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lesioni personali aggravate

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aggressione a un medico del 118

Il ragazzo ha patteggiato una pena (sospesa) di sei mesi. Era stato protagonista di un’aggressione a un medico del 118 accorso presso la sua abitazione per prestare soccorso alla madre

Sei mesi di reclusione con pena sospesa e non menzione. E’ la condanna inflitta a un 28enne di Lecce finito a giudizio con le accuse di violenza a pubblico ufficiale e lesioni personali aggravate. Il giovane, nello specifico, si era reso protagonista di un’aggressione a un medico del 118.

Il fatto risale alla scorsa estate. Il dottore, in servizio su un’automedica dell’ospedale Vito Fazzi, aveva raggiunto un quartiere periferico del capoluogo salentino, dopo una chiamata per un codice giallo. Mentre si apprestava a fornire la cure del caso a una donna, il figlio gli avrebbe chiesto delle informazioni sullo stato di salute della paziente. Non ritenendo la risposta del camice bianco soddisfacente, il ragazzo lo avrebbe aggredito colpendolo con un pugno allo zigomo e alla mascella sinistra.

Il professionista, inoltre, a causa dei colpi ricevuti, avrebbe sbattuto la testa contro il vetro di una porta.

Impossibilitato a proseguire nel soccorso il medico, come riporta il Corriere salentino, era stato trasportato a sua volta in ospedale. I colleghi gli avevano riscontrato un edema della regione mascellare e dello zigomo oltre a un trauma facciale giudicato guaribile in una decina di giorni.

Nel frattempo, grazie alla testimonianza del dottore, le forze di polizia, sopraggiunte sul luogo dell’aggressione, avevano identificato il 28enne. Il giovane ha deciso poi di patteggiare, ottenendo così uno sconto di pena. Il Giudice per l’udienza preliminare ha infatti ritenuto di avallare l’accordo raggiunto tra il  pubblico ministero e l’avvocato della difesa. Il medico, nel corso del procedimento, si era costituito parte civile.

 

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lesioni personali aggravate

L’operatrice sanitaria era accusata di lesioni personali aggravate per aver provocato a una bimba di appena 16 giorni una “frattura completa scomposta della diafisi femorale destra”

Avrebbe provocato a una neonata di 16 giorni “una frattura completa scomposta della diafisi femorale destra”, con una prognosi di oltre 40 giorni. Un’infermiera è stata condannata, con rito abbreviato, a tre anni di reclusione per lesioni personali aggravate. L’imputata è stata inoltre interdetta per cinque anni dai pubblici uffici e per tre anni dall’esercizio della professione infermieristica. La notizia è riportata da Perugiatoday.

Il fatto risale al 2013, quando la donna era in servizio presso il reparto di neonatologia e patologia neonatale dell’ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia. A far partire l’inchiesta è stata la testimonianza di una tirocinante ostetrica.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, l’operatrice sanitaria avrebbe perso il controllo di sé perché “contrariata” dalla circostanza che la neonata, durante le operazioni di cambio del pannolino, “espellendo le feci le aveva sporcato la divisa”.

Come riportato nel capo di imputazione, l’operatrice sanitaria avrebbe afferrato la bambina in modo brusco e violento con una sola mano.

L’avrebbe poi spostata dal fasciatoio alla culla con movimenti pericolosi, rivolgendole, inoltre, la frase “ora stai tutta la notte nella tua m…”.

L’infermiera era stata immediatamente sospesa dal servizio e dallo stipendio per quattro mesi. Rinviata a giudizio, secondo quanto riporta Perugiatoday, aveva chiesto il rito abbreviato condizionato all’audizione del medico legale in ordine alla “naturalità delle lesioni”. L’avvocato della famiglia della bimba, aveva invece subito sostenuto che “l’ipotesi della naturalità delle lesioni era già stata sconfessata dalla procura e dalle parti civili”.
 

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bomboletta spray al peperoncino

Le bombolette possono non essere considerate un arma solo se utilizzate esclusivamente per l’autodifesa personale

Lo spray urticante è da considerare un’arma, salvo che non venga utilizzato esclusivamente per difesa personale. Pertanto, secondo quanto chiarito dalla Corte di Cassazione, l’utilizzo di tale strumento rappresenta un aggravante nel caso in cui vengano inferte delle lesioni. I Giudici del Palazzaccio si sono pronunciati, nello specifico, sulla vicenda di un soggetto condannato dalla Corte di Appello di Trento per lesioni personali aggravate, ex articoli 582 e 585 del codice penale, oltre che per quello di resistenza a pubblico ufficiale, disciplinato dall’articolo 337 c.p.

L’uomo aveva infatti spruzzato proprio uno spray urticante negli occhi di una guardia forestale. Il condannato aveva impugnato la decisione del Giudice di secondo grado ritenendo che la sentenza fosse stata emessa unicamente sulla base delle dichiarazioni della persona offesa, che non potevano essere considerate attendibili. Inoltre, evidenziava di essere stato assolto in primo grado per la contravvenzione relativa al rifiuto di indicare le proprie generalità (articolo n.  651 del codice penale), circostanza che avrebbe dimostrato come “la parte lesa non si fosse in realtà qualificata come pubblico ufficiale”, con conseguente insussistenza del reato di resistenza a pubblico ufficiale.

Infine il ricorrente sottolineava come gli fosse stata contestata l’aggravante ex articolo 585 c.p., “connessa all’uso di gas asfissianti e/o accecanti”, mentre dall’istruttoria era emerso che lo spray urticante impiegato, “contenente l’oleoresin capsicum, principio estratto dalle piante di peperoncino, disciolto in misura non superiore al 10%” , rientra “nella categoria degli strumenti di autodifesa che non hanno attitudine a recare offesa alle persone” e come tali non possono essere considerati armi. Pertanto, venendo meno l’aggravante contestata, il reato sarebbe divenuto perseguibile a querela e, in mancanza di questa, avrebbe dovuto essere dichiarata l’estinzione dello stesso per assenza della condizione di procedibilità.

La Corte di Cassazione, tuttavia, con la sentenza n. 10889/2017 non ha ritenuto di accogliere  le argomentazioni proposte rigettando il ricorso, in quanto infondato. Secondo gli Ermellini, infatti, in relazione all’aggravante dell’uso dello spray urticante, la bomboletta – contenente gas in grado di provocare irritazione agli occhi (sia pure reversibile in un breve periodo di tempo)  – essendo idonea ad arrecare offesa alla persona, rientra nella definizione di arma comune da sparo. Lo spray, precisano dal Palazzaccio,  può non essere considerato un arma solo se viene utilizzato esclusivamente per l’autodifesa personale, “mentre l’impiego come mezzo d’offesa – quale verificatosi nella fattispecie – comporta la piena e incondizionata applicazione della normativa in tema di armi”.

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