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malasanità

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reazione allergica

Riconosciuta, in secondo grado di giudizio, la pretesa risarcitoria dei familiari di un uomo deceduto nel 2011 in seguito a una reazione allergica. Secondo i periti la somministrazione di adrenalina in via intramuscolare da parte dei soccorritori avrebbe potuto salvargli la vita 

Morì per una reazione allergica nel giugno del 2011. Nelle scorse ore la Corte di appello di Firenze, ribaltando la sentenza di primo grado, ha condannato l’Asl a risarcire i familiari della vittima. La cifra è pari  a un milione e mezzo di euro, a cui si aggiungono circa 100mila euro di spese legali.

La vicenda è ricostruita dal Tirreno. L’uomo, un 58enne lucchese, aveva dei dolori alla zona lombare. Il medico curante, in visita domiciliare, gli aveva quindi somministrato un antidolorifico tramite iniezione. Di li a poco si sarebbe manifestata una reazione allergica caratterizzata da rigonfiamento della faccia, del palato e della lingua, oltre che da respiro affannoso.

I familiari quindi avevano allertato il 118 e il paziente era stato trasportato in ospedale.

In quel lasso di tempo, il medico di bordo dell’ambulanza avrebbe praticato al paziente una terapia cortisonica in parte in vena e in parte con soluzione fisiologica. Non avrebbe invece somministrato adrenalina in via intramuscolare. Tale circostanza è stata confermata dai consulenti incaricati da due diversi giudici.

Subito dopo l’arrivo in pronto soccorso era stato chiesto l’intervento del rianimatore che aveva provveduto all’intubazione. Poco dopo, tuttavia, l’uomo era andato in arresto circolatorio ed era finito in coma. Sarebbe deceduto dopo circa un mese senza aver mai più ripreso conoscenza.

I familiari, supportati dalla perizia di parte di un anatomopatologo, avevano avviato una causa civile lamentando negligenze del personale sanitario nella prima fase di gestione del paziente. Dopo un tentativo fallito di mediazione con la Asl  per ottenere un risarcimento in via stragiudiziale e dopo lo svolgimento di due consulenze d’ufficio si era giunti alla sentenza di primo grado. Nonostante i pareri concordi dei medici legali il Tribunale civile aveva rigettato la domanda risarcitoria, condannando la famiglia a pagare anche 20mila euro di spese legali.

La Corte territoriale del capoluogo di provincia toscana ha invece ritenuto di aderire alla conclusioni degli esperti, ribaltando la pronuncia di primo grado e riconoscendo le responsabilità dell’Asl nel decesso del 58enne.

 

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CASERTA, 500MILA EURO AI FAMILIARI DI UNA DONNA DECEDUTA DOPO IL RICOVERO

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epatite c

Il paziente, sottoposto a un intervento chirurgico, aveva contratto l’epatite C nel 1989 ed era deceduto dopo venti anni per un epatocarcinoma

Nel 1989 contrasse l’epatite C in seguito a una trasfusione di sangue infetto. Ora lo Stato dovrà versare ai suoi eredi una cifra complessivamente pari a 850mila euro. Lo ha stabilito una sentenza del Tribunale di Napoli che ha condannato il Ministero della Salute riconoscendone le responsabilità e determinando l’entità del risarcimento.

Sulla vicenda è intervenuto con parere positivo il Tribunale amministrativo regionale della Campania cha ha dato esecuzione al pagamento della quota spettante alla coniuge del malato, nel frattempo deceduto. La somma ammonta a 240 mila euro.

L’uomo, come ricostruisce il Mattino, era stato ricoverato presso l’ospedale di Maddaloni nel Casertano per essere sottoposto a un intervento chirurgico. Dopo l’operazione si era resa necessaria una trasfusione di sangue. Un trattamento che era costato al paziente il contagio da epatite virale di tipo C. Le complicazioni epatiche avevano condotto l’uomo al decesso nel 2009 a causa di un  epatocarcinoma.

Gli eredi avevano quindi deciso di agire legalmente nei confronti del dicastero di Lungotevere Ripa per la richiesta dei danni subiti in vita dal proprio congiunto oltre che per il danno da perdita del rapporto parentale.

Il Giudice partenopeo, nel 2017, a conclusione dell’ iter processuale, aveva emesso la sentenza di condanna: 850mila euro da ripartirsi tra la moglie ed i figli.

“Adesso – spiega il legale della famiglia – si spera che il ministero della Salute sia celere nel pagamento. Intanto attendiamo che il Tar si pronunci per le quote dei figli. E’ fondamentale, inoltre, che i familiari di soggetti deceduti che abbiano subito danni del genere possano agire in giudizio nel termine di dieci anni dalla morte”.

 

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TRASFUSIONE DI SANGUE INFETTO, DONNA RISARCITA DOPO 40 ANNI

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morto per una emorragia

Pena di otto mesi per uno specialista ritenuto responsabile del decesso di un 59enne morto per una emorragia conseguente alla lacerazione dell’aorta polmonare

Otto mesi di reclusione. E’ la condanna inflitta dal Tribunale di Pesaro in primo grado di giudizio a un chirurgo del nosocomio di Fano. Il medico era finito a giudizio per il decesso di un 59enne, morto per una emorragia poche ore dopo il ricovero.

Il fatto, riportato dal Resto del Carlino, risale all’ottobre del 2014. L’uomo era arrivato in ospedale accusando difficoltà respiratorie a causa della presenza di muco nei bronchi. La terapia eseguita a casa a base di tachipirina e antibiotici non aveva sortito effetti. La moglie, quindi, aveva chiamato un’ambulanza che lo aveva condotto in Pronto soccorso, dove gli era stato assegnato un codice giallo.

In base a quanto emerso dal processo, il paziente sarebbe stato visitato dal medico del Pronto soccorso e poi sottoposto a una radiografia toracica. L’esame avrebbe evidenziato un’infiammazione ai bronchi, rendendo necessaria la consulenza del chirurgo.

Il 59enne sarebbe quindi stato condotto in Terapia intensiva per poi essere sottoposto a un intervento di drenaggio toracico.

E proprio in quel frangente sarebbe arrivata la chiamata al medico rianimatore. Ma tutti i tentativi per salvare il paziente sarebbero stati vani. L’uomo sarebbe deceduto di li a poco a causa dell’estesa fuoriuscita di sangue. Una emorragia provocata, secondo l’ipotesi accusatoria, da una manovra errata del chirurgo che avrebbe lacerato l’arteria polmonare.

Nelle scorse ore il Giudice ha emesso la sentenza di condanna  respingendo la richiesta di assoluzione della difesa. Il pubblico ministero aveva invece invocato una pena di un anno e due mesi. Nel corso del procedimento i familiari della vittima hanno rinunciato alla costituzione di parte civile dopo aver ottenuto il risarcimento danni dall’azienda ospedaliera Marche Nord.

 

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UDINE, CHIRURGO CONDANNATO PER IL DECESSO DI UNA QUATTORDICENNE

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contrasto

I Carabinieri del Nucleo Anti Sofisticazioni intensificano i servizi finalizzati al contrasto della malasanità e dell’abusivismo sanitario su tutto il territorio italiano

Nas in campo, in tutta Italia, per il contrasto ai fenomeni dell’abusivismo sanitario e della malasanità. A Ragusa i carabinieri hanno scoperto un falso fisioterapista e un medico compiacente. Tanto è scaturito da un’ispezione eseguita presso un centro fisioterapico della provincia. I militari hanno accertato che un medico di base, titolare del centro, consentiva ad una 38enne del luogo di esercitare abusivamente la professione di fisioterapista. Il tutto sebbene fosse sprovvista di qualsiasi titolo abilitativo. L’Autorità sanitaria ha quindi immediatamente disposto la chiusura dell’ambulatorio attivato, tra l’altro, in assenza di autorizzazione.

Il Nucleo Anti Sofisticazioni di Firenze, invece, ha segnalato un ospedale toscano alla Direzione Generale delle Azienda Sanitaria “Toscana Sud-Est”. Nel corso di un accesso ispettivo, infatti, i militari hanno constatato alcune carenze strutturali relative al malfunzionamento di una porta pedonale e al deterioramento di alcune porte a soffitto “basculanti”.

A Catanzaro, i carabinieri hanno sequestrato, per la seconda volta consecutiva, in una località della Provincia di Vibo Valentia, lo stesso intero ambulatorio polispecialistico.

Il medico titolare, sebbene raggiunto da un provvedimento di sospensione della professione sanitaria dall’ordine dei medici, e nonostante un precedente sequestro dei locali, aveva acquistato altra attrezzatura medica e continuato ad esercitare la professione di odontoiatra con altro medico, negli stessi locali, noncurante delle prescrizione imposte. I due sono stati deferiti all’Autorità Giudiziaria.

Il Sindaco di Catanzaro, inoltre, a seguito di una segnalazione inoltrata dal NAS locale, ha ordinato la chiusura immediata di una parafarmacia, dal valore di 200.000 euro, in quanto esercitava abusivamente l’attività di farmacia. Il provvedimento scaturisce da un controllo effettuato lo scorso mese di gennaio dai militari dell’Arma. Durante l’ispezione era emerso che il titolare dell’esercizio aveva attivato un vero e proprio commercio di sostanze medicinali abusivo. Inoltre si avvaleva della collaborazione di un medico compiacente, che lo utilizzava come canale per la vendita di farmaci  già oggetto di rimborso da parte del SSN.

Il NAS di Roma, infine, ha segnalato all’Autorità Amministrativa una farmacista laziale per irregolarità nella dispensazione di medicinali. Nello specifico, i Carabinieri hanno rinvenuto ben 44 ricette per farmaci ad uso umano, le quali erano state commercializzate nonostante fossero prive del codice fiscale. I Militari hanno contestato delle violazioni amministrative alla farmacista e ai 15 medici prescrittori, per un valore totale di euro 13.200.

 

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CARABINIERI NAS, TRE MEDICI DEFERITI ALL’AUTORITÀ GIUDIZIARIA

articolo

La Corte di Appello di Firenze con propria sentenza aveva confermato la condanna già emessa dal giudice di primo grado nei confronti del direttore di un noto quotidiano nazionale e di una sua giornalista, entrambi imputati per il reato di diffamazione aggravata legata alla pubblicazione di un articolo “scandalistico”

L’accusa era quella di aver pubblicato un articolo dal titolo “Chirurgia: un reparto allo sbando” a firma della giornalista coimputata, e dal contenuto gravemente offensivo dell’onore e del decoro del primario protagonista della vicenda.

Nel pezzo si denunciava che il reparto di chirurgia generale dell’ospedale in questione era gestito da semplici “specializzandi” e non da medici “strutturati”, in tal modo accusando il dirigente di affidare il reparto a medici non sufficientemente esperti e che le corsie e i bagni erano sporchi.

Il contenuto diffamatorio dell’articolo era peraltro corroborato dal titolo, suggerito proprio dal direttore del giornale.

Ma a detta della difesa, la giornalista lungi dal commettere reato, aveva agito nel legittimo esercizio del diritto di cronaca.

In realtà l’origine di quel pezzo era stata una lettera anonima di denuncia giunta in redazione.

La donna peraltro aveva sostenuto in giudizio di essersi recata presso l’Ospedale per verificare lo stato dei luoghi e tentare di parlare con la caposala, di contattare il cd. tribunale del malato ed il sindacato degli infermieri, prima di scrivere l’articolo.

Inoltre il contenuto dell’articolo non poteva dirsi diffamatorio in quanto non contenente espressioni offensive né della persona né della professionalità del primario ma si limitava, piuttosto, ad evidenziare le difficoltà derivanti dalle scarse disponibilità all’interno della struttura.

Senza contare poi, che vi era l’interesse pubblico alla divulgazione della notizia e la continenza espositiva.

La decisione della Cassazione

Ma i giudici della Cassazione hanno respinto il ricorso evidenziando che il contenuto diffamatorio dell’articolo era inequivocabile.

E avevano fatto bene i giudici della corte territoriale ad escludere la causa di giustificazione del diritto di cronaca, dal momento che mancava sia il requisito della verità dei fatti narrati, sia il requisito della continenza.

Ed invero, la giornalista risultava aver tratto le informazioni riversate nell’articolo, da una lettera anonima che era stata inviata ad alcuni quotidiani, nonché al primario del reparto e alla caposala , addirittura riportando alcune frasi in forma virgolettata, senza avere in alcun modo verificato la notizia, risultata, peraltro, infondata, in quanto le indagini dei NAS avevano accertato una situazione organizzativa ed igienica impeccabile, e l’attività degli specializzandi era sempre affiancata a quella dei medici “strutturati”.

La giornalista, inoltre, non aveva richiesto – come affermato nel ricorso difensivo – le dovute informazioni al direttore della struttura ospedaliera né alla caposala.

Non era stata neppure approfondita la provenienza della missiva anonima né la verità dei fatti in essa affermati e automaticamente riversati nell’articolo.

L’esimente del diritto di cronaca

Come più volte ripetuto dalla Corte di Cassazione in tema di diffamazione a mezzo stampa, il requisito della verità della notizia riportata, necessario ai fini della operatività della esimente prevista dall’art. 51 cod. pen., non è soddisfatto nel caso in cui il giornalista faccia riferimento ad una “vox populi“, perché questa, in considerazione della sua intrinseca vaghezza e del suo insuperabile carattere impersonale, non può ragionevolmente costituire una fonte da usare legittimamente nell’esercizio del diritto/dovere di informare (Sez. 5, n. 21840 del 11/02/2014); inoltre, la scriminante putativa dell’esercizio del diritto di cronaca è configurabile solo quando, pur non essendo obiettivamente vero il fatto riferito, il cronista abbia assolto all’onere di esaminare, controllare e verificare l’oggetto della sua narrativa, al fine di vincere ogni dubbio (Sez. 5, n. 51619 del 17/10/2017).

Onere di approfondimento e verifica che – affermano i giudici della Cassazione – non risulta in alcun modo essere stato assolto dalla giornalista.

Condanna confermata in via definitiva!

La redazione giuridica

 

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CRONACA: ASSOLTA LA GIORNALISTA CHE AVEVA DIVULGATO IL NOME DELL’INDAGATO

colpa

Nel 2016 la Corte d’appello di Bologna, rovesciando l’esito della sentenza di primo grado assolveva, con la formula “perché il fatto non costituisce reato”, due dottoresse dall’accusa di colpa medica

Il processo era stato avviato a seguito del decesso di una paziente affetta da neoplasia. Secondo i congiunti della vittima le due imputate avevano omesso (per colpa) di effettuare gli accertamenti diagnostici richiesti dal quadro clinico.

Ma per i giudici della Corte distrettuale l’assunto accusatorio era infondato. Tuttavia nell’assolvere le imputate aveva omesso di revocare la condanna emessa dal primo giudice in relazione alle statuizioni civili.

Ed ecco che qualcosa non torna: come è possibile – si chiedono le ricorrenti- che una sentenza pienamente assolutoria mantenga invariate le statuizioni in ordine al risarcimento del danno alle parti offese?

La vicenda è giunta pertanto, dinanzi ai giudici della Cassazione che, oltre ad accogliere il ricorso difensivo hanno ripercorso le fasi delle recenti innovazioni legislative in materia di responsabilità medica.

La responsabilità medica dopo i recenti interventi normativi

Come noto il legislatore è intervenuto sul tema della responsabilità penale colposa in ambito sanitario con l’art. 3, comma 1 della legge 8 novembre 2012, n. 189 ove è stabilito: “L’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve”.

La corte di Cassazione ha poi chiarito che tale norma esclude la rilevanza penale della colpa lieve, rispetto a quelle condotte lesive che abbiano osservato linee guida o pratiche terapeutiche mediche virtuose, purché esse siano accreditate dalla comunità scientifica.

La novella ha così, dato luogo ad una “abolitio criminis” parziale degli artt. 589 e 590 c.p., avendo ristretto l’area del penalmente rilevante individuata dalle predette norme incriminatrici, giacché oggi vengono in rilievo unicamente le condotte qualificate da colpa grave.

Il tema della responsabilità dell’esercente la professione sanitaria è stato, poi di recente oggetto di un nuovo intervento normativo.

Si tratta della legge 8 marzo 2017, n. 24 che ha introdotto l’art. 590-sexies. Quest’ultimo prevede che qualora l’evento lesivo si sia verificato in ambito sanitario, a causa di imperizia, la punibilità è esclusa quando sono rispettate le raccomandazioni previste dalle linee guida adeguate al caso concreto e versi in colpa lieve da imperizia nella fase attuativa delle raccomandazioni previste dalle stesse.

In particolare, secondo diritto vivente, la suddetta causa di non punibilità non è applicabile ai casi di colpa da imprudenza e da negligenza, né in ipotesi di colpa grave da imperizia nella fase attuativa dalle raccomandazioni previste dalle stesse (Sez. Unite, n. 8770/2017).

Ebbene la sentenza dei giudici dell’appello era corretta sotto il profilo dell’accertamento fattuale, trattandosi di una ipotesi di colpa lieve, quella commessa dalle due imputate.

Tuttavia, la decisione non poteva essere condivisa limitatamente alla conferma delle statuizioni civili. Ed in effetti, la Corte d’Appello di Bologna nel mandare assolte le imputate con la formula perché il fatto non costituisce reato, aveva erroneamente confermato le statuizioni civili che erano contenute nella prima sentenza di condanna pronunciata dal Tribunale di Modena; statuizione travolte automaticamente dall’esito assolutorio del giudizio di secondo grado e che dunque dovevano essere necessariamente revocate.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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MORTA DOPO UN INTERVENTO A FIRENZE, SETTE MEDICI INDAGATI

neonato

La vicenda è quella di un neonato deceduto 29 ore dopo il parto per insufficienza respiratoria. I genitori fanno causa all’ospedale, dichiarato responsabile insieme ai sanitari per non aver posto in essere gli accorgimenti necessari a tenerlo in vita

Il caso è interessante perché offre lo spunto per riflettere su alcune questioni giuridiche in materia di risarcimento del danno. In particolare, ci si può sin da subito interrogare sui seguenti temi: nel caso di accertata responsabilità dei medici per la morte di un neonato deceduto subito dopo la nascita, quali sono le voci di danno risarcibili? E soprattutto, nel disporre la liquidazione del danno, il giudice deve tener conto sia del fatto che per ben nove mesi il piccolo è stato nel grembo della madre e nella mente del padre e sia dell’affetto che deriva non appena si ha notizia della gravidanza?

La vicenda

La CTU medico legale espletata nel corso del giudizio di primo grado aveva accertato che la morte del “piccolo avvenuta circa 29 ore dopo il parto, era stata causata, oltre che da eventi naturali, dalla inadeguata condotta tenuta dai sanitari dell’Ospedale, tra le 18/19 ore dopo la nascita”.

Il piccolo era infatti deceduto per una insufficienza respiratoria che i medici dell’ospedale avevano cercato di alleviare con antibiotici ed una cannula, peraltro mal posizionata, anziché disporre l’immediato trasferimento presso una struttura specializzata e dotata di “CPAP” (unica terapia applicabile).

Cosicché il giudice di primo grado aveva riconosciuto a ciascuno dei genitori il risarcimento del danno da sofferenza soggettiva iure proprio che, in base alle circostanze del caso concreto, aveva liquidato in complessivi euro 209.999 in favore della madre ed euro 193.530 al padre, prendendo a parametro di riferimento le tabelle milanesi del 2011.

Allo stesso tempo, però, aveva escluso il risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale, sia sotto il profilo della voce di danno da sofferenza soggettiva subita dalla vittima (non ricollegabile, secondo quanto accertato alla responsabilità dei sanitari) sia del danno biologico iure proprio, per la mancata allegazione e prova sul punto.

Ecco rinvenuto il principale motivo di ricorso in appello.

Perché il giudice adito avrebbe escluso quest’ultima voce di danno pur avendo riconosciuto la responsabilità dei sanitari per non aver usato accorgimenti idonei a tenere in vita il neonato?

E dunque, a detta dei ricorrenti il danno iure hereditatis, per la sofferenza subita dal neonato, doveva essergli riconosciuto e come!

A supporto di tale assunto è stata richiamata una sentenza della Cassazione (n. 1361/2014) nella quale è stato affermato il principio secondo cui il risarcimento del danno da perdita della vita deve essere sempre riconosciuto quale bene supremo di ogni singolo individuo.

Ma non è tutto.

Nello stesso ricorso in appello, i due genitori hanno sollevato un’altra questione, anch’essa meritevole di attenzione. Questa volta il riferimento è al quantum previsto a titolo di ristoro del danno jure proprio.

La somma disposta in liquidazione dal giudice di primo grado si avvicinava al valore più basso della forbice delle tabelle milanesi. Il giudice l’aveva giustificata in ragione della brevità della vita del piccolo, della mancanza obiettiva del tempo necessario per la consolidazione del rapporto effettivo – dimenticando – “che per ben nove mesi il piccolo è stato nel grembo della madre e nella mente del padre e che non va trascurato l’affetto che nasce non appena si ha notizia della gravidanza”.

La decisione della Corte d’appello

I giudici della Corte d’Appello di Ancona, investiti della vicenda, hanno deciso di confermare la pronuncia del giudice di primo grado ed in particolar modo hanno affermato che non è possibile ottenere il risarcimento del danno iure hereditatis quando la morte sia immediata o segua entro un brevissimo lasso di tempo le lesioni, per l’assenza di un soggetto legittimato a far valere il credito risarcitorio.

Il principio non è nuovo, ma è stato espresso dalle Sezioni Unite della Cassazione (n. 15350/2015) laddove hanno affermato che “nel caso di morte immediata o che segua entro un brevissimo lasso di tempo alle lesioni, non può essere invocato un diritto al risarcimento del danno iure hereditatis, in mancanza di un soggetto che sia legittimato a far valere il credito risarcitorio: in tali situazioni la irrisarcibilità deriva non dalla natura personalissima del diritto leso, ma dalla assenza di un soggetto al quale, nel momento in cui si verifica, sia collegabile la perdita stessa e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito, ovvero dalla mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo”.

Ciò detto, la domanda presentata dagli attori, diretta ad ottenere il risarcimento del danno da perdita della vita del neonato, deceduto dopo appena 29 ore dal parto, non poteva trovare accoglimento.

Il quantum del risarcimento

Quanto poi, alle contestazioni sollevate in ordine alla entità della somma liquidata a titolo di risarcimento del danno iure proprio per la morte del figlio e basate sul fatto che il Tribunale si fosse avvicinato ai valori più bassi della forbisce prevista dalle tabelle milanesi del 2011, anch’esse sono infondate.

Secondo l’insegnamento giurisprudenziale “per determinare l’importo dovuto tra il minimo e il massimo si deve tenere conto soprattutto dei seguenti criteri: intensità del rapporto affettivo tra vittima e superstite; età della vittima; età del superstite; convivenza o meno con la vittima; composizione del nucleo familiare”.

Ebbene, il primo giudice aveva correttamente individuato la somma da liquidare ai ricorrenti, tenuto conto della brevità della vita del piccolo deceduto dopo appena 29 ore dal parto; la mancanza obiettiva del tempo per la consolidazione di un rapporto affettivo, nonché la giovane età dei genitori.

Senza considerare che un riconoscimento alla vicinanza “corporea” intrattenuta dalla madre con il figlio nascituro nel periodo di gravidanza era stata già riconosciuta a quest’ultima: nei suoi confronti era stato infatti, disposto un importo maggiore rispetto a quello liquidato al padre del bambino.

Dott. ssa Sabrina Caporale

 

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FETO MORTO AL NONO MESE DI GRAVIDANZA, PRESENTATO UN ESPOSTO A SIENA

somministrazione

“E’ configurabile la responsabilità del Ministero della Salute per l’omissione dei controlli in materia di raccolta e distribuzione del sangue per uso terapeutico e sull’idoneità dello stesso ad essere oggetto di somministrazione per trasfusione”

È quanto affermato dai giudici della Suprema Corte di Cassazione (n. 2790/2019) chiamati a pronunciarsi sulla vertenza giudiziaria avviata dagli eredi di un uomo deceduto per aver contratto epatite C a causa di una somministrazione di sangue infetto.

I fatti

Nel 2004 citavano in giudizio dinanzi al Tribunale di Caltanissetta, il Ministero della Salute.

Si trattava degli eredi dell’uomo (loro padre) deceduto dopo aver contratto la patologia epatica HCV, denominata epatite C, a causa di emotrasfusioni di sangue infetto eseguite presso un ospedale siciliano.

Chiedevano pertanto, il risarcimento dei danni iure successionis e quello iure proprio sofferto proprio a causa del decesso del loro padre.

A detta degli attori era indiscutibile l’esistenza del nesso di causalità tra le emotrasfusioni e l’insorgere dell’epatite C.

La conferma era, peraltro, giunta anche dalla Commissione Medica Ospedaliera di Palermo che, nel frattempo, si era pronunciata sul caso.

Ma in primo grado il Tribunale di Caltanissetta aveva rilevato che le trasfusioni di sangue infetto si erano svolte in data ben anteriore a quella in cui la scienza medica avrebbe potuto acquisire le conoscenze necessarie sull’infezione dell’epatite.

Il processo proseguiva perciò in appello ove i ricorrenti tentavano di dimostrare che in realtà, all’epoca dei fatti, il Ministero aveva già sufficienti cognizioni scientifiche per prevedere il rischio di infezioni virali; eppure nonostante ciò era rimasto inerte, limitandosi a disporre la sola indennizzabilità di tali patologie.

Il Ministero della Salute, al contrario, rilevava che negli anni in cui furono eseguite le emotrasfusioni al paziente, la scienza medica non aveva acquisito la conoscenza dell’epatite C e del modo di prevenirla; ciò accadde soltanto in epoca successiva.

Cosicché i giudici della Corte d’appello adita, dopo aver disposto consulenza medico-legale, sebbene furono in grado di accertare la riferibilità della epatite C contratta dal paziente deceduto alle trasfusioni di sangue praticate nell’ospedale siciliano e nonostante ebbero modo di stabilire che l’infezione poteva essere prevenuta tramite la determinazione delle transaminasi, scagionarono il Ministero della Salute sull’assunto che non vi era la prova di dati ufficiali riconosciuti al più alto livello delle conoscenze scientifiche che consentissero di ritenere provata la conoscibilità della infezione da parte del Ministero.

La vicenda finiva così direttamente in Cassazione

Ebbene, i giudici della Suprema Corte hanno accolto il ricorso presentato dagli eredi della vittima affermando che l’omissione del Ministero, relativamente ai controlli sull’idoneità del sangue ad essere oggetto di trasfusione, poteva ritenersi efficiente sotto il profilo del nesso causale in ordine all’insorgere dell’infezione.

Al contrario, tale omissione doveva considerarsi antigiuridica dal momento che regole specifiche, poste allo scopo di evitare il rischio di infezione, imponevano il controllo sul sangue umano.

Il nesso causale tra la trasfusione del sangue infetto e l’infezione

Come già osservato in una recente sentenza di legittimità, il collegamento probabilistico (cioè il nesso causale) tra la somministrazione del sangue infetto in ambiente sanitario e la patologia insorta va valutato non sulla base delle conoscenze scientifiche del momento in cui venne effettuata la trasfusione (che invece attiene alla colpa), ma sulla base di quelle presenti al momento in cui viene svolto l’accertamento dell’esistenza del nesso causale (al tempo della valutazione da parte dell’osservatore), posto che ciò che deve essere considerato è il collegamento naturalistico fra l’omissione e l’evento dannoso.

L’incauta somministrazione in assenza dei doverosi controlli attiene invece all’elemento soggettivo dell’illecito sulla base “del dovere di adoperarsi per evitare o ridurre un rischio che è antico quanto la necessità della trasfusione” (da Cass. n. 17084 del 2017).

Le ragioni che precedono – affermano gli Ermellini – impongono l’accoglimento del ricorso.

La questione è stata così rimessa nuovamente al giudizio della corte territoriale perché proceda ad un nuovo esame della fattispecie, questa volta attenendosi ai principi di diritto espressi in sentenza ed in particolare al principio secondo cui ciò che rileva ai fini del giudizio sul nesso causale è l’evento obiettivo dell’infezione e la sua derivazione probabilistica dalla trasfusione, a prescindere dalla specificazione della prima in termini di malattia tipica.

Sicché è configurabile la responsabilità del Ministero della Salute per l’omissione dei controlli in materia di raccolta e distribuzione del sangue per uso terapeutico e sull’idoneità dello stesso ad essere oggetto di trasfusione, già consentiti dalle conoscenze mediche e dai dati scientifici del tempo anche prima dell’anno in cui il virus specifico dell’epatite fu definitivamente identificato in sede scientifica, con conseguente scoperta dei mezzi di prevedibilità delle relative infezioni.

La redazione giuridica

 

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trasfusioni di sangue infetto

Il Dicastero dovrà versare oltre 1 milione di euro ai parenti di una donna morta a quasi 30 anni di distanza da alcune trasfusioni di sangue infetto

Un milione e 50mila euro. E’ la cifra che il Ministero della Salute dovrà versare ai familiari di una donna deceduta nel 2011. La signora è morta per un tumore al fegato e una cirrosi epatica da epatite C all’età di 67 anni.  A causare l’insorgere della malattia, secondo quanto accertato dal Tribunale di Roma,  sarebbero state le trasfusioni di sangue infetto effettuate durante i cinque giorni di ricovero trascorsi nel 1983 presso l’ospedale civile di Caserta.

Secondo il Giudice capitolino, nello specifico, il Ministero avrebbe “omesso, o comunque ritardato, l’adozione di cautele già conosciute alla scienza medica”.  Tali attenzioni avrebbero “evitato o quantomeno ridotto sensibilmente il rischio di contagio anche per il virus HCV, che ancora non era stato esattamente identificato”. Il Dicastero di Lungotevere Ripa, inoltre, avrebbe tenuto “un comportamento non diligente nei controlli” sulla sacca del sangue infuso all’allora 39enne.

Il virus dell’epatite C sarebbe poi rimasto silente per molti anni, provocando tuttavia notevoli danni al fegato della donna. Questa non aveva avvertito nessun sintomo fino a 5 anni prima del decesso. La sua morte si innesta nel periodo dello “scandalo del sangue infetto” a cavallo tra gli anni 80 e 90.

La sentenza del Tribunale di Roma arriva nelle stesse ore in cui la Corte di Cassazione, ha confermato la condanna dell’assessorato regionale alla Salute della Regione Sicilia a versare un risarcimento pari a circa 1 milione e 800mila euro a un uomo affetto da tumore al fegato.

Anche in questo caso la patologia è insorta dopo che il ragazzo, nel 1996, all’età di appena 7 anni, era stato sottoposto a una trasfusione a Palermo. Anche lui aveva contratto il virus dell’epatite C e dopo dieci anni aveva scoperto il cancro.

 

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lesioni personali aggravate

L’operatrice sanitaria era accusata di lesioni personali aggravate per aver provocato a una bimba di appena 16 giorni una “frattura completa scomposta della diafisi femorale destra”

Avrebbe provocato a una neonata di 16 giorni “una frattura completa scomposta della diafisi femorale destra”, con una prognosi di oltre 40 giorni. Un’infermiera è stata condannata, con rito abbreviato, a tre anni di reclusione per lesioni personali aggravate. L’imputata è stata inoltre interdetta per cinque anni dai pubblici uffici e per tre anni dall’esercizio della professione infermieristica. La notizia è riportata da Perugiatoday.

Il fatto risale al 2013, quando la donna era in servizio presso il reparto di neonatologia e patologia neonatale dell’ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia. A far partire l’inchiesta è stata la testimonianza di una tirocinante ostetrica.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, l’operatrice sanitaria avrebbe perso il controllo di sé perché “contrariata” dalla circostanza che la neonata, durante le operazioni di cambio del pannolino, “espellendo le feci le aveva sporcato la divisa”.

Come riportato nel capo di imputazione, l’operatrice sanitaria avrebbe afferrato la bambina in modo brusco e violento con una sola mano.

L’avrebbe poi spostata dal fasciatoio alla culla con movimenti pericolosi, rivolgendole, inoltre, la frase “ora stai tutta la notte nella tua m…”.

L’infermiera era stata immediatamente sospesa dal servizio e dallo stipendio per quattro mesi. Rinviata a giudizio, secondo quanto riporta Perugiatoday, aveva chiesto il rito abbreviato condizionato all’audizione del medico legale in ordine alla “naturalità delle lesioni”. L’avvocato della famiglia della bimba, aveva invece subito sostenuto che “l’ipotesi della naturalità delle lesioni era già stata sconfessata dalla procura e dalle parti civili”.
 

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