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rene sano asportato per errore

Atteso per giugno il verdetto del Tribunale di Lucca nell’ambito del processo sul caso del rene sano asportato per errore che vede imputati tre medici accusati di lesioni personali gravissime

E’ stata rinviata a giugno la sentenza sul caso del rene sano asportato per errore a un 58enne affetto da neoplasia. Il fatto risale all’aprile del 2016. Il paziente venne sottoposto a una nefrectomia totale presso l’ospedale di Lucca, ma l’esame istologico evidenziò che il rene rimosso, il destro, non era quello intaccato dal tumore.

L’uomo è stato quindi costretto a subire una seconda operazione nel giugno 2016, con la rimozione della parte malata del rene sinistro. Da allora, tuttavia convive con il rischio dialisi oltre che con la paura che gli esami a cui si sottopone regolarmente, possano portare cattive notizie.

La vicenda ha portato all’apertura di un’inchiesta e al rinvio a giudizio, per lesioni personali gravissime, di tre camici bianchi.

Nello specifico sono finiti alla sbarra il medico radiologo che aveva refertato la Tac e due urologi che svolsero materialmente l’intervento. Per la prima, che secondo l’ipotesi accusatoria avrebbe commesso un errore materiale con scambio del lato destro per il sinistro, il pubblico ministero ha chiesto una pena di cinque mesi. Per gli altri due professionisti la richiesta è invece di sei mesi ciascuno.

La parte lesa, inoltre, ha avanzato una pretesa risarcitoria pari a circa 1,5 milioni di euro per i danni morali, materiali, biologici, patrimoniali e lavorativi  subiti. A tale cifra vanno dedotti i 100mila che il 58enne ha già ricevuto dalla Regione come provvisionale. L’avvocato della parte civile ha invece chiesto per la moglie e i due figli la somma di 100 mila euro.

I legali della difesa, da parte loro hanno invece chiesto per ciascuno dei loro assistiti l’assoluzione. Da parte di uno degli urologi è arrivata, in subordine, la richiesta dello svolgimento di un’ulteriore perizia.

 

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sopravvissuta

I camici bianchi dovranno rispondere di omicidio colposo per il decesso di una neonata, sopravvissuta meno di un’ora dopo aver visto la luce

Tre medici finiranno a processo per il decesso di una neonata, morta poco dopo essere venuta alla luce all’ospedale di Imola. L’ipotesi di reato è omicidio colposo. Il fatto risale al luglio del 2014 quando la mamma, al nono mese di gravidanza, venne sottoposta a un cesareo d’urgenza dopo che i tracciati avevano evidenziato dei problemi. La piccola era sopravvissuta solamente 45 minuti. Secondo l’esame autoptico, le era stata fatale una ipossia acuta.

La successiva inchiesta aperta dalla Procura aveva portato all’iscrizione nel registro degli indagati di sette persone. Nello specifico: il ginecologo chirurgo che effettuò il cesareo, un anestesista rianimatore, un pediatra, un altro ginecologo e tre ostetriche.

Le successive indagini condotte dal pubblico ministero avevano portato all’archiviazione delle posizioni di quattro degli indagati.

Secondo la versione fornita dal papà all’epoca dell’episodio e riportata dal Resto del Carlino, i medici avevano accertato la perdita di liquido amniotico e avevano ricoverato la gestante. La donna era giunta alla 41esima settimana di gravidanza. Dopo un tracciato di due ore e mezza i sanitari avevano tentato di indurre il parto. Erano seguiti altri tracciati. Dopo diverse ore, la rimozione di un bendaggio avrebbe rivelato la presenza di una sostanza verde. Secondo il personale si sarebbe trattato di meconio. A quel punto i dottori avrebbe deciso di praticare il taglio cesareo. Poco dopo la nascita, tuttavia, è sopraggiunto il decesso. La Procura era intervenuta facendo sequestrare le cartelle cliniche dell’ospedale, il bendaggio e la placenta, oltra a disporre l’esame autoptico.

Il processo, come riporta Repubblica, avrà inizio a maggio. I genitori della neonata, entrambi di origini albanesi, sono in attesa di ottenere un risarcimento e non si sono costituiti parte civile.

 

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