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Con ricorso presentato dinanzi al Tribunale di Perugia l’utente contestava l’emissione di alcune bollette ad opera della società fornitrice del servizio di somministrazione gas, non corrispondenti agli effettivi consumi, ma “gonfiate” a causa di un malfunzionamento del contatore

Ma sia in primo grado che in appello, il processo si concludeva con la condanna per il ricorrente al pagamento della somma contenuta nelle predette bollette.

Cosicché questi si rivolgeva ai giudici della Cassazione con ricorso presentato a mezzo del proprio difensore di fiducia.

Con un primo motivo il ricorrente chiedeva la censura della decisione impugnata per violazione dell’art. 2697 c.c. (in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e/o 5): la corte territoriale avrebbe erroneamente omesso di rilevare la necessità della dimostrazione, da parte della società di somministrazione del gas (al fine di ritenere adeguatamente comprovato il credito dalla stessa vantato), della corretta funzionalità del contatore relativo all’impianto di distribuzione del gas, non essendo sufficiente la prova della sola circostanza che la fornitura di gas fosse ancora in corso all’atto dell’emissione delle fatture o del rilevamento dei consumi.

E che, pertanto la mancata dimostrazione, da parte della società attrice, della corretta funzionalità del contatore relativo all’impianto di erogazione del gas avrebbe dovuto imporre il rigetto della relativa pretesa creditoria, pena la violazione del principio relativo alla distribuzione dell’onere della prova (di cui all’art. 2697 c.c.).

La decisione della Cassazione

I giudici della Suprema Corte di Cassazione hanno accolto il ricorso per le ragioni che seguono.

Secondo il consolidato insegnamento della giurisprudenza di legittimità, in tema di contratti di somministrazione, la rilevazione dei consumi mediante contatore è assistita da una mera presunzione semplice di veridicità, sicché, in caso di contestazione, grava sul somministrante l’onere di provare che il contatore era perfettamente funzionante, mentre il fruitore deve dimostrare che l’eccessività dei consumi è dovuta a fattori esterni al suo controllo e che non avrebbe potuto evitare con un’attenta custodia dell’impianto, ovvero di aver diligentemente vigilato affinché eventuali intrusioni di terzi non potessero alterare il normale funzionamento del misuratore o determinare un incremento dei consumi (cfr. Sez. 3 -, Sentenza n. 23699 del 22/11/2016).

Nel caso in esame, i giudici della corte d’appello avevano “inammissibilmente” ritenuto sufficiente la prova della circostanza costituita dalla continuità della fornitura di gas nel periodo relativo al rilevamento dei consumi o all’atto dell’emissione delle fatture poste a fondamento del credito azionato in giudizio, senza alcun riferimento, neppure indiretto, alla decisiva circostanza relativa al regolare funzionamento del contatore dell’impianto, di per sé destinata a dar conto dell’effettiva entità della fornitura effettuata e indicata a fondamento del corrispettivo rivendicato dalla società somministrante.

Così facendo la decisione impugnata avrebbe sostanzialmente, invertito l’onere della prova imposto al creditore di prestazioni rese a titolo di somministrazione, violando l’art. 2697 c.c.

La redazione giuridica

 

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followers

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La vicenda

La vicenda è stata di recente, affrontata dal Tar Calabria che ha rigettato il ricorso presentato da una associazione locale a tutela dell’ambiente.

L’associazione in questione aveva impugnato, con richiesta cautelare, il provvedimento di aggiornamento A.i.a. della Regione Calabria, relativo alla gestione di un impianto di trattamento dei rifiuti.

Ma l’Amministrazione controinteressata, convenuta in giudizio, aveva chiesto, il rigetto di siffatto ricorso, sull’assunto del difetto di legittimazione a ricorrere, per carenza di rappresentatività, dell’associazione ricorrente.

E l’eccezione è stata accolta.

La legittimazione ad impugnare atti amministrativi

Come noto, la legittimazione ad impugnare atti amministrativi incidenti sull’ambiente ad associazioni locali, è condizionata, secondo la consolidata giurisprudenza, al perseguimento da parte dell’ente in via statutaria ed in modo non occasionale gli obiettivi di tutela ambientale, all’adeguato grado di rappresentatività ed alla stabilità in un’area di afferenza ricollegabile alla zona in cui è situato il bene a fruizione collettiva che si assume leso (cfr. ex multis Consiglio di Stato n. 4233\2013).

Al riguardo, rilevano i giudici amministrativi, la rappresentatività della collettività locale di riferimento, neppure può prescindere dalla considerazione, quanto meno indiziaria, del numero delle persone fisiche costituenti l’associazione (cfr. ad es. in termini Consiglio di Stato n. 4909\2012).

Ebbene nel caso in esame, l’associazione ricorrente, risultava fondata da 18 cittadini, mentre il comune “rappresentato” contava una popolazione di circa 35.000 abitanti.

Quest’ultima, in verità, sosteneva che i soggetti appartenenti ad essa fossero 71. Ma se anche ciò fosse stato vero, essi non sarebbero stati comunque sufficienti a legittimarne l’azione in giudizio.

Parimenti non aveva alcun rilievo il fatto che la citata organizzazione avesse numerosi followers sui social network; ciò in quanto – sostiene il Tar Calabriai followers sono meri osservatori che con ciò solo, non mostrano aderenza alla associazione.

La redazione giuridica

 

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nominare

È possibile nominare un difensore attraverso atti concludenti e senza il rispetto delle formalità previste dalla legge?

Secondo l’art. 96 c.p.p., “l’imputato ha diritto di nominare non più di due difensori di fiducia. La nomina è fatta con dichiarazione resa all’autorità procedente ovvero consegnata alla stessa dal difensore o trasmessa con raccomandata”.

La vicenda

Ma nel caso in esame, il difensore aveva assunto l’incarico dal proprio assistito pur non essendo mai stato depositato e nemmeno allegato al ricorso introduttivo, alcun atto formale di nomina.

Si trattava di una situazione assolutamente singolare, specie perché il difensore, in tal modo, avrebbe proposto atto di impugnazione dinanzi alla Corte di appello di Genova senza alcuna chiara e formale investitura da parte dell’imputato.

Sicché comprensibilmente la corte territoriale aveva dichiarato inammissibile il ricorso in quanto proposto da soggetto privo di mandato difensivo.

Il ricorso per Cassazione

La vicenda è stata così rimessa ai giudici della Seconda Sezione Penale della Cassazione, i quali si sono pronunciati con la sentenza in commento (n. 12684/2019), dichiarando il ricorso manifestamente infondato.

«Pur dovendosi dare atto – affermano i giudici Ermellini – della presenza di un orientamento di questa Corte per cui risulta valida la nomina del difensore di fiducia, pur se non effettuata con il puntuale rispetto delle formalità indicate dall’art. 96 c.p.p., in presenza di elementi inequivoci dai quali la designazione possa desumersi per “facta concludentia”, deve osservarsi come nel caso di specie mancasse – al momento della decisione in grado di appello – alcun elemento per ritenere la presenza di una nomina implicita, in difetto di alcun elemento riferibile all’imputato personalmente e presente in atti univocamente espressivo di una manifestazione di volontà – anche implicita – dell’imputato medesimo».

A tal proposito non si può omettere di rilevare che in tanto può dirsi esistente una nomina implicita del difensore, in quanto tale nomina possa univocamente e evidentemente essere ricollegata a un comportamento processualmente riscontrabile da parte dell’imputato, tale da evidenziare in maniera incontrovertibile il conferimento da parte dello stesso di mandato fiduciario.

Trattasi infatti, di ipotesi assolutamente eccezionale perché contrastante con il principio generale della necessaria formalizzazione della nomina al fine di rendere la stessa oggettivamente riconoscibile, in ragione della serietà e pluralità di conseguenze che la nomina del difensore di fiducia ha in termini di comunicazioni, notificazioni e conseguenti oneri.

La decisione

Ne consegue che, in tutti i casi in cui non sia possibile individuare all’interno del fascicolo una condotta inequivocabilmente espressiva di tale volontà, non può in alcun modo ritenersi presente alcuna nomina implicita.

Ora, nel caso in esame, era evidente – anche alla stregua della formulazione del motivo di ricorso – che nessuna condotta concreta, evincibile dal fascicolo processuale, fosse interpretabile univocamente, quale nomina fiduciaria.

Per tali ragioni, il ricorso è stato dichiarato inammissibile e condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali nonché al versamento in favore della Cassa delle Ammende della somma di 2.000,00 euro.

La redazione giuridica

 

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35 anni

Avere 35 anni, una laurea, facilmente spendibile, come quella in economica e conoscere una seconda lingua, può giustificare la negazione del diritto all’assegno di divorzio?

Secondo l’attuale orientamento il criterio che deve guidare il giudice nell’apprezzare la possibilità di riconoscere l’assegno divorziale al coniuge richiedente, risiede nella cd funzione compensativa, che conduce al riconoscimento di un contributo, partendo dalla comparazione delle condizioni economico-patrimoniali ma che tenga conto, al tempo stesso, delle aspettative professionali ed economiche eventualmente sacrificate dal richiedente per la realizzazione del progetto di vita comune.

Tale valutazione, presuppone un giudizio prognostico riguardante la concreta possibilità di recuperare il pregiudizio professionale ed economico derivante dall’assunzione di un impegno diverso.

Sotto questo specifico profilo il fattore età del richiedente è di indubbio rilievo al fine di verificare la concreta possibilità di un adeguato ricollocamento sul mercato del lavoro.

Ma in ogni caso, il giudice di merito, per stabilire se attribuire o meno l’assegno, deve comunque verificare la sussistenza di un netto divario nella situazione economica delle parti.

Infatti, solo qualora lo squilibrio sia conseguenza anche dei sacrifici effettuati dal richiedente, vi sarà il diritto alla corresponsione dell’assegno.

Viceversa, qualora nessuno dei coniugi si sia sacrificato a tal fine (solo a titolo di esempio, nel caso in cui matrimonio abbia avuto durata molto breve, non siano nati figli e non vi siano state rinunce delle parti allo sviluppo della propria professionalità per favorire la crescita della famiglia), non vi sarà spazio per il riconoscimento di un assegno divorzile.

La vicenda

Dopo la dichiarazione di scioglimento dell’unione civile tra due coniugi, l’ex moglie aveva agito in giudizio, contro l’ex marito, al fine di ottenere l’attribuzione di un assegno divorzile, in suo favore.

Ma l’istanza, alla luce dei principi sopra enunciati, veniva rigettata.

Il Tribunale di Treviso, dinanzi al quale era stata instaurata la lite, aveva infatti rilevato che la donna, trentacinquenne, sebbene laureata in economica e commercio, non fosse occupata in alcun impiego.

Ella aveva fondato la sua richiesta sulla base delle seguenti circostanze: asseriva di aver sempre seguito il marito nei suoi trasferimenti lavorativi, di comune accordo con lo stesso, e che, sempre per scelta condivisa, si sarebbe dimessa dalle occupazioni lavorative precedenti.

Successivamente, nonostante l’invio di molti currucula la stessa non era riuscita a reperire alcuna attività lavorativa.

Ma per il giudice del capoluogo veneto, tali argomentazioni non erano sufficienti.

Ed infatti, ella aveva un’età che le avrebbe consentito “agevolmente” di reinserirsi nel mondo del lavoro, considerato anche il possesso di laurea facilmente spendibile, cui si aggiungeva anche la conoscenza della lingua spagnola, quale lingua madre.

E in ogni casi, il solo invio di curricula – a detta del Tribunale di Treviso – non è sufficiente a provare l’impossibilità di reperire un impiego.

Ciò conduceva a ravvisabile una sua inerzia colpevole nel reperire un’occupazione.

Oltre a tali aspetti, doveva anche rilevarsi che la coppia non aveva avuto figli e che il matrimonio era durato circa dieci anni, ma soprattutto non vi era stato alcun apprezzabile sacrificio della richiedente durante la vita coniugale che avesse contribuito alla formazione o all’aumento del patrimonio del ricorrente.

Ella perciò non aveva motivo di richiede l’attribuzione di un assegno divorziale, che viceversa, ove riconosciuto, le avrebbe attribuito una sostanziale e ingiustificata rendita di posizione.

La redazione giuridica

 

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motivazione

Come noto la L. n. 604 del 1966, art. 2, (come novellato dalla L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 37) prevede un onere di comunicazione della motivazione, a pena di inefficacia del recesso, contestuale al licenziamento scritto

La motivazione del recesso deve essere specifica al fine di far comprenderne al lavoratore le effettive ragioni.

Ma i motivi, una volta comunicati possono essere, successivamente, modificati dal datore di lavoro?

È quanto accaduto nella vicenda in esame. Dopo aver ricevuto la lettera di contestazione e di comunicazione del licenziamento, il datore di lavoro aveva provveduto a modificare le ragioni del recesso.

Cosicché, il dipendente dopo aver presentato ricorso dinanzi al Tribunale di Napoli e successivamente alla corte territoriale, si era rivolto ai giudici della Cassazione, i quali si sono pronunciati affermando il seguente principio di diritto: “i motivi comunicati al lavoratore licenziato sono immodificabili, sicché in giudizio il datore di lavoro non può invocarne altri ma soltanto aggiungere qualche fatto confermativo o di contorno”.

Il principio non è nuovo alla giurisprudenza di legittimità che ha più volte ribadito che “per tutti i casi di assoggettamento del rapporto di lavoro a norme limitatrici del potere di recesso del datore di lavoro, vale il principio dell’immodificabilità delle ragioni comunicate come motivo del licenziamento, il quale opera come fondamentale garanzia giuridica per il lavoratore, che vedrebbe, altrimenti, frustrata la possibilità di contestare la risoluzione unilateralmente attuata dal datore” (cfr. Cass. n. 6012 del 2009).

La tutela del diritto di difesa del lavoratore dipendente

Il divieto è diretto a impedire una lesione del diritto di difesa (anche nella fase stragiudiziale) del dipendente, cui non possono essere opposti successivamente motivi nuovi e diversi.

Ne consegue che il datore di lavoro non può addurre a giustificazione del recesso, fatti diversi da quelli già indicati nella motivazione enunciata al momento della intimazione del recesso medesimo, ma soltanto dedurre mere circostanze confermative o integrative che non mutino la oggettiva consistenza storica dei fatti anzidetti.

Nel caso di specie il licenziamento della lavoratrice era stato intimato per “crisi aziendale”: di fronte a questa che era la ragione, unica, sostanziale dell’atto, nessun altro motivo poteva essere aggiunto dal datore di lavoro, stante il divieto di modificabilità dei motivi di recesso, principio posto a garanzia del diritto di certezza giuridica del lavoratore”.

Irrilevanti sono state, pertanto, le circostanze dedotte dal legale rappresentante della società, in sede di interrogatorio libero, in ordine ai criteri di scelta dei lavoratori da licenziare.

La redazione giuridica

 

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regolamento

Una lite condominiale e la violazione del regolamento, di natura contrattuale, che impediva di parcheggiare le proprie auto nel cortile comune

Con ricorso presentato dinanzi al giudice civile la ricorrente, proprietaria di un immobile sito in un condominio, contestava la condotta di uno degli altri abitanti del medesimo edificio, il quale era solito parcheggiare la propria auto nel cortile comune, impedendole così di accedere al proprio garage.

Chiedeva, perciò, che fosse ordinato a quest’ultimo di non sostare più nell’area del cortile e che fosse altresì condannato al pagamento di una somma per le eventuali violazioni successive all’ordine di inibitoria, ai sensi dell’art. 614 c.p.c.

Costituitosi in giudizio, il convenuto eccepiva l’inesistenza, all’interno del regolamento condominiale, di alcun divieto di parcheggiare le auto nel cortile e che comunque, l’assemblea del condominio con precedente delibera del 1982, aveva disposto la destinazione a parcheggio di sei autovetture del suddetto cortile e la possibilità di locare i posti auto ai condomini. A tal proposito, egli aveva regolarmente stipulato un contratto di locazione con un altro condomino, cui aveva già versato le quote per i canoni pattuiti. Egli, negava inoltre, che il parcheggio della sua auto nell’area comune costituisse un effettivo intralcio per la parte avversaria di accedere al box di sua proprietà.

La sentenza impugnata

La corte territoriale, nell’interpretare le disposizioni regolamentari, ritenne, da un lato, irrilevante la clausola che vietata di “depositare materiali sui balconi, sulle finestre e sul cortile”, dovendo essa, essere riferita ad oggetti e beni diversi dalle autovetture, e dall’altro che pur disponendo lo stesso regolamento che “il cortile doveva essere tenuto sgombro”, prevedeva al tempo stesso, il transito di autovetture, da intendersi sia in senso dinamico che statico, cioè come sosta, con ciò riferendosi sempre ai proprietari e non alle unità immobiliari.

Tutti questi elementi, unitamente alla condotta successiva dei condomini che da quasi trent’anni l’avevano interpretata destinando il cortile a parcheggio, portavano – ad avviso del giudicante – ad attribuire alle suddette disposizioni, il solo fine di regolamentare l’uso delle cose comuni e non anche quello di limitare i diritti di godimento dei condomini sul bene e fossero quindi, prive di quell’efficacia negoziale in presenza della quale, le norme regolamentari possono essere modificate solo all’unanimità e non a maggioranza.

Per tali ragioni la corte d’appello aveva concluso col ritenere che la delibera del 1982, che aveva destinato spazi delimitati del cortile a parcheggio e previsto la loro locazione ai condomini, su cui il convenuto aveva fondato il proprio titolo all’uso del cortile, fosse pienamente legittima e tuttora in vigore.

Il ricorso per Cassazione

La decisione è stata cassata dai giudici della Suprema Corte, i quali innanzitutto hanno rilevato l’errata interpretazione che la corte di merito aveva dato alle disposizioni regolamentari e, in secondo luogo, per aver fondato la propria decisione su una circostanza giuridicamente irrilevante: il fatto che la delibera del 1982 fosse da sempre stata attuata senza contestazione da tutti i condomini per quasi trent’anni. Criterio che certamente, non poteva nel concreto essere impiegato in quanto il regolamento di condominio era stato predisposto unilateralmente dall’originario unico proprietario e quindi accettato successivamente dagli acquirenti nei propri atti di acquisto.

Nel regolamento condominiale si leggeva quanto di seguito: “è vietato occupare anche temporaneamente i locali di uso e di proprietà comune. È pure vietato …. Depositare materiali su balconi, sulle finestre, nel cortile; (…) il cortile dovrà essere tenuto sgombro, potranno tuttavia i proprietari dei magazzini ed uffici del pianterreno e dei sotterranei transitare con carri ed autocarri per quanto strettamente attenga al loro commercio. Qualora parte del pianterreno venga adibito a garage i loro proprietari potranno servirsi del cortile esclusivamente per la pulizia della loro automobile, avendo cura che ciò avvenga senza scapito della pulizia del cortile”

In ordine a quest’ultima disposizione la corte territoriale avrebbe impropriamente configurato un vincolo alla proprietà comune del cortile di natura reale – assimilabile ad un onere reale o a una servitù reciproca.

Proseguendo, avrebbe ritenuto che poiché il cortile poteva essere utilizzato per il transito dei mezzi a fini commerciali, vi avrebbero potuto sostare anche le auto dei condomini.

La decisione

Ma i giudici della Cassazione hanno subito smentito tale ragionamento: ed invero atteso che il verbo transitare ha il significato di “passare da un luogo ad un altro”, con l’effetto che la facoltà di transitare attraverso uno spazio comune non attribuisce di per sé anche la facoltà di parcheggiarvi.

Non soltanto ma in forza del prevalente orientamento giurisprudenziale, le clausole del regolamento di condominio che disciplinano l’uso dei bei comuni, laddove hanno natura regolamentare, possono essere modificate dall’assemblea a maggioranza, diversamente da quelle che limitano i diritti dei condomini sulle proprietà esclusive o comuni, la cui natura negoziale richiede per la loro modificazione la volontà di tutti i condomini (l’unanimità).

La redazione giuridica

 

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la giusta causa

La giusta causa di recesso non è da escludersi quando il lavoratore, rassegnando le dimissioni, continui a svolgere la propria attività lavorativa, purché nel rispetto dei principi di correttezza e buona fede delle obbligazioni contrattuali e tenuto conto del suo ruolo all’interno dell’azienda

Aveva rassegnato le proprie dimissioni in data 2 aprile 2013 ma aveva, tuttavia, continuato a lavorare fino al successivo giorno 30 dello stesso mese, così osservando solo in parte il termine di preavviso fissato in 60 giorni dalle disposizioni della contrattazione collettiva.

Le dimissioni erano supportate da giusta causa, originata dal grave inadempimento contrattuale del datore di lavoro (una cooperativa sociale) che aveva omesso di corrispondergli le retribuzioni dovute per ben cinque mesi; tale giusta causa avrebbe dovuto esonerarlo dall’obbligo del preavviso.

In giudizio, aveva peraltro, negato qualsiasi volontaria prosecuzione dell’attività lavorativa, posto che si era tratta di una mera prosecuzione di fatto, per circa 30 giorni, a seguito di espressa richiesta da parte del Presidente della cooperativa, finché le sue dimissioni fossero accettate dal Consiglio.

In appello, la corte territoriale, aveva ritenuto che non potesse avere rilievo, al fine di escludere l’obbligo del preavviso, la configurabilità di una giusta causa di dimissioni, considerato che la volontaria prosecuzione del rapporto dopo le dimissioni era idonea ad escluderla.

Sulla vicenda si è pronunciata la VI Sezione Civile della Cassazione con l’ordinanza in commento (n. 7711/2019).

La giusta causa delle dimissioni

Il ricorso proposto dal lavoratore dimissionario non è stato accolto neppure nel giudizio di legittimità.

In materia, vige il principio di diritto più volte espresso dalla giurisprudenza della Suprema Corte per cui, sebbene la mancata corresponsione della retribuzione per un periodo significativo possa costituire giusta causa di dimissioni, tuttavia la stessa è da escludere nel caso in cui il lavoratore, manifestando la volontà di dimettersi, abbia consentito a continuare l’attività per tutto o per parte del periodo di preavviso.

In tal caso, infatti, è lo stesso comportamento concludente del lavoratore ad escludere la ravvisabilità di circostanze tali da impedire la prosecuzione anche soltanto temporanea del rapporto.

È stato, inoltre, precisato che “la giusta causa di recesso non è da escludersi quando il lavoratore, rassegnando le dimissioni, ne abbia però posticipato l’effetto, ove ciò avvenga per rispetto dei principi di correttezza e buona fede nelle obbligazioni contrattuali, in considerazione della particolare posizione rivestita dal lavoratore nell’organizzazione aziendale e perciò dalle negative conseguenze di una immediata cessazione delle sue prestazioni” (Cass. n. 5146 del 23/05/1998).

La decisione

Tale situazione non risultava tuttavia, essersi verificata nel caso in esame, ove il ricorrente aveva continuato a prestare la sua attività lavorativa in attesa dell’accettazione delle dimissioni da parte della Cooperativa.

Una simile– concludono i giudici della Suprema Corte – non smentisce l’assunto della Corte d’appello secondo il quale la protrazione del rapporto per circa 30 giorni oltre la data il cui erano state rassegnate le dimissioni è dipesa comunque da una scelta volontaria del lavoratore e non imposta da una valutazione di insostituibilità della sua prestazione.

Per tali motivi, il ricorso è stato respinto e confermata la decisione di merito.

La redazione giuridica

 

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paletti

Una recinzione costruita con 10 paletti di ferro per evitare la sosta selvaggia e il deposito di immondizia. Il Comune chiede l’ordine di demolizione e la vicenda finisce davanti al Tar Campania

Nel 2014 la Polizia Municipale di un comune campano aveva contestato la realizzazione su di un’area condominiale di “10 paletti di ferro aventi dimensione di un 1,00 mt di altezza circa e di cm. 10 x 10, posizionati a delimitare un’area condominiale”; a ciò aveva fatto seguito l’adozione, da parte del predetto Comune, di un ordine di demolizione.

Contro tale provvedimento agiva in giudizio il condominio, chiedendone l’annullamento sulla base di un unico articolato motivo di ricorso.

L’ordine di demolizione sarebbe stato privo di adeguata istruttoria, in quanto il Comune non avrebbe verificato preliminarmente, l’esigua consistenza delle opere realizzate, che avrebbero avuto come unico scopo quello di limitare la sosta selvaggia ed il deposito dell’immondizia senza regole.

Per la realizzazione di quei paletti non sarebbe stata perciò, necessaria alcuna abilitazione edilizia, non comportando gli stessi alcuna modificazione del territorio e neppure vi sarebbe stata violazione del vincolo ambientale, come erroneamente sostenuto dal comune, nel provvedimento impugnato.

La pronuncia del Tar Campania

I giudici amministrativi della Regione Campania, all’esito del giudizio di primo grado, hanno accolto il ricorso per le ragioni che seguono.

Era chiaro, in primo luogo che l’intervento (di recinzione) effettuato dal condominio non rientrasse tra le attività libere, indicate tra l’altro in modo tassativo dall’art. 6 del t. u. n. 380 del 2001, in deroga al generale obbligo di munirsi di un titolo abilitativo per eseguire interventi edilizi.

Tuttavia aveva colto nel segno la censura mossa dal ricorrente secondo il quale nel caso in esame, non era in discussione un’ipotesi di trasformazione edilizio –urbanistica, o di alterazione permanente dell’assetto del territorio, o di nuova costruzione, tale da esigere il previo rilascio del permesso di costruire, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 10 del d.P.R. n. 380 del 2001; ma che si trattava di interventi subordinati a segnalazione certificata di inizio attività di cui all’art. 22 del d.P.R. n. 380/2001.

Recinzioni condominiali: è necessario il permesso di costruire?

Sulla questione, intuitivamente affine, dell’assoggettamento, o meno, delle recinzioni, a permesso di costruire, la giurisprudenza amministrativa di merito, ha da tempo sposato il principio per cui, la valutazione sulla necessità, o meno, del permesso di costruire, va compiuta in base ai parametri della natura e delle dimensioni delle opere, e della loro destinazione e funzione, sicché quando, ad esempio, vengono eseguite opere in muratura e la recinzione non è facilmente rimuovibile, l’intervento, essendo idoneo a incidere in modo permanente sull’assetto edilizio del territorio, esige il previo rilascio del permesso di costruire, ma a tal fine occorre avere riguardo a tutte le opere realizzate nel loro complesso.

Peraltro, in un precedente arresto gli stessi giudici campani avevano affermato che “la posa di (sei) paletti infissi nel suolo, destinati a sorreggere una recinzione di rete metallica senza opere murarie, costituisse un manufatto di limitato impatto urbanistico e visivo, essenzialmente destinato al solo scopo di delimitare la proprietà per separarla dalle altre, per cui l’intervento non richiedeva il rilascio di un permesso di costruire, fatta salva ovviamente l’osservanza dei vincoli paesaggistici”.

Una recinzione rimuovibile

Nel caso in esame, non era stata eseguita alcuna opera muraria significativa. I paletti apposti, uniti al suolo mediante un basamento di calcestruzzo assai sottile, risultavano distanziati tra loro in modo tale da consentire un facile accesso pedonale all’area ed effettivamente sembravano svolgere una funzione, non contestata dal Comune, di dissuasori della sosta e dell’abbandono dei rifiuti.

Si trattava in altre parole, di semplice opera finalizzata a delimitare la proprietà del condominio ricorrente (non era neppure una recinzione vera e propria, essendo l’area “tuttora liberamente accessibile a tutti, salvo che alle autovetture”), rimovibile in maniera tutt’altro che disagevole e, come tale, inidonea a incidere sull’assetto edilizio del territorio.

Non ha avuto dubbi, allora il Tribunale adito per affermare che, alla luce delle caratteristiche e delle dimensioni della recinzione contestata, essa rientrasse nel campo di applicazione dell’art. 22 del d.P.R. n. 380/2001, cioè, tra quelli realizzabili con il regime semplificato della d.i.a., la cui mancanza non è sanzionabile con la rimozione o la demolizione, previste dall’art. 31 del d.P.R. n. 380/2001 per l’esecuzione di interventi in assenza del permesso di costruire, o in totale difformità del medesimo ovvero con variazioni essenziali, ma con l’applicazione della mera sanzione pecuniaria prevista dal successivo art. 37 per l’esecuzione di interventi, in assenza della prescritta denuncia di inizio di attività.

Perciò, il ricorso è stato accolto e l’ordinanza impugnata conseguentemente annullata.

La redazione giuridica

 

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scippo

Nei reati che presuppongono un’interazione tra autore del fatto e vittima – come nel caso dello scippo ad un’anziana signora, l’aggravante della minorata difesa è in re ipsa, senza che gravi, in capo al Giudice di merito, uno specifico onere motivazionale

Il 7 febbraio 2018, la Corte di appello di Lecce aveva confermato la sentenza di condanna, già pronunciata dal giudice di prime cure, nei confronti di un uomo, accusato di furto con strappo aggravato dalla minorata difesa, ai danni di una anziana signora settantaquattrenne.

La sentenza è stata impugnata per cassazione dal difensore dell’imputato. Questi denunciava il vizio di violazione di legge per aver riconosciuto l’esistenza dell’aggravante della minorata difesa senza che la corte di merito avesse accertato in concreto, quanto l’età della vittima o l’esistenza di una sua particolare debolezza psichica o fisica, avrebbero influito nell’esecuzione del reato.

Ma per i giudici della Cassazione il ricorso era infondato.

Nell’affrontare questo tema, è stato ribadito più volte il principio di diritto secondo cui, la circostanza aggravante di aver approfittato di circostanze di tempo, di luogo o di persona tali da ostacolare la pubblica o privata difesa, a seguito della modifica normativa introdotta dalla legge 15 luglio 2009 n. 94, deve essere specificamente valutata anche in riferimento all’età senile e alla debolezza fisica della persona offesa, avendo voluto il legislatore assegnare rilevanza ad una serie di situazioni che denotano nel soggetto passivo, una particolare vulnerabilità della quale l’agente trae consapevolmente vantaggio.

Detto in altri termini, la Suprema Corte ha inteso attribuire particolare rilievo all’età avanzata della vittima.

E non può essere certo, messo in dubbio, in quanto risponde ad una massima di esperienza di indiscutibile affidabilità – che una persona offesa di età avanzata sia maggiormente vulnerabile di una giovane, perché dotata di una capacità di attenzione e di reazione decisamente più ridotta, il che, di conseguenza, costituisce un’obiettiva agevolazione per l’autore del reato, che può confidare sulle maggiori possibilità di una buona riuscita dell’azione illecita e che, pertanto, può essere indotto a scegliere quell’obiettivo piuttosto che altri.

Ugualmente non è possibile dubitare che i reati che implicano un impatto sulla sfera fisica o psichica del soggetto passivo da parte dell’autore del fatto e la cui buona riuscita conti sulla maggiore o minore difficoltà di reazione all’offesa da parte della vittima, rechino in re ipsa la dimostrazione quantomeno dell’agevolazione derivata dall’età avanzata della vittima, senza che sul Giudice debba gravare un onere motivazionale specifico ed ulteriore (rispetto al rilievo del dato obiettivo dell’età) che appare superfluo, alla luce della massima di esperienza sopra ricordata.

In tali casi, infatti, le possibilità che la vittima impedisca la commissione del reato ai suoi danni sono indubbiamente inibite o quantomeno ostacolate dal naturale ottundimento dei sensi e dall’inibizione delle capacità motorie che derivano dall’avanzare dell’età.

Furto con strappo e la minorata difesa

Tanto può dirsi senz’altro per il furto con strappo, in cui le possibilità che la vittima avverta il pericolo imminente e che impedisca la sottrazione del bene portato sulla sua persona sono indubbiamente mortificate dalle ridotte capacità di percezione del pericolo e di predisposizione alla difesa ed alla reazione legate alla vecchiaia.

In conclusione, è stato perciò, affermato il seguente principio: “Nei reati che presuppongono un’interazione tra autore del fatto e vittima – quale, in particolare, il furto con strappo – l’agevolazione all’agire illecito che deriva dall’età avanzata della persona offesa è in re ipsa, senza che gravi, in capo al Giudice di merito, uno specifico onere motivazionale nel riconoscere la circostanza aggravante di cui all’art. 61, comma 1, n. 5, cod. pen.“.

La redazione giuridica

 

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La Corte costituzionale si è pronunciata in ordine ad un presunto caso di illegittimità costituzionale: si tratta della disposizione concernente l’indennizzo, posto a beneficio dallo Stato, per i soggetti con sindrome di talidomide, dal nome del relativo farmaco

La disposizione in esame avrebbe cagionato una compressione della tutela del diritto alla salute, creando una disparità di trattamento tra soggetti danneggiati, nati nel 1958 o nel 1996, rispetto a quelli nati tra il 1959 ed il 1962, prevedendo una diversa decorrenza del beneficio in questione.

L’ordinanza del Tribunale di Bergamo

Con ordinanza del 9 dicembre 2016, il Tribunale ordinario di Bergamo, in funzione di giudice del lavoro, aveva sollevato, in riferimento all’art. 3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 21-ter, comma 1, del decreto-legge 24 giugno 2016, n. 113 (Misure finanziarie urgenti per gli enti territoriali e il territorio), convertito nella legge 7 agosto 2016, n. 160.

La disposizione è censurata nella parte in cui riconosce anche ai nati nel 1958 e nel 1966 – affetti da sindrome da talidomide, determinata dalla somministrazione dell’omonimo farmaco e manifestatasi nelle forme dell’amelia, dell’emimelia, della focomelia e della micromelia – l’indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie (di cui all’art. 1 della legge 29 ottobre 2005, n. 229), ma «solo dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto (21 agosto 2016)».

La vicenda

Il giudice lombardo si era, infatti, trovato di fronte alla necessità di decidere sulla controversia promossa da un cittadino danneggiato, nei confronti del Ministero della salute, in persona del ministro pro tempore.

Nel giudizio principale questi, aveva dedotto di essere nato il 2 ottobre 1958 e di essere affetto dalla nascita, da una malformazione congenita dell’arto superiore sinistro (focomelia), riscontrata e certificata dalla Commissione Sanitaria per l’Accertamento dell’Invalidità Civile del comune di residenza, nonché dalla Commissione Sanitaria della USSL di Bergamo.

Riscontrata l’assenza di tare genetiche o familiari, la malattia era stata «ascritta eziologicamente» all’assunzione materna, durante la gravidanza, del farmaco talidomide, di cui era stato successivamente accertato, l’effetto teratogeno sull’embrione.

L’evoluzione della normativa

Ma il Tribunale di primo grado, aveva rilevato che secondo quanto previsto dall’art. 2, comma 363, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2008)», l’indennizzo disciplinato dall’art. 1 della legge n. 229 del 2005, e originariamente previsto a beneficio dei soli danneggiati da vaccinazioni obbligatorie e poi esteso anche «ai soggetti affetti da sindrome da talidomide, determinata dalla somministrazione dell’omonimo farmaco», nelle forme dell’amelia, dell’emimelia, della focomelia e della micromelia, fosse applicabile ai soli soggetti, affetti dalle patologie sopra indicate, nati negli anni dal 1959 al 1965, in quanto in Italia la commercializzazione del talidomide sarebbe avvenuta solo nel periodo compreso tra il 1959 ed il 1962.

Successivamente, l’art. 1, comma 3, del decreto del Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali 2 ottobre 2009, n. 163 (Regolamento di esecuzione dell’articolo 2, comma 363, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, che riconosce un indennizzo ai soggetti affetti da sindrome da Talidomide, determinata dalla somministrazione dell’omonimo farmaco) ha disposto la decorrenza di tale indennizzo «dalla data di entrata in vigore della legge 24 dicembre 2007, n. 244», ovvero dal 1° gennaio 2008.

Mentre l’art. 21-ter, comma 1, del d.l. n. 113 del 2016, ha riconosciuto la spettanza del beneficio anche ai soggetti «nati nell’anno 1958 e nell’anno 1966», ma con decorrenza dal 21 agosto 2016, data di entrata in vigore della legge di conversione.

Ciò significava che il ricorrente, quand’anche avesse presentato istanza al Ministero della salute per ottenere l’indennizzo citato, avrebbe ottenuto un diniego per mancanza dei requisiti richiesti.

Una disparità di trattamento?

Sul piano della tutela dei diritti costituzionali, ciò comporta una chiara violazione del principio di uguaglianza consistente nella disparità di trattamento riservata ai nati negli anni 1958 e 1966, affetti da sindrome da talidomide, rispetto ai nati negli anni dal 1959 al 1965, affetti dalle medesime patologie: per questi ultimi, l’indennizzo spetta, in base al regolamento di esecuzione dell’art. 2, comma 363, della legge n. 244 del 2007, dalla data di entrata in vigore di quest’ultima, ossia dal 1° gennaio 2008; per i primi, nel cui novero rientra anche il ricorrente nel giudizio in esame, la provvidenza economica spetta solo dal 21 agosto 2016, data di entrata in vigore della legge di conversione che ha aggiunto al d.l. n. 113 del 2016 la disposizione censurata.

Il legislatore, così facendo, avrebbe tutelato giuridicamente due situazioni identiche nei loro presupposti di fatto, creando però tra le stesse «un divario così ampio da risultare ingiustificato ed irrazionale» e, quindi, contrastante con l’art. 3 Cost.

Senza peraltro, contare che nel caso in esame, era in gioco il diritto alla salute, diritto irriducibile e protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana» e del fatto che nel caso in esame, la lesione di esso sarebbe derivata dalla commercializzazione di un farmaco altamente dannoso per l’embrione, imputabile allo Stato.

L’equo indennizzo del danno da sottoposizione a trattamenti sanitari quasi-obbligatori

Il Giudice delle Leggi, chiamato a pronunciarsi in ordine alla citata questione di legittimità costituzionale, ha ricordato che “la menomazione della salute conseguente a trattamenti sanitari, oltre al risarcimento del danno in base alla previsione dell’art. 2043 del codice civile, può determinare il diritto a un equo indennizzo, in forza degli artt. 32 e 2 Cost., qualora il danno, non derivante da fatto illecito, sia conseguenza dell’adempimento di un obbligo legale (come ad esempio la sottoposizione a una vaccinazione obbligatoria), o di un trattamento, pur non obbligatorio, ma promosso dalle autorità sanitarie in vista della sua diffusione capillare nella società anche nell’interesse pubblico (laddove, ad esempio, la menomazione consegua alla sottoposizione a una vaccinazione raccomandata: da ultimo, sentenza n. 268 del 2017)”.

Altri indennizzi per danni alla salute di natura assistenziale

In ulteriori e differenti ipotesi, la menomazione della salute – non provocata da responsabilità delle autorità sanitarie, né conseguente all’adempimento di obblighi legali o alla spontanea adesione a raccomandazioni di quelle stesse autorità – può comportare il diritto, qualora ne sussistano i presupposti a norma degli artt. 2 e 38, secondo comma, Cost., a misure di natura assistenziale, disposte dal legislatore nell’ambito della propria discrezionalità (sentenze n. 342 del 2006, n. 226 del 2000 e n. 118 del 1996).

Proprio al novero di tali misure è da ascrivere l’indennizzo riconosciuto dall’art. 2, comma 363, della legge n. 244 del 2007 ai soggetti affetti da sindrome da talidomide, nelle forme dell’amelia, dell’emimelia, della focomelia e della micromelia, determinata dall’assunzione dell’omonimo farmaco.

La discrezionalità del legislatore

A fronte di tali situazioni di bisogno, la Corte aveva anche affermato che la determinazione del contenuto e delle modalità di realizzazione degli interventi assistenziali avviene secondo criteri rimessi alla discrezionalità del legislatore, in base ad una ragionevole ponderazione con altri interessi di pari rilievo costituzionale (sentenze n. 342 del 2006 e n. 118 del 1996) e tali da non ledere, oltre al nucleo minimo della garanzie costituzionali, anche la parità di trattamento tra i destinatari (sentenze n. 293 del 2011, n. 342 del 2006 e n. 226 del 2000).

Ebbene, proprio alla luce della necessaria garanzia di parità di trattamento, la questione sollevata è stata accolta per le seguenti ragioni.

È in primo luogo da chiarire, che non si è in presenza di due distinte provvidenze, ma dello stesso indennizzo.

In secondo luogo, è da sottolineare che i due gruppi di soggetti ammessi all’identico beneficio non si trovano in una condizione diversa, essendo invece, al cospetto di identiche vicende relative alla commercializzazione in Italia del farmaco talidomide; ed entrambe le misure presentano natura assistenziale, basandosi sulla solidarietà collettiva, alla stregua degli artt. 2 e 38 Cost., garantita ai cittadini in una situazione di bisogno che il legislatore, nella sua discrezionalità, ha ritenuto meritevole di particolare tutela.

La ragione della delimitazione temporale della decorrenza del beneficio prevista dalla disposizione censurata, sarebbe invece esclusivamente di carattere finanziario.

La decisione

È il legislatore che ha il compito di apprezzare qualità, misura e modalità di erogazione delle provvidenze, nonché la loro gradualità, in relazione a tutti gli elementi di natura costituzionale in gioco, compresi quelli finanziari, componendo così il necessario equilibrio tra tutela del diritto al sostegno assistenziale, da una parte, e garanzia del mantenimento dell’equilibrio nella gestione delle risorse finanziarie disponibili, dall’altra; tuttavia, ciò non toglie che la scelta operata nel 2016, di estendere l’indennizzo ai soggetti nati nel 1958 e nel 1966, riconoscendo ad essi i medesimi presupposti di tutela, ma imponendo loro una decorrenza diversa e ben più penalizzante, sia assolutamente irragionevole, nonché lesiva dell’art. 3 Cost.

Per tali motivi, l’art. 21-ter, comma 1, del d.l. n. 113 del 2016, come convertito, è stato dichiarato costituzionalmente illegittimo, nella parte in cui l’indennizzo ivi indicato è riconosciuto ai soggetti nati nell’anno 1958 e nell’anno 1966, dalla «data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto», anziché dalla «medesima data prevista per i soggetti nati negli anni dal 1959 al 1965».

La redazione giuridica

 

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