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Ministero della Salute

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erogazione dei livelli essenziali di assistenza

Pubblicati i punteggi relativi al mantenimento dell’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza da parte delle Regioni. Male Calabria e Campania

Il Ministero della Salute ha reso noto i punteggi relativi alla cosiddetta Griglia LEA. Si tratta del sistema di certificazione dell’adempimento delle Regioni in relazione al mantenimento dell’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza.

Gli Enti regionali,  infatti, per poter accedere al maggior finanziamento del SSN sono tenuti a una serie di adempimenti, in base all’Intesa Stato-Regioni del 23 marzo 2005.  La quota premiale è pari al  3% delle somme dovute a titolo di finanziamento della quota indistinta del fabbisogno sanitario al netto delle entrate proprie.

Le Regioni sottoposte alla verifica di tali adempimenti sono quelle ordinarie e la Sicilia. Sono escluse la Valle d’Aosta, le due Provincie Autonome di Bolzano e Trento, il Friuli Venezia Giulia e la Sardegna dal 2010.

La verifica è a cura del Comitato LEA, che ha il compito di monitorare l’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza in condizioni di appropriatezza e di efficienza nell’utilizzo delle risorse. L’obiettivo è quello di promuovere e garantire l’effettiva erogazione e l’uniformità sul territorio.

Tra gli adempimenti, rientra quello relativo all’area “Mantenimento nell’erogazione dei LEA”, che viene certificato attraverso l’utilizzo di un set di indicatori,  la Griglia LEA. Gli indicatori sono  ripartiti tra l’attività di assistenza negli ambienti di vita e di lavoro, l’assistenza distrettuale e l’assistenza ospedaliera.

Annualmente vengono presentati i risultati della valutazione di tale adempimento. Per l’anno 2017, sono resi noti i punteggi di tutte le Regioni, comprese quelle non sono sottoposte alla verifica adempimenti per l’accesso alla quota premiale.

Nel 2017 risultano valutate positivamente, ottenendo un punteggio uguale o superiore a 160 (livello minimo accettabile) ben 16 Regioni.

In particolare, le otto Regioni che raggiungono un punteggio superiore a 200 sono: Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Lombardia, Umbria, Abruzzo e Marche. Altre otto Regioni si collocano in un punteggio compreso tra 200 e 160 (livello minimo accettabile). Si tratta di Liguria, Friuli Venezia Giulia, Basilicata, Provincia Autonoma di Trento, Lazio, Puglia, Molise e Sicilia.

Le Regioni Campania, Valle d’Aosta, Sardegna, Calabria e la Provincia Autonoma di Bolzano si caratterizzano invece per i punteggi inferiori a 160.  In particolare, presentano diverse criticità ascrivibili all’area della prevenzione (screening e coperture vaccinali) e all’area distrettuale (residenziali anziani e disabili).

Le Regioni Calabria e Campania, entrambe sottoposte a regime commissariale, presentano una situazione differente. Mentre la Calabria raggiunge un punteggio inferiore rispetto all’anno precedente, la Campania ha un punteggio migliorativo anche se non raggiunge ancora il livello minimo accettabile. Con riferimento alla P.A. di Bolzano, alla Sardegna e alla Valle d’Aosta, infine,  si evidenzia il mancato invio di alcuni flussi informativi obbligatori.

 

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ispettori

Gli ispettori inviati dal Ministro Giulia Grillo hanno effettuato verifiche sugli interventi eseguiti presso il nosocomio dalla direzione dell’Asl Napoli 1 Centro in seguito alla presenza di formiche riscontrata negli ultimi mesi in alcuni reparti

Blitz degli ispettori del Ministero della Salute, ieri mattina, all’ospedale San Giovanni Bosco di Napoli. Presso alcuni reparti del nosocomio, tra cui quello di terapia intensiva, è stata riscontrata negli ultimi mesi la presenza di formiche.

Secondo quanto riportato dall’Ansa gli ispettori, tra cui figura anche un ingegnere,  assieme ai Carabinieri del NAS, avrebbero effettuato verifiche e confronti sugli interventi eseguiti finora dalla direzione dell’Asl competente, la Napoli 1 Centro.

La vicenda delle formiche è stata al centro di una polemica che ha visto intervenire nei giorni scorsi anche il Governatore della Campania, nonché Commissario per la Sanità, Vincenzo De Luca.

Il Presidente della Regione, in particolare, ha fatto riferimento a quanto accaduto al San Giovanni Bosco in rapporto ad altre vicende che hanno riguardato in questo periodo altri nosocomi italiani. “Sono morti 3 bambini all’ospedale di Brescia  non tre formiche, e non è successo niente – ha affermato De Luca -. A Napoli basta un imbecille che fa una foto a una formica ed è la fine del mondo”.

“Dobbiamo recuperare anni e anni di discredito che ci hanno lanciato addosso – ha aggiunto – ma queste cose non sono casuali. Se blocchiamo la mobilità passiva, ovvero la quantità di cittadini campani che vanno ad operarsi fuori regione, alcuni ospedali del Nord dovrebbero chiudere perché vivono con i 300 milioni che la Campania trasferisce al Nord. Il conflitto d’interesse c’è”.

Il Governatore ha anche lanciato un appello al ministro della Salute, Giulia Grillo, affinché sblocchi “i fondi da 1,80 miliardi per l’edilizia sanitaria regionale”. Inoltre, ha annunciato un investimento “da 25 milioni di euro per il polo oncologico di Pagani”, nel salernitano.

 

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Professioni sanitarie

Conclusi i lavori dell’Osservatorio nazionale per le professioni sanitarie. Si completa così l’applicazione della Legge 43 del 2006

L’Osservatorio nazionale per le professioni sanitarie ha concluso i lavori avviati sei anni fa per l’individuazione dei master universitari specialistici per le 22 professioni sanitarie. Ne danno notizia i ministeri dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e quello della Salute.

Nello specifico, sono stati approvati circa 90 corsi di master, coprendo così una lacuna formativa importante. La riorganizzazione interessa un comparto che vede impegnati oltre 650 mila operatori. Si completa così l’applicazione della Legge 43 del 2006, che prevedeva la laurea triennale seguita da due tipologie di master di primo livello. In particolare, uno per le funzioni di coordinamento e l’altro per le funzioni specialistiche. L’attivazione dei corsi di laurea specialistica/magistrale era già stata applicata dall’anno 2004.

Tre le tipologie di corsi previsti.

I master trasversali sono quelli rivolti a tutte o parte delle professioni con contenuti prevalentemente organizzativo-gestionali, didattici e di ricerca. Per questi Master il percorso didattico può essere unico per i professionisti ma con CFU dedicati per l’applicazione alla specifica area professionale.

La seconda tipologia è rappresentata dai master interprofessionali, rivolti a due o più professioni su tematiche cliniche a forte integrazione interprofessionale. Il piano didattico, in questo caso, deve prevedere anche CFU dedicati all’approfondimento di aspetti e competenze specifici per ciascuna professione a cui è aperto.

Infine sono previsti master specialistici di ciascuna professione. Tra questi, sono da distinguere i master che abbiano una “certezza di spendibilità operativa” ai fini dell’art. 16 comma 7 del CCNL, dai Master che una professione può proporre perché ritiene che in quell’ambito sia opportuno certificare delle competenze avanzate (ad esempio nella libera professione).

L’avvio della procedura di istituzione e di attivazione dei Corsi passa ora agli organismi preposti del Ministero della Salute e del MIUR. Occorre infatti definire gli ordinamenti oltre che valutare i fabbisogni formativi, in analogia ai Corsi di Laurea triennale e di Laurea Magistrale.

 

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sistema dei trapianti

Il sistema dei trapianti del nostro Paese si conferma modello di eccellenza anche sotto il profilo dell’innovazione

1672 donatori, liste d’attesa che calano per il rene e programmi innovativi che vengono copiati dagli altri Paesi. Il sistema dei trapianti italiano si conferma un’eccellenza. E’ quanto emerge dai relativi al 2018, presentati dal Centro Nazionale Trapianti del Ministero della Salute.

“Sono dati positivi, perché ‘consolidano’ il salto che è stato fatto nel 2017, e fanno vedere che molte regioni superano i 30 e vanno verso i 40 donatori per milione”. Lo ha sottolineato il direttore del CNT, Alessandro Nanni Costa. “Guardando il trend – ha proseguito – risulta evidente che negli ultimi 15 anni la Rete Trapianti ha avuto una crescita grazie ad una forte componente innovatrice”.

Costa ha quindi evidenziato le diverse innovazioni nell’attività del 2018.

Tra queste, l’inizio del programma per le catene di trapianti di rene tra coppie incompatibili innescata da donatore deceduto; il primo al mondo e che ora viene copiato dagli altri paesi.

L’anno in corso ha poi visto il consolidamento del programma di trapianti da donatori a riceventi Hiv positivi. Sono stati inoltre pubblicati i risultati degli studi sull’effetto dell’attività fisica sui trapiantati, basato su un database unico al mondo.

Secondo i dati presentati la previsione sul numero dei donatori per quest’anno è pari a 1672 persone. La cifra sarebbe leggermente inferiore ai 1714 del 2017 ma sempre molto superiore ai 1480 del 2016. Il numero totale di trapianti da donatore cadavere saranno 3419, di cui 1842 di rene, 1212 di fegato, 227 di cuore, 140 di polmone. Per quanto riguarda la ripartizione territoriale, al sud ci sono meno donatori e le opposizioni, che sono stabili intorno al 30%, sono maggiori.

In netta crescita le dichiarazioni di volontà. I Comuni che danno la possibilità di effettuarla sono stati 5.435 a fronte dei 2.216 del 2017. I cittadini che le hanno sottoscritte hanno superato quota 2,7 mln a fronte dei 900 mila totali registrati l’anno passato.

Infine, per quel che concerne le liste d’attesa, che in totale presentano 8765 pazienti, il sistema ha registrato un calo dei pazienti in quelle per il rene. Per gli altri organi, invece, sono sostanzialmente stabili.

 

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prescrizione del farmaco

Abbreviazioni, acronimi, sigle e simboli nella prescrizione del farmaco possono causare danni al paziente. La Raccomandazione del Ministero della Salute

L’uso di abbreviazioni, acronimi, sigle e simboli, sebbene sia prassi comune nella prescrizione del farmaco, può causare errori e danni ai pazienti. Scrivere, ad esempio, il nome del principio attivo abbreviato invece che per esteso può portare a scambiare farmaco. Oppure scrivere “1,0 mg” (invece che “1 mg”) può essere confuso con 10 mg.

Il ministero della Salute ha emanato una raccomandazione che fornisce indicazioni proprio per prevenire tali errori. Lo scopo è quello di migliorare la sicurezza dei pazienti, promuovendo l’adozione di un linguaggio comune tra medici, farmacisti e infermieri.

Vari studi, a livello internazionale, hanno evidenziato che la maggior parte degli errori in terapia si verificano durante la prescrizione. Nello specifico, riguardano il confondimento tra farmaci con nomi o pronuncia simili oppure tra unità di misura e dosaggi. Ad esempio, negli Stati Uniti, il Medmarx reporting system ha rilevato che il 4,7% dei 643.151 errori riferiti, tra il 2004 e il 2006, da 682 strutture sanitarie erano riconducibili all’utilizzo di abbreviazioni.

Nella Raccomandazione viene proposta una standardizzazione delle definizioni, che facilita la comunicazione delle informazioni all’interno della struttura sanitaria e tra strutture sanitarie.

Il documento è rivolto agli operatori sanitari coinvolti nel processo di cura del paziente e nella gestione dei farmaci oltre che a Regioni e Province Autonome e alle Direzioni aziendali.

In particolare, tra le principali indicazione cui uniformarsi figura la scrittura del nome del principio attivo per esteso, evitando acronimi e formule chimiche. Si consiglia poi di lasciare uno spazio tra nome e il dosaggio, (in particolare per quei nomi che finiscono in elle) e tra il dosaggio e l’unità di misura.

La Raccomandazione suggerisce poi che “tutto il processo di gestione del farmaco in ospedale dovrebbe essere informatizzato e collegato all’anagrafica dei ricoveri”. La prescrizione informatizzata, infatti, abbatte drasticamente gli errori. Pertanto “bisogna disporre di sistemi informatizzati dotati di apposita legenda che aiutino, qualora si utilizzi ad esempio, un acronimo, ad evidenziarne il significato”. Analogamente, l’informatizzazione risulta fondamentale anche negli studi dei mmg e dei Pediatri di libera scelta, oltre che nelle Farmacie di comunità.

 

SCARICA QUI LA RACCOMANDAZIONE DEL MINISTERO

 

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pngla

Il Ministro dopo la trasmissione del Piano Nazionale di Governo delle Liste di Attesa (PNGLA): saranno garantiti tempi certi per ogni prestazione

“È un primo passo concreto verso un cambiamento reale. La sanità del Paese deve ritornare in cima alle priorità dell’agenda politica”. Così il Ministro della Salute, Giulia Grillo, all’indomani della trasmissione alle Regioni del nuovo Piano Nazionale di Governo delle Liste di Attesa (PNGLA). Una misura – sottolinea la titolare del dicastero di Lungotevere Ripa – voluta per “riportare la salute dei cittadini nelle priorità dell’azione politica”.

“Il piano mancava da quasi 10 anni e conteneva generiche azioni di governo. Ora – sottolinea Grillo – mettiamo regole certe e stanziamo fondi per dire basta alle attese infinite per una visita medica o un esame diagnostico!”

Il Ministro assicura poi che presto saranno garantiti tempi certi per ogni prestazione. Con i 350 milioni previsti in Legge di Bilancio per il triennio 2018-20 i territori saranno aiutati a potenziare i servizi di prenotazione implementando i Cup digitali nonché tutte le misure per rendere più efficiente il sistema.

“Non erano mai state stanziate risorse dedicate specificatamente alle liste d’attese – evidenzia Grillo -. Noi lo stiamo facendo. A Sud e a Nord, le regole saranno uguali per tutti, questo servirà a ridurre le diseguaglianze”.

Pur lasciando l’autonomia alle Regioni, il ministero della Salute garantirà il monitoraggio dei percorsi diagnostico-terapeutici, ma anche delle prestazioni ambulatoriali in regime libero-professionale. “Sembrano concetti tecnici – continua il Ministro – ma riguardano la vita di tutti noi cittadini. Questo nuovo Piano è diretto innanzitutto ai pazienti, specialmente a quelli che in questi anni si sono sentiti abbandonati”.

L’Osservatorio Nazionale sulle Liste di Attesa del ministero della Salute sarà la cabina di regia che assicurerà ai cittadini un monitoraggio effettivo sui servizi sanitari. Quindi, garantirà l’applicazione concreta del diritto alla salute, ma sarà anche uno stimolo per le Regioni. Le aziende sanitarie dovranno competere per offrire i servizi migliori, attivando un circolo virtuoso con ricadute positive sulle persone e sui lavoratori del Ssn.

I direttori generali delle aziende sanitarie saranno valutati anche in base al raggiungimento degli obiettivi di salute connessi agli adempimenti dei Lea. “Questo significa – conclude Grillo – che chi non mette l’efficienza delle liste d’attesa al primo posto del suo mandato, potrà essere rimosso dall’incarico”.

 

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classi di priorità

Varato il Piano nazionale di Governo delle liste d’attesa. Prevista una revisione della classi di priorità per visite e analisi con l’indicazione dei tempi massimi da rispettare

E’ pronto il nuovo Piano nazionale di governo delle liste d’attesa (PNGLA) per gli anni 2018/2020. La misura è finalizzata a garantire un “appropriato, equo e tempestivo accesso dei cittadini ai servizi sanitari”. Il tutto attraverso l’applicazione di rigorosi criteri di appropriatezza, il rispetto delle classi di priorità e la trasparenza. E ancora, grazie all’accesso diffuso alle informazioni da parte dei cittadini sui loro diritti e doveri.

Il Piano prevede, tra le principali novità, una revisione delle classi di priorità per le prestazioni ambulatoriali (visite e analisi), con l’indicazione dei tempi massimi da rispettare. Le categorie, nello specifico, sono: urgente (entro 72 ore); breve (entro 10 giorni); differibile (entro 30 giorni per le visite o 60 giorni per le analisi); programmata (entro 120 giorni). Le classi saranno quattro anche per i ricoveri: A (casi gravi, entro 30 giorni); B (casi clinici complessi, entro 60 giorni); C (casi meno complessi, entro 180 giorni); D (casi non gravi, entro 12 mesi).

In caso di superamento dei termini massimi indicati, l’Azienda sanitaria dovrà intervenire con l’intramoenia.

Per i cittadini, tuttavia, la prestazione erogata avrà il costo del solo ticket. La cosiddetta intramoenia “aziendale” rappresenta uno strumento “eccezionale e temporaneo”. E’ prevista in coerenza con gli obiettivi di abbattimento delle liste d’attesa.

Il Piano potrà contare su una dotazione finanziaria di 150 milioni nel 2019 e 100 nel 2020 e nel 2021. Il testo deve ora passare al vaglio tecnico delle Regioni per la necessaria intesa. Una volta raggiunto l’accordo scatta il termine di 120 giorni entro i quali dovrà essere istituito, presso il Ministero della Salute, l’Osservatorio Nazionale sulle Liste di Attesa. Si tratta di un organo composto da rappresentanti del dicastero di Lungotevere Ripa, dell’Agenas, delle Regioni, dell’Istituto Superiore di Sanità. M anche dalle Organizzazioni civiche di tutela del diritto alla salute.

 

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nuove diagnosi di hiv

La maggior parte delle nuove diagnosi di Hiv riguarda persone di sesso maschile che hanno rapporti non protetti con persone dello stesso sesso

Attualmente, nel nostro Paese le persone che convivono con l’Hiv sono tra 125 mila e 130 mila, prevalentemente di sesso maschile. Nel 2017 sono state registrate 3.443 nuove diagnosi di Hiv, l’equivalente di 5,7 nuovi casi ogni 100 mila residenti. Il 34,3% è di nazionalità straniera. Sono stati inoltre diagnosticati 690 nuovi casi di Aids. E’ quanto emerge dai dati del Centro operativo Aids (Coa) dell’Istituto Superiore di Sanità, pubblicati dal ministero della Salute.

La principale modalità di trasmissione resta quella dei rapporti sessuali non protetti. La maggior parte delle nuove diagnosi di Hiv, in particolare,  riguarda le persone di sesso maschile che hanno rapporti non protetti con persone dello stesso sesso.

Le persone che hanno scoperto di essere Hiv positive nel 2017 erano maschi nel 76,2% dei casi. L’età media era di 39 anni per i maschi e di 34 anni per le femmine. L’incidenza più alta è stata osservata tra le persone nella fascia d’età 25-29 anni: fra loro l’incidenza nei maschi è 22,8 e nelle femmine 8,8 per 100 mila.

L’incidenza delle nuove diagnosi di infezione da Hiv è diminuita lievemente tra il 2012 e il 2015, mostrando un andamento pressoché stabile dal 2015 al 2017.

Tra le 12 mila e le 18 mila persone sieropositive, tuttavia, non hanno ancora una diagnosi perché non hanno mai fatto il test. Ciò nonostante almeno un terzo (circa 6 mila) abbia una situazione immunitaria compromessa.

In riferimento allo scorso anno, la maggior parte delle persone con una nuova diagnosi di Hiv (32%) ha eseguito il test per la presenza di sintomi Hiv-correlati. Il 26,2% ha eseguito il test in seguito a un comportamento a rischio (26,2%). Il 14,6% in seguito a controlli di routine eseguiti nei servizi per le dipendenze/servizi per le tossicodipendenze (Serd/Sert), o in strutture extrasanitarie, o in istituti penitenziari.

 

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Mycobacterium Chimaera
Mycobacterium Chimaera

Potrebbero  essere potenzialmente correlate al Mycobacterium Chimaera le infezioni di origine non identificata nei pazienti che siano stati sottoposti a interventi a cuore aperto

I medici di medicina generale e gli specialisti cardiologi, pneumologi, reumatologi, infettivologi, oculisti, ematologi che hanno in carico pazienti nell’arco della cui storia clinica risultino interventi chirurgici a cuore aperto o di bypass cardiopolmonare, così come di trapianto di cuore o di polmoni, devono prestare particolare attenzione ai casi di endocarditi o di altre infezioni dall’origine non identificate perché queste ultime potrebbero  essere potenzialmente correlate al Mycobacterium Chimaera. Qualora si sospetti una contaminazione dei dispositivi HTU da MC o eventuali infezioni di pazienti, si richiede di informare tempestivamente la Direzione generale dei dispositivi medici e del servizio farmaceutico.

Queste le raccomandazioni formulate dal Ministero della Salute ai camici bianchi alla luce dei nuovi casi di decessi sospetti causati dal Microbatterio verificatisi nel nord Italia. Dal 2011 ad oggi sono stati rilevati diversi casi di infezioni cardiovascolari invasive da Mycobacterium Chimaera in pazienti sottoposti a intervento chirurgico a cuore aperto. Interessati anche diversi Paesi europei fra cui Francia, Germania, Irlanda, Olanda, Spagna, Regno Unito e Svizzera. In Italia la prima segnalazione di paziente infettato da MC è pervenuta solo a fine giugno 2018.

Si tratta di infezioni ospedaliere in pazienti che possono sviluppare sintomi o segni di infezione mesi o anni dopo la prima esposizione al micobatterio.

E’ purtroppo noto che ogni anno in Italia si verificano 450.000/700.000 casi di infezioni in pazienti ricoverati in ospedale per molteplici cause. La decontaminazione non corretta è una tra le principali cause del fenomeno.
Le unità di riscaldamento/raffreddamento sono dispositivi medici utilizzati durante interventi di cardiochirurgia toracica in cui il riscaldamento/raffreddamento del paziente risulta parte della procedura chirurgica. Tali dispositivi sono composti da serbatoi che forniscono l’acqua a temperatura controllata a scambiatori di calore e a coperte di riscaldamento/raffreddamento, attraverso circuiti dell’acqua chiusi.

Il numero di procedure di circolazione extra-corporea eseguite ogni anno nel mondo è di oltre 1.500.000 di cui 40.000 in Italia. Il numero di eventi avversi, ad oggi notificati, è di 185 nel mondo, dei quali 10 in Italia. I dispositivi HCU non sono stati ritirati in nessun Paese del mondo. Il ritiro dei macchinari e la sostituzione degli stessi non risolverebbe il problema delle infezioni ospedaliere. Queste sono correlate alla criticità delle corrette procedure di decontaminazione da parte delle strutture sanitarie. La contaminazione, infatti, può verificarsi in qualunque moment. Pertanto, solo la procedura di decontaminazione correttamente eseguita in ambiente ospedaliero può ridurre al minimo il rischio di contaminazione.

Qualora le procedure di disinfezione e di manutenzione dei dispositivi di riscaldamento/raffreddamento non siano eseguite ogni volta scrupolosamente è nota la possibilità che i batteri proliferino all’interno dei serbatoi dell’acqua creando un bio-film. Questo bio-film offre ai batteri, compresi i micobatteri, un ambiente idoneo per la colonizzazione con conseguente possibilità di diffusione sotto forma di aerosol quando il dispositivo è funzionante.
Secondo le disposizioni del Ministero della Salute, i dispositivi di riscaldamento/raffreddamento per i quali sussiste il sospetto o la certezza di contaminazione da MC devono essere rimossi dalla sala operatoria o, se fattibile, dal servizio, non appena possibile.

 

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piani di rientro

Sette Regioni sottoposte alla disciplina dei Piani di rientro, di cui 4 commissariate. Per quest’ultime previste misure sanzionatorie tra  cui il divieto di effettuare spese non obbligatorie

Sono sette le Regioni attualmente sottoposte alla disciplina dei Piani di rientro in Sanità e sono tutte al Centro-Sud. Si tratta, nello specifico, di Puglia, Abruzzo, Sicilia, Calabria, Campania, Lazio e Molise. Di queste, le ultime quattro sono commissariate.

Il Ministero della Salute ha pubblicato sul proprio sito i risultati delle verifiche da parte dei Tavoli di monitoraggio che si sono svolte lo scorso luglio al ministero dell’Economia. Sotto la lente di ingrandimento, in particolare, i seguenti aspetti: gestione a consuntivo dell’anno 2017; esame dello stato patrimoniale 2017; verifica dell’attuazione dei programmi operativi 2016-2018; verifica degli adempimenti 2016 e pregressi.

In sei Regioni – Lazio, Abruzzo, Campania, Sicilia, Calabria, Puglia – i Piani di rientro stanno proseguendo attraverso i programmi operativi 2016-2018.

Per il Molise è intervenuta una particolare disposizione che ha previsto la definizione di un Programma operativo straordinario 2015-2018. Le Regioni Liguria e Sardegna hanno invece concluso il loro piano di rientro al termine del primo triennio di vigenza 2007-2009; la Regione Piemonte al termine del triennio 2013-2015.

Attualmente le Regioni commissariate sono Campania (commissario ad acta è il presidente della Regione Vincenzo De Luca), Lazio (Presidente Nicola Zingaretti), Calabria (Ing. Massimo Scura), Molise (al momento è presente un Sub Commissario, Gerardo Di Martino). Per la Regione Abruzzo, il 15 settembre 2016 è stata disposta con Decreto del presidente del Consiglio dei Ministri la conclusione del percorso di commissariamento.

Il Consiglio dei Ministri avvia la procedura di commissariamento nel caso in cui i Tavoli di monitoraggio evidenzino inadempienze da parte delle Regioni. Ciò in relazione alla realizzabilità degli equilibri finanziari nella dimensione e nei tempi programmati e in funzione degli interventi di risanamento, riequilibrio economico finanziario e di riorganizzazione del Servizio Sanitario Regionale, anche sotto il profilo amministrativo e contabile, tali da mettere in pericolo la tutela dell’unità economica e dei Livelli essenziali di assistenza (Lea).

Inoltre, con la nomina del commissario sono attivate varie misure sanzionatorie. Tra queste il blocco del turn over del personale, il divieto di effettuare spese non obbligatorie, l’incremento automatico delle aliquote fiscali IRAP e IRPEF.

I Piani di rientro nascono con la finanziaria del 2005 e sono allegati ad accordi stipulati dai ministri della Salute e dell’Economia con le Regioni. I Piani devono contenere le misure di riequilibrio del profilo erogativo dei Lea, nonché le misure per garantire l’equilibrio di bilancio sanitario.

 

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