore ha già desistito o sia in fuga.

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