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Gli agenti di polizia

La vicenda in commento è interessante perché si occupa di un tema molto spesso mal interpretato: gli agenti di polizia municipale che non sono in servizio e che pertanto vestono abiti civili, possono accertare le violazioni al codice della strada?

La vicenda

Il ricorrente aveva proposto ricorso per la cassazione della sentenza del tribunale di Modena che, confermando la pronuncia del giudice di pace della stessa città, aveva, a sua volta, rigettato l’opposizione al verbale di polizia municipale elevato nei suoi confronti, per avere effettuato un sorpasso a velocità non adeguata in prossimità di un’intersezione.

La causa è stata decisa in camera di consiglio dalla Sesta Sezione Civile della Cassazione con l’ordinanza n. 2748 depositata il 30 gennaio 2019.

Con un primo motivo di impugnazione, il ricorrente lamentava il vizio di violazione di legge in relazione all’art. 57 c.p.p., comma 2, lett. b), e alla L. n. 65 del 1986, art. 5, comma 1, lett. a), posto che l’impugnato verbale di contestazione era stato redatto dal comandante della polizia municipale mentre era fuori servizio e vestiva abiti civili.

Tale circostanza, già dedotta dinanzi al giudice di primo grado, a detta del ricorrente, rendeva illegittima la sanzione irrogata per essere stata resa da un appartenente alla Polizia Municipale che non era in servizio al momento dell’accertamento della pretesa trasgressione.

La decisione della Cassazione

Nella sentenza impugnata l’adito tribunale aveva operato una distinzione tra gli agenti di polizia giudiziaria e gli “altri corpi”, diversi dai primo, tra cui i corpi di polizia municipale, i quali opererebbero su tutto il territorio nazionale e sarebbero sempre in servizio.

Tale affermazione – per i giudici della Cassazione – è palesemente errata in quanto, in primo luogo, la polizia giudiziaria non è un corpo, bensì una funzione; in secondo luogo, affermare che gli appartenenti ai corpi di polizia municipale opererebbero su tutto il territorio nazionale e sarebbero sempre in servizio – si pone in contrasto con l’orientamento espresso dalle sezioni civili della stessa Suprema Corte, tra le quali, la sentenza della Cassazione penale n. 35099/2015, ove si è affermato che “Gli appartenenti alla polizia municipale, ai sensi dell’art. 57 c.p.c., e della L. 3 luglio 1986 n. 65, art. 5, hanno la qualifica di agenti di polizia giudiziaria soltanto nel territorio di appartenenza e limitatamente al tempo in cui sono in servizio e ciò a differenza di altri corpi, quali la Polizia di Stato, i Carabinieri, la Guardia di finanza etc., i cui appartenenti operano su tutto il territorio nazionale e sono sempre in servizio.

I predetti, quindi, possono accertare tutte le violazioni in materia di sanzioni amministrative e fra queste anche quelle relative alla circolazione stradale purché si trovino nell’ambito territoriale dell’ente di appartenenza ed alla condizione che siano effettivamente in servizio“.

Il ricorso è stato, perciò, accolto e la sentenza impugnata, cassata con rinvio al tribunale di Modena per un nuovo esame di merito.

La redazione giuridica

 

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POSTAZIONE FISSA PER IL CONTROLLO DELLA VELOCITA’: QUANDO E’ VALIDA LA MULTA?

multa

I giudici della Cassazione hanno chiarito che ad escludere la colpa del conducente che viola i limiti di velocità non è sufficiente che lo sforamento di tale limite sia stato minimo; dunque, la multa è valida

Nel 2015, il Tribunale di Chieti aveva rigettato l’appello proposto da un Comune della provincia contro la sentenza del giudice di primo grado che, in accoglimento dell’istanza proposta dalla ricorrente, aveva annullato la multa elevata dalla Polizia Municipale per violazione dell’art. 142, comma 7, cod. strada.

La violazione era stata accertata a mezzo autovelox posizionato sulla strada provinciale, in un tratto del territorio del Comune appellante.

Il tribunale aveva rilevato che in quel tratto di strada, vi era adeguata segnalazione della postazione di controllo della velocità, ma mancava l’elemento soggettivo della colpa in capo alla conducente, tenuto conto della ridottissima velocità eccedente il limite massimo (2 km/h) e dell’abbattimento in percentuale previsto dalla legge.

Il procedimento proseguiva davanti ai giudici della Cassazione.

Il Comune sottolineava l’incongruità dell’argomento utilizzato dal Tribunale per supportare la sua decisione.

Ebbene, a fronte dell’accertato superamento del limite di velocità e previo rilievo che la postazione di rilevamento era adeguatamente segnalata, il Tribunale aveva ritenuto insussistente l’elemento psicologico, in considerazione della entità minima dello sforamento (2 km/h), e dell’abbattimento in percentuale previsto dalla legge. Di qui, la verosimiglianza che il conducente fosse transitato dinanzi alla postazione di controllo convinto di non superare il limite segnalato. Peraltro, non poteva neppure escludersi che il tachimetro della sua vettura le avesse indicato una velocità errata, seppur di poco, rispetto a quella reale.

L’argomento non ha convinto nemmeno i giudici della Suprema Corte, i quali pur non discutendo sul rilievo che l’entità dello sforamento era stata minima (limite di 50 km/h, velocità registrata 57 km/h, abbattimento di 5 km/h in applicazione dell’art. 345 D.P.R. n. 495 del 1992), nondimeno tale elemento poteva di per sé integrare la buona fede della conducente, necessaria per superare la presunzione di colpa.

Colpa o buona fede del conducente?

Come ripetutamente affermato dalla giurisprudenza di legittimità, la responsabilità dell’autore dell’infrazione non è esclusa dal mero stato di ignoranza circa la sussistenza dei relativi presupposti, ma occorre che tale ignoranza sia incolpevole, cioè non superabile dall’interessato con l’uso dell’ordinaria diligenza.

Per configurare l’esimente della buona fede, che rileva come causa di esclusione della responsabilità amministrativa, occorrono elementi positivi idonei ad ingenerare nell’autore della violazione il convincimento della liceità della sua condotta e risulti altresì che il trasgressore abbia fatto tutto il possibile per conformarsi al precetto di legge, onde nessun rimprovero possa essergli mosso.

Letta in questa prospettiva, che è l’unica conforme al sistema dell’illecito amministrativo, la sentenza impugnata non poteva dirsi conforme alle indicazioni sopra citate, dal momento che non vi erano elementi concreti dai quali desumere ragionevolmente la buona fede del trasgressore, e ciò comporta la violazione dell’art. 3 I. 689 del 1981.

La redazione giuridica

 

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RINCARI SULLE MULTE IN ARRIVO A PARTIRE DA GENNAIO 2019

riscossione

La questione di diritto oggetto della controversia in esame non è nuova alla giurisprudenza della Cassazione. Si tratta della possibilità per i Comuni di recuperare le somme dovute a titolo di sanzione amministrativa per violazione delle norme del codice della strada, attraverso la procedura di riscossione coattiva tramite ingiunzione, anche affidando il relativo servizio ai concessionari

Tale sistema di riscossione è previsto dal R.D. n. 639 del 1910.

La vicenda

Nel 2015 il Tribunale di Parma aveva rigettato l’appello proposto da un cittadino multato e già condannato dal Giudice di pace della stessa sede, al pagamento della somma di denaro prevista per una infrazione al codice della strada.

Il comune si era avvalso, per la riscossione, della procedura di ingiunzione coattiva di cui all’art. 2 del citato R.D. n. 639 del 1910, tramite concessionaria.

Ma è possibile delegare la riscossione di somme derivanti da sanzioni per violazioni del Codice della Strada ad agenzie concessionarie?

Secondo il ricorrente la risposta non poteva che essere negativa, ritenendo che tale delega fosse consentita solo per la riscossione dei tributi locali, tra i quali certamente non rientrano le sanzioni amministrative.

La questione è stata perciò rimessa ai giudici della Cassazione, che hanno dapprima cercato di ricostruire il quadro normativo esistente in materia.

Già in passato, con diverse pronunce, i giudici della Cassazione avevano affermato che “ai fini del recupero delle somme dovute a titolo di sanzione amministrativa per violazione delle norme del codice della strada, i Comuni possono avvalersi della procedura di riscossione coattiva tramite ingiunzione, di cui al R.D. n. 639 del 1910, anche affidando il relativo servizio ai concessionari iscritti all’albo di cui al D.Lgs. n. 446 del 1997, art. 53, essendo tale affidamento consentito dal D.L. n. 209 del 2002, art. 4, comma 2 sexies, del quale non è mai intervenuta abrogazione” (cfr. Sez. 2 -, Ordinanza n. 22710 del 28/09/2017; Sez. 2, Sentenza n. 26736 de113/11/2017 e, da ultima Sez. 2 Sentenza n. 24722 dell’8/10/2018).

Il quadro normativo

Dal punto di vista normativo vale la pena ricordare il D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, art. 52, comma 6, che ha sostanzialmente previsto la possibilità per i Comuni di avvalersi, per la riscossione dei tributi e delle altre entrate, della procedura di riscossione coattiva tramite ingiunzione e dunque della possibilità di affidare ad altri soggetti la riscossione dei tributi e di tutte le altre entrate (l’art. 52, comma 5, individua tali soggetti), a cui ha fatto seguito il citato dal D.L. n. 209 del 2002.

È poi intervenuto il decreto legge n. 248/2007 art. 36 comma 2, che ha confermato la possibilità per tutti gli enti locali di continuare ad avvalersi della procedura di ingiunzione citata tramite concessionari per la riscossione coattiva dei tributi.

Dopo varie peripezie legislative e tentativi di abrogazione mai riusciti, può dirsi tuttora valido e in vigore tale meccanismo.

Pertanto, tirando le fila di questo complicato percorso ricostruttivo, deve ritenersi corretta – affermano i giudici della Suprema Corte – la decisione impugnata che ha previsto la legittimazione dell’ente locale di servirsi di società concessionarie per la riscossione delle sanzioni amministrative derivanti da violazione al codice della strada.

Per tali motivi, il ricorso è stato respinto con condanna al pagamento delle spese di giudizio.

La redazione giuridica

 

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prescrizione

In cosa consiste l’estinzione della pena per decorso del tempo e che differenze ci sono tra prescrizione per i delitti e della pena per le contravvenzioni

Cosa si intende quando si parla di prescrizione della pena?

Innanzitutto, è bene precisare che ci si riferisce all’estinzione della stessa per decorso del tempo.

Questo perchéil nostro ordinamento penale prevede che la pena, laddove non portata a esecuzione entro un determinato periodo di tempo, non debba essere più inflitta.

Ora, il nostro codice penale disciplina in maniera diversa la prescrizione della pena prevista per i delitti da quella delle pene previste per le contravvenzioni.

Della prima ipotesi si occupa l’articolo 172 del codice penale. Questo disciplina l’estinzione della reclusione e della multa per decorso del tempo.

Inoltre, la reclusione si estingue una volta che decorre un tempo pari al doppio della pena inflitta.

La multa, invece, si estingue sempre e comunque dopo dieci anni, a prescindere dalla sua entità.

Ma attenzione: se la multa e la reclusione sono inflitte congiuntamente, entrambe si estinguono decorso il termine necessario per la prescrizione della reclusione.

Infine, nel caso in cui vi sia concorso di reati, i tiene conto della pena singolarmente inflitta per ciascuno di essi, anche se le stesse derivano da un’unica sentenza.

Decorrenza della prescrizione della pena per i delitti

In merito alla prescrizione della pena e al termine di sua decorrenza, il termine fissato dalla legge per l’estinzione della pena va calcolato prendendo come riferimento iniziale o il giorno in cui la condanna che la ha determinata è divenuta irrevocabile o dal giorno in cui il condannato si è volontariamente sottratto dall’esecuzione della pena già iniziata.

Il codice penale contempla poi l’ipotesi in cui l’esecuzione della pena sia sottoposta a un termine o a una condizione. In quel caso, il tempo necessario affinché la stessa si prescriva decorre, rispettivamente. dal giorno in cui è scaduto il termine o da quello in cui la condizione si è verificata.

Vi sono poi dei casi in cui non opera la prescrizione della pena della reclusione o della multa.

Ad esempio, in alcuni casi il trascorrere del tempo non è un elemento sufficiente a determinare l’estinzione della pena della reclusione o di quella della multa.

Ancora, la pena è imprescrittibile se vi sono motivi di ritenere che la stessa continui ad avere senso anche dopo che siano trascorsi diversi anni dalla commissione del fatto di reato che ne ha determinato l’applicazione.

Della estinzione della pena non possono beneficiare i recidivi, i delinquenti abituali, e nemmeno il condannato che, durante il tempo fissato per la prescrizione della pena, abbia riportato una condanna alla reclusione per aver commesso un delitto della stessa indole di quello che ha determinato la precedente condanna.

L’estinzione delle pene previste per le contravvenzioni in conseguenza del decorso del tempo è invece disciplinata dall’articolo 173 del codice penale.

Nel caso specifico, la legge fissa un unico termine per la pena detentiva e per quella pecuniaria.

Sia l’arresto che l’ammenda si prescrivono in cinque anni. Se questi vengono inflitti congiuntamente, il decorso del termine stabilito per l’arresto determina l’estinzione sia dell’una che dell’altra pena.

Ancora, il dies a quo fissato per la decorrenza iniziale del termine necessario per l’estinzione è lo stesso già visto con riferimento alla reclusione e alla multa.

Pertanto, per il calcolo della prescrizione dell’arresto e dell’ammenda occorre prendere come riferimento iniziale diversi parametri, a seconda dei casi.

Sarà o il giorno in cui la condanna è divenuta irrevocabile, oppure il giorno in cui il condannato si è sottratto volontariamente alla esecuzione già iniziata della pena, il giorno in cui il termine è scaduto o, infine, il giorno in cui la condizione si è verificata.

Inoltre, per l’arresto e l’ammenda non è mai prevista l’imprescrittibilità, ma si prevede solo un termine maggiore per l’estinzione.

L’articolo 173, a tal proposito, stabilisce che il termine quinquennale fissato per l’estinzione delle pene dell’arresto e dell’ammenda è raddoppiato se il colpevole è un recidivo (ex art. 99 c.p.) o un delinquente abituale, professionale o per tendenza.

 

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sesso in auto

Multe salate e – in alcune circostanze – anche il carcere: questi i rischi per chi viene scoperto a fare sesso in auto. 

Chi è uso a fare sesso in auto farebbe bene a fare attenzione, poiché i rischi, per chi viene scoperto, non sono pochi.

Si va da multe salatissime fino al carcere, nei casi più gravi.

Probabilmente di ciò non era informato un 42enne di Treviso ‘beccato’ dalle forze dell’ordine a fare sesso in auto.

L’uomo, che si trovava in compagnia di una prostituta, ha dovuto pagare una multa da 10.000 euro (e di 10mila euro è stata la multa anche per la squillo).

La multa sussiste in quanto quello che, fino al 2016 si qualificava come reato di atti osceni in luogo pubblico è stato depenalizzato. Questo però non significa che non si continui a rischiare il carcere. Come? Se si decide di fare sesso in auto in luoghi abitualmente frequentati da minori, ad esempio.

In quei casi, il carcere è la pena prevista poiché tale condotta ricade nel penale.

Attenzione però, perché se per dare sfogo ai propri istinti si sceglie un posto abitualmente frequentato da minori, la pena prevista è il carcere, perché in questo caso la condotta configura un reato penale.

Sesso in auto: dalle multe al carcere

Fare sesso in auto, in seguito alla depenalizzazione parziale dell’art. 527 c.p, che prevede il reato di atti osceni in luogo pubblico, è una condotta punita con una sanzione amministrativa pecuniaria minima di 5.000 euro e massima di 30.000.

Tuttavia, se il fatto avviene con colpa, la sanzione amministrativa scende, da un minimo di 51 a un massimo di 309 euro.

Il dlgs n. 8/2016 – come noto – ha depenalizzato il reato di cui all’art 527 c.p.

Questo in quanto la giurisprudenza è conforme nel ritenere che l’offesa al pudore si realizza nel momento in cui l’atto osceno è pubblico e quindi percepibile da un numero di persone indeterminato.

Anche la Corte di Cassazione ha fatto chiarezza sul punto con la sentenza n. 29239/2017.

Con tale pronuncia, gli Ermellini hanno stabilito cosa rischia chi decide di fare sesso in auto “all’interno o nelle immediate vicinanze di luoghi abitualmente frequentati da minori e se da ciò deriva il pericolo che essi vi assistano”.

Per “luoghi abitualmente frequentati da minori” la Cassazione precisa quanto segue.

“Rientrano nella nozione di luoghi abitualmente frequentati da minori, tutti i luoghi dove ordinariamente si svolge la socialità di essi, sul rilievo che la ratio che sostiene la disposizione è ravvisabile nell’esigenza di tutelare, oltre che il comune senso del pudore, l’integrità morale dei minori in tutti i luoghi ove gli stessi abitualmente, non solo prevalentemente, si trovino. Tali luoghi sono prima di tutto quelli specificamente destinati alla frequentazione dei minori (ossia a titolo esemplificativo, gli asili, le scuole, i luoghi di formazione fisica e culturale, i luoghi prossimi agli edifici scolastici, i recinti ricreativi all’interno dei parchi, gli impianti sportivi, gli oratori, le ludoteche e simili) cioè i luoghi immediatamente riconoscibili come tali e dove i minori assiduamente si recano”.

Non è infine casuale l’uso degli avverbi “abitualmente” e “prevalentemente”, entrambi riscontrabili in diverse disposizioni penali concernenti la tutela dei minori.

Questo specifica come non sia necessario che il luogo sia in massima parte frequentato da minori, bensì che un determinato luogo sia da questi ultimi abitualmente frequentato.

Tuttavia, va anche precisato che per luoghi abitualmente frequentati dai minori, non si devono intendere solo quelli strutturalmente destinati a essi. Quindi scuole, ludoteche e simili. Ma vanno intesi anche i luoghi di socializzazione, quali ad esempio campi da gioco, cortili condominiali eccetera. Pertanto, specificano gli Ermellini, è la frequentazione abituale che rende un luogo sensibile al reato di pericolo degli atti osceni.

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VIOLENZA SESSUALE SU UNA PROSTITUTA: IL TROPPO VIGORE PENALIZZA

velo islamico

Sarebbero in arrivo multe fino a 2mila euro e carcere per chi costringe le donne al velo islamico e per chi sceglie di indossarlo

Si torna a parlare di velo islamico e, a riaccendere il dibattito, sarebbe un ddl che attualmente si trova all’esame della commissione affari costituzionali della Camera.

Questo prevede multe per chi indossa burqa e niqab e carcere per chi costringe le donne a portarli.

La proposta è giunta dalla Lega che vorrebbe vietare il velo islamico nei luoghi pubblici. Non è comunque il primo tentativo della Lega in tale senso.

Già due legislature fa l’ipotesi si era affacciata. Adesso arriva il ddl contro il velo islamico che prevede multe fino a 2mila euro.

Una proposta che fa discutere, ma che potrebbe questa volta diventare legge.

Il primo provvedimento presentato da Souad Sbai, deputata del Pdl, sostenuta dagli alleati della Lega, risale ad agosto del 2011.

In quel caso, ricevette approvazione da parte della Camera. Quella proposta stabiliva delle sanzioni per vietare burqa e niqab in luoghi pubblici. L’iter si arrestò però al 2013 quando, Nicola Molteni, attuale sottosegretario, presentò un nuovo disegno di legge che, oltre alle sanzioni per chi indossava il velo islamico prevedeva procedimenti penali per chi costringeva altri a coprirsi il volto.

Ma tutto si risolse in un nulla di fatto, così come tante altre proposte.

Ultima in ordine di tempo è stata quella di Roberto Calderoli nel 2017. All’inizio della legislatura (prima di essere nominato sottosegretario) è toccato a Molteni, con un modello che ricalca quello francese.

In sostanza, si tratta di un ddl che vuole “introdurre nel nostro ordinamento giuridico un divieto esplicito a indossare in luogo pubblico o aperto al pubblico, indumenti atti a celare il volto, non soltanto per motivi di ordine pubblico e sicurezza, ma anche come nel caso del burqa e del niqab, in quanto considerati atteggiamenti inconciliabili con i princìpi fondamentali della Costituzione, primo fra tutti il rispetto della dignità della donna”.

A sostegno di tale proposta vengono addotte diverse motivazioni.

La prima e di ordine e sicurezza pubblica.

La seconda vorrebbe “l’adozione di una legge identica a quella francese da parte del Parlamento italiano rafforzerebbe in sede europea la posizione di entrambi i Paesi”.

In ultimo, il provvedimento vorrebbe nascere per difendere quelle donne costrette al velo islamico.

I promotori aggiungono poi che “le norme proposte sottendono il fondamentale principio per cui non è accettabile nella nostra cultura e secondo i valori sanciti dalla Costituzione e dal Trattato di Lisbona il fatto che la donna possa essere, in qualsiasi modo, indotta a comportamenti e ad abbigliamenti che la pongono in palese stato di sottomissione e discriminazione”.

Due le parti che compongono il ddl contro il velo islamico.

La prima riguarda le multe previste per chi indossa “indumenti o accessori di qualsiasi tipo, compresi quelli di origine etnica e culturale, quali il burqa e il niqab”.

Se si tratta di un caso di lieve entità “e non risulti commesso in occasione di manifestazioni che si svolgono in luogo pubblico o aperto al pubblico, si applica la pena dell’ammenda da 1.000 a 2.000 euro”.

La seconda parte invece mira ad introdurre il nuovo reato di “Costrizione all’occultamento del volto” nel codice penale.

Come? Attraverso l’art. 612-ter, subito dopo lo stalking.

Con tale disposizione si vuole punire, salvo reati più gravi “con la reclusione da uno a due anni e con la multa da euro 10.000 a euro 30.000, chiunque costringa taluno all’occultamento del volto con violenza, minaccia o abuso di autorità ovvero in modo da cagionargli un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare nella persona un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto”.

Secondo il ddl, infine, la pena aumenta “della metà se il fatto è commesso a danno di minore o di una donna o di persona disabile”.

Infine la condanna in via definitiva per tale reato “preclude l’acquisto della cittadinanza”.

 

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polizia di milano

Il Giudice di Pace meneghino ha fatto il punto sulla possibilità, da parte della Polizia di Milano, di multare gli automobilisti all’aeroporto di Linate, essendo un Comune in parte diverso.

Con la sentenza numero 5804/2018 il Giudice di pace di Milano ha fornito degli importanti chiarimenti sulla possibilità, da parte della Polizia di Milano, di multare gli automobilisti all’aeroporto di Linate, area che solo in parte rientra nel Comune meneghino.

L’aeroporto di Linate, infatti, si trova solo in piccola parte nel Comune di Milano; per altra parte si trova sul Comune di Peschiera Borromeo e per la maggior parte nel Comune di Segrate.

Questa circostanza, dunque, può rendere illegittimo il verbale notificato a un automobilista per aver circolato in una corsia riservata nell’area aeroportuale se l’infrazione è rilevata dalla polizia di Milano.

La querelle che ne è nata nel caso di specie, seppur particolare, può essere interessante per diversi cittadini che si recano spesso a Linate.

La vicenda

Nel caso di specie, una donna, sostenuta dalla Globoconsumatori Onlus, era stata sanzionata per aver circolato nell’aeroporto di Linate con la sua auto. E questo benché agli accessi fossero esposti dei segnali che indicavano che la corsia percorsa era riservata.

La ricorrente ha lamentato che la località nella quale si era verificata l’infrazione era indicata erroneamente nel verbale notificatole. Ciò in quanto non si trovava nel Comune di Milano ma in altro Comune.

Pertanto, la Polizia di Milano che aveva rilevato l’infrazione in questione, non era competente a farlo.

Il Giudice di Pace del capoluogo lombardo ha dovuto quindi verificare la possibilità per il Comune di Milano di agire in deroga al disposto dell’articolo 12 del codice della strada e, pertanto, di operare l’accertamento, la contestazione e la notifica di verbali relativi a infrazioni verificatesi presso l’aeroporto di Linate. Quest’ultimo, infatti, si trova in prevalenza nei Comuni di Segrate e di Peschiera Borromeo.

Ebbene, il giudice ha concluso sancendo che il principio di territorialità nel caso di specie deve essere imprescindibilmente rispettato. Pertanto, alla polizia di Milano non spettava tale accertamento.

Specifica il giudice che il principio di territorialità non è di per sé inderogabile.

Tuttavia, la possibilità di disattenderlo resta limitata alle ipotesi previste dalla legge, come ad esempio se vi è una convenzione per la gestione degli Uffici di polizia locale di vari Enti o nel caso del “comando” di singoli Agenti di Polizia Locale.

Nel caso in esame non si sono verificate tali circostanze. Pertanto, sono assenti i poteri di rilevazione delle infrazioni da parte della polizia di Milano nell’aeroporto di Linate, “se non per il tratto di Viale Forlanini ricadente nel territorio del suddetto Comune”.

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affitti brevi

Giro di vite del governo sugli affitti brevi: oltre a multe molto elevate sta per essere introdotto un codice identificativo per le case

Arriva la linea dura del Governo sugli affitti brevi e contro l’abusivismo. Si vorrebbero infatti introdurre multe molto alte, fino a centomila euro, ma non solo, contro gli abusivi nel campo degli affitti brevi.

Contestualmente, il Governo vorrebbe introdurre anche un codice identificativo per le strutture ricettive, compresi gli alloggi affittati su piattaforma web come Airbnb.

D’altra parte, quello del cosiddetto home sharing è un business in continua crescita. Basti pensare che solo Airbnb in Italia ha 360mila annunci e 8 milioni di arrivi registrati nello scorso anno.

Sulla stretta riguardante gli affitti brevi, il ministro del Turismo Gian Marco Centinaio ha fatto il punto, dicendo basta “con le praterie con poche regole”.

Come ha anticipato il Sole 24 Ore, ci saranno degli specifici provvedimenti del governo per contrastare l’abusivismo nel settore degli affitti brevi.

In primis, tutte le strutture ricettive, comprese le case affittate on line, dovranno munirsi di un codice identificativo. Per chi non lo usa scattano multe salate fino a 100mila euro, “come accade in Inghilterra”, evidenzia Centinaio.

Queste misure, per il ministro, serviranno a “far sì che chi lavorerà in legalità avrà il codice identificativo e quindi potrà promuovere e vendere le proprie strutture anche sui siti on line, chi invece non avrà il codice identificativo vorrà dire che sarà un abusivo”.

Attività legislative che andrebbero incontro alle esigenze manifestate da albergatori e regioni, Lombardia e Piemonte in primis, che chiedono, da mesi, la regolamentazione dell’extraricettivo.

Il codice identificativo all’estero è la prassi.

Esso si usa anche in Francia e Inghilterra. E anche in Italia si sta sperimentando: in Lombardia, in particolare, una delibera ha previsto che dallo scorso primo settembre chi affitta stanze o interi appartamenti su piattaforme online dovrà indicare sugli annunci di pubblicità, promozione e commercializzazione un codice identificativo di riconoscimento (Cir). Per chi non fa, sono previste multe da 2500 euro.

Il codice in questione garantisce che l’host ha dato comunicazione di inizio attività al comune di competenza e ha adempiuto a tutti gli obblighi stabiliti.

Tra gli adempimenti previsti, ai gestori toccherà accreditarsi per la denuncia degli ospiti. Inoltre, sarà necessaria la comunicazione di inizio attività e l’ottenimento delle credenziali per la trasmissione dei dati turistici.

Questo andrà fatto in base alle indicazioni dell’autorità di pubblica sicurezza, rispettando alcuni standard qualitativi essenziali.

 

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Mangiare per strada: ecco in quali Comuni scatta la multa

Sempre più Comuni italiani hanno stabilito delle sanzioni per chi decide di mangiare per strada. Firenze è l’ultima città in ordine di tempo, ma non certo l’unica

Mangiare per strada, in alcuni Comuni italiani, non sarà più possibile d’ora in poi senza dover pagare una multa.

Una brutta notizia per gli amanti dello “street food” e del mangiare per strada, che ad esempio a Firenze non potranno più farlo.

A deciderlo è stato il sindaco Dario Nardella che ha firmato un’ordinanza che sarà operativa da oggi 4 settembre fino al 6 gennaio 2019.

Questa coinvolgerà quattro delle strade del centro cittadino maggiormente frequentate dai turisti.

Si tratta di via de’ Neri, piazzale degli Uffizi, piazza del Grano e via della Ninna.

Ma da cosa è nato il provvedimento?

L’idea è quella di ovviare al problema dell’afflusso di turisti che, nel consumare i cibi da asporto, occupano il suolo pubblico.

Il tutto avviene spesso fuori dai locali dove il cibo è stato acquistato, con problemi per residenti e negozianti.

Nelle strade indicate, sarà vietato mangiare per strada nelle fasce orarie 12-15 (pranzo) e 18-22 (cena) consumare alimenti “soffermandosi e trattenendosi, anche singolarmente, sui marciapiedi, sulle soglie di negozi e abitazioni e sulle carreggiate”.

Chi invece contravvenendo all’ordinanza deciderà comunque di mangiare per strada rischierà

il pagamento di una sanzione amministrativa che va da 150 a 500 euro.

I negozi della zona dovranno inoltre esporre in maniera ben visibile alla cliente l’apposita grafica che il Comune ha realizzato per sintetizzare i contenuti dell’ordinanza in italiano e inglese.

Ma questa iniziativa non è la prima di questo tipo.

Destarono scalpore nel 2012 le “Disposizioni urgenti per garantire la tutela delle aree di pregio del centro storico” stabilite dall’allora sindaco di Roma, Gianni Alemanno.

La sua ordinanza “anti-bivacco” vietava di consumare cibi e bevande in diverse aree della “città storica”.

Anche allora, le sanzioni per i trasgressori trovati a sostare per consumare tramezzini e pizzette potevano arrivare fino a 500 euro.

In Sardegna, quest’estate, il sindaco di Cuglieri ha vietato con un’ordinanza il consumo di cibo e bevande nell’arenile dell’arco di S’Archittu.

Ma anche a Venezia il vigente Regolamento di Polizia Urbana vieta alcuni comportamenti allo scopo di salvare il decoro urbano e preservarne l’igiene.

È infatti proibito sostare per consumare cibi o bevande ad esclusione delle aree in concessione ai Pubblici Esercizi. Le sanzioni possono arrivare fino a 200 euro.

 

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contrassegno assicurativo

Il Giudice di Pace di Palermo ha fatto il punto in merito al contrassegno assicurativo e alla legittimità della multa in caso di sua mancata esposizione

Il Giudice di Pace di Palermo con la sentenza n. 2768/2017 depositata in data 24.7.2018 ha fornito dei chiarimenti importanti in merito alla mancata esibizione del contrassegno assicurativo e alla relativa legittimità delle sanzioni.

Con la pronuncia in commento è stato deciso che la sanzione di cui all’art. 180, comma 8, del Codice della Strada, può trovare applicazione solo quando l’organo di polizia che ha intimato l’esibizione del contrassegno assicurativo non sia comunque in grado di verificare, attraverso pubblici registri o altri sistemi, se il documento richiesto esista o meno.

In buona sostanza, la norma che sanziona la mancata ottemperanza all’invito della P.A. a presentarsi, entro un termine stabilito, agli uffici di polizia per fornire informazioni o esibire documenti, va necessariamente coordinata con le disposizioni dettate dal DPR n. 445/2000.

E, in particolare con l’art. 43 del medesimo decreto.

La vicenda

Nel caso di specie, la ricorrente, a seguito di controllo da parte dell’Autorità di polizia, è stata invitata a presentarsi agli uffici della P.A. per esibire il contrassegno assicurativo relativo al proprio veicolo. Questo non era stato rinvenuto nel momento in cui gli agenti avevano effettuato l’accertamento.

Decorso infruttuosamente il termine per la presentazione, è stato redatto e notificato un verbale di contravvenzione per violazione dell’art. 180 comma 8, CdS.

La ricorrente ha fatto opposizione contro tale provvedimento, sostenendo l’illegittimità della sanzione per violazione dell’art. 43 del DPR n. 445/2000.

A suo avviso la P.A. avrebbe dovuto acquisire d’ufficio il documento.

Ma analizziamo per un attimo la norma in questione.

L’art. 180 del codice della strada riguarda il possesso dei documenti di circolazione e di guida e stabilisce che i conducenti dei veicoli a motore, per circolare, devono avere con sé i seguenti documenti.

  • la carta di circolazione, il certificato di idoneità tecnica alla circolazione o il certificato di circolazione, a seconda del tipo di veicolo condotto;
  • la patente di guida valida per la corrispondente categoria del veicolo nonchè lo specifico attestato sui requisiti fisici e psichici, qualora ricorrano le ipotesi di cui all’articolo 115, comma 2;
  • l’autorizzazione per l’esercitazione alla guida per la corrispondente categoria del veicolo in luogo della patente di guida, nonchè un documento personale di riconoscimento;
  • il certificato di assicurazione obbligatoria.

Qualora il conducente sia sprovvisto di uno o più documenti indicati, andrà incontro a delle sanzioni.

Al conducente viene intimato di presentarsi, entro un termine stabilito, presso un ufficio di polizia per esibire il documento mancante.

Se non si ottempera, senza giustificato motivo l’art. 180, comma 8, del CdS prevede l’irrogazione di una sanzione amministrativa consistente nel pagamento di una somma da euro 422 a euro 1.697.

Questa norma deve, adesso, essere interpretata in linea con i principi dettati dal DPR 445/2000 ed anche alla luce dei principi di leale collaborazione tra p.a. e cittadini.

L’art. 180 del codice della strada, infatti, mira a verificare se il soggetto che, durante un controllo, sia privo di un documento sopraindicato ne sia stato solo momentaneamente sprovvisto o se, invece, detti documenti non esistano affatto.

È inoltre vero che la presenza di copertura assicurativa può rilevarsi dalla consultazione di un pubblico registro cui le forze dell’ordine sono collegate telematicamente. Tale innovazione è stata, peraltro, quella che ha condotto, da ultimo, alla c.d. dematerializzazione del contrassegno assicurativo.

Va ricordato ancora che il D.P.R. n. 445/2000 è stato anche modificato dall’art. 15, comma 1, della Legge 12/11/2011 n. 183. Tale intervento ha riformulato il testo dell’art. 43 che attualmente recita quanto segue.

“Le Amministrazioni pubbliche e i gestori di pubblici servizi sono tenuti ad acquisire d’ufficio le informazioni oggetto delle dichiarazioni sostitutive di cui agli articoli 46 e 47, nonché tutti i dati e i documenti che siano in possesso delle pubbliche amministrazioni, previa l’indicazione, da parte dell’interessato, degli elementi indispensabili per il reperimento delle informazioni o dei dati richiesti, ovvero ad accettare la dichiarazione sostitutiva prodotta dall’interessato”.

La ricerca d’ufficio rappresenta, pertanto, un comportamento imposto alla P.A. Esso si configura quale concreta espressione del principio della leale collaborazione tra Stato e cittadino.

L’organizzazione dell’agire pubblico è infatti fondata sul principio della responsabilizzazione dei pubblici poteri e della trasparenza amministrativa.

Alla luce di quanto affermato, l’Autorità giudiziaria adita nella pronuncia in commento ha ritenuto che, nel caso di specie, la p.a. non avesse dimostrato l’impossibilità di reperire attraverso i pubblici registri o, anche, attraverso gli altri sistemi telematici a disposizione della stessa, l’effettiva esistenza del contrassegno assicurativa.

Pertanto, in assenza di tali prove, il ricorso è stato accolto.

 

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