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lite temeraria

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È valida l’interpretazione giurisprudenziale secondo cui in caso di lite temeraria il giudice può condannare la parte soccombente al pagamento di una somma rapportata «alla misura dei compensi liquidabili in relazione al valore della causa

La questione di legittimità costituzionale

Con ordinanza del 23 gennaio 2018, il Tribunale ordinario di Verona ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 96, terzo comma, del codice di procedura civile per contrasto con gli artt. 23 e 25, secondo comma, della Costituzione, nella parte in cui – stabilendo che «[i]n ogni caso, quando pronuncia sulle spese ai sensi dell’articolo 91, il giudice, anche d’ufficio, può altresì condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma equitativamente determinata» – non prevede l’entità minima e quella massima della somma oggetto della condanna.

Secondo il rimettente la disposizione censurata, assegnando al giudice un potere ampiamente discrezionale senza fissare né un massimo né un minimo della somma al cui pagamento la parte soccombente può essere condannata, violerebbe la riserva di legge prescritta dall’art. 23 Cost., nonché il principio di legalità di cui all’art. 25, secondo comma, Cost.

Nella specie, il Tribunale di Verona si era trovato di fronte ad un’azione palesemente qualificabile come lite temeraria ai sensi dell’art. 96, primo comma, cod. proc. civ.

Riteneva pertanto, di poter fare applicazione del terzo comma di tale disposizione.

Ebbene come è evidente la questione ruota attorno alla disciplina giuridica della soccombenza della parte nella lite civile.

«L’art. 91 – afferma la Consulta – prevede in generale che il giudice, con la sentenza che chiude il processo, condanni la parte soccombente al rimborso delle spese a favore dell’altra parte e ne liquidi l’ammontare insieme con gli onorari di difesa».

Se risulta che la parte soccombente abbia agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave – aggiunge l’art. 96, primo comma, cod. proc. civ. – il giudice, su istanza dell’altra parte, la condanna, oltre che alle spese, al risarcimento dei danni, che liquida, anche di ufficio, nella sentenza.

La funzione di questa norma è rimasta la stessa di quella prevista dal quarto comma dell’art. 385 cod. proc. civ.: una sanzione per l’abuso del processo a opera della parte soccombente mediante la condanna di quest’ultima, anche d’ufficio, al pagamento di tale somma in favore della controparte, oltre al (o indipendentemente dal) risarcimento del danno per lite temeraria.

Però, rispetto al quarto comma dell’art. 385 cod. proc. civ., il terzo comma dell’art. 96 cod. proc. civ. presenta un duplice elemento differenziale.

Da una parte, non prevede più, come presupposto della condanna, la «colpa grave» della parte soccombente; d’altra parte, il criterio di quantificazione della somma oggetto della possibile condanna è rimasto solo equitativo, non essendo più previsto il limite del doppio dei massimi tariffari.

Ed invero, “l’equità – si legge nella sentenza della Corte Costituzionale – lungi dall’essere criterio di misurazione di una grandezza predata ovvero parametro di giudizio alternativo alle regole di diritto– costituisce criterio integrativo di una fattispecie legale consistente – com’è appunto nella norma censurata – in una prestazione patrimoniale imposta in base alla legge”.

Il principio della riserva di legge relativa

Viene allora in rilievo il principio – correttamente evocato dal giudice remittente – secondo cui «[l]a riserva di legge, di carattere relativo, prevista dall’art. 23 Cost. non consente di lasciare la determinazione della prestazione imposta all’arbitrio dell’ente impositore, ma solo di accordargli consistenti margini di regolazione delle fattispecie”.

Detto in altri termini, il rispetto della riserva di legge, seppur relativa, prescritta dall’art. 23 Cost. richiede che la fonte primaria stabilisca sufficienti criteri direttivi e linee generali di disciplina, richiedendosi in particolare che la concreta entità della prestazione imposta sia desumibile chiaramente dalla legge (sentenze n. 83 del 2015 e n. 115 del 2011).

Tale ragionamento utilizzato soprattutto in materia tributaria, ove la cui quantificazione era rimessa all’autorità amministrativa, non è ugualmente applicabile alla fattispecie normativa in esame.

Ed invero, l’art. 96, terzo comma, cod. proc. civ. assegna al giudice, nell’esercizio della sua funzione giurisdizionale, il compito di quantificare la somma da porre a carico della parte soccombente e a favore della parte vittoriosa sulla base di un criterio equitativo.

La valutazione equitativa secondo la giurisprudenza

Il legislatore, esercitando la sua discrezionalità particolarmente ampia nella conformazione degli istituti processuali ha, in altre parole, fatto affidamento sulla giurisprudenza che, nell’attività maieutica di formazione del diritto vivente, soprattutto della Corte di cassazione (sentenza n. 102 del 2019), può specificare – così come ha già fatto – il precetto legale.

Al riguardo la giurisprudenza di legittimità, anche recente, ha, appunto, precisato che il terzo comma dell’art. 96 cod. proc. civ., rinviando all’equità, dovrebbe essere ispirato al criterio di proporzionalità secondo le tariffe forensi e quindi la somma da tale disposizione prevista va rapportata «alla misura dei compensi liquidabili in relazione al valore della causa» (Corte di cassazione, sezione terza civile, ordinanze 11 ottobre 2018, n. 25177 e n. 25176).

Questo criterio, ricavato in via interpretativa dalla giurisprudenza, per i giudici della Consulta – è coerente e omogeneo rispetto sia a quello originariamente previsto dal quarto comma dell’art. 385 cod. proc. civ. (che contemplava il limite del doppio dei massimi tariffari), sia a quello attualmente stabilito dal primo comma dell’art. 26 cod. proc. amm. (che similmente prevede il limite del doppio delle spese di lite liquidate secondo le tariffe professionali).

In definitiva, è stato affermato che “la somma al cui pagamento il giudice può condannare la parte soccombente in favore della parte vittoriosa ha sufficiente base legale e quindi – ferma restando la discrezionalità del legislatore di calibrare meglio, in aumento o in diminuzione, la sua quantificazione – è comunque rispettata la prescrizione della riserva relativa di legge di cui all’art. 23 Cost“.

Per questi motivi ha dichiaro inammissibile la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Verona in ordine all’art. 96, terzo comma c.p.c.

La redazione giuridica

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Ragionevole durata del processo

Violazione e falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2 e art. 3, commi 4 e 5, come modificati dalla L. n. 134 del 2012 e dell’art. 6 della CEDU, dei consolidati principi enunciati dalla Corte EDU e dalla Suprema Corte di Cassazione in tema di danno da violazione del diritto alla ragionevole durata del processo

Questo il motivo di ricorso portato dai ricorrenti al vaglio dei giudici della Suprema Corte di Cassazione, sul presupposto (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) che il diritto all’equa riparazione in caso di violazione del diritto alla ragionevole durata del processo spetta a tutte le parti del processo, indipendentemente dal fatto che esse siano risultate vittoriose o soccombenti, o dalla consistenza ed importanza del giudizio. Tale principio in verità, trova un limite: quello della lite temeraria.

Ed infatti il ricorso è stato rigettato.

Affermano i giudici della Suprema Corte che sebbene sia consolidato il principio secondo cui il diritto all’equa riparazione di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 2, compete a tutte le parti del processo, indipendentemente dall’esito del giudizio presupposto, deve tuttavia osservarsi che il patema da ritardo nella definizione del processo è da escludersi allorché la parte rimasta soccombente, consapevole dell’inconsistenza delle proprie istanze, abbia proposto una lite temeraria, difettando in questi casi la stessa condizione soggettiva di incertezza e, dunque, elidendosi il presupposto dello stato di disagio e sofferenza (ex plurimis, Cass. n. 22150 del 2016; Cass. n. 21315 del 2015; ma v. anche Cass. n. 10500 del 2011; Cass. n. 25595 del 2008 e Cass. n. 17650 del 2002). Peraltro, una situazione soggettiva scevra da ogni ansia derivante dall’incertezza dell’esito della lite può essere originaria o sopravvenuta, secondo che la consapevolezza del proprio torto da parte dell’attore preesista alla causa ovvero intervenga nel corso di questa, per effetto di circostanze nuove che rendano manifesto il futuro esito negativo del giudizio (Cass. 22150 del 2016, cit.; Cass. n. 4890 del 2015).

Nel caso in esame, come correttamente osservato dai giudici della Corte territoriale, la domanda dei ricorrenti e soprattutto le possibilità di successo della loro iniziativa giudiziaria erano sin dall’origine praticamente nulle, con la correlativa inesistenza del potenziale paterna d’animo derivante dalla situazione di incertezza per l’esito della causa promossa”.

A tal proposito, aggiungono i giudici della Cassazione, “nessun patema d’animo può dirsi (…) ricollegabile alla durata del procedimento, il cui esito era scontato, come appunto nel caso di specie”.

In tal senso la Corte distrettuale, nel respingere il ricorso, ha correttamente fatto applicazione dei principi consolidati in giurisprudenza.

E, in ogni caso, i giudici della Suprema Corte, hanno concluso affermando il seguente e ulteriore principio di diritto: “l’ipotesi di abuso del processo di cui della L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2-quinquies, lett. a) e b), non esaurisce l’incidenza della temerarietà della lite sul diritto all’equa riparazione, essendo consentito al giudice di pervenire a tale giudizio in base al proprio apprezzamento e, pertanto, il giudice del procedimento ex L. n. 89 del 2001, può valutare – e poteva farlo anche nella previgente disciplina – anche ipotesi di temerarietà che per qualunque ragione nel processo presupposto non abbiano condotto ad una pronuncia di condanna ai sensi dell’art. 96 c.p.c.. D’altra parte, il richiamato orientamento giurisprudenziale è stato sostanzialmente recepito dal legislatore il quale, con la L. n. 208 del 2015, ha modificato della L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2-quinquies, prevedendo che “non è riconosciuto alcun indennizzo: a) in favore della parte che ha agito o resistito in giudizio consapevole della infondatezza originaria o sopravvenuta delle proprie domande o difese, anche fuori dai casi di cui all’art. 96 c.p.c.“.

La redazione giuridica

 

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lite temeraria

La Suprema Corte con l’ordinanza n. 16801/2018 ripercorre gli ultimi indirizzi giurisprudenziali in tema di lite temeraria chiarendo quali siano i casi di abuso dell’impugnazione

La funzione sanzionatoria della condanna per lite temeraria.

Gli Ermellini hanno recentemente riesaminato la questione relativa alla funzione sanzionatoria della condanna per lite temeraria prevista dall’ultimo comma dell’art. 96 c.p.c.., con riferimento sia alla necessità di contenere il fenomeno dell’abuso del processo che alla evoluzione della fattispecie dei danni punitivi che è stata progressivamente introdotta nel nostro ordinamento.

Una recente pronuncia della Suprema Corte, la n. 27623 del 2017, ha affermato che “la condanna ex art. 96 c.p.c., comma 3, c.p.c., applicabile d’ufficio in tutti i casi di soccombenza, configura una sanzione di carattere pubblicistico, autonoma ed indipendente rispetto alle ipotesi di responsabilità aggravata ex art. 96, commi 1 e 2, c.p.c. e con queste cumulabile, volta al contenimento dell’abuso dello strumento processuale; la sua applicazione, pertanto, non richiede, quale elemento costitutivo della fattispecie, il riscontro dell’elemento soggettivo del dolo o della colpa grave, bensì di una condotta oggettivamente valutabile alla stregua di “abuso del processo”, quale l’aver agito o resistito pretestuosamente e cioè nell’evidenza di non poter vantare alcuna plausibile ragione”.

Questa decisione, in verità, è stata preceduta da un altro fondamentale arresto inteso a valorizzare proprio la sanzione prevista dalla norma, e che ritiene che “nel vigente ordinamento, alla responsabilità civile non è assegnato solo il compito di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subito la lesione, poiché sono interne al sistema la funzione di deterrenza e quella sanzionatoria del responsabile civile, sicché non è ontologicamente incompatibile con l’ordinamento italiano, l’istituto di origine statunitense dei “risarcimenti punitivi”.

Con riferimento a tanto la Cassazione ribadisce che ai fini della condanna ex art. 96, terzo comma, c.p.c. può costituire abuso del diritto all’impugnazione la proposizione di un ricorso per cassazione:
1) basato su motivi manifestamente incoerenti con il contenuto della sentenza impugnata, o completamente privo di autosufficienza
2) contenente una mera richiesta complessiva di rivalutazione nel merito della controversia
3) fondato sulla deduzione del vizio di cui all’art. 360, n.5., c.p.c., ove invece sia applicabile ratione temporis, l’ultimo comma dell’art. 348 ter c.p.c. che ne esclude l’invocabilità.

In queste ipotesi, il ricorso per cassazione integra un ingiustificato sviamento del sistema giurisdizionale, in quanto non è finalizzato alla tutela dei diritti ed alla risposta alle istanze di giustizia, bensì solo ad aumentare il volume del contenzioso e, di conseguenza, ad ostacolare la ragionevole durata dei processi pendenti ed il corretto impiego delle risorse necessarie per il buopn andamento della giurisdizione.

Qual è l’obiettivo della Corte?

Nel caso de quo gli Ermellini ritengono le censure contenute nel ricorso erronee e non più compatibili con un quadro ordinamentale che, da un lato, deve universalmente garantire l’accesso alla giustizia e alla tutela dei diritti, in base da quanto disposto dall’art. 6 della CEDU e, dall’altro, deve tener conto del principio costituzionalizzato della ragionevole durata del processo (cfr. art. 111 Cost.) e dalla necessità di creare strumenti dissuasivi rispetto ad azioni con chiaro intento dilatorio e defatigatorio.

La prudenza del ceto forense coniugata con il principio di responsabilità delle parti.

Secondo la Corte si deve valorizzare la sanzionabilità dell’abuso dello strumento giudiziario (cfr. Cass., n. 10177/2015), proprio per evitare la dispersione delle risorse della giurisdizione (cfr. Cass., SSUU, n. 12310/2015 in motivazione) e consentire l’accesso alla tutela giudiziaria solo di quei soggetti meritevoli e dei diritti violati, per il quale, nella giustizia civile, il primo filtro valutativo è affidato alla prudenza del ceto forense coniugata con il principio di responsabilità delle parti.

Il processo si è concluso con la condanna, da parte della Corte, del ricorrente, d’ufficio, al pagamento in favore della controparte, in aggiunta alle spese di lite, di una somma equitativamente determinata in €. 4.000,00, pari, all’incirca, in termini di proporzionalità, alla metà del compenso liquidato.

Avv. Maria Teresa De Luca

 

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abuso del diritto

Per la Cassazione è sanzionabile per abuso del diritto la condotta di chi si rivolge alla Suprema Corte per mettere in atto azioni meramente dilatorie e defatigatorie

Può costituire abuso del diritto la proposizione di un ricorso per cassazione basato su motivi manifestamente incoerenti con il contenuto della sentenza impugnata. Lo ha stabilito la Suprema Corte di Cassazione, terza sezione, con l’ordinanza n.15209/2018.

Stesso discorso vale per le impugnazioni prive di autosufficienza o contenenti una mera richiesta di rivalutazione nel merito. La condotta, quindi, può dar luogo a una condanna per lite temeraria, sanzionabile ai sensi dell’art. dell’art. 96 del codice di procedura civile.

Gli Ermellini, in particolare, hanno chiarito che un ricorso caratterizzato in tal senso deve ritenersi incompatibile con un quadro ordinamentale che presenta una duplice esigenza: garantire universalmente l’accesso alla giustizia e tener conto del principio costituzionalizzato della ragionevole durata del processo.

Nel nostro ordinamento, ricordano i Giudici di Piazza Cavour,  sono previsti “strumenti dissuasivi rispetto ad azioni meramente dilatorie e defatigatorie”.

E’ il caso dell’ipotesi di condanna per lite temeraria.

La sentenza del Palazzaccio, tuttavia, accentua la funzione punitiva di tale istituto richiamando la recente sentenza n. 16601/2017 delle Sezioni Unite. Tale pronuncia fa riferimento proprio alla condanna per lite temeraria  per dimostrare che “non è ontologicamente incompatibile con l’ordinamento italiano” l’istituto dei risarcimenti punitivi.

A tal proposito la Cassazione precisa che per la condanna non è richiesto il previo accertamento “del dolo o della colpa grave”. E’ sufficiente che sia stata posta in essere “una condotta oggettivamente valutabile alla stregua di abuso del processo”.

Ciò premesso, la Corte evidenzia che “il primo filtro valutativo – rispetto alle azioni ed ai rimedi da promuovere – è affidato alla prudenza del ceto forense”. Questa va coniugata con il principio di responsabilità delle parti.

Il primo baluardo a difesa del buon andamento della Giustizia, quindi, è proprio l’avvocato. Per il professionista sembra delinearsi una funione pubblicistica, che inevitabilmente va ad incidere nel rapporto con il cliente.

Il legale, infatti, dovrebbe conciliare gli interessi dell’assistito con quelli del sistema giudiziario, anche a costo di ridimensionare le iniziative giudiziarie del cliente. Un ruolo da cui deriva, dunque, anche il rischio di una responsabilità professionale nel caso in cui il cliente sia condannato ex art. 96 c.p.c. Un’ipotesi, quest’ultima, in cui il cliente potrebbe facilmente riversare sull’avvocato la responsabilità per non aver adempiuto diligentemente alla propria funzione di “filtro valutativo”.

 

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La totale insostenibilità in punto di diritto degli argomenti spesi nel ricorso per cassazione, a causa della mancanza di argomentazioni tendenti a contrastare la giurisprudenza consolidata, costituisce un indizio idoneo a configurare, ex art. 2727 c.c., la responsabilità prevista dell’art. 385, comma 4, c.p.c. (nella formulazione applicabile ratione temporis), che prevede la condanna, anche d’ufficio, della parte soccombente al pagamento di una somma equitativamente determinata, entro un importo massimo, se si ritenga che il ricorso per cassazione sia stato proposto o allo stesso si sia resistito anche solo con colpa grave.

Così ha deciso la Sesta Sezione Civile della Suprema Corte con la sentenza n. 3376 depositata il 22 febbraio 2016 (Presidente M. Finocchiaro – Estensore M. Rossetti).

Tra gli altri motivi il ricorrente ha censurato la sentenza d’appello sostenendone l’erroneità per avere privilegiato alcune prove piuttosto che altre.

Ebbene, secondo gli Ermellini tale tipo di censura urta contro il consolidato e pluridecennale orientamento della Corte, in base alla quale non è consentita in sede di legittimità una valutazione delle prove ulteriore e diversa rispetto a quella compiuta dal giudice di merito, a nulla rilevando che quelle prove potessero essere valutate anche in modo differente rispetto a quanto ritenuto dal giudice di merito (ex plurimis, Sez. L, Sentenza n. 7394 del 26/03/2010, Rv. 612747; Sez. 3, Sentenza n. 13954 del 14/06/2007, Rv. 598004; Sez. L, Sentenza n. 12052 del 23/05/2007, Rv. 597230; Sez. 1, Sentenza n. 7972 del 30/03/2007, Rv. 596019; Sez. 1, Sentenza n. 5274 del 07/03/2007, Rv.595448; Sez. L, Sentenza n. 2577 del 06/02/2007, Rv. 594677; Sez. L, Sentenza n. 27197 del 20/12/2006, Rv. 594021; Sez. 1, Sentenza n. 14267 del 20/06/2006, Rv. 589557; Sez. L, Sentenza n. 12446 del 25/05/2006, Rv. 589229; Sez. 3, Sentenza n. 9368 del 21/04/2006, Rv.588706; Sez. L, Sentenza n. 9233 del 20/04/2006, Rv. 588486; Sez. L, Sentenza n. 3881 del 22/02/2006, Rv. 587214; e così via, sino a risalite a Sez. 3, Sentenza n. 1674 del 22/06/1963, Rv. 262523, che affermò il principio in esame, poi ritenuto per sessanta anni: e cioè che “la valutazione e la interpretazione delle prove in senso difforme da quello sostenuto dalla parte è incensurabile in Cassazione”).

Secondo la Corte si è in presenza di un ricorso per Cassazione che, da un lato, non tiene conto di un orientamento consolidato da anni, senza spendere alcun valido argomento per dimostrarne l’erroneità, e dall’altro prospetta un motivo di ricorso non più consentito dal novellato art. 360 c.p.c., n. 5. Inoltre, trascura l’interpretazione che della nuova norma hanno dato le Sezioni Unite della Corte, con decisione depositata alcuni mesi prima rispetto alla proposizione del ricorso in esame.

La Cassazione ha ritenuto che “proporre ricorsi dai contenuti così distanti per un verso dal diritto vivente, per altro verso dai precetti del codice di rito come costantemente e pacificamente interpretati dalle Sezioni Unite, costituisca di per sé un indice della colpa grave del ricorrente”.

Infatti, agire o resistere in giudizio con colpa grave corrisponde ad azionare la propria pretesa, o resistere a quella avversa, con la coscienza dell’infondatezza della domanda o dell’eccezione, ovvero senza aver usato la normale diligenza per acquisire la coscienza dell’infondatezza della propria posizione e senza compiere alcuno sforzo interpretativo, deduttivo, argomentativo, per mettere in discussione con criteri e metodo di scientificità il diritto vivente o la giurisprudenza consolidata, sia pure solo con riferimento alla singola fattispecie concreta.

Secondo la Corte di Cassazione tanto è proprio ciò che è avvenuto nel caso de quo, atteso che sarebbe stato facile accorgersi della carenza di fondamento del ricorso in esame.

Da ciò discende secondo gli Ermellini che “delle due l’una: o il ricorrente – e per lui il suo legale, del cui operato ovviamente il ricorrente risponde, nei confronti della controparte processuale, ex art. 2049 c.c. – ben conosceva l’insostenibilità della propria impugnazione, ed allora ha agito sapendo di sostenere una tesi infondata (condotta che, ovviamente, l’ordinamento non può consentire); ovvero non ne era al corrente, ed allora ha tenuto una condotta gravemente colposa, consistita nel non essersi adoperato con la exacta diligentia esigibile (in virtù del generale principio desumibile dall’art. 1176 c.c., comma 2) da chi è chiamato ad adempiere una prestazione professionale altamente qualificata quale è quella dell’avvocato in generale, e dell’avvocato cassazionista in particolare”.

Naturalmente, la Corte pur ben conoscendo l’orientamento secondo cui la mera infondatezza in iure delle tesi prospettate in sede di legittimità non può di per sé integrare gli estremi della responsabilità aggravata di cui all’art. 96 c.p.c. (cfr. Sez. Unite, Ordinanza n. 25831 del 11/12/2007, Rv. 600837), lo ritiene per un verso non applicabile al caso de quo e per altro verso lo considera superato.

Il ragionamento della Cassazione è il seguente: se è vero che proporre un ricorso per cassazione rivelatosi infondato di per sé, non costituisce indice di colpa grave ex art. 385 c.p.c., comma 4, (ovvero, oggi, ex art. 96 c.p.c., u.c.), è altrettanto vero che nel ricorso si è rilevato non già la mera infondatezza, ma la totale insostenibilità in punto di diritto degli argomenti spesi nello stesso, a causa della mancanza di argomentazioni tendenti a contrastare la giurisprudenza consolidata: di conseguenza la insostenibilità degli argomenti del ricorrente finisce per costituire un indizio dal quale risalire, ex art. 2727 c.c., alla sussistenza di colpa grave, consistita nell’ignorare, senza alcun atteggiamento consapevole o critico, le interpretazioni consolidate delle norme anche processuali.

Il succitato orientamento, in ogni caso , oggi non è più coerente né con la natura e la funzione del giudizio di legittimità, né tantomeno con il quadro ordinamentale.

Secondo gli Ermellini non è coerente con le prime, perché non tiene conto del fatto che il legislatore ha, negli ultimi anni, proceduto ad un progressivo rafforzamento del ruolo di nomofilachia assegnato alla Corte di Cassazione, basti pensare, ad esempio, all’art. 360 bis c.p.c., n. 1, che sanziona con la dichiarazione di “inammissibilità”, o meglio di “manifesta infondatezza” il ricorso che censuri un orientamento consolidato, senza offrire elementi per sostenerne il mutamento, all’art. 363 c.p.c., comma 1, che ha ampliato il novero dei casi in cui è consentito alla Corte di pronunciare il principio di diritto nell’interesse della legge, e ancora all’introduzione dell’art. 374 c.p.c., comma 3, che inibisce alle singole sezioni della Corte di Cassazione di porsi in contrasto con gli orientamenti delle Sezioni Unite, senza previamente rimettere la questione a queste ultime.

Dalle modifiche apportate al codice di procedura emerge chiaramente l’intento del legislatore di rafforzare e qualificare la funzione di legittimità e il suo scopo di nomofilachia. Appare evidente che tale intento resterebbe naturalmente frustrato se la Corte non fosse investita solo di ricorsi che meritino e rendano necessario il suo intervento.

Inoltre, l’orientamento de quo, secondo la Corte di Cassazione, non è coerente col mutato quadro ordinamentale, sia perché non tiene conto del principio di ragionevole durata del processo di cui all’art. 111 Cost., che impone interpretazioni delle norme processuali idonee a rendere più celere il giudizio (è evidente che la proposizione di ricorsi privi di qualsiasi ragionevole chance di accoglimento ha l’effetto di impedire la celere decisione di quelli che, fondati od infondati che siano, pongano questioni le quali richiedano un intervento correttivo o nomofilattico del giudice di legittimità), sia in virtù del principio che considera illecito l’abuso del processo, ovvero il ricorso ad esso con finalità strumentali (ex multis, da ultimo, Sez. 2, Sentenza n. 10177 del 18/05/2015, Rv. 635418) ed, infine, in base al principio secondo cui le norme processuali vanno interpretate in modo da evitare lo spreco di energie giurisdizionali (così, da ultimo, Sez. U, Sentenza n. 12310 del 15/06/2015, Rv. 635536, in motivazione).

La conclusione cui giunge la Corte è che, dovendo ritenersi il ricorso oggetto del giudizio in esame proposto quanto meno con colpa grave, e pertanto, non meritevole di accoglimento, il ricorrente deve essere condannato d’ufficio al pagamento in favore della parte intimata, in aggiunta alle spese di lite, d’una somma equitativamente determinata in base al valore di queste ultime.

Avv. Maria Teresa De Luca

Con la sentenza in commento, la Suprema Corte (9/2/16 n. 2584 Cass. VI Sez. Civ.), ha recentemente ridisegnato i confini della c.d. “lite temeraria”, ovvero, la condotta di colui che agisce o si difende in giudizio con malafede o colpa grave e finisce con il soccombere alle ragioni avversarie.

Tale principio, sancito nell’attuale art. 96 ult. comma c.p.c., prevede, quindi, la condanna di tali soggetti al pagamento di una somma ultronea rispetto alle spese di lite, in genere liquidata equitativamente sulla base degli importi tabellari relativi al valore del giudizio. L’importanza della pronuncia in commento, risiede nelle specificazioni che gli Ermellini compiono ampliando e specificando i confini della detta responsabilità.

Difatti, la malafede e la colpa grave sono individuabili, non solo nelle condotte di chi agisce o si difende in giudizio con dolo o colpa conclamata, ma anche nelle condotte di coloro che sostengono una tesi che non è confortata dalla giurisprudenza consolidata, ovvero, che non offrono valide opinioni, supportate da precisi elementi, in grado di poter favorire un diverso indirizzo giurisprudenziale.

Nella specie la sentenza trae origine da una vertenza riguardante un incidente stradale. Ebbene, l’automobilista/assicurato, ha sostenuto le proprie ragioni in maniera del tutto infondata e fantasiosa, senza offrire il minimo spunto di riflessione interpretativa, in presenza di un constante e consolidato orientamento contrario. Risultato di tale “contegno” processuale è stata la soccombenza nella lite e la condanna al pagamento della somma di €,5.000,00 equitativamente individuata, come danno da lite temeraria.

D’altronde, osservano gli Ermellini, agire o resistere in giudizio con malafede o colpa grave, significa alimentare o promuovere un giudizio, certamente oneroso per la controparte, pur avendo la certezza della infondatezza delle proprie difese. In tale condotta si rileva una responsabilità per omessa diligenza nell’acquisire la coscienza dell’infondatezza della propria posizione, nonché la mancanza del richiesto impegno per poter confutare e mettere scientificamente in discussione il diritto vivente o la giurisprudenza consolidata.

Tanto più evidente sarà la condotta scorretta, tanto più sarà liquidabile il danno in discorso. Nello specifico, stabiliscono gli Ermellini che il professionista del diritto difficilmente potrà non avvedersi della totale carenza di fondamento dele proprie pretese, così come pure, se realmente non se ne avvede, il suo comportamento sarà valutabile in termini di colpa grave posta la specifica e qualificata competenza richiesta a chi svolge un ruolo altamente professionale come quello dell’avvocato­.

Da quanto detto, deriva come conseguenza diretta che la parte, o il difensore della stessa, che era ben consapevole della infondatezza delle proprie ragioni è condannabile per responsabilità processuale. Come è facile intuire, la sentenza in discorso, se calata nell’ambito delle cause per responsabilità medica, porta a risvolti importanti e consente di preconizzare scenari inediti.

Difatti, dinnanzi alle numerosissime cause che si chiudono in maniera negativa per il paziente, non appare più solo una congettura che, stante la diversa capacità di valutare la fondatezza di una pretesa giudiziaria che è a tutto appannaggio del legale o del CTP, lo stesso paziente condannato per lite temeraria a risarcire il medico esente dal colpa (che da oggi ha una ragione in più per richiedere la liquidazione in suo favore di tale tipo di danno), si rivolga in regresso al legale o al CTP che, come purtroppo spesso accade, lo abbiano spinto a promuovere un giudizio infondato.

Avv. Gianluca Mari

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Il benessere della muscolatura della gamba aiuta, tra l’altro, a eliminare il senso di pesantezza determinato dal ristagno del sangue dovuto...