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malasanità

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Sindrome coronarica acuta

Il giudice monocratico ha condannato a un anno di reclusione e al pagamento di una provvisionale un medico: avrebbe scambiato problemi cardiaci per un colpo di freddo.

Un caso di malasanità ha portato alla condanna di un medico, R.M., dell’Ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento: la dottoressa non avrebbe diagnosticato alla paziente, poi deceduta, una sindrome coronarica acuta.

La vicenda

Tutto ha inizio nel luglio del 2012. La vittima, M.V., una donna di 36 anni originaria di Porto Empedocle, si era recata in pronto soccorso accusando dei forti dolori al braccio e alle spalle.

Secondo la ricostruzione dei fatti, la signora sarebbe stata ignorata per oltre mezz’ora al Pronto Soccorso.

Inoltre, le sarebbe stato detto dalla dottoressa che l’ha visitata di non essere affetta da alcuna patologia.

Per il medico, infatti, i dolori al braccio e alle spalle sarebbero stati causati dall’aria condizionata.

La donna, però, è morta per sindrome coronarica acuta poco prima di essere sottoposta ad alcune radiografie “sollecitate – secondo il marito – con insistenza”.

L’uomo, assistito dall’avvocato Gianfranco Pilato, qualche ora dopo la morte della moglie, aveva immediatamente presentato una dettagliata denuncia con la quale segnalava “omissioni e negligenze”.

La sua costituzione di parte civile e quella dei figli, però, sono state ritirate dopo che hanno ottenuto il risarcimento.

Quanto alle sorelle, il fratello e i genitori (difesi dagli avvocati Giuseppe Lauricella e Santo Lucia) questi sono rimasti nel processo.

Per loro, il giudice ha stabilito, oltre al diritto al risarcimento che andrà quantificato in sede civile, anche una provvisionale di 30 mila euro per le sorelle della donna e 20 mila euro per il fratello.

Il medico – difeso dall’avvocato Ninni Giardina – aveva dichiarato: “Sono addolorata per quella tragedia ma non ho alcuna responsabilità, ho fatto il mio dovere fino in fondo”.

Ma per il giudice monocratico Rosanna Croce il medico è colpevole di omicidio colposo. Per questo è stata condannata a un anno di reclusione e al pagamento di una provvisionale.

Il pm Alfonsa Fiore aveva chiesto la condanna a 2 anni e 6 mesi di reclusione.

 

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CEREBROLESO PER UN’ANESTESIA, RISARCITA FAMIGLIA DI UN BIMBO DI 4 ANNI

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morto per una polmonite

Il padre del piccolo: “Dopo 1965 giorni finalmente un po’ di giustizia”. Il bambino morto per una polmonite non aveva ricevuto un adeguato approfondimento diagnostico sulla malattia.

Un bimbo morto per una polmonite a soli 8 anni e una famiglia che, da allora, non si era data pace. È questo l’antefatto di un caso di malasanità che ha portato alla condanna, da parte del Tribunale di Caserta, di un pediatra, cui è stato inflitto un anno di reclusione con pena sospesa.

Il medico, C.P., è stato ritenuto responsabile della morte del piccolo D.G., un bambino originario di Capua di soli 8 anni.

Il bambino è deceduto nel gennaio del 2013 per una polmonite che, secondo i giudici, non era stata adeguatamente trattata.

Nel lungo processo per il decesso del piccolo morto per una polmonite, che ha visto veri e propri scontri in aula tra i periti sulle responsabilità del medico imputato, a emergere chiaramente sono state le responsabilità del pediatra.

Il medico non avrebbe operato un adeguato approfondimento diagnostico sulla malattia che ha portato il bambino alla morte.

Una condotta segnata da molta superficialità, come specificato dall’avvocato Di Rubbo in sede di discussione. Il bambino era stato infatti visitato solo il giorno prima della morte, nonostante il problema respiratorio fosse pregresso di qualche settimana.

Il medico, inoltre, era perfettamente a conoscenza di tale difficoltà respiratorie fin dal principio. Per il pediatra, difeso dall’avvocato Umberto Pappadia, il pm aveva chiesto un anno e 4 mesi di reclusione.

Alla fine, però, la condanna è stata di un annodi reclusione (pena sospesa). Il medico è stato inoltre condannato al pagamento del risarcimento in favore delle parti civili, costituitesi con l’avvocato Letizia Di Rubbo, da quantificare in sede civile. Stabilita anche una provvisionale di circa 140mila euro complessivi.

A stabilirlo è stato il giudice Meccariello al termine del processo celebrato presso la sezione distaccata di Caserta del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere.

Esclusa, però, la responsabilità civile dell’Asl Caserta 1. In tal senso è stata rigettata la richiesta di risarcimento avanzata nei confronti dell’Ente sanitario, rappresentato in giudizio dall’avvocato Angelo Trombetti.

Laconico il commento del padre del piccolo.

“Ci sono voluti 1965 giorni per avere un po’ di giustizia – ha commentato – ringrazio l’avvocato Letizia Di Rubbo e l’avvocato Fabiola Iannuzzi, per la loro professionalità, ma soprattutto per la loro umanità, che ci hanno seguito e sostenuti in questo lungo percorso nell’inferno”.

 

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CEREBROLESO PER UN’ANESTESIA, RISARCITA FAMIGLIA DI UN BIMBO DI 4 ANNI

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procurato aborto

Il medico era accusato di procurato aborto per non aver provveduto all’immediata predisposizione di un taglio cesareo, pur avendo riconosciuto una grave sofferenza fetale

Un anno e quatto mesi, con sospensione della pena. Questa la condanna inflitta dal Tribunale monocratico di Vibo Valentia a un ginecologo 57enne ritenuto colpevole di procurato aborto.

Il medico era di turno presso l’ospedale del capoluogo di provincia calabrese il 2 giugno del 2014. Secondo l’accusa avrebbe posto in essere una condotta negligente in contrasto con le linee guida, in relazione al parto di una donna di Tropea.

Il professionista non avrebbe provveduto all’immediata predisposizione di quanto occorrente per l’espletamento in somma urgenza del taglio cesareo. Il tutto pur avendo riconosciuto la situazione di grave sofferenza fetale che avrebbe imposto di ricorrere all’intervento chirurgico non oltre i trenta minuti dalla diagnosi.

In quel momento, tra le 8.30 e le 8.55, in sala operatoria era già presente un’altra puerpera. Il ginecologo avrebbe quindi omesso di allertare il secondo medico reperibile, nonché il primario del reparto, come tale sempre reperibile.

Con la sua condotta, quindi, l’imputato non avrebbe impedito l’interruzione della gravidanza per morte del feto.

Un epilogo verificatosi in un lasso di tempo intercorrente fra le ore 9:08 – orario dell’ultimo tracciato cardiografico – e le ore 10:10, momento dell’estrazione del corpicino senza vita.

A causare il decesso, secondo quanto emerso dall’autopsia eseguita dall’anatomopatologa e dai consulenti nominati dalla Procura, sarebbe stata una ‘asfissia acuta intrauterina da verosimile ipoafflusso pre-placentare’. Una tragedia di cui non si era presentata alcuna avvisaglia. La gravidanza, infatti, sino a quel momento era proceduta senza intoppi.

Il Giudice ha anche riconosciuto una provvisionale a favore dei genitori del piccolo. Si conclude così il primo grado di giudizio di una vicenda processuale passata nel 2016 attraverso un clamoroso intoppo: in occasione di una delle prime udienze dibattimentali in cui dovevano deporre dei testimoni chiave, il procedimento si era infatti bloccato a causa dello smarrimento del faldone da parte della Cancelleria del Tribunale.

 

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LEUCEMIA NON DIAGNOSTICATA: CONDANNATO MEDICO DEL LAVORO

 

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cerebroleso

Ospedale e Assicurazione verseranno per le cure del piccolo, rimasto cerebroleso dopo la sedazione per un  test audiometrico, una cifra pari a 1,75 milioni

Alla nascita era perfettamente in salute, ma nell’aprile del 2015, ad appena 11 mesi subì danni irreversibili in seguito a un’anestesia per un test all’orecchio. E’ la drammatica storia di un bimbo veneto rimasto cerebroleso per un errore medico che lo ha portato alla paralisi e alla disabilità.

Il piccolo presentava delle presunte difficoltà all’udito che richiedevano un accertamento per mezzo di adeguate analisi audiometriche. I genitori, di origine marocchina ma residenti da anni a Verona, lo avevano portato al Policlinico di Borgo Roma. Nel corso dell’esame, tuttavia, le condizioni del paziente si erano aggravate al punto da farlo finire in coma. Trasportato in Terapia intensiva presso un’altra struttura cittadina, il bimbo si era poi ripeso ma le conseguenze dell’accaduto ne hanno segnato irrimediabilmente l’esistenza.

La vicenda aveva visto l’apertura di un’inchiesta che aveva portato all’iscrizione nel registro degli indagati del medico che praticò la sedazione, accusato di lesioni colpose gravissime.

Secondo il Pm il professionista, agendo con negligenza, imprudenza e imperizia, “cagionava al piccolo lesioni personali dalle quali derivava incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni”. La sua condotta avrebbe provocato “pericolo di vita, indebolimento permanente degli organi, malattia insanabile del sistema nervoso centrale e conseguentemente di vari organi ed apparati”.

L’anestesista, come riportato dal Corriere del Veneto, venne rinviato a giudizio. Nel procedimento entrarono come responsabili civili l’Azienda ospedaliera di Verona e la compagnia assicurativa che copre le responsabilità dei sanitari. Nelle scorse ore, tuttavia, i legali delle parti hanno trovato un accordo extragiudiziale sul risarcimento. Ospedale e Assicurazione verseranno alla famiglia del della giovane vittima una cifra pari a un milione e 750mila euro. Oggi il bimbo ha quattro anni e necessita di un’assistenza continua. Con il denaro ricevuto – spiega il legale di parte civile –  “i genitori potranno provvedere alle cure della loro creatura”.

 

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MORTA DI EPATITE C PER UNA TRASFUSIONE: LA ASL INDENNIZZA LA FAMIGLIA

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Morta di epatite C per una trasfusione: la Asl risarcisce la famiglia

La Asl ha riconosciuto 77.500 euro alla famiglia della donna morta di epatite C nel 2016 come indennizzo. Aveva contratto la malattia per colpa di una trasfusione di sangue infetto in ospedale.

È giunta finalmente a una parziale conclusione la vicenda di una donna di Pietrasanta, in provincia di Lucca, morta di epatite C nel 2016. La 63enne aveva contratto la malattia a causa di una trasfusione di sangue infetto, avvenuta nel 1976 all’ex ospedale Lucchesi, come riporta Il Tirreno.

All’epoca la paziente aveva 23 anni e aveva dovuto ricevere la trasfusione a causa di un intervento chirurgico. Il sangue, però, era infetto. La donna ha quindi dovuto convivere tutta la vita con una malattia tremenda, all’epoca ancora sconosciuta.

Ora, a distanza di 42 anni dai fatti, la famiglia della donna ha ricevuto un indennizzo di 77.500 dall’Asl, dopo il parere favorevole della commissione di medici incaricati. Questi ultimi hanno riconosciuto l’errore commesso.

Come noto, non si tratta della prima richiesta di risarcimento per vittime di trasfusioni di sangue infetto.

Come la vicenda dalle 63enne, morta di epatite C, infatti, ci sono stati centinaia di casi.

Esiste infatti una legge specifica dello Stato, risalente al 1992, che riconosce un indennizzo a queste persone.

La vicenda della donna di Pietrasanta è particolarmente dolorosa, anche perché all’epoca le conoscenze sulla malattia erano davvero ridotte se non nulle.

Le condizioni di salute della signora sono state in più occasioni oggetto di accertamenti fino a quando, solo nel 1991, ha ottenuto una diagnosi definitiva.

Alla morte della donna, il marito e i tre figli decidono di rivolgersi all’avvocato Luca Giusti per ottenere giustizia. La famiglia e il legale si avvalgono della perizia del dottor Roberto Taddeucci.

In base alla legge del 1992, la famiglia inoltra la richiesta di indennizzo nei confronti della Asl Toscana Nordovest, che è competente per territorio.

Quest’ultima, come da prassi, gira la questione alla Commissione medica militare di La Spezia. Questa ha il compito di accertare la legittimità della richiesta.

A quel punto avviene il primo passo che consente il riconoscimento dell’errore medico, che si conclude con un esito favorevole.

In realtà non si tratta di un risarcimento, ma di un primo indennizzo, pari a 77.500 euro, la cui entità è prevista dalla legge sulle vittime delle trasfusioni da sangue infetto.

Infatti, il riconoscimento del danno vero e proprio potrà arrivare solo dopo la causa civile che la famiglia intenterà al Ministero della Salute. Spetterà poi ai giudici stabilire l’entità del danno subito.

 

 

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TRASFUSIONE DI SANGUE INFETTO, DOPO 46 ANNI ARRIVA IL RISARCIMENTO

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maltrattamenti e sequestro

Vittima di maltrattamenti e sequestro un’anziana ospite di una casa di riposo, sottoposta a numerose vessazioni tra cui strattonamenti e ingiurie

I Carabinieri del NAS hanno eseguito sette ordinanze di custodia cautelare  agli arresti domiciliari, emesse dal Gip del Tribunale di Latina, Pierpaolo Bortone. L’accusa, per le persone coinvolte, è di maltrattamenti e sequestro di persona perpetrati ai danni di un’anziana ospite di una casa di riposo di Roccaronga.

Il provvedimento ha colpito, nello specifico, il titolare della struttura, la moglie e cinque operatrici socio sanitarie, di cui tre di nazionalità rumena. Sono tutti ritenuti responsabili, a vario titolo, dei reati contestati.  La struttura è stata posta sotto sequestro e gli ospiti sono stati contestualmente trasferiti

Le indagini erano partite nell’agosto del 2017 in seguito alla denuncia presentata di familiari della signora.

Gli inquirenti, attraverso l’impiego di specifiche attività tecniche quali intercettazioni telefoniche, ambientali e audio/video, hanno appurato che l’assistita, non autosufficiente, subiva numerose vessazioni.

Tra queste “hanno assunto un particolare rilievo le modalità di sistematico contenimento fisico della donna, praticamente ristretta nel solo spazio della propria branda”. In pratica, grazie all’applicazione di sbarre metalliche sul letto, era stata realizzata una vera e propria ‘Gabbia’”.

Inoltre, l’anziana ospite, secondo le accuse, sarebbe stata più volte chiusa a chiave all’interno della propria stanza, peraltro priva di servizi igienici. A non bastare, tra i reiterati e significativi episodi di autoritarismo e violenza perpetrati dal personale, i NAS parlano di schiaffeggiamenti, strattonamenti e pesanti ingiurie. Alla malcapitata sarebbero spesso stati tirati i capelli.

L’attività degli uomini del Nucelo Aniti Sofisticazioni  carabinieri si è svolta sotto la direzione e il coordinamento della procura di Latina. I provvedimenti restrittivi hanno interessato i Comuni di Roccagorga, Maenza, e Sezze, tutti in provincia di Latina.

L’episodio riporta d’attualità il tema della sicurezza e della sorveglianza nelle strutture per gli anziani.

Al proposito il 6 aprile è stato presentato alla Camera dei Deputati un disegno di legge recante “Disposizioni in materia di videosorveglianza negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia nonché presso le strutture socio-assistenziali per anziani, disabili e minori in situazione di disagio e delega al Governo in materia di formazione del personale”.

Nella relazione introduttiva i firmatari sottolineano proprio la necessità di prevenire abusi ai danni dei soggetti più deboli e indifesi della nostra società. I dati, infatti, sottolineano i deputati “ci parlano di un allarme sociale grave, di una vera e propria emergenza”. Di qui la proposta, già avanzata nella precedente legislatura, di introdurre sistemi di videosorveglianza obbligatori nelle strutture indicate.

 

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LEUCEMIA NON DIAGNOSTICATA: CONDANNATO MEDICO DEL LAVORO

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Leucemia non diagnosticata

È arrivata la condanna in primo grado per un medico del lavoro: non avrebbe diagnosticato la leucemia a un suo paziente poi deceduto

Condannato a un anno per lesioni personali colpose: è quanto è accaduto a un medico di 72 anni, originario di Cantù, per una leucemia non diagnosticata a un suo paziente.

Il medico del lavoro, infatti, non avrebbe né diagnosticato la gravissima patologia, né tanto meno avrebbe avvisato il paziente o il medico di famiglia di una situazione clinica certificata e ben documentata.

Il paziente, morto per la leucemia non diagnosticata, era un magazziniere 73enne di Cabiate.

Nel pomeriggio di ieri è arrivata la condanna in primo grado di giudizio al Tribunale di Como per il medico del lavoro.

In un primo momento, il medico era stato rinviato a giudizio per omicidio colposo.

In seguito, il reato è stato derubricato in lesioni personali colpose.

Il medico del lavoro, infatti, nonostante le visite mediche periodiche, non avrebbe diagnosticato la leucemia.

Il professionista, inoltre, avrebbe redatto certificati medici di idoneità lavorativa sia nel dicembre del 2012 che nel 2013. La contestazione mossa dalla Procura è che li avrebbe emessi senza effettuare un’adeguata valutazione dei risultati degli esami del sangue, che lo stesso medico aveva fatto eseguire.

Se fossero stati attentamente esaminati, infatti, la notevole diminuzione dei leucociti sarebbe risultata evidente, come afferma la Procura di Como. Gli esami medici, inoltre, dimostravano un peggioramento progressivo, ignorato dal medico.

Pertanto, il medico del lavoro è stato condannato per aver omesso di fornire informazioni o comunicazioni sia al diretto interessato che al medico curante.

 

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MANCATA DIAGNOSI DI TUMORE, RISARCIMENTO DA 300MILA EURO

RESEZIONE DEL LOBO POLMONARE PER UN’ERRATA DIAGNOSI, 2 MEDICI A GIUDIZIO

MORTA DI CANCRO, NON AVEVA RICEVUTO LA DIAGNOSI: 2 MEDICI A GIUDIZIO

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deceduto dopo una operazione

È stata una vera e propria odissea giudiziaria quella della famiglia di un uomo morto dopo una operazione al cuore e la cui cartella clinica era incompleta. Dopo anni, tutto si chiude con un accordo transattivo per 370mila euro.

Un caso di malasanità, riportato da La Nazione, che ha coinvolto un uomo deceduto dopo una operazione al cuore, si è concluso dopo anni.

Tanto c’è voluto prima che arrivasse la sentenza di primo grado per quanto avvenuto a un uomo di poco più di 40anni, padre di famiglia, deceduto dopo una operazione di vascolarizzazione miocardia a cuore battente.

Il paziente si era sottoposto all’intervento il 20 novembre 2012. Questo si era reso necessario a causa di un’angina da sforzo.

Ebbene, il 27 novembre, l’uomo è stato quindi dimesso e trasferito a Volterra per la riabilitazione.

Il giorno dopo, mentre praticava sotto controllo medico gli esercizi fisici che gli erano stati prescritti, l’uomo si sente male.

Si capisce subito che si tratta di arresto cardiaco, ma a nulla valgono i tentativi di rianimarlo. L’autopsia , effettuata poco tempo dopo, rivela che una sutura si era riaperta spontaneamente causando l’arresto cardiocircolatorio.

Secondo il consulente dei familiari della vittima è stata questa la causa della morte.

Un evento che dimostrerebbe appieno l’imperizia con la quale la sutura in questione era stata eseguita.

Appurato questo, inizia lo scontro in sede civile tra l’ente ospedaliero di Pisa e i medici citati in giudizio.

Questi ultimi, in particolare, contestano le argomentazioni difensive sostenendo che l’autopsia aveva evidenziato che la lacerazione si trovava nel contesto del tessuto sano.

Pertanto, a loro avviso, soltanto uno sforzo traumatico notevole poteva averla causata. Insomma, tutto sarebbe accaduto durante le manovre di rianimazione.

Dopo una serie di perizie, e l’aver appurato che la cartella clinica del paziente presentava delle notevoli mancanze, il giudice civile di Pisa scrive quanto segue.

“L’incompletezza della cartella clinica, che l’azienda sanitaria ascrive alla circostanza che si trattava di intervento routinario, nonché la carente relazione autoptica, hanno determinato la nomina di ben tre collegi per tentare di accertare le cause del decesso”.

E non è tutto. “La responsabilità per l’incompleta compilazione della cartella clinica (che se completa di descrizione avrebbe consentito di discernere tra errore medico e complicanza incolpevole) – prosegue il giudice – ricade in via esclusiva su coloro che l’hanno predisposta – o che avevano l’obbligo di farlo”.

Pertanto, secondo il giudice, non si può che invocare quella incompletezza “quale elemento dimostrativo della carenza di prova riguardo la sussistenza di circostanze rilevanti sulle responsabilità del fatto”.

“In tutti quei casi – conclude – in cui è impossibile individuare con certezza la causa, come pure quelli in cui è solo dubbia, la responsabilità non potrà che ricadere sul medico-ospedale che non ha adempiuto ai propri oneri probatori in ordine alla sua adeguata diligenza”.

Il giudizio di primo grado ha accolto le pretese di moglie e figlio. Ai familiari dell’uomo deceduto dopo una operazione sono stati riconosciuti 540mila euro di risarcimento. A ciò è poi seguito un accordo che ha ridotto la cifra iniziale a 370mila euro con rinuncia a proseguire nel giudizio.

 

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MORTO PER UN GUASTO ALLA CULLA TERMICA: CONDANNATI DUE MEDICI

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trasfusione rifiutata

Due medici sono stati condannati per una vicenda che ha visto il decesso di un paziente, testimone di Geova, morto dopo essersi rifiutato di ricevere una trasfusione.

Ci sono due medici condannati per la vicenda di un paziente, un testimone di Geova di Ancona, morto dopo una trasfusione rifiutata. Altri quattro medici, invece, sono stati assolti.

I fatti risalgono a gennaio 2013.

Tutta ha inizio in una clinica privata di Ancona, come riporta Il Resto del Carlino. Qui, il 66enne testimone di Geova viene sottoposto a un intervento di colecistite sclerotroatrofica. Durante l’operazione, però, qualcosa va storto e si crea una piccola lesione.

Questa viene considerata “curabile” dai medici, con un altro intervento. Dalla clinica anconetana il paziente viene quindi trasferito agli Ospedali Riuniti di Ancona, un centro di eccellenza con strumentazioni più adatte per quell’intervento.

Ma questa operazione necessita di una trasfusione di sangue. Ed è qui che il paziente dà il suo fermo diniego: per motivi religiosi non può e non vuole ricevere sangue.

I medici gli spiegano che l’operazione è urgente e va eseguita subito, e che è opportuno evitare il trasferimento in altra sede. Inoltre, laddove vi sia un trasporto in altro ospedale, è bene che questo sia vicino, per poter intervenire tempestivamente in caso di complicanze.

Ma il 66enne non ne vuole sapere. Rifiuta l’intervento e decide di farsi trasferire a Varese dove, secondo voci, i medici sarebbero più tolleranti verso il credo religioso dell’uomo.

Tuttavia sono voci infondate, infatti a Varese il 66enne riceve regolarmente la trasfusione e viene operato.

Ma tra il trasferimento e l’intervento trascorre moltissimo tempo. Un tempo che i medici di Ancona avevano espressamente detto non esserci. E così, due mesi dopo, il paziente muore a Varese.

Ieri il giudice Anna Azzena ha condannato a due anni i medici della clinica privata di Ancona per il caso dell’uomo morto dopo una trasfusione rifiutata. Assolti, invece, i colleghi di Varese.

I difensori dei medici avevano sostenuto che il fatto di aver rifiutato l’intervento e la trasfusione, pur sapendo che erano di vitale importanza, e di aver chiesto il trasferimento da Ancona all’ospedale di Circolo di Varese con una consistente perdita di tempo, avrebbe determinato un tale aggravarsi della patologia sino a portare alla morte dell’uomo.

Ma per i giudici di Varese, “nessuna incidenza, in rapporto causale all’evento morte, può farsi risalire al rifiuto opposto dal paziente”. E pertanto i due medici sono stati condannati.

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TRASFUSIONE A UNA TESTIMONE DI GEOVA: MEDICO VIENE CONDANNATO

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colpa grave

L’Azienda sanitaria era stata costretta a risarcire un paziente per un’importante lesione all’arto. I Giudici contabili hanno ravvisato una colpa grave del camice bianco che visitò il malcapitato.

Dovrà versare alla USL Umbria 1 una cifra pari a circa 37 mila euro, comprensiva di rivalutazione monetaria e interessi. A tale somma si aggiungono anche 154,25 euro di spese legali. E’ la sentenza emessa dalla sezione giurisdizionale della Corte dei Conti dell’Umbria, che ha condannato una dottoressa  a risarcire l’Azienda sanitaria per ‘ colpa grave ’.

Il medico, come riportato dal Corriere dell’Umbria, è ritenuto responsabile di un’errata diagnosi nei confronti di un paziente.  Il fatto risale  al 2010 quando la sanitaria era in servizio presso il Pronto soccorso dell’Ospedale di Assisi.

La vittima, secondo quanto emerso dall’istruttoria delegata dalla Procura generale ai carabinieri del Nas di Perugia, presentava una lesione da taglio ad una mano.

L’uomo si era procurato la ferita potando i propri ulivi. Recatosi in Pronto soccorso, venne sottoposto a visita e successiva medicazione. Ma il camice bianco non rilevò che aveva riportato “gravi danni alla mano destra derivanti dalla recisione del nervo ulnare”.

Un errore che aveva costretto l’Azienda sanitaria a risarcire il malcapitato, tramite la propria assicurazione,  per l’importante lesione riportata all’arto. A seguito della liquidazione del rimborso nel 2012, la Procura regionale contabile aveva avviato il procedimento davanti alla Corte dei Conti.

Nelle scorse ore è arrivata la pronuncia dei Magistrati contabili. Il Collegio ha ritenuto che la colpa che ha connotato la condotta della dottoressa “non possa che essere ritenuta di particolare gravità”.  I Giudici, in particolare, hanno tenuto conto del fatto che “eventi lesivi di tale consistenza, quali quello provocato dalla convenuta, sarebbero stati evitabili con una corretta e accurata diagnosi precoce”.

 

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