Tags Posts tagged with "nesso causale"

nesso causale

infezioni

Il risarcimento del danno per le infezioni correlate all’assistenza ospedaliera. Ha affrontato il tema la Corte Appello di Roma, con la sentenza n.280 del 16 gennaio 2018

Questa interessante pronunzia tratta la materia delle infezioni contratte in regime di ricovero e derivanti dall’assistenza ospedaliera. In altri termini le cosiddette infezioni nosocomiali.

La vicenda

Il danneggiato chiama in causa l’Azienda Ospedaliera di Frosinone lamentando di avere contratto in ospedale una infezione della ferita chirurgica da cui poi derivava artrosepsi con conseguente insorgere di un ulteriore danno biologico, differente e non riconducibile alla frattura della testa dell’omero e all’intervento chirurgico di osteosintesi.

A causa di tale infezione l’uomo veniva costretto a sottoporsi ad altri interventi chirurgici e nelle more veniva anche licenziato.

Nel giudizio di primo grado si costituiva anche l’Azienda Ospedaliera che affermava l’operato dei sanitari, tempestività e idoneità delle cure antibiotiche.

Il Tribunale adito accoglieva la domanda dell’uomo e condannava l’Ospedale a rifondergli l’importo complessivo di € 325.793,27 comprendente oltre alle voci tipiche di invalidità e inabilità del danno biologico, il danno estetico e la perdita della capacità lavorativa specifica.

Tale decisione seguiva la CTU medico-legale svolta che accertava la natura di infezione nosocomiale.

L’Azienda Ospedaliera propone appello dinnanzi alla Corte territoriale di Roma sostenendo l’insussistenza di responsabilità, nel giudizio si costituiva il danneggiato che in via incidentale chiedeva la condanna al pagamento dell’ulteriore importo di € 174.206,73 a titolo di risarcimento.

I Giudici di secondo grado ritengono infondato l’appello.

In punto di responsabilità richiamano quanto in primo grado osservato sulla riconducibilità dell’infezione alla natura nosocomiale in quanto “trattandosi di frattura di tipo chiuso l’unica via di contagio dell’articolazione omerale doveva rinvenirsi nella ferita aperta durante l’intervento chirurgico” a cui seguivano proprio i primi segnali di infezione e che nessuna responsabilità professionale poteva essere ascritta ai sanitari che intervenivano con una corretta terapia antibiotica, mentre sussiste responsabilità in capo all’Ospedale che non ha dimostrato in giudizio l’inevitabilità dell’infezione.

Sotto tale ultimo profilo i Giudici d’Appello richiamano i consolidati principi giurisprudenziali e ribadiscono che il rapporto che si instaura tra il paziente e la struttura ha fonte nel contratto atipico a prestazioni corrispettive da cui sorgono a carico della struttura, oltre alle prestazioni meramente di tipo alberghiero, anche obblighi di messa a disposizione del personale medico e ausiliario e di tutte le attrezzature necessarie.

L’onere della prova e il nesso causale

In applicazione della disciplina sui rapporti contrattuali è il debitore, e quindi la struttura e il suo personale, che deve provare l’assenza dell’inadempimento o la presenza di un fattore ad essi non imputabile o l’assenza del nesso causale.

Sussiste il nesso causale quando tra il comportamento dei debitori e il pregiudizio subito dai pazienti quando attraverso un criterio probabilistico si possa ritenere che l’attività dei debitori abbia causato, o concorso a causare, il danno verificatosi, ovvero in caso di condotta omissiva che l’attività correttamente e prontamente svolta avrebbe avuto serie ed apprezzabili possibilità di evitare il danno verificatosi.

La Corte di Cassazione ribadisce che la causa più probabile del contagio infettivo dell’uomo sia da individuarsi nelle condizioni igienico-sanitarie della struttura, in quanto anche nel giudizio d’appello la struttura non ha dimostrato di avere posto in essere i protocolli di igiene in ambiente ospedaliero.

Ma non solo. Quanto accaduto al danneggiato dimostra la presenza di un grave malfunzionamento organizzativo, una carenza strutturale, di sicurezza, di vigilanza e di custodia.

La personalizzazione del danno

L’appello incidentale proposto dal danneggiato viene dichiarato dalla Corte inammissibile e infondato laddove si lamenta che la personalizzazione del danno biologico nella misura del 5% non porta a un ristoro integrale del pregiudizio subito.

I Giudici osservano che la personalizzazione è consentita solo in presenza di circostanze eccezionali che rendano il danno più grave rispetto alle conseguenze dello stesso grado patite da persone della stessa fascia di età considerato che già il grado di invalidità permanente racchiude ed esprime la misura in cui il pregiudizio alla salute incide su tutti gli aspetti della vita.

Osservato ciò, viene ritenuta congrua la liquidazione del danno non patrimoniale operata dal primo Giudice che ha incrementato, ovvero personalizzato, del 5% per il danno estetico e che tale personalizzazione rientra vieppiù nei parametri stabiliti dalle Tabelle milanesi.

L’appello incidentale viene ritenuto infondato anche in punto di liquidazione del danno patrimoniale.

La Corte riconosce corretta la liquidazione operata dal primo Giudice che ha utilizzato come parametro un importo corrispondente al triplo della pensione sociale. Inoltre il danneggiato non ha dimostrato di percepire all’epoca del sinistro un reddito superiore al triplo della pensione sociale.

L’appello principale e quello incidentale vengono integralmente respinti in quanto infondati e la Corte conferma integralmente la pronuncia di primo grado.

Avv. Emanuela Foligno

 

Leggi anche:

PISTOIA: GIOVANE MUORE DOPO ALMENO 4 ACCESSI IN OSPEDALE, ASL INDAGA

 

0
autismo infantile

Archiviazione definitiva delle denunce per lesioni e abuso di ufficio presentate dai genitori di una bambina con autismo infantile

Non sono “sindacabili in sede penale” le “direttive ministeriali fondate sulle risultanze dei più recenti studi epidemiologici” che hanno escluso il nesso vaccino-autismo. Così la Corte di Cassazione in una recente sentenza con la quale è stata confermata l’archiviazione, pronunciata dal Gip di Milano lo scorso settembre, delle denunce per lesioni e abuso d’ufficio presentate dai genitori di una bimba con autismo infantile. Una condizione che, secondo il padre e la madre, si sarebbe sviluppata a causa delle vaccinazioni obbligatorie.

La Commissione medico ospedaliera di Milano, come riporta l’Ansa, aveva inizialmente accolto la richiesta di indennizzo per danni alla salute avanzata dalla famiglia. Era il febbraio del 2016. Nell’ottobre dello stesso anno, però, il provvedimento era stato revocato, dopo che l’organo si era adeguato “alle indicazioni provenienti dal Ministero della Salute”. Queste, sulla base dei più recenti studi escludevano il nesso tra vaccini e autismo. Da qui il ricorso dei genitori al Tribunale di Milano.

Secondo i Giudici Ermellini, tuttavia, il Giudice per le indagini preliminari ha correttamente archiviato le denunce.

Peraltro, quella per lesioni era anche tardiva “in quanto l’annullamento in autotutela del primo provvedimento era stato adottato in conformità alle direttive ministeriali, fondate sulle risultanze dei più recenti studi epidemiologici, quindi, nell’ambito di una valutazione discrezionale, di natura tecnica, non sindacabile in sede penale”.

Per la Cassazione altrettanto “correttamente” il magistrato “ha ritenuto che la base valutativa, costituita da dati scientifici, e l’allineamento agli stessi in sede di revisione del precedente giudizio espresso escludevano l’ingiustizia del danno”. Inoltre, “anche a voler ritenere sussistente una violazione di legge, mancava un qualsiasi indizio che potesse far prospettare che la pretesa condotta irregolare si inserisse in un contesto di obiettiva volontà di ‘abuso’, consistente nel voler intenzionalmente provocare un danno ingiusto”.

La Suprema Corte, con il verdetto n. 2983/2018, ha quindi dichiarato “inammissibili per manifesta infondatezza” i ricorsi presentati dai genitori. I Giudici del Palazzaccio, hanno inoltre ricordato che “in assenza di un reato è inutile parlare di pertinenza e rilevanza delle prove integrative a fronte di un decreto di archiviazione emesso ‘de plano’ dopo la presentazione di un’opposizione”.

 

Leggi anche:

DANNI CAGIONATI DAI VACCINI? NON C’È ALCUNA RESPONSABILITÀ MEDICA

 

 

 

malattia professionale

L’onere della prova a carico del lavoratore che agisce per il risarcimento integrale del danno patito per malattia professionale causata da un infortunio sul lavoro, consiste nel provare il fatto costituente l’inadempimento e il nesso di causalità materiale tra l’inadempimento e il danno, ma non la colpa del datore di lavoro

La vicenda in commento, decisa dalla Cassazione con una recentissima decisione della sezione Lavoro pubblicata l’8 gennaio, trae origine dal ricorso al Giudice del Lavoro del Tribunale di Treviso di una lavoratrice che conveniva in giudizio il datore di lavoro per vedersi riconosciuto il diritto al risarcimento dei danni conseguenti a malattia professionale e all’accertamento della illegittimità del licenziamento che le era stato intimato.

In questa sede tralasciamo la contestazione inerente il licenziamento per porre l’attenzione sull’accertamento dei diritto al risarcimento dei danni per malattia professionale.

Si premette che, in caso di malattia professionale, la responsabilità del datore di lavoro permane relativamente al danno morale, non coperto dall’indennizzo dell’INAIL e, quanto al danno biologico, per la differenza tra quanto viene erogato dall’INAIL quale risarcimento della compromissione del diritto alla salute e quanto di spettanza del lavoratore in base ai criteri di determinazione del danno, il cosiddetto danno differenziale.

Il Tribunale trevigiano aveva respinto le domande della lavoratrice e così pure la Corte di Appello di Venezia accertando che per la richiesta di risarcimento dei danni derivanti dalle modalità di svolgimento delle mansioni era risultato che costei dal 1988 aveva svolto in maniera solo occasionale la movimentazione manuale dei pazienti non autosufficienti, mentre la patologia lombare, che lamentava, si era manifestata a distanza di tre anni, inoltre le allegazioni circa lo svolgimento delle mansioni di pulizia, la composizione dei detergenti e la nocività dell’ambiente di lavoro erano del tutto generiche ed infine per quanto concerneva la sindrome del tunnel carpale “i capitoli di prova non offrivano elementi per affermare la natura ripetitiva delle mansioni, non essendone descritte le modalità di svolgimento”.

Il ricorso per Cassazione

La controversia pertanto approdava in Cassazione per impulso della lavoratrice e veniva decisa con la sentenza n. 195 pubblicata l’8 gennaio 2019.

La ricorrente proponeva tre motivi e, per quanto di interesse, in sintesi con il primo lamentava che il giudice di merito aveva omesso di esaminare la “copiosa documentazione” comprovante la grave patologia degenerativa e il nesso causale con l’attività professionale svolta alle dipendenze dell’Istituto con riferimento, in particolare, alla movimentazione dei pazienti, con un secondo motivo del ricorso principale denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 2087 c.c. “tutela delle condizioni di lavoro” e 1218 c.c. “responsabilità del debitore” in quanto, a suo dire, era stato richiesto alla ricorrente di provare l’inadempimento del datore di lavoro alle prescrizioni dell’art. 2087 c.c. mentre, trattandosi di responsabilità contrattuale, la ricorrente aveva solo onere di provare il danno e il nesso causale con l’attività lavorativa, spettando al datore l’onere di dimostrare di avere adottato tutte le cautele necessarie per impedire il danno.

La Corte di piazza Cavour ha respinto il ricorso confermando la sentenza della Corte di Appello.

Quanto al primo motivo, rileva la sezione lavoro, come le Sezioni Unite hanno chiarito, sentenza n. 8053 del 2014, con riguardo ai limiti della denuncia di omesso esame di una quaestio facti, che il nuovo testo dell’art. 360, comma 1, n. 5 cod. proc. civ. consente tale denuncia nei limiti dell’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia.

Pertanto la difesa del ricorrente era tenuta a indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, mentre il ricorso si limita a denunciare l’erroneità della sentenza per avere escluso il nesso causale tra la patologia degenerativa rachidea e l’attività professionale, lamentando l’inadeguato o erroneo esame della documentazione prodotta dalla ricorrente e rinviando agli atti per supportare la riconducibilità delle altre due patologie lamentate all’ambiente lavorativo e alle condizioni di svolgimento delle mansioni. Secondo la Corte il motivo non è ammissibile in quanto “la censura di omesso esame di un fatto decisivo si risolve, nella sostanza, in una inammissibile richiesta di rivalutazione del merito della causa”.

La prova del nesso causale

Il focus della decisione in commento va sottolineato in relazione al secondo motivo di impugnazione: la giurisprudenza costante di legittimità pone a carico del lavoratore che agisca, nei confronti del datore di lavoro, per il risarcimento integrale del danno patito a seguito di infortunio sul lavoro, l’onere di provare il fatto costituente l’inadempimento ed il nesso di causalità materiale tra l’inadempimento ed il danno, ma non anche la colpa della controparte, nei cui confronti opera la presunzione ex art. 1218 del codice civile che disciplina la responsabilità contrattuale.

La Corte di appello non aveva ritenuto dimostrato, dalle allegazioni della ricorrente, il nesso causale tra le mansioni e la patologia sottolineando che erano trascorsi ben tre anni circa, tra il momento del mutamento delle mansioni con il passaggio ad una movimentazione solo occasionale del pazienti non autosufficienti e la diagnosi della patologia lombare ritenendo non sufficiente la documentazione per ritenere sussistente il nesso causale.

Sempre il giudice di appello aveva valutato come generiche le allegazioni inerenti la presunta insalubrità dell’ambiente lavorativo e circa l’uso dei detergenti per cui non era dimostrato il nesso causale tra le mansioni svolte e la patologia oculare ed infine, aveva reputato carenti anche le indicazioni probatorie della lavoratrice in ordine alla ripetitività delle mansioni tali da ritenersi riconducibile ad esse la sindrome del tunnel carpale come malattia professionale.

Mancava, dunque, la prova, per la tutela del lavoratore sul posto di lavoro prevista dall’art. 2087 c.c. dell’inadempimento del datore di lavoro.

Il ricorso della lavoratrice per malattia professionale è stato, così, rigettato con condanna alle spese del giudizio.

Avv. Luigi De Valeri

(Foro di Roma)

 

Leggi anche:

INFORTUNIO SUL LAVORO E PERSONALIZZAZIONE DEL DANNO

 

 

morte

La Corte di Cassazione con sentenza n. 419/2019 ha dichiarato estinto per prescrizione il reato ascritto a tre medici imputati per aver cagionato la morte di un paziente

Nella stessa occasione, è stato affermato il seguente principio di diritto: è viziata (e pertanto deve essere annullata) la sentenza del giudice di merito che, nel superare le contrapposte opinioni dei consulenti tecnici sulla causa della morte, ha assertivamente affermato che le argomentazioni convincenti erano quelle dei consulenti del pubblico ministero, rigettando la richiesta della difesa di nuova perizia.

Il caso

La Corte di Appello di Salerno con propria sentenza aveva confermato la sentenza di condanna resa dal Tribunale della stessa città, nei confronti di tre medici, in riferimento al delitto di omicidio colposo, in danno di un paziente.

Secondo la tesi accusatoria, i primi due sanitari, rispettivamente operatore ed aiuto e l’altro, anestesista rianimatore, avevano, con la propria condotta cagionato la morte del paziente, sottoposto a intervento chirurgico di innesti ossei con impianti in titanio.

Nella specie, – si legge in sentenza -, gli imputati avevano omesso di procedere alla estubazione protetta del paziente così da ridurre al minimo il rischio di spasmi glottidei da risveglio, a fronte di intervento eseguito in anestesia totale di lunga durata con prolungata apertura della bocca.

Siffatta omissione aveva determinato l’insorgenza di spasmi glottidei, quindi la mancata esecuzione di una corretta tracheotomia chirurgica e così la morte del povero malcapitato, per asfissia.

Il decesso avveniva nel mentre quest’ultimo era trasportato in ambulanza dalla clinica al Pronto Soccorso dell’Ospedale.

La Corte di Appello condivideva le valutazioni espresse dal Tribunale, basate sulla relazione dei due consulenti tecnici del pubblico ministero; aveva perciò rigettato la richiesta di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale funzionale all’espletamento di ulteriore perizia di parte, per accertare le cause della morte.

Il ricorso per Cassazione dell’anestesista

A detta del ricorrente, la sentenza di appello sarebbe stata viziata sotto il profilo della motivazione. La corte territoriale avrebbe infatti, espresso una valutazione insufficiente, limitandosi a richiamare le considerazioni del primo giudice.

Con il secondo motivo, la parte lamentava la mancata rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, funzionale all’espletamento di perizia.

Sul punto, il ricorrente richiama recenti arresti giurisprudenziali, ove è stata rilevata la necessità di rinnovare l’istruttoria, rispetto ad incombenti con carattere di decisività, a maggior ragioni nelle ipotesi, come quella del caso in esame, in cui i consulenti della difesa avessero espresso valutazioni antitetiche a quelle dei consulenti dell’accusa.

Quanto al merito, secondo la difesa, il problema respiratorio del paziente, non fu determinato dallo spasmo della glottide, bensì da una complicanza cardiaca.

Inoltre, l’esponente rileva, altresì, il difetto di motivazione rispetto all’affermazione di responsabilità a carico dell’equipe medica, in riferimento alla nozione di evidenzia dell’errore. Al riguardo la parte osserva che l’anestesista non aveva il dovere di sostituirsi al chirurgo nella effettuazione della manovra di tracheotomia in assenza di motivi per ritenere che costui non fosse in grado di effettuare l’operazione manuale.

Il ricorso del chirurgo e dell’aiuto operatore

Anche il medico chirurgo e l’altro operatore sanitario imputati nello stesso procedimento, con proprio atto difensivo, proponevano ricorso per Cassazione avverso la sentenza impugnata. Gli stessi lamentavano, innanzitutto, l’errata metodologia che aveva seguito la Corte di Appello nell’apprezzamento della prova scientifica.

Consideravano che l’ipotesi della morte per asfissia fosse stata smentita dagli esiti dell’esame autoptico, sviluppando sul punto rilievi di natura tecnica conformi a quelli espressi nel ricorso dell’altro coimputato.

I ricorrenti, in particolare, facevano leva sul dato relativo all’orario del decesso.

A tal proposito, osservavano che la morte del paziente non fosse sopraggiunta nell’arco di 5/6 minuti previsti dalla scienza medica come limite massimo di sopravvivenza in assenza di ossigeno; ciò doveva portare ragionevolmente, ad escludere che il decesso fosse stato causato da asfissia meccanica.

Il giudizio della Cassazione

Sotto il profilo processuale i ricorsi sono fondati.

Quanto ai lamentati vizi della motivazione, i giudici della Suprema Corte, ricorrono sin da subito, ai principi che, secondo il diritto vivente, governano l’apprezzamento giudiziale della prova scientifica da parte del giudice di merito e che presiedono al controllo che, su tale valutazione, può essere svolto in sede di legittimità.

Al riguardo, si è chiarito che alla Corte di Cassazione è rimessa la verifica sulla ragionevolezza delle conclusioni alle quali è giunto il giudice di merito, che ha il governo degli apporti scientifici forniti dagli specialisti.

La Suprema Corte ha così, evidenziato, sul piano metodologico:

– che qualsiasi lettura della rilevanza dei saperi di scienze diverse da quella giuridica, utilizzabili nel processo penale, non può avere l’esito di accreditare l’esistenza, nella regolazione processuale vigente, di un sistema di prova legale, che limiti la libera formazione del convincimento del giudice;

– che il ricorso a competenze specialistiche con l’obiettivo di integrare i saperi del giudice, rispetto a fatti che impongono metodologie di individuazione, qualificazione e ricognizione eccedenti i saperi dell’uomo comune, si sviluppa mediante una procedimentalizzazione di atti (conferimento dell’incarico a periti e consulenti, formulazione dei relativi quesiti, escussione degli esperti in dibattimento) ad impulso del giudicante e a formazione progressiva;

– e che la valutazione di legittimità, sulla soluzione degli interrogativi causali imposti dalla concretezza del caso giudicato, riguarda la correttezza e conformità alle regole della logica dimostrativa dell’opinione espressa dal giudice di merito, quale approdo della sintesi critica del giudizio (Sez. 4, sentenza n. 80 del 17.01.2012, dep. 25.05.2012, n.m.).

Chiarito che il sapere scientifico costituisce un indispensabile strumento, posto al servizio del giudice di merito, deve rilevarsi che, non di rado, la soluzione del caso posto all’attenzione del giudicante, nei processi ove assume rilievo l’impiego della prova scientifica, viene a dipendere dall’affidabilità delle informazioni che, attraverso l’indagine di periti e consulenti, penetrano nel processo.

Si tratta di questione di centrale rilevanza nell’indagine fattuale, il giudice deve dar conto del controllo esercitato sull’affidabilità delle basi scientifiche del proprio ragionamento, soppesando l’imparzialità e l’autorevolezza scientifica dell’esperto che trasferisce nel processo conoscenze tecniche e saperi esperienziali.

E, come sopra chiarito, il controllo che la Corte Suprema è chiamata ad esercitare, attiene alla razionalità delle valutazioni che a tale riguardo il giudice di merito ha espresso nella sentenza impugnata.

Del resto, la Corte regolatrice ha anche recentemente ribadito il principio in base al quale il giudice di legittimità non è giudice del sapere scientifico e non detiene proprie conoscenze privilegiate. La Suprema Corte è cioè chiamata a valutare la correttezza metodologica dell’approccio del giudice di merito al sapere tecnico-scientifico, che riguarda la preliminare, indispensabile verifica critica in ordine all’affidabilità delle informazioni che utilizza ai fini della spiegazione del fatto (cfr. Sez. 4, Sentenza n. 43786 del 17/09/2010, dep. 13/12/2010, Cozzini, Rv. 248944; Sez. 4, sentenza n. 42128 del 30.09.2008, dep. 12.11.2008, n.m.).

La responsabilità sanitaria

Le svolte considerazioni, di ordine generale, sul governo giudiziale della prova scientifica, trovano specifica declinazione nel settore della responsabilità sanitaria e, in particolare, nella valutazione dei profili di rimproverabilità colposa rinvenibili nella condotta svolta dall’esercente la professione sanitaria.

Ed invero, la giurisprudenza più recente ha considerato che in tema di responsabilità degli esercenti la professione sanitaria, la motivazione della sentenza di merito deve indicare:

–       se il caso concreto sia regolato da linee-guida o, in mancanza, da buone pratiche clinico-assistenziali

–       valutare il nesso di causa tenendo conto del comportamento salvifico indicato dai predetti parametri, specificare di quale forma di colpa si tratti (se di colpa generica o specifica, e se di colpa per imperizia, o per negligenza o imprudenza)

–       appurare se ed in quale misura la condotta del sanitario si sia discostata da linee-guida o da buone pratiche clinico-assistenziali (Sez. 4, n. 37794 del 22/06/2018 – dep. 06/08/2018, De Renzo, Rv. 27346301).

Ebbene, applicando i richiamati principi di diritto al caso in esame, i giudici della Cassazione hanno avuto modo di rilevare che le valutazioni effettuate dalla Corte di Appello, sulla questione relativa all’accertamento della causa del decesso del paziente e rispetto al rigetto della richiesta di rinnovo dell’istruttoria dibattimentale, risultavano vulnerate dalle dedotte aporie di ordine logico.

Sono corrette allora le asserzioni esposte dalla difesa in relazione all’errore commesso dalla Corte di merito che, nel superare le contrapposte opinioni dei consulenti tecnici sulla causa della morte, aveva assertivamente affermato che le argomentazioni convincenti erano quelle dei consulenti del pubblico ministero; esprimendo in tal modo, valutazioni apodittiche sulla natura della morte cardiaca e sulla popolazione maggiormente colpita da tale evento.

Per tali ragioni, la scelta di non espletare perizia dibattimentale, a fronte di specifica richiesta difensiva, risulta censurabile in sede di legittimità.

Le aporie motivazionali ora richiamate inficiano, di riflesso, le conclusioni raggiunte dal Collegio, in ordine alla sussistenza di profili di colpa a carico dei componenti della equipe.

La sentenza impugnata, è stata così annullata a fini civili con rinvio al giudice civile competente.

L’applicazione della legge più favorevole al reo

Peraltro, nel caso in esame, trattandosi di fatti accaduti prima della novella del 2012, -i giudici della Suprema Corte osservano che doveva applicarsi la norma più favorevole.

Il legislatore del 2017, con scelta sovrana, ha ritenuto di limitare l’innovazione alle sole situazioni astrattamente riconducibili alla sfera dell’imperizia. Sono così state troncate, per il futuro, le incertezze verificatesi nelle prassi, anche quella di legittimità, in ordine all’applicabilità della legge n. 189/2012 alle linee guida la cui inosservanza conduce ad un giudizio non di insipienza tecnico-scientifica (imperizia) ma di trascuratezza, e quindi di negligenza (in argomento: Sez. 4, n. 23283 del 11/05/2016, Denegri, Rv. 266904). L’art. 590 sexies c.p., si applica solo quando sia stata elevata o possa essere elevata imputazione di colpa per imperizia.

Non di meno, – concludono gli Ermellini – ove a carico dei sanitari, per il fatto lesivo verificatosi nel caso di specie, emergano nel giudizio di rinvio profili di colpa per negligenza, può assumere rilevanza il riferimento alla n. 189/2012, in quanto legge più favorevole, ai sensi dell’art. 2 c.p., comma 4.

Le Sezioni Unite, infatti, (Sez. U. 21.12.2017, dep. 22.02.2018, n. 8770, Mariotti, cit.), hanno chiarito che il D.L. 13 settembre 2012, n. 158, art. 3, oggi abrogato, risulta più favorevole in relazione alle contestazioni per comportamenti del sanitario commessi prima della entrata in vigore della novella del 2017, connotati da negligenza o imprudenza con configurazione di colpa lieve, che, per il citato decreto Balduzzi, erano esenti da responsabilità in caso di rispetto delle linee guida o delle buone pratiche accreditate.

In conclusione, la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio agli effetti penali perché il reato è estinto per prescrizione.

Sabrina Caporale

 

Leggi anche:

DOPPIO CICLO DEL NESSO CAUSALE NEI GIUDIZI DI RESPONSABILITA’ MEDICA

morto dopo la anestesia

Esclusa qualsiasi forma di negligenza del veterinario per il decesso di un quadrupede morto dopo la anestesia praticatagli per sostenere l’intervento di rimozione di un corpo estraneo dalle narici

La Corte di Cassazione si è recentemente pronunciata sulla controversia insorta a seguito del decesso di un cane, morto dopo la anestesia praticatagli dal veterinario. Il quadrupede, un boxer tigrato, doveva essere sottoposto a un intervento per l’estrazione di un corpo estraneo dalle narici. Il proprietario aveva quindi agito in giudizio nei confronti del medico per ottenere il risarcimento dei danni subiti. Una pretesa che gli era stata negata sia dal Giudice di Pace che dal Tribunale.

I Giudici del merito, infatti, basandosi sulle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, avevano “escluso qualunque forma di negligenza” da parte del dottore. Il protocollo adoperato dal professionista, secondo il perito, era “corretto e documentato in ambito scientifico”. A detta dell’esperto la causa del decesso del cane era invece da imputarsi a una preesistente patologia da cui era affetto l’animale, scoperta a seguito dell’autopsia.

La patologia doveva essere giudicata come fattore causale autonomo, non conosciuto e non conoscibile dal veterinario all’atto dell’intervento.

Ad essa era attribuibile una “decisiva valenza nella produzione dell’evento letale”. Ciò escludeva, di conseguenza, “un rilevante apporto eziologico da parte del sanitario, almeno in termini probabilistici”. La complicazione, dunque, era stata prodotta da un evento del tutto imprevisto ed imprevedibile secondo la diligenza qualificata, in base alle conoscenze tecnico-scientifiche del momento.

L’orientamento del Tribunale è stato condiviso anche dalla Suprema Corte che, con l’ordinanza n. 30008/2018, ha ritenuto di respingere il ricorso dell’attore in quanto infondato.

Gli Ermellini hanno chiarito che la condotta colposa del responsabile ed il nesso di causa con il danno costituiscono l’oggetto di due accertamenti concettualmente distinti.

La sussistenza della prima non dimostra, di per sé, anche la sussistenza del secondo, e viceversa. Tale principio vale sia nei giudizi di risarcimento del danno derivante da inadempimento contrattuale, sia in quelli di risarcimento del danno da fatto illecito. In base all’art. 1218 c.c. il creditore della obbligazione che si afferma non adempiuta non ha l’onere di provare la colpa del debitore inadempiente.

Permane, invece, in capo all’attore, l’onere di provare il nesso di causa tra la condotta del debitore ed il danno di cui domanda il risarcimento. Nei giudizi di risarcimento del danno da responsabilità sanitaria ciò si traduce con la dimostrazione, con qualsiasi mezzo di prova, che la condotta del sanitario sia stata, secondo il criterio del “più probabile che non”, la causa del danno.  Se, al termine dell’istruttoria, non risulti provato il nesso tra condotta ed evento, la domanda deve essere rigettata.

I Giudice del Palazzaccio hanno inoltre respinto le doglianze del ricorrente relativa all’omissione, in secondo grado di giudizio, di un fatto decisivo. Nello specifico, il padrone del cane lamentava che, due mesi prima del decesso, l’animale era già stato sottoposto ad un intervento di estrazione di un corpo estraneo. In tale circostanza il quadrupede non aveva riportato alcun danno, pur essendo già affetto “dalla medesima patologia cui sarebbe stato ascritto il suo decesso”. Per la Suprema Corte, la circostanza riferita rappresentava un fatto non idoneo a determinare di per sé, con certezza, un esito diverso della controversia. Le condizioni di salute del cane al momento del secondo intervento erano infatti diverse da quelle in cui versava all’atto della prima operazione.

 

Leggi anche:

CANE INVESTITO, COMMETTE REATO IL VETERINARIO CHE OMETTE LE CURE

0
causa eziologica

La causa eziologica incerta del danno non equivale a mancanza di nesso causale tra il danno e l’inadempimento dei sanitari. Comincia, con questo, la serie di articoli sulla importanza della qualità della ctu per una giusta sentenza

Causa eziologica ignota o incerta? E’ questione di mancanza di nesso causale o di insoddisfatto onere probatorio del danneggiato?
Con questa riflessione mi voglio ricollegare all’articolo della scorsa settimana per dimostrare che a volte un piccolo malinteso “costringe” i magistrati a snocciolare concetti giuridici terribilmente affascinanti ma con nessuna portata innovativa.
Analizziamo la ctu a cui si fa riferimento nella sentenza di Cassazione n. 18392/17:
Il collegio peritale apre le considerazioni medico legali con la seguente “conclusione”:
“Gli accertamenti anatomopatologici eseguiti da questi CTU portano ad affermare che il sig. XY. non è deceduto per tromboembolia periferica polmonare. Il quadro anatomopatologico di maggior rilievo è risultato essere un esteso infarto cerebrale, con elevato grado di certezza insorto con il riferito arresto cardiorespiratorio del paziente. L’infarto cerebrale può conseguire a molteplici cause…
…Per ultimo abbiamo l’ipotesi del danno cerebrale conseguente ad arresto cardiaco prolungato…”.
Tale premessa è tutto un programma in quanto sconfessa il ragionamento della causa eziologica ignota: le cause del decesso sono state “rivelate” dal collegio peritale.
L’attività deduttiva dei consulenti ha rivelato la causa eziologica del decesso e trasformato l’incertezza in certezza scientifica, anche se gli esperti si sono espressi non nella maniera opportuna (ma di questo ci occuperemo nel proseguo dell’articolo).
Ciò che si è stabilito, dunque, è che il fatto emorragico intraoperatorio (in corso di prostatectomia) potenzialmente (quindi in astratto) poteva essere causa del decesso e quindi di inesatto adempimento dei sanitari chirurghi.
Dunque, l’onere probatorio a carico del paziente danneggiato (o meglio dei congiunti danneggiati) è soddisfatto, quindi la fase successiva dell’indagine peritale sale di livello passando alla prova dell’effettivo nesso di causalità tra l’inesatto adempimento dei sanitari e il decesso per arresto cardiorespiratorio.
Tale prova è a carico dei convenuti che, per l’appunto, devono provare il fatto estintivo della loro obbligazione, ossia che il decesso sia imputabile a causa sopravvenuta imprevedibile ed inevitabile e non per l’errore chirurgico dimostrato (evento di danno).
Per fortuna che il collegio peritale, per il ruolo rivestito, si è ben sostituito ai convenuti dimostrando l’estraneità dei sanitari con l’evento morte del paziente.
Vediamo come, ma prima focalizziamoci sul punto che ha messo in crisi i magistrati (che hanno recepito la massima di questa sentenza) :
Il collegio peritale così si esprime nelle conclusioni: “…volendo quindi ricostruire in modo conclusivo la patogenesi del sig. XY risultano due ipotesi possibili: a) arresto/aritmia grave cardiaca prolungata, condizionante l’insorgenza di edema polmonare acuto e danno ischemico cerebrale grave e diffuso coinvolgente anche il tronco cerebrale; b) danni ischemico al tronco cerebrale con conseguente arresto cardiaco e edema polmonare acuto da difetto del controllo dell’attività respiratoria. Come già detto la prima patogenesi appare quella più probabile soprattutto ragionando sulle caratteristiche del danno cerebrale rilevato…. In entrambi le ipotesi patogenetiche non è tuttavia possibile definire con elevato grado di certezza l’eziologia del decesso (causa che ha portato o al primitivo arresto cardiaco o al primitivo danno ischemico del tronco cerebrale).”
E’ quest’ultima riga che ha fuorviato i magistrati e certo non per contraddittorietà in termini della frase “elevato grado di certezza” (versus “elevato grado di probabilità), ma per il concetto deduttivo fatto trasparire nella sentenza stessa. Ossia, che “è onere a carico del danneggiato dimostrare l’intera catena causale eziologica del danno lamentato (nel caso de quo la morte)” in quanto parte costitutiva del danno stesso.
Una precisazione va fatta sulla contraddittorietà di tale ultima riga. I consulenti hanno ben precisato la patogenesi del decesso: esso è stato causato da esteso infarto cerebrale da arresto cardiaco legato a aritmia grave prolungata. Quello che i consulenti non hanno saputo indicare con “certezza” è la causa (primum movens) della aritmia grave prolungata (visto che questa era tra le due l’ipotesi più probabile) che ha condotto all’infarto ischemico cerebrale e quindi al decesso.
Come affermato nell’articolo precedente la confusione risiede non sul contenuto concettuale della sentenza che è sacrosanto, ma sul fatto che si sia sorvolato (dopo tanti approfondimenti giuridici) sul significato del concetto “inadempimento qualificato adeguato in astratto a procurare il danno lamentato”.
Si è sempre affermato che il termine “astratto” contiene in sé tutta l’incertezza (possibilità) della connessione causale tra due eventi, che non può non essere definita se non con il concetto di “possibilità scientifica”. E il collegio peritale lo conferma precisando le due possibili patogenesi dell’ischemia cerebrale e, dunque, del decesso.
Quindi se è vero che l’errore intraoperatorio dei chirurghi nell’effettuazione della prostatectomia è causa della emorragia e che questa può essere in astratto causa dell’arresto cardiaco, l’onere a carico del danneggiato di provare l’inadempimento qualificato è stato soddisfatto, per cui rimaneva a carico dei convenuti dimostrare il fatto estintivo dell’obbligazione opposta dal danneggiante. E questi lo hanno fatto grazie alla scrupolosa indagine scientifica dei consulenti del giudice.
Definito ciò, vediamo cosa ha affermato il collegio peritale sul ruolo dei sanitari nell’evento di decesso del sig. XY
E’ questa l’analisi concreta da effettuarsi per verificare l’assenza di responsabilità dei sanitari nell’evento “decesso” reclamato dai congiunti del sig. XY e non certo quello di verificare il primum movens della causa eziologica del danno. Tale pretesa condurrebbe tutta la natura della responsabilità sanitaria nell’alveo del 2043 c.c.
Il collegio peritale ha concluso che “…l’evento che ha portato al decesso sia stato acuto e imprevedibile, sulla base del profilo clinico del paziente, per i curanti”.
Insomma la causa che ha portato al decesso il paziente, sulla scorta dei dati clinici rilevabili in cartella, non era dai sanitari prevedibile e quindi evitabile con una condotta perita, diligente e prudente (ossia anche senza il verificarsi della emorragia intraoperatoria).
Ergo, nulla è cambiato sul riparto degli oneri probatori tra attore e convenuto, ma si è solo dimostrato come non può esserci colpa sanitaria quando non esiste concretamente (e non in astratto) il nesso causale tra danno lamentato e atto medico.
Purtroppo la portata concettuale sulla causa eziologica ignota e/o incerta ben espressa nella sentenza del Consigliere Scoditti ha procurato non poca confusione nelle valutazioni giuridiche successive. E questo lo verificheremo nelle prossime settimane quando passeremo a setaccio alcune sentenze e ctu successive al luglio 2017.
Dr. Carmelo Galipò
Leggi anche:
 

Medico rifiuta di visitare paziente: le precisazioni della Cassazione

Se il medico rifiuta di visitare un paziente – poi morto per aneurisma – cosa rischia? Una recente ordinanza della Cassazione fa il punto in merito

Una interessante ordinanza della Corte di Cassazione, la n. 21008/2018, ha fatto il punto su una vicenda di presunt colpa medica: se un medico rifiuta di visitare un paziente che poi muore per aneurisma cosa rischia? E soprattutto, può esserci nesso causale?

La vicenda

Nel caso di specie, un medico aveva rifiutato ripetutamente di visitare il paziente convinto che avesse il mal di testa. La Cassazione lo ha comunque assolto perché la tempestiva visita domiciliare non avrebbe assicurato la sopravvivenza del paziente. Per il CTU, infatti, se un medico rifiuta di visitare un paziente – che poi muore per aneurisma – le probabilità di diagnosticare lo stesso sarebbero state non più del 60%. Non solo.

Anche se diagnosticato, il trattamento chirurgico per rimuoverlo sarebbe stato difficoltoso, se non impossibile. Il decesso, di conseguenza, non è imputabile al comportamento del medico.

Pertanto, non vi è – per la Cassazione – nesso causale.

A confermarlo, dopo la pronuncia della Corte d’Appello, è la Cassazione con l’Ordinanza in commento.

Nel caso in esame un paziente trentenne accusava forte mal di testa, dolori al collo e fotofobia, nonostante le ripetute richieste della madre del ragazzo. Per il medico il quadro sintomatologico era quello di un comune mal di testa.

Per tale ragione aveva prescritto aspirina prima e novalgina poi.

A distanza di qualche giorno, però, l’uomo era deceduto per la rottura di un piccolo aneurisma subaracnoideo, come accertato in seguito dall’esame autoptico.

Portato davanti ai giudici, il medico era stato condannato dal Tribunale penale per rifiuto di atti d’ufficio (art. 328 c.p.).

Ciò in quanto era stato accertato il reiterato rifiuto di visita domiciliare.

Il medico però era stato assolto con formula piena dal reato di omicidio colposo, di cui all’art. 589 c.p..

Anche la Corte penale di Appello, cui si erano rivolti il Pubblico ministero, l’imputato e la parte civile, ha dichiarato di non doversi procedere nei confronti del medico per estinzione del reato di rifiuto di atti d’ufficio per intervenuta prescrizione e confermava le restanti conclusioni.

Per quel che concerne il ricorso della parte civile, ai soli effetti dell’art. 576 c.p. e con riferimento alla conferma della sentenza di assoluzione in primo grado dal reato di omicidio colposo, la Corte di Cassazione penale, con sentenza n. 25992/13, ha dichiarato la nullità della sentenza impugnata per la nullità della perizia su cui essa si era fondata, e rinviato, ex art. 622 c.p.p., al giudice civile competente in grado di appello la valutazione dell’eventuale ricorrenza di responsabilità dell’imputato nei confronti della parte civile.

La Corte di Appello ha però rigettato il ricorso che veniva così proposto in Cassazione.

Infine, nella sua sentenza la Cassazione ha richiamato anzitutto la relazione della CTU.

In essa sono stati evidenziati alcuni punti cardine.

In primis, che il decesso era stato causato da una ripresa del sanguinamento il giorno del decesso. Poi che l’aneurisma era di piccole dimensioni e non trattabile.

Infine, che anche se il medico avesse tempestivamente eseguito la visita domiciliare, non avrebbe indirizzato immediatamente a cure specialistiche il paziente.

Questo a fronte di un quadro sintomatologico non immediatamente suggestivo per ESA e facilmente interpretabile per manifestazione di altra tipologia.

Ancora, quand’anche ciò fosse avvenuto, l’esame TC avrebbe forse consentito di apprezzare anche il minimo sanguinamento in atto e avviato il paziente a un esame di angio TC che solo nel 60% dei casi avrebbe individuato la causa del sanguinamento.

Secondo il CTU, poi, pur individuato l’aneurisma sanguinante, non sarebbe stato possibile intervenire sull’origine del sanguinamento.

In conclusione, la visita domiciliare tempestiva del medico avrebbe aumentato le probabilità di diagnosticare l’aneurisma (60% di possibilità). Ma una volta individuato, il trattamento chirurgico per rimuoverlo sarebbe stato difficoltoso, se non impossibile.

Secondo la Cassazione “il ragionamento della Corte di merito non merita censure: ha applicato la regola probatoria che governa la ricostruzione del nesso causale nel processo civile, la quale – secondo la giurisprudenza consolidata di legittimità – è quella della preponderanza dell’evidenza o del più probabile che non”.

Non solo. L’ordinanza spiega un altro aspetto importante in materia di responsabilità sanitaria.

“Atteso che la consulenza tecnica è di norma consulenza percipiente a causa delle conoscenze tecniche specialistiche necessarie, non solo per la comprensione dei fatti, ma per la rilevabilità stessa dei fatti, i quali, anche solo per essere individuati, necessitano di specifiche cognizioni e/o strumentazioni tecniche e che, proprio gli accertamenti in sede di consulenza, offrono al giudice il quadro dei fattori causali entro il quale far operare la regola probatoria della certezza probabilistica per la ricostruzione del nesso causale, ne consegue che, dato che la consulenza ha concluso per la esclusione del nesso causale ragionando in termini ‘del più probabile (che non)’, il giudice ha applicato correttamente il criterio della regolarità causale e della certezza probabilistica là dove ha affermato che la condotta del medico di base non è stata la causa del decesso del paziente”.

In sostanza, secondo la Cassazione “non è possibile reputare che l’inadempimento del medico di base, consistito nelle omesse visite domiciliari, abbia causato la morte del paziente”.

Infatti, risulta “‘più probabile che non’ che la rottura dell’aneurisma ne avrebbe comunque determinato il decesso. In definitiva, non era possibile affermare, in termini di probabilità logica, che in caso di visita tempestiva il paziente avrebbe avuto ragionevoli probabilità di guarigione”.

Quindi per la Cassazione il ricorso va dichiarato inammissibile.

 

Hai avuto un problema simile? Scrivi per una consulenza gratuita a redazione@responsabilecivile.it o scrivi un sms, anche vocale, al numero WhatsApp 3927945623

 

Leggi anche:

LEGGE BALDUZZI O GELLI-BIANCO PER LA COLPA MEDICA GRAVE?

incidente in bici

Negato il risarcimento agli eredi di un uomo deceduto in seguito a un incidente in bici dovuto alla presenza di una buca sul manto stradale

Avevano agito in giudizio nei confronti del Comune di Gorizia e di una società di bitumi, in seguito al decesso di un parente. L’uomo era morto per le conseguenze di un incidente in bici mentre percorreva una strada comunale.

Secondo quanto ricostruito “era caduto dal mezzo a causa delle anomalie dell’asfalto della carreggiata che, in un punto, presentava una buca profonda dieci centimetri”. Secondo gli attori, quella buca era stata creata proprio dalla società convenuta in giudizio, che si era occupata dell’asfaltatura della strada.

Sia il Tribunale che la Corte d’appello avevano rigettato l’istanza ritenendo non provato il nesso di causalità fra la manutenzione della strada e l’evento dannoso. Inoltre, secondo i Giudici del merito, gli eredi del defunto non avevano nemmeno dimostrato l’entità del danno.

La vicenda era quindi approdata al terzo grado di giudizio.

Rivolgendosi alla Cassazione i ricorrenti lamentavano la non corretta applicazione, in sede di appello, dell’art. 2051 c.c. relativo alla responsabilità da cosa in custodia. Il Giudice di secondo grado avrebbe infatti preteso “da parte del danneggiato, la prova del contatto fra la ruota della bicicletta e quella sola parte della strada caratterizzata dalla buca pericolosa”.

Secondo gli eredi, la Corte d’appello avrebbe dovuto tenere in considerazione la presenza di “un avvallamento a forma triangolare, ubicato all’interno della corsia percorsa dalla vittima”. La buca. In particolare, era profonda dieci centimetri, non era prevedibile, né era presegnalata e nemmeno preavvisabile.

La Suprema Corte, tuttavia, con la sentenza n. 18865/2015 non ha ritenuto di aderire alle argomentazioni dei ricorrenti, respingendo l’impugnazione, in quanto infondata.

Gli Ermellini hanno chiarito, al proposito, che in tema di responsabilità da cosa in custodia, il danneggiato è tenuto a fornire la prova del nesso causale fra la cosa stessa e il danno subito. Solo dopo che venga fornita tale prova spetta eventualmente al convenuto dimostrare il caso fortuito. Quest’ultimo è da intendersi come “fattore estraneo che, per il carattere dell’imprevedibilità e dell’eccezionalità, sia idoneo ad interrompere il nesso causale”.

La responsabilità da cosa in custodia, quindi, ha “carattere oggettivo”.

Nel caso esaminato secondo i Giudici del Palazzaccio, la Corte d’appello aveva ritenuto correttamente che il danneggiato non avesse adeguatamente dimostrato il nesso tra l’evento dannoso e la “non idonea manutenzione della strada”.

Dagli accertamenti effettuati, infatti, non era possibile presumere che il ciclista fosse passato proprio su quella porzione di manto stradale danneggiata. Questa, peraltro, era di “ampiezza ridottissima rispetto al resto dell’emicarreggiata”.

 

Leggi anche:

MANTO STRADALE DANNEGGIATO SUPERFICIALMENTE: SPETTA IL RISARCIMENTO?

bimbo morto dopo aver sbattuto la testa

Per i super periti nominati dal gup non è possibile stabilire l’esistenza di un nesso causale tra l’operato del medico e il decesso di un bimbo morto dopo aver sbattuto la testa in casa

Il Giudice per l’udienza preliminare di Marsala ha prosciolto dall’accusa di omicidio colposo un pediatra di 58 anni. Il professionista era finito sotto indagine per il decesso di un bimbo morto dopo aver sbattuto la testa, all’età di appena tre anni.

Il fatto risale all’aprile 2016. Il piccolo ha perso la vita dopo quattro giorni di agonia presso l’Ospedale Villa Sofia di Palermo. Era caduto in casa giocando a pallone. Alla base della tragedia un trauma cranico con conseguente emorragia cerebrale..

L’accusa aveva chiesto il rinvio a giudizio del medico. Secondo il Pm e i consulenti della Procura, il pediatra avrebbe agito con imprudenza, sottovalutando le conseguenze della caduta. Il medico, infatti, dopo aver visitato il bambino, consigliò un’osservazione domiciliare, anziché il ricovero in Ospedale.

A contrastare tale tesi è sopraggiunta la testimonianza di due periti, nominati dal gup.

Si tratta rispettivamente del Direttore dell’Istituto di Medicina legale di Genova e del responsabile di Neurochirurgia dell’Ospedale pediatrico ‘Gaslini’ del capoluogo ligure. Una super consulenza fortemente invocata dai legali della difesa, secondo i quali, invece, il camice bianco, nel visitare il piccolo, avrebbe agito correttamente e nel rispetto delle linee guida.

Per i consulenti tecnici dell’imputato, infatti, in base all’esperienza clinica e alla letteratura scientifica, il paziente presentava un trauma cranico minore. Quadro peraltro confermato anche dai periti del Pm. Il bambino non presentava dinamica di allarme, non era stato accompagnato da perdita di coscienza, da segni di deficit neurologico, né da sintomi clinici suggestivi per frattura cranica.

I due super periti hanno sostanzialmente confermato che il medico avrebbe potuto agire con maggiore prudenza, consigliando ai familiari del piccolo di recarsi in Ospedale. Tuttavia, dall’esame delle cartelle cliniche, non sono emersi gli elementi per stabilire l’esistenza di un nesso causale tra la condotta del camice bianco e il decesso del bambino.

In altri termini, il ritardo provocato dal pediatra fu di un’ora e mezza al massimo; per i consulenti non è detto che, anche in caso di immediato trasferimento in ospedale, il paziente si sarebbe potuto salvare. La deposizione dei due esperti, avvenuta lo scorso ottobre, è stata decisiva per l’epilogo della vicenda.

 

 

Sei un medico e sei stato accusato ingiustamente? Scrivi per una consulenza gratuita a redazione@responsabilecivile.it o scrivi un sms, anche vocale, al numero WhatsApp 3927945623

 

Leggi anche:

TRASFUSIONE SBAGLIATA, ACCORDO TRA LE PARTI CHIUDE IL PROCESSO

obbligo informativo

Omesso obbligo informativo e nesso causale col conseguente danno, la Corte di Cassazione ne chiarisce la relazione con la sentenza n. 19213/2015.

Il consenso informato attiene al diritto fondamentale della persona all’espressione della consapevole adesione al trattamento sanitario proposto dal medico, atteso che nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge (anche quest’ultima non potendo peraltro in ogni caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Il trattamento medico terapeutico ha viceversa riguardo alla tutela del (diverso) diritto fondamentale alla salute”.

Obbligo informativo e conseguente danno

In una sentenza la Cassazione (Cassazione civile, sez. III, 29/09/2015 – ud. 05/05/2015 – n. 19213) nel trattare un caso di risarcimento danni per operazione sanitaria “mal riuscita”, affronta e chiarisce così la questione del nesso causale tra omissione dell’obbligo informativo e conseguente danno.

A essere chiamata in causa un’intera Azienda ospedaliera. La domanda, quella di risarcimento danni cagionati a un paziente che, dopo essersi sottoposto a intervento microchirurgico di asportazione di ernia discale degenerata, (all’esito del quale si rendeva necessario altro intervento, eseguito sempre presso il medesimo Ospedale) riportava quindi una lesione dell’integrità psico-fisica pari al 68%.

Il paziente, nella specie, lamentava che l’Azienda sanitaria avrebbe omesso di informarlo circa il tipo di operazione da effettuare e i suoi possibili esiti.

Il primo e il secondo grado di giudizio, tuttavia, si concludevano con esito negativo.

I giudici, infatti, pur riconoscendo l’omissione informativa lamentata, e pur riconoscendo che il decadimento delle condizioni fisiche del paziente era da attribuirsi ai due interventi chirurgici eseguiti, sostenevano che l’attore non avrebbe provato, come da suo onere, la circostanza che, ove correttamente informato degli esiti peggiorativi degli interventi cui sarebbe stato sottoposto, avrebbe manifestato interesse negativo alla loro esecuzione.

Il diritto al risarcimento sarebbe, dunque, stato negato sulla base della mancanza di nesso causale, in quanto il danno, secondo i giudicanti, si sarebbe verificato comunque, anche in caso di corretta e completa informazione…

Continua a leggere l’approfondimento su tale argomento dell’Avv. Sabrina Caporale

 

Hai avuto un problema simile? Scrivi per una consulenza gratuita a redazione@responsabilecivile.it o scrivi un sms al numero WhatsApp 3927945623

 

Leggi anche

CONSENSO INFORMATO, IL PARERE DEL TRIBUNALE DI NAPOLI

VIOLAZIONE CONSENSO INFORMATO, LA PROVA LIBERATORIA SPETTA AL MEDICO

 

LE ULTIME NEWS

sblocco del tetto di spesa

0
Concordato tra i Ministeri di Salute, Economia, Pa e le Regioni un emendamento per lo sblocco del tetto di spesa per il personale sanitario....