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medici indagati

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morta per un aneurisma

La settantenne, morta per un aneurisma dell’aorta addominale, era stata sottoposta a un esame radiologico ma i sanitari non avrebbero riscontrato anomalie

Cinquantasei sanitari risultano indagati per il decesso di una donna di 70 anni, morta per un aneurisma dell’aorta addominale nel 2016 ad Avezzano. L’ipotesi di reato a loro carico è di omicidio colposo.

Il fatto, riportato dal Messaggero, risale al 2016. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti la donna, originaria di Cassino, era arrivata presso l’ospedale del centro abruzzese accusando un malore. Qui sarebbe stata sottoposta a un esame radiologico, ma il personale sanitario non avrebbe rilevato nulla di anomalo. Dopo alcuni giorni, tuttavia, le sue condizioni si sarebbero aggravate fino al sopraggiungere del decesso.

I familiari, dopo il decesso, hanno presentato una circostanziata denuncia. La Procura ha quindi aperto un fascicolo sul caso spiccando avvisi di garanzia nei confronti di cinquantasei dipendenti del nosocomio.

Sulla base di una prima perizia medico legale disposta dai magistrati non sono stati ravvisati comportamenti omissivi da parte del personale sanitario. Tanto che il Pubblico ministero ha proposto l’archiviazione delle relative posizioni.

L’impugnazione della richiesta da parte del legale della parte lesa ha portato alla realizzazione di una nuova consulenza. Anche il secondo esperto interpellato, tuttavia, ha confermato le conclusioni del collega, ovvero che non vi sarebbero stati errori prima e dopo il ricovero della paziente. Da qui la nuova richiesta di archiviazione e la nuova opposizione.

Davanti al Giudice per l’udienza preliminare, nelle scorse ore, gli avvocati della difesa hanno chiesto di non doversi procedere nei confronti dei loro assistiti. La parte civile, invece, ritiene sussistenti delle responsabilità sanitarie per l’accaduto. Nello specifico, secondo l’ipotesi accusatoria, i medici avrebbero dovuto disporre una Tac con mezzo di contrasto. L’esame diagnostico avrebbe consentito di visualizzare bene anche le arterie e le vene. La decisione del Gup è attesa per fine giugno.

 

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morta dopo aver assunto un antibiotico

La Procura di Cassino ha aperto un fascicolo sul decesso di una donna di 80 anni, morta dopo aver assunto un antibiotico somministratole per la cura di un’infiammazione all’occhio

I nomi di due medici sono finiti sul registro degli indagati della Procura di Cassino per il decesso di un’ottantenne residente in provincia di Frosinone. La signora è morta dopo aver assunto un antibiotico mentre si trovava nella propria abitazione.

La vicenda è riportata da FrosinoneToday. A marzo, in seguito alla comparsa di macchie rosse in diverse parti del corpo, l’anziana era stata ricoverata presso una clinica di Formia. Le sarebbero stati somministrati diversi farmaci, mentre in precedenza era solita assumere solo aspirina e un altro medicinale per l’Alzheimer.

Durante la degenza la donna avrebbe iniziato ad accusare problemi all’occhio, con una forte infiammazione del canale lacrimale. Il trattamento praticato dal personale medico, tuttavia, le avrebbe provocato una reazione cutanea e una secrezione oculare. Sarebbe quindi stata curata con impacchi di acqua calda, un rimedio che, tuttavia, avrebbe determinato solo uno sgonfiamento parziale dell’occhio.

La donna si sarebbe quindi rivolta all’ospedale di Cassino, per aver un altro parere specialistico. Qui l’oculista le avrebbe prescritto un antibiotico da assumere con iniezione intramuscolo.

Proprio 15-20 minuti l’assunzione del farmaco, il 23 aprile, la signora avrebbe cominciato a sentirsi male, non riuscendo più a respirare. Nonostante l’intervento tempestivo del 118 e le manovre praticate dai soccorritori, per lei non c’è stato nulla da fare. Lo stesso medico intervenuto per la constatazione del decesso ha provveduto a segnalare il caso all’autorità giudiziaria.

La Procura di Cassino, quindi, ha aperto un fascicolo per omicidio colposo. Il Pm ha disposto lo svolgimento dell’autopsia incaricando un consulente tecnico medico legale. Ha inoltre spiccato due avvisi di garanzia rispettivamente nei confronti del dirigente medico del reparto di Oculistica di Cassino e del medico di base dell’ottantenne. Si tratta di un atto dovuto per consentire ai professionisti di prendere parte, con la nomina dei propri consulenti, agli accertamenti medico legali.

Per capire cosa sia effettivamente accaduto bisognerà ora aspettare il deposito della perizia. Dagli esperti si attendono, in particolare, risposte circa l’ipotesi di una reazione allergica al farmaco.

 

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La Procura ha iscritto nel registro degli indagati i nomi di cinque medici in servizio presso il nosocomio di Caserta nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di uomo diabetico arrivato in ospedale accusando giramenti di testa e dolori all’addome

Cinque medici dell’ospedale San Sebastiano di Caserta si sono visti recapitare un avviso di garanzia con l’accusa di omicidio colposo. Sono indagati  per la morte di un 39enne di San Nicola la Strada, deceduto la settimana scorsa presso il nosocomio del capoluogo di provincia campano.
Secondo le ricostruzioni pubblicate dagli organi di stampa locale, l’uomo sarebbe arrivato presso il nosocomio accusando dolori all’addome, giramenti di testa e difficoltà respiratorie. Il decesso sarebbe sopraggiunto dopo due giorni di agonia.
Dopo la morte i familiari, assistiti dall’avvocato Benito De Siero, hanno presentato una denuncia presso il punto di polizia ospedaliera. L’obiettivo è quello di fare chiarezza sull’accaduto e verificare eventuali responsabilità da parte dei sanitari che hanno avuto in cura il loro congiunto. Il loro dubbio è che la vittima, che a quanto si apprende soffriva di diabete,  non abbia ricevuto le cure adeguate.
La Procura di Santa Maria Capua Vetere ha quindi aperto un fascicolo sul caso disponendo il sequestro della cartella clinica e della salma per gli opportuni accertamenti medico legali. In queste ore il Pubblico ministero nominerà il collegio peritale per lo svolgimento dell’esame necroscopico, in programma presso il dipartimento di medicina legale dell’AORN Sant’Anna e San Sebastiano.
L’iscrizione dei camici bianchi nel registro degli indagati rappresenta un atto dovuto proprio per consentire loro di prendere parte, attraverso i propri consulenti, a un esame irripetibile quale l’autopsia. Si attendono dunque gli esiti della consulenza per capire le cause del decesso e se sia stato fatto tutto quanto possibile per evitare la tragedia.
 
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L’episodio arriva a pochi giorni di distanza dalla morte di una giovane di 32 anni, per la quale risultano indagati 4 medici dell’ospedale di Pescara

Pochi giorni dopo l’apertura di un’inchiesta sulla scomparsa di una giovane 32enne che vede indagati 4 medici dell’ospedale di Pescara, la Procura del capoluogo di provincia abruzzese ha avviato un’indagine su un altro decesso sospetto verificatosi nello stesso nosocomio. Il nuovo fascicolo riguarda un uomo di 66 anni morto martedì scorso, nel reparto di gastroenterologia, mentre si stava sottoponendo ad una rettoscopia.
I magistrati hanno disposto il sequestro della cartella clinica della vittima, iscrivendo nel registro degli indagati per omicidio colposo i nomi di cinque operatori sanitari. Un atto dovuto, a garanzia di tutte le persone coinvolte nella vicenda, in vista di un accertamento irripetibile quale l’esame necroscopico.

Dall’autopsia si attendono risposte circa le cause della morte. Solo allora sarà possibile ipotizzare eventuali responsabilità.

Intanto, proprio l’autopsia ha stabilito che a stroncare la donna morta solo tre giorni prima sarebbe stata una encefalite herpetica. Più specificamente sarebbe stata colpita da un edema cerebrale massivo per encefalite da herpes simplex di tipo 1.
La giovane, il primo aprile scorso aveva avuto un malore ed era stata trasportata all’ospedale dal 118. Dopo poche ore era stata dimessa, ma nei giorni successivi le sue condizioni erano peggiorate ed era stata nuovamente ricoverata, prima nel reparto di Malattie infettive e poi in Neuropsichiatria. Qui avrebbe avuto una crisi epilettica e poi una cardiaca. Trasferita in Rianimazione, non si è più ripresa ed è deceduta il 6 aprile.
Sul caso è intervenuta la Regione Abruzzo, che tramite l’assessore alla Salute ha avviato un’indagine. E anche il Ministro della Salute Giulia Grillo ha ordinato un’ispezione per fare chiarezza sull’accaduto. In particolare – si legge in una nota del dicastero –  gli ispettori dovranno accertare se a determinare la morte abbiano contribuito difetti organizzativi e se siano state rispettate tutte le procedure previste a garanzia della qualità e sicurezza delle cure.
 
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Il Gip, ritenendo che l’emorragia intestinale potesse essere accertata disponendo opportuni esami strumentali, ha disposto l’imputazione coatta per quattro professionisti  in servizio presso il reparto dio ortopedia dell’ospedale di Agrigento

Avrebbero omesso “gli esami strumentali che avrebbero accertato in tempo utile la presenza di un’emorragia intestinale” e, quindi, “i trattamenti chirurgici e terapeutici”. Il tutto “in violazione delle linee guida specifiche”. Con questa motivazione il Giudice per le indagini preliminari ha disposto l’imputazione coatta per quattro ortopedici in servizio presso il nosocomio di Agrigento.
L’inchiesta era scaturita dalla denuncia dei familiari di un 69enne originario di Porto Empedocle, morto nel giugno del 2016. L’uomo era finito in ospedale dopo essere stato investito da un’automobile. Era stato ricoverato nel reparto di ortopedia in quanto nell’incidente aveva riportato la frattura del femore.

A dieci giorni di distanza, tuttavia, era sopraggiunto il decesso.

Il paziente, come riportano gli organi di stampa locale, presentava problemi di obesità ed era diabetico, oltre a soffrire di una patologia cardiaca. Tuttavia l’esame autoptico rivelò che a causare la morte fu un’ischemia intestinale. Secondo il consulente della Procura i medici  avrebbero sottovalutato “l’anemizzazione del cliente senza ritenere opportuno disporre altri esami strumentali volti ad evidenziare la presenza di eventuali emorragie interne”.
L’infarto intestinale, pertanto, secondo il gip, poteva essere contrastato e risolto con un intervento chirurgico entro le 24 ore. Da qui la decisione di non accogliere del tutto la richiesta di archiviazione della Procura, alla quale si erano opposti i familiari della vittima.
Per altri sei sanitari in servizio al pronto soccorso e al reparto di terapia intensiva, invece, la vicenda giudiziaria si è chiusa nel migliore dei modi.
 
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La Procura di Pescara ha aperto un’inchiesta per chiarezza sulle cause del decesso di una giovane 32enne morta pochi giorni dopo essere stata ricoverata per un malore e dimessa dopo poche ore

Quattro medici dell’ospedale di Pescara risultano indagati nell’ambito dell’inchiesta sulla scomparsa di una giovane mamma di 32 anni morta per cause ancora da chiarire. L’ipotesi di reato a loro carico è di omicidio colposo. Il primo aprile, secondo quanto riportato dal Centro, la donna era stata ricoverata per un malore dopo che i familiari avevano allertato il 118. Secondo quanto riferito dalla madre, infermiera in pensione, la giovane sembrava confusa e assente dal punto di vista mentale. Farfugliava e non riusciva a rispondere alle domande che le venivano fatte.
Dopo poche ore la ragazza era stata dimessa, ma nei giorni successivi le sue condizioni erano peggiorate, tanto da costringerla nuovamente in ospedale. La paziente era stata sistemata prima nel reparto malattie infettive e poi spostata in neuropsichiatria dove avrebbe avuto una crisi epilettica e poi cardiaca. Trasferita in Rianimazione non si sarebbe più ripresa. Il 6 aprile è sopraggiunto il decesso.
I familiari, per fare chiarezza sull’accaduto, hanno presentato un esposto promettendo di andare in fondo alla vicenda. “Le darò giustizia, fosse l’ultima cosa che faccio nella mia vita – ha detto la mamma al quotidiano Il Centro -. E lo farò raccontando quello che è accaduto, perché chi ha sbagliato deve pagare. Altre mamme e altri genitori non devono vivere questo dispiacere”.

La magistratura ha quindi aperto un fascicolo sul caso disponendo lo svolgimento degli opportuni accertamenti medico legali.

Dall’autopsia si attendono risposte circa la cause della tragedia nonché eventuali responsabilità da parte del personale sanitario che ha avuto in cura la donna.
Tra le ipotesi, c’è quella dell’encefalite, una infiammazione dell’encefalo che nella maggior parte dei casi può essere comunque curato tramite somministrazione di antibiotici o cortisone.  “Ho segnalato ai medici una sofferenza a livello meningeo, cerebrale, viste le condizioni in cui era, l’irritabilità, la masticazione – racconta ancora la madre -. La febbre non si abbassava nonostante le medicine, faceva delle smorfie di dolore per il male che aveva alla testa. Ma nessuno mi ha creduto e sono stata perfino derisa. L’hanno trattata come se fosse una paziente psichiatrica o una tossicodipendente”.
Gli inquirenti vogliono quindi capire se le condizioni della vittima siano state sottovalutate, se siano stati svolti tutti gli opportuni esami e somministrate le terapie adeguate al caso.
Sulla vicenda è intervenuta anche la Regione Abruzzo. L’Assessorato alla salute  ha attivato il servizio ispettivo del dipartimento Salute e Welfare, per acquisire ulteriori elementi sul decesso della giovane.
 
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I professionisti rischiano il rinvio a giudizio per la morte di una paziente che si era sottoposta a un intervento alla colonna vertebrale in provincia di Rimini

Si era sottoposta a un intervento alla colonna vertebrale svolto in una casa di cura in provincia di Rimini, per una decompressione spinale. La donna, casalinga 55enne originaria della provincia di Teramo, da settimane era affetta da un mal di schiena che le impediva di camminare. Tuttavia, dopo l’anestesia, non si era più risvegliata. A nulla era valso il trasferimento d’urgenza in Rianimazione all’ospedale del capoluogo di provincia romagnolo. Dopo tre giorni, infatti, era sopraggiunto il decesso.
Il fatto, come ricostruisce il Resto del Carlino, risale al novembre del 2017. Il marito, deciso a fare chiarezza su quanto accaduto, aveva presentato un esposto presso la locale Procura. “Chiedo giustizia per mia moglie –aveva dichiarato –  voglio sapere di cosa è morta, non voglio speculare”.
Ne era scaturita l’apertura di un fascicolo con conseguente sequestro della cartella clinica della paziente e svolgimento dell’autopsia sul corpo della vittima. L’esame necroscopico era stato eseguito da un anatomopatologa di Bologna. La famiglia aveva nominato come propri consulenti un medico legale e un esperto in anestesia e rianimazione

L’inchiesta ha portato all’invio dell’avviso di garanzia ai medici dell’equipe che operò la donna; nello specifico, al chirurgo, all’aiuto chirurgo e all’anestetista.

Gli accertamenti condotti dagli esperti incaricati dalla Procura avrebbero evidenziato un deficit organizzativo nell’allestimento dell’intervento. Nella consulenza, inoltre, si farebbe riferimento a un errato posizionamento della paziente sul tavolo operatorio, nonché a un mancato monitoraggio dei parametri vitali della donna nel corso dell’intervento e insufficienti trattamenti in relazione all’aggravamento con tardivo allertamento del 118.
Nelle scorse ore ai tre professionisti è stato notificato l’avviso di chiusura delle indagini. Spetterà ora al Giudice per le indagini preliminari decidere se chiedere il rinvio a giudizio dei medici o l’archiviazione del caso.
 
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In corso il processo nei confronti di una radiologa e due urologi accusati di lesioni gravissime per aver asportato un rene sano al posto di quello malato

Avrebbero agito con scarsa attenzione, con grave negligenza e superficialità. Questa l’ipotesi accusatoria del sostituto procuratore di Lucca nei confronti di una radiologo e due urologi in servizio presso l’ospedale del capoluogo di provincia toscano. I medici avrebbero asportato una formazione neoplastica di 10 millimetri dal rene sano (il destro) anziché da quello malato (il sinistro). Per questo sono finiti sul banco degli imputati con l’ipotesi di reato di lesioni gravissime.
L’episodio risale al 2016. La vittima, un ex imprenditore di 58 anni avrebbe subito danni biologici irreversibili, ma anche danni morali, materiali e soprattutto psicologici.
Il Pubblico ministero, come riporta il Tirreno, ha richiesto una pena pari a quattro anni e sei mesi di reclusione per il medico che eseguì materialmente l’intervento chirurgico e per l’aiuto chirurgo. Quest’ultimo è stato paragonato dal magistrato inquirente al secondo pilota di un aereo:  “deve intervenire se il primo pilota commette una svista”.
Ammonta invece a tre anni e sei mesi la richiesta di pena per la radiologa che effettuò la tac. La specialista avrebbe riscontrato il tumore al rene sinistro indicando però erroneamente quello destro.

Per tutti e tre gli imputati, inoltre, l’accusa invoca la pena accessoria dell’interdizione per un anno dalla professione medica.

Il legale della vittima, costituitasi parte civile nel procedimento, ha avanzato poi una pretesa risarcitoria pari a un milione e 400mila euro. Il tutto al netto della somma di 100mila euro già liquidata dall’Asl.
Per i familiari, la moglie e i due figli, a titolo di provvisionale immediatamente esecutiva sono stati chiesti, invece, 100mila euro ciascuno. Al momento alla parte lesa non sarebbe giunta alcuna proposta di accordo.
 
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La Procura di Lecce ha disposto l’autopsia per fare luce sulle cause del decesso di un uomo di 54 anni, morto improvvisamente lunedì scorso in seguito a una emorragia polmonare

La Procura di Lecce ha aperto un fascicolo sulla scomparsa di un 54enne morto in seguito a un’emorragia polmonare all’ospedale Vito Fazzi lo scorso lunedì. Per chiarire cosa sia accaduto il familiari hanno sporto denuncia e nelle scorse ore il Pubblico ministero ha conferito l’incarico per lo svolgimento dell’autopsia.
L’esame necroscopico è fissato per il 3 aprile. In vista dell’accertamento sono stati iscritti nel registro degli indagati i nomi di cinque medici che hanno avuto in carico il paziente fin dal suo arrivo presso il nosocomio. Un atto dovuto per consentire loro di partecipare alle indagini attraverso la nomina di propri consulenti.
La vittima, come ricostruisce il Corriere salentino, si era recentemente sottoposto a un delicato intervento presso l’Istituto europeo di oncologia a Milano. Era stato dimesso da pochi giorni. Rientrato a Lecce, tuttavia, le sue condizioni si sarebbero improvvisamente aggravate domenica sera.

L’uomo avrebbe iniziato a vomitare sangue e a sudare su tutto il corpo.

Trasportato in ospedale in ambulanza sarebbe stato sottoposto a una Tac che  avrebbe dato esito negativo.Il personale sanitario, per monitorare la situazione e comprendere meglio le cause della perdita di sangue, ne avrebbe comunque disposto il ricovero. Il 54enne sarebbe quindi stato sistemato nel reparto di chirurgia toracica, per l’assenza di posti letto in pneumologia.
I camici bianchi, fino a lunedì mattina gli avrebbero somministrato un gastroprotettore e gli episodi di sanguinamento sarebbero terminati. Ma intorno alle 9 è sopraggiunto improvvisamente il decesso. I parenti – riferisce il legale di famiglia – “non vogliono trovare un colpevole per forza ma solo accertare se ci sia stata qualche responsabilità da parte dei medici di Lecce o dei colleghi di Milano o se si sia trattato di una tragica fatalità”.
 
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morta quattro ore dopo il parto

A Treviso una donna è morta quattro ore dopo il parto del secondo figlio. Cinque medici dell’ospedale di Oderzo risultano indagati con l’ipotesi di concorso in omicidio

Una donna è morta quattro ore dopo il parto del secondo figlio a Treviso, a seguito di una gravidanza priva di complicazioni. Per il decesso della trentaquattrenne risultano indagati cinque medici dell’equipe di ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Oderzo, secondo quanto disposto dalla Procura di Treviso, a seguito dell’esposto presentato dal marito della vittima.

Per i camici bianchi, che hanno un’età fra i 27 e i 60 anni, l’ipotesi formulata dai Pm è di concorso in omicidio, in attesa che i risultati dell’autopsia possano fare luce su quanto avvenuto e evidenziare eventuali responsabilità.

La donna deceduta, già madre di una bambina di 4 anni, il 12 marzo era entrata in ospedale per dare alla luce il secondo figlio. Il parto non ha presentato complicazioni, ma dopo poco la paziente a quanto sembra avrebbe avuto tre infarti prima di morire.

Ora spetterà alla Procura di Treviso fare luce su quanto è veramente accaduto e su quali siano state le cause del decesso.

“Questo atto – ha detto l’avvocato Cosimo Miccoli, che assiste la famiglia della vittima riferendosi all’indagine aperta dai Pm – testimonia la volontà della Procura di voler fare chiarezza sulla vicenda”. Oggi, intanto, sarà svolta l’autopsia che si spera possa fare luce su alcuni aspetti ancora poco chiari della vicenda.

La vittima, che lavorava come estetista ed era residente ad Annone Veneto, era originaria di Lecce e la famiglia attende il termine degli accertamenti medico legali per poter celebrare i funerali in Puglia, nella terra natale della donna. La salma sarà consegnata ai parenti dopo l’esame necroscopico.

Dai referti dei medici risulta che la donna al momento della nascita del bimbo presentava valori di pressione più alti del solito ma questo, a giudizio degli esperti, è normale. Dopo il primo infarto la mamma è stata rianimata e sottoposta ad alcuni controlli, ma successivamente sembrerebbe aver subito un nuovo infarto a cui sarebbe seguita un’emorragia. I medici avrebbero quindi sottoposto la paziente a una trasfusione che però non avrebbe impedito un terzo infarto, risultato fatale.

 

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