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misure cautelari

revoca della custodia in carcere

A seguito di imputazione e detenzione cautelare per il delitto di associazione mafiosa, l’imputato aveva presentato istanza di modifica o revoca della custodia in carcere, per effetto dell’attività lavorativa svolta dal coniuge e della presenza di un figlio minore

Ma per l’adito giudice nel caso di specie, non ricorreva l’ipotesi di impossibilità assoluta della madre di prestare assistenza al figlio minore e in ogni caso, non erano venute meno le esigenze cautelari, in relazione ai delitti contestati.

Sul caso si sono pronunciati anche i giudici della Cassazione a seguito del ricorso formulato dal difensore dell’imputato

Ebbene, il ricorso è stato rigettato perché inammissibile e infondato.

Il Tribunale, con motivazione priva di vizi, aveva osservato che la presenza dei nonni e di altri prossimi congiunti appartenenti ad entrambe le famiglie di origine della coppia, avrebbero potuto sopperire all’assenza dei due genitori e nella specie, al tempo in cui la madre del bambino era impegnata nella attività lavorativa.

La decisione era, pertanto, in sintonia con gli insegnamenti di legittimità, a mente dei quali “in tema – di divieto di custodia cautelare in carcere per l’imputato padre di prole non superiore ai sei anni, la condizione di madre-lavoratrice rileva, quale impedimento assoluto ad assistere i figli, a condizione che venga adeguatamente dimostrata l’oggettiva impossibilità per la madre di conciliare le esigenze lavorative con l’assistenza alla prole, nonché di avvalersi dell’ausilio di parenti od altre figure di riferimento, ovvero di strutture pubbliche”.

Invero, la donna lavorava durante la mattina con soli due pomeriggi a settimana. Tale circostanza non poteva certamente qualificarsi come assoluta impossibilità per la madre di prestare la necessaria assistenza alla figlia minore.

Come già affermato dalla Quinta Sezione Penale della Cassazione n. 27000 del 28/05/2009, “l’attività di lavoro svolta dalla madre non costituisce di per sé ostacolo tale da impedirle di attendere alla cura del minore, anche con l’eventuale aiuto di familiari disponibili o con il ricorso a strutture pubbliche abilitate, poiché il solo impegno lavorativo di 39 ore settimanali della madre non integra un impedimento assoluto alla assistenza alla prole, trattandosi di situazione comune alla maggioranza delle situazioni familiari”.

La redazione giuridica

 

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ARRESTI DOMICILIARI: CHIEDE DI VEDERE LA FIDANZATA MA IL GIUDICE GLIELO NEGA

pena

In base all’art. 275, comma 2 bis del c.p.p., è fatto divieto di applicazione della misura della custodia cautelare in carcere «se il giudice ritiene che, all’esito del giudizio, la pena detentiva irrogata non sarà superiore a tre anni»

Ebbene, nel caso di specie, l’imputato aveva impugnato con ricorso per Cassazione la decisione del Tribunale del Riesame di Bologna, che aveva disposto l’applicazione, a suo carico, della misura carceraria, in accoglimento dell’appello proposto dal Pubblico Ministero, sebbene egli avesse già patteggiato una pena inferiore a tre anni di reclusione per il reato a lui ascritto (2 anni e 4 mesi di reclusione e 2.000 euro di multa).

Occorre evidenziare che la disciplina normativa attinente alla modifica delle misure cautelari, in senso migliorativo o peggiorativo, dettata dall’art. 299 c.p.p., presuppone una costante verifica della perdurante legittimità della misura imposta, attraverso un costate ed aggiornato adeguamento dello status libertatis, o a seguito di “fatti sopravvenuti” o per eventuali modifiche della situazione processuale nonché dei presupposti o condizioni di legge, ovvero per fatti preesistenti e non conosciuti o non valutati dal giudice.

Si tratta – ricordano i giudici della Cassazione-, di un sistema condizionato dal principio rebus sic stantibus, per la necessità di adeguare costantemente la situazione cautelare alle modifiche sostanziali e/o processuali che intervengono nel corso del procedimento, nei confronti del soggetto sottoposto a misura personale coercitiva.

Ciò – a detta degli Ermellini – era sostanzialmente mancato nel caso in esame, per ragioni verosimilmente dovute anche all’inerzia delle parti in sede di procedimento incidentale di appello.

La decisione

A seguito dell’accordo sulla pena il Pubblico Ministero aveva dichiarato di rinunciare all’atto di appello, già proposto; senonché, in seguito, la difesa veniva a conoscenza del fatto che il Tribunale del Riesame, aveva applicato la misura della custodia cautelare in carcere a carico dell’imputato, omettendo così di operare quella necessaria e adeguata valutazione in ordine alla possibilità che la pena detentiva irrogabile al prevenuto, fosse o meno superiore ai tre anni, ma limitandosi a ritenere tecnicamente adottabile la misura della custodia cautelare più afflittiva solo in rapporto alla pena edittale del reato.

Di qui la necessità da parte del Tribunale di rivalutare la situazione cautelare dell’imputato, alla luce dell’intervenuta applicazione della pena concordata tra le parti, inferiore ai tre anni di reclusione e di per sé ostativa dell’applicazione della misura cautelare carceraria.

Per tali ragioni, il provvedimento impugnato è stato annullato e rinviato per un nuovo esame al Tribunale della libertà di Bologna.

La redazione giuridica

 

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SENTENZA DI PATTEGGIAMENTO: E’ AMMISSIONE DI COLPEVOLEZZA?

confisca

In caso di sequestro di danaro, la misura cautelare deve intendersi prodromica ad una confisca diretta, posto che il danaro è ordinariamente legato da un rapporto di pertinenzialità con il reato contestato

Legale rappresentante di una società indagato dalla Procura di Gela, in ordine al reato di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 2, per avere, secondo l’ipotesi accusatoria, utilizzato, nella dichiarazione dei redditi presentata, per conto della società, relativamente agli anni dal 2013 al 2017, poste passive documentate con fatture di comodo emesse da terzi relativamente ad operazioni inesistenti. A tal proposito era stato disposto, dal Gip dello stesso Tribunale, un provvedimento di sequestro preventivo finalizzato alla confisca dei beni di appartenenza della società, o in difetto, dello stesso legale rappresentante.

Avverso siffatta ordinanza proponeva ricorso per cassazione l’indagato, per il tramite del proprio difensore di fiducia, denunciando la violazione di legge in cui sarebbe incorso il Tribunale del riesame, da una parte, per aver ritenuto profitto illecito del reato anche il risparmio di imposta realizzato nelle forme già descritte, sebbene il suo ammontare fosse inferiore alla soglia di punibilità relativa ai reati di omesso versamento delle imposte sul valore aggiunto e sui redditi, e dall’altra parte, per aver eseguito il sequestro diretto su beni, nella specie danaro ed un capannone della società, in relazione ai quali non era stato dimostrato il rapporto di pertinenzialità con il reato.

Per i giudici della Cassazione il ricorso è inammissibile!

La questione giuridica sulla quale si dibatte è la seguente: qualora i reati tributari siano stati posti, materialmente, in essere dal legale rappresentante della società è lecita la confisca disposta sui beni aziendali?

I motivi della decisione

Quanto al primo punto, quello concernente, cioè, l’asserita assenza del fumus delicti, posto che secondo la difesa, l’evasione della imposta sul valore aggiunto e sui redditi che si sarebbe realizzata attraverso il meccanismo fraudolento posto in essere, sarebbe stata di importo inferiore all’ammontare della soglia di punibilità prevista per i reati ascritti – i giudici degli Ermellini hanno affermato che la condotta contestata concerne la più grave fattispecie costituita dalla presentazione di una dichiarazione fraudolenta attraverso l’utilizzo di fatture riguardanti operazioni inesistenti, per la quale non è prevista alcuna soglia di punibilità.

La pertinenza col reato

Relativamente al secondo profilo della censura mossa dal ricorrente e, avente ad oggetto il difetto del nesso di pertinenzialità fra i beni oggetto di sequestro (si tratta di danaro ed un capannone adibito a deposito) riferibili alla società ed il reato contestazione, ritiene il collegio che in linea di principio, nei confronti del soggetto impersonale il quale, di fatto, si sia avvantaggiato della commissione del reato fiscale commesso dal proprio legale rappresentante, è ammissibile la sola confisca diretta e non anche quella per equivalente, laddove non ricorra la ipotesi residuale del soggetto persona giuridica che costituisca, tuttavia, un mero schermo dietro il quale agisca direttamente la persona fisica del suo amministratore, ipotesi nella quale è consentita, attesa la mera apparenza della soggettività della persona giuridica, anche la confisca per equivalente.

In tal senso, è stato richiamato il prevalente indirizzo giurisprudenziale secondo cui in caso di sequestro di danaro, la misura cautelare deve intendersi prodromica ad una confisca diretta, posto che il danaro, costituendo comunque il frutto del risparmio di spesa derivante dall’omesso versamento tributario, è, stante la naturale fungibilità del bene in questione, ordinariamente legato ad un rapporto di pertinenzialità con il reato in provvisoria contestazione (Corte di cassazione, Sezione 2^ penale, 26 maggio 2014, n. 21228; idem Sezioni unite penali, 5 marzo 2014, n. 10561).

Il ricorso è stato, perciò, dichiarato inammissibile con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

 

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SEQUESTRO PRESSO LO STUDIO DEL DIFENSORE: E’ AMMISSIBILE?

misure cautelari reali

Il codice di autoregolamentazione non consente agli avvocati di astenersi in tutte le udienze afferenti misure cautelari reali. Per la Cassazione, anche in quelle, non applicate ma di cui è in corso l’applicazione

L’astensione dalle udienze da parte del difensore che aderisce a una protesta di categoria non è ammessa nemmeno nei procedimenti relative a misure cautelari reali che non sia in corso di esecuzione al momento dell’esercizio del diritto di astensione. Lo ha affermato la Corte di Cassazione, terza sezione penale, con la sentenza n. 38852/2018.

Gli Ermellini si sono pronunciati sull’impugnazione da parte del proprietario di un fondo, dell’ordinanza con cui il Tribunale di Livorno aveva ordinato il sequestro preventivo del cantiere e delle opere in corso di realizzazione sul terreno di sua proprietà. All’uomo veniva contestato, in particolare, il reato di lottizzazione abusiva previsto dall’art. 44 lettera c del Dpr n. 380/2001. Il sequestro era stato precedentemente revocato dal Gip del medesimo Tribunale.

Tra i motivi di doglianza, il ricorrente allegava la violazione del diritto del difensore di astenersi dalle udienze penali in adesione alle forme di protesta deliberate dalle organizzazioni di categoria. A suo dire, infatti, la misura cautelare reale non era in corso di esecuzione al momento dell’esercizio di tale diritto.

La Cassazione ha chiarito che l’art. 4 del codice di autoregolamentazione delle astensioni dalle udienze degli avvocati esclude la possibilità di astenersi in tutte le udienze ‘afferenti misure cautelari’.

Gli Ermellini hanno poi specificato che nelle nozione di udienze penale afferenti misure cautelari devono includersi anche quelle relative a procedimenti in cui le misure richieste non sono state applicate, ma è in corso la loro applicazione.

La ratio dell’esclusione, infatti, consiste nella necessità di pervenire, nel più breve tempo possibile, alla decisione sulla sussistenza o meno dei presupposti per l’applicazione della misura cautelare. Interesse, questo, che riguarda l’intera collettività e il singolo soggetto sottoposto o da sottoporre a misura cautelare.

 

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