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Pubblicato dal MIUR il decreto con la distribuzione dei posti presso le Scuole di specializzazioni mediche. Per il 2018/2019 previste 8776 borse

È stato pubblicato sul sito del MIUR il decreto, firmato dal Ministro Marco Bussetti, con la distribuzione dei posti presso le Scuole di specializzazioni mediche. Si tratta delle borse finanziate con risorse statali, regionali e provenienti da altri enti e di quelle riservate alle categorie previste dal decreto legislativo 368/1999.

I contratti di formazione medica specialistica per il 2018/2019 sono in aumento rispetto allo scorso anno. Il totale ammonta a 8776. Di questi, 8000 sono finanziati con risorse statali (erano 6200 l’anno scorso), 612 con fondi regionali (a fronte dei 640 dello scorso anno accademico), 164 con risorse di altri enti pubblici e/o privati (per il 2017/2018 erano 94).

“Come promesso –ha affermato Bussetti – abbiamo aumentato ulteriormente le borse di specializzazioni mediche, andando incontro alle esigenze di giovani professionisti e più in generale del nostro Paese. L’Italia ha bisogno di medici. Per questo stiamo anche ampliando la platea di studenti universitari che possono accedere ai corsi di Medicina e Odontoiatria. Dobbiamo ora continuare ad aumentare, anche per i prossimi anni, i contratti delle specializzazioni mediche per dare ai nostri laureati l’opportunità concreta di completare il proprio percorso, superando l’imbuto formativo che fa sì che non possano esercitare perché non specializzati. Stiamo agendo in maniera strategica. Continueremo in questa direzione”.

Per quanto riguarda, invece, i posti riservati: 238 sono previsti per i medici dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale (194 i posti dello scorso anno), 24 i posti alle esigenze del Ministero della Difesa (erano 29 nel 2017/2018) e uno quello a disposizione della Polizia di Stato (a fronte dei 7 dello scorso anno).

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BORSE DI DOTTORATO, INPS E MIUR ATTIVANO 100 PERCORSI DI ALTA FORMAZIONE 

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borese di dottorato

L’obiettivo delle borse di dottorato è quello di favorire l’alta formazione e la ricerca specificatamente negli ambiti dell’innovazione, dello sviluppo sostenibile e del welfare

È stato pubblicato sul sito dell’Inps un bando per 100 borse di dottorato finanziate dall’ente previdenziale, suddivise tra le università di tutta Italia. Si tratta di un protocollo d’intesa tra Inps e MIUR, su iniziativa del Presidente Pasquale Tridico e del Vice-Ministro all’istruzione, Università e Ricerca Lorenzo Fioramonti. L’obiettivo è favorire l’alta formazione e la ricerca specificatamente negli ambiti dell’innovazione, dello sviluppo sostenibile e del welfare.

“L’impegno congiunto dell’Inps e del MIUR ha permesso di raggiungere un risultato di fondamentale importanza – sottolinea Pasquale Tridico. – Cento giovani, acquisendo le borse di dottorato messe a bando, avranno la possibilità di formarsi ai più alti livelli e di sviluppare ricerche in campi strategici per il futuro del Paese”.

I dottorati in questione sono ripartiti in: Dottorati innovativi intersettoriali, vertenti sull’industria 4.0 (50 borse), dottorati per lo “sviluppo sostenibile” (30 borse), dottorati sul welfare e benessere (10 borse) e dottorati su welfare, in particolare focalizzati sulle tematiche del mercato del lavoro, del sistema pensionistico e dell’assistenza in Italia, attraverso l’utilizzo di metodologie economico-statistiche per l’analisi dei dati amministrativi (10 borse). Per le 10 borse welfare è previsto un periodo di ricerca in Inps, che si svolgerà presso la Direzione Centrale Studi e Ricerche

“Questa misura concreta, realizzata in pochi mesi di lavoro grazie all’impegno dello staff di entrambi gli enti, mostra – conclude Fioramonti – come sia possibile lavorare di concerto tra le varie parti istituzionali, con l’obiettivo comune di incrementare l’offerta formativa per i settori del futuro: l’economia circolare, il benessere equo e sostenibile, i diritti sociali”.

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ESAME DI STATO DI MEDICINA, MIUR EMANA CIRCOLARE PER I TIROCINI

abilitazione alla professione medica

Pubblicato il decreto con cui vengono indette per l’anno 2019 le sessioni di esame per l’abilitazione alla professione medica. Le domande vanno presentate rispettivamente entro il 5 giugno e l’8 ottobre

È stato pubblicato sul sito del MIUR il Decreto con cui vengono indette per l’anno 2019 la prima e la seconda sessione degli Esami di Stato di abilitazione alla professione medica.

La domanda di ammissione deve essere presentata per la prima sessione non oltre il 5 giugno 2019. Per la seconda sessione la scadenza è l’8 ottobre 2019. L’istanza, redatta in carta semplice, deve indicare nome e cognome, data e del luogo di nascita, residenza o domicilio e codice fiscale. Deve essere corredata dal diploma di laurea, da attestare con dichiarazione sostitutiva e dalle ricevute del versamento della tassa di ammissione e del contributo versato all’economato. Va recapitata presso la segreteria dell’università presso cui si intende sostenere l’esame.

I candidati possono presentare la domanda in una sola delle sedi elencate. L’indicazione di più di una sede è causa di esclusione.

L’Esame consiste in un tirocinio pratico, delle durata di tre mesi, e in una prova scritta. Il tirocinio per la prima sessione ha avuto inizio lo scorso 10 aprile, quello per la seconda sessione inizierà il 5 novembre 2019.

La prova scritta, a cui si accede previo superamento del tirocinio, si svolgerà il 18 luglio 2019 per la prima sessione e il 28 febbraio 2020 per la seconda sessione.

Lo scritto consta di due parti che si svolgeranno, in sequenza, in un’unica giornata. Ciascuna delle due parti consiste nella soluzione di 90 domande a risposta multipla estratte dall’archivio, contenente almeno cinquemila quesiti, che da oggi è disponibile sul sito del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (esame.miur.it).

 

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specializzazioni mediche

Prorogato dal MIUR il termine di presentazione della certificazione linguistica per i candidati stranieri alle specializzazioni mediche. Ma l’AMSI chiede uno slittamento al 1 novembre

“Ai fini della partecipazione al concorso di ammissione dei medici alle Scuole di specializzazione di area sanitaria per l’A.A. 2018/2019 di cui al bando n. 859/2019, il termine per la presentazione da parte dei candidati di cui all’articolo 4, commi 3, 4 e 5  del medesimo bando, della certificazione attestante la conoscenza della lingua italiana corrispondente al livello C1 di cui al richiamato articolo 4, è prorogato all’8 luglio 2019”. E’ quanto disposto da un decreto del MIUR in relazione ai requisiti di accesso alle specializzazioni mediche previsti per i cittadini stranieri comunitari ed extracomunitari.

Per gli stessi cittadini il provvedimento dispone anche  che il possesso di una laurea conseguita presso un Ateneo italiano equivale, secondo le disposizioni che attengono il Quadro Comune Europeo di Riferimento delle Lingue di cui al richiamato articolo 4, al possesso del certificato attestante la conoscenza della lingua italiana corrispondente al livello C1 di cui al medesimo articolo 4.

“Il termine di scadenza dell’8 luglio per presentare un’autocertificazione attestante il conseguimento dell’esame Livello C1 del Quadro Comune Europeo delle Lingue (Qcer) non è idoneo ad ottenere il certificato corrispondente al livello della Lingua C1”.

A sottolinearlo è Foad Aodi, Fondatore dell’Amsi (Associazione medici di origine straniera in Italia), il quale ha comunque ringraziato il Ministero Bussetti e il Vice Ministro Fioramonti del Miur per la tempestiva nota riguardo l’art 4 commi 3,4,5 del bando di concorso n. 859/2019, nonché il Presidente della Commissione Sanità del Senato Pierpaolo Sileri, la Fnomceo e l’Ordine dei Medici di Roma per il lavoro svolto a favore del diritto dello studio.

Gli enti a livello nazionale, secondo Aodi, avrebbero una tempistica di rilascio del certificato che supera i 30 giorni lavorativi dalla data dell’effettuarsi dell’esame. “Pertanto – prosegue conclude – alla luce di quanto detto, a nome di tutti i laureati all’estero si chiede di prorogare il termine per la presentazione da parte dei candidati della certificazione linguistica al 1 novembre”.

 

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SCUOLE DI SPECIALIZZAZIONE DI AREA SANITARIA, PUBBLICATO IL BANDO

Un infortunio occorso ad uno studente durante una partita di pallamano organizzata dalla scuola, ma per i giudici della Cassazione l’incidente si è verificato per un ragionevole caso fortuito

La vicenda

Nel 2016 la Corte d’Appello di L’Aquila aveva respinto il ricorso interposto dai due genitori in relazione alla pronunzia del Tribunale de L’Aquila con la quale era stata rigettata la loro domanda proposta nei confronti del Ministero dell’istruzione dell’università e della ricerca, nonché dell’Istituto scolastico frequentato dal proprio figlio, al fine di ottenere risarcimento dei danni subiti da quest’ultimo per un infortunio occorso durante un torneo di pallamano organizzato dalla scuola.
Da tale evento il ragazzo aveva riportato gravi lesioni fisiche, localizzate alla bocca, per essere caduto durante la partita e aver sbattuto contro una panchina.

La pronuncia della Cassazione

In caso di infortunio subito da uno studente all’interno della struttura scolastica durante le ore di educazione fisica, nel corso di una partita di pallamano, ai fini della configurabilità della responsabilità a carico della scuola ex art. 2048 c.c. non è sufficiente il solo fatto di aver incluso nel programma della suddetta disciplina e fatto svolgere tra gli studenti una gara sportiva, ma è altresì necessario: a) che il danno sia conseguenza del fatto illecito di un altro studente impegnato nella gara; b) che la scuola non abbia predisposto tutte le misure idonee a evitare il fatto.
In passato è stato anche affermato che, in caso di infortunio sportivo subito da uno studente all’interno della struttura scolastica durante le ore di educazione fisica, incombe al medesimo dare la prova dell’illecito commesso da altro studente, quale fatto costitutivo della sua pretesa, laddove è a carico della scuola la prova del fatto impeditivo, cioè l’inevitabilità del danno nonostante la predisposizione di tutte le cautele idonee ad evitare che esso si verifichi, ivi ricompresa l’illustrazione della difficoltà dell’attività o del relativo passaggio e predisporre cautele adeguate affinché gli stessi, se affrontati, possano essere svolti da tutti i partecipanti in condizioni di sicurezza.

Ebbene, di tali principi di diritto, la corte di merito aveva fatto piena e corretta applicazione.

Dall’istruttoria processuale era emerso, infatti, che “la partita [nella quale si era verificato l’incidente] rientrava nella normale attività didattica della scuola; non vi era stata alcuna azione scorretta o comunque fallosa di altri giocatori; la partita si era svolta interamente sotto il controllo diretto dell’insegnante; il campo di gioco era perfettamente libero ed idoneo alla partita;… l’insegnante aveva preventivamente istruito i giocatori”.
Ebbene, alla luce di siffatte emergenze processuali la corte territoriale aveva escluso la “rilevanza causale” della presenza della panchina contro la quale “sfortunatamente il giocatore era andato ad impattare” essendo “notorio che i campi da gioco siano fiancheggiati da una o più panchine per consentire ai giocatori di riserva di stare seduti, sicché la presenza della stessa costituiva ordinario completamento del campo da gioco, e non certamente una insidia”.
Per i giudici della Cassazione la corte d’appello aveva, perciò, correttamente attribuito la verificazione dell’evento ad una ragionevole causa fortuita.
Dal canto suo, la scuola aveva fatto quanto doveva per assolvere all’obbligo di vigilanza cui era tenuta ai sensi dell’art. 2048 c.c., posto che il sinistro si era verificato con modalità tali da non potere essere impedito.
A tali conclusioni i giudici della Cassazione hanno ritenuto di dover dar seguito; cosicché il ricorso è stato definitamente rigettato con condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

 
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Cosa si intende per attività outdoor? E quando, l’infortunio occorso ai danni di uno studente, durante un’esercitazione pratica in gita scolastica, può dirsi coperto da tutela assicurativa INAIL?

I genitori di un minore citavano in giudizio l’ente provinciale e il MIUR al fine di vederne affermata la responsabilità solidale, in relazione ad un sinistro occorso al proprio figlio, in occasione dello svolgimento di attività scolastica “outdoor” (consistita, per l’esattezza, nella partecipazione ad un corso di calata passiva da una parete rocciosa) organizzata dalla Scuola professionale provinciale per il commercio, l’artigianato e l’industria, del quale, il medesimo era, all’epoca studente.

Il processo di merito

L’azione giudiziaria intrapresa dai due genitori era diretta, in particolare a conseguire il ristoro dei danni lamentati, dallo stesso per effetto della rottura della corda con conseguente precipitazione al suolo.
Le parti convenute, contestavano la domanda e ne chiedevano il rigetto posto che dell’evento accaduto non era ravvisabile, in alcun modo loro responsabilità.
Ed, invero, era stato accertato che il minore nell’esecuzione della calata passiva, avrebbe disatteso le indicazioni fornitegli dagli accompagnatori, in particolare contravvenendo a quello di scendere verticalmente, spingendo invece la corda contro la parete rocciosa, sicché essa, malauguratamente, si spezzava per sfregamento con un piccolo sperone affilato di roccia, evenienza idonea ad integrare, il caso fortuito.
La corte d’appello, nel qualificare come “attività ludica” quella svolta in occasione del sinistro, aveva escluso l’accoglibilità della domanda; ma così facendo per i ricorrenti avrebbe violato l’art. 4, comma 1, n. 5 del d.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124 che prevede la copertura assicurativa obbligatoria INAIL tra gli altri, per “gli insegnanti e gli alunni delle scuole o istituti di istruzione di qualsiasi ordine e grado anche privati, che attendano ad esperienze tecnico-scientifiche od esercitazioni pratiche”.
Al riguardo è stata richiamata anche la circolare INAIL n. 28/03 nella quale si precisa che i presupposti della copertura assicurativa “valgono per l’intera attività formativa offerta dai piani scolastici, senza distinzioni tra attività curriculari ed extracurriculari, comunque svolte nel quadro delle iniziative complementari ed integrative del percorso formativo offerto agli studenti”, ivi comprese, secondo il ricorrente, le “esercitazioni pratiche” alle quali (sempre per il ricorrente), “debbono essere assimilate sia le attività di educazione fisica e sportiva che i viaggi di istruzione, sia quelle relative all’acquisizione di competenze di natura comportamentale ed attitudinale da far valere direttamente anche sul piano tecnico specifico”.

Il giudizio della Cassazione

Per i giudici della Cassazione “l’attività outdoor non può farsi rientrare tra le “esperienze tecnico-scientifiche od esercitazioni pratiche”, alle quali fa riferimento l’art. 4, comma 1, n. 5), d.P.R. n. 1124/1965, già richiamato.
Ciò, in quanto, il presupposto per l’operatività di tale copertura assicurativa resta pur sempre, il collegamento tra le suddette “esperienze tecnico-scientifiche od esercitazioni pratiche” e le attività didattiche, richiedendosi oltretutto, che tra l’una e l’altra ricorra “nesso di derivazione eziologica”, e non un “semplice rapporto di coincidenza cronologica e topografica”, non bastando cioè, che “l’infortunio sia avvenuto sul luogo di lavoro e durante l’orario di lavoro”, ma occorrendo, piuttosto, “che il lavoro abbia determinato il rischio del quale l’infortunio è conseguenza”.
Ebbene, se queste affermazioni valgono con riferimento al caso in cui il soggetto infortunato sia il lavoratore/insegnante, a maggior ragione debbono trovare applicazione per gli studenti, visto che essi, a differenza dei primi “sono una particolare categoria di soggetti che non hanno un rapporto di lavoro e che sono assicurati in via eccezionale, solo per gli infortuni che accadono nel corso delle esperienze tecnico-scientifiche e delle esercitazioni pratiche e di lavoro di cui alla specifica disposizione del Testo Unico”.
E’ proprio l’eccezionalità della copertura prevista per gli studenti ad imporre la necessità di escludere che le attività outdoor -svolte nel corso di gite scolastiche – possano includersi tra le “esperienze ed esercitazioni pratiche” soggette a copertura assicurativa.
Ed è con tali motivi che i giudici della Cassazione hanno respinto il ricorso proposto dai genitori del minore danneggiato.

La redazione giuridica

 
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SCAPPELLOTTI AGLI ALUNNI, LEGITTIMA LA SOSPENSIONE DELL’INSEGNANTE

Due anni e quattro mesi di reclusione, la pena inflitta dalla Corte d’appello di Genova, all’insegnante di un Istituto tecnico per Geometri, accusato di aver costretto alcune alunne della propria classe a subire abusi sessuali, durante le ore di lezione

Con il pretesto di aiutare le allieve nello svolgimento degli esercizi, l’insegnante si avvicinava ai banchi e appoggiava ripetutamente e insistentemente il dorso della mano sul seno delle ragazze contro la loro volontà; in altre occasioni, avrebbe fatto scivolare le mani sulla schiena di due allieve, toccandole il sedere e lasciando il palmo sulle natiche delle ragazze per alcuni secondi.
Ciò avveniva ai danni di tre ragazzine di rispettivamente, 15 e 16 anni.

Il ricorso per Cassazione

Contro la sentenza della Corte d’appello ligure, l’imputato presentava ricorso per Cassazione, adducendo la contraddittorietà della prova relativa alla sussistenza dei fatti ascritti.
E il ricorso veniva accolto.
Dopo il rinvio della Cassazione, l’uomo veniva nuovamente dichiarato colpevole del delitto di abusi sessuali ai danni delle alunne minorenni.
Nuovamente davanti ai giudici della Cassazione, l’imputato si doleva della nullità della sentenza impugnata, per indeterminatezza del fatto contestato; del vizio di manifesta illogicità della motivazione in relazione alla valutazione di credibilità delle testimonianze di accusa, rese dalle minori.
Nello stesso giudizio si costituiva anche il MIUR, rappresentato dall’Avvocatura distrettuale di Genova, responsabile civile, il quale chiedeva l’annullamento della sentenza della Corte di Appello nella parte in cui lo condannava in via solidale con l’insegnante.
Ciò sul presupposto che il reato di violenza sessuale, sia pure nella forma attenuata riconosciuta dalla Corte territoriale, è per sua natura incompatibile ed estranea alle funzioni e alle mansioni del docente e quindi non poteva essere riferito in alcun modo alla Amministrazione.

Interessante il giudizio della Cassazione sul punto.

Per i giudici Ermellini non vi erano dubbi: la ricostruzione della vicenda operata da parte della Corte di appello era assolutamente congrua, logica e plausibile, come tale inattaccabile in sede di legittimità.
I fatti ascritti all’imputato erano stati rigorosamente ricostruiti e confrontati grazie alle prove testimoniali dell’accusa.
Anche in ordine al trattamento sanzionatorio la misura della pena contestata, era coerente con il pesante e compiuto quadro indiziario, con la concreta gravità della condotta da questi tenuto, con le modalità esecutive e reiterate degli altri episodi di palpeggiamento, con l’insidiosità dell’atto in relazione allo stato di soggezione delle alunne e della loro giovanissima età.

La domanda di estromissione e le potenziali ricadute negative sul MIUR

Già in primo grado, il Tribunale di Genova aveva respinto la richiesta del Ministero dell’istruzione di essere estromesso dal processo.
Ma il giudice di merito aveva correttamente evidenziato che la “questione relativa alla estromissione del responsabile civile deve essere proposta prima dell’espletamento delle formalità di apertura del dibattimento e decisa dal giudice senza ritardo (art. 86 c.p.p., comma 3). E in questa fase processuale, è possibile solo la constatazione della esistenza di elementi potenzialmente pregiudizievoli (per lo stesso responsabile civile), senza la possibilità di effettuare un giudizio prognostico sul valore probatorio sugli stessi”.
In un caso assolutamente speculare rispetto a quello in commento, la Suprema Corte di Cassazione ha già avuto modo di affermare che il responsabile civile ha diritto, in presenza di domanda tempestivamente formulata ai sensi dell’art. 86 c.p.p., comma 2, ad essere estromesso dal processo penale, qualora non sia stato tempestivamente citato per la partecipazione ad un incidente probatorio, finalizzato a consacrare, nel contraddittorio fra le parti, elementi di valutazione ai fini del giudizio per esso potenzialmente pregiudizievoli (Sez. 3, n. 49456 del 3/12/2003).
Per tali ragioni, è stato disposto l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata nel capo relativo alla condanna del responsabile civile con conseguente estromissione dal processo del MIUR e compensazione delle spese del giudizio tra le parti.

La redazione giuridica

 
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esame di stato

Il provvedimento consentirà, per via amministrativa, di svolgere da subito i tirocini formativi che servono per poter poi partecipare all’Esame di Stato di Medicina

Nel pomeriggio di ieri è stata inviata alle Università la circolare che sblocca i tirocini trimestrali obbligatori per sostenere l’Esame di Stato di abilitazione all’esercizio della professione di medico-chirurgo per l’anno 2019. Lo annuncia in una nota il MIUR.

La data di inizio dei tirocini, per la prima sessione utile, è fissata al 10 aprile 2019. La domanda di ammissione deve essere presentata entro e non oltre il 29 marzo 2019. Al tirocinio trimestrale organizzato dall’Ateneo potranno essere ammessi solo coloro i quali siano in possesso del titolo di studio conseguito presso il medesimo Ateneo.

Viene così consentito, per via amministrativa, di svolgere da subito i tirocini formativi necessari per poter poi partecipare all’Esame di abilitazione alla professione e di farlo in tempi utili per la successiva partecipazione dei futuri medici alle prove selettive per il concorso di accesso per le Specializzazioni mediche.

Il decreto 58, approvato a maggio del 2018 durante il governo Gentiloni, regolamenta le nuove modalità di svolgimento degli Esami di Stato di abilitazione all’esercizio della professione medico-chirurgica.

Il provvedimento prevede l’anticipazione del tirocinio formativo post-lauream agli ultimi due anni del corso di studi. Resta poi una prova d’esame scritta a risposta multipla con database delle domande non noto.

“Sono stati sbloccati i tirocini per l’abilitazione medica 2019 – aveva anticipato Manuel Tuzi, Portavoce del Movimento 5 Stelle e giovane medico specializzando. “Qualche settimana fa siamo riusciti a bloccare di forza le nuove modalità del Decreto Fedeli. Ma non bastava, serviva colmare il vuoto normativo creato e far partire i nuovi tirocini!. Sono sincero prosegue il deputato – c’era il forte rischio di un possibile slittamento dell’abilitazione ad ottobre 2019, ma alla fine ce l’abbiamo fatta! Il testo per ripristinare la vecchia abilitazione con database è pronto; ho già provveduto a trasmetterlo ai Ministeri competenti”.

 

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panino

Per autorefezione scolastica si intende la possibilità per gli alunni che optano per il tempo pieno di portate e di consumare a scuola cibi propri, come il classico panino, sottraendosi al servizio offerto dalla scuola. Ma esiste un vero e proprio diritto in tal senso, disciplinato dal nostro ordinamento?

La vicenda

Con una recente sentenza i giudici della Corte di Cassazione hanno rimesso la questione al vaglio delle Sezioni Unite. Tutto è partito dal ricorso presentato dai genitori di due alunni delle scuole elementari e medie di un comune in provincia di Torino, che chiedevano di accertare il loro diritto di scegliere per i propri figli tra la refezione scolastica e il panino portato da casa o comunque il pasto domestico confezionato autonomamente e di poterlo consumarlo all’interno dei locali adibiti a mensa scolastica, nell’orario destinato alla refezione.

Nello stesso ricorso chiedevano anche di ordinare al Ministero dell’Istruzione (MIUR) di impartire ai dirigenti scolastici le opportune disposizioni e al Comune di astenersi dal porre limiti e divieti all’esercizio di tale legittima scelta.

L’azione era stata esercitata davanti al Tribunale di Torino, il quale però aveva rigettato le domande, non ritenendo esistente alcun diritto soggettivo come quello azionato. A detta del giudice piemontese, non sarebbe configurabile né un diritto alla prestazione del servizio mensa con modalità diverse da quelle previste dalla normativa vigente ovvero di un servizio alternativo interno alle scuole per coloro che intendono consumate il pasto domestico, né un diritto alla stessa istituzione del servizio di refezione scolastica, essendo le famiglie libere di optare per il “modulo” (cd. breve) oppure per il tempo pieno o prolungato che prevedono appunto il servizio mensa e, in tal caso, essendo libere di prelevare (o fare uscire) i figli da scuola durante l’orario della mensa scolastica e di riaccompagnarli (o di farli rientrare) per le attività pomeridiane, senza che con ciò possa configurarsi una discriminazione tra gli alunni che hanno optato per il tempo pieno e prolungato e gli altri, trattandosi appunto di una scelta libera dei genitori.

Insomma una risposta secca e decisa quella del tribunale piemontese sul caso in questione.

Il processo d’appello

La situazione cambia parzialmente in appello, ove i giudici della Corte territoriale pur riconoscendo l’esistenza del preteso diritto di scelta dei genitori tra la refezione scolastica e il pasto domestico per i propri figli, si sono astenuti dal dettare “le modalità pratiche per dare concreta attuazione alla sentenza”.

La corte territoriale aveva condivisibilmente ritenuto che il suddetto diritto non può certo “risolversi nel consentire indiscriminatamente agli alunni di consumare il pasto domestico presso la mensa scolastica”, ma che al contrario, richiede “l’adozione di una serie di misure organizzative, anche in funzione degli aspetti igienico/sanitari e in relazione alla specifica situazione logistica dei singoli istituti interessati”. Si trattava comunque, di valutazioni discrezionali riservate all’amministrazione scolastica ed esulanti dalla cognizione del giudice ordinario.

Per i giudici dell’appello, in altre parole, la nozione di scuola, soprattutto nelle classi elementari e medie non coincide solo con l’attività di insegnamento, ma comprende anche il momento della formazione che si realizza mediante lo svolgimento di attività didattiche ed educative (cd. “tempo scuola”), tra le quali vi rientra anche il momento dell’erogazione del pasto.

E allora, il rimanere a scuola nell’orario del pasto (cd. “tempo mensa”) e condividerlo in comune tra gli alunni costituisce un diritto soggettivo perfetto perché inerente al diritto all’istruzione, desumibile dall’ordinamento costituzionale (art. 34 Cost.).

Ma la vicenda è ben presto finita davanti ai giudici della Cassazione, con ricorso presentato dal Comune di Torino e dal Ministero dell’Istruzione.

Il rinvio alle Sezioni Unite

Il supremo Collegio, però, vista l’importanza della tematica sollevata e dei valori costituzionali coinvolti ha deciso di invocare l’intervento delle Sezioni Unite.

Ed infatti la pretesa azionata dai genitori dei due alunni ha investito non pochi principi di rilievo costituzionale.

Si trattava di accertare l’esistenza del cd. diritto all’autorefezione nell’orario e nei locali adibiti alla mensa scolastica, ancorato agli artt. 34 (in tema di istruzione pubblica), 32 (interpretato come fonte di libertà nelle scelte alimentari), 35 (in tema di tutela dei genitori lavoratori) e 3 della Costituzione.

E allora se da una parte vi è il principio per cui l’istruzione pubblica inferiore è obbligatoria e gratuita e comprende il diritto di fruire delle attività scolastiche che si svolgono nel pomeriggio e in tale ottica il cd. “tempo mensa” deve intendersi quale importante momento di condivisione e di socializzazione che rientra nell’orario scolastico annuale (cd. “tempo scuola”) tale da dover riconoscere il diritto degli alunni di portare cibi da casa e consumarli a scuola, senza costringerli a usufruire del servizio mensa scolastica da essa erogato, che altrimenti diventerebbe obbligatorio.

Dall’altra parte, vi è l’opposto orientamento espresso in una recente sentenza del Consiglio di Stato (n. 5156/2018) che esclude in radice l’esistenza di un simile diritto soggettivo.

In tal senso intendendosi la fruizione del servizio mensa come espressione di una facoltà delle famiglie e comunque, rientrante nell’ampio margine di discrezionalità riservato alle istituzioni scolastiche, le quali hanno piena facoltà di determinare le modalità di fruizione dello stesso, nei limiti di compatibilità con le strutture e le risorse disponibili, senza possibilità di prevedere modalità di fruizione individuali e alternative a quelle già offerte.

La redazione giuridica

 

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panino

Per autorefezione scolastica si intende la possibilità per gli alunni che optano per il tempo pieno di portate e di consumare a scuola cibi propri, come il classico panino, sottraendosi al servizio offerto dalla scuola. Ma esiste un vero e proprio diritto in tal senso, disciplinato dal nostro ordinamento?

La vicenda

Con una recente sentenza i giudici della Corte di Cassazione hanno rimesso la questione al vaglio delle Sezioni Unite. Tutto è partito dal ricorso presentato dai genitori di due alunni delle scuole elementari e medie di un comune in provincia di Torino, che chiedevano di accertare il loro diritto di scegliere per i propri figli tra la refezione scolastica e il panino portato da casa o comunque il pasto domestico confezionato autonomamente e di poterlo consumarlo all’interno dei locali adibiti a mensa scolastica, nell’orario destinato alla refezione.

Nello stesso ricorso chiedevano anche di ordinare al Ministero dell’Istruzione (MIUR) di impartire ai dirigenti scolastici le opportune disposizioni e al Comune di astenersi dal porre limiti e divieti all’esercizio di tale legittima scelta.

L’azione era stata esercitata davanti al Tribunale di Torino, il quale però aveva rigettato le domande, non ritenendo esistente alcun diritto soggettivo come quello azionato. A detta del giudice piemontese, non sarebbe configurabile né un diritto alla prestazione del servizio mensa con modalità diverse da quelle previste dalla normativa vigente ovvero di un servizio alternativo interno alle scuole per coloro che intendono consumate il pasto domestico, né un diritto alla stessa istituzione del servizio di refezione scolastica, essendo le famiglie libere di optare per il “modulo” (cd. breve) oppure per il tempo pieno o prolungato che prevedono appunto il servizio mensa e, in tal caso, essendo libere di prelevare (o fare uscire) i figli da scuola durante l’orario della mensa scolastica e di riaccompagnarli (o di farli rientrare) per le attività pomeridiane, senza che con ciò possa configurarsi una discriminazione tra gli alunni che hanno optato per il tempo pieno e prolungato e gli altri, trattandosi appunto di una scelta libera dei genitori.

Insomma una risposta secca e decisa quella del tribunale piemontese sul caso in questione.

Il processo d’appello

La situazione cambia parzialmente in appello, ove i giudici della Corte territoriale pur riconoscendo l’esistenza del preteso diritto di scelta dei genitori tra la refezione scolastica e il pasto domestico per i propri figli, si sono astenuti dal dettare “le modalità pratiche per dare concreta attuazione alla sentenza”.

La corte territoriale aveva condivisibilmente ritenuto che il suddetto diritto non può certo “risolversi nel consentire indiscriminatamente agli alunni di consumare il pasto domestico presso la mensa scolastica”, ma che al contrario, richiede “l’adozione di una serie di misure organizzative, anche in funzione degli aspetti igienico/sanitari e in relazione alla specifica situazione logistica dei singoli istituti interessati”. Si trattava comunque, di valutazioni discrezionali riservate all’amministrazione scolastica ed esulanti dalla cognizione del giudice ordinario.

Per i giudici dell’appello, in altre parole, la nozione di scuola, soprattutto nelle classi elementari e medie non coincide solo con l’attività di insegnamento, ma comprende anche il momento della formazione che si realizza mediante lo svolgimento di attività didattiche ed educative (cd. “tempo scuola”), tra le quali vi rientra anche il momento dell’erogazione del pasto.

E allora, il rimanere a scuola nell’orario del pasto (cd. “tempo mensa”) e condividerlo in comune tra gli alunni costituisce un diritto soggettivo perfetto perché inerente al diritto all’istruzione, desumibile dall’ordinamento costituzionale (art. 34 Cost.).

Ma la vicenda è ben presto finita davanti ai giudici della Cassazione, con ricorso presentato dal Comune di Torino e dal Ministero dell’Istruzione.

Il rinvio alle Sezioni Unite

Il supremo Collegio, però, vista l’importanza della tematica sollevata e dei valori costituzionali coinvolti ha deciso di invocare l’intervento delle Sezioni Unite.

Ed infatti la pretesa azionata dai genitori dei due alunni ha investito non pochi principi di rilievo costituzionale.

Si trattava di accertare l’esistenza del cd. diritto all’autorefezione nell’orario e nei locali adibiti alla mensa scolastica, ancorato agli artt. 34 (in tema di istruzione pubblica), 32 (interpretato come fonte di libertà nelle scelte alimentari), 35 (in tema di tutela dei genitori lavoratori) e 3 della Costituzione.

E allora se da una parte vi è il principio per cui l’istruzione pubblica inferiore è obbligatoria e gratuita e comprende il diritto di fruire delle attività scolastiche che si svolgono nel pomeriggio e in tale ottica il cd. “tempo mensa” deve intendersi quale importante momento di condivisione e di socializzazione che rientra nell’orario scolastico annuale (cd. “tempo scuola”) tale da dover riconoscere il diritto degli alunni di portare cibi da casa e consumarli a scuola, senza costringerli a usufruire del servizio mensa scolastica da essa erogato, che altrimenti diventerebbe obbligatorio.

Dall’altra parte, vi è l’opposto orientamento espresso in una recente sentenza del Consiglio di Stato (n. 5156/2018) che esclude in radice l’esistenza di un simile diritto soggettivo.

In tal senso intendendosi la fruizione del servizio mensa come espressione di una facoltà delle famiglie e comunque, rientrante nell’ampio margine di discrezionalità riservato alle istituzioni scolastiche, le quali hanno piena facoltà di determinare le modalità di fruizione dello stesso, nei limiti di compatibilità con le strutture e le risorse disponibili, senza possibilità di prevedere modalità di fruizione individuali e alternative a quelle già offerte.

La redazione giuridica

 

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