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anche il padre va risarcito per la nascita indesiderata

Anche il padre ha diritto ad essere risarcito per il c.d. danno da nascita indesiderata a nulla rilevando il fatto che il contratto relativo alla prestazione di cure tese a garantire il corretto decorso della gravidanza sia stato stipulato solo tra la gestante e la struttura sanitaria

Con la Sentenza n. 10812 depositata il 18 aprile 2019 gli Ermellini si sono occupati di un complicato caso di malpractice medica che risale agli anni ’90.

I fatti di causa

A seguito di un travagliato iter giudiziario nel 2014, la Corte d’Appello di Caltanissetta, in parziale riforma della pronunzia del giudice di prime cure, accoglie parzialmente la domanda di risarcimento di una coppia di coniugi siciliani per i danni neonatali sofferti da loro figlia durante il parto.

La Corte Territoriale ravvisa la responsabilità del medico di turno il giorno del parto presso la divisione di ostetricia e ginecologia dell’ospedale per non aver sottoposto la partoriente a tutti gli esami strumentali per accertare la grave sofferenza del feto e le condizioni dell’altro, trattandosi di parto gemellare, e per trasferire quindi la puerpera rapidamente presso un’altra struttura attrezzata con un’unità di terapia intensiva prenatale.

I genitori propongono ricorso per cassazione avverso la sentenza adducendo una serie di doglianze tra le quali la circostanza che la Corte territoriale avesse escluso la legittimazione contrattuale del padre, che non aveva ottenuto alcun risarcimento pur dovendo far fronte alle costose cure di cui necessitava la figlia. Tale obiezione è stata accolta dalla Corte di Cassazione assieme agli altri motivi.

Rapporto tra condotta del medico e danno

Nella complessa ed articolata decisione in esame la Cassazione ha ricostruito con metodo analitico l’evoluzione della giurisprudenza della Corte di Cassazione in tema di responsabilità delle strutture sanitarie ex se e per fatto dell’ausiliario, osservando che la struttura sanitaria risponde a titolo contrattuale dei danni patiti dal paziente: a) per fatto proprio, ex art. 1218 c.c., ove tali danni siano dipesi dall’inadeguatezza della struttura; b) per fatto altrui, ex art. 1228 c.c., ove siano dipesi dalla colpa dei sanitari di cui essa si avvale (cfr. Cass., 3/2/2012, n. 1620; Cass., Sez. Un., 11/1/2008, n. 577; Cass., 13/4/2007, n. 8826; Cass., 24/5/2006, n. 12362).

Precisa, inoltre, che il rapporto in virtù del quale il debitore è chiamato a rispondere non può essere distinto tra comportamento doloso ovvero colposo del soggetto agente.
In tale ambito, la struttura sanitaria risponde direttamente di tutte quelle ingerenze dannose che al dipendente o al terzo preposto, della cui opera comunque si è avvalso, sono state rese possibili dalla posizione conferitagli rispetto al creditore/danneggiato, ovvero dei danni che ha potuto arrecare in virtù di quel particolare contatto cui è risultato esposto nei suoi confronti il creditore.

Sussiste la responsabilità diretta della struttura sanitaria nel caso in cui l’evento dannoso, come nel caso de quo, debba essere ricondotto alla condotta colposa posta in essere, anche a insaputa della stessa, dal medico, della cui attività essa si è comunque avvalsa per l’adempimento della propria obbligazione contrattuale (cfr. Cass., 27.8.2014, n. 18304).

In altri termini, confermata la validità del principio causale puro (c.d. all or nothing), non essendo ammissibile la comparazione tra causa umana imputabile e causa naturale non imputabile ma solo tra comportamenti umani colposi (v. Cass., 21/7/2011, n. 15991, e conformemente Cass., 6/5/2015, n. 8995; Cass., 29/2/2016, n. 2893; Cass., 20/11/2017, n. 27254; Cass., 21/8/2018, n. 20829; Cass., 21/8/2018, n. 20836), deve nel caso ribadirsi che la valutazione equitativa attiene propriamente non già all’accertamento del fatto costitutivo del danno risarcibile, e in particolare ad uno degli elementi della struttura dell’illecito e dell’inadempimento qual è – unitamente alla condotta e all’evento – il nesso di causalità, bensì alla – logicamente successiva (all’accertamento dell’an dell’illecito o dell’inadempimento) – fase della determinazione del quantum (art. 1226 c.c.) del danno-conseguenza risarcibile.

La responsabilità contrattuale del medico e della struttura sanitaria è configurabile anche relativamente ai soggetti terzi

Gli Ermellini hanno  già avuto modo di affermare, che la responsabilità contrattuale del medico e della struttura sanitaria oltre che nei confronti del paziente è configurabile anche relativamente ai soggetti terzi cui si estendono gli effetti protettivi del contratto, e in particolare ai prossimi congiunti, tra cui il padre, anche se il contratto sia stato stipulato tra una gestante e una struttura sanitaria e/o un medico, avente in particolare ad oggetto la prestazione di cure finalizzate a garantire il corretto decorso della gravidanza (cfr. Cass., 11/05/2009, n. 10741; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., 22/7/2004, n. 13634. Con riferimento al danno c.d. da nascita indesiderata scaturente dalla mancata rilevazione di malformazioni congenite del concepito, cfr. altresì, da ultimo, Cass., 21/8/2018, n. 20829; Cass., 29/1/2018, n. 2070; Cass., 2/10/2012, n. 16754; Cass., 2/2/2010, n. 2354).
Va per altro verso posto in rilievo che come la Suprema  Corte ha già avuto modo di porre in rilievo, la relazione materiale designa invero il derivare di un evento da una condotta (dolosa o) colposa, dovendo propriamente qualificarsi come nesso di causalità (non già meramente materiale bensì) giuridica quantomeno in ragione dell’essere essa rilevante per il diritto (v. Cass., 29/2/2016, n. 3893. Cfr. altresì quanto al riguardo sostanzialmente adombrato da Cass., 21/7/2011, n. 15991), il (successivo) diverso ed autonomo momento della determinazione del risarcimento dovuto attiene in realtà propriamente non già al piano della c.d. causalità equitativo-proporzionale (“apportioment of liability”) (in argomento v. Cass., 16/1/2009, n. 975) bensì a quello dei criteri di delimitazione dell’ambito del danno risarcibile, come risulta confermato (anche) dall’interpretazione che riceve l’art. 1223 c.c..

Tale norma (richiamata dall’art. 2056 c.c.) viene infatti ormai da tempo -in accordo con la dottrina – dalla giurisprudenza di legittimità intesa come da riferirsi non solo alle conseguenze dal danno evento derivanti in via immediata e diretta, ma anche quelle mediate ed indirette (v. Cass., 19/1/1999, n. 475; Cass., 9/5/2000, n. 5913; Cass., 16/2/2001, n. 2335; Cass., Sez. Un., 1/7/2002, n. 9556; Cass., 19/8/2003, n. 12124; Cass., 4/7/2006, n. 15274. E già Cass., 6/5/1966, n. 1173; nonché, da ultimo, Cass., 22/10/2013, n. 23915), facendosi in particolare ricorso al criterio della regolarità causale e considerando risarcibili i danni rientranti nel novero delle conseguenze normali ed ordinarie del fatto (v. Cass., 20/10/2014, n. 22225; Cass., 12/2/2014, n. 3207; Cass., 24/4/2012, n. 6474; Cass., 16/6/2011, n. 13179; Cass., 23/12/2010, n. 26042; Cass., Sez. Un., 11/1/2008, n. 576; Cass., 31/5/2003, n. 8828; Cass., 1/12/1998, n. 12195; Cass., 11/11/1986, n. 6607. E già Cass., 9/4/1963, n. 910), nell’avvertita la necessità di non lasciare priva di ristoro l’ipotesi in cui l’evento lesivo sia conseguenza necessitata del fatto lesivo quand’anche statisticamente anomalo, sicché il criterio della prevedibilità va distinto da quello della normalità delle conseguenze (v. Cass., 29/2/2016, n. 3893).

Come gli Ermellini hanno già avuto occasione di porre in rilievo, la norma di cui all’art. 1223 c.c., si risolve in realtà nell’indicazione di un mero criterio (da utilizzarsi unitamente a quelli posti agli artt. 1225, 1226, 1227 e 2056 c.c.) di delimitazione dell’ambito del danno risarcibile (cfr. già Cass., 15/10/1999, n. 11629) causalmente ascritto alla (“cagionato” dalla) condotta qualificata dalla colpa (o dal dolo) del soggetto responsabile, non essendovi necessariamente coincidenza tra danno arrecato e danno risarcibile (v. Cass., 29/2/2016, n. 3893, ove si pone in rilievo come la stessa richiamata Cass., 21/7/2011, n. 15991 faccia a tale significato in realtà sostanzialmente riferimento laddove evoca la “selezione del pregiudizi risarcibili”).

I criteri per delimitare la giuridica rilevanza delle conseguenze dannose

Si tratta allora di delineare i criteri valevoli a delimitare la giuridica rilevanza delle conseguenze dannose eziologicamente derivanti dal danno evento costituenti integrazione del rischio specifico posto in essere dalla condotta (dolosa o) colposa del debitore/danneggiante, che a tale stregua solo a carico del medesimo, e non anche sul creditore/danneggiato, debbono conseguentemente gravare.
Se ci si trova in presenza di danni conseguenza, come ad esempio l’aggravamento o la morte, costituenti effetto delle eccezionali condizioni personali del danneggiato ovvero del fatto successivo del terzo e in particolare del medico, non può invero pervenirsi a ridurre o escludere anche il relativo risarcimento in favore della vittima.

II danneggiato rimane infatti agli stessi specificamente esposto in conseguenza dell’antecedente causale determinato dalla condotta colposa o dolosa del debitore/danneggiante, quest’ultimo dovendo pertanto risponderne sul piano risarcitorio.

Un po’ diverso è il caso in cui, come nella fattispecie caso de quo, ci si trovi in presenza di un pregresso fattore naturale non legato all’altrui condotta colposa da un nesso di interdipendenza causale.
Secondo gli Ermellini, infatti, nel caso in cui un pregresso fattore naturale non imputabile venga individuato quale antecedente che, pur privo di interdipendenza funzionale con l’accertata condotta colposa del sanitario, sia dotato di efficacia concausale nella determinazione dell’unica e complessiva situazione patologica riscontrata, a esso non può attribuirsi rilievo sul piano della ricostruzione della struttura dell’illecito, e in particolare dell’elemento del nesso di causalità tra tale condotta e l’evento dannoso.

Appartiene, infatti, ad una serie causale del tutto autonoma rispetto a quella in cui quest’ultima si inserisce.
Allo stesso può assegnarsi rilevanza unicamente sul piano della determinazione equitativa del danno, e conseguentemente pervenirsi, sulla scorta di una valutazione da effettuarsi, in difetto di qualsiasi automatismo riduttivo, con ragionevole e prudente apprezzamento di tutte le circostanze del caso concreto, alla delimitazione del quantum del risarcimento dovuto dal responsabile (cfr. Cass., 29.2.2016, n. 3893).

Il principio causale puro

In altri termini, confermata la validità del principio causale puro (c.d. all or nothing), non essendo ammissibile la comparazione tra causa umana imputabile e causa naturale non imputabile ma solo tra comportamenti umani colposi (v. Cass., 21/7/2011, n. 15991, e conformemente Cass., 6/5/2015, n. 8995; Cass., 29/2/2016, n. 2893; Cass., 20/11/2017, n. 27254; Cass., 21/8/2018, n. 20829; Cass., 21/8/2018, n. 20836), deve nel caso ribadirsi che la valutazione equitativa attiene propriamente non già all’accertamento del fatto costitutivo del danno risarcibile, e in particolare ad uno degli elementi della struttura dell’illecito e dell’inadempimento qual è – unitamente alla condotta e all’evento – il nesso di causalità, bensì alla – logicamente successiva (all’accertamento dell’an dell’illecito o dell’inadempimento) – fase della determinazione del quantum (art. 1226 c.c.) del danno-conseguenza risarcibile.

Quindi, secondo la Corte, al fattore naturale non imputabile privo di interdipendenza funzionale con l’accertata condotta colposa del sanitario, ma dotato di efficacia concausale nella determinazione dell’unica e complessiva situazione patologica riscontrata, non può attribuirsi rilievo sul piano della ricostruzione del nesso di causalità tra detta condotta e l’evento dannoso, appartenendo a una serie causale del tutto autonoma rispetto a quella in cui si inserisce la condotta del sanitario, bensì unicamente sul piano della determinazione equitativa del danno, potendosi così pervenire – sulla base di una valutazione da effettuarsi, in difetto di qualsiasi automatismo riduttivo, con ragionevole e prudente apprezzamento di tutte le circostanze del caso concrete – solamente a una delimitazione del quantum del risarcimento.

La responsabilità contrattuale del medico e della struttura sanitaria, oltre che nei confronti del paziente – asseriscono gli Ermellini – è configurabile anche relativamente ai soggetti terzi cui si estendono gli effetti protettivi del contratto, e in particolare ai prossimi congiunti, tra cui anche il padre, anche qualora il contratto sia stato stipulato tra una gestante e una struttura sanitaria e/o un medico, avente in particolare ad oggetto la prestazione di cure finalizzate a garantire il corretto decorso della gravidanza”.

La Suprema Corte ha quindi disposto la cassazione della sentenza con rinvio alla Corte d’Appello di Caltanissetta che, in diversa composizione, dovrà procedere a un nuovo esame dei motivi accolti, tra cui quello relativo alla legittimazione del papà.

Avv. Maria Teresa De Luca

 

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La Cassazione è tornata sul tema del nesso di causa nell’ambito della responsabilità professionale medica con la sentenza nr. 8461 del 27.03.19

Il caso

Si trattava di un caso in cui i ricorrenti avevano impugnato una pronuncia della Corte d’Appello di Genova che aveva solo parzialmente accolto la domanda (dei prossimi congiunti di una vittima primaria) di risarcimento per danni subiti iure proprio e iure hereditario a causa di decesso della paziente per ritardata diagnosi di carcinoma mammario.
In particolare, il caso concerneva una signora alla quale era stato diagnosticata la presenza di masse tumorali benigne al seno nel gennaio 2003 e che, nel successivo mese di ottobre, aveva invece scoperto (grazie a un esame istologico) la natura maligna e aggressiva della patologia, tale da rendere necessaria una asportazione totale della mammella e conseguenti cure chemioterapiche.
La Corte di Cassazione, in primo luogo, ribadisce la linea adottata con la pronuncia nr. 576 del 2008 secondo la quale, in ambito di malpractice, il nesso causale è disciplinato dalla ratio elicitabile dagli  artt. 40 e 41 del codice penale temperata dal criterio della cosiddetta “causalità adeguata”: un evento può considerarsi causato da un altro se esso non si sarebbe verificato in assenza del precedente. Tuttavia, all’interno della serie causale, occorre dare rilievo solo a quegli accadimenti prodromici (rispetto a quello analizzato) che non appaiono, ad una valutazione ex ante, del tutto inverosimili.

La regola della “preponderanza dell’evidenza”

Va, peraltro, rammentato che la valutazione eziologica in materia civile deve essere illuminata e orientata dalla cosiddetta regola della “preponderanza dell’evidenza”.
Pertanto, se il giudice appura una omissione di attività professionale in capo a un medico, egli può ritenere, in assenza di fattori esplicativi alternativi, che l’omissione sia stata la causa dell’evento lesivo e che, per converso, la condotta doverosa, ove tenuta, avrebbe impedito il verificarsi dell’evento (Cass. nr. 16123 /2010, nr. 12686/2011 e nr. 6698/2018).
Non si dimentichi che “anticipare il decesso di una persona già destinata a morire perchè afflitta da una patologia costituisce pur sempre una condotta legata da nesso di causalità rispetto all’evento morte e obbliga chi l’ha tenuta al risarcimento del danno” (Cass. 20996/2012).
Gli Ermellini hanno censurato la sentenza di secondo grado in quanto essa non ha tenuto presente che la prognosi della signora, al momento della mancata diagnosi del gennaio 2003, prevedeva una probabilità di vita a 10 anni compresa tra il 75 e l’85% e un rischio di morte compreso tra il 7 e il 13%.

Il principio di diritto

In definitiva, la Corte così riassume il contenuto della propria decisione: “è configurabile il nesso causale tra il comportamento omissivo del medico ed il pregiudizio subito dal paziente qualora attraverso un criterio necessariamente probabilistico, si ritenga che l’opera del medico, se correttamente e prontamente prestata, avrebbe avuto serie ed apprezzabili possibilità di evitare il danno verificatosi: laddove il danno dedotto sia costituito anche dall’evento morte sopraggiunto in corso di causa ed oggetto della domanda in quanto riconducibile al medesimo illecito, il giudice di merito, dopo aver provveduto alla esatta individuazione del petitum, dovrà applicare la regola della preponderanza dell’evidenza o del ‘più probabile che non’ al nesso di causalità fra la condotta del medico e tutte le conseguenze dannose che da essa sono scaturite”.
Inoltre, “ove la decisione del giudice sia fondata sulle risultanze di una CTU, l’accertamento tecnico svolto deve essere valutato nel suo complesso, tenendo conto anche dei chiarimenti integrativi prestati sui rilievi dei consulenti di parte: il mancato e completo esame delle risultanze della CTU integra un vizio della sentenza che può essere fatto valere, nel giudizio di Cassazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, risolvendosi nell’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti“.

Avv. Francesco Carraro

 
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Responsabilità del debitore

Nei casi di malpractice medica la responsabilità del debitore presuppone la dimostrazione del nesso causale tra condotta del medico e danno

Avevano agito in giudizio per ottenere il risarcimento dei danni, patrimoniali e non, per la morte della madre. Le eredi della donna, tuttavia, si erano viste respingere le proprie pretese sia in primo grado che in appello. Si erano quindi rivolte alla Suprema Corte di Cassazione lamentando la violazione e falsa applicazione dell’art. 1218 del codice civile sulla responsabilità del debitore. A loro avviso, la Corte territoriale aveva errato nell’individuazione del contenuto dell’onere della prova di chi agisce per responsabilità contrattuale.

Secondo le ricorrenti, inoltre, il Giudice d’appello aveva aderito acriticamente alla C.T.U. Il tutto senza tenere in considerazione le risultanze emerse dalla relazione dell’ausiliario ematologo e da tutti i dati clinici rinvenibili nella documentazione versata in atti.

In relazione al primo motivo di doglianza la Cassazione, con la sentenza n. 19204/2018, ha ritenuto infondata l’impugnazione della sentenza di secondo grado.

Nei giudizi di risarcimento del danno da responsabilità medica, secondo l’orientamento giurisprudenziale di legittimità, compete infatti al paziente che si assuma danneggiato dimostrare l’esistenza del nesso causale tra la condotta del medico e il danno di cui chiede il risarcimento.

La previsione dell’art. 1218 c.c., infatti, esonera il creditore dell’obbligazione asseritamente non adempiuta dall’onere di provare la colpa del debitore. Non da quello di dimostrare il nesso di causa tra la condotta del debitore e il danno di cui si chiede il risarcimento.

Se, al termine dell’istruttoria, non risulti provato il nesso tra condotta ed evento, la domanda deve essere rigettata.

Con riferimento al secondo motivo, i Giudici del Palazzaccio hanno invece ritenuto il ricorso inammissibile. Il giudice a quo, infatti, aveva scandito con passaggi motivazionali inequivoci, comprensibili e logici che non era stata provata l’erroneità delle conclusioni della C.T.U. Ciò neppure tramite il supporto della consulenza ematologica. La Corte territoriale, inoltre, aveva correttamente rilevato come fosse vero che le scelte terapeutiche fatte furono conseguenza di una errata diagnosi.

 

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tribunale di ferrara

Il Tribunale di Ferrara ha sottolineato come fino all’entrata in vigore della riforma Gelli, la responsabilità del professionista debba considerarsi di natura contrattuale

Una recente sentenza del Tribunale di Ferrara del 22.03.18 si è pronunciata su un caso di responsabilità professionale medica. È stata l’occasione, per l’organo giudicante, di fare il punto sul tema caldo della malpractice in ambito sanitario, alla luce dei recenti interventi normativi e in particolare della legge Gelli-Bianco del 2017.

Trattavasi di una vicenda in cui la vittima aveva agito in giudizio per vedersi risarcire il danno causato, a suo dire, da un intervento chirurgico eseguito nel 2011 e consistente in una biopsia effettuata nella regione sottomandibolare dov’era allocata una tumefazione apparentemente riconducibile a un linfonodo. Secondo la prospettazione attorea, nei giorni successivi all’intervento chirurgico, il paziente aveva avvertito un forte dolore nella parte sinistra della mandibola accorgendosi di non riuscire a mantenere in bocca i liquidi che cercava di bere.

La struttura convenuta si era difesa affermando che la natura della responsabilità ad essa, per ipotesi, addebitatale non poteva ritenersi di carattere contrattuale, ma semmai di natura extracontrattuale. Il giudice ha fatto subito piazza pulita di tale eccezione, affermando essere ormai pacifica acquisizione giurisprudenziale la circostanza per cui l’accoglimento di un paziente in una struttura ospedaliera configura, di fatto,  la stipula di un contratto cosiddetto ‘di spedalità’ tra il paziente è l’ente ospedaliero (vedi Cassazione 23.918 del 2006, 11.297 del 2004, 11.316 del 2003).

Tale contratto di spedalità comporta, ovviamente, l’applicazione a beneficio del paziente della disciplina della responsabilità contrattuale con la conseguenza che la responsabilità dell’ente è configurabile ai sensi dell’articolo 1218 del codice civile sull’inadempimento dell’obbligazione e dell’art. 1228 sull’inadempimento dei sanitari dipendenti della struttura. Neppure è stata accolta la tesi dell’azienda secondo cui, in ossequio al decreto Balduzzi 2012, la responsabilità avrebbe dovuto essere ascritta al rango di quella aquiliana. Infatti, l’articolo 3 del decreto in questione si era limitato, in allora, a prevedere che l’esercente della professione sanitaria (il quale si fosse attenuto a line guida o a buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica) non avrebbe risposto penalmente per colpa lieve, fermo restando l’obbligo di risarcimento di cui all’articolo 2043 del codice civile.

Giustamente il Tribunale di Ferrara ha sottolineato come tale articolo 3 debba ritenersi afferente all’ambito penale e abbia il significato di escludere che l’assoluzione penale del medico (per una condotta connotata da colpa lieve) possa comportare una sua liberazione dalla pretesa risarcitoria della vittima.

Alla luce di quanto sopra, e perlomeno fino all’entrata in vigore della riforma Gelli-Bianco, la responsabilità del professionista deve senz’altro considerarsi di natura contrattuale in applicazione della figura negoziale di creazione giurisprudenziale del contratto da ‘contatto sociale’.

Peraltro, in materia e come anzidetto, è intervenuta la legge numero 24 del 2017 il cui articolo 7 stabilisce che la struttura sanitaria o sociosanitaria pubblica o privata che, nell’adempimento della propria obbligazione, si avvalga dell’opera di esercenti la professione sanitaria –  anche se scelti dal paziente e ancorché non dipendenti della struttura stessa – risponde ai sensi dell’art. 1228  del codice civile delle loro condotta dolosa o colposa.

Ne deriva che, nel caso sottoposto al vaglio dalla corte ferrarese, la struttura sanitaria doveva fornire la prova di aver eseguito correttamente l’intervento della biopsia, id est la dimostrazione della propria assenza di colpa nonché del fatto che la lesione non era dipesa da una manovra non corretta del medico, ma da qualche altro fattore. Tale prova, però, nel caso concreto, non era stata fornita in quanto la struttura convenuta non aveva avvalorato in alcun modo, in sede istruttoria, il proprio asserto difensivo; e cioè quello secondo cui il paziente sarebbe stato coinvolto, pochi giorni dopo la biopsia, dallo stesso processo infiammatorio sottomandibolare che aveva portato all’ingrossamento del linfonodo. Senza contare che, dalla diagnosi resa all’atto delle dimissioni, si apprendeva di una regressione quasi completa della tumefazione preesistente.

Ne deriva che la spiegazione più logica della spiacevole ‘disavventura’ occorsa all’attore risiede proprio (e fino a prova contraria, mai pervenuta) nel maldestro intervento chirurgico di biopsia. Tale errore costituiva una complicanza sì prevedibile, ma anche evitabile attraverso un approccio chirurgico ben eseguito.

Avv. Francesco Carraro

Foro di Padova

 

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malpractice medica

La madre dell’attrice era deceduta in seguito a una perforazione intestinale per malpractice medica asseritamente subita a causa di colonscopia e clisma opaco

Ogni tanto è opportuno fare il punto sul tema della malpractice medica, soprattutto in presenza di nuove sentenze che pregevolmente riepiloghino le caratteristiche della materia de quo. Nel caso affrontato dal Tribunale fiorentino con la sentenza nr. 335 del 05.02.18, si verteva in ordine alla controversia instaurata dalla figlia, nonché erede, di una paziente dell’azienda sanitaria di Firenze. La madre dell’attrice era deceduta in seguito a una perforazione intestinale asseritamente riportata per effetto degli esami (colonscopia e clisma opaco) svolti sulla stessa ad opera dei sanitari del nosocomio in cui la donna era stata ricoverata.

La pronuncia in questione ha, innanzitutto, rammentato come la responsabilità professionale medica   vada inquadrata nell’alveo della cosiddetta responsabilità di natura contrattuale e sia definibile come “contratto di spedalità”: un contratto atipico che sorge, e intercorre, tra il paziente di qualsiasi struttura e la struttura medesima all’atto della presa in carico del primo da parte della seconda. Tale contratto ha per oggetto sia le prestazioni di carattere squisitamente medico sia quelle accessorie come, ad esempio, l’utilizzazione dei servizi, la manutenzione dei macchinari e le prestazioni di vitto e alloggio conseguenti al ricovero ospedaliero.

Si configura, invece, come responsabilità contrattuale da “contatto sociale” quella intercorrente tra i sanitari dipendenti di una struttura ospedaliera e il paziente. Come noto, trattasi di una categoria di creazione giurisprudenziale oramai obsoleta in seguito all’entrata in vigore della legge che ha ridisegnato il sistema della RC-medica: la ‘Gelli-Bianco’ dell’aprile 2017. La riforma ha definitivamente configurato come connotata dal crisma della extra-contrattualità la responsabilità dei singoli sanitari salvo il caso in cui essi abbiano stipulato uno specifico accordo con il paziente.

Detto questo, va aggiunto che, nell’ambito della responsabilità professionale medica, incombe sul paziente danneggiato che agisca contro la struttura sanitaria l’onere di provare la sussistenza del contratto e l’aggravamento della situazione patologica (ovvero l’insorgenza di nuove patologie, rispetto a quelle già note, che sono conseguite all’intervento prestato dai sanitari della struttura convenuta in giudizio). L’attore dovrà anche dimostrare che il contegno attivo od omissivo dei sanitari è stato astrattamente idoneo a generare il danno lamentato. Questo significa che, sul paziente danneggiato, non incombe invece l’obbligo di dimostrare la colpa dei sanitari convenuti.

Per contro, spetta invece alla struttura sanitaria, proprio in ossequio ai caratteri tipici della malpractice, provare che la prestazione professionale è stata eseguita in modo impeccabile e che gli esiti negativi sono frutto di un evento imprevisto, imprevedibile e non riconducibile alla condotta negligente o imperita dei medici. In altri termini, la struttura sanitaria dovrà dimostrare che il danno si è verificato senza la ricorrenza di una colpa, di qualsivoglia tipo, in capo ai medici curanti.

Inoltre, l’articolo 2236 del codice civile – nella parte in cui prevede che la sussistenza, nel caso concreto, di problemi di speciale difficoltà involge responsabilità solo in ipotesi di colpa grave – incide solo sulla valutazione del grado della diligenza richiesta. Non incide, per converso, sulla ripartizione dell’onere probatorio sopra delineato. In ogni caso, la prova della particolare difficoltà della prestazione compete ai sanitari che la deducono.

La pronuncia in commento ha anche evidenziato come l’articolo 3 del decreto legge 158 del 2012, così come modificato dalla legge di conversione 189-12 meglio noto come “decreto Balduzzi” (oggi abrogato dalla legge di riforma Gianni Bianco), non aveva apportato sostanziali modifiche alla struttura della responsabilità professionale medica così come dianzi illustrata. Infatti, con il riferimento all’articolo 2043 del codice civile e quindi al concetto di responsabilità aquiliana, contenuto nel decreto Balduzzi, il legislatore non intendeva qualificare la responsabilità dei medici come necessariamente extra-contrattuale. La questione, peraltro, risultata superata alla luce della legge di riforma di cui sopra.

La sentenza si sofferma anche sul concetto di “complicanza”. Nel caso di specie, infatti, all’esito di due esami eseguiti sulla paziente, poi deceduta, non era risultato (stando ai referti) che si fosse verificata una perforazione dell’intestino. La lesione era emersa solo in un momento successivo e la struttura sanitaria si era difesa mettendo in campo proprio il concetto di “complicanza”.

I giudici del capoluogo toscano hanno richiamato, in proposito, il noto arresto della Cassazione del 2015 con il quale gli ermellini si sono soffermati proprio sulla differenza del concetto di complicanza in ambito clinico e in ambito giuridico: la nozione di complicanza nel primo caso non coincide con il concetto giuridico di “causa non imputabile”.

Infatti, la complicanza, dal punto di vista medico, è un evento prevedibile ma non evitabile di un intervento o di un trattamento terapeutico. La causa non imputabile, invece, è un evento non prevedibile e non evitabile che esclude la responsabilità del creditore. Ne discende che – anche se la letteratura medica non lo annovera tra le complicanze – un evento che non sia prevedibile e non sia evitabile costituisce sempre e comunque una “causa non imputabile” del verificarsi dell’evento diverso. Analogamente, un evento che sia prevedibile ed evitabile non vale a “scriminare” la condotta dei sanitari sul piano della responsabilità civilistica e ciò quand’anche esso sia descritto come complicanza statisticamente frequente di un determinato intervento.

Ciò significa che la prova della prevedibilità e inevitabilità del danno non può fermarsi a un piano meramente teorico, statistico e astratto, ma deve calarsi nel concreto della vicenda che il giudice si trova ad affrontare e a dover risolvere. Questo concetto è spesso sottovalutato, addirittura misconosciuto, nelle vicende processuali che riguardano i casi di malpractice medica. Non è raro imbattersi in linee difensive che fanno leva proprio sul concetto di complicanza medica per difendere i convenuti di un’azione risarcitoria. Ebbene, trattasi di una difesa debole perché, come anzidetto, vi può ben essere un fatto qualificato dalla letteratura medica come complicanza che, tuttavia, in quanto prevedibile ed evitabile, non esclude la responsabilità dei creditori.

La sentenza, poi, si sofferma su un altro aspetto molto interessante che è quello della quantificazione del danno biologico a favore di un soggetto il quale sia deceduto per cause diverse rispetto a quelle costituite dal comportamento negligente dei sanitari. Essa si rifà al metodo del tribunale di Roma il quale ha sottolineato come il risarcimento del danno biologico (nei casi in cui la morte sia conseguita dopo un certo tempo e prima della data della prevedibile durata media di vita del soggetto danneggiato) il danno dovrà conseguentemente essere diminuito.

Infatti, se il danno biologico consiste nella compromissione di una “parte” della salute, esso non può dar luogo allo stesso risultato risarcitorio nel caso in cui questa perdita sia stata patita solo per alcuni mesi o, invece, per parecchi anni o, addirittura, per tutta la restante durata della vita media.

Veniamo, infine, al tema del consenso informato. Nella fattispecie, la figlia della paziente danneggiata aveva allegato la circostanza che alla madre non erano state fornite puntuali e idonee informazioni tali da consentirle di liberamente determinarsi in ordine alle opzioni sul tappeto.

Però, era presente, in atti, un documento prodotto dalla convenuta dal quale risultava che la paziente aveva acconsentito (sia pure con il ricorso a clausole di stile prestampate) alla sottoposizione agli esami di colposcopia e di clisma opaco. Tuttavia, ciò che non è stato dimostrato è il fatto che i sanitari avessero compiutamente ed esaurientemente informato la donna rispetto ai rischi ai quali ella si esponeva con il sottoporsi subito, dopo la colonscopia, all’esame di clisma opaco. Rispetto a questo aspetto, mancava la documentazione scritta del consenso e la prova non poteva essere raggiunta in modo diverso visto che l’esame testimoniale richiesto dalla convenuta struttura prevedeva l’escussione degli stessi medici che avevano effettuato il trattamento.

La loro dichiarazione non avrebbe, pertanto, potuto considerarsi come attendibile proprio per l’irrimediabile conflitto di interessi che l’avrebbe contraddistinta. In applicazione della regola di riparto dell’onus probandi, in caso di contestazione da parte del paziente della sussistenza di adeguato consenso informato, grava sui sanitari della struttura sanitaria il compito di dimostrare di aver fornito le indicazioni indispensabile per una scelta libera e consapevole. La convenuta aveva eccepito il fatto che fosse onere dell’attrice dimostrare che (laddove ella avesse conosciuto i rischi a cui si sottoponeva, si sarebbe determinata in un modo diverso). Il Tribunale Firenze, invece, ha sottolineato come tale prova debba essere fornita dal paziente solo in un caso: quando ci sia stato un inadempimento dell’obbligo formativo con un conseguente peggioramento della salute non prevedibile nonostante la corretta esecuzione dell’attività per terapeutica. Nel caso in cui, invece, l’informazione sia stata omessa e ne sia conseguito un danno imputabile a colpa professionale, la mancanza del consenso informato si inserisce nella serie causale produttiva del danno patrimoniale e, quindi, non sarà necessaria la prova che il paziente (ove informato) avrebbe declinato il proprio consenso.

Avv. Francesco Carraro

(Foro di Padova)

 

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DANNO ANTICIPATO E LE SUE CRITICITÀ LIQUIDATIVE NELLA MALPRACTICE

assolti quattro medici

Operata a un arto sano e malata di Parkinson, una 65enne è deceduta per una serie di errori a catena. Assolti quattro medici coinvolti

Sono stati assolti quattro medici nel procedimento per la morte di Luigia Caterina Spinella, 65enne malata di Parkinson e deceduta all’Ospedale di Santorso, nell’alto Vicentino, il 5 maggio scorso.

La donna era ricoverata alla casa di cura Muzan di Malo. Tra il 27 e il 28 febbraio scorso è caduta per due volte, fratturandosi il femore destro. A quel punto, il medico della struttura Daniele Trevisan chiede di sottoporla ai raggi, ma lì il tragico errore. Il medico sbaglia gamba indicando la sinistra, innescando un’inevitabile sequela di fraintendimenti clinici che condurranno a un’operazione all’arto sano.

Il prof. Raffaele Giorgetti, medico legale e in questa indagine consulente della Procura di Vicenza, censurando il comportamento del dr. Trevisan, ha chiamato in causa anche l’operato dell’ortopedico Alberto Gasparella.

Quest’ultimo era in servizio all’ospedale di Santorso e consulente della Muzan.

“L’errore – scrive Giorgetti – è poi stato ripetuto dall’ortopedico che ha prescritto il carico completo pur in presenza di una evidente localizzazione traumatica a destra e un referto radiologico negativo per l’anca controlaterale”.

Il medico legale, inoltre, solleva il dubbio che Gasparella non abbia svolto la visita e abbia prescritto il “carico completo“ solo in base al referto negativo. Dopo la morte della signora Spinella, la famiglia ha presentato un un esposto con l’avvocato Daniele Accebbi per chiedere la verità. A quel punto, il magistrato ha incaricato Giorgetti di eseguire l’autopsia, dopo avere messo sotto inchiesta per omicidio colposo oltre a Trevisan e Gasparella ,anche il medico di guardia di Malo, Sara Dalla Costa, l’altro ortopedico operante Giovanni Sambo, l’anestesista Vincenza Lotito e il geriatra Gianpaolo Marchetti.

Ma a seguito delle indagini, sono stati assolti quattro medici: Dalla Costa, Sambo, Lotito e Marchetti sono stati ritenuti estranei agli errori che avvennero a partire dalla fine di febbraio.

Il prof. Giorgetti, inoltre, ha sottolineato che nella assistenza prestata alla Spinella ci siano state lacune, se per due volte la donna è caduta e si è procurata la grave frattura. Grave anche perché avrebbe dovuta essere operata nell’arco delle prime 48 ore, evitare quelle complicazioni che possono portare anche alla morte.

Sì, perché un altro dei passaggi critici, al di là dell’errata indicazione del dr. Trevisan su quale arto operare, sono stati i dieci giorni di tempo trascorsi tra la frattura e la decisione di intervenire.

Un’attesa ritenuta ingiustificata e incompatibile con la gravità della condizione della donna. Tanto più che i familiari di Spinella in più occasioni avevano sollecitato i sanitari a intervenire perché la donna si lamentava molto del dolore. E la gamba, destra, si ingrossava sempre di più.

Pertanto, se sul piano penale anche la posizione di Trevisan e Gasparella all’atto del processo potrebbe uscire ridimensionata, sul piano contrattuale e risarcitorio, la posizione della casa di riposo Muzan appare più complessa. Proprio per le criticità evidenziate dal medico legale nella sua consulenza.

 

 

 

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PAZIENTE MORTO DOPO UNA ANGIOPLASTICA, ASSOLTO UN ANESTESISTA

Malpractice medica tra problemi tecnici e preponderanza della evidenza

Quando si affrontano questioni relative alla malpractice medica, un principio di fondamentale importanza è quello della preponderanza della evidenza

Capita sovente, nelle cause di responsabilità professionale medica, di doversi confrontare con la speciale “esenzione” contemplata dall’art. 2236 c.c.: “Se la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, il prestatore d’opera non risponde dei danni, se non in caso di dolo o di colpa grave”.

Essa è compendiabile nei seguenti termini: sono casi implicanti la risoluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà solo quelli che trascendono la preparazione media dell’operatore qualificato o quelli non ancora sufficientemente studiati dalla scienza medica.

Ebbene, la ‘salvezza’ di cui all’art. 2236 c.c. è da intendersi limitata alle ipotesi di imperizia e non ai casi  di negligenza e/o imprudenza.

Consolidata giurisprudenza, infatti, insegna: “In tema di responsabilità del medico, la limitazione di responsabilità alle ipotesi di dolo e colpa grave di cui all’art. 2236, comma 2, c.c. non ricorre con riferimento ai danni causati al paziente per negligenza o imprudenza, ma soltanto per i casi implicanti risoluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà trascendenti la preparazione media o non ancora sufficientemente studiati dalla scienza medica, incombendo in tal caso al medico di fornirne la relativa prova” (Cassazione civile n. 2042/05; Corte Appello Roma 11/04/06; Cassazione civile n. 2335/01; Cassazione civile n. 5945/00);

Trattando un caso relativo alla distocia di spalla, la Suprema Corte ha stabilito un altro importante principio. Far dipendere la speciale difficoltà dall’alto tasso di esiti negativi della distocia è errato, poiché ciò implicherebbe prendere in considerazione – anziché i mezzi e i metodi attuati dal professionista – l’eventuale e incerto risultato. Vale a dire, un indice (del tutto indeterminato) che non ha nulla a che fare con il concetto di cui trattasi.

La giurisprudenza di legittimità, come anzidetto, ha da tempo individuato in cosa consista la speciale difficoltà dei problemi tecnici, riscontrandola laddove il caso non sia stato in precedenza adeguatamente studiato o sperimentato o quando, nella scienza medica, siano stati discussi sistemi diagnostici, terapeutici e di tecnica chirurgica diversi e incompatibili tra loro. In presenza di pronunce di merito non conformi a tale indirizzo, i giudici di legittimità non hanno mancato di censurarne i contenuti in quanto le soluzioni accolte mostravano al riguardo un’obbiettiva deficienza di criterio logico nella formazione del convincimento incorrendo quindi nel vizio di motivazione (Cassazione civile n. 10297/04).

Con specifico riguardo al tema paradigmatico della distocia di spalla e al fatto che essa non possa considerarsi un caso involgente la risoluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà vedasi anche la sentenza n. 378/12 del Tribunale di Desio, sezione distaccata del Tribunale di Monza, in cui il Giudice lombardo rilevava: “Nel caso di specie, poi, proprio sulla base di quanto argomentato dal CTU, risulta altresì inapplicabile la limitazione di responsabilità del professionista alle ipotesi di dolo o colpa grave come prevista di cui all’art. 2236, comma 2, c.c. Anche sotto tale profilo l’orientamento giurisprudenziale è oramai univoco: in tema di responsabilità del medico, la limitazione di responsabilità alle ipotesi di dolo e colpa grave di cui all’art. 2236, comma 2, c.c. non ricorre con riferimento ai danni causati al paziente per negligenza o imprudenza, ma soltanto per i casi implicanti risoluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà trascendenti la preparazione media o non ancora sufficientemente studiati dalla medica, incombendo in tal caso al medico di fornirne la relativa prova (Cassazione civile n. 2042/05). Inoltre, qualora venga invocata detta limitazione di responsabilità dal sanitario, incombe al medesimo la prova che la prestazione offerta era di particolare difficoltà. Pare evidente che la complicanza insorta, temuta ma ampiamente studiata e conosciuta, in relazione alla quale sono noti i fattori di rischio e sono suggerite specifiche manovre da porre in essere per risolverla, non possa configurarsi quale “problema tecnico di speciale difficoltà”, né in tal senso è stata offerta alcuna prova da parte convenuta”.

Ciò, si badi bene, indipendentemente dai dati sulla frequenza di tale complicanza, la cui capacità di risoluzione deve necessariamente far parte del bagaglio scientifico richiesto sia ad un ostetrico che ad un medico specializzato ginecologo.

Pertanto, le eventuali contrarie conclusioni – rispetto all’orientamento testé riassunto – cui dovesse pervenire un giudice sarebbero in palese violazione dei principi giurisprudenziali ormai consolidati relativi alla ripartizione dell’onere della prova ex art. 1218 e 2697 c.c. in materia di responsabilità professionale medica nonché del pedissequo corollario costituito dal principio della ‘ preponderanza della evidenza ’.

Come noto, infatti, secondo un indirizzo ormai pacifico, tra il paziente e il medico dipendente si instaura un contratto da “contatto sociale”, il cui inadempimento è sottoposto al regime di cui all’art. 1218 c.c. (Cassazione civile, Sezioni Unite, 11.01.08 n. 577). In ossequio, pertanto, alle norme che disciplinano l’inadempimento contrattuale, ne consegue un’inversione dell’onere della prova a carico del sanitario alla luce del disposto di cui all’art. 1218 c.c. per cui al paziente spetta di allegare l’inesattezza dell’inadempimento, ma non certo la colpa.

In altri termini, spetta ai sanitari dimostrare che l’inadempimento è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa ai medesimi non imputabile e quindi, in buona sostanza, la loro assenza di colpa. La responsabilità dei sanitari andrà, poi, valutata con riferimento alla diligenza professionale di cui all’art. 1176, comma 2, c.c. (cfr. anche Tribunale Milano, 22.04.09 n. 5322; cfr. anche Cassazione civile n. 10741/09; Cassazione civile n. 10285/09).

Qualora la struttura sanitaria non fornisca la prova della sussistenza di un evento straordinario e imprevedibile atto a giustificare il danno, la sua responsabilità è inconfutabile: “In tema di onere della prova nelle controversie di responsabilità professionale, questa Corte ha più volte enunciato il principio secondo cui quando l’intervento da cui è derivato il danno non è di difficile esecuzione, la dimostrazione da parte del paziente dell’aggravamento della sua situazione patologica o l’insorgenza di nuove patologie è idonea a fondare una presunzione semplice in ordine all’inadeguata o negligente prestazione” (cfr. Cassazione civile n. 3492/02; Tribunale Milano, 01.04.05, n. 3670).

Né può diversamente opinarsi invocando il principio della “ preponderanza della evidenza ” secondo cui: “I principi generali che regolano la causalità materiale (o di fatto) sono anche in materia civile quelli delineati dagli artt. 40 e 41 c.p. e dalla regolarità causale; ciò che differenzia l’accertamento causale in sede penale e in sede civile è la regola probatoria, valendo per il primo il principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio, mentre, nel secondo, vale il principio della preponderanza della evidenza o del più probabile che non” (cfr. ex multis Cassazione civile n. 768/2016; Cassazione civile, Sezioni Unite n. 576/2008).

In virtù del principio surrichiamato, un evento è da ritenersi causato da un dato comportamento quando il suo verificarsi, per effetto di quel comportamento, sia più probabile che non il suo contrario (Cassazione civile, Sez. III, 11 febbraio 2014 n. 3010): “Il regime probatorio applicabile in tema di accertamento del nesso causale in materia civile è governato dalla regola della preponderanza dell’evidenza o del ‘più probabile che non’. Ne consegue, quanto alla ripartizione dell’onere probatorio, che l’attore, ossia il paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o contatto sociale) e l’insorgenza o aggravamento della patologia, allegando altresì l’inadempimento del medico che sia in astratto idoneo a provocare il danno lamentato. Sarà poi il medico a dover dimostrare l’insussistenza di tale inadempimento o la sua irrilevanza eziologica” (Cassazione civile Sezioni Unite n. 576/2008; ex plurimis Cassazione civile, Sez. III, 20 febbraio 2015, n. 3390; Cassazione civile n. 8989/2015).

Ergo, il giudice civile potrà affermare l’esistenza del nesso causale tra illecito e danno “anche soltanto sulla base di una prova che lo renda probabile, a nulla rilevando che tale prova non sia idonea a garantire una assoluta certezza al di là di ogni ragionevole dubbio” (Cassazione civile, sent. 22 ottobre 2013 n. 23933).

 

 

Avv. Francesco Carraro

(Foro di Roma)

 

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PREPONDERANZA DELLA EVIDENZA NELLA RESPONSABILITÀ MEDICA

È stato approvato, dopo lunga e laboriosa gestazione e in via definitiva dalla Camera dei Deputati, in data 28/02/2017, il cosiddetto disegno di legge Gelli che contiene la riforma sistemica delle disposizioni in materia di sicurezza delle cure e di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie.

Innanzitutto, va segnalato il passaggio della configurazione giuridica della responsabilità sanitaria da contrattuale ad extra contrattuale per quanto riguarda i singoli professionisti. Questa modifica comporta una rivoluzione, a danno del paziente danneggiato, nei suoi rapporti con i sanitari asseriti responsabili dell’evento lesivo. Infatti, laddove in precedenza si applicavano i principi dell’inversione dell’onere della prova e della prescrizione decennale del diritto al risarcimento, tipici del regime contrattualistico, oggi le cose sono capovolte: 1) non sarà più il medico ad essere gravato dell’onere di dimostrare la propria mancanza di colpa, a fronte del danno patito da un paziente, ma sarà invece il paziente a dover dimostrare non solo il nesso di causa tra la condotta del sanitario e l’evento, ma anche la colpa del medico ritenuto responsabile; 2) il termine per far valere il diritto al risarcimento passa da dieci a cinque anni.

Si tratta, come è di tutta evidenza, di un duplice e gravoso ostacolo alle istanze risarcitorie delle vittime della malasanità: uno di ordine processuale, da scontare sul piano probatorio, e uno di ordine sostanziale consistente nel dimezzamento dei tempi per far valere i propri diritti.

Altro aspetto meritevole di segnalazione è quello concernente la responsabilità penale del medico. L’art. 6 della legge prevede l’inserimento di un nuovo comma nel codice penale rubricato come  590 sexies: responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario. Vi si prevede una esenzione di responsabilità penale del medico quando egli abbia peccato di imperizia rispettando tuttavia le raccomandazioni previste dalle linee guida così come disciplinate dall’art. 5 dalle buone pratiche clinico-assistenziali.

Rimane, invece, di natura contrattuale la responsabilità in capo alle aziende sanitarie.

È poi introdotto l’obbligo del preventivo esperimento di un tentativo obbligatorio di conciliazione ai sensi dell’art. 696 bis c.p.c. prima dell’inizio di una azione giudiziale.

È contemplato, altresì, l’obbligo – per le compagnie di assicurazione – di formulare un’offerta a coloro che promuovono un ricorso ex art. 696 bis c.p.c. ovvero di far pervenire ai medesimi un motivato diniego. In ipotesi di successiva sentenza favorevole al danneggiato, laddove l’impresa non avesse formulato l’offerta, il giudice può denunciarne il contegno omissivo all’IVASS.

Sono istituiti dei limiti pecuniari nelle azioni di rivalsa da parte della Corte dei Conti in caso di accertata responsabilità dei sanitari per dolo e colpa grave. È introdotto, con l’art. 10, un obbligo  di assicurazione – “o di altre analoghe misure” – in capo alle strutture sanitarie nonché l’introduzione dell’azione diretta da parte del danneggiato nei confronti della compagnia di assicurazione (art. 12) così come avviene nell’ambito dell’RC-auto.

Un primo provvisorio bilancio è il seguente: suscitano serie perplessità l’inquadramento della responsabilità del singolo medico nell’ambito aquiliano per le ovvie compromissioni, già sopra segnalate, del diritto al risarcimento vantabile dalla vittima. Positiva l’introduzione dell’azione diretta e l’istituzione, ex art. 14, di un fondo di garanzia per i danni derivanti dalla RC-medica nonché l’introduzione di un obbligo assicurativo.

Quanto all’obbligo di assicurazione, sarebbe stato ben più opportuno che esso non fosse surrogabile attraverso forme equivalenti che si traducono poi nella cosiddetta ‘auto-assicurazione’ delle regioni o delle aziende ospedaliere. Infatti, tale istituto suscita tutta una serie di perplessità legate alla competenza e alle capacità patrimoniali delle strutture pubbliche di farsi carico dei danni generati dai propri dipendenti.

Avv. Francesco Carraro

Foro di Padova

In fondo in fondo il buon specialista in medicina legale serve proprio!

Vi presento oggi questo caso per evidenziare da un lato l’utilità della competenza specialistica (che è propria del CTU che ha redatto la bozza di relazione allegata), dall’altro quanto sia utile la mentalità specifica del buon medico forense che serve a “concretizzare” medicolegalmente (valutazione del danno) e giuridicamente (nesso di causalità giuridica) i fatti analizzati.

Vorrei dapprima fare i miei complimenti al collega specialista in chirurgia generale (malgrado alcune imprecisioni di letteratura) che rispondendo alle precise note inviategli dal consulente di parte attrice permetterà alle parti di giungere ad una conciliazione, inoltre vorrei soffermarmi sulla incongruità del fatto che si possa concludere sulla NON responsabilità dei sanitari per aver curato una semplice appendicite acuta con 5 interventi menomando gravemente l’integrità fisica del periziando e la sua psiche.

Se quanto affermato dal ctu fosse congruo, sarebbe come dire che i risultati attesi di un trattamento conservativo o chirurgico di un’appendicite acuta costerebbe SEMPRE ai pazienti parte del proprio intestino, un laparocele e un danno psichico oltre che 4 anni di sofferenze fisiche e morali.

Il consulente del giudice oltre alla competenza specialistica della materia di cui di tratta in una specifica causa deve possedere quelle conoscenze di base (regole) giuridiche che sono indispensabili per portare efficacemente a termine il proprio incarico.

Le vorrei ricordare a me stesso:

1) Nesso di causa materiale e giuridica;
2) Onere della prova;
3) Conseguenze di una viziata/mancata informazione al paziente

Questi tre concetti, se ben conosciuti, farebbero felice sia il giudice che farebbe meno fatica a fare le proprie sentenze, sia le parti in causa che avrebbero la certezza che andare davanti un giudice sarebbe “cosa buona e giusta” e non tempo sprecato (…una causa che a motivo della incapacità del ctu dura il doppio del tempo o …non finisce mai, è il più grave vulnus della giustizia oggi).

Come sempre mi piacerebbe ricevere delle riflessioni dai professionisti medici e giuristi a riguardo del contenuto dei file allegati che sono la bozza della ctu e le note a questa.

Dr. Carmelo Galipò
(Pres. Accademia della Medicina Legale)

LEGGI LA BOZZA DI CTU

LEGGI LE NOTE CRITICHE ALLA CTU

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Il medico del pronto soccorso che perde tempo a fare le paternali quando sarebbe stato meglio aver avuto il tempo per riflettere e curare bene il paziente!

Si, inizio proprio così questo articolo in quanto se da un lato, con sforzo, si possa giustificare il collega che ha voluto fare il buon padre di famiglia (a fini educativi), dall’altro critico lo stesso collega di aver sottovalutato la clinica e l’anamnesi infortunistica del paziente che si è presentato al suo cospetto licenziandolo dal PS con una grave lesione neurologica e con le seguenti note e prescrizioni “PROFITTARE DALLA CIRCOSTANZA PER TRARRE INSEGNAMENTO SULL’ASSUNZIONE IN MODO APPROPRIATO DI ALCOOLICI”. Beh, cosa dire?

Come potete leggere dalla relazione allegata, esistevano tutti i criteri previsti dalle linee guida per sottoporre a TC cranica il paziente e fare diagnosi precoce ed evitare un grave maggior danno che ha cambiato la vita al paziente e a tutta la sua famiglia (compreso il fratello che ha subito un grave danno psichico).

Ma direi comunque che… in compenso gli ha insegnato l’educazione!

Tralasciando questo aspetto, parliamo di medicina legale e del maggior danno della questione di cui si tratta. Poche parole che debbono far comprendere il significato e l’importanza di questo concetto.

Un concetto che si basa innanzitutto su di un altro, ossia quello del giudizio controfattuale. Ricostruire i fatti secondo la migliore best practice permette di quantificare il danno differenziale e quindi valutare le conseguenze del fatto illecito.

In questo caso cosa sarebbe successo se il medico di PS avesse sospettato una lesione post traumatica midollare?

Avrebbe effettuato una Tc e avrebbe verosimilmente fatto diagnosi (come commentato nella perizia allegata).

Ma lo spunto interessante è questo: come calcolare gli esiti attesi di una cura adeguata?

Il ragionamento descritto in perizia non è del medico legale, ma dello specialista neurochirurgo “forense” che ha motivato gli esiti su base statistica personalizzando il caso specifico. Questo modo di procedere è quello ideale in quanto la sola “legge statistica” può spesso non avvicinarsi alla realtà anche se a volte non può essere personalizzata (vedi i casi oncologici ad esempio).

Insomma, lo spunto del neurochirurgo (che fa molta attività forense) è un’ottimo riferimento da prendere ad esempio per le valutazioni del maggior danno nei casi di malpractice medica.

Dr. Carmelo Galipò
(Pres. Accademia della Medicina Legale)

CARTELLE CLINICHE

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