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Deceduto per un infarto non diagnosticato: un medico condannato

Per la morte di un 44enne, deceduto per un infarto non diagnosticato, un medico è stato condannato a un anno di reclusione, pensa sospesa, e a 430mila euro di risarcimento

Un anno di reclusione, pena sospesa, e un risarcimento da liquidare in sede civile: questa la condanna per un medico, ritenuto responsabile della morte di un uomo, deceduto per un infarto non diagnosticato il 6 luglio 2014.

La vicenda si è svolta a Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova.

Il giudice Enzo Rosina ha condannato E.C.S., medico del pronto soccorso dell’ospedale San Pellegrino di Castiglione accusato della morte di A. B., 44enne castiglionese deceduto per un infarto non diagnosticato dopo essere stato visitato e dimesso.

Rosina ha accolto la richiesta di condanna a un anno avanzata dal Pm Silvia Bertuzzi.

Inoltre, ha aumentato le richieste di provvisionale avanzate dall’avvocato Aldo Pisani, parte civile.

È stata infatti stabilita per la madre della vittima una provvisionale di 230mila euro e 40mila euro per ciascuno dei 5 fratelli.

L’avvocato di parte civile, nella giornata di ieri, aveva chiesto un risarcimento di 450mila euro per la madre e 80mila euro per ciascuno dei 5 fratelli di Barosi; risarcimento che ora dovrà essere stabilito dal giudice civile.

L’avvocato Giuseppe Cannella, difensore del medico con il suo collega Paolo De Martino, che difende il nosocomio, aveva invece chiesto l’assoluzione.

Facile prevedere un ricorso in appello da parte del medico condannato.

La vicenda processuale in questione, però, fin da subito si era rivelata molto complessa.

Inizialmente, la stessa procura di Mantova aveva chiesto l’archiviazione per il medico.

E questo, sulla scorta della relazione del proprio consulente, dottor Dario Rainiero, che aveva eseguito l’autopsia concludendo che vi fossero responsabilità da parte del medico che aveva mandato a casa il paziente non riconoscendo i sintomi di un infarto in corso.

All’archiviazione si erano opposti gli avvocati di parte civile. Una richiesta, la loro, accolta dal pm Bertuzzi della stessa procura.

Nella giornata di ieri, poi, è giunta la sentenza di condanna per il medico.

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MORTO DOPO UNA COLECISTECTOMIA LAPAROSCOPICA, CONDANNATI DUE MEDICI

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sepsi urinaria

La famiglia di una donna morta per una sepsi urinaria nel 2009 ha ricevuto un milione di euro di risarcimento danni dalla Ausl. Ecco cosa è accaduto

Si era sottoposta a un intervento di rimozione di calcoli renali all’Ospedale Maggiore di Bologna ed era morta – a soli 37 anni – per una sepsi urinaria. A distanza di nove anni, per il decesso di questa madre di tre figli morta il 14 ottobre 2009, i giudici del Tribunale civile hanno stabilito un risarcimento da un milione di euro da corrispondere ai figli della donna.

La vicenda

La vittima, una donna riminese, N.S., si è ricoverata al Maggiore per un semplice intervento di rimozione di un calcolo renale.

La 37enne soffre di infezioni urinarie, documentate da esami fatti poco prima del ricovero.

Ma la sua salute è buona. Tutto sembra filare liscio durante l’intervengo, ma i problemi iniziano subito dopo il rientro in reparto.

La donna accusa dei malori e viene trasferita in terapia intensiva. La diagnosi è chiara: sepsi urinaria.

In base alla ricostruzione degli esperti nominati dal giudice, solo in quel momento inizia la terapia antibiotica. Troppo tardi forse, perché il quadro clinico della donna peggiora velocemente, fino a 17 ottobre quando la donna muore per la sepsi urinaria che l’ha colpita.

La famiglia sporge subito denuncia, ma il processo penale vede l’assoluzione dei medici

La vicenda, però, non si chiude lì.

Il legale della famiglia, l’Avv. Saverio Bartolomei, fa partire una causa civile contro l’Ausl.

La perizia effettuata dagli esperti nominati stabilisce una serie di errori medici.

“A dispetto di un’anamnesi positiva per infezioni alle vie urinarie – si legge nella perizia – i sanitari non hanno eseguito indagini tese a escluderne una in atto, limitandosi a una profilassi preoperatoria di routine”.

Insomma, una terapia antibiotica andava effettuata prima dell’intervento, e non dopo.

Un’accortezza che non avrebbe causato la sepsi urinaria che ha ucciso la donna.

Il Tribunale parla infine “del dolore e della sofferenza provocati dalla perdita della persona cara”. Tutti elementi che hanno portato il Tribunale a stabilire il maxirisarcimento a favore dei familiari della 37enne.

 

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MORTO DOPO UNA COLECISTECTOMIA LAPAROSCOPICA, CONDANNATI DUE MEDICI

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Morte di due gemelli

Per la morte di due gemelli, un ginecologo è stato condannato a 4 mesi di carcere. Altri tre colleghi sono stati assolti per non aver commesso il fatto

Si è chiuso il processo di primo grado per l’ex primario del reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale Immacolata di Sapri: il medico è stato condannato per aborto colposo a 4 mesi di carcere per la morte di due gemelli nel 2012.

I fatti

L’ allora primario era anche il medico curante di una giovane mamma originaria di Sanza, nel Cilento, che aveva all’epoca 27 anni.

Ebbene, la giovane madre si trovava alla 36esima settimana di gravidanza quando, in prossimità del parto, perse entrambi i gemelli. Dopo il tragico decesso, i genitori decisero di sporgere denuncia, fatto che avviò l’inchiesta per accertare eventuali imperizie da parte dei sanitari.

Secondo i giudici del Tribunale di Lagonegro, la morte dei piccoli era da imputare a “Negligenza e imprudenza dei medici”.

Nel procedimento erano stati coinvolti altri tre sanitari, ora tutti assolti perché il fatto non sussiste.

La 27enne, insieme al marito, ha quindi deciso di costituirsi parte civile nel processo.

Ma non è tutto.

Infatti, l’ex primario condannato era coinvolto anche in un’altra vicenda giudiziaria che ha interessato la sua attività sempre presso l’ospedale di Sapri.

Il sanitario condannato per la morte di due gemelli, è infatti accusato anche di aver praticato presunti aborti illegali e commesso irregolarità nelle prestazioni intramoenia.

Nell’ambito di quest’ultima vicenda sarebbe stata coinvolta anche una sua assistente ostetrica accusata di peculato continuato in concorso.

Nella giornata di ieri, dunque, dal Tribunale di Lagonegro è giunta la parola fine per la famiglia di Sanza che dal 2012 aspettava un risposta sul tragico decesso dei due bambini.

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GARZA STERILE DIMENTICATA NELL’ADDOME, CINQUE CONDANNE A RAGUSA

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garza sterile dimenticata

I sanitari, tre medici e due infermieri, avevano omesso, in occasione di un intervento chirurgico, di rimuovere una garza sterile di circa un metro e mezzo dalla cavità addominale di una donna di 43 anni. Assolto un sesto imputato

Erano finiti a giudizio per aver procurato lesioni personali gravi a una paziente a causa di una garza sterile dimenticata nell’addome della malcapitata. Il Tribunale di Ragusa ha riconosciuto la colpevolezza di cinque sanitari in servizio all’epoca dei fatti presso l’ospedale di Modica. Si tratta, nello specifico, di tre medici chirurghi, un infermiere strumentista ed uno di sala operatoria. Assolto per non aver commesso il fatto, invece, un terzo infermiere.

L’episodio risale al 2013 quando una donna di 43 anni venne sottoposta a un’operazione di laparotomia trasversale sovrapubica per isterectomia totale. Secondo l’accusa, gli imputati non effettuarono la conta delle garze durante  l’intervento omettendo di rimuoverne una di circa un metro e mezzo.

La signora  riportò un’occlusione intestinale, con incapacità di assolvere le ordinarie occupazioni per quindici giorni.

Il corpo estraneo venne poi rimosso grazie a un nuovo intervento chirurgico effettuato presso l’ospedale Civile di Ragusa nel novembre dello stesso anno. La paziente, rimasta con una cicatrice di 23 centimetri, avrebbe riportato un“indebolimento permanente delle funzioni estetica, di protezione e contenitiva della parete addominale”.

Il Giudice ha quindi inflitto ai membri dell’equipe riconosciuti responsabili una condanna di due mesi di reclusione. I cinque, inoltre, dovranno liquidare alla vittima una provvisionale di 20 mila euro, in attesa che il giudice civile determini l’entità del risarcimento. A loro carico anche le spese processuali, oltre alle spese legali della parte civile determinate in seimila euro.

 

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STATO VEGETATIVO PER UN RITARDO NELL’INTERVENTO, FAMIGLIA RISARCITA

 

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stato vegetativo

Riconosciuta una cifra pari a due milioni di euro ai parenti di una donna rimasta in stato vegetativo nel 2010 dopo essere stata colpita da un aneurisma cerebrale. Per i Giudici ci fu un ritardo nell’effettuare l’operazione chirurgica

Da otto anni vive in stato vegetativo. Era il 2010 quando la donna, 32enne madre di due figli, venne colpita da un aneurisma cerebrale. Per il Tribunale di Brescia, tuttavia, ci fu un ritardo da parte del personale medico nell’eseguire l’operazione chirurgica per fronteggiare la grave patologia. L’intervento non tempestivo avrebbe quindi influito sull’esito della procedura.

Da qui la condanna della struttura sanitaria, l’Asst Spedali Civili, a versare alla famiglia della vittima un risarcimento pari a circa 2 milioni di euro. Lo riferisce il Giornale di Brescia che citando la stessa Azienda sanitaria spiega come i giudici abbiano adottato il principio del ‘più probabile che non’.

L’entità della somma risarcitoria è legato alla giovane età della donna all’epoca dei fatti e al danno biologico subito.

La cifra, inoltre, tiene conto del danno subito dal marito e dai figli e delle spese relative all’assistenza che la famiglia dovrà sostenere nel tempo.

“L’Asst Spedali è senza dubbio vicina alla famiglia che ha subito questo enorme dramma – ha commentato il Direttore sanitario, Frida Fagandini -. Quando c’è una condotta errata siamo i primi a volere che si faccia chiarezza”.

Senza fare riferimento al caso specifico l’Azienda sanitaria, tuttavia, tiene a sottolineare l’impegno costante nel rivedere e migliorare le procedure di intervento. “Cittadini ed ospedale sono dalla stessa parte – conclude Fagandini – nella consapevolezza che l’uomo medico non può tutto”.

 

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NATA CIECA E TETRAPLEGICA: 5 MILIONI DI RISARCIMENTO DALLA ULSS

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Nata cieca e tetraplegica: 5 milioni di risarcimento dalla Ulss

Si chiude la vicenda riguardante il caso di una bimba nata cieca e tetraplegica a Rovigo. La famiglia ha ottenuto un risarcimento da quasi 5 milioni di euro

Quasi cinque milioni di risarcimento: è questa la somma che l’azienda sanitaria di Rovigo e due ginecologhe dovranno corrispondere alla famiglia di una bimba nata cieca e tetraplegica nel 2008.

Il denaro servirà alla famiglia della piccola, residente a Ravenna, per pagare l’assistenza 24 ore su 24 alla figlia.

La piccola, che oggi ha quasi dieci anni, nata tetraplegica e cieca, aveva riportato lesioni gravissime durante il parto.

Secondo l’accusa, la mamma avrebbe dovuto essere sottoposta al taglio cesareo e anche il medico di famiglia si era espresso in merito, consigliando il cesareo per pregresse patologie.

Tuttavia, in ospedale, i sanitari si sarebbero mossi con ritardo e dopo un travaglio lungo 15 ore, la piccola era nata con gravi menomazioni.

Era rimasta ben 4 ore senza ossigeno.

Dopo dieci anni dal parto avvenuto il 3 dicembre del 2008, la Corte di Appello di Venezia ha condannato Ulss e ginecologhe a pagare 4 milioni e 693.000 euro di risarcimento.

La sentenza ora potrà essere appellata ma è immediatamente esecutiva.

Gli oltre quattro milioni – a cui si aggiungono altri 402.000 euro di risarcimento per la madre della bambina – saranno necessari alla famiglia per far fronte agli ingenti esborsi per garantire alla figlia assistenza 24 ore su 24.

“Siamo soddisfatti dopo 10 anni di poter continuare a curare come si deve nostra figlia e di poter acquistare una casa adatta alle sue esigenze”, hanno dichiarato i genitori della bambina. Il primo grado del processo penale per lesioni colpose si era concluso a gennaio del 2016 a Rovigo con l’assoluzione delle due ginecologhe sotto accusa.

Poi però, il 15 marzo scorso, la Corte d’Appello di Venezia aveva ribaltato il giudizio ritenendo le ginecologhe responsabili delle lesioni colpose. Quindi, malgrado la loro fedina penale sia rimasta pulita, a motivo della prescrizione del reato, la Corte però aveva condannato i due medici e l’azienda a risarcire i danni alla bimba, da liquidare in sede civile.

 

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ERRORE IN SALA PARTO, MAXI RISARCIMENTO DA 1,9 MILIONI

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morto a 26 anni

Dopo l’assoluzione dei medici, arrivano le condanne per due infermieri coinvolti nel decesso di A. F., morto a 26 anni, nel 2011

Sembra essersi chiusa la vicenda giudiziaria sul decesso di A.F., il giovane morto a 26 anni in ospedale a Catanzaro il 23 aprile 2011.

Il due ottobre 2017 la corte d’appello di Catanzaro aveva già assolto i medici dalla presunta colpa di aver cagionato la morte del 26enne catanzarese.

Ieri i giudici del tribunale di Catanzaro, per quella stessa vicenda hanno condannato due infermieri. A.B. ed E. M., secondo quanto scritto nel dispositivo della sentenza , sono stati ritenuti responsabili in regime di cooperazione colposa da condotta omissiva, della decesso del giovane, morto a 26 anni in corsia.

La famiglia del ragazzo, difesa da Anselmo Mancuso e Domenico Chianese, aveva sempre sostenuto che “in qualità di infermieri di turno in reparto nel periodo compreso tra le ore 00,30 del 23/4/2011 (ora del rientro del ragazzo in reparto) e le ore 02,50 circa del 23.04.11 (quando si è verificato l’arresto cardiocircolatorio ), avevano omesso di prendere in carico il paziente.

Omessa anche ogni prestazione sanitaria nei confronti del ragazzo in termini di monitoraggio post/operatorio e delle   funzioni vitali, nonché in termini diagnostici e terapeutici, “con condotta qualificabile in termini di completa inerzia ne cagionavano il decesso”.

I due sono stati quindi condannati.

La vicenda

A.F., catanzarese di 26 anni, deceduto ad aprile 2011 all’ospedale civile di Catanzaro “Arnaldo Pugliese”, aveva subito un intervento chirurgico di routine. Dopo il decesso, ritenuto sospetto dalla famiglia, un esposto è stato presentato dai familiari del giovane.

In un primo momento sono stati iscritti nel registro degli indagati due infermieri e due medici: quello che ha operato il ragazzo e quello presente in reparto durante il ricovero.

Intanto i legali della famiglia continuano la propria battaglia anche in sede civile contro l’azienda ospedaliera Pugliese -Ciaccio.

 

 

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TRASFUSIONE SBAGLIATA: UN MEDICO E UN’INFERMIERA CONDANNATI

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morì dopo un intervento

Accertata la responsabilità del personale sanitario, ma la Cassazione ha escluso il nesso eziologico tra il decesso del paziente, che morì dopo un intervento all’ernia inguinale, e la malattia da cui fu colpita la moglie in seguito alla perdita del marito

Morì dopo un intervento all’ernia inguinale bilaterale all’Ospedale di Catania. Era il 1998 e i parenti, nella convinzione che il decesso si potesse evitare, avviarono una causa civile per essere risarciti.

La famiglia era convinta che la morte del loro caro fosse “asseritamente riconducibile in via causale ad errate manovre di rianimazione eseguite dall’équipe medica”. Lo si legge nella sentenza della Corte di Cassazione che pochi giorni fa ha posto fine a una vicenda processuale protrattasi per circa 20 anni.

Essendo residenti a Verona, la vedova e i figli del defunto si rivolsero al Tribunale del capoluogo di provincia veneto, chiamando in causa sia la Usl 3 di Catania che l’equipe medica che effettuò l’operazione.

I congiunti chiedevano, nello specifico, la liquidazione del danno derivante dalla perdita del capofamiglia.

Ma anche il risarcimento di quello correlato alla sclerosi multipla da cui risultò affetta la vedova, “conseguente alle sofferenze a seguito della perdita del marito”.

In primo grado il Tribunale aveva disposto a favore di tutti gli eredi un risarcimento pari a circa 540mila euro. Il Giudice, peraltro, aveva riconosciuto anche il nesso eziologico tra la morte del paziente e la malattia della moglie.

In sede di appello, tuttavia, la cifra era stata dimezzata. La Corte territoriale di Venezia aveva infatti escluso “la prova dell’incidenza causale del decesso del marito sulla sclerosi della moglie”.

La famiglia aveva quindi impugnato la pronuncia di secondo grado davanti alla Corte di Cassazione. I Giudici Ermellini, tuttavia, hanno ritenuto il ricorso inammissibile confermando la decisione del Giudice a quo.

Il risarcimento dovuto, in conclusione, ammonta a poco più di 215mila euro. A tale cifra vanno aggiunti gli interessi legali maturati nel corso degli anni.A pagare saranno, in solido, la USl 3 di Catania e due dei camici bianchi che presero parte all’intervento.

 

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GARZA DIMENTICATA DOPO IL PARTO: LA CAUSA È INIZIATA NEL 1985

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Errore in sala parto, maxi risarcimento da 1,9 milioni

Si è conclusa la transazione per un caso di malasanità riguardante un errore in sala parto verificatosi nel 2007: 1,9 milioni di euro di risarcimento

Un errore in sala parto con gravi conseguenze e un risarcimento che arriva undici anni dopo. È quello che è successo all’Asp di Cosenza. L’Asp bruzia, infatti, ha accettato una transazione molto elevata di ben 1,9 milioni di euro, come riporta il Corriere della Calabria.

Il caso riguarda un errore medico in sala parto avvenuto nel 2007, verificatosi nel territorio dell’allora Asl di Rossano (poi confluita nell’Azienda di Cosenza).

La vicenda

Due coniugi hanno citato l’Asl e due medici, chiedendo il risarcimento dei danni per un errore in sala parto che era costato problemi permanenti alla figlia della coppia.

Al termine del primo step giudiziario i danni sono stati complessivamente quantificati in 4 milioni di euro.

In un momento successivo, l’Asp di Cosenza si è costituita nel procedimento e ha ritenuto che le richieste risarcitorie fossero prescritte.

La nuova sentenza arriva poi nel 2017 a firma del Tribunale di Castrovillari.

I giudici prendono atto che “ricevuto dalla Allianz spa l’importo di 150mila euro, i coniugi non avevano inteso confermare” le richieste nei confronti di uno dei medici.

Riguardo invece al secondo medico coinvolto, nei suoi confronti, l’azione risarcitoria viene considerata prescritta.

La consulenza tecnica d’ufficio, invece, ha dichiarato “la responsabilità dell’Asp di Cosenza” e la condanna a pagare 1,4 milioni di euro a titolo di danno biologico.

Oltre a questo, è stata condannata a pagare 300mila euro a titolo di danno morale alla minore (quantificato in 350mila euro nella parte motiva).

A tali somme si aggiungono gli interessi legali fino al pagamento delle somme e 350mila euro come danno parentale, più 65mila euro di compensi professionali. Il totale è di circa 2,3 milioni.

La perizia però ha lasciato pochi spiragli in vista di un ipotetico appello. E così, l’avvocato dell’Asp ha consigliato all’azienda sanitaria di optare per una transazione.

I legali delle due parti si sono quindi accordati per il pagamento di un importo complessivo di 1,9 milioni di euro da erogare in quattro rate, da saldare interamente entro il 31 marzo 2021.

Il tutto porterà a un risparmio per l’Azienda sanitaria di circa 260mila euro.

 

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AMIANTO NEL TALCO: JOHNSON & JOHNSON CONDANNATA A MAXI RISARCIMENTO

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costretta alla sedia a rotelle

Raggiunto un accordo stragiudiziale per chiudere il contenzioso con una paziente, costretta alla sedia a rotelle dopo essere stata operata alla testa

Costretta alla sedia a rotelle in modo definitivo dopo un intervento chirurgico alla testa. E’ quanto accaduto a una donna di 57 anni, residente in Toscana, operata a fine 2013 presso un centro di riferimento per la sua patologia.

La paziente aveva deciso di ricorrere al bisturi per migliorare le sue precarie condizioni di salute, ma avrebbe subito un aggravio di invalidità. Il tutto senza possibilità di riprendersi. Dalla vicenda, come riporta il Tirreno, scaturì una causa civile avviata nel 2015.

L’Azienda sanitaria, tuttavia, avrebbe deciso di chiudere il contenzioso con un accordo transattivo. Decisiva in tal senso la consulenza tecnica disposta dal Tribunale di Pisa, che avrebbe indotto l’Asl a rinunciare alla battaglia legale.

Il CTU avrebbe infatti riconosciuto un danno biologico differenziale legato all’intervento almeno pari al 35%.

La perizia non avrebbe trovato argomenti di contestazione neppure da parte del consulente dell’ospedale. Di qui la decisione della struttura di risolvere la questione in via stragiudiziale. Un modo per evitare di incorrere in una sentenza più pesante senza ammettere negligenze nelle condotte mediche.

L’accordo, sulla base di un calcolo tabellare, ammonterebbe, secondo quanto si legge sul quotidiano toscano, a circa 444mila euro. La cifra sarà destinata alla donna, ormai paralizzata, e a due parenti che la accudiscono da quando è immobilizzata sulla sedia a rotelle.

Il fascicolo, tuttavia, per obbligo di legge, sarà inviato  alla Procura della Corte dei conti per la valutazione di eventuali danni erariali da colpa medica.

 

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MORTA DOPO QUATTRO OPERAZIONI: MEZZO MILIONE DI EURO ALLA FAMIGLIA

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