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mancata diagnosi

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I familiari di una donna di 69 anni deceduta lo scorso febbraio per una “peritonite con grave forma di setticemia” ipotizzano responsabilità mediche per la morte della loro cara

Morta per una peritonite non diagnosticata. E’ l’ipotesi contenuta nella denuncia presentata presso la Procura di Foggia dai familiari di una donna di 59 anni, deceduta lo scorso 6 febbraio.
In base a quanto ricostruito dal quotidiano online Foggiatoday, il 10 gennaio la signora era arrivata in ospedale a Cerignola a bordo di un’ambulanza. Qui, per 5 giorni, sarebbe stata sottoposta a cure per “bronchite asmatica” e “difficoltà respiratorie”.
Il 15 gennaio, dato l’aggravarsi delle sue condizioni, era stata trasferita ad Andria dove sarebbe stata trattenuta per dieci giorni con una diagnosi di bronchite.
Il 25 gennaio, dopo un ulteriore peggioramento del quadro clinico, la corsa presso il reparto di rianimazione degli Ospedali Riuniti di Foggia, dove la paziente era stata operata d’urgenza.

I medici del capoluogo di provincia pugliese, infatti, le avrebbero diagnosticato una peritonite con grave forma di setticemia.

Nello specifico, come riporta Foggiatoday, le sarebbe stato riscontrato un grosso foro nell’intestino, causato quasi sicuramente da un’appendicite di cui, secondo l’ipotesi della famiglia, nessuno si sarebbe accorto. Il 6 febbraio, nonostante le cure, era sopraggiunto il decesso.
I parenti, dopo aver acquisito tutta la documentazione sanitaria, hanno deciso di denunciare l’accaduto in Procura per fare piena luce sulla vicenda. A detta del loro legale vi sarebbero delle responsabilità gravissime, in particolare da parte del personale sanitario che ebbe in cura la donna a  Cerignola e Andria. I camici bianchi, nello specifico, non si sarebbero accorti dell’appendicite, curandola invece per una bronchite asmatica.
 
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Il Gip, ritenendo che l’emorragia intestinale potesse essere accertata disponendo opportuni esami strumentali, ha disposto l’imputazione coatta per quattro professionisti  in servizio presso il reparto dio ortopedia dell’ospedale di Agrigento

Avrebbero omesso “gli esami strumentali che avrebbero accertato in tempo utile la presenza di un’emorragia intestinale” e, quindi, “i trattamenti chirurgici e terapeutici”. Il tutto “in violazione delle linee guida specifiche”. Con questa motivazione il Giudice per le indagini preliminari ha disposto l’imputazione coatta per quattro ortopedici in servizio presso il nosocomio di Agrigento.
L’inchiesta era scaturita dalla denuncia dei familiari di un 69enne originario di Porto Empedocle, morto nel giugno del 2016. L’uomo era finito in ospedale dopo essere stato investito da un’automobile. Era stato ricoverato nel reparto di ortopedia in quanto nell’incidente aveva riportato la frattura del femore.

A dieci giorni di distanza, tuttavia, era sopraggiunto il decesso.

Il paziente, come riportano gli organi di stampa locale, presentava problemi di obesità ed era diabetico, oltre a soffrire di una patologia cardiaca. Tuttavia l’esame autoptico rivelò che a causare la morte fu un’ischemia intestinale. Secondo il consulente della Procura i medici  avrebbero sottovalutato “l’anemizzazione del cliente senza ritenere opportuno disporre altri esami strumentali volti ad evidenziare la presenza di eventuali emorragie interne”.
L’infarto intestinale, pertanto, secondo il gip, poteva essere contrastato e risolto con un intervento chirurgico entro le 24 ore. Da qui la decisione di non accogliere del tutto la richiesta di archiviazione della Procura, alla quale si erano opposti i familiari della vittima.
Per altri sei sanitari in servizio al pronto soccorso e al reparto di terapia intensiva, invece, la vicenda giudiziaria si è chiusa nel migliore dei modi.
 
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In Italia 4,5 milioni di persone sono colpite da osteoporosi, con complicanze che si associano a perdita di autonomia e aumento del rischio di ospedalizzazione e mortalità

In Italia sono 4,5 milioni le persone affette da osteoporosi. I due terzi sono donne. La fragilità ossea, caratteristica della patologia, è causa ogni anno di 90mila fratture a carico del femore, che colpiscono gli over 50. Il 20% degli ultra 65enni di entrambi i sessi, invece, è interessato da fratture vertebrali. Complicanze che si associano a perdita di autonomia e aumento del rischio di ospedalizzazione e mortalità, con altissimi costi sanitari e sociali.
Malgrado gli sforzi fatti in materia di prevenzione, l’osteoporosi resta una patologia sottodiagnosticata e sottotrattata. A richiamare l’attenzione sul tema sono stati gli esperti riuniti nell’XI edizione dell’Osteoday, l’evento scientifico annuale dedicato all’osteoporosi e altre patologie ossee, svoltosi a Parma il 5 e 6 aprile. L’appuntamento, organizzato con il contributo incondizionato della filiale italiana del Gruppo Chiesi. ha riunito oltre 100 specialisti tra ortopedici, fisiatri, reumatologi, internisti.
“Ad oggi, solo il 50% delle fratture da osteoporosi viene diagnosticato e la percentuale si dimezza se guardiamo ai pazienti che vengono trattati adeguatamente”. A spiegarlo è Bruno Frediani, professore ordinario di Reumatologia all’Università di Siena. “Quando un paziente arriva al Pronto Soccorso con una frattura del femore, ad esempio, dovrebbe essere sempre eseguita una radiografia della colonna, in quanto, nel 10-15% dei casi, la frattura del femore si accompagna a una frattura vertebrale asintomatica che conferma la presenza di osteoporosi. Inoltre, nel caso dei soggetti a rischio – in un caso su due le fratture vertebrali sono silenti – lo specialista dovrebbe prescrivere almeno una volta all’anno esami diagnostici come la MOC (mineralometria ossea computerizzata) e la radiografia della colonna”.

“Alla diagnosi tardiva – aggiunge – si affianca un trattamento spesso inappropriato che in molti casi si basa sull’assunzione della sola Vitamina D, nonostante sia stata dimostrata la sua efficacia soltanto in associazione con farmaci antifratturativi, bifosfonati in prima linea, il cui utilizzo invece risulta in calo a causa di ingiustificati allarmismi”.

Se l’età costituisce un fattore di rischio per lo sviluppo di osteoporosi, che colpisce in particolar modo le donne sopra i 60 anni e gli uomini oltre i 70, la patologia si presenta spesso come conseguenza secondaria di altre condizioni patologiche e dell’assunzione di farmaci. Ad essere particolarmente a rischio sono anche i pazienti con malattie reumatiche infiammatorie come l’artrite ma anche quelli affetti da osteoartrosi.
“Evidenze scientifiche dimostrano che la ridotta massa ossea favorisce la progressione del danno cartilagineo a livello articolare tipico dell’artrosi. A ciò si aggiungono le alterazioni legate all’edema osseo – una condizione molto dolorosa caratterizzata dall’accumulo di cellule infiammatorie all’interno dell’osso – che aggravano ulteriormente la distruzione della cartilagine articolare. Pertanto – conclude il prof. Frediani – il trattamento con farmaci antifratturativi, oltre ad aumentare la massa ossea, è efficace nella cura dell’edema osseo e, di conseguenza, dell’osteoartrosi”.
 
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emorragia cerebrale

I camici bianchi sono accusati di non essersi adoperati per fornire un’adeguata e appropriata diagnosi clinica a una paziente morta per un’emorragia cerebrale nel 2016

Avrebbero agito con “negligenza, imprudenza e imperizia”, causando così il decesso di una 38enne nel dicembre del 2016. E’ l’accusa rivolta a tre medici dalla Procura di Nocera Inferiore. La donna, secondo quanto riporta la Città di Salerno, sarebbe morta per una emorragia cerebrale da rottura di malformazione artero-venosa dovuta a ipertensione arteriosa.

In seguito alla tragedia il marito della vittima aveva deciso di presentare denuncia dando così avvio all’apertura di un fascicolo sul caso. L’inchiesta aveva portato all’iscrizione nel registro degli indagati del medico di base che assisteva la vittima e di due camici bianchi in servizio presso il Pronto soccorso dell’ospedale di Mercato San Severino.

Secondo la tesi del pubblico ministero, i professionisti non si sarebbero adoperati per fornire un’adeguata e appropriata diagnosi clinica alla paziente. Una diversa condotta avrebbe potuto limitare i danni dell’emorragia cerebrale in corso e salvarle la vita.

Nello specifico, la donna si era presentata in ospedale accusando un forte mal di testa.

I due medici in servizio al pronto soccorso, tuttavia, pur riscontrando una ipertensione arteriosa di massima gravità, non ne avrebbero disposto il ricovero. Né tantomeno avrebbero eseguito un esame Tac o altre indagini strumentali. Si sarebbero, invece, limitati, secondo l’ipotesi accusatoria, a invitare la donna a sottoporsi a un monitoraggio della pressione arteriosa presso il medico curante. Inoltre, le avrebbero consigliato di eseguire ulteriori approfondimenti diagnostici di tipo ortopedico.

Il medico di famiglia avrebbe visitato la sua assistita il giorno stesso delle dimissioni e quello successivo. Le avrebbe prescritto un ansiolitico e un holter pressorio senza però considerare una diagnosi di natura vascolare o neurologica. La donna, madre di tre figli, era deceduta nelle ore successive all’ospedale Ruggi di Salerno.

Il pm dopo aver acquisito le cartelle cliniche e la relazione medico legale sul caso, ha chiesto il rinvio a giudizio dei tre sanitari indagati. Nelle scorse ore – riferisce la Città – il Gup ha ritenuto di accogliere la richiesta del magistrato inquirente. La prossima udienza è prevista per il prossimo luglio.

 

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ischemia cerebrale

I professionisti sono accusati di lesioni personali in concorso per non aver diagnosticato un’ischemia cerebrale a una donna rimasta tetraplegica nel 2015

Rimasta tetraplegica all’età di 24 anni a causa – secondo l’ipotesi accusatoria – di un’ischemia cerebrale non diagnosticata. E’ quanto accaduto a una ragazza di Bari, da quattro anni costretta su una sedia a rotelle. La giovane, nel luglio del 2015 era stata portata al Policlinico del capoluogo pugliese in preda a un forte mal di testa. Secondo quanto ricostruito dal Giornale di Bari, in Pronto soccorso le era stato assegnato un codice giallo. Era stata sottoposta a visita neurologica e a RMN encefalo e angio per un sospetto di trombosi venosa. L’esito dell’esame, però, non era stato ritenuto attendibile in quanto la giovane si era mossa, e l’accertamento non era stato ripetuto subito.

Dopo alcune ore, la 24enne era stata trasferita presso il reparto di Neurologia, ma le sue condizioni erano peggiorate. Quindi era stata sottoposta a RX torace e EEG urgente, ed era stato programmato un nuovo RMN per la mattina successiva.

L’indomani, nonostante la somministrazione di antibiotico e cortisone durante la notte, la ragazza era entrata in uno “stato di coma grave”.

Solo a quel punto – riporta il Giornale di Bari – i medici avevano riscontrato una “lesione vascolare ischemica a livello del ponte” e la giovane era stata sottoposta a “trattamento endovascolare di trombectomia del tronco basilare”. Nonostante il successivo trasferimento in diversi centri specializzati, anche all’estero, la ragazza non ha presentato miglioramenti.  Versa in uno “stato irreversibile di tetraplegia, anartria, ipostenia del capo e della lingua”. Non può muoversi né parlare, ma le sue capacità cognitive sono intatte.

In seguito all’accaduto è stata aperta un’inchiesta per lesioni personali in concorso. Secondo i consulenti della Procura, se l’ischemia fosse stata diagnosticata in tempo si sarebbe potuta evitare la degenerazione delle condizioni della donna. Sulla scorta delle perizie sei neurologi sono stati rinviati a giudizio, ma ad oggi il processo non ha ancora avuto inizio, prima a causa del decreto di sospensione delle udienze dovuto alla inagibilità del Palagiustizia di Bari, poi, nelle scorse ore, per un difetto di notifiche. Il processo è stato quindi aggiornato ad aprile. Nel frattempo sulla vicenda pende in parallelo anche un procedimento civile contro il Policlinico.

 

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dissezione aortica

Il professionista era imputato assieme ad altri due camici bianchi nel processo per la morte di una 65enne, deceduta del 2014 per una dissezione aortica non diagnosticata. I colleghi sono stati assolti

Una condanna e due assoluzioni. Così ha deciso il Tribunale di Bologna in relazione al decesso di una 65enne, morta per una dissezione aortica nell’aprile del 2014.

La donna, che non aveva mai avuto particolari problemi di salute, si era presentata al pronto soccorso dell’ospedale Maggiore con forti dolori al petto. Trasferita presso il reparto di medicina d’urgenza era deceduta la mattina successiva.

La stessa Asl aveva disposto l’autopsia per chiarire le cause della morte. Nel frattempo, la famiglia, aveva presentato una denuncia dando il via all’inchiesta della magistratura.

L’esame necroscopico , secondo quanto riporta il Resto del Carlino, aveva evidenziato che la paziente era rimasta vittima di una dissezione aortica non diagnosticata. Per questo motivo erano finiti a giudizio, con l’accusa di omicidio colposo, tre camici bianchi.

La Procura aveva chiesto una condanna a otto mesi per tutti e tre gli imputati.

Il Giudice, a conclusione del processo, ha ritenuto di infliggere il minimo della pena (4 mesi) solamente all’allora responsabile del reparto di medicina d’urgenza. Assolti, invece, sia il medico del pronto soccorso  che un cardiologo al quale era stato chiesto un parere sul quadro clinico della donna.

Il Tribunale ha inoltre disposto il pagamento di una provvisionale  di 30mila euro alla famiglia della vittima, in attesa che la cifra del risarcimento venga fissata in sede civile. La somma dovrà essere versata in solido  dal professionista condannato e dall’Ausl, in qualità di responsabile civile.

 

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malformazione del feto

Confermata in Cassazione la condanna di due medici e della struttura sanitaria alla liquidazione del danno patrimoniale e non patrimoniale per la mancata diagnosi della malformazione del feto

Avevano agito in giudizio contro struttura sanitaria e medici per la mancata diagnosi di una grave malformazione del feto in sede di esami ecografici. Il bambino era nato con possibilità di vita esclusivamente vegetativa.

La pretesa risarcitoria dei genitori era stata accolta dai giudici del merito. La Corte territoriale aveva disposto a loro favore il pagamento in solido da parte dei convenuti di una cifra pari a 300mila euro ciascuno per i danni non patrimoniali e di 1.620.000 euro per il danno patrimoniale.

La Suprema Corte – terza sezione civile – con l’ordinanza n. 24189/2018 ha ritenuto di confermare integralmente la pronuncia del Giudice a quo.

Nell’occasione gli Ermellini hanno chiarito che chi versa in uno stato vegetativo permanente “è una persona in senso pieno”.

I suoi diritti fondamentali vanno rispettati e tutelati. Anzi, la tutela del suo diritto alla vita e del suo diritto alle prestazioni sanitarie deve essere ancora più incisiva. Ciò in considerazione delle condizioni di estrema debolezza in cui si trova e la sua incapacità di provvedere autonomamente a se stesso.

La tragicità estrema di tale stato patologico è parte costitutiva della biografia del malato e non toglie nulla alla sua dignità di essere umano. Pertanto non è in alcun modo giustificato un affievolimento delle cure e del sostegno solidale. Questi costituiscono un diritto del malato fino al sopraggiungere della morte.

“La comunità – si legge nella sentenza – deve mettere a disposizione di chi ne ha bisogno e lo richiede tutte le migliori cure e i presidi che la scienza medica è in grado di apprestare per affrontare la lotta per restare in vita, a prescindere da quanto la vita sia precaria e da quanta speranza vi sia di recuperare le funzioni cognitive”.

In conclusione, per la Suprema Corte, la non vita non può essere qualificata come bene della vita. Ciò porta a escludere in radice la configurabilità del danno ingiusto, come già affermato dalle sezioni unite.

 

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infarto acuto

Riconosciuto il risarcimento ai congiunti di un uomo deceduto per un infarto acuto inizialmente scambiato per nevralgia. Per la Cassazione il nesso di causalità materiale non deve essere connesso all’evento morte, ma alla perdita del periodo di sopravvivenza del malato

Si era recato in Ospedale lamentando violenti dolori retrosternali ma era stato dimesso con la diagnosi di una semplice nevralgia. Il giorno successivo l’uomo era deceduto, dopo che una accertamento elettrocardiografico aveva riscontrato un infarto acuto.

I parenti della vittima avevano citato in giudizio l’Azienda sanitaria e il medico che aveva visitato il loro congiunto in occasione del primo ricovero. In primo grado il Tribunale aveva riconosciuto loro un risarcimento pari a circa 1 milione e 900mila euro.

La sentenza era stata ribaltata in sede di appello. La Corte territoriale aveva riconosciuto la negligenza e l’imperizia del sanitario per non aver disposto l’immediato ricovero del paziente, nonché gli esami strumentali previsti dall’arte medica.

Il CTU, tuttavia, aveva ritenuto che la prospettiva di vita del malcapitato, nella gravissima situazione anatomica e funzionale dell’organo cardiaco, non poteva ritenersi superiore all’anno. Inoltre, anche laddove la patologia fosse stata riconosciuta, la probabilità di  morte intra-ricovero sarebbe stata intorno al 70-80%.

Il rapporto negligente e imperito del medico, pertanto, non poteva essere posto in rapporto causale con l’evento morte.

Sotto il profilo risarcitorio, quindi, non si poteva attribuire rilievo a eventuali differenze nella sopravvivenza quantificabili in periodi brevissimi. La sopravvivenza del paziente, secondo il perito,  non poteva ritenersi più probabile della morte nemmeno nel breve periodo.

I familiari avevano quindi proposto ricorso davanti alla Suprema Corte di Cassazione lamentando la violazione o la falsa applicazione della normativa di rifermento.

I ricorrenti sottolineavano, in particolare, come alla vittima fosse stata negata la possibilità di vivere per un periodo più lungo. Ciò anche ammettendo la previsione del CTU rispetto all’aspettativa residua di vita di 3-12 mesi. Tale persistenza di chance di vita ‘era stata tranciata’ dalla condotta colposa del medico, ‘posto che l’evento mortale non si sarebbe verificato in maniera tanto anticipata se l’infarto fosse stato tempestivamente diagnosticato e trattato.

La Cassazione, con la sentenza n.  16919/2018 ha ritenuto il ricorso fondato. Gli Ermellini hanno sancito che l’omessa diagnosi di un processo morboso terminale ( in questo caso infarto acuto ) determina l’esistenza di un danno risarcibile se ha determinato la perdita della possibilità del paziente di vivere alcune settimane o alcuni mesi in più di quelli effettivamente vissuti.

Il nesso di causalità materiale non deve essere posto in relazione con l’evento morte in sé e per sé. Esso deve essere connesso con la perdita del periodo di sopravvivenza del malato. È rispetto a tale danno-evento che vanno valutate le conseguenze pregiudizievoli discendenti dall’aver privato il danneggiato della sopravvivenza anche per un periodo di vita limitato.

 

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chetoacidosi diabetica

Erano accusati di lesioni personali colpose in concorso; secondo l’accusa non avevano diagnosticato una chetoacidosi diabetica a una bambina finita successivamente in coma

Erano finiti a giudizio per lesioni personali colpose in concorso. Più specificamente erano accusati di non aver diagnosticato a una bambina ricoverata nel messinese una chetoacidosi diabetica. La piccola, giunta in ospedale nel luglio del 2011, era entrata in uno stato di coma di grado severissimo ed era stata trasportata d’urgenza al Policlinico di Messina.

A distanza di quasi sette anni i membri dell’équipe medica sono stati assolti “perché il fatto non sussiste”. L’ipotesi accusatoria poggiava sulle risultanze di una consulenza tecnica disposta dal Pubblico ministero in seguito alla denuncia presentata dai genitori della paziente.

Ma le conclusioni del perito, nel corso dell’istruttoria, sarebbero state smentite con dati documentali rintracciabili, nonché dalle consulenze tecniche di parte. In particolare, l’accusa aveva contestato il mancato rilevamento della temperatura corporea all’accesso della piccola in pronto soccorso; misurazione che invece sarebbe risultata puntualmente dalla cartella clinica.

I consulenti della difesa, inoltre, hanno dimostrato che l’operato di chi ebbe in cura la paziente fu del tutto corretto: ciò, malgrado successivamente si sia scoperto che la bambina fosse affetta da una rarissima ed asintomatica forma di diabete melitto.

Medici e paramedici si attennero ai protocolli e alle linee guida sia in relazione alla anamnesi che alla terapia praticata.

Gli esperti hanno inoltre sottolineato che se il consulente del Pm si fosse avvalso dell’aiuto di uno specialista del ramo, ovvero un pediatra diabetologo, le sue conclusioni probabilmente sarebbero state diverse.

Malgrado tali considerazioni il Pubblico ministero aveva richiesto la condanna di tutti gli imputati a mesi 6 di reclusione. Ma il Giudice, invece, ha emesso sentenza di assoluzione ritenendo non sussistenti i fatti ascritti in rubrica.

 

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rimborso spese sanitarie

Il paziente era affetto da un’insufficienza renale cronica secondaria a neoplasia vescicale

Morì nel 2007 per una insufficienza multiorgano terminale conseguente ad una peritonite fecaloide da perforazione acuta del colon traverso. Il soggetto, il cui quadro clinico era caratterizzato da una insufficienza renale cronica secondaria a neoplasia vescicale, era in trattamento emodialitico, con una recente diagnosi di ematoma subdurale. Pochi giorni prima del decesso era stato ricoverato nel reparto dialisi di un policlinico universitario diretto da un nefrologo suo medico di fiducia ma, durante la degenza, in seguito all’effettuazione di una TC addominale, era insorto un sospetto di peritonite.

Il medico, dopo il decesso, era stato rinviato a giudizio con l’ipotesi di reato di omicidio colposo. Secondo l’accusa, infatti, tale sospetto non era stato adeguatamente approfondito, e la patologia era stata diagnosticata e trattata tardivamente. Sia il Tribunale che la Corte di Appello ne avevano riconosciuto la responsabilità. Tutte le perizie presentate in dibattimento, compresa quella del consulente nominato dall’imputato, erano state concordi sulla causa del decesso mentre erano emerse posizioni contrastanti circa la data di insorgenza della peritonite  e la conseguente possibilità di contrastare o meno tempestivamente la patologia in modo da evitare o quantomeno ritardare la morte del paziente.

Per i consulenti dell’accusa e della parte civile la peritonite sarebbe emersa dalla TC addominale eseguita durante il ricovero, che documentava un versamento peritoneale, come risultava anche dal contenuto del documento contenente il consenso informato firmato in tale occasione dal paziente. Secondo il perito del nefrologo, invece, si sarebbe manifestata solamente il giorno precedente il decesso del paziente, conducendolo a una rapida e inevitabile morte. I giudici di merito hanno accolto la tesi dell’accusa addebitano al nefrologo di non essere intervenuto tempestivamente e con terapie efficaci per contrastare la peritonite pur ipotizzata. Egli avrebbe dovuto quantomeno effettuare altri accertamenti strumentali utili a monitorare il già riscontrato versamento peritoneale e successivamente eseguire un intervento in laparoscopia, possibile anche se rischioso, in modo da verificare la presenza o meno di un foro sulla parete intestinale e risolvere, se riscontrata, la peritonite perforante mediante sutura.

L’imputato ha quindi deciso di ricorrere per Cassazione, evidenziando come i giudici dei precedenti gradi di giudizio avessero ingiustamente omesso di considerare che il giorno in cui venne effettuata la TC non era in atto una peritonite, ma solo una diverticolite. Inoltre, a suo avviso, la laparoscopia non sarebbe stata indispensabile in presenza di un quadro non univoco; la terapia farmacologica attuata era invece preferibile in quanto il paziente era sufficientemente coperto dagli antibiotici, sia pure somministrati ad altri fini. La Suprema Corte, pur annullando, ai fini penali, la sentenza di condanna emessa dai giudici d’appello per l’intervenuta prescrizione dei termini, ha tuttavia rigettato il ricorso ai fini civili, confermando quindi la condanna al risarcimento dei danni. Per gli Ermellini, infatti, le circostanze di fatto erano state esaminate e ricostruite in modo conforme sia dal Tribunale che dai giudici d’appello con motivazione congrua, adeguata ed immune da vizi.

I Giudici del Palazzaccio, inoltre, hanno respinto la richiesta avanzata dalla difesa di rinnovazione dell’istruzione nel corso del dibattimento di appello, ritenendo che i Giudici di appello avessero avuto a disposizione elementi sufficienti per una compiuta e attendibile valutazione della responsabilità del nefrologo. In particolare, al riguardo, la Cassazione ha evidenziato come anche i periti nominati nel separato processo svoltosi a carico di un altro medico, accusato e ritenuto colpevole in quanto concorrente dello stesso reato di omicidio colposo, hanno convenuto sull’esistenza di una condotta colposa consistente nel non aver affrontato tempestivamente e in modo appropriato la questione della peritonite quantomeno dal giorno in cui le condizioni del paziente erano sensibilmente peggiorate, nonché sull’esistenza del nesso di causalità tra questa condotta e la morte del paziente. Questi periti avrebbero evidenziato che, in base a quanto emerso dalla documentazione clinica, i medici interessati non si sarebbero posti il problema dell’esatta valutazione della peritonite né tantomeno avrebbero esaminato criticamente la questione fornendo giustificazioni in merito all’omesso approfondimento diagnostico al riguardo.

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