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La Corte di Cassazione ha escluso la correlazione causale tra la neoplasia diagnosticata alla vittima e l’esposizione ai campi elettromagnetici o ad oli contenenti PCB: niente risarcimento per gli eredi dell’operaio

Nel 2014 la Corte di Appello di Reggio Calabria aveva respinto le domande degli eredi di un dipendente Enel, impiegato dal 1970 al 1999 come operaio manutentore, volte ad ottenere da quest’ultima il risarcimento dei danni subiti dal loro congiunto in relazione alle patologie contratte a causa del lavoro svolto, che lo avevano condotto alla morte.

Sulla base dell’istruttoria espletata e della CTU, la Corte territoriale aveva escluso che le mansioni svolte dal de cuius avessero comportato una esposizione a campi elettromagnetici o ad oli contenenti PCB di intensità e frequenze tali da poter svolgere un ruolo causale o concausale nell’insorgenza della patologia epatica e della aplasia midollare e, successivamente, della neoplasia della lingua che lo condusse alla morte.

La Corte di Cassazione (sentenza n. 18701/2019) ha confermato la decisione impugnata ritenendo il ricorso formulato dagli eredi della vittima in parte infondato e in parte inammissibile.

Invero, questi ultimi avevano lamentato la lacunosità della CTU per aver omesso di valutare il PBC quale fattore scatenante le neoplasie, in tal modo disattendendo i canoni fondamentali della scienza medico legale, “cristallizzati nei numerosi studi pubblicati, che ha classificato i PBC quali ‘agenti cancerogeni’ per l’uomo”.

Al riguardo gli Ermellini hanno chiarito che nelle ipotesi in cui il giudice respinga o accolga la domanda avvalendosi del parere di un consulente tecnico d’ufficio, tanto più quando è richiesto un accertamento di situazioni rilevabili solo con l’ausilio di specifiche cognizioni o strumentazioni tecniche, egli non è tenuto a giustificare diffusamente le ragioni della propria adesione alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, ove manchino contrarie argomentazioni delle parti o esse non siano specifiche potendo, in tal caso, limitarsi a riconoscere quelle conclusioni come giustificate dalle indagini svolte dall’esperto e dalle spiegazioni contenute nella relativa relazione.

In ogni caso, è consolidato il principio di diritto secondo cui il vizio, denunciabile in sede di legittimità, della sentenza che abbia prestato adesione alle conclusioni della perizia medico legale è ravvisabile solamente nel caso di palese devianza dalle nozioni correnti della scienza medica, la cui fonte va indicata nella omissione degli accertamenti strumentali dai quali secondo le predette nozioni non può prescindersi per la formulazione di una corretta diagnosi, mentre al di fuori di tale ambito la censura costituisce mero dissenso diagnostico che si traduce in una inammissibile critica del convincimento del giudice (cfr. ex multis Cass. n. 1652 del 2012; n. 569 del 2011; n. 9988 del 2009).

Ebbene, nel ricorso le parti non avevano riportato né i contenuti della CTU né quelli delle fonti che – a loro detta – avrebbero palesato la devianza dalle correnti nozioni della scienza medica.

La prova della malattia professionale

Quanto invece alla “natura tabellata della malattia riscontrata”, la Corte di Cassazione ha già chiarito che “in caso di malattia, come quella tumorale, ad eziologia multifattoriale, la prova del nesso causale non può consistere in semplici presunzioni desunte da ipotesi tecniche teoricamente possibili, ma deve consistere nella concreta e specifica dimostrazione, quanto meno in via di probabilità, della idoneità della esposizione al rischio a causare l’evento morboso, per cui è pur sempre necessario che si tratti di “probabilità qualificata”, da verificarsi attraverso ulteriori elementi idonei a tradurre la conclusione probabilistica in certezza giudiziale”.

Nel caso in esame non era stato affatto negata la possibile correlazione tra contatto con i PCB e talune patologie neoplastiche. La causalità, tuttavia, era stata esclusa per le concrete modalità esecutive della prestazione di lavoro: un giudizio che, peraltro – hanno osservato gli Emrellini –, “ appartiene pienamente alla quaestio facti come tale insindacabile in questa sede”.

Il ricorso è stato allora respinto con la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese di lite.

La redazione giuridica

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tumori professionali non tabellati

Nel caso dei tumori professionali non tabellati è l’assicurato a dover provare di avere contratto la neoplasia a causa della attività lavorativa

Come promesso, ho avuto premura, in questo Capitolo, di essere più conciso, sempre nei limiti del consentito, in quanto omissioni gravi possono compromettere la piena comprensione dell’argomento. Si è qui svolto il tema dello studio del nesso causale dei tumori professionali, che,  necessariamente si  deve ripartire in due sezioni: la parte dedicata ai tumori professionali tabellati e da agenti tabellati e quella dedicata ai tumori professionali non tabellati.  

Infatti, nel primo caso la patologia gode della presunzione legale di origine professionale e l’Istituto vi può opporre prova contraria ma con criterio  di certezza e non di tipo probabilistico. Viceversa nel secondo caso è l’assicurato che deve provare, secondo una prova semplice e non ardua,  di avere contratto a causa della attività lavorativa una neoplasia professionale;  e a lui è concesso di poterlo dimostrare anche secondo criterio di probabilità (probabilità qualificata e non semplice possibilità).    

Ho ritenuto, secondo anche gli orientamenti della IARC negli anni più recenti, di non restringere il campo dell’attenzione del medico legale ai soli studi epidemiologici sull’umano (che mettono in evidenza la cancerogenicità di un agente solo quando questo ha causato vittime) ma di estenderlo anche agli studi sperimentali sugli animali, agli studi di mutagenicità in vivo ed in vitro sugli animali, di mutagenicità nelle cellule umane in vitro, agli studi sugli addotti agente cancerogeno con DNA e proteine, agli studi di struttura chimica/attività cancerogena, quindi agli studi che dimostrano che un agente può avere proprietà non solo genotossiche ma anche epigenetiche per esplicare un effetto cancerogeno, tra cui senz’altro, svolgere azione immunodepressiva. 

Ovviamente non posso  dare una risposta di certezza a problemi estremamente complessi. Ho cercato, sulla base di quanto riportato in precedenza dai vari autori sul tema, e dopo lettura  e rilettura di quanto espresso sapientemente da Renzo Tomatis, da Cesare Maltoni e da Luigi Viola – il cui pensiero del resto anticipava di molti anni lo spirito del Regolamento Reach, di cui si è scritto nell’Ottavo Capitolo – di proporre una metodologia dello studio del nesso causale che cessi di continuare  a fare  affossare sia tante ipotesi di denunce di tumori  professionali non inoltrate (i tumori professionali perduti)  sia di decapitare denunce di tumori professionali che hanno un fondamento sulla base di una medicina legale che oscilla tra la medicina legale difensiva ed un comportamento di scetticismo che di solito provengono da una non conoscenza del problema.     

Nell’Appendice si è ritenuto di concludere, proprio in questo Capitolo, il tema della Epidemiologia delle malattie professionali, e nella fattispecie dei tumori professionali, fornendo ulteriori armi per interpretare uno studio epidemiologico.  

Se il tempo me lo consentirà e me lo consentiranno la vostra pazienza e quella dei Responsabili di questo quotidiano on line, potrò arricchire  successivamente questa sezione di Epidemiologia riportando studi effettuati su agenti cancerogeni che hanno comprovato le ipotesi di cancerogenicità magari già avanzate da studi sperimentali sugli animali.  

Avevo citato nel Nono Capitolo la perizia chimica e quella epidemiologica effettuate in occasione del procedimento penale del Tribunale di Taranto  e riguardanti gli stabilimenti dell’Ilva (già Italsider) e di cui ho riportato le conclusioni. Oggi  queste  perizie sono disponibili integralmente sul web.  Invito caldamente tutti a leggerle in quanto rappresentano il dramma di tante industrie: che danneggiano la salute dei lavoratori e dei cittadini comuni che risiedono in abitazioni limitrofe. 

Lo scetticismo nei negazionisti  (che a volte si vantano anche di essere tali quasi il negazionismo delle malattie professionali e dei tumori professionali fosse una corrente filosofica) rappresenta un grave atto di  non conoscenza del problema che, in tutte le realtà lavorative ed in genere ambientali, non fa che far continuare a compiersi una serie di veri e propri delitti contro la salute, la vita di noi tutti. La cosa non mi riguarda perché  non accade nel mio giardino…

Dr. Carmelo Marmo

Specialista in Medicina Legale

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diagnosi di ernia iatale

Disposto un risarcimento di 300mila euro in favore della famiglia di un 39enne morto nel 2014 poco dopo le dimissioni dall’ospedale di Cortona con una diagnosi di ernia iatale

Il Tribunale civile di Arezzo ha condannato la Usl Toscana Sud Est a versare un risarcimento di 300mila euro alla famiglia di un 39enne deceduto nell’ottobre del 2014. Il giovane era morto subito dopo essere stato dimesso con una diagnosi di ernia iatale dal Pronto soccorso del nosocomio di Cortona.

La vittima, come ricostruisce La Nazione, si era presentata in ospedale accusando un malore. Era stato visitato e dimesso con codice verde dopo circa tre ore e mezzo. Mentre tornava a casa alla guida della sua vettura, tuttavia, era stato stroncato da un attacco cardiaco.

Secondo i giudici a causare la morte sarebbe stata proprio una dimissione precoce del paziente.

Il personale sanitario, in base all’ipotesi accusatoria, non avrebbe rispettato le linee guida che avrebbero imposto, in un caso del genere, un monitoraggio più prolungato. Se l’uomo fosse stato trattenuto la fibrillazione finale sarebbe stata affrontata e risolta.

La vicenda aveva visto l’archiviazione del fascicolo per omicidio colposo aperto a carico  di quattro sanitari, tra medici e infermieri, che ebbero in cura la vittima. Sul fronte penale era stata accolta la tesi sostenuta dal Pm relativa all’insussistenza di un nesso di causa tra le dimissioni e il decesso. A detta del magistrato inquirente il paziente avrebbe sofferto di un’anomalia cardiaca.

Sia la perizia medico legale di parte che quelle richieste dal Giudice in sede civile, invece, non fanno riferimento all’esistenza di cause congenite. I consulenti del Tribunale, in particolare, avrebbero evidenziato chiaramente il rapporto di causalità tra le omissioni dei sanitari e il decesso del 39enne. Da qui il verdetto che impone all’Azienda sanitaria di risarcire i familiari della vittima.

 

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Si è svolta a Roma la prima replica del convegno organizzato dal Movimento Forense dal titolo ‘Nuova responsabilità medica: problemi processuali e crucialità dell’accertamento tecnico medico legale’

Dopo il successo dell’appuntamento dello scorso 3 aprile, Movimento Forense ha deciso di replicare il convegno sulla nuova responsabilità medica, con due nuove date. Il primo bis si è svolto a Roma l’8 maggio. Il dottor Carmelo Galipò, Presidente dell’Accademia della Medicina Legale ha esposto una relazione incentrata su nesso di causalità e onere della prova, in particolare alla luce dell’orientamento giurisprudenziale scaturito dalla sentenza della sentenza n. 18392/2017 del consigliere Scoditti.

In base a tale pronuncia, “il danno è l’elemento costitutivo della fattispecie dedotta in giudizio ed essendo l’eziologia immanente alla nozione di danno, anche l’eziologia è parte del fatto costitutivo dedotto che l’attore deve provare”. E ancora: “la causa incognita resta a carico dell’attore relativamente all’evento dannoso, resta a carico del convenuto relativamente alla possibilità di adempiere. Se, al termine dell’istruttoria, resti incerta la causa del danno o dell’impossibilità di adempiere, le conseguenze sfavorevoli in termini di onere della prova gravano rispettivamente sull’attore o sul convenuto”.

Tale pronuncia ha messo in discussione il principio affermato da un ventennio secondo cui “ai fini del riparto dell’onere probatorio l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia e allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo, invece, a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato, ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante” (per un approfondimento del tema si rimanda all’articolo del Dr. Galipò “Oneri probatori delle parti in responsabilità medica: uguali o diversi?“)

Galipò ha illustrato le buone prassi nelle Consulenze Tecniche d’Ufficio presentando delle ‘linee guide per la realizzazione di una perizia di qualità, che non permetta errate interpretazioni. Inoltre ha presentato alcuni casi pratici alla platea composta da giuristi e medici forensi.

L’incontro ha poi ospitato la relazione dell’Avv. Danilo Paolillo del Foro di Roma, che si è soffermato sui problemi processuali e tecnici non ancora risolti nell’ambito della responsabilità medica, illustrando le prime tendenze giurisprudenziali. L’Avv. Maria Rosaria Bruno, del foro di Roma, ha infine affrontato l’aspetto della responsabilità penale da errore medico, esponendo le ultime sentenze in materia.

Il prossimo appuntamento è fissato per il 13 maggio a Velletri, presso il l’aula polifunzionale del Palazzo di Giustizia.

 

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Con la sentenza in commento n. 6593/2019, la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione, è intervenuta nuovamente sul tema della prova del nesso causale nell’ambito della responsabilità medica

Anche in ambito di responsabilità medica, la previsione dell’art. 1218 c.c. solleva il creditore dell’obbligazione che si afferma non adempiuta (o non esattamente adempiuta) dall’onere di provare la colpa del debitore, ma non dall’onere di provare il nesso di causa tra la condotta del debitore e il danno di cui domanda il risarcimento”.

La vicenda

È quanto affermato recentemente dalla Suprema Corte in tema di responsabilità medica.
Gli eredi di un paziente deceduto in seguito a un intervento chirurgico, avevano proposto ricorso avverso la sentenza della Corte di Appello di Milano che aveva confermato la decisione di primo grado, con cui il Tribunale aveva addossato la prova del nesso causale al creditore.
In particolare, a parere dei ricorrenti, l’organo giudicante di secondo grado aveva erroneamente ritenuto “con apparente o, comunque, insufficiente ed illogica motivazione”, che il Tribunale di prime cure avesse “correttamente invocato ed applicato i principi giuridici in materia di responsabilità contrattuale medica”.
Inoltre, gli appellanti assumevano che la sentenza di primo grado aveva “ingiustamente addossato al paziente-creditore, anzichè al danneggiante, la prova del nesso causale” e che la Corte, confermando la pronuncia, non aveva “spiegato perchè sarebbe conforme al diritto in materia l’avere il Tribunale erroneamente onerato il danneggiato della prova certa dell’inadempimento qualificato“.

Il giudizio di legittimità

La Cassazione con la sentenza in commento ha invece confermato la decisione della Corte di Appello, ribadendo i principi generali e ormai consolidati in tema di onere probatorio.
A tal proposito, è opportuno ricordare che a seguito della legge Gelli – Bianco, è in parte stata modificata la disciplina della natura della responsabilità in ambito sanitario, con rilevanti conseguenze in tema di riparto dell’onere probatorio.
Il legislatore ha infatti chiarito, la natura della responsabilità del sanitario dipendente e della struttura, fugando i dubbi che si erano manifestati nell’ambiguità delle disposizioni della previgente disciplina (il Decreto Balduzzi).
La natura della responsabilità del medico è ormai di natura extracontrattuale, mentre quella della struttura sanitaria, che ha origine nel contratto di spedalità, continua a essere di natura contrattuale.
Ciò comporta importanti conseguenze in tema di onere probatorio. Il paziente, infatti, se vuole citare la struttura sanitaria al fine di ottenere il risarcimento del danno, dovrà dimostrare la fonte del suo diritto e allegare l’inadempimento del suo debitore.
Il termine di prescrizione in tal caso sarà di dieci anni, a differenza del termine prescrizionale per agire contro il sanitario, che sarà quello della responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c. c., ovvero cinque anni.
I giudici di legittimità, anche con precedenti pronunce, avevano però già specificato che in tale ultimo caso il paziente creditore è dispensato dall’onere di provare la colpa del debitore, ma non dall’onere probatorio di provare il nesso causale che intercorre tra condotta e danno patito (Cass. civ. 18392/2017).
Con la pronuncia in commento pertanto la Cassazione conferma quanto già affermato in precedenza, stabilendo che spetta al paziente provare il nesso eziologico tra la condotta e la lesione, mentre spetta alla struttura dimostrare di aver adempiuto correttamente.
Tale impostazione da ultimo conferma i principi civilistici generali in tema di riparto dell’onere probatorio.
Di certo però la nuova disciplina ha destato perplessità in merito alla diversificazione della natura delle responsabilità della struttura sanitaria e del medico, segnando il tramonto secondo alcuni del “contatto sociale”, per lungo tempo elaborato dalla giurisprudenza.

Il nesso causale

Per quanto detto fino ad ora, merita un approfondimento il concetto di nesso causale in tema di responsabilità civile.
Il nesso causale che deve provare il paziente si configura come il collegamento che deve intercorrere tra la condotta imprudente, imperita o negligente del medico e la patologia o il suo aggravamento che da questa è conseguita.
Occorre cioè dimostrare che la lesione che il paziente patisce sia la conseguenza della cattiva condotta del sanitario.
Per compiere tale accertamento, è necessario eliminare alcuni comportamenti per verificare se, in assenza di questi, la lesione si sarebbe comunque verificata. Viene dunque applicata la cosiddetta teoria condizionalistica, ben nota in ambito penale.
Ciò che distingue l’accertamento del nesso causale in ambito civile è però l’applicazione della regola del “più probabile che non”. Mentre il penale occorre un accertamento che vada oltre “ogni ragionevole dubbio”, in ambito civile un evento potrà dirsi causato da una determinata condotta se è più probabile che, senza di essa, questo non si sarebbe verificato (Cass. S.U.  n. 581/2008).
Ciò che appare problematico nell’accertamento del nesso causale è che, come ricostruito dalla Corte di Cassazione, esso si configura come una relazione tra due fatti da accertare a posteriori.
Non si tratta di per sé di un fatto, ma di un giudizio. Un ragionamento che si ricostruisce sulla base di dati fattuali.
Di tali dati il paziente creditore potrà dare prova con ogni mezzo: documenti, testimoni, giuramento o presunzioni semplici (Cass. civ. ord. n. 4024/2018).

Il principio di diritto

Il quadro viene così sinteticamente ricostruito dai giudici di legittimità: “Questa Corte, ormai da dieci anni, viene costantemente ripetendo in tema di nesso causale i seguenti principi:
(a) il nesso di causa tra una condotta illecita e un danno può essere affermato non solo quando il secondo sia stato una conseguenza certa della prima, ma anche quando ne sia stato una conseguenza ragionevolmente probabile;
(b) la ragionevole probabilità che quella causa abbia provocato quel danno va intesa non in senso statistico, ma logico: cioè non in base a regole astratte, ma in base alle circostanze del caso concreto;
(c) ciò vuol dire che anche in una causa statisticamente improbabile può ravvisarsi la genesi del danno, se tutte le altre possibili cause fossero ancor più improbabili, e non siano concepibili altre possibili cause.” (Cass. civ. ord. n. 4024/2018).
Alla luce delle considerazioni esposte, il paziente, se vorrà agire anche nei confronti del sanitario dipendente di una struttura, dovrà dunque dimostrare il danno ricevuto dalla condotta del medico, ma anche il nesso eziologico tra la suddetta condotta e il danno.
L’onere probatorio di cui è gravato, così come ricostruito, non è certo semplice da assolvere.

Avv. Laura Bellanca

 
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La Cassazione è tornata sul tema del nesso di causa nell’ambito della responsabilità professionale medica con la sentenza nr. 8461 del 27.03.19

Il caso

Si trattava di un caso in cui i ricorrenti avevano impugnato una pronuncia della Corte d’Appello di Genova che aveva solo parzialmente accolto la domanda (dei prossimi congiunti di una vittima primaria) di risarcimento per danni subiti iure proprio e iure hereditario a causa di decesso della paziente per ritardata diagnosi di carcinoma mammario.
In particolare, il caso concerneva una signora alla quale era stato diagnosticata la presenza di masse tumorali benigne al seno nel gennaio 2003 e che, nel successivo mese di ottobre, aveva invece scoperto (grazie a un esame istologico) la natura maligna e aggressiva della patologia, tale da rendere necessaria una asportazione totale della mammella e conseguenti cure chemioterapiche.
La Corte di Cassazione, in primo luogo, ribadisce la linea adottata con la pronuncia nr. 576 del 2008 secondo la quale, in ambito di malpractice, il nesso causale è disciplinato dalla ratio elicitabile dagli  artt. 40 e 41 del codice penale temperata dal criterio della cosiddetta “causalità adeguata”: un evento può considerarsi causato da un altro se esso non si sarebbe verificato in assenza del precedente. Tuttavia, all’interno della serie causale, occorre dare rilievo solo a quegli accadimenti prodromici (rispetto a quello analizzato) che non appaiono, ad una valutazione ex ante, del tutto inverosimili.

La regola della “preponderanza dell’evidenza”

Va, peraltro, rammentato che la valutazione eziologica in materia civile deve essere illuminata e orientata dalla cosiddetta regola della “preponderanza dell’evidenza”.
Pertanto, se il giudice appura una omissione di attività professionale in capo a un medico, egli può ritenere, in assenza di fattori esplicativi alternativi, che l’omissione sia stata la causa dell’evento lesivo e che, per converso, la condotta doverosa, ove tenuta, avrebbe impedito il verificarsi dell’evento (Cass. nr. 16123 /2010, nr. 12686/2011 e nr. 6698/2018).
Non si dimentichi che “anticipare il decesso di una persona già destinata a morire perchè afflitta da una patologia costituisce pur sempre una condotta legata da nesso di causalità rispetto all’evento morte e obbliga chi l’ha tenuta al risarcimento del danno” (Cass. 20996/2012).
Gli Ermellini hanno censurato la sentenza di secondo grado in quanto essa non ha tenuto presente che la prognosi della signora, al momento della mancata diagnosi del gennaio 2003, prevedeva una probabilità di vita a 10 anni compresa tra il 75 e l’85% e un rischio di morte compreso tra il 7 e il 13%.

Il principio di diritto

In definitiva, la Corte così riassume il contenuto della propria decisione: “è configurabile il nesso causale tra il comportamento omissivo del medico ed il pregiudizio subito dal paziente qualora attraverso un criterio necessariamente probabilistico, si ritenga che l’opera del medico, se correttamente e prontamente prestata, avrebbe avuto serie ed apprezzabili possibilità di evitare il danno verificatosi: laddove il danno dedotto sia costituito anche dall’evento morte sopraggiunto in corso di causa ed oggetto della domanda in quanto riconducibile al medesimo illecito, il giudice di merito, dopo aver provveduto alla esatta individuazione del petitum, dovrà applicare la regola della preponderanza dell’evidenza o del ‘più probabile che non’ al nesso di causalità fra la condotta del medico e tutte le conseguenze dannose che da essa sono scaturite”.
Inoltre, “ove la decisione del giudice sia fondata sulle risultanze di una CTU, l’accertamento tecnico svolto deve essere valutato nel suo complesso, tenendo conto anche dei chiarimenti integrativi prestati sui rilievi dei consulenti di parte: il mancato e completo esame delle risultanze della CTU integra un vizio della sentenza che può essere fatto valere, nel giudizio di Cassazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, risolvendosi nell’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti“.

Avv. Francesco Carraro

 
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Aveva denunciato di esser stato costretto, per anni, a lavorare in condizioni lavorative “stressogene”, ma per i giudici della Cassazione il comportamento datoriale non era stato caratterizzato da iniziative idonee a ledere i diritti fondamentali del dipendente

La vicenda

Un’azione volta ad ottenere il risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale, quantificato nella somma di 1.056.512 euro a carico del proprio datore di lavoro, per aver tenuto una condotta mobbizzante nei suoi confronti, nel lungo periodo compreso tra il 1996 il 2004.
In primo grado la domanda era stata respinta con sentenza confermata anche in appello.
Nella specie, la corte d’appello di Roma aveva ritenuto non raggiunta la prova né della sistematica emarginazione del dipendente “protratta per anni” e presuntivamente mossa da un intento persecutorio né del contestato demansionamento.
Ma per l’originario attore, così facendo la corte di merito sarebbe incorsa in errore, avendo fatto cattiva applicazione delle disposizioni vigenti in materia di distribuzione dell’onere della prova (art. 2697 c.c.).
Quindi il ricorso per Cassazione.

Il “mobbing” lavorativo e l’onere della prova

Premesso che è configurabile il “mobbing” lavorativo ove ricorra l’elemento obiettivo, integrato da una pluralità di comportamenti del datore di lavoro, e quello soggettivo dell’intendimento persecutorio del datore medesimo, è onere del lavoratore che lo denunci e che chieda di essere risarcito, provare l’esistenza di tale danno e il nesso causale con il contesto di lavoro.
Ebbene, secondo i giudici della Cassazione, la corte territoriale esattamente applicando tale regola e sulla base delle allegazioni e delle prove acquisite in giudizio, aveva ritenuto non provato che le singole condotte denunciate, fossero state connotate da un’emarginazione o da un intento persecutorio del datore di lavoro.
Nella sostanza aveva escluso che il comportamento datoriale fosse stato caratterizzato da iniziative che potessero ledere i diritti fondamentali del dipendente mediante l’adozione di condizioni lavorative “stressogene”.
Quanto, invece, al lamentato progressivo demansionamento, la stessa Corte di merito non aveva potuto compiere un puntuale accertamento, dal momento che il lavoratore aveva omesso di allegare l’esatta descrizione delle mansioni svolte in precedenza.
Per tutti queste ragioni, la decisione impugnata è stata confermata e respinto in via definitiva, il ricorso del lavoratore dipendente.

La redazione giuridica

 
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Contro la decisione della Corte d’appello di Genova, che aveva solo parzialmente accolto la domanda proposta per il risarcimento dei danni subiti iure proprio e iure ereditatis, a causa del decesso della loro congiunta ricorrevano per Cassazione, il marito e i due figli della vittima

L’azione era stata, originariamente proposta dalla donna deceduta in corso di causa, contro il medico chirurgo e l’Asl presso la quale prestava servizio, per non averle tempestivamente diagnosticato un carcinoma mammario che poi l’aveva condotta prematuramente alla morte.
Dalla ritardata diagnosi era anche derivata la necessità di subire interventi invasivi, di sottoporsi alla chemioterapia e alla successiva terapia ormonale, oltre all’aumento delle prospettive di recidiva.

L’azione di risarcimento del danno

Marito e figli (all’epoca minori e rappresentati dalla vittima) avevano presentato istanza di risarcimento del danno patito, iure proprio, sia per aver dovuto accudire la madre sia per aver dovuto rinunciare alla sua assistenza parentale, in ragione della malattia e delle precarie condizioni fisiche conseguenti alle cure alle quali si era dovuta sottoporre.
In primo grado, a seguito di CTU, il Tribunale respingeva la domanda, ritenendo che, pur riscontrata la negligenza del medico, non erano emerse prove sufficienti a dimostrare il nesso eziologico con la patologia e con il seguente decesso della paziente che si sarebbe in ogni caso, verificato.
In appello, la Corte di Genova, dopo aver rinnovato l’accertamento peritale, riformava la sentenza, confermando la sussistenza della colpa medica e condannando in solido medico e Asl, al parziale risarcimento dei danni non patrimoniali, vantati iure proprio e iure ereditatis dai figli, e del danno patrimoniale corrispondente al reddito medio che la donna avrebbe loro garantito per il periodo (di due anni) di sopravvivenza di cui ella avrebbe potuto godere nel caso di tempestiva diagnosi.

Il ricorso per Cassazione

Giunti in Cassazione, i ricorrenti si dolevano innanzitutto, del fatto che la sentenza impugnata avesse omesso di valutare un fatto decisivo per il giudizio, oltre al travisamento della rinnovata CTU: quest’ultima si componeva oltre che dalla relazione tecnica principale anche dei successivi chiarimenti resi dall’ausiliare.
Ebbene la corte d’appello era giunta a conclusioni erronee ed illogiche, perché fondate su una lettura soltanto parziale della CTU, peraltro stravolta nel suo significato complessivo e male interpretata. E come se non bastasse aveva fatto cattiva applicazione dei principi civilistici in materia di nesso di causalità.
La motivazione si riferiva, infatti, non alle conseguenze della condotta negligente costituita dall’evento morte, ma soltanto all’ipotetica maggiore durata della vita che la donna avrebbe potuto godere.
Questo punto offre lo spunto per interessanti riflessioni.

Le regole del nesso causale

Come noto, in tema di responsabilità civile, il nesso causale è regolato dal principio di cui agli artt. 40 e 41 c.p., per il quale un evento è da considerare causato da un altro se il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo, nonché dal criterio della cosiddetta causalità adeguata, sulla base del quale, all’interno della serie causale, occorre dar rilievo solo a quegli eventi che non appaiono – ad una valutazione ex ante – del tutto inverosimili, ferma restando, peraltro, la diversità del regime probatorio applicabile, in ragione dei differenti valori, sottesi ai due processi: in materia civile, vige la regola della preponderanza dell’evidenza o del “più probabile che non”, mentre nel processo penale vige quella dell’”oltre ogni ragionevole dubbio”.
In materia di responsabilità professionale del medico, essendo questi tenuto a espletare l’attività professionale secondo canoni di diligenza e di perizia scientifica, il giudice deve accertare l’omissione di tale attività e può ritenere, in assenza di fattori alternativi, che tale omissione sia stata causata dall’evento lesivo e che, per converso, la condotta doverosa, se fosse stata tenuta avrebbe impedito il verificarsi dell’evento stesso.
E’ stato, anche, affermato in giurisprudenza che “anticipare il decesso di una persona già destinata a morire perché afflitta da una patologia, costituisce pure sempre una condotta legata da nesso di causalità rispetto all’evento morte, ed obbliga chi l’ha tenuta al risarcimento del danno“. (Cass. 20996/2012)
Ebbene, nel caso in esame, la corte territoriale, pur enunciando il principio del “più probabile che non” non risultava averne fatto corretta applicazione, avendo sostenuto che la morte della paziente non sarebbe stata evitata dalla diagnosi tempestiva del medico, la quale le avrebbe consentito soltanto una sopravvivenza più lunga di due anni. I
n altre parole, aveva applicato il principio di causalità esclusivamente in relazione al lasso temporale di vita non vissuta.
Una simile decisione che focalizza il danno non sull’evento morte ma sul probabile tempo di sopravvivenza configura il vizio di legge, come giustamente osservato dai ricorrenti.

CTU stravolta e male interpretata: l’importanza dei chiarimenti resi dall’ausiliare

Ma ad assumere ancor più rilievo era un altro dato: la statuizione finale della corte di merito si fondava sulle conclusioni del CTU riportate in sentenza, che prospettavano valutazioni estrapolate soltanto dalla relazione tecnica principale e non tenevano invece conto dell’integrazione.
I ricorrenti si dolevano del fatto che non tenendo conto dei chiarimenti resi dall’ausiliare, i giudici dell’appello, erano giunti alla erronea convinzione secondo cu in presenza di una tempestiva diagnosi, la paziente avrebbe potuto godere soltanto di due anni di vita in più, mentre le maggiori percentuali di sopravvivenza indicate nell’accertamento peritale ed il minore rischio di morte, avevano valorizzato una possibilità di sopravvivenza, in termini percentuali, ben superiori e senza limiti di tempo scientificamente apprezzabili.

Ebbene, la censura per i giudici della Cassazione è fondata.

I punti di criticità della sentenza impugnata determinati da una valutazione soltanto parziale dell’accertamento peritale rinnovato era sotto gli occhi di tutti. Oltre a non aver richiamato i chiarimenti resi dall’ausiliare, che peraltro, prevedevano un rischio di morte della donna compreso tra il 7 e il 13%), questi erano stati male interpretati e del tutto sconnessi rispetto a quanto affermato dal medesimo CTU nella relazione tecnica.
Al riguardo, la Suprema Corte ha affermato che il mancato esame delle complete risultanze della consulenza tecnica d’ufficio integra un vizio della sentenza che può essere fatto valere nel giudizio di cassazione, come omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti.
Per tali ragioni il ricorso è stato accolto e la sentenza impugnata cassata con rinvio alla corte d’appello per un nuovo esame, alla luce dei principi di diritto sopra enunciati.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 
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infezioni

Il risarcimento del danno per le infezioni correlate all’assistenza ospedaliera. Ha affrontato il tema la Corte Appello di Roma, con la sentenza n.280 del 16 gennaio 2018

Questa interessante pronunzia tratta la materia delle infezioni contratte in regime di ricovero e derivanti dall’assistenza ospedaliera. In altri termini le cosiddette infezioni nosocomiali.

La vicenda

Il danneggiato chiama in causa l’Azienda Ospedaliera di Frosinone lamentando di avere contratto in ospedale una infezione della ferita chirurgica da cui poi derivava artrosepsi con conseguente insorgere di un ulteriore danno biologico, differente e non riconducibile alla frattura della testa dell’omero e all’intervento chirurgico di osteosintesi.

A causa di tale infezione l’uomo veniva costretto a sottoporsi ad altri interventi chirurgici e nelle more veniva anche licenziato.

Nel giudizio di primo grado si costituiva anche l’Azienda Ospedaliera che affermava l’operato dei sanitari, tempestività e idoneità delle cure antibiotiche.

Il Tribunale adito accoglieva la domanda dell’uomo e condannava l’Ospedale a rifondergli l’importo complessivo di € 325.793,27 comprendente oltre alle voci tipiche di invalidità e inabilità del danno biologico, il danno estetico e la perdita della capacità lavorativa specifica.

Tale decisione seguiva la CTU medico-legale svolta che accertava la natura di infezione nosocomiale.

L’Azienda Ospedaliera propone appello dinnanzi alla Corte territoriale di Roma sostenendo l’insussistenza di responsabilità, nel giudizio si costituiva il danneggiato che in via incidentale chiedeva la condanna al pagamento dell’ulteriore importo di € 174.206,73 a titolo di risarcimento.

I Giudici di secondo grado ritengono infondato l’appello.

In punto di responsabilità richiamano quanto in primo grado osservato sulla riconducibilità dell’infezione alla natura nosocomiale in quanto “trattandosi di frattura di tipo chiuso l’unica via di contagio dell’articolazione omerale doveva rinvenirsi nella ferita aperta durante l’intervento chirurgico” a cui seguivano proprio i primi segnali di infezione e che nessuna responsabilità professionale poteva essere ascritta ai sanitari che intervenivano con una corretta terapia antibiotica, mentre sussiste responsabilità in capo all’Ospedale che non ha dimostrato in giudizio l’inevitabilità dell’infezione.

Sotto tale ultimo profilo i Giudici d’Appello richiamano i consolidati principi giurisprudenziali e ribadiscono che il rapporto che si instaura tra il paziente e la struttura ha fonte nel contratto atipico a prestazioni corrispettive da cui sorgono a carico della struttura, oltre alle prestazioni meramente di tipo alberghiero, anche obblighi di messa a disposizione del personale medico e ausiliario e di tutte le attrezzature necessarie.

L’onere della prova e il nesso causale

In applicazione della disciplina sui rapporti contrattuali è il debitore, e quindi la struttura e il suo personale, che deve provare l’assenza dell’inadempimento o la presenza di un fattore ad essi non imputabile o l’assenza del nesso causale.

Sussiste il nesso causale quando tra il comportamento dei debitori e il pregiudizio subito dai pazienti quando attraverso un criterio probabilistico si possa ritenere che l’attività dei debitori abbia causato, o concorso a causare, il danno verificatosi, ovvero in caso di condotta omissiva che l’attività correttamente e prontamente svolta avrebbe avuto serie ed apprezzabili possibilità di evitare il danno verificatosi.

La Corte di Cassazione ribadisce che la causa più probabile del contagio infettivo dell’uomo sia da individuarsi nelle condizioni igienico-sanitarie della struttura, in quanto anche nel giudizio d’appello la struttura non ha dimostrato di avere posto in essere i protocolli di igiene in ambiente ospedaliero.

Ma non solo. Quanto accaduto al danneggiato dimostra la presenza di un grave malfunzionamento organizzativo, una carenza strutturale, di sicurezza, di vigilanza e di custodia.

La personalizzazione del danno

L’appello incidentale proposto dal danneggiato viene dichiarato dalla Corte inammissibile e infondato laddove si lamenta che la personalizzazione del danno biologico nella misura del 5% non porta a un ristoro integrale del pregiudizio subito.

I Giudici osservano che la personalizzazione è consentita solo in presenza di circostanze eccezionali che rendano il danno più grave rispetto alle conseguenze dello stesso grado patite da persone della stessa fascia di età considerato che già il grado di invalidità permanente racchiude ed esprime la misura in cui il pregiudizio alla salute incide su tutti gli aspetti della vita.

Osservato ciò, viene ritenuta congrua la liquidazione del danno non patrimoniale operata dal primo Giudice che ha incrementato, ovvero personalizzato, del 5% per il danno estetico e che tale personalizzazione rientra vieppiù nei parametri stabiliti dalle Tabelle milanesi.

L’appello incidentale viene ritenuto infondato anche in punto di liquidazione del danno patrimoniale.

La Corte riconosce corretta la liquidazione operata dal primo Giudice che ha utilizzato come parametro un importo corrispondente al triplo della pensione sociale. Inoltre il danneggiato non ha dimostrato di percepire all’epoca del sinistro un reddito superiore al triplo della pensione sociale.

L’appello principale e quello incidentale vengono integralmente respinti in quanto infondati e la Corte conferma integralmente la pronuncia di primo grado.

Avv. Emanuela Foligno

 

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