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malasanità

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mancata diagnosi di leucemia

Riconosciuta la pretesa risarcitoria dei parenti di un ragazzo di 26 anni, morto nel 2003 dopo una mancata diagnosi di leucemia

Il Tribunale di Velletri, II sezione civile, ha condannato la Asl Roma H a versare circa 800mila euro alla famiglia di un 26enne di Anzio morto dopo una mancata diagnosi di leucemia. Per il Giudice, in sintesi, la “negligenza e imperizia medica non hanno consentito al paziente di avere un rallentamento nel decorso della malattia”. Il ragazzo sarebbe quindi stato privato della chance di avere una sopravvivenza più lunga e una migliore qualità della vita.

I fatti, come riporta l’Osservatorio nazionale amianto, risalgono al dicembre del 2003. Il giovane viene improvvisamente colto da dolori lancinanti all’addome. Viene quindi accompagnato all’ospedale di Anzio e Nettuno, dove gli viene diagnosticata una sospetta colica renale sinistra. Viene quindi dimesso con la prescrizione di una terapia antibiotica e riposo. Trascorsi due giorni, tuttavia, perde conoscenza in casa ed entra coma. Viene trasportato d’urgenza in una clinica di Aprilia dove il responso dei medici è terribile: leucemia mieloide acuta. Dopo due giorni, il decesso.

Ne scaturisce una vicenda giudiziaria che ha portato nelle scorse ore al riconoscimento della pretesa risarcitoria dei parenti.

Secondo i periti del Tribunale se i camici bianchi del Pronto soccorso, avessero disposto delle analisi di laboratorio, quali l’emocromo, avrebbero riscontrato dei valori alterati, tali da escludere la colica diagnosticata.

La gravità della patologia riscontrata con tutta probabilità non avrebbe lasciato scampo al giovane. Ma, secondo i consulenti, l’errore diagnostico, gli avrebbe impedito di essere sottoposto a un trattamento che, quantomeno, avrebbe potuto allungargli la vita. Nello specifico, il ragazzo avrebbe potuto essere sottoposto a trasfusioni di plasma e piastrine. Un iter che forse gli avrebbe permesso di poter affrontare anche diversi cicli di chemioterapia. Dai primi sintomi al decesso, invece, sono trascorsi solamente cinque giorni.

 

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MORTA A 20 GIORNI DALLA NASCITA, CONDANNA PER DUE MEDICI A GENOVA

 

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morto per uno choc settico

Il Tribunale di Firenze ha condannato l’Azienda ospedaliero universitaria di Careggi a risarcire i parenti di un anziano di 71 anni, morto per uno choc settico nel 2011 dopo aver contratto un’infezione da staffilococco aureo. Escluse responsabilità soggettive dei singoli medici

Due milioni di euro. E’ la cifra che l’Azienda ospedaliero universitaria di Careggi dovrà versare alla famiglia di un 71enne, morto per uno choc settico nell’agosto del 2011. Lo ha stabilito il Tribunale civile di Firenze accogliendo la richiesta risarcitoria dei parenti della vittima. La sentenza risale allo scorso mese di giugno.

L’anziano, sposato con due figli, era stato ricoverato per la ricomposizione di una frattura al braccio sinistro. Era deceduto a distanza di due mesi a causa di una sepsi batterica contratta in ospedale. Nello specifico, gli sarebbe stata fatale una infezione da staffilococco aureo, manifestatasi dieci giorni dopo l’operazione chirurgica e proprio nell’area del braccio interessata dall’intervento.

La perizia medico legale disposta dalla Procura avrebbe quindi acclarato una condotta omissiva da parte dell’ospedale.

Per il consulente la genesi dell’infezione sarebbe correlabile alle condizioni del 71enne, a quelle ambientali della sala operatoria e alle manovre sanitarie utili per il trattamento della frattura.  Nel corso del processo, secondo quanto riporta l’Ansa, l’azienda di Careggi non sarebbe riuscita a dimostrare di aver adottato tutte le misure necessarie per salvaguardare le condizioni igieniche dei locali e della profilassi delle strumentazione chirurgica.

Sulla vicenda era stato aperto anche una inchiesta per omicidio colposo a carico di ignoti da parte della procura di Firenze. Il fascicolo, tuttavia, è stato archiviato dal gip, su richiesta del pm, per l’impossibilità di individuare responsabilità soggettive.

 

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MORTA A 20 GIORNI DALLA NASCITA, CONDANNA PER DUE MEDICI A GENOVA

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paralisi cerebrale

L’Azienda sanitaria era stata condannata a liquidare 1,7 milioni alla famiglia di una bambina nata con una paralisi cerebrale nel 2004

Era rimasta invalida alla nascita, riportando una gravissima paralisi cerebrale. Lo scorso Giugno il Tribunale di Ravenna aveva condannato la Ausl Romagna a risarcire la famiglia della giovane, oggi 14enne. Il Giudice, nello specifico, aveva disposto la liquidazione da parte dell’Azienda sanitaria di una cifra pari a 1,7 milioni di euro.

La vicenda risale al marzo del 2004. La madre, giunta alla 38esima settimana di gravidanza, si era presentata all’ospedale di Lugo per un controllo. I medici, in quella circostanza, avevano rilevato una sofferenza fetale. Tuttavia, non ne avevano disposto il ricovero. Secondo quanto appurato non erano infatti disponibili culle termiche, né un’ambulanza.

La donna, quindi, era stata invitata a recarsi con mezzi propri all’Ospedale di Ferrara, dove nacquero le bambine. Ma la prima gemellina, ormai asfittica, venne alla luce con una situazione già compromessa.

Nei confronti della condanna l’Ausl non ha proposto appello. Nonostante la sentenza sia divenuta esecutiva a luglio, però, la somma stabilita a titolo di risarcimento non è ancora stata corrisposta. I parenti secondo quanto riportato dall’Ansa, hanno quindi deciso di procedere al pignoramento sui conti dell’azienda sanitaria, per 2,5 milioni di euro. Si tratta di un ammontare derivante dalla somma dovuta aumentata di un terzo, come previsto dalla normativa in materia.

I legali della famiglia avrebbero citato l’Azienda sanitaria davanti al giudice dell’esecuzione di Forlì. E’ qui infatti che avrebbe sede l’istituto di credito che gestisce il servizio tesoreria dell’Ente. L’udienza è fissata per il gennaio del 2019.

 

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DECEDUTA PER UNA INFEZIONE: 800MILA EURO DI RISARCIMENTO ALLA FAMIGLIA

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Morta dopo un intervento all’ernia addominale

Condannato per omicidio colposo un medico finito a giudizio per il decesso di una donna di 64 anni, morta dopo un intervento all’ernia addominale nel 2017

Cinque mesi e dieci giorni di reclusione, con la condizionale. Questa la pena inflitta dal Gup di Udine a un chirurgo triestino finito a giudizio con l’accusa di omicidio colposo. Il medico, secondo quanto riporta il Piccolo, è stato ritenuto responsabile, con la sua condotta negligente, del decesso di una paziente di 64 anni. La donna era morta dopo un intervento all’ernia addominale cui era stata sottoposta nell’aprile del 2017.

Nello specifico, secondo quanto accertato dal consulente tecnico d’ufficio, il professionista avrebbe commesso un errore nella “direzione di entrata” del trocar. Inoltre, avrebbe agito “con una forza e velocità eccessiva” finendo così con il provocare la lacerazione dell’aorta. Nonostante il trasferimento in terapia intensiva per la paziente non c’era stato nulla da fare.

Prima ancora del decesso, i parenti avevano segnalato l’accaduto ai carabinieri. Dopo il tragico epilogo la Procura aveva aperto un’inchiesta con l’iscrizione nel registro degli indagati di tutti i sanitari che avevano seguito la paziente. Successivamente la posizione degli indagati, in assenza di profili di colpa commissiva ed omissiva, era stata archiviata, ad eccezione del solo chirurgo condannato.

Il processo si è celebrato con il rito abbreviato.

Il pm aveva chiesto la condanna a un anno. Il legale dell’imputato, invece, aveva depositato documentazione attestante l’avvenuto “integrale e satisfattivo” risarcimento del danno alle parti offese. L’avvocato chiedeva quindi l’assoluzione del proprio assistito “perché il fatto non è previsto dalla legge come reato”.

In base all’art. 590 sexies del codice penale, così come riformato dalla Legge Gelli Bianco in tema di responsabilità medica, la punibilità del medico è esclusa in caso di rispetto delle raccomandazioni previste dalle linee guida o dalle buone pratiche clinico-assistenziali. Peraltro, in base a una recente sentenza  delle Sezioni Unite della Cassazione, la fattispecie assolutoria richiede che la gradazione della colpa debba essere lieve. Circostanza che, secondo la difesa, ricorrerebbe nel caso esaminato, a differenza di quanto valutato dal Gup che avrebbe invece ravvisato un profilo di colpa grave.

 

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MORTA PER UNA PINZA DIMENTICATA NELL’ADDOME: CONDANNATI DUE MEDICI

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morta per una pinza

Il Tribunale di Salerno ha condannato in primo grado due medici per il decesso di una donna, morta per una pinza dimenticata nell’addome

Due medici sono stati condannati dal Tribunale di Salerno per il caso di una donna, morta per una pinza dimenticata nell’addome dopo un intervento.

La signora, originaria di Montecorvino Rovella è deceduta in seguito a un intervento chirurgico. Il giudice Gabriella Passaro ha condannato ieri, nel giudizio di primo grado, due medici dell’ospedale Ruggi.

I due sanitari, all’epoca dei fatti erano primario e vice del reparto di chirurgia generale. I medici sono stati condannati rispettivamente a un anno di reclusione e a e otto. Entrambe le pene sono sospese alle condizioni di legge.

Un terzo medico indagato è stato assolto per non aver commesso il fatto.

La vicenda della donna morta per una pinza dimenticata ha fatto particolarmente scalpore all’epoca dei fatti, proprio per la gravità dell’accaduto.

Il caso

La donna, 86 anni, nel luglio del 2012 è entrata in ospedale per essere operata di un tumore all’intestino. Nel corso dell’operazione non si verificarono problemi, così l’anziana era stata dimessa senza problemi.

Tuttavia, 7 mesi dopo, nel febbraio del 2013, i familiari della signora dovettero ricoverarla d’urgenza in ospedale perché lamentava dei dolori lancinanti nella parte bassa del ventre.

Ci volle poco a capire che la causa di quei dolori era la presenza di un corpo estraneo.

La donna è morta solo 24 ore dopo il ricovero, prima che i medici potessero operarla.

I familiari hanno subito sporto denuncia portando così all’apertura di un’inchiesta volta ad accertare eventuali responsabilità mediche.

Alla chiusura delle indagini, il pm Elena Cosentino ha chiesto l’archiviazione di quattro posizioni, chiedendo il rinvio a giudizio solo per i tre medici.

Nel corso del processo penale, i familiari della donna si sono costituiti parte civile, assistiti dall’avvocato Antonio Ferrari.

I medici, invece, si sono fatti difendere dagli avvocati Gennaro Formicola e Raffaele Sassano che, atteso il deposito delle motivazioni della sentenza, potranno presentare eventuale appello.

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MORTO DOPO DIAGNOSI DI PERITONITE RITARDATA: 3 MEDICI CONDANNATI

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Morta per un intervento estetico: tre medici condannati

Tre medici sono stati condannati in via definitiva per il caso di R.A.L., infermiera morta per un intervento estetico a 46 anni.

La donna si era sottoposta a un semplice intervento di blefaroplastica, ma morì a causa di un dosaggio troppo elevato dell’anestetico usato per sedarla durante l’intervento nel maggio del 2015 in una clinica privata per vip.

Adesso, la Corte di Cassazione, ha reso definitive le condanne dei tre medici accusati di concorso in omicidio colposo.

Nello specifico, i giudici hanno confermato due anni e otto mesi di reclusione per il chirurgo plastico V.L. e un anno, sette mesi e dieci giorni per il suo collega U.N..

Quanto al medico anestesista S.A., lui ha ricevuto la pena più severa: tre anni, sette mesi e dieci giorni.

Il medico rispondeva anche di peculato per aver sottratto dall’ospedale di Legnano, in cui lavorava, il farmaco che poi si rivelò fatale per la paziente.

Nelle motivazioni​ della sentenza con cui la Cassazione ha respinto i ricorsi degli imputati, i giudici hanno ripercorso la vicenda della donna morta per un intervento estetico.

La 46enne era “paziente poliallergica ed asmatica (…) ed era stata appena sottoposta ad anestesia locale” ma, come riporta la sentenza, “i medici non si preoccuparono nemmeno di verificare la tolleranza della paziente ai sedativi da somministrare”.

Uno dei sedativi era il Propofol, farmaco non utilizzabile “in piccoli interventi a regime ambulatoriale (…) ed inoltre non può essere impiegato quando la struttura in cui si procede è sprovvista del tubo endotracheale e degli altri presidi di emergenza”.

Non solo. Scrivono i giudici che una semplice tracheotomia avrebbe salvato l’infermiera.

Tuttavia, nella clinica privata “non vi erano mezzi idonei per seguire e fronteggiare le possibili evoluzioni delle condizioni di salute del paziente indotte da tali farmaci”.

Circostanza di cui, ricorda la Cassazione, i tre medici condannati erano perfettamente consapevoli.

L’infermiera morta per un intervento estetico lavorava nel reparto di urologia dell’ospedale di Lodi. Il marito le aveva regalato quell’intervento di chirurgia plastica.

L’operazione è molto semplice e ritenuta banale dagli addetti ai lavori. Nel caso specifico, i medici si erano appoggiati alla clinica privata milanese frequentata da molti clienti vip.

Ma l’errore nel dosaggio dell’anestetico ha causato nella paziente una lenta bradicardia, fino all’arresto cardiaco.

La donna è stata poi trasportata d’urgenza all’ospedale Fatebenefratelli, dove poi è deceduta.

In seguito al suo decesso, la Procura ha subito deciso di aprire un’inchiesta. Il processo di primo grado con rito abbreviato si era concluso con le tre condanne che erano state confermate dalla corte d’appello.

 

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MORTA DI TETANO, CAMICE BIANCO CONDANNATO A OTTO MESI

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Pena (sospesa) di tre mesi per un neurochirurgo del Policlinico di Monza per una operazione chirurgica sbagliata. Ecco cosa è accaduto

Pena (sospesa) di tre mesi per un neurochirurgo del Policlinico di Monza per una operazione chirurgica sbagliata. Ecco cosa è accaduto

Un neurochirurgo del Policlinico di Monza è stato condannato a tre mesi, pena sospesa, per una operazione chirurgica sbagliata.

Il medico, per un errore, aggravò l’ernia del disco di un paziente 38enne di Osio Sotto, nella Bergamasca.

Il caso

I fatti oggetto della sentenza risalgono all’estate del 2013, ma soltanto la scorsa settimana il processo si è concluso. In base alle ricostruzioni effettuate dalla Procura della Repubblica di Monza e dagli inquirenti, sembra che dopo l’intervento cui era stato sottoposto le condizioni del paziente si fossero molto aggravate.

Ciò in quanto il neurochirurgo aveva compiuto una operazione chirurgica sbagliata, intervenendo sul quarto disco anziché sul quinto con conseguenze piuttosto serie.

Un errore che al paziente è costato giorni di dolore e di forzato riposo, con enormi disagi e sofferenze.

Il 59enne medico di San Donato Milanese è quindi comparso davanti al giudice monocratico di Monza, Valeria Tiengo. Il paziente, costituitosi parte civile, era difeso dall’avvocato Fabrizio Negrini del Foro di Monza.

A causa della operazione chirurgica sbagliata, il professionista è stato condannato dal giudice per colpa medica, alla luce delle lesioni provocate per un intervento errato.

Le lesioni riportate dal paziente 38enne sono state a suo tempo giudicate guaribili in oltre due mesi. Di qui la condanna – pena sospesa – e il pagamento di una provvisionale di 12.000 euro.

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MORTO PER LA ROTTURA DELLA MILZA: DUE MEDICI CONDANNATI

EDEMA POST INTERVENTO AL PENE, UROLOGO A GIUDIZIO PER LESIONI COLPOSE

MORTA DI TETANO, CAMICE BIANCO CONDANNATO A OTTO MESI

FALLOPLASTICA ERRATA E MANCATO CONSENSO INFORMATO: MOGLIE CHIEDE DANNI

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La Ausl è stata condannata a risarcire 800 mila euro alla famiglia di un uomo, ucciso da un batterio killer il 4 luglio 2013

La Ausl è stata condannata a risarcire 800 mila euro alla famiglia di un uomo, ucciso da un batterio killer il 4 luglio 2013

Si chiude con un maxi risarcimento ai familiari la vicenda sulla morte di E.U., 74 anni, ucciso da un batterio killer il 4 luglio del 2013, dopo una degenza all’ospedale di Ravenna.

Secondo il giudice Alessandra Medi, l’uomo non morì a causa dell’operazione cui fu sottoposto, ma in conseguenza di un’infezione letale contratta durante la degenza al nosocomio di Ravenna, come riporta Il Resto del Carlino.

Pertanto, secondo il Tribunale civile, la struttura sanitaria non avrebbe adottato le necessarie cautele in tema di norme igieniche in sala operatoria.

Da qui il maxi risarcimento di quasi 800mila euro che il giudice ha disposto a favore dei familiari dell’uomo, ucciso da un batterio killer dopo il trasferimento alla clinica Domus Nova e a tre mesi complessivi dal ricovero.

La vicenda

Tutto era partito dall’esposto del figlio, che affermava come il padre fosse stato ricoverato il 2 aprile 2013 per un intervento programmato di rimozione di un adenoma villoso al colon. L’intervento era andato bene. Tuttavia, dopo alcuni giorni si era presentata un’occlusione intestinale. Da lì c’era stato un nuovo ingresso in sala operatoria, ma durante l’intervento si era verificato un versamento interno che ha messo a rischio la vita del pazienze. Uscito dalla sala operatoria, l’uomo è stato ricoverato in terapia intensiva finché non ha superato la fase critica. A quel punto, viene sottoposto a un terzo intervento per inserire la protesi intestinale e chiudere la ferita.

Nell’esposto il figlio racconta che dalla cicatrice, prima pulita, ha cominciato a uscire liquido.

Dopo circa una settimana, l’uomo viene colpito da arresto cardiaco, ricoverato nuovamente in rianimazione e poi in stanza sterile.

Il tutto finché a metà giugno i problemi chirurgici sono apparsi superati e si è deciso per il trasferimento in un’altra struttura per la riabilitazione. Il posto si è liberato alla Domus Nova, dove il 74enne è stato trasferito e dove è morto il 4 luglio 2013.

Adesso, però, la Procura di Ravenna ha messo la parola fine alla vicenda accertando le responsabilità della Ausl.

 

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MORTO PER LA ROTTURA DELLA MILZA: DUE MEDICI CONDANNATI

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rottura della milza

Due medici sono stati condannati per la morte di B.M., autista di Santa Maria Capua Vetere morto per la rottura della milza 8 anni fa

Aveva perso la vita 8 anni fa B.M. autista morto per la rottura della milza per le conseguenze di un incidente sul lavoro. Una morte che però si sarebbe potuta evitare e per la quale due medici sono stati condannati.

Il giudice Dessi del tribunale di Santa Maria ha infatti condannato a un anno S. P. e a 8 mesi L. V., entrambi con pena sospesa.

I fatti

Siamo nel 2010. Nella notte tra il 29 e 30 agosto, l’uomo, che di lavoro guida gli autobus, sta rientrando da una corsa straordinaria in Costiera. Nello scendere dal messo, inciampa e sbatte contro la scaletta metallica. L’autista torna a casa e, accusando dolori, si reca nell’ospedale Melorio il mattino dopo.

Lì trova il medico R.A. – poi assolto – che avvia i primi accertamenti clinici che mettono in evidenza dei problemi al fegato oltre a una carenza di piastrine.

Dalla radiografia emerge la frattura della nona costola sinistra, spia per un’eventuale rottura della milza, che poi si scoprirà essere effettivamente lesionata.

In attesa dell’esito delle analisi, però, il medico termina il turno e l’uomo viene preso in cura dal dottor S. P.. Questi decide di dimetterlo, avvisando il paziente di tornare in ospedale qualora avesse avvertito dolori o febbre.

L’uomo torna a casa, ma i dolori non si placano. Fino al 6 settembre, quando decide di recarsi nuovamente in ospedale. Qui trova il dottor L.V., che ripete la radiografia.

Da questa emerge un versamento pleurico. Tuttavia, viene dimesso ancora una volta.

Il giorno dopo, però, l’uomo si reca alla clinica Villa del Sole dove, finalmente, si accorgono della rottura della milza intracapsulare. A quel punto, però, per l’uomo è troppo tardi. Viene trasportato d’urgenza nell’ospedale di Caserta ed operato, ma per la rottura della milza muore l’8 settembre.

Il giudice, nel condannare i due sanitari, ha anche disposto il risarcimento dei danni nei confronti della moglie della vittima.

 

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MORTA DI TETANO, CAMICE BIANCO CONDANNATO A OTTO MESI

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Morta insieme ai suoi due gemellini: un ginecologo condannato

Per il decesso di M.R.F., morta insieme ai suoi due gemellini è stata emessa una condanna a un anno e 6 mesi per un ginecologo

Era il 24 aprile 2011 quando M.R.F., morta insieme ai suoi due gemellini, concludeva la sua giovane vita a soli 25 anni.

Per quanto accaduto, ieri, è stato condannato a un anno e 6 mesi un ginecologo dell’ospedale di Scafati. Una sola condanna, quella emessa dal giudice Raffaela Caccavale del tribunale di Nocera Inferiore, per quanto accaduto.

Secondo il giudice, è lui l’unico colpevole. Gli altri medici imputati sono tutti stati assolti perché il fatto non sussiste. Non sarebbero responsabili né della morte della donna (per il quale è stato assolto anche il ginecologo condannato), né per quella dei suoi due figli. Per conoscere ora le motivazioni della sentenza, bisognerà attendere novanta giorni. La procura aveva chiesto condanne per tutti, ma solo per il decesso dei due feti.

Il caso

La donna, prima del suo arrivo in ospedale, fu visitata dal suo ginecologo di fiducia, per un ascesso della coscia destra. Questo era presente da almeno un mese e mezzo, ma per i consulenti medici dell’accusa, invece di una terapia antibiotica, alla 25enne fu prescritta una pomata con impacco di camomilla. Dopo due giorni, con il dolore in aumento, la donna si era recata a Scafati, in pronto soccorso. Qui, visto il suo stato di gravidanza, fu visitata dal ginecologo ora condannato che ha ritenuto di risolvere il problema dell’ascesso con un intervento.

Il tutto senza prima svolgere dei controlli di tipo ginecologico sulla paziente, omettendo di controllare lo stato di salute dei due bimbi che la donna portava in grembo, attraverso un’ecografia o con altri esami. Da qui, la decisione di trasferire la donna in chirurgia.

Lì un chirurgo, dopo aver parlato con il ginecologo e aver ricevuto l’ok all’intervento, operò la donna. Nella notte, però, la donna è stata colta da uno shock settico.

I medici hanno proceduto al taglio cesareo ma i feti erano già morti.

La giovane donna è quindi deceduta con i due piccoli che ancora portava in grembo.

 

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