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Un infortunio occorso ad uno studente durante una partita di pallamano organizzata dalla scuola, ma per i giudici della Cassazione l’incidente si è verificato per un ragionevole caso fortuito

La vicenda

Nel 2016 la Corte d’Appello di L’Aquila aveva respinto il ricorso interposto dai due genitori in relazione alla pronunzia del Tribunale de L’Aquila con la quale era stata rigettata la loro domanda proposta nei confronti del Ministero dell’istruzione dell’università e della ricerca, nonché dell’Istituto scolastico frequentato dal proprio figlio, al fine di ottenere risarcimento dei danni subiti da quest’ultimo per un infortunio occorso durante un torneo di pallamano organizzato dalla scuola.

Da tale evento il ragazzo aveva riportato gravi lesioni fisiche, localizzate alla bocca, per essere caduto durante la partita e aver sbattuto contro una panchina.

La pronuncia della Cassazione

In caso di infortunio subito da uno studente all’interno della struttura scolastica durante le ore di educazione fisica, nel corso di una partita di pallamano, ai fini della configurabilità della responsabilità a carico della scuola ex art. 2048 c.c. non è sufficiente il solo fatto di aver incluso nel programma della suddetta disciplina e fatto svolgere tra gli studenti una gara sportiva, ma è altresì necessario: a) che il danno sia conseguenza del fatto illecito di un altro studente impegnato nella gara; b) che la scuola non abbia predisposto tutte le misure idonee a evitare il fatto.

In passato è stato anche affermato che, in caso di infortunio sportivo subito da uno studente all’interno della struttura scolastica durante le ore di educazione fisica, incombe al medesimo dare la prova dell’illecito commesso da altro studente, quale fatto costitutivo della sua pretesa, laddove è a carico della scuola la prova del fatto impeditivo, cioè l’inevitabilità del danno nonostante la predisposizione di tutte le cautele idonee ad evitare che esso si verifichi, ivi ricompresa l’illustrazione della difficoltà dell’attività o del relativo passaggio e predisporre cautele adeguate affinché gli stessi, se affrontati, possano essere svolti da tutti i partecipanti in condizioni di sicurezza.

Ebbene, di tali principi di diritto, la corte di merito aveva fatto piena e corretta applicazione.

Dall’istruttoria processuale era emerso, infatti, che “la partita [nella quale si era verificato l’incidente] rientrava nella normale attività didattica della scuola; non vi era stata alcuna azione scorretta o comunque fallosa di altri giocatori; la partita si era svolta interamente sotto il controllo diretto dell’insegnante; il campo di gioco era perfettamente libero ed idoneo alla partita;… l’insegnante aveva preventivamente istruito i giocatori”.

Ebbene, alla luce di siffatte emergenze processuali la corte territoriale aveva escluso la “rilevanza causale” della presenza della panchina contro la quale “sfortunatamente il giocatore era andato ad impattare” essendo “notorio che i campi da gioco siano fiancheggiati da una o più panchine per consentire ai giocatori di riserva di stare seduti, sicché la presenza della stessa costituiva ordinario completamento del campo da gioco, e non certamente una insidia”.

Per i giudici della Cassazione la corte d’appello aveva, perciò, correttamente attribuito la verificazione dell’evento ad una ragionevole causa fortuita.

Dal canto suo, la scuola aveva fatto quanto doveva per assolvere all’obbligo di vigilanza cui era tenuta ai sensi dell’art. 2048 c.c., posto che il sinistro si era verificato con modalità tali da non potere essere impedito.

A tali conclusioni i giudici della Cassazione hanno ritenuto di dover dar seguito; cosicché il ricorso è stato definitamente rigettato con condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

 

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MAESTRA DICHIARA DI USARE IL METODO MONTESSORI, MA PER I GIUDICI E’ VIOLENZA

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attività outdoor

Cosa si intende per attività outdoor? E quando, l’infortunio occorso ai danni di uno studente, durante un’esercitazione pratica in gita scolastica, può dirsi coperto da tutela assicurativa INAIL?

I genitori di un minore citavano in giudizio l’ente provinciale e il MIUR al fine di vederne affermata la responsabilità solidale, in relazione ad un sinistro occorso al proprio figlio, in occasione dello svolgimento di attività scolastica “outdoor” (consistita, per l’esattezza, nella partecipazione ad un corso di calata passiva da una parete rocciosa) organizzata dalla Scuola professionale provinciale per il commercio, l’artigianato e l’industria, del quale, il medesimo era, all’epoca studente.

Il processo di merito

L’azione giudiziaria intrapresa dai due genitori era diretta, in particolare a conseguire il ristoro dei danni lamentati, dallo stesso per effetto della rottura della corda con conseguente precipitazione al suolo.

Le parti convenute, contestavano la domanda e ne chiedevano il rigetto posto che dell’evento accaduto non era ravvisabile, in alcun modo loro responsabilità.

Ed, invero, era stato accertato che il minore nell’esecuzione della calata passiva, avrebbe disatteso le indicazioni fornitegli dagli accompagnatori, in particolare contravvenendo a quello di scendere verticalmente, spingendo invece la corda contro la parete rocciosa, sicché essa, malauguratamente, si spezzava per sfregamento con un piccolo sperone affilato di roccia, evenienza idonea ad integrare, il caso fortuito.

La corte d’appello, nel qualificare come “attività ludica” quella svolta in occasione del sinistro, aveva escluso l’accoglibilità della domanda; ma così facendo per i ricorrenti avrebbe violato l’art. 4, comma 1, n. 5 del d.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124 che prevede la copertura assicurativa obbligatoria INAIL tra gli altri, per “gli insegnanti e gli alunni delle scuole o istituti di istruzione di qualsiasi ordine e grado anche privati, che attendano ad esperienze tecnico-scientifiche od esercitazioni pratiche”.

Al riguardo è stata richiamata anche la circolare INAIL n. 28/03 nella quale si precisa che i presupposti della copertura assicurativa “valgono per l’intera attività formativa offerta dai piani scolastici, senza distinzioni tra attività curriculari ed extracurriculari, comunque svolte nel quadro delle iniziative complementari ed integrative del percorso formativo offerto agli studenti”, ivi comprese, secondo il ricorrente, le “esercitazioni pratiche” alle quali (sempre per il ricorrente), “debbono essere assimilate sia le attività di educazione fisica e sportiva che i viaggi di istruzione, sia quelle relative all’acquisizione di competenze di natura comportamentale ed attitudinale da far valere direttamente anche sul piano tecnico specifico”.

Il giudizio della Cassazione

Per i giudici della Cassazione “l’attività outdoor non può farsi rientrare tra le “esperienze tecnico-scientifiche od esercitazioni pratiche”, alle quali fa riferimento l’art. 4, comma 1, n. 5), d.P.R. n. 1124/1965, già richiamato.

Ciò, in quanto, il presupposto per l’operatività di tale copertura assicurativa resta pur sempre, il collegamento tra le suddette “esperienze tecnico-scientifiche od esercitazioni pratiche” e le attività didattiche, richiedendosi oltretutto, che tra l’una e l’altra ricorra “nesso di derivazione eziologica”, e non un “semplice rapporto di coincidenza cronologica e topografica”, non bastando cioè, che “l’infortunio sia avvenuto sul luogo di lavoro e durante l’orario di lavoro”, ma occorrendo, piuttosto, “che il lavoro abbia determinato il rischio del quale l’infortunio è conseguenza”.

Ebbene, se queste affermazioni valgono con riferimento al caso in cui il soggetto infortunato sia il lavoratore/insegnante, a maggior ragione debbono trovare applicazione per gli studenti, visto che essi, a differenza dei primi “sono una particolare categoria di soggetti che non hanno un rapporto di lavoro e che sono assicurati in via eccezionale, solo per gli infortuni che accadono nel corso delle esperienze tecnico-scientifiche e delle esercitazioni pratiche e di lavoro di cui alla specifica disposizione del Testo Unico”.

E’ proprio l’eccezionalità della copertura prevista per gli studenti ad imporre la necessità di escludere che le attività outdoor -svolte nel corso di gite scolastiche – possano includersi tra le “esperienze ed esercitazioni pratiche” soggette a copertura assicurativa.

Ed è con tali motivi che i giudici della Cassazione hanno respinto il ricorso proposto dai genitori del minore danneggiato.

La redazione giuridica

 

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SCAPPELLOTTI AGLI ALUNNI, LEGITTIMA LA SOSPENSIONE DELL’INSEGNANTE

abusi sessuali

Due anni e quattro mesi di reclusione, la pena inflitta dalla Corte d’appello di Genova, all’insegnante di un Istituto tecnico per Geometri, accusato di aver costretto alcune alunne della propria classe a subire abusi sessuali, durante le ore di lezione

Con il pretesto di aiutare le allieve nello svolgimento degli esercizi, l’insegnante si avvicinava ai banchi e appoggiava ripetutamente e insistentemente il dorso della mano sul seno delle ragazze contro la loro volontà; in altre occasioni, avrebbe fatto scivolare le mani sulla schiena di due allieve, toccandole il sedere e lasciando il palmo sulle natiche delle ragazze per alcuni secondi.

Ciò avveniva ai danni di tre ragazzine di rispettivamente, 15 e 16 anni.

Il ricorso per Cassazione

Contro la sentenza della Corte d’appello ligure, l’imputato presentava ricorso per Cassazione, adducendo la contraddittorietà della prova relativa alla sussistenza dei fatti ascritti.

E il ricorso veniva accolto.

Dopo il rinvio della Cassazione, l’uomo veniva nuovamente dichiarato colpevole del delitto di abusi sessuali ai danni delle alunne minorenni.

Nuovamente davanti ai giudici della Cassazione, l’imputato si doleva della nullità della sentenza impugnata, per indeterminatezza del fatto contestato; del vizio di manifesta illogicità della motivazione in relazione alla valutazione di credibilità delle testimonianze di accusa, rese dalle minori.

Nello stesso giudizio si costituiva anche il MIUR, rappresentato dall’Avvocatura distrettuale di Genova, responsabile civile, il quale chiedeva l’annullamento della sentenza della Corte di Appello nella parte in cui lo condannava in via solidale con l’insegnante.

Ciò sul presupposto che il reato di violenza sessuale, sia pure nella forma attenuata riconosciuta dalla Corte territoriale, è per sua natura incompatibile ed estranea alle funzioni e alle mansioni del docente e quindi non poteva essere riferito in alcun modo alla Amministrazione.

Interessante il giudizio della Cassazione sul punto.

Per i giudici Ermellini non vi erano dubbi: la ricostruzione della vicenda operata da parte della Corte di appello era assolutamente congrua, logica e plausibile, come tale inattaccabile in sede di legittimità.

I fatti ascritti all’imputato erano stati rigorosamente ricostruiti e confrontati grazie alle prove testimoniali dell’accusa.

Anche in ordine al trattamento sanzionatorio la misura della pena contestata, era coerente con il pesante e compiuto quadro indiziario, con la concreta gravità della condotta da questi tenuto, con le modalità esecutive e reiterate degli altri episodi di palpeggiamento, con l’insidiosità dell’atto in relazione allo stato di soggezione delle alunne e della loro giovanissima età.

La domanda di estromissione e le potenziali ricadute negative sul MIUR

Già in primo grado, il Tribunale di Genova aveva respinto la richiesta del Ministero dell’istruzione di essere estromesso dal processo.

Ma il giudice di merito aveva correttamente evidenziato che la “questione relativa alla estromissione del responsabile civile deve essere proposta prima dell’espletamento delle formalità di apertura del dibattimento e decisa dal giudice senza ritardo (art. 86 c.p.p., comma 3). E in questa fase processuale, è possibile solo la constatazione della esistenza di elementi potenzialmente pregiudizievoli (per lo stesso responsabile civile), senza la possibilità di effettuare un giudizio prognostico sul valore probatorio sugli stessi”.

In un caso assolutamente speculare rispetto a quello in commento, la Suprema Corte di Cassazione ha già avuto modo di affermare che il responsabile civile ha diritto, in presenza di domanda tempestivamente formulata ai sensi dell’art. 86 c.p.p., comma 2, ad essere estromesso dal processo penale, qualora non sia stato tempestivamente citato per la partecipazione ad un incidente probatorio, finalizzato a consacrare, nel contraddittorio fra le parti, elementi di valutazione ai fini del giudizio per esso potenzialmente pregiudizievoli (Sez. 3, n. 49456 del 3/12/2003).

Per tali ragioni, è stato disposto l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata nel capo relativo alla condanna del responsabile civile con conseguente estromissione dal processo del MIUR e compensazione delle spese del giudizio tra le parti.

La redazione giuridica

 

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ATTI SESSUALI CON MINORE: SI ALL’ATTENUANTE DELLA MINORE GRAVITA’

esame di stato

Il provvedimento consentirà, per via amministrativa, di svolgere da subito i tirocini formativi che servono per poter poi partecipare all’Esame di Stato di Medicina

Nel pomeriggio di ieri è stata inviata alle Università la circolare che sblocca i tirocini trimestrali obbligatori per sostenere l’Esame di Stato di abilitazione all’esercizio della professione di medico-chirurgo per l’anno 2019. Lo annuncia in una nota il MIUR.

La data di inizio dei tirocini, per la prima sessione utile, è fissata al 10 aprile 2019. La domanda di ammissione deve essere presentata entro e non oltre il 29 marzo 2019. Al tirocinio trimestrale organizzato dall’Ateneo potranno essere ammessi solo coloro i quali siano in possesso del titolo di studio conseguito presso il medesimo Ateneo.

Viene così consentito, per via amministrativa, di svolgere da subito i tirocini formativi necessari per poter poi partecipare all’Esame di abilitazione alla professione e di farlo in tempi utili per la successiva partecipazione dei futuri medici alle prove selettive per il concorso di accesso per le Specializzazioni mediche.

Il decreto 58, approvato a maggio del 2018 durante il governo Gentiloni, regolamenta le nuove modalità di svolgimento degli Esami di Stato di abilitazione all’esercizio della professione medico-chirurgica.

Il provvedimento prevede l’anticipazione del tirocinio formativo post-lauream agli ultimi due anni del corso di studi. Resta poi una prova d’esame scritta a risposta multipla con database delle domande non noto.

“Sono stati sbloccati i tirocini per l’abilitazione medica 2019 – aveva anticipato Manuel Tuzi, Portavoce del Movimento 5 Stelle e giovane medico specializzando. “Qualche settimana fa siamo riusciti a bloccare di forza le nuove modalità del Decreto Fedeli. Ma non bastava, serviva colmare il vuoto normativo creato e far partire i nuovi tirocini!. Sono sincero prosegue il deputato – c’era il forte rischio di un possibile slittamento dell’abilitazione ad ottobre 2019, ma alla fine ce l’abbiamo fatta! Il testo per ripristinare la vecchia abilitazione con database è pronto; ho già provveduto a trasmetterlo ai Ministeri competenti”.

 

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ABILITAZIONE ALLA PROFESSIONE MEDICA: MANCA L’ORDINANZA MINISTERIALE

panino

Per autorefezione scolastica si intende la possibilità per gli alunni che optano per il tempo pieno di portate e di consumare a scuola cibi propri, come il classico panino, sottraendosi al servizio offerto dalla scuola. Ma esiste un vero e proprio diritto in tal senso, disciplinato dal nostro ordinamento?

La vicenda

Con una recente sentenza i giudici della Corte di Cassazione hanno rimesso la questione al vaglio delle Sezioni Unite. Tutto è partito dal ricorso presentato dai genitori di due alunni delle scuole elementari e medie di un comune in provincia di Torino, che chiedevano di accertare il loro diritto di scegliere per i propri figli tra la refezione scolastica e il panino portato da casa o comunque il pasto domestico confezionato autonomamente e di poterlo consumarlo all’interno dei locali adibiti a mensa scolastica, nell’orario destinato alla refezione.

Nello stesso ricorso chiedevano anche di ordinare al Ministero dell’Istruzione (MIUR) di impartire ai dirigenti scolastici le opportune disposizioni e al Comune di astenersi dal porre limiti e divieti all’esercizio di tale legittima scelta.

L’azione era stata esercitata davanti al Tribunale di Torino, il quale però aveva rigettato le domande, non ritenendo esistente alcun diritto soggettivo come quello azionato. A detta del giudice piemontese, non sarebbe configurabile né un diritto alla prestazione del servizio mensa con modalità diverse da quelle previste dalla normativa vigente ovvero di un servizio alternativo interno alle scuole per coloro che intendono consumate il pasto domestico, né un diritto alla stessa istituzione del servizio di refezione scolastica, essendo le famiglie libere di optare per il “modulo” (cd. breve) oppure per il tempo pieno o prolungato che prevedono appunto il servizio mensa e, in tal caso, essendo libere di prelevare (o fare uscire) i figli da scuola durante l’orario della mensa scolastica e di riaccompagnarli (o di farli rientrare) per le attività pomeridiane, senza che con ciò possa configurarsi una discriminazione tra gli alunni che hanno optato per il tempo pieno e prolungato e gli altri, trattandosi appunto di una scelta libera dei genitori.

Insomma una risposta secca e decisa quella del tribunale piemontese sul caso in questione.

Il processo d’appello

La situazione cambia parzialmente in appello, ove i giudici della Corte territoriale pur riconoscendo l’esistenza del preteso diritto di scelta dei genitori tra la refezione scolastica e il pasto domestico per i propri figli, si sono astenuti dal dettare “le modalità pratiche per dare concreta attuazione alla sentenza”.

La corte territoriale aveva condivisibilmente ritenuto che il suddetto diritto non può certo “risolversi nel consentire indiscriminatamente agli alunni di consumare il pasto domestico presso la mensa scolastica”, ma che al contrario, richiede “l’adozione di una serie di misure organizzative, anche in funzione degli aspetti igienico/sanitari e in relazione alla specifica situazione logistica dei singoli istituti interessati”. Si trattava comunque, di valutazioni discrezionali riservate all’amministrazione scolastica ed esulanti dalla cognizione del giudice ordinario.

Per i giudici dell’appello, in altre parole, la nozione di scuola, soprattutto nelle classi elementari e medie non coincide solo con l’attività di insegnamento, ma comprende anche il momento della formazione che si realizza mediante lo svolgimento di attività didattiche ed educative (cd. “tempo scuola”), tra le quali vi rientra anche il momento dell’erogazione del pasto.

E allora, il rimanere a scuola nell’orario del pasto (cd. “tempo mensa”) e condividerlo in comune tra gli alunni costituisce un diritto soggettivo perfetto perché inerente al diritto all’istruzione, desumibile dall’ordinamento costituzionale (art. 34 Cost.).

Ma la vicenda è ben presto finita davanti ai giudici della Cassazione, con ricorso presentato dal Comune di Torino e dal Ministero dell’Istruzione.

Il rinvio alle Sezioni Unite

Il supremo Collegio, però, vista l’importanza della tematica sollevata e dei valori costituzionali coinvolti ha deciso di invocare l’intervento delle Sezioni Unite.

Ed infatti la pretesa azionata dai genitori dei due alunni ha investito non pochi principi di rilievo costituzionale.

Si trattava di accertare l’esistenza del cd. diritto all’autorefezione nell’orario e nei locali adibiti alla mensa scolastica, ancorato agli artt. 34 (in tema di istruzione pubblica), 32 (interpretato come fonte di libertà nelle scelte alimentari), 35 (in tema di tutela dei genitori lavoratori) e 3 della Costituzione.

E allora se da una parte vi è il principio per cui l’istruzione pubblica inferiore è obbligatoria e gratuita e comprende il diritto di fruire delle attività scolastiche che si svolgono nel pomeriggio e in tale ottica il cd. “tempo mensa” deve intendersi quale importante momento di condivisione e di socializzazione che rientra nell’orario scolastico annuale (cd. “tempo scuola”) tale da dover riconoscere il diritto degli alunni di portare cibi da casa e consumarli a scuola, senza costringerli a usufruire del servizio mensa scolastica da essa erogato, che altrimenti diventerebbe obbligatorio.

Dall’altra parte, vi è l’opposto orientamento espresso in una recente sentenza del Consiglio di Stato (n. 5156/2018) che esclude in radice l’esistenza di un simile diritto soggettivo.

In tal senso intendendosi la fruizione del servizio mensa come espressione di una facoltà delle famiglie e comunque, rientrante nell’ampio margine di discrezionalità riservato alle istituzioni scolastiche, le quali hanno piena facoltà di determinare le modalità di fruizione dello stesso, nei limiti di compatibilità con le strutture e le risorse disponibili, senza possibilità di prevedere modalità di fruizione individuali e alternative a quelle già offerte.

La redazione giuridica

 

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VACCINAZIONI, DA OGGI NIENTE ACCESSO A SCUOLA SENZA CERTIFICATO

 

panino

Per autorefezione scolastica si intende la possibilità per gli alunni che optano per il tempo pieno di portate e di consumare a scuola cibi propri, come il classico panino, sottraendosi al servizio offerto dalla scuola. Ma esiste un vero e proprio diritto in tal senso, disciplinato dal nostro ordinamento?

La vicenda

Con una recente sentenza i giudici della Corte di Cassazione hanno rimesso la questione al vaglio delle Sezioni Unite. Tutto è partito dal ricorso presentato dai genitori di due alunni delle scuole elementari e medie di un comune in provincia di Torino, che chiedevano di accertare il loro diritto di scegliere per i propri figli tra la refezione scolastica e il panino portato da casa o comunque il pasto domestico confezionato autonomamente e di poterlo consumarlo all’interno dei locali adibiti a mensa scolastica, nell’orario destinato alla refezione.

Nello stesso ricorso chiedevano anche di ordinare al Ministero dell’Istruzione (MIUR) di impartire ai dirigenti scolastici le opportune disposizioni e al Comune di astenersi dal porre limiti e divieti all’esercizio di tale legittima scelta.

L’azione era stata esercitata davanti al Tribunale di Torino, il quale però aveva rigettato le domande, non ritenendo esistente alcun diritto soggettivo come quello azionato. A detta del giudice piemontese, non sarebbe configurabile né un diritto alla prestazione del servizio mensa con modalità diverse da quelle previste dalla normativa vigente ovvero di un servizio alternativo interno alle scuole per coloro che intendono consumate il pasto domestico, né un diritto alla stessa istituzione del servizio di refezione scolastica, essendo le famiglie libere di optare per il “modulo” (cd. breve) oppure per il tempo pieno o prolungato che prevedono appunto il servizio mensa e, in tal caso, essendo libere di prelevare (o fare uscire) i figli da scuola durante l’orario della mensa scolastica e di riaccompagnarli (o di farli rientrare) per le attività pomeridiane, senza che con ciò possa configurarsi una discriminazione tra gli alunni che hanno optato per il tempo pieno e prolungato e gli altri, trattandosi appunto di una scelta libera dei genitori.

Insomma una risposta secca e decisa quella del tribunale piemontese sul caso in questione.

Il processo d’appello

La situazione cambia parzialmente in appello, ove i giudici della Corte territoriale pur riconoscendo l’esistenza del preteso diritto di scelta dei genitori tra la refezione scolastica e il pasto domestico per i propri figli, si sono astenuti dal dettare “le modalità pratiche per dare concreta attuazione alla sentenza”.

La corte territoriale aveva condivisibilmente ritenuto che il suddetto diritto non può certo “risolversi nel consentire indiscriminatamente agli alunni di consumare il pasto domestico presso la mensa scolastica”, ma che al contrario, richiede “l’adozione di una serie di misure organizzative, anche in funzione degli aspetti igienico/sanitari e in relazione alla specifica situazione logistica dei singoli istituti interessati”. Si trattava comunque, di valutazioni discrezionali riservate all’amministrazione scolastica ed esulanti dalla cognizione del giudice ordinario.

Per i giudici dell’appello, in altre parole, la nozione di scuola, soprattutto nelle classi elementari e medie non coincide solo con l’attività di insegnamento, ma comprende anche il momento della formazione che si realizza mediante lo svolgimento di attività didattiche ed educative (cd. “tempo scuola”), tra le quali vi rientra anche il momento dell’erogazione del pasto.

E allora, il rimanere a scuola nell’orario del pasto (cd. “tempo mensa”) e condividerlo in comune tra gli alunni costituisce un diritto soggettivo perfetto perché inerente al diritto all’istruzione, desumibile dall’ordinamento costituzionale (art. 34 Cost.).

Ma la vicenda è ben presto finita davanti ai giudici della Cassazione, con ricorso presentato dal Comune di Torino e dal Ministero dell’Istruzione.

Il rinvio alle Sezioni Unite

Il supremo Collegio, però, vista l’importanza della tematica sollevata e dei valori costituzionali coinvolti ha deciso di invocare l’intervento delle Sezioni Unite.

Ed infatti la pretesa azionata dai genitori dei due alunni ha investito non pochi principi di rilievo costituzionale.

Si trattava di accertare l’esistenza del cd. diritto all’autorefezione nell’orario e nei locali adibiti alla mensa scolastica, ancorato agli artt. 34 (in tema di istruzione pubblica), 32 (interpretato come fonte di libertà nelle scelte alimentari), 35 (in tema di tutela dei genitori lavoratori) e 3 della Costituzione.

E allora se da una parte vi è il principio per cui l’istruzione pubblica inferiore è obbligatoria e gratuita e comprende il diritto di fruire delle attività scolastiche che si svolgono nel pomeriggio e in tale ottica il cd. “tempo mensa” deve intendersi quale importante momento di condivisione e di socializzazione che rientra nell’orario scolastico annuale (cd. “tempo scuola”) tale da dover riconoscere il diritto degli alunni di portare cibi da casa e consumarli a scuola, senza costringerli a usufruire del servizio mensa scolastica da essa erogato, che altrimenti diventerebbe obbligatorio.

Dall’altra parte, vi è l’opposto orientamento espresso in una recente sentenza del Consiglio di Stato (n. 5156/2018) che esclude in radice l’esistenza di un simile diritto soggettivo.

In tal senso intendendosi la fruizione del servizio mensa come espressione di una facoltà delle famiglie e comunque, rientrante nell’ampio margine di discrezionalità riservato alle istituzioni scolastiche, le quali hanno piena facoltà di determinare le modalità di fruizione dello stesso, nei limiti di compatibilità con le strutture e le risorse disponibili, senza possibilità di prevedere modalità di fruizione individuali e alternative a quelle già offerte.

La redazione giuridica

 

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383 giorni

Non è vessatoria la reazione del dirigente scolastico che richiede ripetute visite fiscali a carico di una collaboratrice scolastica, assente per ben 383 giorni in due anni

Aveva citato in giudizio il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nonché il dirigente scolastico dell’istituto presso il quale era impiegata come collaboratrice scolastica per sentirli condannare al risarcimento dei danni che, a suo dire, sarebbero stati cagionati da condotte vessatorie nei suoi confronti. La donna si era ripetutamente assentata dal lavoro. Circa 383 giorni nel breve periodo di poco più di due anni. Assenze tutte giustificate da “motivi di salute”.

Ma il preside dell’istituto nutriva dei sospetti al riguardo per cui occorreva verificare.

Seguivano una serie di richieste di visite fiscali a suo carico.

Ed è proprio tale condotta, che a detta della ricorrente sarebbe stata ispirata da finalità vessatorie.

Ci si domanda pertanto, se sia legittimo per il datore di lavoro chiedere continue visite fiscali a carico di un proprio dipendente in malattia, al fine di verificare la sua idoneità al servizio o se tale condotta possa dirsi vessatoria nei confronti?

In entrambi i giudizi di merito la domanda della lavoratrice era stata respinta. In particolar modo, la corte territoriale, aveva ritenuto più che legittima la reazione del dirigente scolastico di fronte a quel quadro probatorio.

Seguiva il ricorso per Cassazione.

Anche per i giudici Ermellini l’istanza era infondata.

Ed invero, correttamente la Corte territoriale aveva escluso qualsivoglia intento vessatorio, rilevando, da un lato, che la certificazione dell’istituto previdenziale giustificava il comportamento del dirigente scolastico, dall’altro che l’avvio del procedimento volto ad accertare l’idoneità al lavoro doveva ritenersi iniziativa doverosa, a fronte di assenze protrattesi in un arco temporale di due anni per 383 giorni.

E in ogni caso, si trattava di un accertamento di merito sull’insussistenza del necessario elemento soggettivo che caratterizza il mobbing, che non può essere sindacato in sede di legittimità.

Non sono censurabili dunque, perché legittime, le verifiche effettuate sulle condizioni di salute della donna al fine di verificare la sua idoneità al servizio.

La redazione giuridica

 

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MEDICO FISCALE AGGREDITO, SMI: DISCIPLINARE LE ASSENZE NON RETRIBUITE

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scuola

Siglato protocollo tra Ministero della Salute e MIUR per lo svolgimento a scuola di un’attività educativa continuativa e integrata in tema di salute

La salute si studierà anche a scuola, come un filo rosso che accompagnerà tutta la formazione dell’alunno, dall’asilo alle superiori. E’ uno dei punti previsti nel protocollo d’intesa siglato dal ministro della Salute Giulia Grillo e dal ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti. “Questo passo rientra all’interno di una visione complessiva che il governo sta portando avanti – afferma il ministro della Salute, Giulia Grillo – Crediamo in un approccio intersettoriale nelle politiche per la salute. In questo processo la scuola rappresenta un momento fondamentale di informazione e formazione”.

“L’esigenza che sentiamo nasce da tutta una serie di esperienze che le nostre scuole stanno conducendo da un po’ di tempo – sostiene il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti – e devono essere messe a sistema. Il lavoro che fa il governo lo fa in maniera integrata. Stiamo lavorando in grande sinergia perché la scuola deve riappropriarsi degli aspetti educativi utili a migliorare le conoscenze dei nostri ragazzi e a far acquisire consapevolezza e competenze rispetto a determinati temi”.

Tra le novità anche gli  Indirizzi di policy integrate per la Scuola che promuove salute, approvato il 17 gennaio 2019 in Conferenza Stato-Regioni.

Il documento è finalizzato a favorire l’inserimento nel curriculum formativo degli studenti delle scuole di ogni ordine e grado della “Promozione della salute”. Non si tratta di una “nuova materia”, bensì di una proposta educativa continuativa e integrata lungo tutto il percorso scolastico. Tutte le scuole potranno svilupparla secondo la modalità ritenuta più idonea ad affrontare i reali bisogni educativi e formativi dei singoli alunni/studenti. Il tutto monitorando costantemente l’intero processo educativo.

Il provvedimento sottolinea come una scuola che promuove salute debba adottare un approccio globale rivolto a tutti gli studenti, alle loro famiglie, al personale docente e non. L’obiettivo è quello di sviluppare le competenze individuali di tutti i componenti della comunità scolastica e a migliorarne l’ambiente fisico e sociale.

Il recepimento del documento da parte delle Regioni contribuirà a migliorare la collaborazione tra operatori della salute e della scuola. Favorirà, inoltre, l’implementazione delle azioni attivate nel setting scolastico, nell’ambito dei Piani regionali della prevenzione in corso. Costituirà, inoltre, un valido strumento per la progettazione di interventi efficaci per la promozione della salute nell’ambito del Piano nazionale della prevenzione 2020-2025.

 

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UNIVERSITÀ ITALIANE, MIUR: TORNANO A CRESCERE LE ASSUNZIONI

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università italiane

Bussetti: importante consentire nuove assunzioni per garantire la qualità dell’offerta formativa delle Università italiane

Tornano a crescere le assunzioni nelle Università italiane. Gli Atenei, in particolare quelli virtuosi, potranno andare ben oltre il normale turn over. Un risultato, sottolinea il MIUR, reso possibile dalle misure previste dal decreto sui punti organico per il 2018, firmato dal Ministro Marco Bussetti. Decisive, in tal senso, anche le nuove norme contenute nella legge di bilancio.

“Siamo davanti ad una svolta fortemente voluta e sostenuta dal governo – ha dichiarato Bussetti -. Dopo molti anni si inverte la rotta. Secondo il Ministro, le assunzioni torneranno a crescere e non ci si limiterà al solo ripristino del turn over. “Consentire nuove assunzioni è importante per garantire la qualità dell’offerta formativa delle nostre Università. Abbiamo un rapporto docenti/studenti che è inferiore a quello di molti atenei stranieri, bisogna cambiare. Questo è solo l’inizio di un percorso di cambiamenti positivi che vogliamo portare avanti”.

Il Decreto firmato nei giorni scorsi mette a disposizione complessivamente 2.038 punti organico.

La misura consente alle Università italiane di superare il tetto massimo del 110% delle proprie cessazioni nell’attribuzione dei punti organico. Il provvedimento, tuttavia, riguarda solamente gli Atenei ‘virtuosi’, ovvero quelli con una spesa di personale inferiore all’80% e un indicatore di sostenibilità economico-finanziaria superiore a 1.

In particolare, il meccanismo previsto è il seguente: dopo aver assicurato a tutti gli atenei il 50% delle proprie cessazioni, il restante 50% di sistema è stato ripartito esclusivamente in proporzione al livello di virtuosità dei bilanci. Dunque – spiega il MIUR – già da quest’anno le Università con i bilanci più sani potranno incrementare in misura maggiore i propri punti organico.

Tra gli Atenei che trarranno maggiore beneficio da questa novità figurano Bergamo (310%), Politecnico di Milano (237%), Milano Bicocca (186%), Varese Insubria (143%). E ancora, Milano Statale (121%), Catanzaro (191%), Parthenope di Napoli (137%), Chieti Pescara (194%), Urbino (195%), Politecnico di Torino (138%), Torino (117%). Infine, Politecnico di Bari (129%), Piemonte Orientale (129%), Verona (132%), Venezia Ca’ Foscari (127%).

A quanto previsto dal decreto punti organico si aggiunge, per l’anno 2019, quanto stabilito nella legge di bilancio.

La Manovra, infatti, recepisce una precisa proposta del MIUR: si incrementano le ordinarie facoltà assunzionali del sistema (100% del turn over) con ulteriori 220 punti organico nel 2019. E altri 220 nel 2020.

“Dopo più di dieci anni di vincoli e limiti – sostiene il Ministero – finalmente si supera il muro del turn over e l’università torna a crescere, dunque”. Questi punti si aggiungeranno al piano straordinario per l’assunzione di circa 1.500 ricercatori tipo b previsto in manovra.

 

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Laurea in fisioterapia

Un analisi dimostra che il corso di laurea in fisioterapia è il più attrattivo tra quelli disponibili in area sanitaria

Laurea in fisioterapia sul podio tra le professioni sanitarie. E’ il corso di laurea più ambito tra quelli che afferiscono alle facoltà di medicina e chirurgia degli atenei italiani.

Lo rivela il rapporto annuale elaborato da Angelo Mastrillo, segretario della Conferenza nazionale dei Corsi di laurea delle professioni sanitarie, esperto del Miur e docente al corso di laurea in Tecniche di Neurofisiopatologia dell’Università di Bologna.

Per l’anno accademico 2018/2019 per il corso di laurea a ciclo unico in medicina e chirurgia e odontoiatria sono state registrate 90.806 domande (su un totale di 10.875 posti disponibili) con un aumento delle domande di accesso del 2,4% rispetto al precedente anno accademico.

Le domande per i corsi di laurea delle 22 professioni sanitarie si fermano a 79.450 (su un totale di 24.681 posti disponibili) con una diminuzione delle richieste del 6,6% in un anno.

Mediamente  si hanno 8,3 domande per posto disponibile per il corso di laurea in medicina e chirurgia e odontoiatria e 3,2 domande per posto disponibile per le 22 professioni sanitarie.

“Per le professioni sanitarie – spiega Mastrillo – si rileva una lieve riduzione dei fabbisogni formativi da parte di quasi tutte le Regioni con -622 posti (-2,6%)  tra i 24.233 dello scorso anno e gli attuali 23.611. Mentre le categorie hanno proposto un fabbisogno più alto, con 27.807 posti, che però sono comunque 1.475 in meno rispetto allo scorso anno (–5,0%).

È invece quasi invariato il potenziale formativo offerto dagli Atenei al ministero dell’Università con 26.617 posti rispetto ai 26.811 del 2017 (-0,7%)”.

Rapporto domanda/posto

La laurea in fisioterapia è tra le più attrattive in quanto ha il maggior numero di richieste. 26.516 richieste, con 13,1 domande per posto disponibile (in tutto sono infatti solo 2.029 i posti messi a disposizione per questo corso di laurea), seguito con 8,9 domande per un posto del corso di laurea in logopedia e con 8,4 per i dietisti e poi 8,3 domande per la laurea a ciclo unico in medicina e odontoiatria.

Nonostante il calo di un punto percentuale rispetto all’anno accademico precedente (13,1 domande contro le 14,1) la laurea in fisioterapia rimane la più ambita.

Fanalini di coda delle richieste dei giovani per le lauree sanitarie sono le professioni di assistente sanitario (0,7 domande per un posto), tecnico audiometrista (1 domanda per un posto) e tecnico della prevenzione del lavoro (1,2).

Ma anche lauree più gettonate, come quella infermieristica con 21.813 domande su 14.723 posti disponibili, vede un livello di attrattività relativamente basso con una media di 1,5 domande per posto disponibile che sale però a 3,8 domande per posto per l’infermiere pediatrico (che ha però solo 159 posti disponibili).

Offerta formativa

Per le professioni sanitarie, ogni Ateneo ha attivato in media 11 corsi di laurea.

L’unica Università ad attivare tutti i 22 corsi è Milano statale, seguono Roma Sapienza con 21 corsi, Roma Tor Vergata 19, Torino 17, Genova, Padova, Napoli Federico II e Bari 16, Pavia, Bologna e Roma Cattolica con 14.

Chiudono la classifica con 7 corsi Milano Bicocca, Trieste, Perugia, Catanzaro e Cagliari, con 5 Novara, Udine e Foggia, con 4 Salerno e Sassari, con 3 Milano S. Raffaele e Roma Campus, con 2 corsi Milano Humanitas e Campobasso.

Sbocchi professionali

Il report analizza anche in che misura i giovani laureati trovano sbocchi professionali adeguati ai loro studi.  L’84% degli studenti di un corso di laurea in fisioterapia trova lavoro.

Le 22 professioni sanitarie rispetto ai dati 2016, si confermano infatti per l’alto tasso occupazionale ai primi 5 posti igienista dentale con l’89%, logopedista e terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva con l’88%, fisioterapista 84% e podologo con l’83 per cento.

Di fatto, sottolinea Mastrillo nel suo report sono tutti profili che operano prevalentemente come liberi professionisti, oltre che in parte anche come dipendenti pubblici. Si tratta di professioni non toccate quindi dal blocco delle assunzioni degli ultimi anni nel pubblico impiego.

Al contrario, agli ultimi 5 posti, fra il 47% e il 33%, si trovano alcune professioni tecniche con rapporto di lavoro dipendente, specie pubblico, come i tecnici di radiologia e i tecnici della prevenzione con il 47%, seguiti dai tecnici di laboratorio al 37%, di audiometria con il 35% e a chiudere i tecnici di fisiopatologia cardiocircolatoria con il 33%, che si confermano stabilmente ultimi negli ultimi quattro anni.

Per l’alta numerosità degli abilitati, circa 425mila, è proprio l’infermiere a incidere statisticamente sul totale delle 22 professioni.

Nella stessa area c’è la professione di ostetrica, che ha un analogo trend positivo e sale di 9 punti percentuali, dal 44% al 53%. La perdita sul 60% di 10 anni fa è di soli 7 punti percentuali.

Rilevanti anche le fluttuazioni per altre professioni, come ad esempio tecnico di neurofisiopatologia, in salita dal 58% al 65%. Comunque la perdita in questo caso è di appena 3 punti percentuali sul 68% del 2007 e una media totale del 65 per cento.

Barbara Zampini

 

 

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