Tags Posts tagged with "news giuridiche"

news giuridiche

assegno di mantenimento

La Corte d’appello di Napoli nell’agosto del 2017, ha dichiarato non dovuto l’assegno di mantenimento in favore dell’ex compagna perché economicamente autosufficiente

La donna si è pertanto rivolta ai giudici della Cassazione al fine di sentir dichiarare la nullità della sentenza impugnata e ottenere il riconoscimento del diritto al predetto contributo economico.

Ma i giudici della Suprema Corte hanno respinto il ricorso confermando quanto già assunto dai giudici di merito.

Ed invero, nel caso in esame, «il tessuto motivazionale dell’impugnata sentenza risultava puntuale, coerente e perfettamente conforme ai principi giuridici elaborati dalla giurisprudenza di legittimità»

Nel negare al coniuge l’assegno di mantenimento, la corte d’appello aveva infatti tenuto conto della effettiva capacità di produrre reddito della ricorrente (la quale verosimilmente svolgeva attività lavorativa ed era di giovane età); del tenore di vita goduto dai coniugi durante la convivenza familiare (restando indimostrato il suo carattere elevato), nonché della oggettivamente breve durata della coabitazione.

La conferma della decisione impugnata

Che per tali motivi, nessuna censura poteva essere mossa all’impugnata sentenza, avendo la corte fatto corretta applicazione dei principi giuridici elaborati in materia.

Secondo il più recente orientamento giurisprudenziale in tema di presupposti per il riconoscimento dell’assegno di mantenimento al coniuge più debole, ciò che rileva non è più il “precedente tenore di vita”, quanto piuttosto, la sua “indipendenza o autosufficienza economica”.

Ciò significa che a determinare la corresponsione o meno del contributo in questione sarà il reddito che il richiedente ha o è in grado di procurarsi in base alle propria formazione, all’età, alla propria esperienza lavorativa.

Il principio, cristallizzato nella sentenza n. 11504/17 della Cassazione, ricorda quanto già l’ordinamento prevede in relazione ai figli maggiorenni. L’aiuto economico in favore di questi ultimi dipende dalla loro effettiva capacità di indipendenza economica.

La redazione giuridica

 

Leggi anche:

L’OBBLIGO DI CORRISPONDERE I MEZZI ECONOMICI IN CASO DI SEPARAZIONE

ufficiale giudiziario

La corte di appello di Lecce aveva condannato un ufficiale giudiziario alla pena di legge prevista per il reato di falso materiale in atto pubblico di fede privilegiata

L’addebito mosso dalla Procura della Repubblica ed avallato dai giudici di merito era che l’imputato, in veste di ufficiale giudiziario delegato per le notifiche presso un tribunale pugliese, aveva contraffatto la relata di notifica alla parte soccombente apposta all’originale di una sentenza civile, nella parte concernente la data, cancellando quella errata ed apponendovi quella in cui effettivamente era stato dato corso alla notifica.

Sulla vicenda si è pronunciata la Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 21748/2019.

Con un primo motivo, la difensa lamentava la violazione di legge e il vizio di motivazione della sentenza impugnata poiché al momento in cui si era verificato il fatto (la correzione sulla relata di notifica),il procedimento di notifica era ancora in corso. Si trattava dunque, della correzione di un errore materiale di un atto la cui formazione era ancora in itinere, il che non configurava certo l’ipotesi di reato di falso per alterazione.

Peraltro, anche il Procuratore generale distrettuale aveva chiesto l’assoluzione dell’imputato per carenza dell’elemento psicologico.

Ebbene il ricorso è stato accolto nei seguenti termini.

La giurisprudenza di legittimità, ha da tempo sancito il principio per cui il dolo dei delitti di falso è generico ma che esso non può tuttavia essere considerato in re ipsa, in quanto deve essere rigorosamente provato, dovendosi escludere il reato quando risulti che il falso deriva da una semplice leggerezza ovvero da una negligenza dell’agente, poiché il sistema vigente non incrimina il falso documentale colposo.

Senza dubbio, l’imputato, una volta resosi conto di non avere ancora notificato la sentenza alla parte soccombente ed eseguita successivamente, aveva corretto la relata sull’originale dell’atto presente in ufficio.

Detta correzione era stata operata in maniera incontestabilmente evidente, ed invero, dall’osservazione dell’atto, poteva evincersi che la correzione era stata eseguita mediante sovrascrittura della nuova data e che detta sovrascrittura era stata effettuata con inchiostro di colore diverso.

Tuttavia, a detta degli Ermellini, la motivazione impugnata risultava carente sul piano dell’elemento soggettivo.

La Corte di merito, infatti, partendo dalla constatazione del perfezionarsi del delitto di falso, si era limitata a richiamare la natura generica del dolo della fattispecie, senza tuttavia interrogarsi sulle motivazioni, consistenti nella mera finalità correttiva, che avevano in concreto animato l’operato dell’ufficiale giudiziario.

«La circostanza che l’imputato non avesse osservato l’iter – che non si comprende, peraltro, se segnato da un riferimento normativo o frutto di una prassi – che doveva essere seguito nel caso si presentasse la necessità della correzione non è elemento che milita per la sussistenza certa del dolo, a fortiori laddove ci si trovava al cospetto di un’operazione di rettificazione di un errore tesa a ristabilire la verità dei fatti, oltretutto posta in essere attraverso un intervento graficamente maldestro e, di conseguenza, particolarmente evidente».

Per tali motivi, il ricorso è stato accolto e cassata con rinvio la decisione impugnata alla corte d’appello che “dovrà fornire nuova motivazione sul punto, avendo cura di interrogarsi sulla condotta complessiva dell’imputato e sulle implicazioni in termini di coefficiente soggettivo delle finalità dell’azione e delle modalità con cui essa è stata posta in essere”.

La redazione giuridica

 

Leggi anche:

LESIONI E FALSO MATERIALE: MEDICO CONDANNATO IN PROVINCIA DI LEGGE

avvocato

Qualora l’oggetto del giudizio sia una lite tra eredi inerente l’itera massa ereditaria, anche con riguardo alla determinazione della sua entità, è il suo valore a costituire parametro di riferimento per la esatta liquidazione del compenso dovuti all’avvocato

La vicenda

Con sentenza depositata nel dicembre de 2015 il Tribunale di Matera, pronunziando sul ricorso proposto da un avvocato per il pagamento delle spettanze professionali relative al mandato svolto in relazione ad una causa riguardante un’azione di riduzione e reintegrazione della quota ereditaria, lo accoglieva, liquidando in favore di quest’ultimo, la somma complessiva di Euro 3.557,60, oltre alle spese della procedura e agli accessori di legge.

A sostegno dell’adottata decisione il predetto Tribunale, determinava il quantum nell’anzidetta misura, applicando lo scaglione riconducibile al valore compreso da Euro 25.000,00 ed Euro 50.000,00 della tariffa forense, considerata la natura della causa cui si riferiva lo svolgimento della attività professionale.

Il ricorso per Cassazione

Con ricorso per Cassazione ritualmente formulato il predetto difensore contestava la decisione impugnata per violazione e falsa applicazione dell’art. 12 c.p.c., con riguardo alla mancata estensione – nel giudizio in cui egli aveva svolto il suo mandato professionale – del valore della controversia all’intera massa ereditaria, in ordine al quale avrebbe dovuto essere individuato lo scaglione tariffario effettivamente applicabile per la liquidazione degli onorari legali.

Il ricorso è stato accolto. Ai fini della liquidazione delle spettanze in favore dell’avvocato ricorrente, il Tribunale di merito avrebbe dovuto porre riferimento al valore della complessiva massa ereditaria e non a quello della quota in contestazione relativa alla sola domanda di riduzione eccepita dalla convenuta.

In altre parole, essendo venuta a costituire oggetto della richiamata controversia l’intera massa ereditaria anche con riguardo alla determinazione della sua entità, ne consegue che – secondo la pacifica giurisprudenza di questa Corte (cfr., ad es., Cass. n. 2978/1981, Cass. n. 11222/1997 e, in motivazione, Cass. n. 9058/2012 e Cass. n. 20126/2014, non mass.) – era il valore della stessa a dover costituire il parametro di riferimento per la esatta liquidazione dei compensi dovuti al ricorrente ai sensi dell’art. 12 c.p.c., u.c., con la relativa applicazione degli inerenti criteri tariffari di cui al D.M. n. 140 del 2012, art. 5.

Aveva fatto bene dunque, il legale a contestarne la legittimità della liquidazione del compenso così determinata dal Tribunale di Matera, che ora dovrà pronunciarsi nuovamente sulla vicenda tenendo conto dell’enunciato principio di diritto e provvedendo, in tal modo, a regolare le spese di giudizio.

La redazione giuridica

 

Leggi anche:

EREDITA’: QUANDO L’ACCETTAZIONE E’ TACITA? LA CASSAZIONE RISPONDE

tardivo versamento accise

La vicenda trae origine dal ricorso con il quale una società impugnava gli avvisi di accertamento emessi dalla Regione per gli anni 2004 e 2005, con i quali erano state irrogate le sanzioni per il tardivo versamento delle accise da effettuarsi entro la fine di ogni mese

La ricorrente aveva effettuato i pagamenti tramite bonifico bancario con ordini antecedenti la data di fine mese, ma le somme erano state accreditate dall’istituto bancario con ritardo, benché con valuta riferita al giorno di scadenza previsto.

In appello i giudici tributari accoglievano integralmente l’azione della ricorrente sostenendo che i pagamenti fossero stati tempestivi poiché disposti mediante ordine di pagamento alla banca entro i termini previsti; la banca aveva poi, effettuato l’accredito in un momento successivo ma con valuta antecedente la data di scadenza.

Ebbene la sentenza della CTR Toscana è stata confermata anche dai giudici della Cassazione.

«Il bonifico bancario – si legge in sentenza- è un metodo di pagamento previsto per il pagamento delle accise oggetto di giudizio, sicché le conseguenze del ritardo frapposto dalla banca, che materialmente era tenuta ad eseguire il pagamento a favore della Regione, non possono ricadere sul contribuente che ha dato l’ordine entro il termine previsto».

A ciò si aggiunge che in materia di versamento delle imposte dirette, l’art. 17, ultimo comma, della legge n. 576/1975, aggiunto dall’art. 4 del d.l. n. 30/1976 convertito in legge 2 maggio 1976 n. 160, prevede che l’azienda di credito che non versa alla tesoreria dello Stato nel termine previsto le imposte al cui pagamento è stata delegata deve corrispondere una penale per ogni giorno di ritardo. Con tale norma il legislatore ha avuto lo scopo di rendere inaccettabile per le aziende di credito il rischio di un ritardo nel versamento e di precludere movimenti speculativi su somme ingenti, appartenenti all’intera collettività nazionale, e ciò sul presupposto che l’obbligo contributivo a carico del contribuente doveva ritenersi assolto con la delega del pagamento effettuato alla banca.

«Il medesimo presupposto – concludono i giudici della Cassazione – deve dunque, ritenersi sussistente anche in materia di pagamento delle accise, ove peraltro, non è prevista una penale a carico della banca che ritardi nell’accredito dei pagamenti effettuati».

Per tali motivi la decisione impugnata è stata definitivamente confermata con condanna della Regione a rifondere le spese processuali sostenute dalla ricorrente.

La redazione giuridica

 

Leggi anche:

STUDIO PROFESSIONALE “SORVEGLIATO SPECIALE” DELL’AGENZIA DELE ENTRATE. IL CASO

sospensione dei termini feriali

La Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi in ordine all’efficacia della sospensione dei termini feriali in materia di giudizi di opposizione a sentenze esecutive

La vicenda

Nel caso in questione, era stata impugnata una sentenza in materia di opposizione a precetto. Trattandosi di una opposizione esecutiva, ad essa non era applicabile la sospensione feriale dei termini per impugnare, neppure dinanzi alla Corte di cassazione.

La sospensione dei termini processuali in periodo feriale indicata dalla L. n. 742 del 1969, art. 1, non si applica infatti, ai procedimenti di opposizione all’esecuzione, come stabilito dal R.D. n. 12 del 1941, art. 92, a quelli di opposizione agli atti esecutivi e di opposizione di terzo all’esecuzione, di cui agli artt. 615, 617 e 619 c.p.c., ed a quelli di accertamento dell’obbligo del terzo di cui all’art. 548 stesso codice ed anche alle impugnazioni avverso i provvedimenti decisori, aventi valore di sentenza, resi nel procedimento esecutivo di obblighi di fare e di non fare (da ultimo, Cass. n. 21568 del 2017).

Ebbene, la sentenza era stata depositata il 21 aprile 2017 e il ricorso notificato il 21 novembre 2017.

A ben vedere, la notifica del ricorso era avvenuta oltre i sei mesi dalla pubblicazione della sentenza impugnata, e quindi oltre la consumazione del termine c.d. lungo per impugnare, previsto dall’art. 327 c.p.c., comma 1, non assoggettabile a sospensione feriale.

Ebbene, nella memoria difensiva il ricorrente lamentava la nullità della predetta sentenza, richiamando a sostegno, un precedente arresto giurisprudenziale (sentenza n. 6672 del 2010), così massimato: “Ai sensi della L. 7 ottobre 1969, n. 742, artt. 1 e 3, e dell’art. 92 ordinamento giudiziario, la sospensione feriale dei termini processuali non si applica alle opposizioni esecutive, anche se proposte prima dell’inizio dell’esecuzione, a meno che la situazione attiva, di cui il creditore si era affermato titolare e in virtù della quale aveva promosso l’esecuzione, abbia cessato di essere contestata e tra le parti si continui a discutere dell’esistenza o meno del diritto del creditore di promuovere l’azione esecutiva al solo fine del riparto delle spese del processo”.

La decisione

I giudici della Cassazione con la sentenza in commento, hanno però precisato che si tratta “di un precedente isolato e superato dal prevalente orientamento espresso, tra le altre, dalla sentenza n. 27747 del 2017 e prima ancora espresso da Cass. n. 12150 del 2016; nonché Cass. n. 23410 del 2013:” La sospensione feriale dei termini processuali non si applica alle opposizioni esecutive anche quando nel relativo giudizio permanga, quale unica questione controversa, quella attinente al regolamento delle spese processuali, in quanto la condanna alle spese assolve alla funzione di assicurare la pienezza di tutela della situazione dedotta nel processo, per cui la lite su tale aspetto, sia che attenga alla soccombenza virtuale sia che riguardi le regole relative alla statuizione sulle spese e sulla loro misura, inerisce sempre alla “ratio” della sospensione disposta per la natura della controversia alla quale le spese stesse si riferiscono.”

Ebbene, non essendovi ragioni per discostarsi da siffatto orientamento “che evita il rischio di diversificare la durata del termine ad impugnare a seconda dell’oggetto della singola impugnazione, laddove il criterio preso in considerazione dal legislatore è quello, unitario, delle opposizioni in materia esecutiva”, il Supremo Collegio ha dichiarato inammissibile il ricorso, in questione, in quanto tardivo.

La redazione giuridica

 

Leggi anche:

PEC SATURA: RESPONSABILE L’AVVOCATO PER LA MANCATA RICEZIONE DELL’ATTO

PEC

La saturazione della casella PEC non configura un impedimento non imputabile al difensore al fine di legittimare la richiesta di rimessione in termini per la notifica di un atto

La vicenda

La Corte di appello di Roma, in parziale riforma della sentenza di primo grado, aveva confermato la declaratoria di inammissibilità dell’opposizione proposta dall’attore avverso l’ordinanza dichiarativa della legittimità del licenziamento allo stesso intimato dalla società datrice di lavoro.

Nella specie, la corte territoriale aveva dato atto che, la comunicazione della ordinanza immediatamente esecutiva di rigetto della domanda (di cui alla L. 28 giugno 2012, n. 92, ex art. 1, comma 49), inviata all’indirizzo PEC del difensore della parte attrice, non era stata consegnata per “casella piena” e, quindi, per causa imputabile al destinatario.

Rilevato, dunque, che si era proceduto alla comunicazione mediante deposito in cancelleria ai sensi del D.L. 18 ottobre 2012, n. 179, art. 16, comma 6, convertito in L. 17/12/2012 n. 221, aveva confermato la statuizione di inammissibilità della opposizione in quanto tardiva.

Ebbene, avverso siffatta decisione di merito, il predetto difensore formulava ricorso per cassazione, affidandosi, tra gli altri motivi, al vizio di violazione di legge, laddove costituiva obbligo dell’ufficio di cancelleria, stante la impossibilità di effettuare la comunicazione a mezzo PEC, ricercare metodi di notifica alternativi inviando la comunicazione anche all’altro procuratore domiciliatario munito di PEC.

Ma il ricorso non è stato accolto.

Secondo il D.L. 18 ottobre 2012, n. 179, art. 16, convertito, con modificazioni, nella L. 17 dicembre 2012, n. 221, comma 4: “Nei procedimenti civili le comunicazioni e le notificazioni a cura della cancelleria sono effettuate esclusivamente per via telematica all’indirizzo di posta elettronica certificata risultante da pubblici elenchi o comunque accessibili alle pubbliche amministrazioni, secondo la normativa, anche regolamentare, concernente la sottoscrizione, la trasmissione e la ricezione dei documenti informatici”.

Il comma 6 dispone poi: “Le notificazioni e comunicazioni ai soggetti per i quali la legge prevede l’obbligo di munirsi di un indirizzo di posta elettronica certificata, che non hanno provveduto ad istituire o comunicare il predetto indirizzo, sono eseguite esclusivamente mediante deposito in cancelleria. Le stesse modalità si adottano nelle ipotesi di mancata consegna del messaggio di posta elettronica certificata per cause imputabili al destinatario”. Aggiunge il comma 8 che: “Quando non è possibile procedere ai sensi del comma 4 per causa non imputabile al destinatario, nei procedimenti civili si applicano l’art. 136 c.p.c., comma 3, e gli artt. 137 c.p.c. e segg… “.

Sotto altro profilo evidenziava che poiché il destinatario della notifica non può essere che la parte rappresentata dai difensori presso i quali è domiciliata, a questa nel caso di specie, non poteva essere addebitato il mancato recapito. Ma anche in questo caso, il ricorso non è stato accolto.

La nuova disciplina sul processo civile telematico

Come noto, in seguito all’entrata in vigore della predetta legge, le comunicazioni e le notificazioni a cura della cancelleria sono effettuate esclusivamente per via telematica all’indirizzo di posta elettronica certificata risultante da pubblici elenchi o comunque accessibili alle pubbliche amministrazioni, secondo la normativa, anche regolamentare, concernente la sottoscrizione, la trasmissione e la ricezione dei documenti informatici.

Laddove non sia possibile ricorrere alla posta elettronica certificata “per cause imputabili al destinatario” le comunicazioni e le notificazioni vanno effettuate “mediante deposito in cancelleria”. Solo ove vi sia una “causa non imputabile al destinatario” si rende applicabile la disciplina dell’art. 136 c.p.c.».

La giurisprudenza di legittimità ha peraltrio, più volte ribadito che la notifica a mezzo PEC L. n. 53 del 1994, ex art. 3 bis cit. di un atto del processo – formato fin dall’inizio in forma di documento informatico ad un legale, implica, purché soddisfi e rispetti i requisiti tecnici previsti dalla normativa vigente, l’onere per il suo destinatario di dotarsi degli strumenti per decodificarla o leggerla, non potendo la funzionalità dell’attività del notificante essere rimessa alla mera discrezionalità del destinatario, salva l’allegazione e la prova del caso fortuito, come in ipotesi di malfunzionamenti del tutto incolpevoli, imprevedibili e comunque non imputabili al professionista coinvolto; peraltro, costituendo la normativa sulle notifiche telematiche la mera evoluzione della disciplina delle notificazioni tradizionali ed il suo adeguamento al mutato contesto tecnologico, l’onere in questione non può dirsi eccezionale od eccessivamente gravoso, in quanto la dotazione degli strumenti informatici integra un necessario complemento dello strumentario corrente per l’esercizio della professione (Cass. 25/9/2017 n. 22320).

La decisione

In particolare, con specifico riferimento alla ipotesi di saturazione della casella PEC, è stato escluso che tale saturazione configuri un impedimento non imputabile al difensore al fine di legittimare la richiesta di rimessione in termini per la notifica di un atto (Cass. 12/11/2018 n. 28864, in motivazione).

Tale affermazione si pone in continuità con precedenti pronunzie della giurisprudenza di legittimità che hanno sottolineato come, una volta ottenuta dall’ufficio giudiziario l’abilitazione all’utilizzo del sistema di posta elettronica certificata, l’avvocato, che abbia effettuato la comunicazione del proprio indirizzo di PEC al Ministero della Giustizia per il tramite del Consiglio dell’Ordine di appartenenza, diventa responsabile della gestione della propria utenza, nel senso che ha l’onere di procedere alla periodica verifica delle comunicazioni regolarmente inviategli dalla cancelleria a tale indirizzo, indicato negli atti processuali, non potendo far valere la circostanza della mancata apertura della posta per ottenere la concessione di nuovi termini per compiere attività processuali (Cass. 2/7/2014 n. 15070).

Cosicché, in ordine alle conseguenze connesse all’esito negativo della consegna dell’atto inviato a mezzo PEC, per cause imputabili al destinatario, i giudici della Cassazione, hanno respinto il ricorso e confermato la statuizione di inammissibilità per tardività dell’opposizione L. 28 giugno 2012, n. 92, ex art. 1, comma 51, proposta avverso l’ordinanza che aveva rigettato l’impugnativa di licenziamento.

Ciò in quanto, dopo la comunicazione del provvedimento effettuata in via telematica con esito negativo per causa imputabile al difensore, l’atto era stato depositato in cancelleria, come previsto dalla norma, senza necessità di procedere alla notifica a mezzo fax (Cass. 23/1/2018 n. 1647, in motivazione).

La redazione giuridica

 

Leggi anche:

OFFESE NELL’ATTO DIFENSIVO: ASSOLTO AVVOCATO DAL REATO DI DIFFAMAZIONE

guida in stato di ebbrezza

Contro la decisione di condanna per guida in stato di ebbrezza di cui agli artt. 186 comma 2 lett. b), e 2 sexies C.d.S, l’imputato formulava ricorso per Cassazione

L’addebito era quello di essersi posto alla guida di un autoveicolo, durante l’ora notturna, in stato di ebbrezza alcolica, misurata tramite etilometro, con valore accertato pari a 0,82 gr/l.

Tra gli altri motivi di impugnazione l’imputato contestava la violazione di legge in relazione all’art. 131 bis cod. pen., nonché del vizio di motivazione.

Rilevava, infatti, di essere incensurato, che tale condotta era stata occasionale, che nessun fatto analogo era stato commesso successivamente, che non vi erano carichi pendenti per fatti diversi; che la prossimità al valore minimo avrebbe dovuto escludere ogni capacità a delinquere; che la lievità della violazione, che peraltro, non aveva cagionato danno alcuno e rilevata in un controllo di routine, era dimostrata dal superamento dell’area di punibilità pari a 0,02 centesimi; che la pena irrogata era molto prossima al minimo edittale e che erano state già concesse le attenuanti generiche.

Il procuratore generale presso la corte d’appello aveva infatti, già proposto l’assoluzione dell’imputato ai sensi dell’art. 131 bis cod. pen., posto che il fatto, si era verificato peraltro, in orario notturno (ore 4,00 del mattino) con traffico praticamente inesistente, strade extraurbane deserte e, conseguente inesistenza di pericolo concreto per cose e persone.

La decisione

Ebbene, il motivo è stato accolto. «Nell’ipotesi di specie concorrono tutti i presupposti della causa di non punibilità di cui all’art. 131 bis cod. pen.». – è quanto si legge della sentenza pronunciata dai giudici della Cassazione.

«Non solo, infatti, il superamento della soglia di punibilità è ridottissimo, ma le condizioni di realizzazione della condotta, per come descritte, appaiono denotate da una minima offensività, non essendo stata segnalata alcuna manovra rischiosa posta in essere dal conducente che, pur fermato per un controllo di routine, in ora notturna, guidava con evidenza in una situazione di assenza di traffico, quindi in condizioni di relativo pericolo concreto per i terzi, non essendo segnalata alcuna ulteriore violazione di norme della circolazione stradale».

Ciò posto, non avendo il fatto generato un contesto concretamente e significativamente pericoloso con riguardo ai beni tutelati dalla norma e ricordato che “La causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto prevista dall’art. 131-bis cod. pen., nel giudizio di legittimità, può essere ritenuta, senza rinvio del processo nella sede di merito, in presenza di un ricorso ammissibile, anche se esclusa nel giudizio di appello, i giudici della Cassazione hanno disposto in l’applicazione dell’art. 131 bis cod. pen., la declaratoria di non punibilità del reato, con conseguente annullamento della decisione impugnata”.

La redazione giuridica

 

Leggi anche:

INCIDENTE STRADALE: I GHIACCIO SULLA STRADA ESLCUDE LA COLPA DEL CONDUCENTE?

 

creditore del condominio

La questione di diritto sollevata nel caso in esame, riguarda la possibilità, per il creditore del condominio che abbia conseguito un titolo esecutivo nei confronti dello stesso, di procedere all’espropriazione dei crediti di quest’ultimo nei confronti dei singoli condomini per i contributi dagli stessi dovuti

Tale questione per i giudici della Suprema Corte di Cassazione, deve essere risolta in senso affermativo.

La vicenda

La vicenda trae origine dall’azione esecutiva posta in essere dall’attore il quale aveva proceduto al pignoramento dei crediti vantati dal condominio, suo debitore, nei confronti di alcuni condomini per contributi, in base a una sentenza di condanna al pagamento delle spese processuali relative ad un giudizio di cognizione.

Il giudizio di legittimità

Come premesso, la questione riguarda la possibilità per il creditore del condominio munito di titolo esecutivo di agire esecutivamente sui crediti di quest’ultimo nei confronti dei singoli condomini?

Secondo i principi generali attualmente esistenti nel nostro ordinamento, (artt. 2740 e 2910 c.c.), mediante l’espropriazione forzata è possibile espropriare al debitore tutti i suoi beni, inclusi i crediti.

Affinché l’espropriazione dei crediti vantati dal condominio verso i singoli condomini per contributi sia legittima, è quindi sufficiente che sia configurabile, sul piano sostanziale, un effettivo rapporto obbligatorio tra condominio e singolo condomino avente ad oggetto il pagamento dei contributi condominiali.

Sul piano sostanziale non v’è dubbio che esista un rapporto obbligatorio tra condominio e singolo condomino, con riguardo al pagamento dei contributi condominiali: una espressa disposizione normativa, l’art. 63 disp. att. c.c. (sia nella precedente che nella attuale formulazione), prevede infatti che l’amministratore possa addirittura ottenere un decreto ingiuntivo (immediatamente esecutivo), in favore del condominio e contro il singolo condomino per il pagamento dei suddetti contributi (in base allo stato di ripartizione approvato dall’assemblea).

«Essendo configurabile sul piano sostanziale un credito del condominio (rappresentato dal suo amministratore) nei confronti dei singoli condomini, laddove esista altresì un titolo esecutivo in favore di un terzo e contro lo stesso condominio (sempre rappresentato dall’amministratore), in mancanza di una norma che lo vieti espressamente, tale credito può certamente essere espropriato dal creditore del condominio, ai sensi degli artt. 2740 e 2910 c.c., e la relativa esecuzione orzata non può che svolgersi nelle forme dell’espropriazione dei crediti presso terzi di cui agli artt. 543 c.p.c. e ss.».

Il principio di parziarietà delle obbligazioni condominiali

Tale conclusione – a detta dei giudici Ermellini – non si pone in contrasto neppure con il principio di parziarietà delle obbligazioni condominiali, il quale postula che l’esecuzione contro il singolo condomino non possa avere luogo per l’intero debito del condominio, ma solo nei limiti della sua quota di partecipazione al condominio stesso.

Qualora, infatti, l’esecuzione avvenga direttamente contro il condominio, e non contro il singolo condomino, non solo l’esecutato è il condominio, debitore per l’intero (onde non entra in realtà in gioco in nessun modo il principio di parziarietà), ma l’espropriazione dei beni e diritti del condominio, cioè di beni che, proprio in quanto condominiali, appartengono pro quota a tutti i condomini; in questo modo si finisce addirittura per attuare, il richiamato principio di parziarietà (almeno fino a specifica prova contraria), senza affatto violarlo.

Per tutti questi motivi, la Suprema Corte ha concluso affermando il seguente principio di diritto:

“il creditore del condominio che disponga di un titolo esecutivo nei confronti del condominio stesso, ha facoltà di procedere all’espropriazione di tutti i beni condominiali, ai sensi degli artt. 2740 e 2910 c.c., ivi inclusi i crediti vantati dal condominio nei confronti dei singoli condomini per i contributi dagli stessi dovuti in base a stati di ripartizione approvati dall’assemblea, in tal caso nelle forme dell’espropriazione dei crediti presso terzi di cui agli artt. 543 c.p.c. e ss.”.

La redazione giuridica

 

Leggi anche:

CANE LUPO ABBANDONATO IN UN CONDOMINIO: AMMENDA PER IL TITOLARE

genitori in conflitto

Sempre più minori contesi dai loro genitori in conflitto. Esiste tuttavia, il diritto di “usufruire in modo equilibrato, serenamente, di entrambe le figure genitoriali “. È quanto risulta da una recente pronuncia del Tribunale di Verona, n. 379/2019

La vicenda

Con ricorso presentato ai sensi dell’art. 709 ter, comma secondo, c.p.c., il padre di due minori contestava il perdurante comportamento ostruzionistico della madre volto ad impedire, a seguito della pronuncia di separazione giudiziale tra i due, i rapporti tra questi ultimi e il loro genitore.

Nella specie, il ricorrente lamentava che la madre dei minori, pur dopo l’affidamento ai Servizi sociali dei figli, avesse continuato ad ostacolare le proprie visite “frapponendo pretestuosi quanto insussistenti improvvisi impedimenti e/o motivazioni meramente apparenti per negare ai figli gli incontri settimanali con il medesimo”, rifiutandosi di consegnarli i minori nei giorni ad esso accordato e durante le vacanze estive.

A tali ripetuti ostacoli, il ricorrente aveva dapprima contattato i Carabinieri senza tuttavia riuscire nell’intento finale di portali con se in vacanza.

La decisione

Ebbene, secondo l’adito tribunale, siffatto contegno contestato alla parte convenuta, era da intendersi contrario sia alla corretta esplicazione delle modalità di affidamento dei figli, nonché idoneo a pregiudicare il diritto di questi ultimi ad usufruire in modo equilibrato, serenamente, di entrambe le figure genitoriali.

Per tali motivi il Tribunale di Verona, con la sentenza in commento, ha deciso di accogliere il ricorso formulato ai sensi del citato articolo 709 ter, comma secondo n. 3 c.p.c., e condannare la convenuta al pagamento della somma complessiva di 1.500,00 euro a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale nei confronti dell’ex marito.

Nella stessa sentenza ha altresì ammonito la predetta ad astenersi dal porre in essere condotte future idonee ad ostacolare il diritto dei minori di poter coltivare un rapporto continuativo ed equilibrato con il padre.

La redazione giuridica

 

Leggi anche:

REVRSIBILITA’ PER L’EX CONIUGE E ASSEGNO DI DIVORZIO: CHIARIMENTI

medici assolti

Il Gip del Tribunale di Torino, ha assolto tre medici imputati per colpa omissiva poiché dall’imputazione non era stato possibile risalire alla regola cautelare violata nell’esercizio della loro professione

La vicenda

Con richiesta di rinvio a giudizio formulata dal Procuratore generale presso la Corte d’appello di Torino, tre medici tutti operanti presso la stessa casa di cura erano stati tratti a giudizio per rispondere del reato di cui all’art. 590 sexies c.p.

All’udienza preliminare fissata davanti al Gip del Tribunale di Torino, il Pubblico ministero insisteva per il rinvio a giudizio dei sanitari, mentre la difesa chiedeva l’emissione di sentenza di proscioglimento ai sensi dell’art. 425 c.p.p..

Ebbene, tale istanza è stata accolta perché fondata e meritevole di accoglimento.

La natura e le funzioni proprie dell’udienza preliminare

Come sostenuto da tutte le più recenti sentenze della Corte di cassazione, l’udienza preliminare svolge una funzione di “filtro”. Essa rappresenta una “garanzia” e non una forma ridondante, perciò è stata esclusa solo nei processi per reati minori (prima individuati sulla scorta della competenza della “Corte bassa” rappresentata dalla Pretura, ora in base fondamentalmente ai limiti edittali); e la funzione primaria di garanzia dell’imputato è proprio quella di prevenirne la sottoposizione all’esercizio della azione penale senza condizioni sostanziali a giustificarlo” (cfr. Corte di cassazione, sent. n. 33763 del 30/04/2015).

Con il prevedere al primo comma dell’art. 425 c.p.p. il proscioglimento dell’imputato nel caso in cui sussista una causa che estingue il reato o per la quale l’azione penale non poteva essere iniziata o proseguita, “se il fatto non è previsto dalla legge come reato ovvero quando risulta che il fatto non sussiste o che l’imputato non lo ha commosso o che il fatto non costituisce reato o che si tratta di persona non punibile per qualsiasi causa”, il legislatore stesso pare attribuire al giudice dell’udienza preliminare il potere di valutare nel merito la fondatezza della tesi accusatoria.

Tale tema è stato approfondito dalla Corte di cassazione nella sentenza n. 33763 del 30/04/2015, che, dopo aver tratteggiato l’evoluzione giurisprudenziale dell’istituto, ha concluso affermando il principio secondo cui “il giudice della udienza preliminare è chiamato ad una valutazione di effettiva consistenza del materiale probatorio a fondamento della accusa a carico dell’imputato, essendo tale condizione minima necessaria a giustificare la sottoposizione al processo”.

Ebbene, nel caso in esame, per il Gip del Tribunale di Torino mancava la prova dell’elemento soggettivo necessario ad integrare il reato ascritto agli imputati; da ciò, la pronuncia di proscioglimento ai sensi dell’art. 425 comma 1 c.p.p. perché il fatto non costituisce reato.

I tre imputati rispondevano di colpa omissiva schematicamente riguardante:

1. scorretta valutazione di idoneità della struttura in cui era stata ricoverata la persona offesa a fornirle le dovute cure, in relazione alle sue condizioni di deterioramento cognitivo;

2. omissione di cautele terapeutiche/farmacologiche e di vigilanza/controllo della persona offesa.

A ben vedere, le condotte contestate nel capo d’imputazione erano state descritte in maniera estremamente generica e nient’affatto circostanziata.

«Tale scelta, che comunque non integrava i formali requisiti disposti dall’art. 417 c..p.p. per la richiesta di rinvio a giudizio, ed in particolare di quanto disposto dalla lett. b) del predetto articolo (“l’enunciazione, in forma chiara e precisa, del fatto, delle circostanze aggravanti e di quelle che possono comportare l’applicazione di misure di sicurezza, con l’indicazione dei relativi articoli di legge”) a detta del giudice adito, risultava,« piuttosto, la conseguenza più evidente ed immediata di una consulenza tecnica di parte eccessivamente superficiale e non approfondita».

In altre parole, né il pubblico ministero, né il consulente da questi nominato, avevano indicato quali condotte, diverse da quelle tenute in concreto, gli agenti avrebbero dovuto serbare al fine di tutelare la persona offesa ed impedire il verificarsi dell’evento, per come in concreto realizzatosi.

Non era, in altre parole, determinata, né comunque determinabile, quale regola cautelare gli imputati, nelle loro rispettive vesti, avrebbero violato; ciò aveva logicamente impedito di ravvisare nelle loro condotte, asseritamente omissive, la sussistenza dell’elemento soggettivo della fattispecie penale loro ascritto.

Il proscioglimento

Come ripetutamente sostenuto dalla Corte di cassazione, da ultimo con la sentenza n. 32216 del 20/06/2018, la titolarità di una posizione di garanzia non comporta, in presenza del verificarsi dell’evento, un automatico addebito di responsabilità colposa a carico del garante. È dunque centrale accertare, in primo luogo, la sussistenza della violazione di una regola cautelare generica o specifica.

Ad ogni buon conto, per il giudice torinese, anche a prescindere dalle valutazioni in ordine all’omessa specificazione delle regole cautelari presumibilmente violare, emergeva con riferimento alla posizione di tutti gli imputati, la totale assenza di profili di colpa.

Per tali motivi è stata pronunciata sentenza di non luogo a procedere perché il fatto non costituisce reato.

La redazione giuridica

 

Leggi anche:

GINECOLOGO ASSOLTO PER COLPA MEDICA, FIGLIO INDAGATO PER RICICLAGGIO

LE ULTIME NEWS

giornata nazionale del sollievo

0
Si celebra la 18esima Giornata nazionale del Sollievo con l’obiettivo di promuovere sempre più la cultura del sollievo ancora poco conosciuta Oggi (26 maggio) si...