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E’ necessario che la domanda di assegnazione della casa familiare sia proposta in sede di giudizio di divorzio anche da parte di chi risulti già assegnatario della stessa, altrimenti gli sarà negata, non potendo il giudice provvedervi officiosamente

In caso di figli maggiorenni l’istanza di assegnazione della casa familiare deve essere espressamente formulata in giudizio dalla parte interessata, pena la perdita di tale diritto.

La vicenda

All’esito del giudizio di separazione tra due coniugi, il Tribunale aveva assegnato la casa familiare alla moglie e al figlio con lei convivente e, all’epoca, già maggiorenne, disponendo altresì in favore di quest’ultimo un assegno di mantenimento a carico del padre.

Con la dichiarazione di cessazione degli effetti civili del matrimonio la donna risultava già beneficiaria della casa familiare; perciò, ritenne di non essere obbligata a reiterare la richiesta nel successivo giudizio di divorzio.

Ed infatti in primo grado la causa di divorzio si concludeva con l’affermazione delle medesime statuizioni già pronunciate dal giudice della separazione; ma in appello, la corte territoriale, revocava all’ex moglie e al figlio l’assegnazione della casa familiare, posto che al riguardo non era stata formulata alcuna specifica istanza; ed anzi la decisione del giudice di prime cure era stata assunta extra petita.

In effetti, i giudici della corte di merito, avevano rilevato che nel giudizio per il divorzio degli ex coniugi, se da una parte era stata presentata espressa domanda di revoca dell’assegnazione della casa familiare in favore della moglie e del figlio, dall’altra parte non vi era stata alcuna richiesta di conferma della corrispondente statuizione assunta nel giudizio di separazione.

Ebbene, giunti in Cassazione su ricorso formulato dall’ex moglie, la decisione della corte d’appello è stata definitivamente confermata.

Correttamente, la corte territoriale, aveva rilevato il vizio di extrapetizione. Tuttavia, siffatta valutazione non escludeva – a detta degli Ermellini – la necessità di esaminare in concreto la funzione del provvedimento di assegnazione della casa familiare, così come voluto dal legislatore e dalla giurisprudenza, in correlazione alla peculiare condizione giuridica del figlio maggiorenne non ancora autosufficiente.

La legge sull’assegnazione della casa familiare

L’art. 6, comma 6 della L. n. 898/1970 stabilisce il criterio in base al quale il giudice deve provvedere all’assegnazione della casa coniugale.

La norma contiene una disciplina analoga a quella prevista nell’art. 337 sexies c.c. La giurisprudenza di legittimità, ha poi, integrato il parametro legislativo ancorando il godimento della casa familiare esclusivamente al regime di affidamento e collocamento dei figli minori.

Per quelli maggiorenni non autosufficienti, è necessaria la prosecuzione della coabitazione del genitore assegnatario del predetto immobile.

Ma nessuna delle due norme contiene indicazioni utili in relazione alla necessità che la situazione sull’assegnazione della casa familiare debba essere fondata sulla formulazione di una domanda, in ossequio al principio dispositivo, o possa essere adottata anche officiosamente in funzione del rilievo pubblicistico dei diritti in gioco.

La traduzione letterale delle norme e l’elaborazione giurisprudenziale postulano soltanto l’indisponibilità e l’irrinunciabilità del diritto al godimento della casa familiare in capo al genitore affidatario in relazione ai figli minori.

Ne consegue che il giudice, ove sia identificabile un immobile destinato al nucleo familiare e si ponga, concretamente, la questione dell’assegnazione, in funzione dell’interesse dei minori è tenuto a sollevare officiosamente la questione relativa al provvedimento da adottare.

L’assegnazione della casa familiare in caso di figli maggiorenni

Con riguardo invece, ai figli maggiorenni, l’art. 337 septies c.c. prevede che il giudice possa disporre, valutate le circostanze, in favore di questi ultimi, qualora siano non indipendenti economicamente, il pagamento di un assegno periodico.

Ma tale diritto è condizionato alla proposizione di una domanda, da parte di uno dei genitori verso l’altro, o in via concorrente, del figlio stesso, in quanto con il raggiungimento della maggiore età, l’obbligo di mantenimento dei figli non costituisce più un effetto automatico conseguente al vincolo di genitorialità, ma risulta condizionato all’accertamento della peculiare condizione di non indipendenza economica dello stesso, accompagnato dall’intento di impegnarsi al raggiungimento di un preciso obiettivo professionale, ben potendo, in caso contrario, tale condizione essere fatta valere in giudizio dal genitore che si oppone al versamento dell’assegno.

L’esigenza di preservare la continuità dell’habitat domestico

Parimenti, il collegamento tra affidamento, contributo al mantenimento e assegnazione della casa familiare è attenuato con il raggiungimento della maggiore età. L’esigenza di preservare la continuità dell’habitat domestico in funzione dell’equilibrato sviluppo psico-fisico del minore perde di centralità con il raggiungimento della maggiore età, per lasciare spazio alle esigenze concrete di vita del figlio che non abbia ancora completato il proprio percorso di autonomia economico-patrimoniale.

«In questo contesto – chiariscono i giudici della Suprema Corte – non può prescindersi dalla formulazione delle domande relative al mantenimento e all’assegnazione della casa familiare, sia perché fondate su presupposti fattuali parzialmente diversi da quelli relativi ai figli minori, sia perché l’obbligo di contribuzione e quello relativo al sacrificio nel godimento dell’abitazione sono condizionati dall’accertamento della situazione di non indipendente economica del figlio maggiorenne, dal giudizio prognostico sui suoi progetti lavorativi e professionali ed, infine, anche dalla verifica della coabitazione con uno dei genitori».

In altre parole, è necessario che la domanda di assegnazione della casa familiare venga proposta in sede di giudizio di divorzio anche da parte di chi risulti già assegnatario della stessa come da statuizioni assunte in sede separativa, non potendo il giudice provvedervi officiosamente proprio in ragione della diversa connotazione giuridica che caratterizza il figlio maggiorenne, soprattutto in termini di autodeterminazione individuale rispetto al minore.

Per tali motivi la richiesta della madre e del suo figlio è stata definitivamente rigettata.

La redazione giuridica

 

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RICONOSCIUTO L’ASSEGNO DI DIVORZIO AL CONIUGE CHE SVOLGE ATTIVITA’ LOGORANTI

responsabilità genitoriale

Nel 2018, la Corte di Appello di Bologna aveva confermato la decadenza della responsabilità genitoriale di due coniugi nei confronti della propria figlia minore

La decisione era stata assunta sulla scorta di una CTU espletata nel corso del giudizio di primo grado, dalla quale era emerso che la madre della bambina soffriva di un disturbo psicologico compensato con farmaci; il padre invece, era stato prima accusato e poi, condannato per presunti abusi sessuali sulla minore. Per i giudici di merito, dunque, non sussistevano i presupposti per la reintegra della responsabilità genitoriale.

Il ricorso per Cassazione

La vicenda è giunta al vaglio della Cassazione che ha accolto il ricorso della madre per i motivi che seguono.

Il giudice di merito nel pronunciarsi in ordine alla decadenza dalla responsabilità genitoriale deve in primo luogo esprimere una prognosi sull’effettiva ed attuale possibilità di recupero, attraverso un percorso di crescita e sviluppo, delle capacità e competenze genitoriali, con riferimento, in primo luogo, alla elaborazione, da parte dei genitori, di un progetto, anche futuro, di assunzione diretta della responsabilità genitoriale, caratterizzata da cura, accudimento, coabitazione con il minore, ancorché con l’aiuto di parenti o di terzi, ed avvalendosi dell’intervento dei servizi territoriali (Cass. n. 14436/2017).

Nel caso in esame, tuttavia, la corte territoriale aveva omesso di motivare in ordine alla inidoneità della ricorrente e all’inadeguatezza della sua capacità genitoriale, trascurando del tutto le conclusioni del CTU a favore della reintegra nella responsabilità genitoriale.

Secondo la CTU infatti tra la madre e la bambina esisteva un sicuro legame che comprovava non solo un attaccamento affettivo ma anche capacità di accudimento che avrebbero potuto essere ulteriormente valorizzate attraverso un idoneo percorso.

Le circostanze contingenti che avevano determinato l’allontanamento della bambina dal nucleo familiare (procedimento penale nei confronti del padre della minore per supposta violenza sessuale nei confronti della minore) erano state poi, completamente superate in quanto il padre, condannato in primo grado, era stato assolto con formula piena in appello ed escluso qualsiasi coinvolgimento della madre nella vicenda.

La stessa fragilità psicologica della ricorrente consistente in un disturbo depressivo della personalità con attacchi di panico non poteva costituire valido ostacolo, stante la compensazione farmacologica, alla capacità genitoriale, come evidenziato dalla CTU che aveva concluso per la reintegrazione nella responsabilità genitoriale, fermo restando l’affido ai servizi sociali.

La decisione

Il giudice territoriale nel discostarsi dalle risultanze della CTU avrebbe dovuto spiegare le ragioni ed i motivi della sua decisione nell’interesse della minore, tenendo conto del suo forte legame affettivo con la madre.

Per tutti questi motivi la sentenza impugnata è stata cassata con rinvio alla corte d’appello, in diversa composizione, per un nuovo esame di merito.

La redazione giuridica

 

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ADOTTABILITA’ DEL MINORE: UN CASO DI GENITORI ANAFFETTIVI

querela

È valida la querela sporta personalmente dal genitore del minore infraquattordicenne, anche senza specifica indicazione della sua qualità di esercente la potestà genitoriale

Nel febbraio del 2016 il Giudice di Pace di Grosseto pronunciava sentenza di non doversi procedere per il reato di lesioni personali colpose di cui all’art. 590 c.p. a carico dell’imputata, perché l’azione non doveva essere iniziata per assenza di idonea querela, nonché per il reato di “uccisione o danneggiamento di animali altrui” di cui all’art. 638 c.p. poiché il reato era estinto per intervenuta riparazione del danno cagionato.

Il reato contestato

Alla predetta imputata era stato contestato di aver, con condotta colposa consistita in negligenza, imprudenza ed imperizia, lasciato liberi e senza museruola, i suoi due cani, di razza Pitbull e Rottwailer, che aggredivano un minore ed il suo cane (di proprietà della madre). Il primo riportava lesioni personali con prognosi di sette giorni, il secondo molteplici ferite.

Ma per il giudice di merito non poteva procedersi a carico dell’imputata perché la querela per il reato di lesioni personali era stata sporta dalla madre in proprio, e non anche nella qualità di esercente la responsabilità genitoriale sul figlio.

Contro tale decisione il Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Firenze presentava ricorso per cassazione lamentando il vizio di violazione di legge e il vizio della motivazione in quanto l’atto di querela non deve necessariamente prevedere una formula con cui si dichiari, nel caso in cui la persona offesa sia minorenne, di proporla espressamente quale esercente la responsabilità genitoriale.

E il ricorso è stato dichiarato fondato.

L’art. 120 c.p., comma 2, prevede che, in caso di minori infraquattordicenni, il diritto di querela sia esercitato dal genitore. Nulla viene ulteriormente specificato circa le modalità di presentazione di tale querela; se essa debba, cioè, contenere un’esplicita formula con la quale il genitore dichiari di sporgere la querela per il minore ovvero se possa ritenersi che sia sufficiente l’esposizione dei fatti denunciati con la pretesa punitiva.

Ai fini della validità della querela, non è dunque necessario l’uso di formule sacramentali, essendo sufficiente la denuncia dei fatti e la chiara manifestazione della volontà della persona offesa di voler perseguire penalmente i fatti denunciati, anche nel caso di atto formato dalla polizia giudiziaria.

Ne consegue che, laddove la querela rispetti tali requisiti e sia presentata, ai sensi dell’art. 120 c.p., comma 2, dal genitore del minore infraquattordicenne offeso dal reato, non è necessaria una specifica formula di presentazione della querela in veste di genitore.

Il favor querelae

Ad ulteriore conferma di tale assunto, si rammenta che, nel caso in cui emergano situazioni di incertezza circa la validità della querela, esse debbano essere risolte ed interpretate alla luce del generale principio del favor querelae (tra le altre, Sez. 5, n. 2293 del 18/06/2015).

Alla luce dei principi sopra menzionati, i giudici della Corte di Cassazione non hanno potuto fare a meno che rilevare la correttezza della querela, ossia che essa, presentata in proprio dalla madre del minore offeso, fosse provvista dei requisiti minimi di validità, in quanto in essa si evinceva inequivocabilmente la volontà di richiedere la punizione per i fatti denunciati, tra cui le lesioni personali del figlio.

Cosicché la sentenza impugnata è stata annullata con rinvio per un nuovo giudizio al Giudice di Pace di Grosseto.

La redazione giuridica

 

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DANNO BIOLOGICO PERMANENTE: RISARCITA LA MADRE DELL’INFORTUNATO

danno biologico

I figli so’ piezz’e core: qualificazione del danno biologico riflesso permanente. In giudizio, con la sentenza 15.2.2019 n. 4617 qui in commento, la Suprema Corte ha riconosciuto il diritto al risarcimento del danno biologico alla madre di un giovane infortunato – con esiti invalidanti valutati pari al 50% – e con la stessa convivente

Si è confermata nuovamente la rilevanza – in termini risarcitori – delle ansie e delle preoccupazioni gli sbalzi d’umore e le difficoltà caratteriali del giovane infortunato, tensioni ed ansie che si scaricano sulla madre tanto per la vicinanza ambientale data dalla convivenza che per il particolare legame esistente fra i due, nonché le ‘preoccupazioni e delusioni subite dalla stessa madre per le difficoltà del figlio connesse all’infortunio. La sentenza in commento in realtà rigetta l’impugnativa, delle parti private, volta ad una maggiore quantificazione del danno biologico riflesso – qualificato come permanente, già liquidato nelle fasi di merito.

Si tratta di una tipologia di danno che è possibile qualificare come danno parentale.

Quest’ultimo è legato intimamente al tema delle plurioffensività dell’illecito civile, che permette la risarcibilità del pregiudizio non solo nell’ambito del rapporto autore/vittima, ma anche nei confronti del terzo che subisce la violazione di un interesse di rilevanza costituzionale, quale può essere quello alla integrità delle relazioni familiari e più in generale quello alla conservazione di un legame di solidarietà che si fonda su un rapporto di convivenza, caratterizzato da una comunione di vita e di affetti, con vicendevole assistenza materiale e morale, stabile e duratura.

Il danno parentale è quindi la lesione subita dai congiunti per le sofferenze patite a causa dell’evento tutelato e, generalmente, si tratta di un danno riconoscibile iure proprio e per questo si auspica – da parte della dottrina e della giurisprudenza prevalenti – una maggiore attenzione alla prova del legame affettivo, in assenza di convivenza, prova che dovrebbe riguardare aspetti prettamente concreti atti a fornire base provante al legame affettivo asseritamente esistente.

Convivenza: è presupposto del danno?

La convivenza infatti non è un presupposto del danno ma, laddove sussista, può costituire indizio e parametro ai fini tanto dell’an che del quantum debeatur.

Nel caso di specie argomenta la Corte che non si può giungere ad ampliare l’importo stabilito dalla Corte di Appello (ovvero il danno biologico riflesso permanente) non per la sua inesistenza, quanto per una sostanziale mancanza di allegazione e prova circa altri elementi di danno che si volevano far considerare (eventuali impegni quotidiani della madre, attività assistenziale successiva ai ricoveri ospedalieri, dinamiche familiari pre e post evento e le difficoltà caratteriali dell’infortunato).

Ciò che si paventa da parte di certa dottrina – aprendo ad ipotesi di risarcimenti senza prove – è un sostanziale abuso dell’istituto, tanto più in una situazione in cui la platea dei potenziali aventi diritto si sta progressivamente ampliando in corrispondenza del generale riconoscimento di diritti civili di convivenza, senza particolari formalità.

In generale i presupposti per la risarcibilità del danno non patrimoniale riflesso trovano base legale in una applicazione non restrittiva dell’art. 1223 c.c., che costituisce la norma base del criterio utilizzato per valutare la risarcibilità del danno non patrimoniale.

Su tale base si considerano ristorabili, non solo gli effetti lesivi, che costituiscono la immediata e diretta del danno ma, anche, quelli che risultano essere l conseguenza normale di un determinato antecedente causale, secondo il celebre brocardo “id quod plerumque accidit”.

La qualificazione del danno biologico riflesso

Si è dunque da un lato abbandonata l‘interpretazione restrittiva del sopra menzionato articolo, aprendo ad una più ampia sfera di interessi risarcibili, precisando dall’altro lato quali siano i requisiti indispensabili per ottenere il risarcimento, e nello specifico:

1.         L’esistenza di una relazione con la vittima diretta del fatto illecito, sia essa fondata su un vincolo familiare, riconosciuto come tale dalla legge [ndr. famiglia fondata sul matrimonio], ovvero su una situazioni di fatto qualificata, come, per esempio, la convivenza more uxorio;

2.         L’apprezzabilità della lesione in virtù dell’effettivo rapporto esistente con la vittima e l’incidenza concreta sullo svolgimento della relazione.

Dunque, per la risarcibilità del danno c.d. “da rimbalzo”, si tende ad escludere ogni automatismo derivante dal mero rapporto parentale, nel chiaro intento di scoraggiare il proliferare di infondate pretese risarcitorie azionate in forza del mero lontano grado di parentela, senza che alcuna effettiva lesione si sia prodotta nella sfera giuridica del parente della vittima.  Nella fattispecie concreta che ha originato le presenti righe il criterio di liquidazione dovrebbe duplicarsi, trattandosi di persone conviventi legate dal vincolo madre-figlio ma l’assenza di prova circa voci di danno specifiche, non consente secondo la Corte di Cassazione, di superare la liquidazione equitativa già operata considerata esaustiva dell’intero danno patrimoniale subito iure proprio in qualità di congiunto, sebbene la gravità delle lesioni patite ed il rapporto di parentela non potevano non essere considerati elementi dai quali desumere la circostanza che la madre della vittima si mise in allarme per la salute del figlio.

Ogni altro danno – nello specifico la lesione del rapporto madre figlio – non è risarcibile perché sfornito di prova.

Avv. Silvia Assennato

 

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INFORTUNIO DURANTE L’ORARIO DI EDUCAZIONE FISICA: CHI NE RISPONDE?

adottabilità

I giudici della Cassazione hanno accolto il ricorso di una madre contro la decisione della corte d’appello che si era espressa in ordine allo stato di adottabilità del suo figlio minore gravemente malato, sol perché la stessa era affetta da problemi psicologici e versava in uno stato di indigenza

Ma per i giudici della Suprema Corte tale giudizio è insufficiente posto che il giudice di merito deve sempre prioritariamente tentare un intervento di sostegno diretto a rimuovere situazioni di difficoltà o disagio familiare e, solo quando, a seguito del fallimento del tentativo, risulti impossibile prevedere il recupero delle capacità genitoriali entro tempi compatibili con la necessità del minore di vivere in uno stabile contesto familiare, può disporre la dichiarazione dello stato di adottabilità.

Valutare l’esistenza di condizioni di adottabilità di un minore non è mai operazione semplice. Le difficoltà aumentano quando ci si trova di fronte da una parte ad un minore affetto da grave malattia e dall’altra a genitori incapaci di affrontare la situazione. È quanto approssimativamente accaduto nel caso di specie.

I fatti

La madre si era opposta alla dichiarazione dello stato di adottabilità del figlio minore, bambino afflitto da gravissimi problemi di salute conseguenti all’ipossia alla nascita, che ne avevano causato la cecità, l’incapacità a parlare, l’incapacità a deambulare e la possibilità di interagire con il mondo esterno solo attraverso il tatto e l’udito, oltre che la soggezione a frequenti crisi epilettiche e respiratorie che ne rendevano necessario il ricovero in ospedale.

La Corte di appello dell’Aquila aveva respinto il gravame proposto dalla donna dal momento che era stato accertato che quest’ultima fosse affetta da problemi psicologici, oltre al fatto che si trovava in condizioni di indigenza e priva di lavoro e già in passato aveva dimostrato carenti capacità genitoriali.

La vicenda giungeva sino ai giudici della Cassazione, con ricorso presentato per violazione e falsa applicazione della L. n. 184 del 1983, artt. 1 e 8 e succ. mod., dell’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e dell’art. 3 della Convenzione di New York, oltre che per la contraddittorietà della motivazione.

In altre parole, il difensore della ricorrente rappresentava che la corte territoriale avesse commesso un grave errore, quello cioè di aver trascurato l’ineludibile diritto del minore a crescere nella propria famiglia; e che, comunque, nel caso di specie, non sussisteva lo stato abbandonico propedeutico alla dichiarazione di adottabilità perché, nonostante le condizioni di indigenza della madre, ella non si era mai realizzato l’abbandono morale del piccolo.

Senza contare la contraddittorietà della decisione che se da una parte riconosceva i seri problemi psicologici della donna (non risolti), dall’altra parte non le impediva di continuare a frequentare il minore  una volta inserito in struttura.

Insomma i giudici dell’appello avrebbero ravvisato lo stato di abbandono con esclusivo riferimento alle sue precarie condizioni economiche, senza mai espletare la perizia psicologica per accertare le sue reali capacità genitoriali.

In sostanza la ricorrente lamentava l’insussistenza dei presupposti per la dichiarazione di adottabilità e la incompletezza dell’accertamento in merito allo stato di abbandono del minore.

Ed è stato proprio questo l’oggetto del ricorso per Cassazione.

Ebbene, il ricorso è stato dichiarato fondato e perciò, accolto.

Giova rammentare – affermano i giudici della Suprema Corte – che, secondo un principio consolidato che si intende confermare, “per la dichiarazione dello stato di adottabilità che determina la rescissione del legame familiare come prezzo inevitabile per evitare un danno maggiore ed irreversibile per il minore e che preclude qualsiasi possibile raffronto tra il tenore di vita consentito nell’ambito della famiglia naturale e quello che il minore potrebbe trovare in una famiglia adottiva – non è sufficiente l’inadeguatezza dell’apporto economico, affettivo o materiale dei genitori, e la loro limitatezza culturale, ma è necessaria la prova certa che le cure prestate dalla famiglia non superino la soglia di un’assistenza minima e si traducano nella mancanza delle cure più elementari.” (Cass. n. 8360 del 26/07/1993).

In proposito è stato ulteriormente precisato, alla luce del rinnovato quadro normativo conseguente alla riforma attuata con la L. 28 marzo 2001, n. 149, che il sacrificio dell’esigenza prioritaria del minore di crescere nella famiglia di origine è possibile solo in presenza di una situazione di carenza di cure materiali e morali da parte dei genitori e degli stretti congiunti – e a prescindere dalla imputabilità a costoro di detta situazione -, tale da pregiudicare in modo grave e non transeunte lo sviluppo e l’equilibrio psicofisico del minore stesso.

Il giudizio sullo stato di adottabilità del minore

Ma per compiere tale operazione è necessario focalizzare l’attenzione sul particolare rigore che deve accompagnare la valutazione della situazione di abbandono del minore quale presupposto per la dichiarazione dello stato di adottabilità dello stesso; ricordando che “siffatta valutazione non può discendere da un mero apprezzamento circa la inidoneità dei genitori (o congiunti) del minore cui non si accompagni l’ulteriore, positivo accertamento che tale inidoneità abbia provocato, o possa provocare, danni gravi ed irreversibili alla equilibrata crescita dell’interessato, dovendo, invece, la valutazione di cui si tratta necessariamente basarsi su di una reale, obiettiva situazione esistente in atto, nella quale vanno individuate, e rigorosamente accertate e provate, soltanto le gravi ragioni che, impedendo al nucleo familiare di origine di garantire una normale crescita, ed adeguati riferimenti educativi, al minore, ne giustifichino la sottrazione allo stesso nucleo.” (Cass. 8877 del 14/04/2006).

A tal proposito si è anche detto che il particolare rigore richiesto nella valutazione dello stato di adottabilità non può fondarsi di per sé su anomalie non gravi del carattere e della personalità dei genitori, comprese eventuali condizioni patologiche di natura mentale, che non compromettano la capacità di allevare ed educare i figli senza danni irreversibili per il relativo sviluppo ed equilibrio psichico (Cass. n. 18563 del 29/10/2012).

Inoltre la natura personalissima dei diritti coinvolti e il principio secondo cui l’adozione ultrafamiliare costituisce l’extrema ratio richiedono che si proceda anche alla valutazione di figure vicariali dei parenti più stretti, che abbiano rapporti significativi con il bambino e si siano resi disponibili alla sua cura ed educazione (Cass. n. 3915 del 16/02/2018).

Il giudizio prognostico sulle capacità genitoriali

Sulla base di queste necessarie premesse, i giudici della Cassazione hanno ribadito il principio per cui i giudici di merito devono sempre operare un giudizio prognostico avvalendosi di dati oggettivi, quali possono essere le osservazioni dei servizi sociali che hanno monitorato l’ambito familiare e, eventualmente, il parere di un consulente tecnico (Cass. n.3915 del 16/2/2018), e il giudizio che deve essere teso, in primo luogo, “a verificare l’effettiva ed attuale possibilità di recupero delle capacità e competenze genitoriali, con riferimento sia alle condizioni di lavoro, reddituali ed abitative, senza però che esse assumano valenza discriminatoria, sia a quelle psichiche, da valutarsi, se del caso, mediante specifica indagine peritale, estendendo detta verifica anche al nucleo familiare, di cui occorre accertare la concreta possibilità di supportare i genitori e di sviluppare rapporti con il minore, avvalendosi dell’intervento dei servizi territoriali.” (Cass. 7559 del 27/03/2018).

Nel caso in esame, la decisione è stata giustamente impugnata, non essendo essa conforme ai citati principi e dunque censurabile in sede di legittimità.

La Corte di appello avrebbe dovuto procedere ad un’analisi in fatto ed in diritto dello stato di abbandono, tenendo conto anche delle gravi condizioni di salute del minore – tali da indurre, sia sul plano della cura e dell’ assistenza, che su quello economico, una maggiore difficoltà nell’espletamento dei compiti genitoriali – correlandole ai problemi psicologici della madre. e procedendo, eventualmente, a CTU per accertare l’idoneità genitoriale e per verificare la possibilità e i tempi di terapie e percorsi di sostegno conformati sulle specificità del caso.

Compete, infatti, al giudice del merito, prioritariamente, tentare un intervento di sostegno diretto a rimuovere situazioni di difficoltà o disagio familiare e, solo quando, a seguito del fallimento del tentativo, risulti impossibile prevedere il recupero delle capacità genitoriali entro tempi compatibili con la necessità del minore di vivere in uno stabile contesto familiare, è legittima la dichiarazione dello stato di adottabilità (Cass. n. 22589 del 27/09/2017).

L’inidoneità della madre ad affrontare la malattia del figlio non giustifica l’adottabilità

Nella fattispecie in esame, tali tentativi non risultano essere stati effettuati e neppure sono state evidenziate, rispetto alle gravi condizioni di salute del minore, condotte negligenti, abbandoniche o negazioniste da parte della madre, ma una inidoneità ad affrontarle da sola che avrebbero dovuto indurre ad una valutazione più penetrante circa la possibilità individuare un adeguato sostegno alla genitorialità, verificandone l’andamento e ad un giudizio meno severo circa la mancanza di un autonomo progetto di vita, stante la particolare gravità delle condizioni del minore.

Insomma il giudizio negativo sulle capacità genitoriale della madre si fondava, erroneamente, soltanto sulle sue condizioni di indigenza, mentre non vi erano elementi certi in ordine alla esatta natura ed alla rilevanza dei problemi psicologici e in ordine alla possibilità di una terapia anche assistenziale di sostegno.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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INDENNITA’ DI MATERNITA’ IN CASI DI ADOZIONE: ECCO COSA C’E’ DA SAPERE

Il tema della rappresentanza legale dei figli minori negli atti civili e dell’amministrazione dei loro beni è disciplinato, principalmente, dall’art. 320 del codice civile. La rappresentanza permette al genitore di compiere atti civili che coinvolgono il minore esprimendo la propria volontà e senza che ci sia una contemplatio domini del minore rappresentato[1]. Nell’amministrazione dei beni del figlio, il codice distingue tra atti di ordinaria amministrazione, che possono compiersi liberamente e anche disgiuntamente da ciascun genitore, e quelli che eccedono tale livello i quali, invece, devono essere autorizzati dal giudice tutelare dopo che sia stata accertata la loro utilità. La classificazione degli atti dipende dalla loro funzione e dalla reale incidenza sul patrimonio del minore. Sono, dunque, atti di ordinaria amministrazione quelli finalizzati alla conservazione, garanzia di fruttificazione e miglioramento del patrimonio del minore, compiuti allo scopo di ottenere, cioè, un vantaggio o per evitare un danno economico senza che ciò implichi l’assunzione di uno specifico rischio; sono considerati atti di straordinaria amministrazione quelli che, seppure destinati all’incremento del patrimonio del figlio, comportino un rischio concreto[2]. La Cassazione ha voluto precisare che “per atti di ordinaria amministrazione devono intendersi quelli che presentino tutte e tre le seguenti caratteristiche: 1. Siano oggettivamente utili alla conservazione del valore e dei caratteri oggettivi essenziali del patrimonio del minore; 2. Abbiano un valore economico non particolarmente elevato in senso assoluto e soprattutto in relazione al valore totale del patrimonio medesimo; 3. Comportino un margine di rischio modesto in relazione alle caratteristiche del patrimonio predetto. Sono atti di straordinaria amministrazione quelli che, invece, non presentino tutte e tre queste caratteristiche”[3]. Pur dovendo contestualizzare questi elementi di tipicità, sarà richiesta, quindi, la valutazione del giudice per gli atti di alienazione dei beni immobili, attraverso vendita, cessione o permuta, o di beni mobili quando l’operazione abbia un valore rilevante; sono ricompresi gli atti di costituzione di diritti reali sul bene e la stipulazione di un contratto preliminare rispetto ad un atto che ecceda l’ordinaria amministrazione, la locazione ultra – novennale[4], la alienazione di un bene che costituisca o faccia parte di un fondo patrimoniale vincolato, nella destinazione, fino al raggiungimento della maggiore età del figlio[5], l’accettazione di eredità, donazioni e legati[6], seppure l’art. 471 c.c. già preveda la possibilità per il minore di accettare l’eredità solo con beneficio di inventario, altre operazioni, anche se finalizzate all’accrescimento del patrimonio, come riscossione di somme per la vendita di beni o a titolo di risarcimento del danno. In quest’ultimo caso il legislatore ritiene necessario verificare se le somme riscosse siano congrue rispetto all’operazione ma è necessario anche un controllo sul successivo utilizzo di tali somme e sue finalità[7].

Dal punto di vista astratto, la Cassazione aveva precisato già nel 1997[8] che la controversia relativa al risarcimento del danno subito dal minore, assume profili di straordinaria amministrazione quando la natura e l’entità del danno che ne è oggetto sono destinati ad incidere profondamente sulla vita presente e futura del danneggiato. Più concretamente, si specificava che l’atto straordinario è rappresentato dall’eventuale transazione, insita nella controversia per il risarcimento del danno, la quale prevede reciproche concessioni e rinunce delle parti, quindi nel caso di postumi permanenti del minore occorre una giusta valutazione di convenienza del ristoro economico proposto. Nella sentenza n.8720 del 2010 la Suprema Corte sottolinea la necessità di una attenta analisi della situazione concreta anche in relazione all’attività transattiva[9].

La verifica dell’esistenza dell’autorizzazione del giudice al genitore che debba ricevere un pagamento nell’interesse del figlio minore giova anche allo stesso debitore, l’art. 1188 c.c., infatti, specifica che il pagamento fatto a chi non era legittimato a riceverlo non libera il debitore.

Il codice prevede l’incapacità testamentaria del minore (art. 591 n.1 c.c.) ma riconosce la capacità a succedere per tutti coloro che sono nati o concepiti al tempo dell’apertura della successione (art. 462 c.c.) seppure esclusivamente col beneficio di inventario, altrimenti rimanendo nello status di “chiamato all’eredità”. Nell’ordinanza del 27 luglio 2012, la Cassazione ha chiarito che la competenza ad autorizzare la vendita di immobili ereditari del minore, soggetto alla responsabilità dei genitori, appartiene al giudice tutelare del luogo di residenza del minore a norma dell’art. 320 comma 3 c.c. unicamente per quei beni che, provenendo da una successione ereditaria, possono considerarsi acquisiti definitivamente al patrimonio del minore. L’autorizzazione spetta, invece, sentito il giudice tutelare, al Tribunale del luogo di apertura della successione, in virtù dell’art. 747 comma 1 c.p.c., tutte le volte in cui il procedimento dell’acquisto iure ereditario non sia ancora esaurito; ciò perché in tal caso l’indagine del giudice non è limitata alla tutela del minore, alla quale soltanto è circoscritta dall’art.320 c.c., ma si estende a quella degli altri soggetti interessati alla liquidazione dell’eredità.

Ispirandosi al principio della parità tra i coniugi, la decisione di compiere un atto di amministrazione deve essere sempre assunta di comune accordo[10]. Dottrina e giurisprudenza ritengono che l’accordo sia necessario al momento della scelta del compimento dell’atto mentre la concreta attuazione, almeno quando si tratti di ordinaria amministrazione, può essere realizzata autonomamente da ciascun genitore. La richiesta di autorizzazione per il compimento di atti di straordinaria gestione deve essere presentata al giudice tutelare dal genitore esercente la responsabilità ma buona parte della dottrina ritiene che debba essere sottoscritta anche dall’altro genitore secondo quanto previsto dall’art. 337 ter c.c. che impone l’adozione congiunta di decisioni di maggiore interesse per i figli. Il genitore che sia in disaccordo con la decisione dell’altro ha, quindi il potere – dovere di rivolgersi, ex art. 316 c.c., al giudice per risolvere il contrasto e se l’atto rientra nell’amministrazione straordinaria è previsto un duplice controllo: del giudice tutelare sull’utilità dell’operazione e del Tribunale specializzato sul contrasto.

Il genitore naturale, privo dell’esercizio della responsabilità, ha il potere di “vigilare sull’istruzione, educazione e condizioni di vita del figlio minore” seppure senza l’attribuzione di un potere automatico di inficiare la validità dell’atto compiuto dall’altro genitore che, però, è riconosciuto dalla dottrina.

Può accadere che tra rappresentante e rappresentato ci sia un conflitto di interessi e cioè che l’interesse del primo sia obiettivamente incompatibile con quello dell’altro, anche soltanto potenzialmente[11].

Altro aspetto problematico è il caso in cui il genitore che ha la responsabilità esclusiva (o entrambi) non voglia o non possa compiere atti di interesse del figlio, in questa evenienza l’art. 321 c.c. dispone che il figlio stesso, il P.M., un parente possano chiedere al giudice la nomina di un curatore speciale, anche solo limitatamente alle situazioni nelle quali il minore potrebbe trovarsi in posizione di conflitto o ricevere pregiudizio dalla semplice inerzia[12].

Dott. Angelo Argese
patrocinatore legale


Note al testo

[1] Accogliendo il ricorso, la Cassazione, con sentenza n. 3393 del 5 marzo 2012, dichiarava la madre non legittimata alla riscossione dei buoni fruttiferi della figlia anche se sul titolo era presente il nome della rappresentante e nonostante la diversa disciplina prevista dall’art. 159 del regolamento di Poste italiane, che non può derogare le norme del codice civile.

[2] La Cassazione, con sentenza n. 7546 del 2003 ha precisato che sono da considerarsi atti di straordinaria amministrazione quelli che, seppure non elencati espressamente come tali nell’articolo, “intaccano il patrimonio del minore riducendone le dimensioni o alterandone la struttura e la consistenza”. Rientrano, invece, nell’amministrazione ordinaria quelli finalizzati alla conservazione o incremento del patrimonio ed in quanto tale capacità sia espressa da elementi oggettivi, cioè indipendentemente dalla volontà soggettiva dell’agente, oltre che per l’esiguità del valore e del rischio economico dell’operazione.

[3] Cassazione, 15 maggio 2003, n. 7546.

[4] In questo caso si guarderà alla durata complessiva come risultante da eventuali clausole che prevedono un rinnovo automatico del contratto.

[5] La Suprema Corte, con sentenza n. 15859 del 20 settembre 2012, ha precisato che l’autorizzazione in tal senso, quando venga meno il vincolo di coniugio dei genitori, spetta al Tribunale per i Minorenni, nell’esclusivo interesse del minore.

[6] Secondo la Cassazione, sentenza 1107 del 1998 e 3715 del 1993, la competenza è del T.O. quando il procedimento di successione non si è ancora concluso e quindi i beni non sono ancora entrati nel patrimonio del minore; secondo la dottrina, invece, la competenza dovrebbe sempre essere attribuita al giudice tutelare. Si veda, sul punto, Di Mauro, Competenza ed autorizzazione per la vendita di beni immobili ereditari del minore in potestà, in Giustizia civile, 1992, I, p.182.

[7]Si veda Cass. Sent. n. 3795 del 2003. Secondo parte della giurisprudenza, l’azione per il risarcimento del danno non richiede autorizzazione preventiva; sul punto, si veda Tr. Cassino, 8 febbraio 2002 e Tr. di Trani, 14 febbraio 2001.

[8] Sentenza del 22 maggio 1997, n. 4562.

[9] Nello specifico i giudici d’appello non avevano tenuto conto del divario tra l’accertamento dell’incidenza dei postumi di natura invalidante sul minore, vittima di incidente automobilistico, nell’ordine del 4 – 5%, secondo il consulente di parte e del 45 – 55% per il consulente tecnico d’ufficio. Il padre aveva accettato, nel giudizio d’appello, la somma di 5 milioni di lire in luogo di 62 milioni stabiliti in primo grado.

[10] Si intende nei casi di esercizio congiunto della responsabilità genitoriale, con genitori conviventi, capaci e senza impedimenti ovvero quando sia disposto l’affidamento congiunto, nei casi di cessazione della convivenza.

[11] La Cassazione con sentenza n. 13507 del 2002 ha specificato che deve ritenersi esistente un conflitto di interessi anche quando l’incompatibilità sia solo potenziale e non effettiva e questo comporta la necessità di una verifica in astratto ed ex ante.

[12] In questo senso si esprime il Tr. di Monza, sez. IV, il 18 marzo 2002.

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