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uno scritto anonimo

Uno scritto anonimo (nella specie una denuncia anonima) può autorizzare l’Agenzia delle Entrate a effettuare un accertamento fiscale a carico di un contribuente? È questo il tema della vicenda giudiziaria in commento

Per la soluzione della controversia in esame, la Cassazione (sent. n. 1348/2019) ha richiamato due opposti orientamenti espressi, rispettivamente dalle Sezioni Unite Civili da una parte, e da quelle Penali dall’altra, affermando che uno scritto anonimo ben può costituire l’innesco di attività per l’assunzione di dati conoscitivi; se tale principio ha valore in sede penale, a maggior ragione deve trovare applicazione in sede tributaria.

La vicenda

L’Agenzia delle Entrate ricorreva per Cassazione contro la sentenza con cui la Commissione Tributaria della Regione Piemonte aveva respinto l’appello avverso la sentenza della Commissione Tributaria principale di Torino con la quale era stato accolto il ricorso di un contribuente contro avvisi di accertamento IVA, IRPEF e IRAP per le annualità 2000, 2001 e 2002 relativi a redditi di lavoro autonomi non dichiarati.

L’accertamento fiscale era partito da una denuncia anonima che aveva indotto il Fisco ad effettuare accertamenti bancari. E così, la scoperta, del maggior reddito non dichiarato.

Ebbene, nel ricorso in esame, l’Agenzia fiscale tiene a precisare la propria posizione e ricorda come in ipotesi, come quella esaminata, in cui vi sia stata una omessa dichiarazione da parte del contribuente, la Suprema Corte di Cassazione (Cass n. 14930/2018; n. 16565/2017; n. 3115/2006; 23480/2004), ha da sempre ribadito il seguente principio di diritto: la legge abilita l’Ufficio delle imposte a servirsi di qualsiasi elemento probatorio ai fini dell’accertamento del reddito, e, quindi a determinarlo anche con metodo induttivo ed anche utilizzando, in deroga alla regola generale, semplici presunzioni prive dei requisiti di cui al D.P.P. n. 600/1973, art. 63.

Se tanto è vero, anche il giudice tributario può legittimamente ritenerli dimostrati sulla base di siffatte presunzioni, mentre dall’altra parte, incombe sul contribuente l’onere di dedurre e provare i fatti impeditivi, modificativi o estintivi della predetta pretesa.

L’omessa dichiarazione da parte del contribuente

Orbene, nel caso di omessa dichiarazione da parte del contribuente, il potere dovere dell’amministrazione è disciplinato dal D.P.R. n. 600/1973, art. 41 (e non 39) secondo cui, sulla base dei dati e delle notizie comunque raccolti o venuti a conoscenza, l’Ufficio determina il reddito complessivo del contribuente medesimo, e in quanto possibile i singoli redditi delle persone fisiche, con facoltà di ricorso a presunzioni cd. super semplici, che comportano l’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente, il quale può fornire elementi contrari intesi a dimostrare che il reddito (risultante algebrica di costi e ricavi) non è stato prodotto o che è stato prodotto in misura inferiore a quella indicata dall’Ufficio.

Ebbene, nel caso in esame l’atto impositivo era stato innescato proprio da verifiche bancarie effettuate dopo aver ricevuto uno scritto anonimo che denunziava i maggiori redditi prodotti dal contribuente.

La questione da dirimere dunque, è la seguente: può una denuncia senza firma e, in assenza di altri indizi, legittimare l’Agenzia Fiscale ad avviare un accertamento fiscale a carico del contribuente medesimo?

Il giudizio della Cassazione

La Cassazione ha accolto le motivazioni addotte, a motivo di impugnazione, da parte dell’Agenzia fiscale e, quanto al dato della denuncia anonima, ha affermato il seguente principio: “è opportuno evidenziare, con riguardo alle doglianze relative alle affermazioni della CTR in merito all’utilizzo, da parte dell’Agenzia, di uno scritto anonimo, che invece non avrebbe potuto essere posto alla base dell’accertamento induttivo in assenza di un riscontro aliunde, che de da una parte la Corte (Cass. Sez. Un. Civ. n. 16424/2002) ha affermato l’inutilizzabilità dello scritto anonimo ai fini della prova e del quadro indiziario necessario per atti invasivi, dall’altra la stessa Corte (Cass. Un. Pen. n. 25392/2008) ha ribadito che lo scritto anonimo ben può costituire l’innesco di attività per l’assunzione di dati conoscitivi; se tale principio ha valore in sede penale, a maggior ragione deve trovare applicazione in sede tributaria.

La redazione giuridica

 

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DETRAZIONE DELLE SPESE SANITARIE, LA GUIDA DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE

indagini difensive

Non sono nulle le dichiarazioni raccolte dal difensore, in sede di indagini difensive, solo perché non sottoscritte sotto ogni foglio dalle persone informate sui fatti

L’atto redatto dal difensore, in sede di indagini difensive, ex artt. 391 bis e 391 ter cod. proc. pen., ha la stessa natura e gli stessi effetti processuali del corrispondente verbale redatto dal Pubblico Ministero e può ritenersi nullo solo se vi è incertezza assoluta sulle persone intervenute o se manca la sottoscrizione dell’Avvocato o del sostituto che lo ha redatto, e non anche se l’informatore dichiarante non ha sottoscritto l’atto foglio per foglio“.

La vicenda

La Corte di appello di Roma aveva confermato la sentenza di condanna alla pena di legge relativamente al reato continuato di violenza sessuale emessa dal Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Cassino, nei confronti dell’imputati, all’esito del giudizio abbreviato.

L’imputato aveva, così, proposto ricorso per cassazione, tramite il proprio difensore di fiducia, denunciando le seguenti violazioni di legge.

In particolare, la difesa aveva raccolto le dichiarazioni di tre persone informate sui fatti (peraltro presenti nel momento in cui si verificavano i fatti contestati nell’imputazione).

Le dichiarazioni assunte ex art. 391 bis cod. proc. pen. erano state allegate al fascicolo del P.M. e con la richiesta di giudizio abbreviato condizionato, queste avrebbero dovuto costituire materiale valido, a tutti gli effetti, per il giudizio.

Il Giudice per l’udienza preliminare le aveva, tuttavia, ritenute inutilizzabili, perché prive della sottoscrizione dei dichiaranti in ogni foglio; giudizio, che successivamente, veniva confermato anche dalla Corte d’appello.

Ebbene, la difesa osserva che per l’art. 137 cod. proc. pen. la mancata sottoscrizione di un atto in ogni foglio non comporta la sua invalidità, poiché la nullità è prevista solo per l’incertezza assoluta sulle persone intervenute, o per la mancanza (del tutto) della sottoscrizione (art. 142 cod. proc. pen.).

Il difensore, infatti, deve considerarsi un pubblico ufficiale quando verbalizza le sommarie informazioni testimoniali, come ritenuto dalle Sezioni Unite della Cassazione (Sez. U, n. 32009 del 27/06/2006).

La vicenda giungeva così dinanzi ai giudici della Cassazione.

E, il ricorso è stato accolto.

Osservano, i giudici Ermellini che le sentenze di merito avevano ritenuto inutilizzabili le dichiarazioni di tre persone informate sui fatti, assunte dal difensore ex art. 391 bis cod. proc. pen., in quanto la documentazione delle dichiarazioni non risultava sottoscritta in ogni foglio, ma solo alla fine, in calce, unitamente all’autenticazione del difensore.

La natura e le modalità delle investigazioni difensive

Prima di rispondere al quesito, la Suprema Corte si sofferma ad inquadrare la natura e le modalità delle investigazioni difensive svolte dalla difesa ex art. 391 bis, e documentate ex art. 391 ter cod. proc. pen..

L’atto redatto dal difensore ha la stessa natura e gli stessi effetti processuali del corrispondente verbale redatto dal Pubblico Ministero, come ritenuto dalle Sezioni Unite: “Integra il reato di falsità ideologica in atto pubblico (art. 479 cod. pen.) la condotta del difensore che documenta e poi utilizza processualmente le informazioni delle persone in grado di riferire circostanze utili alla attività investigativa, verbalizzate in modo incompleto o non fedele, in quanto l’atto ha la stessa natura e gli stessi effetti processuali del corrispondente verbale redatto dal pubblico ministero” (Sez. U, n. 32009 del 27/06/2006).

A ciò deve aggiungersi che l’art. 359 cod. pen. qualifica il difensore come persona esercente un servizio di pubblica necessità, ma, tuttavia, l’avvocato assume la veste di pubblico ufficiale quando procede alla formazione del verbale nel quale trasfonde le informazioni ricevute ai sensi degli artt. 391 bis e ter cod. proc. pen..

La L. n. 397 del 2000 ha, in tale senso, potenziato il ruolo del difensore nel processo penale, introducendo una disciplina organica delle indagini difensive, tipizzando gli atti espletabili dal difensore, tra i quali vi rientra il colloquio con persone ritenute a conoscenza dei fatti, ed ha indicato le forme per documentare ed utilizzare nel processo i risultati dell’indagine.

Cosicché a norma dell’art. 391 bis cod. proc. pen. il difensore – nell’acquisire notizie da una persona a conoscenza dei fatti oggetto di un processo – può procedere in tre modi: a) conferire con essa, senza documentare il colloquio; b) richiedere una dichiarazione scritta; c) procedere ad esame diretto della stessa.

La documentazione del ricevimento di una dichiarazione scritta o dello svolgimento dell’esame orale deve avvenire secondo le modalità previste.

L’art. 391 decies cod. proc. pen. disciplina, poi, l’utilizzazione processuale della documentazione delle indagini difensive, prevedendo che il verbale delle dichiarazioni rese dalla persona informata dei fatti può essere utilizzato per le contestazioni ex art. 500 cod. proc. pen. ed è acquisibile al dibattimento mediante lettura ai sensi degli artt. 512 e 513 cod. proc. pen..

La documentazione di dichiarazioni acquisite nel corso di investigazioni difensive

Quanto alla documentazione di dichiarazioni acquisite nel corso di investigazioni difensive, – affermano i giudici della Corte – va premesso anzitutto che non può mettersi in dubbio l’obbligo di fedeltà del difensore nella verbalizzazione e il dovere di documentare le dichiarazioni in forma integrale; obblighi che costituiscono, certamente, garanzia pure per il soggetto chiamato dal legale a rendere le informazioni.

L’esistenza degli obblighi anzidetti si riconnette alla disciplina specifica delle attività difensive, al loro valore e agli effetti che ricevono nel processo; gli obblighi sono funzionali allo scopo di attribuire all’indagine difensiva la stessa valenza probatoria dell’attività del P.M..

Inoltre, l’art. 371 ter cod. pen., impone un dovere di dire il vero, penalmente sanzionato, alla persona informata dei fatti che viene sentita dal difensore; la disposizione in oggetto verrebbe del tutto vanificata qualora il difensore stesso potesse non riportare compiutamente o modificare arbitrariamente le dichiarazioni ricevute.

Infatti, l’art. 391 bis cod. proc. pen., comma 9, prevede la sospensione del verbale quando la dichiarazione appaia autoindiziante e la inutilizzabilità, contro il dichiarante, delle dichiarazioni di tal genere eventualmente rese in precedenza.

Ne deriva che la infedele o incompleta documentazione delle dichiarazioni acquisite a verbale dal difensore non può iscriversi nel novero delle garanzie di libertà dell’avvocato nell’espletare il proprio mandato nell’interesse del cliente.

Egli è obbligato alla correttezza della verbalizzazione, proprio per il rilievo che tale verbale riceve nell’ordinamento processuale.

Se dunque, da una parte non può omettersi di affermare che il difensore non ha il dovere di cooperare alla ricerca della verità e che ad esso è riconosciuto il diritto di ricercare soltanto gli elementi utili alla tutela del proprio assistito, deve allo stesso tempo dirsi che egli non ha neppure il diritto di manipolare le informazioni ricevute, ovvero di selezionarle verbalizzando solo quelle favorevoli.

La prova dichiarativa assunta dal difensore, per essere affidabile al pari di quella raccolta dall’accusa, necessita di tali limiti alla libertà del difensore.

Deve perciò concludersi che “gli elementi di prova raccolti dal difensore ai sensi dell’art. 391 bis cod. proc. pen. sono equiparabili, quanto ad utilizzabilità e forza probatoria, a quelli raccolti dal pubblico ministero e, pertanto, il giudice al quale essi siano stati direttamente presentati ai sensi dell’art. 391 octies cod. proc. pen. non può limitarsi ad acquisirli, ma deve valutarli unitamente a tutte le altre risultanze del procedimento, spiegando – ove ritenga di disattenderli – le relative ragioni con adeguato apparato argomentativo”

Il difensore, pertanto, è obbligato ad osservare le modalità di documentazione previste dalla norma, pena la sanzione penale.

Sul punto, parte della giurisprudenza di legittimità, in passato ha ritenuto di affermare il principio per cui: “In tema di indagini difensive, sono inutilizzabili, perché assunte in violazione delle modalità previste dall’art. 391 ter cod. proc. pen., comma 3, le informazioni documentate nel verbale mancante di sottoscrizione alla fine di ogni foglio” (Sez. 2, n. 6524 del 20/01/2011)

Ma secondo l’attuale giudizio della Suprema Corte di Cassazione, le uniche ipotesi di inutilizzabilità delle dichiarazioni raccolte dal difensore in sede di indagini difensive, sono quelle contenute nell’art. 142 cod. proc. pen. (valida anche per i verbali del P.M.) che prevede la nullità del verbale “se vi è incertezza assoluta sulle persone intervenute o se manca la sottoscrizione del pubblico ufficiale che lo ha redatto”. Infatti il difensore assume la veste di pubblico ufficiale nella documentazione delle dichiarazioni delle persone informate sui fatti.

È questa, del resto, l’unica norma che prevede l’invalidità di un verbale, e la giurisprudenza non può creare una norma specifica per il solo verbale redatto ex art. 391 ter cod. proc. pen.. Ne risulterebbe una lesione al diritto di difesa, con conseguente rilevanza di una questione di costituzionalità della norma, se fosse così interpretata.

Per tali ragioni il ricorso deve essere accolto e annullata con rinvio la sentenza impugnata.

La redazione giuridica

 

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NOTIFICA TARDIVA PER COLPA DELL’AVVOCATO: APPELLO INAMMISSIBILE

responsabilità

Ci si è mai chiesti se anche i giudici pagano e quali sono le loro responsabilità?

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso proposto da alcune società italiane contro lo Stato italiano per sentirlo condannare al risarcimento del danno loro prodotto a causa della responsabilità, derivante dall’errata attività interpretativa dei giudici di merito.

La vicenda

Nel novembre del 2004 la Corte d’appello di Venezia aveva revocato il fallimento, dichiarato d’ufficio dal Tribunale di Padova circa dieci anni prima (nel giugno del 1996), nei confronti di diverse società italiane.

A seguito di tale provvedimento, le società illegittimamente dichiarate fallite (e tornate in bonis) avevano deciso di citare in giudizio dinanzi al Tribunale di Trento lo Stato italiano al fine di sentirlo condannare al risarcimento dei danni subiti per effetto dell’illegittima dichiarazione di fallimento da parte del Tribunale di Padova.

Ma il Tribunale adito dichiarava inammissibile la domanda, rilevando come il preteso danno denunciato dalle società istanti fosse ascrivibile all’attività interpretativa del giudice, come tale esente da responsabilità, ai sensi della L. n. 117 del 1988, art. 2, comma 2.

Cosicché, tale ultimo provvedimento veniva confermato anche in appello. E nel 2008 anche la Suprema Corte di Cassazione rigettava il ricorso di legittimità.

Esauriti tutti mezzi interni di impugnazione, nell’ottobre del 2008, le società presentavano un ulteriore ricorso, questa volta dinanzi al Tribunale di Roma, al fine di far valere la responsabilità dello Stato italiano per avere, attraverso il giudice di ultima istanza, violato i principi di diritto posti dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea nelle sentenze “Kobler” e “Traghetti del Mediterraneo”, secondo cui lo Stato è chiamato a rispondere dei danni arrecati ai singoli a seguito dell’errata interpretazione delle norme, tanto di diritto comunitario, quanto di diritto interno, segnatamente nei casi (come quello occorso in relazione alla vicenda del fallimento delle società attrici) di violazione manifesta nell’interpretazione di norme interne in contrasto con l’interpretazione datane dalle corti nomofilattiche.

In particolare, vi sarebbe stata contrarietà al diritto dell’Unione Europea di una normativa interna che esonerasse lo Stato da responsabilità civile per errori dei giudici ascrivibili ad attività interpretativa.

Il Tribunale di Roma, con decreto del maggio del 2015, aveva dichiarato inammissibile la domanda proposta dalle società attrici, in applicazione della L. n. 117 del 1988, art. 5. E, aveva altresì, escluso l’estensibilità della responsabilità civile del giudice per la manifesta violazione del diritto comunitario ai danni ascrivibili all’interpretazione delle norme di diritto interno.

La pronuncia veniva successivamente confermata in appello. E, anche questa volta la vicenda giudiziaria finiva in Cassazione.

Resistevano in giudizio la Presidenza del Consiglio dei Ministri, rappresentata e difesa dell’Avvocatura Generale dello Stato.

Il ricorso per Cassazione

Il profilo che qui rileva è contenuto nel secondo motivo di ricorso, col quale le ricorrenti censuravano la decisione impugnata per violazione della L. n. 117 del 1988, artt. 2 e 5, nonché per la violazione delle norme comunitarie poste dalle sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea “Kobler” e “Traghetti del Mediterraneo”, ovvero per mancata applicazione del diritto interno in conformità al diritto comunitario (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), nonché per omesso o contraddittoria motivazione (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5), per avere la corte territoriale erroneamente confermato che l’attività interpretativa della legge interna esenti il giudice dalla responsabilità per i danni provocati dal relativo cattivo esercizio, a differenza dell’attività interpretativa avente a oggetto il diritto comunitario.

Il contrasto con il diritto comunitario

Siffatta opzione interpretativa si porrebbe in contrasto con i principi del diritto comunitario fatti propri nelle sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea richiamate: sentenze – spiegano i difensori delle ricorrenti – che conferiscono ai singoli il diritto al risarcimento nei confronti dello Stato per i danni causati dal potere giudiziario azionale a causa di una manifesta violazione di norme di diritto.

Con il terzo motivo, veniva anche censurata la decisione impugnata per violazione dell’art. 234 del Trattato CE (oggi art. 267 del TFUE), nonché del principio di non discriminazione (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), per avere la corte territoriale erroneamente disatteso la richiesta di rimessione alla Corte costituzionale, ovvero per aver rigettato la richiesta di rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea al fine di dirimere la questione relativa alla responsabilità civile dello Stato per l’attività interpretativa resa dal giudice con riguardo alle norme di diritto interno.

A tal fine, le ricorrenti avevano riproposto la questione dinanzi ai giudici della Cassazione.

Ma secondo i giudici di Piazza Cavour, tutti e tre i motivi sono infondati!

Quanto alla dedotta contrarietà ai principi del diritto dell’Unione Europea di una disciplina nazionale che escluda la responsabilità civile dello Stato per i danni provocati dall’attività interpretativa delle norme interne da parte del giudice, viene richiamato, con specifico riguardo al caso oggetto dell’odierno giudizio, il principio di diritto già espresso dalla giurisprudenza della Cassazione secondo cui, in tema di responsabilità civile dei magistrati, nel vigore della disciplina anteriore alla L. n. 18 del 2015 (come imposto ratione temporis nel caso di specie), è infondato il ricorso per cassazione avverso il decreto di inammissibilità dell’azione risarcitoria allorché l’impugnazione risulti basata esclusivamente sull’incompatibilità comunitaria e sulla conseguente richiesta di disapplicazione delle clausole di salvaguardia, di cui alla L. n. 117 del 1988, art. 2, commi 2 e 3, per asserito contrasto delle stesse con i principi generali affermati nelle pronunce della Corte di Giustizia in tema di responsabilità degli Stati membri per l’attività di propri organi giurisdizionali (cfr. Sez. 3 -, Sentenza n. 21246 del 20/10/2016).

Al riguardo, deve ritenersi insussistente, da un lato, il collegamento tra la lesione del diritto azionato e la violazione delle norme di diritto comunitario (che non interviene a regolare il diritto processuale civile degli Stati membri), ed essendo preclusa, dall’altro, la verifica pregiudiziale di compatibilità di una normativa nazionale con i principi della Carta di Nizza, laddove la materia disciplinata dalla normativa nazionale non rientri (come quella del diritto processuale civile) nell’ambito del diritto dell’Unione.

Tali motivi costituiscono argomentazioni sufficientemente valide a rendere manifesta l’infondatezza della questione di legittimità costituzionale e del rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, sollevate dalle società ricorrenti.

La responsabilità civile dei magistrati

La richiamata normativa contenuta nella L. 117/1988, conosciuta anche come legge Vassalli, contiene le disposizioni relative alla responsabilità civile dei magistrati ed in particolar modo, al risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie dei magistrati.

L’art. 1 chiarisce che vi è la possibilità di adire in giudizio lo Stato al fine di sentirlo condannare al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale cagionato da un comportamento, atto o provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato nell’esercizio delle sue funzioni. Tale azione è tuttavia subordinata alla circostanza che il danno subito sia ingiusto e che l’azione dell’organo giudicante sia stata posta in essere con dolo o colpa grave.

E in ogni caso, “nell’esercizio delle funzioni giudiziarie non può dar luogo a responsabilità l’attività di interpretazione di norme di diritto né quella di valutazione del fatto e delle prove”.

A tal proposito, si ricorda che le ipotesi di colpa grave sono le seguenti:

–       la violazione manifesta della legge nonché del diritto dell’Unione europea;

–       il travisamento del fatto o delle prove;

–       ovvero l’affermazione di un fatto la cui esistenza è incontrastabilmente esclusa dagli atti del procedimento o la negazione di un fatto la cui esistenza risulta incontrastabilmente dagli atti del procedimento;

–       ovvero l’emissione di un provvedimento cautelare personale o reale fuori dai casi consentiti dalla legge oppure senza motivazione.

La redazione giuridica

 

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INL

Con una circolare del 14 gennaio 2019 (circolare n. 2 del 14/01/2019), l’INL – Ispettorato nazionale del lavoro – ha reso note le maggiorazioni previste dall’art. 1, comma 445 lett. d) e f) della L. n. 145/2018 (legge di bilancio), degli importi sanzionatori in materia di violazione delle norme sulla tutela degli interessi e della dignità dei lavoratori

In particolare, l’INL ha comunicato:

– l’aumento del 20% dell’importo della maxi sanzione per lavoro nero (art. 3 d.l. n. 12/2002);
– l’aumento del 20% delle sanzioni per le condotte interpositorie (art. 18 d.lgs. n. 276/2003);
– l’aumento del 20% delle sanzioni per violazioni degli obblighi amministrativi per le procedure di distacco transnazionale (art. 12 d.lgs. n. 136/2016);
– l’aumento del 20% delle sanzioni per violazioni degli obblighi in materia di orario di lavoro, riposo settimanale e giornaliero e ferie (art. 18-bis, comma 3 e 4, d.lgs. n. 66/2003);
– l’aumento del 10% degli importi dovuti per la violazione delle disposizioni in materia di infortuni e sicurezza sul lavoro (d.lgs. n. 81/2008).

L’Ispettorato del lavoro ha fatto anche sapere che ulteriori maggiorazioni del 20% potranno essere previste per gli importi dovuti per la violazione delle altre disposizioni in materia di lavoro e legislazione sociale, individuate con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali.

E, in ogni caso, le predette maggiorazioni saranno raddoppiate laddove, nei tre anni precedenti, il datore di lavoro sia stato destinatario di sanzioni amministrative o penali per i medesimi illeciti.

Inoltre sono stati chiariti i seguenti principi:

– in forza del noto principio del tempus regit actum, trovano applicazione in relazione a condotte che si realizzano a partire dal 2019, dovendosi in proposito tener presente che – come più volte evidenziato dalla giurisprudenza – la collocazione temporale di condotte a carattere permanente va individuata nel momento in cui cessa la condotta stessa (ad es. il mantenimento di un lavoratore “in nero” a cavallo tra il 2018 e il 2019 sarà soggetto ai nuovi importi sanzionatori);

– nel limite di 15 milioni di € annui (lett. g) del medesimo comma 445) “….saranno versate al bilancio dello Stato per essere riassegnate, con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze e saranno destinate all’incremento del Fondo risorse decentrate dell’Ispettorato nazionale del lavoro per la valorizzazione del personale del medesimo Ispettorato, secondo criteri da definire mediante la contrattazione collettiva integrativa nel rispetto di quanto previsto dal decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150”;  fatte salve le somme che l’art. 13, comma 6, del D.Lgs. n. 81/2008 destina all’apposito capitolo regionale per finanziare le attività di prevenzione nei luoghi di lavoro, svolte dai dipartimenti di prevenzione delle AA.SS.LL..

La redazione giuridica

 

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DIRIGENTE DEMANSIONATO: CONDANNATO IL DATORE DI LAVORO

plateale

La reazione del lavoratore, definita plateale, era consistita in molteplici azioni, quali l’affissione di cartelloni recanti a caratteri cubitali frasi di denuncia

La Corte d’appello di Roma aveva rigettato l’appello proposto da un lavoratore avverso la sentenza di primo grado, che ne aveva respinto la domanda di accertamento dell’illegittimità del licenziamento intimatogli per giusta causa. Quest’ultima era consistita nella reazione “intollerabilmente alterata ed aggressiva” concretizzatasi in una plateale manifestazione di dissenso assunta dal lavoratore,contro le note annuali di valutazione di carattere negativo, provenienti dal proprio datore di lavoro.

La reazione del lavoratore, definita plateale, era consistita in molteplici azioni, quali ad esempio l’affissione di cartelloni visibili ai colleghi e al pubblico, recanti a caratteri cubitali frasi di denuncia (”mi sta devastando”, “sono vittima di stalking”, “accetto tutti i lavori eccetto quelli che mi obbligano a tacere”).

In altre occasioni, egli si era rifiutato di lasciare i locali dello stabilimento a fine turno serale, costringendo il proprio direttore di stabilimento a far intervenire le forze di polizia.

Ebbene, in base al complessivo comportamento di palese insofferenza del lavoratore e della sua incapacità a rispettare ruoli, direttive e doveri connessi al rapporto di impiego e, tenuto anche conto delle precedenti sanzioni disciplinari conservative in cui era incorso, l’azienda giustificava il suo licenziamento.

Il ricorso per Cassazione

Ricorreva per Cassazione, tramite il proprio difensore di fiducia, il lavoratore licenziato, lamentando la mancata prova, a carico del datore di lavoro, della legittimità del recesso.

Con il secondo motivo deduceva anche, l’insussistenza della giusta causa del licenziamento, posto che egli non aveva mai violato il codice etico aziendale.

Ma i giudici della Cassazione, non accolgono i motivi di ricorso e ricordano che il Supremo Collegio non può intervenire nel merito di una valutazione già correttamente operata dai giudici dell’appello.

La Corte territoriale avrebbe, infatti, correttamente proceduto alla qualificazione e, prima ancora alla valutazione, del comportamento del lavoratore alla stregua dello standard di normativa in materia di licenziamento per giusta causa.

Respinto dunque il ricorso e confermato il licenziamento del dipendente.

 La redazione giuridica

 

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TERMINE DI IMPUGNATIVA IN CASO DI LIECENZIAMENTO VERBALE. IL PUNTO

peculato

Era stato accusato del reato di peculato d’uso dell’autovettura di servizio e pertanto condannato con pena sospesa a dieci mesi di reclusione

L’uomo, Maresciallo Capo in servizio presso la Stazione dei Carabinieri di un piccolo comune della provincia di Agrigento, era stato accusato (e poi condannato) per aver utilizzato l’autovettura di cui aveva la disponibilità per ragioni del proprio ufficio, recandosi, fuori dal territorio comunale, per motivi personali. Il mezzo era stato rinvenuto, di li a poco, parcheggiato all’esterno di un condominio privato. Da subito era stata configurata l’ipotesi di delitto di peculato d’uso.

Non soltanto. La Procura, aperto il fascicolo, gli aveva altresì ascritto il reato di falso. Quando, infatti, al maresciallo era stato chiesto di fornire giustificazioni dell’utilizzo del mezzo di servizio egli formava (nell’esercizio delle proprie funzioni) due atti falsi: un invito per la presentazione a rendere interrogatorio di persona sottoposta ad indagini destinato ad un legale, difensore di fiducia dell’indagato, asseritamente su delega dell’autorità giudiziaria (con indicazione del relativo numero del procedimento), e della conseguente relata di notifica di detto atto provvisto di fede privilegiata, a cui era stata apposta la falsa attestazione di ricezione del destinatario.

Il ricorso per Cassazione e la decisione

I giudici Ermellini, ricordano sin da subito che le deduzioni difensive (come quelle prospettate dalla difesa del ricorrente) volte alla mera sollecitazione di una diversa valutazione rispetto a quella effettuata dai giudici di merito, è operazione del tutto preclusa in sede di legittimità.

Peraltro, a detta del Supremo Collegio, la sentenza impugnata era immune da vizi di motivazione.

La Corte territoriale aveva, infatti, ben posto in evidenza che l’utilizzo dell’autovettura di servizio non era sorretto da alcuna finalità istituzionale, circostanza peraltro che nell’immediatezza dei fatti, sottoposto ad interrogatorio dal proprio superiore, era stata spontaneamente riconosciuta anche dal ricorrente.

Quanto alla ritenuta assenza di offensività della condotta eccepita tra i motivi di ricorso, deve rilevarsi – affermano i giudici della Corte – che vi è giurisprudenza pacifica per cui integra il delitto di peculato d’uso la condotta dell’appartenente ad una forza di polizia che utilizzi l’auto di servizio per esigenze personali (ipotesi di utilizzo dell’autovettura di servizio per recarsi da una prostituta, Sez. 6, n. 5206 del 15/12/2017).

Si tratta cioè di una condotta che si sostanzia nella distrazione, sebbene provvisoria, del mezzo dalla finalità pubblica, tenuto conto che la vettura utilizzata per fini personali dal ricorrente era comunque attribuito all’Arma dei Carabinieri, al cui doveroso utilizzo istituzionale era stato sottratto per un significativo lasso di tempo.

Anche sul reato di falso, nulla quaestio.

Era evidente che proprio il ricorrente aveva predisposto i due atti falsificandoli nel loro contenuto, atti all’evidenza di natura pubblica tanto da realizzare, in ordine alla falsificazione della relata di notifica al difensore di un indagato, un atto con fede privilegiata in quanto certamente facente prova fini a querela di falso.

Niente da fare dunque, per il Maresciallo dei Carabinieri. La Cassazione dopo aver dichiarato inammissibile il ricorso, ha confermato la sua condanna, oltre al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

 

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MEDICI ACCUSATi DI FALSO E ABUSO D’UFFICIO, MA IL FATTO NON SUSSISTE

reversibilità

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 651/2019, ha chiarito quali sono i criteri per l’accertamento del requisito della “inabilità” richiesto ai fini del riconoscimento del diritto alla pensione di reversibilità ai figli superstiti del lavoratore o del pensionato

La Corte di Appello di Messina aveva confermato la decisione del giudice di primo grado, di rigetto della domanda proposta dal procuratore generale di una donna, volta al riconoscimento della pensione di reversibilità in favore del figlio inabile, già convivente con il padre deceduto. Dalla consulenza tecnica d’ufficio espletata al momento del decesso del genitore, era infatti emersa l’assenza del requisito dell’inabilità lavorativa assoluta in capo al figlio. La madre non avrebbe avuto, perciò alcun diritto all’assegno di reversibilità; indi il ricorso per Cassazione.

Resisteva in giudizio con controricorso l’INPS

La decisione della Cassazione

Ebbene secondo i giudici della Suprema Corte, le censure addotte dal difensore della istante, erano fondate.

Nella giurisprudenza di legittimità è ormai, da tempo, scalfito il seguente principio: “L’accertamento del requisito della “inabilità” (di cui all’art. 8 della legge 12 giugno 1984 n. 222) richiesto ai fini del riconoscimento del diritto alla pensione di riversibilità ai figli superstiti del lavoratore o del pensionato, deve essere operato secondo un criterio concreto, ossia avendo riguardo al possibile impiego delle eventuali energie lavorative residue in relazione al tipo di infermità e alle generali attitudini del soggetto, in modo da verificare, anche nel caso del mancato raggiungimento di una riduzione del cento per cento della astratta capacità di lavoro, la permanenza di una capacità dello stesso, di svolgere attività idonee nel quadro dell’art. 36 Cost. e tali da procurare una fonte di guadagno non simbolico”.

Nella specie, la Cassazione aveva confermato la decisione di merito di accoglimento della domanda di reversibilità, avanzata da un maggiorenne inabile, orfano di entrambi i genitori, le cui residue capacità lavorative erano state riconosciute talmente esigue da consentire solo lo svolgimento di operazioni elementari e che comunque dovevano essere completate da un altro operatore: si trattava dello svolgimento di “un’attività del tutto priva di produttività, oltre che in perdita economica” esercitata esclusivamente all’interno di strutture protette, con esclusione di qualsiasi apprezzabile fonte di guadagno (Cass. n. 26181, 19 dicembre 2016; Cass. n. 21425 del 17/10/2011; Cass. n. 12765 del 09/07/2004; Cass. n. 7058 del 23/05/2001).

Nel caso in esame, siffatto accertamento sul figlio della ricorrente, non era stato compiuto.

Dapprima il consulente tecnico nominato e poi la Corte d’appello avevano omesso di verificare le effettive residue capacità lavorative del ragazzo.

In altre parole, non era stato operato, in concreto, alcun accertamento circa la permanenza o meno della capacità del soggetto di svolgere un’attività tale da procurargli una fonte di guadagno che non fosse meramente simbolica o di ritenere che l’interessato non fosse totalmente inabile al lavoro.

Il ricorso andava in tal senso accolto.

La redazione giuridica

 

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danno non patrimoniale

Con nota prot. n. 7197 del 28 dicembre scorso, il Tribunale ordinario di Roma ha pubblicato le nuove tabelle per la valutazione e quantificazione del risarcimento del danno non patrimoniale

Il Tribunale capitolino ha fatto sapere che tale attività è stata il frutto di una approfondita riflessione sull’art. 47 quater dell’Ord. Giudiziario e delle novità introdotte con le leggi n. 24/2017 in materia di responsabilità professionale sanitaria e della legge n. 124/2017 che ha sostituito gli artt. 138 e 139 del Cod. assicurazioni, introducendo i nuovi riferimenti per la valutazione del danno non patrimoniale e del danno biologico.

Nella stessa nota hanno chiarito le ragioni per cui non sarebbe più possibile utilizzare, in materia di quantificazione del danno biologico e non patrimoniale, le tabelle formate dall’Osservatorio di Milano e trasmesse dal Presidente del Tribunale di Milano ai giudici per la loro applicazione.

Una precisazione terminologica sul danno non patrimoniale

In prima battuta è stata fornita una notazione di carattere concettuale sulla nozione di danno non patrimoniale, che deve intendersi quale danno morale, secondo le indicazioni contenute negli artt. 138 e 139 del cod. delle assicurazioni.

Siffatta terminologia è peraltro utilizzata anche dalla giurisprudenza e, come affermano i giudici capitolini, “sta giungendo ad ipotizzare un danno non patrimoniale con due componenti, una morale soggettiva ed una morale connessa con le conseguenze dinamico relazionali del fatto illecito con uno stimolo a considerare anche le caratteristiche della condotta del danneggiante, così riaprendo il dibattito in materia.

Si tratta semplicemente di un ripristino della sfera complessiva del danneggiato lesa o deve essere valorizzata anche una componente sanzionatoria?

Il danno biologico

Il danno biologico consiste nella violazione della integrità psico-fisica della persona e deve essere considerato ai fini della determinazione del risarcimento, sia nel suo aspetto statico (diminuzione del bene primario dell’integrità psico-fisica in se per se considerata) sia nel suo aspetto dinamico (manifestazione o espressione quotidiana del bene salute che riguarda sia l’attività lavorativa che le altre attività extra lavorative e che pongono il soggetto in condizione non solo di produrre utilità, ma anche di ricevere utilità).

Dal punto di vista normativo sono state introdotte diverse definizioni in materia.

Secondo l’art. 13 del d.lgs. 38/2000 ai fini della tutela dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali il danno biologico è definito come lesione alla integrità psico-fisica della persona, suscettibile di valutazione medico legale, con la precisazione che le prestazioni per il ristoro del danno biologico sono determinate in misura indipendente dalla capacità di produzione del reddito del danneggiato.

Le tabelle milanesi – a giudizio del Tribunale di Roma – sono espressive di criteri difformi da quelli previsti dalla legge o dalle stesse decisioni della corte di cassazione in relazione ad aspetti concreti. Ecco perché da tempo lo stesso Tribunale aveva manifestato la decisione di non conformarvisi ulteriormente.

Occorre, dunque, che le predette tabelle siano rivalutate alla luce delle leggi n. 24/2017 e 127/2017 che, come premesso, riguardano i risarcimenti del danno biologico e morale soggettivo relativi alla materia degli incidenti stradali e alle altre materie alle quali la legge ha ritenuto di applicare la medesima disciplina.

Le novità

Quel che tiene a precisare la Presidenza del Tribunale ordinario di Roma è che non è in contestazione l’utilizzazione del punto tabellare base individuato dal Tribunale di Milano quanto, piuttosto, le modalità di costruzione della tabella relativamente: a) all’incremento del valore del punto in considerazione; b) alla gravità dei postumi; c) al parametro utilizzato per la determinazione del danno morale; d) al criterio utilizzato per la determinazione della personalizzazione, oltre ai criteri utilizzati per il danno parentale o il danno da morte per altra causa che appaiono contrastare l’esigenza di prevedibilità della decisione a cui si era ispirata anche la sentenza della Cassazione del 2011 n. 12408.

Ebbene, è alla luce di queste considerazioni che nella nota sono stati forniti i criteri guida posti alla base delle nuove tabelle in materia di:

– danno biologico permanente e temporaneo,
– danno morale o soggettivo,
– danno parentale,
– decesso per causa diversa,
– danno catastrofale biologico e morale

Ma ciò che più rileva è che il valore di punto di danno biologico permanente, fino al 40%, è stato incrementato ed omologato a quello delle tabelle milanesi, consentendo dunque una omogeneità di trattamento a livello nazionale.

Sia per il danno biologico che per il danno parentale è stato confermato il precedente sistema tabellare.

Sono state invece aggiunte le voci di danno catastrofale biologico e morale.

La redazione giuridica

 

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revoca della patente

La revoca della patente di guida non presenta natura “sostanzialmente penale” (…) in quanto risulta fondata su finalità e natura diverse da quelle della sanzione penale, con marcati profili di prevenzione piuttosto che di repressione

Il Tribunale di Trani, a seguito di richiesta di patteggiamento dell’imputato e con il consenso del pubblico ministero, applicava la pena di anni uno e mesi otto di reclusione per il reato di omicidio stradale, trattandosi di fatto intervenuto successivamente alla entrata in vigore della novella normativa di cui alla L. 23 marzo 2016, n. 41 e, disponendo, altresì, a carico dello stesso imputato, la sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente di guida.

Avverso tale sentenza di condanna insorgeva la difesa, deducendo violazione di legge nella interpretazione e nella applicazione del disposto dell’art. 222 C.d.S., comma 2 sul presupposto che il testo normativo presentasse evidenti distonie e contraddizioni nel suo articolato, per cui non era possibile desumere, in maniera univoca e chiara, le ipotesi di reato alle quali era applicabile la sanzione amministrativa della sospensione piuttosto che della revoca della patente di guida.

Il ricorso per Cassazione e la decisione

Secondo i giudici della Suprema Corte, il ricorso non merita accoglimento e pertanto, deve essere rigettato.

Con riferimento al reato di omicidio stradale aggravato – affermano – incorre in inosservanza di legge il giudice di merito il quale non fa applicazione della disciplina generale, sancita dall’art. 222 C.d.S., anch’essa modificata a seguito della entrata in vigore della legge introduttiva dell’omicidio stradale, la quale prevede la revoca della patente di guida per tutte le ipotesi ivi contemplate.

In particolare l’art. 222 C.d.S. prevede al comma 2 quarto periodo che alla condanna, ovvero all’applicazione della pena su richiesta delle parti a norma dell’art. 444 c.p.p. per i reati di cui agli artt. 589 bis e 590 bis c.p., consegue la revoca della patente di guida. La disposizione del quarto periodo si applica anche nel caso in cui sia stata concessa la sospensione condizionale della pena.

La giurisprudenza

Pacifica poi è la giurisprudenza, formatasi già sotto il vigore del previgente testo dell’art. 222 C.d.S., secondo cui all’applicazione della sanzione amministrativa accessoria debba provvedere, anche officiosamente, il giudice che applica la pena (…) trattandosi di effetto penale della pronuncia (sez. 4, 9.12.2003) e che in mancanza di tale previsione possa provvedere, a seguito di ricorso del pubblico ministero, lo stesso giudice di legittimità con l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata e con la diretta applicazione della revoca della patente, trattandosi di statuizione priva di profili di discrezionalità (sez.4, 19.11.2015).

Con riferimento alle censure dedotte in sede di ricorso dalla difesa, in ordine ad eventuali distonie tra le diverse disposizioni dell’art. 222 C.d.S., comma 2 che giustificherebbero l’esercizio da parte del giudice, in ossequio a principi di progressività e di proporzionalità delle sanzioni anche amministrative, di una discrezionalità non vincolata alla natura e al tipo di reato ascritto, la Suprema Corte, in ossequio all’interpretazione del’art. 7 CEDU adottata dalla Corte di Strasburgo, ha di recente affermato che: la sanzione amministrativa di cui si discute (revoca della patente di guida) non presenta natura “sostanzialmente penale” in quanto non elude le garanzie del processo penale, essendo la stessa disposta all’esito del relativo giudizio penale (sez.4, 20.6.2018), laddove la irrogazione della sanzione amministrativa deriva da una scelta legislativa rientrante nell’esercizio del potere del legislatore, più volte ritenuta dal giudice delle leggi non sindacabile sotto il profilo della ragionevolezza, laddove risulta fondata su finalità e natura diverse da quelle della sanzione penale, con marcati profili di prevenzione piuttosto che di repressione (sez.4, 16.5.2017).

Il ricorso è stato pertanto rigettato con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

 

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protesta

La Corte d’appello di Trieste, in riforma della pronuncia del giudice di primo grado, aveva mandato assolto dal reato di interruzione di pubblico servizio l’imputato che per protesta aveva impedito al conducente di un bus di partire

Il conducente dell’ultima corsa di un bus del trasporto pubblico, stante l’impossibilità di caricare tutti gli utenti in attesa al capolinea, essendo esauriti i posti a sedere ed occupati tutti gli spazi in piedi, aveva chiuso le porte del mezzo pubblico, accingendosi a dar inizio alla corsa. Senonché l’imputato, per protesta contro l’organizzazione del servizio di trasporto, si sdraiava per terra impedendone quindi volontariamente la partenza, che avveniva solo dopo mezz’ora e a seguito dell’intervento dei Carabinieri.

Contro la predetta sentenza di assoluzione proponeva ricorso per Cassazione il Procuratore Generale,  assumendo l’erronea applicazione della legge, laddove la corte territoriale aveva giustificato la statuizione assolutoria in ragione della ravvisata impossibilità, alla stregua degli atti, di fornire risposta al quesito relativo alla sussistenza o meno della contestata fattispecie delittuosa, se cioè la condotta dell’imputato avesse avuto incidenza sulla complessiva funzionalità del servizio pubblico, tale da assumere rilevanza penale.

La Corte d’appello, avrebbe in tal modo “travisato” l’elemento oggettivo proprio del reato di cui all’art. 340 c.p., in contrasto con l’insegnamento della giurisprudenza di legittimità, secondo cui la fattispecie deve ritenersi consumata in presenza di un’alterazione anche temporanea, purché oggettivamente apprezzabile, del servizio pubblico, senza necessità – come invece opinato dalla sentenza impugnata – che il turbamento debba concernere “il servizio nella sua interezza e globalità.

Per i giudici della Cassazione, il ricorso è fondato e merita accoglimento.

I giudici di merito, nella fattispecie in esame, non hanno fatto buon governo dei principi esistenti in materia.

Il punto di partenza – afferma il Supremo Collegio – non può che essere costituito dal dato testuale della norma incriminatrice, che, in linea con l’interesse tutelato, sanziona non solo la condotta che abbia comportato l’interruzione del servizio pubblico di cui si tratti, bensì anche il comportamento che abbia inciso semplicemente sul regolare svolgimento dell’ufficio o servizio pubblico (cfr., in particolare, Sez. 6, sent. n. 46461 del 30.10.2013, Rv. 257452).

Proprio la rilevata ampiezza dell’ambito di applicazione della norma ha indotto la giurisprudenza a puntualizzare che, ferma la rilevanza di un’alterazione anche temporanea del servizio, essa deve tuttavia rivestire un’oggettiva significatività, risultando così esclusi dalla sfera di operatività della fattispecie incriminatrice in questione i casi in cui la condotta contestata – giusta la terminologia usualmente adottata – si sia risolta nell’interruzione o nell’alterazione della regolarità di “un singolo atto…, senza che tale comportamento abbia inciso in modo apprezzabile sulla funzionalità complessiva dell’ufficio” (così Sez. 6, sent. n. 36404 del 28.05.2014).

Detto in altri termini, il giudice di merito, deve considerare la ricaduta della condotta posta in essere dall’imputato, sullo specifico servizio colpito e non anche sulla totalità in assoluto del servizio. Operazione, quest’ultima, che risulta senza dubbio difficile, ove si tratti di servizi di ampio respiro – come nel caso del trasporto pubblico.

Ma in ogni caso, secondo i giudici della Cassazione, nel caso in esame, l’alterazione della regolarità del servizio non poteva certamente essere esclusa sulla scorta di “un lieve ritardo nella partenza del mezzo”, atteso che siffatta affermazione finirebbe con lo “sterilizzare” gratuitamente la causale alla base dell’accaduto, omettendo altresì di soffermarsi sulla sua ricaduta oggettiva, da apprezzarsi altresì, alla luce della incontestabile circostanza, per cui quella “bloccata” era l’ultima corsa della linea diretta dal centro città all’aeroporto” .

Per tali motivi, è stata annullata sentenza impugnata e con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello per un nuovo giudizio.

La redazione giuridica

 

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