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malasanità

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malasanità

Una iniziativa pro medici e strutture sanitarie o pro cittadino danneggiato? Intento per estirpare la malasanità o esiste un altro nascosto obiettivo? Un argomento su cui riflettere.

Malasanità, che argomento pregnante per il cittadino!

Poveri medici e poveri avvocati la cui professionalità è minacciata da associazioni e società che fanno accaparramento di pratiche!

Malasanità, un falso problema che coinvolge, danneggiandoli, migliaia di poveri cittadini che non trovano bravi avvocati e medici legali o medici forensi per una vera tutela della salute, che al contrario è tutelata dagli ordini professionali.

Ancora una ipocrita difesa del cittadino danneggiato e dei medici: adesso si passa alle minacce, come se fino ad oggi le autorità competenti avessero “dormito”.

Ancora un “conato” insensato e cosciente di chi probabilmente non conosce bene il contenzioso medico legale in ambito sanitario.

Presupposti assurdi di chi non sa che per valutare la procedibilità di caso clinico finito a “schifio” (perdonate il dialetto ma calza bene), sia per le associazioni che per le società, così come per gli avvocati,  serve:

  1. l’attività di professionisti tutti iscritti ad albi professionali, quindi medici e avvocati;
  2. un tempo di studio consistente da parte di professionisti medici e avvocati;
  3. una attività sia stragiudiziale che giudiziale (e specialmente quest’ultima non può che essere fatta che da quei poveri avvocati che, chi si lamenta, vorrebbe proteggere dai famigerati accaparratori di pratiche).

Si parla sempre di Medicina Difensiva ma mai di “necessità di finanziare adeguatamente il sistema sanitario” per proporre cure e assistenza adeguate.

Che poi, come in tutte le attività, ci sia chi lavora male, non è una novità.

Esiste il muratore che fa disastri, esiste il medico che sbaglia, esiste l’ingegnere negligente, ma in comune esiste sempre il cittadino danneggiato che ha difficoltà a trovare chi lo “protegga” e lo assista, spesso per motivi economici.

Ma poi questi protettori delle professionalità altrui ci pensano che chi fa anticipazioni di capitali ha interessi principalmente propri affinché la domanda di risarcimento vada a buon fine per il cittadino danneggiato?

Ma di cosa stiamo parlando?

Leggere frasi come queste “…le prassi poste in essere da tali soggetti non garantiscono, in ogni caso, la qualità delle prestazioni, essendo improntate al raggiungimento dell’obiettivo meramente economico e non alla migliore tutela dei diritti e degli interessi del cittadino”, sbalordice chi come tra “tali soggetti” lavora con alta professionalità e con la coscienza morale sana di proteggere chi a loro si rivolge per la morte di un congiunto o per perdita parziale della propria salute psico-fisica.

Ben vengano i controlli sulla professionalità di tali enti e sui professionisti che lavorano con loro se lo fanno male, ma riflettete un attimo: questi “enti” non portano avanti attività in perdita, ma attività in utile e ciò significa che le valutazioni dei professionisti che con loro collaborano (medici e avvocati) hanno più volte ragione che torto. Non vi pare?

Oppure è proprio questo il problema?

Infine, preoccupiamoci anche dei professionisti medici, avvocati e dirigenti di azienda (cioè quelli che non lavorano con “questi enti”) che fanno male il loro lavoro e prendiamo provvedimenti adeguati alle conseguenze dannose che producono!

La malasanità e la mala-professionalità esistono e non va occultate, ma combattute da tutti e certo non con questi colpi di scena che la storia ha dimostrato essere inutili proclami.

Dr. Carmelo Galipò

(Specialista Medico Legale)

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epatite c

Ammonta a 350mila euro la somma riconosciuta dalla Corte d’appello di Napoli a un pensionato che nel 1979 contrasse l’epatite C in seguito a un intervento chirurgico che richiese la somministrazione di sacche di sangue

Nel 1979 contrasse l’epatite C in seguito a una trasfusione di sangue infetto. E’ quanto riconosciuto dalla Corte di appello di Napoli che, confermando la sentenza di primo grado, ha condannato il Ministero della salute a risarcire un pensionato di Portici. L’importo è pari a 350mila euro.

Come ricostruisce il Mattino, il paziente era stato ricoverato presso una struttura ospedaliera romana per un intervento chirurgico di protesi all’anca. L’operazione aveva richiesto la somministrazione di sacche di sangue da cui  era scaturito il contagio da epatite virale di tipo C.

L’uomo aveva quindi avanzata una richiesta di risarcimento nei confronti del dicastero contestandone la condotta omissiva in relazione ai controlli sulle sacche di sangue destinate alla trasfusione.

Il Giudice di prime cure aveva riconosciuto la pretesa risarcitoria, disponendo a favore del pensionato una cifra pari a  circa 346mila euro oltre agli interessi.

Ma il Ministero aveva proposto ricorso in appello lamentando, tra l’altro, l’assenza della colpa omissiva e la mancanza del nesso tra l’evento lesivo e la condotta omissiva.

Le motivazione del ricorrente, tuttavia, sono state respinte dalla Corte territoriale che ha nuovamente dato ragione al cittadino. Per l’avvocato del pensionato si tratta di una sentenza “in linea con la giurisprudenza della Corte di Cassazione”. Ora però – spiega il legale– per ottenere la somma stabilita bisognerà aspettare “che il TAR ordini al Ministero di ottemperare al pagamento”.

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TRASFUSIONE DI SANGUE INFETTO, DOPO 41 ANNI EREDI OTTENGONO L’ASSEGNO

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tetraparesi distonica

Il Tribunale di Roma ha riconosciuto che il danno conseguito dal bambino, affetto da tetraparesi distonica e deficit comunicativo, sia da attribuire alla mancata effettuazione di un cesareo

E’ affetto dalla nascita da tetraparesi distonica e deficit comunicativo. Gravissime patologie che, secondo il Tribunale di Roma, sono riconducibili a un caso di malpractice medica. Per questo il Giudice civile capitolino ha riconosciuto a un bimbo che oggi ha 11 anni, un risarcimento di circa 2 milioni di euro, “per le sofferenze e i disagi patiti” finora e per quello che dovrà sopportare “per tutta la durata della vita”.

Come riferisce ‘il Messaggero’, nella sentenza si legge che, al momento della nascita, il 5 agosto del 2007, l’equipe medica avrebbe dovuto ricorrere al parto cesareo. Invece così non fu e il piccolo riportò le terribili conseguenze che ne condizioneranno il resto dell’esistenza.

Il bambino, evidenzia il Tribunale, “dovrà convivere nella consapevolezza di una irrimediabile diversità”. Pertanto “il danno deve essere personalizzato e adeguato al caso specifico”.

Per il legale della famiglia si tratta di una decisione singolare in quanto il Giudice “ha umanizzato il diritto”. In tal senso non avrebbe guardato “solo ad un risarcimento tabellare”, ma avrebbe personificato il danno e preso a cuore l’esistenza del ragazzo ed il suo futuro”.

 “Il bambino – spiega – ha diritto a essere risarcito nell’importo di 1.943.891 euro per il danno patrimoniale e non patrimoniale patito, con una personalizzazione del danno per tutto quello che non può fare, per il dolore, la vergogna, la mancanza della possibilità di socializzare nelle stesse modalità degli altri bambini, mai riconosciuto prima dal tribunale di Roma”.

Nella stessa pronuncia, inoltre, viene riconosciuto ai genitori un diritto al risarcimento di 469.269 euro. Ed ancora alla sorella ed al fratello una somma pari di 48.397 euro.

“Questa sentenza – commenta la mamma sulle pagine del Messaggero – ci dà una grande serenità per il futuro di nostro figlio. È stato un iter travagliato e penoso, ma abbiamo ottenuto giustizia”.

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INVALIDO DOPO UN INTERVENTO ALLA PROSTATA, PAZIENTE RISARCITO

il danno da perdita di chance

Il danno da perdita di chance, anche nell’ambito della responsabilità medica, va quantificato. Queste le conclusioni della Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 6443 del 6.03.2019

La vicenda

La vicenda presa in esame dai giudici di legittimità riguardava la domanda di risarcimento proposta al Tribunale di Lecce dai congiunti di un soggetto deceduto a seguito di una trombosi carotidea.

In particolare, gli eredi citavano in giudizio la Asl locale e il presidio ospedaliero, ritenendo che sussistesse la responsabilità professionale dei sanitari dipendenti della struttura per il decesso del congiunto.

Gli attori chiedevano al Tribunale adito un risarcimento dei danni subiti a causa di omessa o ritardata diagnosi. Gli stessi, infatti, lamentavano che i sanitari non avevano provveduto a effettuare tutti gli accertamenti necessari per trattare proficuamente il loro congiunto.

Più precisamente, non era stato eseguito l’esame dell’ecodoppler, che, sempre secondo gli attori, avrebbe consentito la pronta diagnosi di una trombosi carotidea, fattore che avrebbe aumentato le chances del de cuius di essere trattato proficuamente in relazione alla patologia prontamente individuata.

Il Tribunale di merito accoglieva parzialmente le domande presentate dagli attori, riducendo l’importo del capitale del risarcimento.

Avverso tale pronuncia proponevano appello gli eredi, lamentando che il Tribunale aveva fornito una motivazione apparente e violando così le norme di cui agli artt. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e 111 Cost. La sentenza veniva ritenuta nulla dagli appellanti, in quanto il Giudice di prime cure aveva omesso di specificare i criteri determinativi del quantum del risarcimento.

Con il secondo motivo di gravame, gli eredi appellanti denunciavano inoltre la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e 1226 c.c., affermando che il Tribunale aveva erroneamente fatto ricorso alla valutazione equitativa del danno, ammessa soltanto nel caso in cui questo non possa essere provato nel suo preciso ammontare.

La decisione

Ebbene, la Suprema Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, cassando la sentenza con rinvio e rimettendo alla Corte di Appello la rideterminazione dell’ammontare del risarcimento dovuto agli eredi appellanti.

Secondo i giudici di legittimità, infatti, la Corte d’Appello si sarebbe affidata alla Consulenza Tecnica d’Ufficio, che in effetti aveva dimostrato che, ove fosse stato eseguito l’esame dell’ecodoppler, si sarebbe potuto pervenire a una pronta diagnosi di trombosi carotidea e somministrare così immediatamente le prime cure adeguate.

La Consulenza Tecnica precisava che, con una pronta diagnosi, il de cuius avrebbe avuto alcune chances di essere trattato proficuamente, chances che la Corte d’Appello aveva ritenuto di poter quantificare nel 15% – 20%, riducendo nei fatti l’ammontare del risarcimento della metà.

La mancanza dell’ecodoppler, in definitiva, avrebbe potuto, se non prevenire, quantomeno ritardare il sopravvenire dell’ictus che ha poi colpito il paziente.

Ma la Suprema Corte ha censurato al Giudice di secondo grado di non aver concretamente illustrato i criteri applicati per la rideterminazione del danno, né le ragioni sussistenti alla base del nuovo computo.

La Suprema Corte, inoltre, ha precisato che le chances di conseguire un bene della vita, nel caso di specie una più lunga sopravvivenza, vanno in ogni caso concretizzate in termini numerici, quantomeno con una forbice di massima e minima possibilità.

Da quanto detto, si può riscontrare ciò che nelle ultime pronunce dei Giudici di Legittimità è ormai una costante, ovvero l’agganciare il risarcimento del danno a parametri certi e concreti, che tengano in considerazione la reale lesione della sfera giuridica del danneggiato.

Il danno da perdita di chances

Il danno da perdita di chances si configura in modo del tutto peculiare rispetto ai “classici” risarcimenti del danno.

In siffatti casi ad essere risarcita non è una lesione percepibile immediata e diretta della sfera giuridico patrimoniale del danneggiato, bensì la perdita della possibilità di conseguire un determinato bene della vita.

Tale forma di risarcimento si è iniziata ad affermare in giurisprudenza da un decennio a questa parte, soprattutto nel campo del diritto amministrativo. Si pensi infatti alla mancata possibilità di essere assunti o a conseguire un aumento di carriera a causa di irregolarità nello svolgimento di un concorso.

La perdita di chance nella giurisprudenza di legittimità

La giurisprudenza è ormai unanime nel ritenere che “la perdita di chance configura un’autonoma voce di danno patrimoniale attuale, essendo una posta attiva già presente nel patrimonio del soggetto al verificarsi dell’illecito e che va commisurato non alla perdita del risultato stesso ma alla perdita della possibilità di conseguirlo” (tra le altre, Cass. Civ. n. 21245).

Ma il danno da perdita di chances si è anche affermato nell’ambito della responsabilità medica, proprio in tutti quei casi in cui l’omissione di determinati atti terapeutici o di accertamento delle condizioni cliniche del paziente, se non è  certo che ne avrebbero determinato la guarigione, è tuttavia probabile che ne avrebbero aumentato appunto le chances, le possibilità di migliorare la propria condizione.

Miglioramento che certamente può consistere anche nel prolungamento, anche se di poco, delle aspettative di vita e del conseguente allontanamento temporale dell’evento morte.

La Corte di legittimità non ha mancato di precisare che “da una diagnosi esatta di una malattia ad esito ineluttabilmente infausto consegue che il paziente, oltre ad essere messo nelle condizioni per scegliere, se possibilità di scelta vi sia, “che fare” nell’ambito di quello che la scienza medica suggerisce per garantire la fruizione della salute residua fino all’esito infausto, è anche messo in condizione di programmare il suo essere persona e, quindi, in senso lato l’esplicazione delle sue attitudini psico-fisiche nel che quell’essere si esprime, in vista di quell’esito” (Cass. Civ. n. 23846 del 2008).

Proprio il carattere aleatorio ed evanescente del concetto di chance può determinare, in questa species di danno,  la con-fusione dei concetti di danno emergente e lucro cessante, ovvero dei concetti di lesione diretta e di mancato guadagno.

Ciò fa sorgere dei problemi nella determinazione del danno, proprio per la difficoltà nel quantificare con precisione la “mancata occasione”.

La giurisprudenza ha avuto modo di chiarire che per chance non va inteso un generico mancato guadagno (lucro cessante), bensì un’ipotesi di danno emergente, che si concretizza nella mancata possibilità di ottenere il risultato finale.

Il danneggiato però, al fine ottenere il risarcimento, dovrà provare che, alla base della sua possibilità di conseguire il risultato, vi erano delle effettive possibilità di successo.

Ovvero, di avere avuto una ragionevole probabilità di ottenere il bene della vita a cui si ambiva.

In tema di responsabilità medica civile, pertanto, secondo i classici canoni civilistici, il danneggiato dovrà provare che è più probabile che una tempestiva diagnosi non avrebbe determinato l’esito infausto per il paziente, ritardando l’evento morte o determinandone la guarigione.

“In presenza, dunque, di colpevoli ritardi nella diagnosi  di patologie ad esito infausto, l’area dei danni risarcibili non si esaurisce, nel pregiudizio recato alla integrità fisica del paziente (privato, in ipotesi, della possibilità di guarigione o, in alternativa, di una più prolungata – e qualitativamente migliore – esistenza fino all’esito fatale), ma include la perdita di un “ventaglio” di opzioni, con le quali affrontare la prospettiva della fine ormai prossima, ovvero “non solo l’eventuale scelta di procedere (in tempi più celeri possibili) all’attivazione di una strategia terapeutica, o la determinazione per la possibile ricerca di alternative d’indole meramente palliativa, ma anche la stessa decisione di vivere le ultime fasi della propria vita nella cosciente e consapevole accettazione della sofferenza e del dolore fisico (senza ricorrere all’ausilio di alcun intervento medico) in attesa della fine”, giacchè, tutte queste scelte “appartengono, ciascuna con il proprio valore e la propria dignità, al novero delle alternative esistenziali” (così Cass. Civ. ord. n. 7260/2018).

Del resto, anche il legislatore negli ultimi anni è intervenuto per dare risalto all’autodeterminazione dell’individuo, qualsiasi sia la sua condizione clinica. Si pensi al riguardo alla L. n. 38 del 2010 sull’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore, o alla L. n. 219 del 2017 sul consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento.

Con la risarcibilità della chance in ambito medico, si dà dunque rilievo non solo al bene vita e al bene salute, ma anche all’autodeterminazione del paziente, che deve essere sempre messo dinanzi alla possibilità o della guarigione o, comunque, dinanzi alla consapevolezza della propria condizione e aspettative di vita.

Come poi ha da ultimo ribadito la Sprema Corte, tutto ciò deve tradursi in un’attenta valutazione del danno subito dal paziente e in una altrettanto attenta valutazione della sua quantificazione.

Avv. Laura Bellanca

 

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CONGENDO DI MATERNITA’ DOPO IL PARTO: I CHIARIMENTI DELL’INPS

impianto di valvole cardiache

Come componente dell’equipe, il convenuto era tenuto ad un obbligo di diligenza concernente non solo le specifiche mansioni a lui affidate nell’impianto delle valvole cardiache, ma anche il controllo sull’operato e sugli errori altrui, in quanto tali rilevabili con l’ausilio delle comuni conoscenze del professionista medio

La vicenda

La vicenda trae origine da un intervento di sostituzione di due valvole, quella mitralica e quella aortica, impiantate nel ricorrente.

L’intervento sostitutivo era stato realizzato da una equipe medica specializzata, composta da tre medici.

Ad esso seguì un triennio scandito da numerosi accertamenti, più ricoveri, altri tre interventi chirurgici, alcune complicanze ed un lungo periodo di riabilitazione.

Ritenutili responsabili, per avere impiantato una valvola inadeguata in occasione dell’intervento, per le complicanze e i successivi interventi e ricoveri, il paziente citò in giudizio i tre chirurghi, unitamente all’Azienda Ospedaliera, al fine di sentirli condannare al risarcimento del danno biologico, del danno morale ed esistenziale e delle spese mediche, per un totale complessivamente quantificato in 438.412,57, euro, oltre al risarcimento del danno morale per Euro 73.568,00 ciascuno, subito dal coniuge e dai suoi due figli.

Il processo prima celebratosi davanti al giudice ordinario, poi in appello si concludeva nel merito con la condanna dell’ASL al pagamento in favore degli originari ricorrenti della somma complessiva di 54.000,00 euro.

Il ricorso per cassazione

Insoddisfatti dell’anzidetta pronuncia, il paziente danneggiato e i suoi familiari proponevano ricorso per Cassazione censurando la decisione impugnata per aver limitato la responsabilità del capo dell’equipe medica ai soli danni causati dal primo intervento chirurgico di sostituzione delle valvole difettose e non anche a quelli derivanti dai ricoveri e dagli interventi successivi.

E, il motivo è stato accolto.

A detta degli Ermellini, la corte territoriale aveva fatto malgoverno dei principi che regolano gli oneri probatori in materia di responsabilità sanitaria.

E invero, avendo i ricorrenti allegato e provato la ricorrenza di un inadempimento “qualificato” (ossia l’impianto di una valvola difettosa) tale da comportare di per sè, in assenza di fattori alternativi “più probabili”, la presunzione della derivazione dei successivi interventi e ricoveri dalla condotta inadempiente, spettava ai convenuti l’onere di fornire una prova idonea a superare tale presunzione secondo il criterio generale di cui all’art. 2697 c.c., comma 2 (Cass. sez. un., 11/1/2008, n. 577 e giurisprudenza successiva).

Sul paziente che agisce per il risarcimento del danno grava l’onere di provare la relazione causale che intercorre tra l’evento di danno e l’azione o l’omissione, mentre spetta alla controparte (medico o struttura sanitaria) dimostrare il sopravvenire di un evento imprevedibile ed inevitabile secondo l’ordinaria diligenza. Nella fattispecie, essendo rimasta oscura la causa degli interventi successivi al primo, spettava ai convenuti dimostrare il verificarsi di una causa imprevedibile ed inevitabile che aveva reso necessari gli ulteriori interventi sulle valvole impiantate alla paziente (Cass. 26/07/2017, n. 18392; Cass. 07/12/2017, n. 29315; Cass. 19/07/2018, n. 19204).

La responsabilità del componente dell’equipe medica

Tra gli altri motivi, i ricorrenti contestavano la decisione della corte d’appello anche nella parte in cui escludeva la responsabilità di uno dei componenti l’equipe medica con la seguente motivazione: “pur facendo parte dell’equipe chirurgica, non è dimostrato che avesse consapevolezza della provenienza e delle irregolarità dell’acquisto delle valvole, di talchè poteva ragionevolmente confidare nell’idoneità della valvola impiantata”.

Anche questo motivo è stato accolto.

Ed invero, la corte d’appello aveva fatto erronea applicazione dell’art. 1218 c.c., in base al quale il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno se non prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile; con la precisazione che ad essere in contestazione – nel caso di specie – non era la corretta esecuzione o meno dell’operazione medico-chirurgica di installazione della protesi, ma piuttosto di quali fossero gli obblighi di diligenza e di prudenza esistenti a carico di ciascun componente dell’equipe medica, a fronte della scelta di impiantare quella specifica valvola, risultata difettosa.

Dunque, come componente dell’equipe, in applicazione della consolidata giurisprudenza di legittimità, il convenuto era tenuto ad un obbligo di diligenza concernente non solo le specifiche mansioni a lui affidate, ma anche il controllo sull’operato e sugli errori altrui, in quanto tali rilevabili con l’ausilio delle comuni conoscenze del professionista medio.

Del resto tale principio è stato di recente confermato dalla giurisprudenza di legittimità: “Dal professionista che faccia parte sia pure in posizione di minor rilievo di una equipe si pretende pur sempre una partecipazione all’intervento chirurgico non da mero spettatore ma consapevole e informata, in modo che egli possa dare il suo apporto professionale non solo in relazione alla materiale esecuzione della operazione, ma anche in riferimento al rispetto delle regole di diligenza e prudenza ed alla adozione delle particolari precauzioni imposte dalla condizione specifica del paziente che si sta per operare” (Cass. 29/01/2018, n. 2060).

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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FALSE CERTIFICAZIONI DI VACCINAZIONI MAI EFFETTUATE: MEDICO INDAGATO

senzatetto

Senzatetto lasciato morire in una barella d’ospedale: le figlie chiedono il risarcimento del danno ma il Tribunale di Roma glielo nega dal momento che quest’ultime non avevano alcun rapporto, neppure di frequentazione sporadica col padre

La vicenda

Nel 2005 una donna aveva segnalato la presenza di un uomo giacente in strada, in stato di pericolo: si trattava di un senzatetto; di li a poco sopraggiungeva l’ambulanza che trasportava l’uomo all’ospedale vicino; una volta barellato, gli addetti del 118 lasciavano il paziente nell’atrio.

Eppure si trattava di paziente non in condizione di deambulare autonomamente; avrebbe, perciò, dovuto essere condotto nella sala triage per il rilevamento dei parametri vitali e conseguente assegnazione del codice di gravità.

Dopo qualche tempo, l’’infermiera di turno addetta al servizio di triage, si avvicinava alla barella sulla quale giaceva il senzatetto e rimaneva vicino a lui per qualche istante senza mai toccarlo né tanto meno rilevarne i parametri vitali.

Successivamente gli veniva assegnato un codice bianco “ovvero quello che si assegna ai soggetti che non presentano condizioni di urgenza e non necessitano di interventi di urgenza”.

Cosicché l’uomo trascorreva la notte sulla lettiga senza che mai nessun medico o paramedico lo avesse visitato; soltanto la mattina seguente, introdotto nella sala triage i medici e paramedici poterono constatare il suo decesso, probabilmente causato da un’insufficienza cardio-respiratoria d’origine settica a seguito di broncopolmonite considerato che l’uomo già soffriva di ulteriori patologie” .

La richiesta di risarcimento del danno

A seguito del processo penale a carico dei medici e infermieri dell’ospedale, condannati in primo grado, le figlie della vittima agivano dinanzi al Tribunale di Roma al fine di ottenere il risarcimento di tutti i danni patiti dalla perdita del proprio congiunto.

In materia di risarcimento danni da interruzione del rapporto parentale, la giurisprudenza di legittimità ha avuto, più volte, modo di chiarire che “la natura del danno da perdita del rapporto parentale, che deve essere allegato e provato specificamente dal danneggiato ex art. 2697 c.c., rappresenta un peculiare aspetto del danno non patrimoniale, distinto dal danno morale e da quello biologico, con i quali concorre a compendiarlo, e consiste non già nella mera perdita delle abitudini e dei riti propri della quotidianità, bensì nello sconvolgimento dell’esistenza, rivelato da fondamentali e radicali cambiamenti dello stile di vita (v. Cassazione sez. III, 20 agosto 2015, n. 16992)”.

Ebbene, “in caso di perdita definitiva del rapporto matrimoniale e parentale, ciascuno dei familiari superstiti ha diritto ad una liquidazione comprensiva di tutto il danno non patrimoniale subìto, in proporzione alla durata e intensità del vissuto, nonché alla composizione del restante nucleo familiare in grado di prestare assistenza morale e materiale, avuto riguardo all’età della vittima e a quella dei familiari danneggiati, alla personalità individuale di costoro, alla loro capacità di reazione e sopportazione del trauma” (si veda Cassazione sez. L, n. 14655 del 13/06/2017 m. 645856 – 01).

La giurisprudenza ha anche precisato che tutte le circostanze del caso concreto (come sopra elencate) – idonee a consentire al giudice di compiere un’adeguata personalizzazione del danno – devono essere “allegate e provate (anche presuntivamente, secondo nozioni di comune esperienza) da parte di chi agisce in giudizio”.

A questo doppio onere probatorio, gli attori non avevano assolto.

In passato, sempre sul tema della prova in concreto del danno non patrimoniale da rottura del legame familiare, la Suprema Corte ha categoricamente escluso la possibilità di accordarne il riconoscimento ai familiari del defunto, sia pure su base equitativa o per presunzioni, laddove il pregiudizio non fosse stato dedotto in modo sufficientemente specifico o dimostrato in modo adeguato.

Difatti, il danno non patrimoniale patito dal prossimo congiunto di persona deceduta in conseguenza del fatto illecito del terzo, in quanto danno “diverso ed ulteriore rispetto alla sofferenza morale”, non può essere considerato in re ipsa e “non può ritenersi sussistente per il solo fatto che il superstite lamenti la perdita delle abitudini quotidiane, essendo necessaria la dimostrazione di fondamentali e radicali cambiamenti dello stile di vita, che è onere dell’attore allegare e provare; e … tale onere di allegazione … va adempiuto in modo circostanziato, non potendo risolversi in mere enunciazioni generiche, astratte od ipotetiche”.

La decisione

Venendo al caso in esame, dall’istruttoria era chiaramente emerso che tra le parti non sussisteva alcun legame e mai negli ultimi anni di vita del povero clochard vi era stata una pur minima ma apprezzabile e durevole frequentazione con le figlie.

Queste ultime, dunque, a detta del Tribunale di Roma avevano invocato una mera “pretesa da posizione” senza che essa fosse stata sostanziata di alcuno dei profili (sconvolgimento interiore, alterazione delle relazioni, frequentazioni affettive etc.) che sostanziano l’in sé del cd. danno parentale.

Invero, trattasi di un danno che, come dai giudici di legittimità evidenziato “va al di là del crudo dolore che la morte in sé di una persona cara provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono, concretandosi esso nel vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell’ambito della famiglia e sulla inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana nell’ambito di quella peculiare formazione sociale costituita dalla famiglia, la cui tutela è ricollegabile agli artt. 2, 29 e 30 Cost., nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti, danno che può presumersi allorquando costoro siano legati da uno stretto vincolo di parentela, ipotesi in cui la perdita lede il diritto all’intangibilità della sfera degli affetti reciproci e della scambievole solidarietà che caratterizza la vita familiare nucleare” (cfr., ex multis, Cass. 16/3/2012, n. 4253; Cass. 14/6/2016, n. 12146; Cass. 15/2/ 2018, n. 3767)

La domanda è stata, perciò, respinta, anche al fine di evitare meri automatismi risarcitori.

La redazione giuridica

 

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DANNO PATRIMONIALE DA PERDITA DEL RAPPORTO PARENTALE. IL CASO

prova scientifica

Con la sentenza in commento, la Corte di Cassazione ha ricostruito i principi che, secondo diritto vivente, governano l’apprezzamento giudiziale della prova scientifica da parte del giudice di merito, in particolar modo in ambito di responsabilità medica

Il sapere scientifico costituisce un indispensabile strumento, posto al servizio del giudice di merito; ed infatti, non di rado, la soluzione dei casi, nei processi ove assume rilievo l’impiego della prova scientifica, viene a dipendere dall’affidabilità delle informazioni che, attraverso l’indagine di periti e consulenti, penetrano nel processo.

Il giudice deve, pertanto, dar conto dell’affidabilità delle basi scientifiche del proprio ragionamento, soppesando l’imparzialità e l’autorevolezza scientifica dell’esperto che trasferisce nel processo conoscenze tecniche e saperi esperienziali.

Ugualmente non di rado, nei processi in cui assume rilevanza l’analisi della prova tecnico-scientifica, ci si può trovare di fronte a casi caratterizzati dalla contrapposizione di orientamenti in seno alla stessa comunità scientifica di riferimento.

In questi casi, soccorre l’espletamento della perizia dibattimentale.

La giurisprudenza di legittimità ha da tempo, osservato che la perizia deve essere disposta allorché occorrano competenze che esulano dal patrimonio conoscitivo del cosiddetto uomo medio, rispetto ad un dato momento storico e ad uno specifico contesto sociale (Sez. 1, sentenza n. 11706 del 1993, Rv. 196075).

Iudex peritus peritorum

Essa rappresenta un indispensabile strumento euristico, rispetto al quale al giudice è attribuito il ruolo di peritus peritorum.

In realtà, detta locuzione, secondo le indicazioni di ordine metodologico espresse dalla giurisprudenza sopra richiamata, non autorizza affatto il giudicante ad intraprendere un percorso avulso dal sapere scientifico, né a sostituirsi agli esperti ignorando i contributi conoscitivi di matrice tecnico-scientifica. Il ruolo di peritus peritorum impone, di converso, al giudice a individuare, con l’aiuto dell’esperto, il sapere accreditato che può orientare la decisione.

Il giudice, cioè, deve esaminare le basi fattuali sulle quali le argomentazioni del perito sono state condotte; l’ampiezza, la rigorosità e l’oggettività della ricerca; l’attitudine esplicativa dell’elaborazione teorica nonché il grado di consenso che le tesi sostenute dall’esperto raccolgono nell’ambito della comunità scientifica (Sez. 4, n. 18678 del 14.3.2012, Rv. 252621).

La vicenda

Il caso oggetto della sentenza in commento trae origine dalla denuncia presentata in riferimento al reato di lesioni colpose, cagionate ad una neonata al momento del parto dal medico ostetrico di turno.

Tali lesioni si sarebbero concretate nella paralisi dell’arto superiore sinistro, con indebolimento permanente della funzione prensoria.

Ciò in quanto il medico non aveva rilevato i segni indicatori di una distocia di spalla, omettendo la relativa diagnosi; aveva perciò, omesso di porre in essere le condotte doverose ed aveva esercitato trazioni eccessive ed improvvide sul feto determinando le predette lesioni all’arto superiore sinistro.

Pareri tecnici discordanti a confronto

Nel corso dell’istruttoria dibattimentale ci si era trovati di fronte a contrapposte opinioni medico scientifiche sostenute dai consulenti tecnici di parte, in ordine alla riferibilità delle lesioni alla condotta del medico; di talché la corte d’appello adita aveva disposto il rinnovo dell’istruttoria dibattimentale, funzionale all’espletamento di perizia collegiale.

Sulla scorta delle indicazioni espresse dal collegio peritale, la Corte distrettuale aveva quindi potuto affermare l’accertata sussistenza del nesso di derivazione causale tra l’omissione ascritta all’imputato e l’evento lesivo.

Importante è allora domandarsi come avviene il giudizio di verifica ed imputazione causale dell’evento?

Si tratta – spiegano i giudici della Suprema Corte – di un giudizio predittivo, sia pure riferito al passato: il giudice si interroga su ciò che sarebbe accaduto se l’agente avesse posto in essere la condotta che gli veniva richiesta.

Con particolare riferimento alla casualità omissiva – che viene in rilievo nel caso di specie – la giurisprudenza di legittimità ha enunciato il suo carattere condizionalistico, indicando il seguente itinerario probatorio: il giudizio di certezza del ruolo salvifico della condotta omessa si fonda anche sull’analisi della caratterizzazione del fatto storico, da effettuarsi ex post sulla base di tutte le emergenze disponibili, e culmina nel giudizio di elevata “probabilità logica”.

In altre parole, il giudice di merito deve sviluppare un ragionamento esplicativo che si confronti adeguatamente con le particolarità della fattispecie concreta, chiarendo che cosa sarebbe accaduto se fosse stato posto in essere il comportamento richiesto all’imputato dall’ordinamento.

Omicidio colposo

Quanto alle ipotesi di omicidio colposo, la giurisprudenza consolidata ha già rilevato che sussiste il nesso di causalità tra l’omessa adozione da parte del medico specialistico di idonee misure atte a rallentare il decorso della patologia acuta, colposamente non diagnosticata, ed il decesso del paziente, quando risulta accertato, secondo il principio di controfattualità – condotto sulla base di una generalizzata regola di esperienza o di una legge scientifica, universale o statistica – che la condotta doverosa avrebbe inciso positivamente sulla sopravvivenza del paziente, nel senso che l’evento non si sarebbe verificato ovvero si sarebbe verificato in epoca posteriore o con minore intensità lesiva.

Ebbene, nel caso in esame era stato compiutamente accertato che il sanitario non aveva effettuato le manovre codificate dalle leges artis, contenute nelle linee guida di riferimento; e che, anzi, egli non aveva posto in essere alcuna delle prescritte manovre di emergenza, realizzando una condotta che giudici avevano qualificato come “gravemente imperita”.

Sul punto, la Corte di Appello aveva evidenziato che le linee guida di riferimento imponevano specifiche manovre che l’imputato aveva frontalmente omesso di attuare; e che erano state realizzate diverse manovre, del tutto inappropriate rispetto alla situazione concreta.

La responsabilità medica dopo la riforma

Come noto, il tema della responsabilità dell’esercente la professione sanitaria, per i reati di omicidio colposo e di lesioni colpose, è stato oggetto di un recente e ulteriore intervento normativo, con il quale il legislatore ha posto mano nuovamente alla materia della responsabilità sanitaria, anche in ambito penale.

Il riferimento è alla L. 8 marzo 2017, n. 24, recante Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie; e, segnatamente, all’art. 6, della citata L. n. 24 del 2017, che ha introdotto l’art. 590 sexies c.p., rubricato Responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario.

Le Sezioni Unite della Cassazione (Sez. U., sentenza n. 8770 del 21.12.2017) hanno ricostruito la portata precettiva della disposizione di cui all’art. 590 sexies c.p., ove è stabilito che qualora l’evento si sia verificato a causa di imperizia, la punibilità è esclusa quando sono “rispettate” le raccomandazioni previste dalle linee guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto.

Ebbene, l’errore medico può cadere tanto sulla scelta delle linee guida tanto nella fase esecutiva delle raccomandazioni contenute nelle linee guida adeguate al caso di specie; con la precisazione che «l’errore non punibile non può, però, alla stregua della novella del 2017, riguardare la fase della selezione delle linee guida perché, dipendendo il “rispetto” di esse dalla scelta di quelle “adeguate”, qualsiasi errore sul punto, dovuto a una qualsiasi forma di colpa generica, porta a negare l’integrazione del requisito del “rispetto”».

In conclusione, «l’accertata inosservanza delle raccomandazioni contenute nelle linee guida ed anzi l’esecuzione di manovre del tutto inadeguate rispetto al caso di specie, da parte dell’imputato, esclude l’applicabilità dei richiamati interventi normativi, in tema di responsabilità sanitaria, secondo le indicazioni offerte dal diritto vivente».

La redazione giuridica

 

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morta di legionella

Raggiunto un accordo transattivo tra l’Azienda Ulss 5 Polesana e i familiari di una donna morta di legionella presso il nosocomio di Rovigo

Si sarebbe concluso con un accordo transattivo il contenzioso tra l’Azienda Ulss 5 Polesana e i familiari di una donna morta di legionella nel 2009. A darne notizia la Voce di Rovigo, che ripercorre la vicenda così come ricostruita nel corso del procedimento.

La signora era stata ricoverata presso la Divisione di Pneumologia dell’Ospedale di Rovigo a fine settembre 2009 per febbre e dispnea ingravescenti. Nel primo periodo di degenza le sarebbero state riscontrate prevalentemente toracoalgie in assenza di rialzo termico. Poi, a circa quindici giorni di distanza dall’ingresso in struttura era comparsa una punta febbrile. Le sarebbe quindi stata somministrata una terapia antibiotica, cambiata dopo qualche giorno.

Il 22 ottobre 2009 la paziente venne trasferita presso il Reparto di Rianimazione con una diagnosi di insufficienza respiratoria da polmonite da legionella. Nel giro di una settimana sopraggiunse il decesso.

I parenti, ipotizzando la sussistenza di una responsabilità della struttura sanitaria, hanno avviato un giudizio civile davanti al Tribunale di Rovigo.

La consulenza tecnica d’ufficio disposta dai giudici avrebbe confermato quanto sostenuto dalla famiglia, ovvero la corrispondenza tra i profili genomici della Legionella Pneumophila isolata dai prelievi eseguiti sulla paziente e i profili genomici dei tre ceppi isolati dall’impianto idrico della Divisione di Pneumologia del Presidio Ospedaliero di Rovigo, peraltro proprio nella stanza in cui era ricoverata la paziente.

L’Azienda ospedaliera, sulla base della fondatezza delle tesi dell’accusa avrebbe quindi accelerato le trattative per una transazione. Alla fine si è giunti a un’intesa. Alla famiglia, secondo quanto riferisce la Voce di Rovigo, andranno circa 500mila euro.

 

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MORTO DOPO UN INTERVENTO CHIRURGICO, ASSISTENTE ORTOPEDICO A GIUDIZIO

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danni cerebrali irreversibili

La vittima è un ragazzo di 32 anni che ha subito danni cerebrali irreversibili alla nascita causati, secondo la perizia medico legale,  da un ritardo nell’espletamento del parto cesareo

La Corte di appello di Bari ha disposto un risarcimento di 4,6 milioni di euro a un 32enne rimasto tetraplegico alla nascita. I Giudici hanno riconosciuto la colpa medica nella gestione del parto, avvenuto nel 1987 presso l’Ospedale Umberto I di Altamura. Una condotta che, secondo l’accusa, avrebbe determinato danni cerebrali irreversibili al neonato.

La vicenda è riportata dalla Gazzetta del Mezzogiorno. I familiari si rivolsero alla giustizia quando il bambino aveva 9 anni. La sentenza della Corte territoriale arriva dunque a distanza di 23 anni dall’avvio della causa. Decisiva, ai fini della pronuncia, la consulenza medico legale effettuata in primo grado.

L’esperto incaricato dal Tribunale ha infatti ricondotto all’operato del personale sanitario del reparto di ostetricia le gravi patologie del giovane. Tra queste: tetraparesi spastica, ritardo mentale medio e gravi disturbi neurologici del linguaggio.

In particolare, come riferisce la Gazzetta del Mezzogiorno, i medici “non provvidero tempestivamente ad effettuare un taglio cesareo”. In tal modo “ritardando e complicando il travaglio dell’espletamento del parto con un tentativo di parto vaginale” avrebbero provocato “uno stato di sofferenza fetale con ipossia perinatale”.

Dopo la somministrazione della ossitocina per indurre il travaglio, si “decise di tentare l’espletamento del parto per via vaginale con l’uso del forcipe, fallendo”. Il cesareo sarebbe infine stato praticato “con un ritardo di almeno 90 minuti, ma più verosimilmente di 120-150 minuti, rispetto alla decisione iniziale”. Sempre in base alla perizia, inoltre, la madre era un soggetto a rischio e il taglio cesareo si sarebbe dovuto disporre sin da subito.

Da qui la decisione della Corte territoriale a favore del danneggiato, privato di una normale vita di relazioni. Il ragazzo oggi è costretto a trascorre la sua esistenza tra continui ricoveri e terapie.

 

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ISCHEMIA AL TESTICOLO DESTRO DURANTE L’INTERVENTO, GIOVANE RISARCITO

anche il padre va risarcito per la nascita indesiderata

Anche il padre ha diritto ad essere risarcito per il c.d. danno da nascita indesiderata a nulla rilevando il fatto che il contratto relativo alla prestazione di cure tese a garantire il corretto decorso della gravidanza sia stato stipulato solo tra la gestante e la struttura sanitaria

Con la Sentenza n. 10812 depositata il 18 aprile 2019 gli Ermellini si sono occupati di un complicato caso di malpractice medica che risale agli anni ’90.

I fatti di causa

A seguito di un travagliato iter giudiziario nel 2014, la Corte d’Appello di Caltanissetta, in parziale riforma della pronunzia del giudice di prime cure, accoglie parzialmente la domanda di risarcimento di una coppia di coniugi siciliani per i danni neonatali sofferti da loro figlia durante il parto.

La Corte Territoriale ravvisa la responsabilità del medico di turno il giorno del parto presso la divisione di ostetricia e ginecologia dell’ospedale per non aver sottoposto la partoriente a tutti gli esami strumentali per accertare la grave sofferenza del feto e le condizioni dell’altro, trattandosi di parto gemellare, e per trasferire quindi la puerpera rapidamente presso un’altra struttura attrezzata con un’unità di terapia intensiva prenatale.

I genitori propongono ricorso per cassazione avverso la sentenza adducendo una serie di doglianze tra le quali la circostanza che la Corte territoriale avesse escluso la legittimazione contrattuale del padre, che non aveva ottenuto alcun risarcimento pur dovendo far fronte alle costose cure di cui necessitava la figlia. Tale obiezione è stata accolta dalla Corte di Cassazione assieme agli altri motivi.

Rapporto tra condotta del medico e danno

Nella complessa ed articolata decisione in esame la Cassazione ha ricostruito con metodo analitico l’evoluzione della giurisprudenza della Corte di Cassazione in tema di responsabilità delle strutture sanitarie ex se e per fatto dell’ausiliario, osservando che la struttura sanitaria risponde a titolo contrattuale dei danni patiti dal paziente: a) per fatto proprio, ex art. 1218 c.c., ove tali danni siano dipesi dall’inadeguatezza della struttura; b) per fatto altrui, ex art. 1228 c.c., ove siano dipesi dalla colpa dei sanitari di cui essa si avvale (cfr. Cass., 3/2/2012, n. 1620; Cass., Sez. Un., 11/1/2008, n. 577; Cass., 13/4/2007, n. 8826; Cass., 24/5/2006, n. 12362).

Precisa, inoltre, che il rapporto in virtù del quale il debitore è chiamato a rispondere non può essere distinto tra comportamento doloso ovvero colposo del soggetto agente.
In tale ambito, la struttura sanitaria risponde direttamente di tutte quelle ingerenze dannose che al dipendente o al terzo preposto, della cui opera comunque si è avvalso, sono state rese possibili dalla posizione conferitagli rispetto al creditore/danneggiato, ovvero dei danni che ha potuto arrecare in virtù di quel particolare contatto cui è risultato esposto nei suoi confronti il creditore.

Sussiste la responsabilità diretta della struttura sanitaria nel caso in cui l’evento dannoso, come nel caso de quo, debba essere ricondotto alla condotta colposa posta in essere, anche a insaputa della stessa, dal medico, della cui attività essa si è comunque avvalsa per l’adempimento della propria obbligazione contrattuale (cfr. Cass., 27.8.2014, n. 18304).

In altri termini, confermata la validità del principio causale puro (c.d. all or nothing), non essendo ammissibile la comparazione tra causa umana imputabile e causa naturale non imputabile ma solo tra comportamenti umani colposi (v. Cass., 21/7/2011, n. 15991, e conformemente Cass., 6/5/2015, n. 8995; Cass., 29/2/2016, n. 2893; Cass., 20/11/2017, n. 27254; Cass., 21/8/2018, n. 20829; Cass., 21/8/2018, n. 20836), deve nel caso ribadirsi che la valutazione equitativa attiene propriamente non già all’accertamento del fatto costitutivo del danno risarcibile, e in particolare ad uno degli elementi della struttura dell’illecito e dell’inadempimento qual è – unitamente alla condotta e all’evento – il nesso di causalità, bensì alla – logicamente successiva (all’accertamento dell’an dell’illecito o dell’inadempimento) – fase della determinazione del quantum (art. 1226 c.c.) del danno-conseguenza risarcibile.

La responsabilità contrattuale del medico e della struttura sanitaria è configurabile anche relativamente ai soggetti terzi

Gli Ermellini hanno  già avuto modo di affermare, che la responsabilità contrattuale del medico e della struttura sanitaria oltre che nei confronti del paziente è configurabile anche relativamente ai soggetti terzi cui si estendono gli effetti protettivi del contratto, e in particolare ai prossimi congiunti, tra cui il padre, anche se il contratto sia stato stipulato tra una gestante e una struttura sanitaria e/o un medico, avente in particolare ad oggetto la prestazione di cure finalizzate a garantire il corretto decorso della gravidanza (cfr. Cass., 11/05/2009, n. 10741; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., 22/7/2004, n. 13634. Con riferimento al danno c.d. da nascita indesiderata scaturente dalla mancata rilevazione di malformazioni congenite del concepito, cfr. altresì, da ultimo, Cass., 21/8/2018, n. 20829; Cass., 29/1/2018, n. 2070; Cass., 2/10/2012, n. 16754; Cass., 2/2/2010, n. 2354).
Va per altro verso posto in rilievo che come la Suprema  Corte ha già avuto modo di porre in rilievo, la relazione materiale designa invero il derivare di un evento da una condotta (dolosa o) colposa, dovendo propriamente qualificarsi come nesso di causalità (non già meramente materiale bensì) giuridica quantomeno in ragione dell’essere essa rilevante per il diritto (v. Cass., 29/2/2016, n. 3893. Cfr. altresì quanto al riguardo sostanzialmente adombrato da Cass., 21/7/2011, n. 15991), il (successivo) diverso ed autonomo momento della determinazione del risarcimento dovuto attiene in realtà propriamente non già al piano della c.d. causalità equitativo-proporzionale (“apportioment of liability”) (in argomento v. Cass., 16/1/2009, n. 975) bensì a quello dei criteri di delimitazione dell’ambito del danno risarcibile, come risulta confermato (anche) dall’interpretazione che riceve l’art. 1223 c.c..

Tale norma (richiamata dall’art. 2056 c.c.) viene infatti ormai da tempo -in accordo con la dottrina – dalla giurisprudenza di legittimità intesa come da riferirsi non solo alle conseguenze dal danno evento derivanti in via immediata e diretta, ma anche quelle mediate ed indirette (v. Cass., 19/1/1999, n. 475; Cass., 9/5/2000, n. 5913; Cass., 16/2/2001, n. 2335; Cass., Sez. Un., 1/7/2002, n. 9556; Cass., 19/8/2003, n. 12124; Cass., 4/7/2006, n. 15274. E già Cass., 6/5/1966, n. 1173; nonché, da ultimo, Cass., 22/10/2013, n. 23915), facendosi in particolare ricorso al criterio della regolarità causale e considerando risarcibili i danni rientranti nel novero delle conseguenze normali ed ordinarie del fatto (v. Cass., 20/10/2014, n. 22225; Cass., 12/2/2014, n. 3207; Cass., 24/4/2012, n. 6474; Cass., 16/6/2011, n. 13179; Cass., 23/12/2010, n. 26042; Cass., Sez. Un., 11/1/2008, n. 576; Cass., 31/5/2003, n. 8828; Cass., 1/12/1998, n. 12195; Cass., 11/11/1986, n. 6607. E già Cass., 9/4/1963, n. 910), nell’avvertita la necessità di non lasciare priva di ristoro l’ipotesi in cui l’evento lesivo sia conseguenza necessitata del fatto lesivo quand’anche statisticamente anomalo, sicché il criterio della prevedibilità va distinto da quello della normalità delle conseguenze (v. Cass., 29/2/2016, n. 3893).

Come gli Ermellini hanno già avuto occasione di porre in rilievo, la norma di cui all’art. 1223 c.c., si risolve in realtà nell’indicazione di un mero criterio (da utilizzarsi unitamente a quelli posti agli artt. 1225, 1226, 1227 e 2056 c.c.) di delimitazione dell’ambito del danno risarcibile (cfr. già Cass., 15/10/1999, n. 11629) causalmente ascritto alla (“cagionato” dalla) condotta qualificata dalla colpa (o dal dolo) del soggetto responsabile, non essendovi necessariamente coincidenza tra danno arrecato e danno risarcibile (v. Cass., 29/2/2016, n. 3893, ove si pone in rilievo come la stessa richiamata Cass., 21/7/2011, n. 15991 faccia a tale significato in realtà sostanzialmente riferimento laddove evoca la “selezione del pregiudizi risarcibili”).

I criteri per delimitare la giuridica rilevanza delle conseguenze dannose

Si tratta allora di delineare i criteri valevoli a delimitare la giuridica rilevanza delle conseguenze dannose eziologicamente derivanti dal danno evento costituenti integrazione del rischio specifico posto in essere dalla condotta (dolosa o) colposa del debitore/danneggiante, che a tale stregua solo a carico del medesimo, e non anche sul creditore/danneggiato, debbono conseguentemente gravare.
Se ci si trova in presenza di danni conseguenza, come ad esempio l’aggravamento o la morte, costituenti effetto delle eccezionali condizioni personali del danneggiato ovvero del fatto successivo del terzo e in particolare del medico, non può invero pervenirsi a ridurre o escludere anche il relativo risarcimento in favore della vittima.

II danneggiato rimane infatti agli stessi specificamente esposto in conseguenza dell’antecedente causale determinato dalla condotta colposa o dolosa del debitore/danneggiante, quest’ultimo dovendo pertanto risponderne sul piano risarcitorio.

Un po’ diverso è il caso in cui, come nella fattispecie caso de quo, ci si trovi in presenza di un pregresso fattore naturale non legato all’altrui condotta colposa da un nesso di interdipendenza causale.
Secondo gli Ermellini, infatti, nel caso in cui un pregresso fattore naturale non imputabile venga individuato quale antecedente che, pur privo di interdipendenza funzionale con l’accertata condotta colposa del sanitario, sia dotato di efficacia concausale nella determinazione dell’unica e complessiva situazione patologica riscontrata, a esso non può attribuirsi rilievo sul piano della ricostruzione della struttura dell’illecito, e in particolare dell’elemento del nesso di causalità tra tale condotta e l’evento dannoso.

Appartiene, infatti, ad una serie causale del tutto autonoma rispetto a quella in cui quest’ultima si inserisce.
Allo stesso può assegnarsi rilevanza unicamente sul piano della determinazione equitativa del danno, e conseguentemente pervenirsi, sulla scorta di una valutazione da effettuarsi, in difetto di qualsiasi automatismo riduttivo, con ragionevole e prudente apprezzamento di tutte le circostanze del caso concreto, alla delimitazione del quantum del risarcimento dovuto dal responsabile (cfr. Cass., 29.2.2016, n. 3893).

Il principio causale puro

In altri termini, confermata la validità del principio causale puro (c.d. all or nothing), non essendo ammissibile la comparazione tra causa umana imputabile e causa naturale non imputabile ma solo tra comportamenti umani colposi (v. Cass., 21/7/2011, n. 15991, e conformemente Cass., 6/5/2015, n. 8995; Cass., 29/2/2016, n. 2893; Cass., 20/11/2017, n. 27254; Cass., 21/8/2018, n. 20829; Cass., 21/8/2018, n. 20836), deve nel caso ribadirsi che la valutazione equitativa attiene propriamente non già all’accertamento del fatto costitutivo del danno risarcibile, e in particolare ad uno degli elementi della struttura dell’illecito e dell’inadempimento qual è – unitamente alla condotta e all’evento – il nesso di causalità, bensì alla – logicamente successiva (all’accertamento dell’an dell’illecito o dell’inadempimento) – fase della determinazione del quantum (art. 1226 c.c.) del danno-conseguenza risarcibile.

Quindi, secondo la Corte, al fattore naturale non imputabile privo di interdipendenza funzionale con l’accertata condotta colposa del sanitario, ma dotato di efficacia concausale nella determinazione dell’unica e complessiva situazione patologica riscontrata, non può attribuirsi rilievo sul piano della ricostruzione del nesso di causalità tra detta condotta e l’evento dannoso, appartenendo a una serie causale del tutto autonoma rispetto a quella in cui si inserisce la condotta del sanitario, bensì unicamente sul piano della determinazione equitativa del danno, potendosi così pervenire – sulla base di una valutazione da effettuarsi, in difetto di qualsiasi automatismo riduttivo, con ragionevole e prudente apprezzamento di tutte le circostanze del caso concrete – solamente a una delimitazione del quantum del risarcimento.

La responsabilità contrattuale del medico e della struttura sanitaria, oltre che nei confronti del paziente – asseriscono gli Ermellini – è configurabile anche relativamente ai soggetti terzi cui si estendono gli effetti protettivi del contratto, e in particolare ai prossimi congiunti, tra cui anche il padre, anche qualora il contratto sia stato stipulato tra una gestante e una struttura sanitaria e/o un medico, avente in particolare ad oggetto la prestazione di cure finalizzate a garantire il corretto decorso della gravidanza”.

La Suprema Corte ha quindi disposto la cassazione della sentenza con rinvio alla Corte d’Appello di Caltanissetta che, in diversa composizione, dovrà procedere a un nuovo esame dei motivi accolti, tra cui quello relativo alla legittimazione del papà.

Avv. Maria Teresa De Luca

 

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