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Ministero della Salute

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epatite c causata da trasfusione di sangue infetto

La Corte di appello di Roma ha disposto un risarcimento di 800mila euro a favore degli eredi di una donna morta nel 2008 per una epatite C causata da trasfusione di sangue infetto

Nuova condanna per il Ministero della Salute in relazione a un caso di epatite C causata da trasfusione di sangue infetto costata la vita a una donna di Avezzano. La Corte d’Appello di Roma ha infatti stabilito che il dicastero dovrà versare un risarcimento pari a 800mila euro agli eredi della vittima, morta nel 2008.

La vicenda, riportata dal quotidiano il Centro, ha origine nei primi anni ’90. La donna era rimasta coinvolta in un drammatico incidente stradale subendo danni fisici. Era quindi stata sottoposta, in tre diversi ospedali (L’Aquila, Teramo e Ancona), a una lunga serie di trasfusioni, complessivamente una novantina.

Nel 2005 scoprì di essere affetta da epatite C. Tre anni dopo sopraggiunse il decesso.

Nel 2010 i tre figli decisero di avviare una procedimento per morte causata da trasfusione di sangue infetto. Il loro legale ricostruì la vicenda sanitaria e, non avendo certezza sull’ospedale in cui venne effettuata la trasfusione infetta, chiamò in causa direttamente il ministero.

In primo grado, nel 2014, il Tribunale di Roma aveva respinto la pretesa risarcitoria degli eredi. Una decisione dettata dal fatto che negli anni ’90 il ministero della Salute aveva delegato il compito delle trasfusioni alle allora Ulss (istituite nel 1978). Per i giudici di prime cure, quindi, la responsabilità era da addebitare alle strutture ospedaliere.

In appello, tuttavia, la Corte territoriale, dopo la fase dibattimentale, ha ritenuto di ribaltare la pronuncia. I Giudici, in questo caso, hanno infetti addebitato la colpa del contagio, e la conseguente morte della donna, al ministero della Salute. Ciò al di là delle deleghe alle Aziende sanitarie di quegli anni.  Accolta, dunque la richiesta di risarcimento avanzata dai ricorrenti, quantificata in 800mila euro.

 

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attività fisica

Il documento prevede raccomandazioni sull’attività fisica di giovani, adulti e anziani, oltre che per specifici gruppi di popolazione

Aumentare del 30% il numero di adulti e del 15% gli ultra64enni fisicamente attivi. E’ uno degli obiettivi delle Linee guida sull’attività fisica per le diverse fasce d’età e gruppi di popolazione, approvate dalla Conferenza stato-regioni. Il documento, pubblicato sul sito del ministero della Salute, prevede l’azione congiunta di famiglia, scuola, medici di famiglia e associazioni.

I livelli di attività fisica raccomandati sono raggiungibili anche svolgendo le normali occupazioni della vita quotidiana in base all’età.  Per i più giovani sono raccomandati giochi di movimento, sport, svago, educazione motoria scolastica, spostamenti a piedi e in bicicletta. In particolare, tra i 5 e i 17 anni bambini e adolescenti dovrebbero praticare almeno 60 minuti di attività fisica giornaliera ed esercizi di rafforzamento muscolo-scheletrico 3 volte a settimana, sia con il gioco che con lo sport.

Per gli adulti, invece, sono consigliati spostamenti attivi, attività lavorative o di svago, occupazioni domestiche o sport.

In particolare l’indicazione di 150 minuti a settimana di attività moderata, o 75 più intensa. Ma in realtà, poco è meglio di niente e già con 60 minuti a settimana si hanno dei benefici per la salute. L’importante, se si svolge un’attività sedentaria, è interromperla ogni 30 minuti circa, con brevi camminate o piegamenti.

Infine, per i più anziani,  le linee guida prevedono spostamenti non motorizzati, attività del tempo libero, giardinaggio, occupazioni domestiche o alcuni sport. A d esempio anche pulire, cucinare o fare acquisti, sono utili per mantenersi attivi fisicamente. Per chi ha problemi di mobilità o disabilità si consiglia nuoto, stretching, camminare, salire le scale o alzarsi dalla sedia.

Anche per i trapiantati l’attività fisica è fondamentale per il recupero e la sopravvivenza dell’organo. Così come per i diabetici, che dovrebbero evitare due giorni consecutivi di inattività. Per le persone obese, invece, sono da privilegiare gli esercizi in acqua, la ginnastica a terra o le pedalate in bicicletta. Raccomandato, inoltre, il frazionamento dell’attività fisica nell’arco della giornata. Infine, per chi ha un tumore qualsiasi attività fisica dà benefici alla salute ed è importante non interromperla mai per non perderli.

 

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risarcimento per epatite

Il Dicastero specifica che l’ammontare del risarcimento per epatite a favore del ricorrente ammonta a poco meno di 108mila euro. Una cifra, dunque, ben lontana da quella circolata inizialmente

Il Ministero della Salute è  intervenuto per fornire la propria versione dei fatti in relazione alla notizia del risarcimento per epatite cronica a favore di un militare. Una vicenda per la quale il dicastero di Lungotevere Ripa è stato condannato dal Giudice del lavoro di Catania, che ha riconosciuto un nesso di causa tra la patologia e le vaccinazioni somministrate nel 2000.

La direzione generale della Vigilanza sugli enti e della sicurezza sulle cure del , nello specifico, chiarisce che il militare aveva presentato domanda per l’ottenimento dell’indennizzo ex l. 210/92 in quanto danneggiato da vaccinazione anti epatite praticata per il servizio militare per missione all’estero.

La Commissione Medico ospedaliera (CMO) di Palermo non aveva riconosciuto il nesso causale tra le vaccinazioni per causa di servizio e le infermità. Avverso tale verbale, il soggetto aveva quindi presentato ricorso ex art. 5 L.210/92 e il Ministero aveva confermato il giudizio negativo della CMO.

Veniva pertanto istaurato un giudizio dinanzi il tribunale del lavoro di Catania.

Il Ministero forniva la relazione difensiva alla competente avvocatura distrettuale locale per la difesa in giudizio. All’esito del giudizio il citato Tribunale condannava il Ministero ai benefici della legge 210/92.

L’ufficio, dopo la notifica della sentenza da parte del legale di controparte ha investito la citata avvocatura di Catania per l’impugnazione della stessa, ove possibile.

L’importo a cui è stato condannato il Ministero a titolo di arretrati dell’indennizzo a far data dal dicembre 2009 (data di presentazione della domanda amministrativa) e a titolo di assegno una tantum a decorrere dalla data di manifestazione del danno – novembre 2002 – è complessivamente pari ad euro 107.960,31, quindi “ben lontano dalla quantificazione riportata dalle notizie di stampa”. In un primo momento, infatti, la cifra circolata era pari a 3 milioni di euro.

Inoltre, conclude la nota del Ministero – a favore del militare – sarà aperto un ruolo di spesa fissa vitalizio  di circa euro 10.000 annui.

 

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vaccinazioni

Nei primi sei mesi del 2018 si registra un incremento della copertura relativa sia alle vaccinazioni obbligatorie che a quelle non obbligatorie

In aumento nei primi sei mesi del 2018 le coperture vaccinali dei bambini in Italia rispetto ai dati al 31 dicembre 2017. In diversi casi è stata raggiunta e superata la soglia minima raccomandata dall’Organizzazione mondiale della sanità pari al 95%. E’ quanto risulta da una rilevazione di medio termine effettuata appositamente per valutare l’impatto della Legge sulle vaccinazioni obbligatorie nelle coorti di bambini nati negli anni 2015, 2014 e 2010.

In particolare, la copertura nazionale relativa ai bimbi nati nel 2015 nei confronti della polio supera il 95% (95,46%), guadagnando un +0,85% rispetto alla rilevazione al 31 dicembre 2017.  Superano la soglia del 95% anche le coperture registrate in 13 regioni. Il dato sulla polio è utilizzato per misurare anche la copertura della vaccinazione esavalente (polio, difterite, tetano, pertosse, Hib, epatite B).

L’aumento è ancora più marcato nel caso della copertura per la prima dose di vaccino contro il morbillo, che arriva al 94,15%, con un +2,30%. Sono sei  le regioni che superano il 95% e altre tre vi si avvicinano.

In aumento anche le coperture nei confronti delle vaccinazioni non obbligatorie, come anti-pneumococcica (91,98% al 30 giugno 2018) e anti-meningococcica C (87,77%).

Il trend generale positivo è confermato anche dalle coperture vaccinali nazionali dei bambini nati nel 2014. La copertura vaccinale anti-polio passa dal 95,05% registrato al 31 dicembre 2017 al 95,81% (+0,76%) osservato al 30 giugno 2018. L’aumento è ancora più marcato nel caso del morbillo, che cresce dell’1,97%, passando da 92,38% a 94,35%. Anche le altre vaccinazioni obbligatorie superano il 95%.

Riguardo alle vaccinazioni in età pre-scolare, generalmente somministrate a 5-6 anni (relative ai bambini nati nell’anno 2010), si registra un +3,63% per la quarta dose di anti-polio e un +4,35% per la seconda dose (ciclo completo) di anti-morbillo.

Le coperture vaccinali- spiega il Ministero della Salute –  rappresentano l’indicatore per eccellenza delle strategie vaccinali. Forniscono, infatti,  informazioni in merito alla loro reale implementazione sul territorio e sull’efficienza del sistema vaccinale. In Italia vengono monitorate annualmente, in maniera routinaria, richiedendo alle regioni e province autonome i dati, relativi ad alcune specifiche coorti di nascita, al 31 dicembre dell’anno precedente. I dati forniti dalle regioni e province autonome vengono, poi, elaborati ai fini del calcolo della copertura vaccinale.

 

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neuroriabilitazione di alta specialità

Il Consiglio di Stato ha annullato quanto previsto dal decreto ministeriale del 2015 sul fabbisogno di posti letto per la neuroriabilitazione di alta specialità

L’accesso a percorsi di neuroriabilitazione di alta specialità per pazienti con gravi lesioni del sistema nervoso è un diritto alla salute “non sacrificabile”. Ciò pure nel doveroso rispetto delle esigenze di bilancio e di contenimento della spesa sanitaria. Qualsiasi paziente che abbia subito una grave lesione del sistema nervoso deve poter essere trattato in strutture di alta specialità neuroriabilitativa. Non solo i pazienti che hanno attraversato un periodo di coma.

Lo ha affermato il Consiglio di Stato con una sentenza che annulla quanto stabilito dal Dicastero della Salute con il decreto n. 70/2015. Il provvedimento ministeriale fissava il fabbisogno di posti letto di neuroriabilitazione di alta specialità in un massimo di 1.200 unità. Una cifra giudicata non supportata “da idonea motivazione e istruttoria, risolvendosi dunque in un’ingiustificata compressione del diritto alla salute”.

La sentenza del Consiglio di Stato conclude un iter della giustizia amministrativa avviato dalla Fondazione Santa Lucia IRCCS.

L’Istituto ha sottolineato come il calcolo del fabbisogno di posti letto di neuroriabilitazione di alta specialità in Italia vada rivisto. Il tutto in uno sforzo comune per meglio conciliare i bisogni di salute in questo settore della medicina con le risorse disponibili.

I dati sulle patologie neurologiche trattate dal Ssn e le valutazioni espresse dalle Società Scientifiche porterebbero a valutare il fabbisogno per pazienti con deficit funzionali a seguito di gravi lesioni del sistema nervoso in oltre 6.000 posti letto.

Si tratta di deficit fortemente invalidanti, che possono riguardare funzioni vitali come respirazione e deglutizione. Oppure funzioni cognitive come perdita dell’uso del linguaggio, memoria e attenzione, disturbi della personalità e del comportamento o depressione.

Tra i criteri restrittivi, contestato in particolare quello secondo cui avrebbero necessità di neuroriabilitazione solo i pazienti con grave cerebrolesione che hanno attraversato anche un periodo di coma. “Un criterio che non è supportato da alcuna evidenza scientifica – sottolinea Antonino Salvia, Direttore Sanitario della Fondazione Santa Lucia IRCCS -. Abbiamo pazienti con gravi deficit per lesioni del sistema nervoso che non hanno attraversato un periodo di coma, e viceversa pazienti che sono stati in coma, ma che non presentano deficit funzionali gravi da giustificare il ricovero in neuroriabilitazione di alta specialità”.

 

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scuola

Siglato protocollo tra Ministero della Salute e MIUR per lo svolgimento a scuola di un’attività educativa continuativa e integrata in tema di salute

La salute si studierà anche a scuola, come un filo rosso che accompagnerà tutta la formazione dell’alunno, dall’asilo alle superiori. E’ uno dei punti previsti nel protocollo d’intesa siglato dal ministro della Salute Giulia Grillo e dal ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti. “Questo passo rientra all’interno di una visione complessiva che il governo sta portando avanti – afferma il ministro della Salute, Giulia Grillo – Crediamo in un approccio intersettoriale nelle politiche per la salute. In questo processo la scuola rappresenta un momento fondamentale di informazione e formazione”.

“L’esigenza che sentiamo nasce da tutta una serie di esperienze che le nostre scuole stanno conducendo da un po’ di tempo – sostiene il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti – e devono essere messe a sistema. Il lavoro che fa il governo lo fa in maniera integrata. Stiamo lavorando in grande sinergia perché la scuola deve riappropriarsi degli aspetti educativi utili a migliorare le conoscenze dei nostri ragazzi e a far acquisire consapevolezza e competenze rispetto a determinati temi”.

Tra le novità anche gli  Indirizzi di policy integrate per la Scuola che promuove salute, approvato il 17 gennaio 2019 in Conferenza Stato-Regioni.

Il documento è finalizzato a favorire l’inserimento nel curriculum formativo degli studenti delle scuole di ogni ordine e grado della “Promozione della salute”. Non si tratta di una “nuova materia”, bensì di una proposta educativa continuativa e integrata lungo tutto il percorso scolastico. Tutte le scuole potranno svilupparla secondo la modalità ritenuta più idonea ad affrontare i reali bisogni educativi e formativi dei singoli alunni/studenti. Il tutto monitorando costantemente l’intero processo educativo.

Il provvedimento sottolinea come una scuola che promuove salute debba adottare un approccio globale rivolto a tutti gli studenti, alle loro famiglie, al personale docente e non. L’obiettivo è quello di sviluppare le competenze individuali di tutti i componenti della comunità scolastica e a migliorarne l’ambiente fisico e sociale.

Il recepimento del documento da parte delle Regioni contribuirà a migliorare la collaborazione tra operatori della salute e della scuola. Favorirà, inoltre, l’implementazione delle azioni attivate nel setting scolastico, nell’ambito dei Piani regionali della prevenzione in corso. Costituirà, inoltre, un valido strumento per la progettazione di interventi efficaci per la promozione della salute nell’ambito del Piano nazionale della prevenzione 2020-2025.

 

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diabete

Chiesto un tavolo di confronto a Ministero della Salute e Regioni per portare a compimento il lavoro su piani terapeutici contro il diabete e integrazione digitale tra diabetologi e medici di famiglia

“Non c’è più tempo per le burocrazie assistenziali se si vuole veramente curare i pazienti e non gli algoritmi economici. Purtroppo solo nella teoria i farmaci che riducono la mortalità, le complicanze cardiovascolari, le ipoglicemie e migliorano la qualità della vita sono accessibili a tutti i pazienti diabetici nel nostro paese. E’ quanto
dichiarano AMD e SID per i diabetologi, FIMMG e SIMG per i medici di famiglia, Diabete Italia e FAND per le associazioni delle persone con diabete.

I cittadini italiani affetti da questa patologia sono 4.500.000. La prima prescrizione di questi farmaci è permessa solo agli specialisti diabetologi. In tal modo, secondo le organizzazioni, si crea una situazione di discriminazione tra i diversi pazienti inaccettabile per un paese civile.

“Le liste d’attesa per l’accesso alle visite specialistiche si allungano. I diabetologi vedono svilita la loro professionalità consumando spesso il tempo di una visita per la sola ripetizione della prescrizione. I medici di famiglia sono sempre più demotivati per non poter prescrivere il farmaco più giusto per il proprio paziente (a differenza dei loro colleghi di tutta Europa)”. I pazienti, “più che curati burocratizzati” chiedono alle proprie associazioni di fare qualcosa e presto.

Da qui l’appello a intervenire rivolto al Ministro della salute, Giulia Grillo e al Coordinatore Commissione Salute della Conferenza delle Regioni, Antonio Saitta.

“E’ necessario e urgente – chiedono i firmatari -l’istituzione immediata di un tavolo di confronto tra Medici di Famiglia, Specialisti, Pazienti e AIFA”. L’obiettivo è portare a compimento il lavoro bloccato in AIFA su piani terapeutici e integrazione digitale tra diabetologi e medici di famiglia.

L’evoluzione di una presa in carico a quattro mani, tra Diabetologi e Medici di famiglia, sulla prescrizione dei cosiddetti “farmaci innovativi”, molti dei quali ormai vicini alla scadenza di brevetto, rappresenta la base su cui costruire quei modelli di relazione assistenziale tra i soggetti diversi per formazione e contrattualità responsabili della continuità assistenziale fondamentale per questi pazienti.

“Va risolta, e rapidamente – concludono le Associazioni –  una situazione che vede inspiegabilmente i nostri concittadini privati nella sostanza di un diritto garantito alla più parte dei cittadini dell’Unione oltretutto nel totale  silenzio dell’AIFA negli ultimi mesi”

 

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regioni

Ripartite 111,2 miliardi di risorse. Bonaccini (Presidente Conferenza Regioni): contributo importante alle successive azioni del Ministero

Ripartite tra le Regioni 111,2 miliardi di risorse destinate al Servizio Sanitario Nazionale. Lo ha annunciato ieri il Presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, Stefano Bonaccini (nella foto). “Per il terzo anno consecutivo – ha evidenziato – formalizziamo con un accordo unanime la nostra proposta al Ministero della Salute all’inizio dell’anno. Questo significa che diamo un contributo importante alle successive azioni del Ministero e consentiamo alle Regioni di avviare una programmazione in tempi certi. E’ un fatto molto positivo visto che riguarda un settore fondamentale, come è quello sanitario, dei servizi pubblici”.

Anche Antonio Saitta, Coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome,  ha sottolineato “la concordia e la compattezza delle istituzioni regionali”. L’Assessore regionale del Piemonte ha quindi fornito alcune specifiche tecniche utili sul riparto del fondo sanitario.

Saitta, in particolare, ha spiegato che i valore delle Province autonome di Trento e Bolzano e delle Regioni a statuto speciale Sardegna, Valle d’Aosta e Friuli Venezia Giulia hanno un carattere figurativo. Queste Regioni, infatti, provvedono autonomamente all’integrale finanziamento del Servizio sanitario nei rispettivi territori e secondo quanto previsto dai propri statuti.

Inoltre, nel fabbisogno standard sono state considerate tutte le risorse comprese quelle relative alla quota premiale, pari allo 0,25% del Fondo. Si tratta di circa 286 milioni di euro.

Nel riparto, quindi, si è tenuto conto di meccanismi premiali e di riequilibrio che determinano il fabbisogno standard. “Ora le Regioni – ha continuato l’Assessore –si aspettano che il Ministero proceda celermente perché si arrivi nel più breve tempo possibile al riparto”.

C’è poi la necessità di recepire in un prossimo provvedimento una proposta emendativa relativa alle risorse per la quota premiale. Occorre, infatti, prevedere, secondo Saitta, che tale quota tenga conto dei criteri di riequilibrio proposti dalla Conferenza delle Regioni. “E’ infine necessario –ha concluso – modificare il decreto sulle Regioni benchmark, prevedendo che tutte le Regioni elegibili siano considerate come ‘Regioni di riferimento’”.

Riparto sanità 2019

PIEMONTE – 8.199.389.129

VALLE D’AOSTA –  233.489.531

LOMBARDIA-  18.405.555.557

BOLZANO – 944.819.487

TRENTO – 983.292.573

VENETO – 9.019.816.105

FRIULI – 2.287.867.446

LIGURIA – 3.078.088.485

EMILIA ROMAGNA – 8.259.653.603

TOSCANA – 6.997.515.170

UMBRIA – 1.658.798.201

MARCHE – 2.853.649.804

LAZIO – 10.747.015.715

ABRUZZO – 2.433.217.003

MOLISE –  579.437.434

CAMPANIA – 10.448.921.447

PUGLIA – 7.362.600.967

BASILICATA – 1.060.623.383

CALABRIA – 3.564.285.340

SICILIA – 9.080.186.397

SARDEGNA – 3.047.777.222

TOTALE – 111.246.000.000

 

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attività libero professionale intramuraria

Presentata la Relazione annuale sull’esercizio dell’attività libero professionale intramuraria 2016. Punta massima nelle Marche, valori minimi a Bolzano

Diminuiscono i medici che esercitano l’attività libero professionale intramuraria (ALPI). Nello specifico, il numero è passato da 59.000 unità relative all’anno 2012, pari al 48% del totale dei medici, a 51.430 unità nel 2016, pari al 43,3% del totale dei Dirigenti medici del Ssn. In media, nel Servizio sanitario nazionale il 47,3% dei dirigenti medici, operanti a tempo determinato e a tempo indeterminato con rapporto esclusivo, esercita l’ALPI. E’ quanto emerge dalla Relazione annuale al Parlamento sull’esercizio dell’attività libero professionale intramuraria 2016, trasmessa al Parlamento il 21 gennaio scorso.

I principali risultati dell’analisi evidenziano che 17 Regioni hanno provveduto ad emanare/aggiornare le linee guida regionali, evidenziando un’invarianza rispetto ai risultati della rilevazione 2015. In 13 Regioni/Province Autonome tutte le Aziende presenti hanno dichiarato di aver attivato l’infrastruttura di rete. In 6 Regioni/Province Autonome tutte le Aziende garantiscono ai dirigenti medici spazi idonei e sufficienti per esercitare la libera professione. Negli altri contesti la maggior parte delle Aziende ha fatto ricorso all’attivazione del programma sperimentale. Infine, 10 Regioni (2 in meno del 2015) hanno autorizzato l’attivazione del programma sperimentale.

“La rilevazione, anche quest’anno – afferma il ministero della Salute – evidenzia un’estrema variabilità del fenomeno tra le Regioni”.

Ciò “sia in termini generali di esercizio dell’attività libero professionale intramoenia, sia in termini specifici di tipologia di svolgimento della stessa”. Le punte, che superano quota 56%, si registrano nelle Marche (63%), in Liguria (59%), nel Lazio (57%) e nella Provincia Autonoma di Trento (60%)

Viceversa, il rapporto tra medici che esercitano l’Alpi sul totale dei medici in esclusività, tocca valori minimi in Sardegna (28%),Sicilia (34%), Calabria (35%),Umbria (36%) e Provincia Autonoma di Bolzano (16%).

“In generale – conclude il ministero – l’analisi del contesto nazionale mostra nel complesso esperienze avanzate e altre in fase di allineamento e consolidamento”.

 

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somministrazione

“E’ configurabile la responsabilità del Ministero della Salute per l’omissione dei controlli in materia di raccolta e distribuzione del sangue per uso terapeutico e sull’idoneità dello stesso ad essere oggetto di somministrazione per trasfusione”

È quanto affermato dai giudici della Suprema Corte di Cassazione (n. 2790/2019) chiamati a pronunciarsi sulla vertenza giudiziaria avviata dagli eredi di un uomo deceduto per aver contratto epatite C a causa di una somministrazione di sangue infetto.

I fatti

Nel 2004 citavano in giudizio dinanzi al Tribunale di Caltanissetta, il Ministero della Salute.

Si trattava degli eredi dell’uomo (loro padre) deceduto dopo aver contratto la patologia epatica HCV, denominata epatite C, a causa di emotrasfusioni di sangue infetto eseguite presso un ospedale siciliano.

Chiedevano pertanto, il risarcimento dei danni iure successionis e quello iure proprio sofferto proprio a causa del decesso del loro padre.

A detta degli attori era indiscutibile l’esistenza del nesso di causalità tra le emotrasfusioni e l’insorgere dell’epatite C.

La conferma era, peraltro, giunta anche dalla Commissione Medica Ospedaliera di Palermo che, nel frattempo, si era pronunciata sul caso.

Ma in primo grado il Tribunale di Caltanissetta aveva rilevato che le trasfusioni di sangue infetto si erano svolte in data ben anteriore a quella in cui la scienza medica avrebbe potuto acquisire le conoscenze necessarie sull’infezione dell’epatite.

Il processo proseguiva perciò in appello ove i ricorrenti tentavano di dimostrare che in realtà, all’epoca dei fatti, il Ministero aveva già sufficienti cognizioni scientifiche per prevedere il rischio di infezioni virali; eppure nonostante ciò era rimasto inerte, limitandosi a disporre la sola indennizzabilità di tali patologie.

Il Ministero della Salute, al contrario, rilevava che negli anni in cui furono eseguite le emotrasfusioni al paziente, la scienza medica non aveva acquisito la conoscenza dell’epatite C e del modo di prevenirla; ciò accadde soltanto in epoca successiva.

Cosicché i giudici della Corte d’appello adita, dopo aver disposto consulenza medico-legale, sebbene furono in grado di accertare la riferibilità della epatite C contratta dal paziente deceduto alle trasfusioni di sangue praticate nell’ospedale siciliano e nonostante ebbero modo di stabilire che l’infezione poteva essere prevenuta tramite la determinazione delle transaminasi, scagionarono il Ministero della Salute sull’assunto che non vi era la prova di dati ufficiali riconosciuti al più alto livello delle conoscenze scientifiche che consentissero di ritenere provata la conoscibilità della infezione da parte del Ministero.

La vicenda finiva così direttamente in Cassazione

Ebbene, i giudici della Suprema Corte hanno accolto il ricorso presentato dagli eredi della vittima affermando che l’omissione del Ministero, relativamente ai controlli sull’idoneità del sangue ad essere oggetto di trasfusione, poteva ritenersi efficiente sotto il profilo del nesso causale in ordine all’insorgere dell’infezione.

Al contrario, tale omissione doveva considerarsi antigiuridica dal momento che regole specifiche, poste allo scopo di evitare il rischio di infezione, imponevano il controllo sul sangue umano.

Il nesso causale tra la trasfusione del sangue infetto e l’infezione

Come già osservato in una recente sentenza di legittimità, il collegamento probabilistico (cioè il nesso causale) tra la somministrazione del sangue infetto in ambiente sanitario e la patologia insorta va valutato non sulla base delle conoscenze scientifiche del momento in cui venne effettuata la trasfusione (che invece attiene alla colpa), ma sulla base di quelle presenti al momento in cui viene svolto l’accertamento dell’esistenza del nesso causale (al tempo della valutazione da parte dell’osservatore), posto che ciò che deve essere considerato è il collegamento naturalistico fra l’omissione e l’evento dannoso.

L’incauta somministrazione in assenza dei doverosi controlli attiene invece all’elemento soggettivo dell’illecito sulla base “del dovere di adoperarsi per evitare o ridurre un rischio che è antico quanto la necessità della trasfusione” (da Cass. n. 17084 del 2017).

Le ragioni che precedono – affermano gli Ermellini – impongono l’accoglimento del ricorso.

La questione è stata così rimessa nuovamente al giudizio della corte territoriale perché proceda ad un nuovo esame della fattispecie, questa volta attenendosi ai principi di diritto espressi in sentenza ed in particolare al principio secondo cui ciò che rileva ai fini del giudizio sul nesso causale è l’evento obiettivo dell’infezione e la sua derivazione probabilistica dalla trasfusione, a prescindere dalla specificazione della prima in termini di malattia tipica.

Sicché è configurabile la responsabilità del Ministero della Salute per l’omissione dei controlli in materia di raccolta e distribuzione del sangue per uso terapeutico e sull’idoneità dello stesso ad essere oggetto di trasfusione, già consentiti dalle conoscenze mediche e dai dati scientifici del tempo anche prima dell’anno in cui il virus specifico dell’epatite fu definitivamente identificato in sede scientifica, con conseguente scoperta dei mezzi di prevedibilità delle relative infezioni.

La redazione giuridica

 

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