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Curava il cancro col bicarbonato, ex medico viene condannato

Prometteva la guarigione l’ex medico condannato a 5 anni e 6 mesi che curava il cancro col bicarbonato. Un 27enne morì nel 2012 dopo la sua ‘cura’

È stato condannato dal Tribunale di Roma a 5 anni e sei mesi l’ex medico Tullio Simoncini, che curava il cancro col bicarbonato. L’uomo era già stato radiato dall’ordine dei medici nel 2006, dopodiché si era trasferito in Albania, a Tirana, dove aveva continuato a esercitare.

Simoncini è accusato di omicidio colposo ed esercizio abusivo della professione medica per aver sottoposto a una cura medica antitumorale a base di bicarbonato di sodio Luca Ernesto Olivotto. Il giovane, 27 anni di Catania, si era sottoposto alla sua sedicente “cura” per un tumore al cervello. Morendo però poco dopo per una gravissima alcalosi metabolica.

Ma ecco i fatti.

Tutto ha inizio nel 2012, quando Olivotto scopre di avere una gravissima forma di tumore al cervello.

Il giovane, anziché rivolgersi all’ospedale, come prima cosa ha iniziato a cercare su internet la soluzione alla sua grave patologia.

È stato così che è incappato, suo malgrado, nel ‘metodo’ Simoncini. L’ex medico che curava il cancro col bicarbonato, infatti, basava la sua terapia su somministrazioni di bicarbonato di sodio.

Olivotto si convince che sia la scelta migliore e Simoncini naturalmente conferma questa sua convinzione. Prospetta l’illusione della guarigione grazie a una percentuale ben precisa.

“Il 70 per cento delle volte ci si salva, e i rischi sono minimi”, gli dirà l’ex medico.

A quel punto il giovane si reca a Tirana, in Albania, per ricoverarsi in ospedale.

Ma subito dopo le prime somministrazioni di bicarbonato Luca viene trasportato d’urgenza in ospedale: le condizioni sanitarie sono disperate e il ragazzo muore.

Insieme con l’ex medico che curava il cancro col bicarbonato, è stato condannato a due anni dal giudice anche il radiologo Roberto Gandini (con pena sospesa).

Questi, secondo l’accusa, “avrebbe partecipato al trattamento basato su dosi di bicarbonato di sodio somministrate per via venosa”.

“Nessuno potrà restituire Luca ai suoi cari – hanno commentato Francesco Lauri e Giovanna Zavota, parte civile per conto della famiglia Olivotto – ma è grande la soddisfazione di veder condannati in maniera così dura personaggi che, con le loro condotte, infangano la professionalità di quanti ogni giorno dedicano con competenza e abnegazione la loro vita alla cura dei propri pazienti”.

 

 

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HA CURATO UN CANCRO AL SENO CON DIETA E ARGILLA: ORA RIFIUTA LA CHEMIO

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morta dopo un intervento alla cistifellea

Sei mesi di reclusione per un chirurgo ritenuto responsabile del decesso di una paziente, morta dopo un intervento alla cistifellea nel 2012

Sei mesi di reclusione, con pena sospesa e non menzione. Questa la decisione del Tribunale nella causa che vedeva imputato per omicidio colposo un chirurgo dell’Ospedale Fatebenefratelli di Roma. Il medico è stato ritenuto responsabile per il decesso di una donna di 43 anni, morta dopo un intervento alla cistifellea.

La paziente era anch’essa un medico, di origine serba ma residente in Italia dove lavorava per una casa farmaceutica. Era stata ricoverata nel luglio del 2012 presso il nosocomio capitolino in preda a forti dolori per una calcolosi alla cistifellea. Operata, a poche ore dall’intervento cominciò ad accusare dei problemi respiratori. Morì dopo pochi giorni, a causa di una crisi di dispnea.

Una tragedia che secondo l’accusa si poteva evitare. Il medico che operò la donna, avrebbe infatti agito con imperizia, imprudenza e negligenza.

In sala operatoria, in base a quanto riportato nel capo di imputazione, il medico avrebbe “opportunamente sospeso l’intervento”.  Ciò a causa dei “rischi correlati con le manovre resesi necessarie per l’asportazione completa del calcolo”. Tuttavia il camice bianco avrebbe omesso “di posizionare alcun sistema di drenaggio della via biliare (tipo stent o sondino naso biliare)”.

Per il Pubblico ministero, dunque, non vennero prese tutte le precauzioni per permettere “il deflusso della bile e prevenire il rischio di una infezione”. In tal modo, come riporta il Messaggero, si determinò “l’insorgere di una colingite acuta grave”.

Il Giudice monocratico ha accolto tale tesi, emanando la sentenza di condanna.  I parenti della vittima, intanto, attendono anche l’esito di un altro procedimento, in cui figurano come parti civili. Si tratta di un fascicolo stralcio che vede imputati altri quattro medici che ebbero in cura la paziente durante il periodo del ricovero.

 

 

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MUORE DOPO INTERVENTO ALLA COLECISTI, APERTA UN’INCHIESTA

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si uccise durante il ricovero

Sono state emesse due condanne per il caso del paziente che si uccise durante il ricovero nel 2009. Assolti anche un medico e quattro infermieri

Aveva destato sconcerto, nel 2009, il caso del paziente che si uccise durante il ricovero all’Umberto I di Nocera Inferiore. L’uomo si era impiccato approfittando della distrazione dei sanitari nel bagno del reparto psichiatrico in cui era ricoverato.

Adesso, per la morte di Felice Lambiase, il 50enne dipendente del Comune che si uccise durante il ricovero, il giudice monocratico del tribunale di Nocera Inferiore ha emesso due condanne molto pesanti.

La prima nei confronti di Francesco Gambardella, direttore del servizio psichiatrico, condannato a 4 mesi di reclusione.

La seconda condanna riguarda Matteo Cappelli, responsabile degli impianti tecnologici ed elettrici dell’ufficio tecnico del presidio ospedaliero cittadino dove Lambiase si suicidò.

Per entrambi la pena è sospesa.

Un caso gravissimo, che però inizialmente aveva coinvolto molti più imputati, adesso assolti.

L’assoluzione è infatti giunta per altre sette persone.

Si tratta della dottoressa Angela Forte, medico di guardia in servizio in quel turno e degli infermieri Giuseppe Aprea, Matteo Spinelli, Ilaria Coppola e Giovanni Montuori.

Oltre a loro, sono stati assolti da tutte le accuse l’allora direttore sanitario Maurizio D’Ambrosio e l’architetto dirigente del settore appalti e lavori edili dell’Asl, Francesca Di Monaco.

Il 50enne soffriva da tempo di depressione. Una vicenda umana molto drammatica la sua, culminata con il suicidio, avvenuto con una corda della vestaglia legata al tubo dello scaldabagno, nei locali del bagno accessibili ai degenti.

Secondo l’accusa, Gambardella, firmatario di una segnalazione di rischio, non aveva verificato l’esecuzione dei lavori e delle opere necessarie alla sicurezza.

Cappelli, invece, avrebbe eseguito solo lavori parziali.

Stanti queste circostanze, il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a 2 anni per tutti gli imputati. Per i tutti era contestato il reato in concorso di “agevolazione colposa di suicidio mediante omissione di attività dovuta”. Il paziente infatti era ad alto rischio di atti di autolesionismo e non sarebbe stato adeguatamente sorvegliato.

La parte civile era rappresentata dai legali Pietro Pasquali, Matteo Feccia e Aniello Ferrato.

Le motivazioni delle condanne arriveranno entro trenta giorni.

 

 

 

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MUORE DURANTE L’APPLICAZIONE DI UN BYPASS, CONDANNATI DUE CHIRURGHI

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Pazienti dirottati dal pubblico a studi privati

Un medico è stato condannato a 11 mesi per abuso d’ufficio nel caso dei pazienti dirottati dal pubblico a studi privati di un noto professore

Per la vicenda dei pazienti dirottati dal pubblico a studi privati del professor Gian Antonio Favero, è stato condannato a 11 mesi e 15 giorni di reclusione il dottor Michele Donà, 50 anni di Teolo.

Donà, odontoiatra e docente a contratto nella Clinica odontoiatrica dell’Azienda ospedaliera di Padova, era finito sul banco degli imputati per concorso in abuso d’ufficio e tentato abuso d’ufficio continuato, ed è stato ritenuto colpevole.

Il professionista era accusato di aver dirottato dieci pazienti dalla Clinica odontoiatrica dell’Azienda ospedaliera, struttura pubblica all’epoca diretta proprio dal professor Gian Antonio Favero, agli ambulatori privati di quest’ultimo.

Ieri è arrivato il verdetto che lo ha definitivamente condannato.

Il tribunale di Padova ha inflitto all’odontoiatra 11 mesi e 15 giorni di reclusione con la sanzione accessoria dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici, condannandolo anche al pagamento delle spese processuali ma concedendo la sospensione condizionale della pena.

Il pm Sergio Dini aveva chiesto 9 mesi.

Il tribunale (presieduto da Nicoletta De Nardus) ha però riconosciuto l a responsabilità penale solo nei confronti di due pazienti. Per quanto riguarda gli altri otto, Donà è stato assolto “perché il fatto non sussiste”.

Il difensore dell’odontoiatra condannato per i pazienti dirottati dal pubblico a studi privati, aveva insistito su un punto

“Era Favero – ha detto l’avvocato Lucio Merlin – che decideva tutto. Donà lo sostituiva, in media una volta a settimana… E a chi chiedeva dell’intervento di implantologia in un solo giorno, dopo aver visto gli spot in televisione, veniva riferita la verità: in Clinica non lo facevano”.

Tuttavia, sono state diverse le conclusioni del pm che aveva ricordato come Donà accogliesse i pazienti, proponendo un risparmio di migliaia di euro per l’intervento di implantologia in uno degli ambulatori privati di Favero.

Oltre a Donà, condannato, era stato coinvolto nel processo il professor Edoardo Stellin, attuale direttore della Clinica odontoiatrica. Stellin era subentrato a Favero in seguito alle sue dimissioni “volontarie” dopo lo scandalo.

Questi, chiamato a rispondere del concorso nello stesso reato nei confronti di due pazienti, era stato scagionato il 16 febbraio del 2016-

L’inchiesta era partita nel dicembre 2012 dopo una segnalazione a “Striscia la Notizia”.

Nel servizio, sembrava che Favero (filmato a sua insaputa) indirizzasse i pazienti della Clinica universitaria negli ambulatori di sua proprietà (le Cliniche Favero), per effettuare cure a un prezzo più basso e in tempi più rapidi.

Da lì è partita l’inchiesta che ha portato a indagare il direttore della Clinica, il suo vice Stellin e Donà.

Favero è stato quindi condannato in primo grado a 2 anni e 2 mesi senza condizionale, ma in appello è stato assolto. Tuttavia la sentenza è azzerata dalla Cassazione con rinvio a un’altra sezione dei giudici di secondo grado.

Questo perché i giudici avevano evidenziato il conflitto d’interesse e l’incompatibilità medica fra l’attività svolta nella Clinica universitaria e negli studi privati di sua proprietà.

A quel punto il professor Favero ha deciso di patteggiare un anno con la condizionale per abuso d’ufficio. Il tutto con l’aggravante di un danno di rilevante entità e una provvisionale subito esecutiva di 100 mila euro da pagare all’Azienda ospedaliera.

 

 

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RITARDÒ ESAMI CLINICI SU UNA PAZIENTE: UN MEDICO CONDANNATO

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Violenza sessuale aggravata su due pazienti: neurologo condannato

Un neurologo è stato condannato per violenza sessuale aggravata su due pazienti. Il professionista è anche docente universitario

Con l’accusa di violenza sessuale aggravata su due pazienti, un neurologo è stato condannato a 5 anni dal Gup di Pavia.

L’uomo è Fabio Antonaci, 59 anni, docente all’Università di Pavia e medico di primo piano al Centro cefalee dell’Istituto neurologico Casimiro Mondino. Secondo il giudice, il medico si sarebbe reso responsabile di violenza sessuale aggravata su due pazienti.

Il primo episodio è quello riguardante gli abusi compiuti su una 26enne. Ma ecco i fatti.

Antonaci, difeso dall’avvocato Girolamo De Rada (che ieri ha preferito non commentare il dispositivo), doveva rispondere della pesante accusa per un episodio che risale al dicembre 2012. A querelarlo è stato una paziente residente a Torino, all’epoca dei fatti 26enne, che si è costituita parte civile con gli avvocati Michela Malerba e Carola Coscia di Torino.

In base alla ricostruzione effettuata dalla procura di Pavia, la donna e il medico si erano conosciuti tramite un gruppo di discussione su Facebook.

Il gruppo era nato come spazio dedicato alle cefalee, patologia della quale la donna soffriva. Medici e pazienti, in tale contesto, potevano dialogare sulla patologia. Dopo un primo contatto, Antonaci e la donna, si erano scambiati i rispettivi numeri di cellulare, iniziando a inviarsi messaggi dal tono amicale.

Proprio per la grave forma di cefalea della quale soffriva, la donna ha poi deciso di fissare un appuntamento a Pavia, nello studio privato del medico, a novembre 2012.

In quell’occasione si è sottoposta a una prima visita. Secondo l’accusa, dopo questo passaggio il professionista avrebbe iniziato a inviare alla donna messaggi allusivi rispetto al suo abbigliamento.

La giovane, tuttavia, ha fissato un secondo appuntamento al quale si è recata nel dicembre 2012. In questa circostanza, sempre stando alla ricostruzione dell’accusa, Antonaci avrebbe abusato sessualmente della paziente.

La donna ha poi confidato l’accaduta alla propria psicologa, facendosi anche visitare all’ospedale Sant’Anna di Torino sia per il trauma riportato, sia per scongiurare una eventuale gravidanza.

L’anno dopo, nel 2013, si è rivolta alla procura sporgendo denuncia. I magistrati, sulla scorta delle intercettazioni disposte sul telefono del professionista, avrebbero quindi accertato anche un secondo episodio del tutto simile al primo.

Antonaci è stato quindi condannato con rito abbreviato a 5 anni per i due episodi, aggravati dall’abuso dell’autorità che gli derivava dall’essere il medico curante.

Alle vittime è stata riconosciuta una provvisionale di 30mila euro ciascuna.

 

 

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Infermiera e una oss condannate

Non avrebbero monitorato in modo adeguato una loro paziente una infermiera e una oss condannate a sei mesi con la condizionale

Una infermiera e una oss condannate per non aver monitorato adeguatamente una loro paziente. È successo a Pisa, dove i giudici le hanno inflitto la pena di sei mesi con la condizionale e di quattro mesi senza la sospensione per omissione di atti di ufficio in concorso.

Una infermiera e una oss condannate sono: Grazia Giola, infermiera con oltre 23 anni di esperienza, e Anna Bizzarri, operatrice socio-sanitaria 60enne.

La vicenda risale al giugno 2008. La paziente era ricoverata all’ospedale Santa Chiara di Pisa per un patologia intestinale.

Secondo l’accusa, l’ infermiera e una oss condannate si sarebbero disinteressate di una paziente in condizioni critiche che presentava vomito incoercibile e che non era in grado di suonare il campanello per chiedere aiuto.

La donna avrebbe poi in seguito riferito il tutto al marito, il quale a sua volta avrebbe sporto immediata denuncia alle Forze dell’Ordine.

Le operatrici hanno percorso ogni grado di giudizio, facendo anche in Cassazione. Ma la Corte le ha dichiarate colpevoli. L’impugnazione dell’avvocato Roberto Cavani è stata infatti respinta. La Suprema Corte ha condannato le due ricorrenti a pagare 2.000 euro alla cassa delle ammende. Non solo.

Le due sanitarie dovranno pagare le spese sostenute dalla parte civile, rappresentata dall’avvocato Letizia Giovannetti. L’azienda ospedaliera dovrà invece risarcire la famiglia a livello civilistico.

Ecco le motivazioni dei giudici.

“Grazia Giola quale infermiera e Anna Bizzarri quale operatrice socio sanitaria, durante il servizio di turno notturno nell’ospedale presso il quale svolgevano la loro attività lavorativa, avevano indebitamente omesso di seguire le condizioni di salute della paziente afflitta da ripetuti episodi di vomito, di prestare assistenza alla medesima e di informare della situazione i medici e il personale infermieristico subentrante, pur trattandosi di atti da compiersi senza ritardo per ragioni di igiene e sanità, e con la conseguenza di far versare la persona ricoverata in pessime condizioni igieniche”.

Il loro operato è costato quindi la condanna proprio in virtù della trascuratezza nei riguardi della paziente.

Negligenza peraltro confermata anche dalle operatrici del mattino che, al cambio turno, riscontrarono numerose tracce di vomito sulle lenzuola.

La Cassazione ha pertanto sposato in pieno la tesi della Corte d’Appello respingendo quella delle due operatrici dell’azienda ospedaliera:

“Le due imputate – hanno scritto i giudici – pur essendo pienamente consapevoli della situazione in cui versava la persona offesa, hanno omesso di verificare le condizioni di questa nel corso della notte”.

“In particolare – concludono – Grazia Giola, disinteressandosi completamente della paziente dopo aver posizionato sulla stessa il telo intorno alle 22, e Anna Bizzarri anche omettendo di provvedere al lavaggio della paziente nonostante l’accesso effettuato alle 6 del mattino per controllare la temperatura corporea della degente”.

 

 

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Mancata attivazione del protocollo per la meningite

In seguito alla mancata attivazione del protocollo per la meningite nei confronti di una sua paziente, un medico è stato condannato a 4 mesi

È stata la mancata attivazione del protocollo per la meningite a costare una condanna a 4 mesi a un medico in servizio al Pronto soccorso della clinica San Giuseppe di Milano.

Il medico, ritenuto responsabile della mancata attivazione del protocollo per la meningite, aveva in cura una anziana signora.

Da quanto è emerso, pare che il dottore abbia scambiato per una brutta influenza quelli che erano invece i sintomi della meningite.

La mancata tempestività delle cure ha fatto finire in coma la donna. Fortunatamente, però, l’anziana paziente è riuscita a salvarsi.

In seguito, ha però dovuto affrontare un lungo e faticoso periodo di riabilitazione.

Non solo. Tra le conseguenze della mancata attivazione del protocollo per la meningite, c’è stata la leggera sordità di cui la donna è ora affetta.

Per questo un medico all’epoca in servizio al Pronto soccorso della clinica San Giuseppe di Milano è stato condannato a 4 mesi di carcere (pena sospesa). Inoltre, dovrà versare una provvisionale per lesioni personali colpose aggravate.

Lo ha deciso il giudice monocratico della nona sezione penale del Tribunale Nicoletta Marchegiani.

Questi ha accolto la richiesta del pm Maria Letizia Mocciaro, compresa l’assoluzione di due altri medici, tra cui un neurologo, della struttura sanitaria al centro delle indagini.

La vicenda risale al 31 dicembre del 2014. Secondo l’accusa, il medico, una volta diagnosticata la meningite, non avrebbe applicato il protocollo prescritto dal ministero della Sanità in questi casi.

Il protocollo per la meningite prevede la somministrazione di antibiotici, la rachicentesi (puntura lombare), e l’immediato trasferimento del paziente in un ospedale dotato di reparto di Infettivologia.

La clinica nella quale si sono verificati i fatti non ne aveva uno.

Nel caso di specie, inoltre, il trasferimento avvenne con un ritardo di oltre 3 ore. Ciò in quanto, secondo la difesa del dottore, non si era riuscito a trovare un letto disponibile in una divisione infettivi a Milano o a Monza.

 

 

 

 

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ritardò esami clinici su una paziente

Condannato un medico che ritardò esami clinici su una paziente. La giovane 28enne aveva probabilmente tentato il suicidio

È stato condannato per omicidio colposo il medico che ritardò esami clinici su una paziente. I fatti sono avvenuti a Roma nell’autunno del 2013.

La mattina del 30 ottobre del 2013 una giovane, Simona Riso, 28 anni, era trovata agonizzante nel cortile di via Urbisaglia, in zona San Giovanni. La ragazza aveva dichiarato di essere stata vittima di una violenza sessuale. Tuttavia, dagli accertamenti realizzati in ospedale, non era emerso questo.

Indagini successive chiariranno poi che la violenza sessuale cui la giovane faceva riferimento erano quelle che aveva subito da uno zio durante la sua infanzia e che avevano indotto un profondo stato di depressione che l’aveva accompagnata per tutta la vita. E condotta, molto probabilmente al suicidio.

La giovane, infatti, era caduta dal terzo piano del palazzo in cui viveva.

Ieri, il medico dell’Ospedale San Giovanni che ritardò esami clinici su una paziente, è stato condannato per omicidio colposo. Il medico che la prese in carico, infatti, avrebbe atteso troppo a lungo per effettuare gli accertamenti necessari su di lei.

Il medico di guardia del pronto soccorso, Raimondo Grossi, difeso dall’avvocato Pierfrancesco Bruno, è stato condannato a un anno di reclusione.

Stando alle accuse del pm Attilio Pisani, pur rilevando nel corso della visita uno shock emotivo, e che la ragazza respirava male e si lamentava, avrebbe disposto solo la visita ginecologica, non effettuando dunque né radiografia né ecografia.

Due esami fondamentali che avrebbero rilevato le lesioni causate dalla caduta, fra cui delle fratture costali, salvandole la vita. A convincerlo era stato quanto era stato riferito da Simona stessa ai paramedici del 118. La ragazza aveva parlato di una violenza sessuale per poi entrare in uno stato di coscienza ridotto.

L’altro medico finito a processo, Anna Maria Bandiera, ginecologa in servizio quel giorno nel nosocomio, è stata assolta “perché il fatto non costituisce reato”.

La ginecologa era accusata di aver prestato poca attenzione allo stato confusionale e all’incapacità a rispondere agli stimoli verbali di Simona. Era stato sottovalutato il quadro clinico generale in cui versava. Il giudice Fabio Mostarda ha disposto, in attesa del risarcimento da stabilire in sede civile, una provvisionale di 10mila euro alla parte civile.

L’avvocato della famiglia Riso, Sebastiano Russo ha definito la sentenza di condanna una vittoria “agrodolce”.

“Non posso che essere soddisfatto per la condanna del dottor Grossi – ha dichiarato – che ritengo sia principale responsabile. Rimango del parere che analoghe responsabilità siano comunque ascrivibili anche alla dottoressa Bandiera. Seppure una parte di giustizia è stata fatta, dispiace il silenzio serbato dal pm titolare dell’indagine che non ha mai partecipato alle udienze”.

 

 

 

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DONNA 77ENNE MORTA DOPO UN INTERVENTO: UN MEDICO CONDANNATO

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Donna 77enne morta dopo un intervento: un medico condannato

Un medico è stato condannato e un altro è stato assolto per il caso della donna 77enne morta dopo un intervento di angioplastica

Un medico è stato condannato per il caso della donna 77enne morta dopo un intervento di angioplastica a Brescia.

Il medico condannato a 6 mesi di reclusione è Lanfroi Graziani, primario di Emodinamica dell’Istituto clinico Città di Brescia. Con lui era indagato anche il chirurgo Giorgio Laffranchini, che è stato poi assolto.

La sentenza emessa riconosce le responsabilità del medico nel caso della donna 77enne morta dopo un intervento nel 2014.

La vicenda

L’episodio del decesso risale a tre anni fa. A finire sotto i ferri era stata una 77enne che sarebbe dovuta essere operata con un’angioplastica. Durante l’operazione, però, qualcosa andò storto, e la paziente morì poco dopo.

Secondo l’accusa la morte della donna si sarebbe potuta evitare. Questo perché la paziente venne infatti sottoposta alla cosiddetta alcolizzazione, una tecnica terapeutica utilizzata per trattare le malformazioni vascolari.

Il procedimento funziona così. Di fatto, viene iniettato direttamente in vena dell’alcol medico puro. Questo ha la funzione di occludere i vasi sanguigni patologici. Sempre secondo l’accusa si sarebbero potuti valutare procedimenti di natura diversa, meno invasivi e meno rischiosi. Per la difesa, al contrario, le cause del decesso sarebbero riconducibili al mancato reperimento di un medicinale e ad alcune patologie pregresse.

Il medico che è stato condannato, tuttavia, è sempre stato riconosciuto come un luminare.

In servizio dal 1980, dal 2003 è responsabile di Emodinamica al Città di Brescia. Autore di almeno un centinaio di pubblicazioni scientifiche, negli ultimi 18 anni ha eseguito circa 14mila procedure interventistiche periferiche, 700 carotidee e 4500 coronariche.

Un curriculum di tutto rispetto. Ma che, tuttavia, non è bastato a evitargli la condanna a sei mesi, poiché nel caso in oggetto, i giudici lo hanno ritenuto responsabile nel caso della donna 77enne morta dopo un intervento.

 

 

 

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bypass

Fatale un problema tecnico durante l’applicazione di un bypass aorto-coronarico. I medici avrebbero dovuto controllare l’operato della strumentista

Due chirurghi e un’infermiera sono stati condannati a Trieste per la morte di un paziente di 48 anni. L’uomo era deceduto nell’agosto del 2014 presso l’Ospedale Cattinara durante un intervento per l’applicazione di un bypass aorto-coronarico.

Il Tribunale friulano ha inflitto ai medici rispettivamente due anni e un anno e sei mesi di reclusione. Un anno e otto mesi, invece, la pena prevista per l’assistente. Per tutti la sospensione condizionale e la non menzione.

Secondo la ricostruzione effettuata dal Piccolo, a pesare sul verdetto sarebbe stata la perizia disposta dal gip nella prima fase istruttoria.

Per i consulenti incaricati il paziente rimase vittima di un problema tecnico nella connessione delle cannule di collegamento della macchina cuore-polmoni al sistema circolatorio.

L’intervento in anestesia totale prevedeva l’attivazione del macchinario. Ma una anossia si rivelò fatale, proprio mentre i chirurghi stavano iniziando a incidere il torace.

Alla base della tragedia – come riporta ‘il Piccolo’- vi sarebbe stato un errore da parte dell’infermiera, al suo primo intervento da strumentista in sala operatoria. La donna avrebbe rimosso i markers colorati identificativi del circuito della macchina cuore-polmoni posti sulle estremità dei tubi.

I due cardiochirurghi, a loro volta, non avrebbero verificato adeguatamente l’operato della sanitaria.

Il controllo avrebbe dovuto riguardare non solamente la fase delle operazioni di cannulazione, prima dell’avvio della macchina cuore-polmoni.

I medici avrebbero dovuto vigilare anche quando, in un secondo momento, si manifestarono gravi anomalie conseguenti all’inversione dei flussi ematici arterioso e venoso.

A conclusione del procedimento, i Giudici hanno inoltre disposto una provvisionale a favore della famiglia dell’uomo, costituitasi parte civile. Il risarcimento dovrà essere determinato in giudizio separato.

 

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