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Qual è la sanzione prevista dal nostro ordinamento nel caso di trasferimento di immobili abusivi? La questione è stata affrontata dalle Sezioni Unite della Cassazione nella sentenza n. 8230/2019

La vicenda

Con atto notarile il ricorrente aveva acquistato due distinti appezzamenti di terreno, intestandone fittiziamente la nuda proprietà alla moglie e l’usufrutto alla suocera, ed aveva, poi, curato la ristrutturazione totale del fatiscente fabbricato rurale insistente su uno dei due fondi, sostenendo, da solo, l’intera spesa.
A seguito della crisi matrimoniale e in pendenza di giudizio di separazione personale, l’uomo aveva agito nei confronti delle due donne al fine di ottenere, tra l’altro, la declaratoria della simulazione dei suddetti acquisti, ma aveva appreso, in sede di trascrizione di tale domanda, che le convenute avevano venduto con atto notarile, gli immobili a terzi.
Ebbene, il ricorrente decideva così di citare in giudizio i compratori nonché il notaio rogante per sentir dichiarare che l’atto di compravendita era nullo, perché il fabbricato ceduto era stato interessato da vari e consistenti lavori, non regolarmente assentiti in quanto difformi dall’originario progetto autorizzato, ovvero inefficace nei suoi confronti, ai sensi dell’art. 2901 ce, in quanto compiuto in pregiudizio delle sue ragioni creditorie.

Il Tribunale adito rigettava la domanda e la decisione veniva integralmente confermata dalla Corte di appello di Napoli.

Per la cassazione della sentenza, proponeva ricorso l’originario ricorrente, il quale deduceva il vizio di omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, ossia l’abusività degli immobili oggetto del contratto di compravendita.
Ma la Seconda Sezione Civile cui è stata affidata la questione, ha ravvisato un contrasto nella giurisprudenza in relazione alla natura formale (in quanto derivante dalla mera assenza nel contratto delle dichiarazioni del venditore) o sostanziale (in quanto riferita alla difformità tra bene venduto e progetto assentito) della comminata nullità, ed ha, perciò disposto la trasmissione degli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni unite civili, auspicando, anche, un chiarimento sulla portata della nozione di irregolarità urbanistica, e sulla possibilità di applicare, in tema di validità degli atti traslativi, la distinzione tra variazione essenziale e variazione non essenziale dell’immobile dedotto in contratto rispetto al progetto approvato dall’autorità amministrativa.

La normativa edilizia

L’esercizio dello jus aedificandi, pur atteggiandosi come una concreta e peculiare manifestazione del diritto di proprietà fondiaria, soggiace all’osservanza di molteplici limitazioni e prescrizioni connesse a determinazioni della pubblica autorità, previste dalla legge.
Col testo unico dell’edilizia, di cui al D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, sono stati definiti i tipi d’intervento edilizio, è stato previsto uno specifico titolo abilitativo per ciascuna tipologia di intervento, e sono stati individuati i casi di attività completamente libere.
L’inosservanza dei precetti posti dalla normativa urbanistica, è stata da sempre variamente sanzionata sotto un profilo amministrativo, con la distruzione, o la sospensione dei lavori, o la demolizione del manufatto contrario al PRG o al titolo abilitativo o con l’acquisizione gratuita al patrimonio comunale e penale, con fattispecie contravvenzionali.

L’evoluzione giurisprudenziale in materia di abusivismo edilizio

In un primo momento, nonostante la realizzazione di lavori senza licenza costituisse un illecito sanzionato penalmente dall’art. 41 della L. 17 agosto del 1942, n. 1150 (anche prima delle sue modifiche da parte della L. n. 765 del 1967 art. 13), la giurisprudenza della Suprema Corte aveva escluso l’invalidità dei rapporti che avevano ad oggetto edifici realizzati in assenza di licenza, o la relativa incommerciabilità, reputando che, in assenza di espressa comminatoria, la nullità della compravendita non poteva ritenersi integrata sotto il profilo della illiceità dell’oggetto del contratto, per essere oggetto di tale negozio il trasferimento della proprietà della cosa, insuscettibile, nella sua essenza, in termini di valutazione di illiceità, attenendo tale qualificazione all’attività della sua produzione, in sé estranea al contenuto tipico delle prestazioni oggetto della compravendita (cfr. Cass. n. 2631 del 1984; n. 6466 del 1990).
Sicché la costruzione di un immobile senza licenza edilizia comportava unicamente l’illiceità dell’attività del costruttore, e poteva dar luogo ai rimedi civilisti della risoluzione per inadempimento, o della garanzia per evizione.
La L. n. 10 del 1977 ha, poi, introdotto all’art. 15, la comminatoria di nullità degli atti aventi ad oggetto unità edilizie costruite in assenza di concessione, sempreché dagli stessi non risultasse che l’acquirente fosse a sua volta, a conoscenza della mancanza della concessione.
Tale sanzione è stata valutata in termini di invalidità relativa, deducibile solo dal contraente in buona fede ignaro dell’abuso edilizio, e volto a tutelarne, ulteriormente, le ragioni e così consentirgli di ripetere il corrispettivo pagato, o di evitarne, comunque, il pagamento qualora non fosse stato ancora versato (cfr. Cass. n. 3350 del 1992; n. 4926 del 1993; n. 8685 del 1999).
Fino poi ad arrivare al citato Testo Unico dell’Edilizia.

La teoria della nullità formale

In riferimento alle disposizioni degli artt. 17 e 40 della L.n. 47 del 1985, la giurisprudenza di legittimità, (Cass. n. 8685 del 1999) nel rimarcare la differenza col pregresso regime, aveva sottolineato che dette norme avevano come scopo quello di reprimere a scoraggiare gli abusi edilizi e che, in ogni caso, la mancata indicazione nell’atto, da parte dell’alienante, degli estremi della concessione (ad edificare o in sanatoria), non avesse alcuna incidenza sullo stato di buona o mala fede dell’acquirente.
Si trattava, in questo caso di un’ipotesi di nullità assoluta, come tale suscettibile di esser fatta valere da chiunque vi avesse avuto interesse, rilevabile d’ufficio dal giudice ex art. 1421 c.c., e riconducibile all’ultimo comma dell’art. 1418 ce, quale ipotesi di nullità formale e non virtuale.
La natura formale di tale nullità è stata, poi, confermata dalla Cassazione con la sentenza. n. 8147 del 2000, che, dopo averne posto in evidenza il duplice obiettivo di soddisfare l’esigenza di tutela dell’affidamento dell’acquirente e l’esigenza di prevenzione degli abusi, ha osservato che l’indicazione nell’atto da parte dell’alienante dei titoli abilitativi costituiscono requisito formale del contratto, sicché è la loro assenza “che di per sé comporta la nullità dell’atto, a prescindere cioè dalla regolarità dell’immobile che ne costituisce l’oggetto”.

La teoria della nullità sostanziale

Tale interpretazione è stata seguita per molti anni; ma un primo segnale di cambiamento (cd. teoria sostanziale) si è avuto con la sentenza n. 20258 del 2009, nonché con la sentenza n. 23591 del 2013. Con tale decisione, si è, appunto, affermato che il contratto avente ad oggetto un bene irregolare dal punto di vista edilizio è affetto da nullità sostanziale.
Ciò è stato ritenuto, anzitutto, sulla base dello scopo perseguito dalla norma, che è stato individuato in quello di rendere incommerciabili gli immobili non in regola dal punto di vista urbanistico; inoltre, è stata posta in evidenza l’incongruità di un sistema che sanzioni con la nullità per motivi meramente formali atti di trasferimento di immobili regolari dal punto di vista urbanistico, o in corso di regolarizzazione, e consenta, invece, il valido trasferimento di immobili non regolari, lasciando alle parti interessate la possibilità di assumere l’iniziativa di risolverli sul piano dell’inadempimento contrattuale, o, addirittura, di eludere consensualmente lo scopo perseguito dal legislatore, stipulando il contratto ed immediatamente dopo concludendo una transazione con la quale il compratore rinunziasse al diritto a far valere l’inadempimento della controparte.

La teoria della nullità secondo le Sezioni Unite

Al fine di comporre l’esistente contrasto giurisprudenziale la vicenda in esame è stata sottoposta al vaglio delle Sezioni Unite che, all’esito del giudizio, hanno affermato i seguenti principi di diritto:
 “La nullità comminata dall’art. 46 del d.P.R. n. 380 del 2001 e dagli artt. 17 e 40 della L n. 47 del 1985 va ricondotta nell’ambito del comma 3 dell’art 1418 ce, di cui costituisce una specifica declinazione, e deve qualificarsi come nullità <>, con tale espressione dovendo intendersi, in stretta adesione al dato normativo, un’unica fattispecie di nullità che colpisce gli atti tra vivi ad effetti reali elencati nelle norme che la prevedono, volta a sanzionare la mancata inclusione in detti atti degli estremi del titolo abilitativo dell’immobile, titolo che, tuttavia, deve esistere realmente e deve esser riferibile, proprio, a quell’immobile.”
 “In presenza nell’atto della dichiarazione dell’alienante degli estremi del titolo urbanistico, reale e riferibile all’immobile, il contratto è valido a prescindere dal profilo della conformità o della difformità della costruzione realizzata al titolo menzionato”.
In altre parole il Supremo Collegio ha inteso conformarsi alla mera interpretazione letterale della norma, così come prescritto dall’art. 12 delle preleggi. E per tali ragioni ha affermato che ritenere gli immobili compravenduti privi dei titoli urbanistici nell’atto di compravendita, tout court incommerciabili, costituisse un’analisi esegetica trascendente il significato letterale della norma in questione.
Perciò ha rigettato il ricorso principale e compensato le spese di giudizio.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 
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Il decesso del difensore fa ritenere la notifica effettuata via PEC tamquam non esset. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 16005/2019

La vicenda

Contro la sentenza pronunciata dalla Corte di Appello di L’Aquila che lo condannava alla pena di mesi due di reclusione, per il delitto di oltraggio a pubblico ufficiale, l’imputato presentava ricorso per cassazione.
Preliminarmente rilevava che le notifiche per la citazione relative al giudizio d’appello, all’esito della decisione di primo grado, erano state effettuate a mezzo “PEC” presso lo studio dell’avvocato di fiducia ove era stato anche eletto domicilio.
Tali comunicazioni, tuttavia, non erano mai pervenute al destinatario (per “mancata consegna”) a causa del decesso del predetto difensore.

La richiesta di rimessione in termini

Perciò, egli formulava istanza di rimessione del termine con conseguente annullamento della sentenza d’appello, di fatto mai notificata per i motivi appena citati.
A detta del ricorrente il decesso dell’avvocato, difensore di fiducia del ricorrente, integrava l’ipotesi di forza maggiore di cui all’art. 175 c.p.p., comma 1.
La sentenza impugnata doveva pertanto, essere dichiarata nulla per omessa notifica del decreto di citazione a giudizio dell’imputato e del suo difensore, nel frattempo deceduto, evenienza che aveva impedito al ricorrente di partecipare al processo per far valere i propri diritti.

Il giudizio di legittimità

Se è pur vero che sull’imputato, che abbia eletto domicilio presso lo studio del difensore, successivamente deceduto, incombe l’obbligo di comunicare la morte del domiciliatario ex art. 161 c.p.p., comma 1, è comunque necessario che all’inidoneità dell’elezione di domicilio consegua la notificazione mediante consegna al difensore, in tal caso da nominarsi d’ufficio, essendo il ricorrente rimasto privo di quello di fiducia.
Per i giudici della Cassazione, la notifica effettuata dalla Corte territoriale a mezzo PEC al difensore di fiducia, doveva ritenersi omessa non tanto per la dizione “mancata consegna” contenuta nel messaggio, [evenienza che non legittima a ritenere la comunicazione effettuata come non avvenuta, specie quando la mancata ricezione, ferma restando la necessità del deposito in cancelleria dell’atto, ai sensi del D.L. 16 ottobre 2012, n. 179, art. 16, comma 6, sia frutto di inottemperanza dell’obbligo – gravante sul soggetto abilitato – di dotarsi di un adeguato servizio] quanto, piuttosto, perché il decesso del difensore fa ritenere detta comunicazione tamquam non esset.
E poiché l’omessa notificazione del decreto di citazione per il giudizio di appello sia dell’imputato, sia del difensore di fiducia, realizza una nullità d’ordine generale insanabile, è stato disposto l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio alla Corte di appello di Perugia per un nuovo giudizio di merito.

La redazione giuridica

 
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Nel contrasto tra due dispositivi, prevale quello portato a conoscenza delle parti mediante lettura in udienza, potendosi ravvisare nullità solo nel caso di insanabile contrasto tra il dispositivo e la motivazione della sentenza

La vicenda

La vicenda trae origine da una causa di lavoro. L’azione era stata intrapresa dal dipendente di una società operante nel settore dell’acciaio, dinanzi al Tribunale di Parma, al fine di vedere accertata la risoluzione del rapporto di lavoro, per aver rassegnato le proprie dimissioni per giusta causa, nel rispetto del patto di non concorrenza. Aveva perciò, chiesto la condanna della società al pagamento della somma di Euro 16.750,89 quale corrispettivo per detta pattuizione.
Ma quest’ultima, costituitasi in giudizio, domandava in via riconvenzionale, la condanna del predetto, al pagamento della penale contrattualmente prevista. E il giudice di primo grado l’accoglieva, respingendo il ricorso principale.
Senonché, in appello, la corte territoriale riformava la decisione, condannando la società datrice di lavoro al pagamento della somma di 14.000 euro, nonché alla rifusione delle spese del grado di giudizio, liquidate in 1.900 euro.
Ebbene proprio su quest’ultimo punto si sono pronunciati i giudici della Cassazione.
Il ricorrente, prospettava un insanabile contrasto fra il dispositivo letto in udienza e quello riprodotto in sentenza tale da rendere nulla la sentenza impugnata.
Ed invero, il dispositivo della sentenza di appello letto in udienza, con riferimento alla regolazione delle spese, prevedeva la condanna della società soccombente alla rifusione delle spese di lite del doppio grado “liquidate in complessivi Euro 4.000,00…quanto al primo grado ed in complessivi Euro 2.000,00…” quanto al giudizio di gravame; nella motivazione della sentenza impugnata era stata invece, disposta la condanna della stessa società al pagamento delle spese del grado di appello, liquidate nella misura di Euro 1.900,00, condanna riproposta nel dispositivo apposto in calce alla motivazione.

Ma per i giudici della Cassazione il motivo era infondato.

Secondo l’insegnamento costante della Suprema Corte, in tema di processo del lavoro, il dispositivo letto in udienza e depositato in cancelleria ha una rilevanza autonoma poiché racchiude gli elementi del comando giudiziale che non possono essere mutati in sede di redazione della motivazione e non è suscettibile di interpretazione per mezzo della motivazione medesima, sicché le proposizioni contenute in quest’ultima e contrastanti col dispositivo devono considerarsi come non apposte e non sono suscettibili di passare in giudicato od arrecare un pregiudizio giuridicamente apprezzabile.
Nel contrasto tra i due dispositivi, prevale, quindi, quello portato a conoscenza delle parti mediante lettura in udienza, potendosi ravvisare nullità solo nel caso di insanabile contrasto tra il dispositivo letto in udienza e la motivazione della sentenza, laddove, ove la motivazione sia coerente con il dispositivo letto in udienza, quello difforme trascritto in calce alla sentenza è emendabile con la procedura di correzione degli errori materiali (vedi Cass. 12/5/2008, n. 11668; Cass. 9/8/2013, n. 19103).
Nel caso in esame, non era ravvisabile la nullità della sentenza d’appello, posto che non vi era “un insanabile contrasto fra il dispositivo letto in udienza e la motivazione della sentenza impugnata, essendo chiara, in tale contesto, l’applicazione del principio di soccombenza quale corollario della riforma della sentenza di primo grado da parte della Corte di merito, per l’effetto di una diversa valutazione delle risultanze istruttorie acquisite”.
Si trattava piuttosto, di una mera ipotesi di divergenza quantitativa, in senso lato, fra le statuizioni di condanna previste nei due dispositivi, facilmente emendabile mediante il ricorso al procedimento di correzione di errore materiale.
Per tali motivi, il ricorso è stato respinto!

La redazione giuridica

 
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Una sentenza di condanna a carico dell’imputato pronunciata dal GUP di Milano senza la previa discussione delle parti e senza la lettura del dispositivo: per i giudici della Cassazione è inesistente

La vicenda

Nel settembre 2018, il GUP del Tribunale di Milano condannava, all’esito di rito abbreviato, un uomo accusato di violenze sessuali, alla pena di 4 anni e 4 mesi di reclusione.
Nell’ottobre dello stesso anno, la sentenza veniva dichiarata irrevocabile.
Nel frattempo, avverso la sentenza del GUP meneghino, l’imputato presentava ricorso per cassazione, sollevando un unico motivo, l’abnormità del provvedimento impugnato, in quanto adottato in assenza di potere e in violazione del principio di difesa costituzionalmente tutelato ai sensi dell’art. 24 Cost.
Al riguardo, rilevava la difesa, che il ricorrente era stato condannato in mancanza di un processo, posto che, all’udienza del 12 settembre 2018, ammessa la costituzione di parte civile della persona offesa, la difesa aveva chiesto la definizione del processo nelle forme del rito abbreviato condizionato all’acquisizione di ulteriori prove a discarico, cui seguiva il rinvio del GUP all’udienza al 19 dicembre 2018 per la discussione.

La sentenza di condanna a insaputa delle parti

Nel frattempo, il 19 novembre 2018, il difensore apprendeva che il suo assistito era stato condotto in carcere, perché il titolo era divenuto definitivo.
Solo così il difensore verificava che in realtà, all’esito dell’udienza del 12 settembre 2018, nonostante il rinvio e l’assenza di conclusioni delle parti, era stata emessa sentenza di condanna nei confronti dell’imputato, di cui le parti, non solo il difensore dell’imputato, ma anche il P.M. e il difensore della parte civile, non avevano avuto notizia, per cui tale sentenza costituiva un atto abnorme.
Il ricorso è fondato”, è quello che si legge nella sentenza pronunciata dai giudici della Suprema Corte di Cassazione.
Non vi era dubbio che la sentenza di condanna era stata emessa dal GUP al di fuori dello schema procedimentale delineato dagli art. 438 c.p.p. e ss., posto che la decisione era stata assunta senza che le parti avessero rassegnato le conclusioni, avendo addirittura l’udienza preliminare, subito un rinvio interlocutorio ad altra data fissa.
In definitiva, più che di un atto abnorme, doveva parlarsi nel caso di specie, di un atto addirittura inesistente, in quanto la sentenza era stata pronunciata per effetto di una iniziativa autonoma del giudice, sganciata da ogni contesto processuale.

Una sentenza inesistente

Al riguardo, la giurisprudenza ha più volte affermato che nonostante la categoria giuridica dell’inesistenza non sia prevista espressamente da alcuna norma del codice di rito, essa, come precisato anche da autorevole dottrina, è immanente al sistema, servendo a coprire tutta quell’area di vizi non rientranti nelle ipotesi di nullità, ma che sono talmente gravi da impedire all’atto di sorgere in quanto, mancando degli elementi costitutivi ed identificativi suoi propri, lo rendono inidoneo a produrre alcun effetto giuridico.
In altri termini, la differenza fra atto nullo e atto inesistente è quasi di natura ontologica, nel senso che, mentre il primo, pur affetto da patologia, è conforme alla tipologia voluta dal legislatore ed è ben identificabile, possedendo gli elementi costitutivi previsti dalla normativa di riferimento, al contrario, l’atto inesistente è estraneo al sistema giuridico, essendo affetto da patologie talmente gravi da farlo risultare privo di una sua fisionomia, con la conseguenza che tale categoria di vizi, oltre a essere rilevabile anche d’ufficio, non è suscettibile di essere sanata dal giudicato.
Per tali motivi la sentenza impugnata è stata ritenuta inesistente, in quanto emessa senza la previa discussione delle parti e senza la lettura del dispositivo, anche perché apparentemente adottata in un’udienza che, dopo alcune attività interlocutorie, si era formalmente conclusa con un rinvio ad altra data, rinvio di cui erano state già edotte le parti.

La redazione giuridica

 
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Incapacità del teste: quando può essere validamente eccepita la nullità della deposizione? Rispondono i giudici della Cassazione con la sentenza n. 7095/2019

I giudici della Cassazione hanno ribadito un principio ormai da anni, recepito nella giurisprudenza per cui la nullità della deposizione per incapacità del teste è sanata quando la relativa eccezione non sia stata ritualmente e tempestivamente proposta subito dopo che la prova sia stata assunta e ribadita in sede di precisazione delle conclusioni ex art. 189 c.p.c..

La vicenda

Nel 2016, la Corte d’appello di Trento, aveva confermato la decisione di primo grado di rigetto di una domanda di risoluzione per inadempimento contrattuale avente ad oggetto un locazione ad uso vacanze, stipulato tra la locatrice e i due conduttori, nonché la loro domanda di condanna al risarcimento dei danni.

La decisione era fondata sul fatto che, nonostante le precarie condizioni igieniche e di manutenzione dell’appartamento concesso in godimento, queste non potevano dirsi tali da integrare la “gravità” dell’inadempimento richiesta per la risoluzione del contratto.

Ed infatti, la locatrice si era immediatamente offerta di procedere alla pulizia dei locali o comunque, di concedergli un altro appartamento della medesima categoria, ma i due ricorrenti avevano rifiutato entrambe le ipotesi.

Ebbene, nel giudizio in esame, i due conduttori avevano sollevato l’eccezione di nullità per incapacità di un teste, intervenuto in giudizio, quale rappresentante della locatrice.

Ma tale eccezione era stata dedotta soltanto con la comparsa conclusionale e quindi riproposta come motivo di gravame con l’atto di appello.

Cosicché la corte territoriale aveva escluso l’eventuale nullità della deposizione, ribadendo il principio generale per cui “l’eventuale nullità derivante dalla incapacità di un teste rimane sanata qualora la relativa eccezione non venga ritualmente e tempestivamente proposta immediatamente dopo che la prova è stata assunta e ribadita in sede di precisazione delle conclusioni, ex art. 189 c.p.c., risultando pertanto tardivo il rilievo effettuato solo con la comparsa conclusionale”.

Il ricorso per Cassazione

La questione è stata, perciò, ripresentata in Cassazione ma per i giudici Ermellini essa era priva di fondamento, dal momento che la corte d’appello aveva fatto corretta amministrazione dei principi di diritto esistenti in materia.

La Suprema Corte ha più volte ribadito che la nullità della deposizione testimoniale resa da persona incapace deve essere eccepita subito dopo l’espletamento della prova, anche quando l’incapacità sia stata eccepita prima dell’assunzione, atteso che le disposizioni limitative della capacità dei testi a deporre, non costituendo norme di ordine pubblico, sono dettate nell’esclusivo interesse delle parti che possono pertanto del tutto legittimamente rinunciare anche tacitamente alla relativa eccezione, facendo acquiescenza al provvedimento di rigetto dell’eccezione come nel caso in cui la stessa non sia riproposta in sede di precisazione delle conclusioni.

Ne consegue che, qualora la parte in sede di ricorso per cassazione deduca l’omessa pronuncia del giudice d’appello su detta eccezione, adducendo di averla formulata nella conclusionale di primo grado e poi proposta come motivo d’appello, la Corte di Cassazione può rilevare d’ufficio che l’eventuale nullità derivante dall’incapacità del teste è rimasta sanata per l’irritualità della relativa eccezione di modo che resta irrilevante l’omissione di pronuncia.

La redazione giuridica

 

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convenuto

I giudici della Cassazione hanno ribadito la differenza sostanziale tra nullità e inesistenza della notificazione di due decreti ingiuntivi effettuata nella precedente residenza del convenuto

Aveva chiesto e ottenuto dal Tribunale di Treviso due decreti ingiuntivi nei confronti del convenuto per la restituzione di due prestiti, dell’importo di 25.000 euro ciascuno, risultanti da due scritture private.

Quest’ultimo aveva opposto entrambi i decreti ingiuntivi, eccependo preliminarmente l’inesistenza della notifica che  sarebbe stata eseguita presso un indirizzo non più corrispondente alla sua attuale residenza anagrafica.

La questione giuridica di cui si discute concerne la possibilità di qualificare la notificazione dei provvedimenti monitori come (radicalmente) inesistente, poiché, laddove questa fosse dichiarata semplicemente nulla, la proposizione dell’opposizione da parte del destinatario equivarrebbe a sanatoria per raggiungimento dello scopo.

Nullità o inesistenza?

Vale la pena subito richiamare una recente sentenza della Sesta Sezione Civile della Cassazione (Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 24834 del 2017) ove è stato affermato il seguente principio di diritto: “l’inesistenza della notificazione (…) è configurabile, in base ai principi di strumentalità delle forme degli atti processuali e del giusto processo, oltre che in caso di totale mancanza materiale dell’atto, nelle sole ipotesi in cui venga posta in essere un’attività priva degli elementi costitutivi essenziali idonei a rendere riconoscibile un atto qualificabile come notificazione, ricadendo ogni altra ipotesi di difformità dal modello legale nella categoria della nullità”.

Tali elementi consistono:

a) nell’attività di trasmissione, svolta da un soggetto qualificato, dotato, in base alla legge, della possibilità giuridica di compiere detta attività, in modo da poter ritenere esistente e individuabile il potere esercitato;

b) nella fase di consegna, intesa in senso lato come raggiungimento di uno qualsiasi degli esiti positivi della notificazione previsti dall’ordinamento (in virtù dei quali, cioè, la stessa debba comunque considerarsi, ex lege, eseguita), restando, pertanto, esclusi soltanto i casi in cui l’atto venga restituito puramente e semplicemente al mittente, così da dover reputare la notificazione meramente tentata ma non compiuta, cioè, in definitiva, omessa“.

Del resto, con specifico riferimento alla notificazione ai sensi dell’art. 143 c.p.c., già da tempo era stato affermato che :”in tema di notificazione di atti giudiziari, quando il destinatario della notifica si sia trasferito (…), il notificante (…) è tenuto in ogni caso a svolgere ulteriori ricerche (…) prima di procedere alla notificazione nelle forme dell’art. 143 c.p.c., fermo restando che l’omissione di tali incombenze comporta l’inesistenza della notificazione solo se eseguita in un luogo privo di collegamento con il destinatario, determinando, altrimenti, la mera nullità della stessa” (Sez. 3, Sentenza n. 17307 del 31/08/2015).

La linea di demarcazione è dunque la seguente: l’inesistenza sussiste tutte le volte in cui la notificazione sia stata eseguita in luoghi o nei confronti di persone non aventi alcuna relazione con il destinatario perché a lui totalmente estranei.

Mentre essa è semplicemente nulla o irregolare quando sia stata effettuata in un luogo o a persona che, pur diversi da quelli indicati dalla legge (art. 139 c.p.c.), abbiano comunque con il destinatario un collegamento (Sez. 3, Sentenza n. 25737 del 24/10/2008).

Ebbene, la differenza sopra indicata non è di poco conto perché come è noto, solo nel caso di nullità della notificazione di un decreto ingiuntivo è esperibile l’opposizione tardiva ai sensi dell’art. 650 c.p.c..

Per tali ragioni, la Corte di Cassazione, in continuità con il precedente orientamento, ha inteso ribadire il seguente principio di diritto: “La notificazione del decreto ingiuntivo effettuata presso il luogo in cui l’ingiunto aveva la residenza anagrafica fino a poco tempo prima è nulla, ma non inesistente, non potendosi dire che tale luogo sia privo di riferimenti col destinatario della notifica. Quest’ultimo resta quindi tutelato dalla possibilità, ricorrendone i presupposti, di reagire avverso il decreto ingiuntivo mediante l’opposizione tardiva prevista dall’art. 650 c.p.c., che tuttavia non può basarsi sulla sola deduzione del vizio di notificazione, che risulta sanato dalla sola proposizione della stessa“.

La decisione

Nel caso di specie, il Tribunale non aveva posto in dubbio l’avvenuto spostamento formale della residenza del convenuto, ma aveva allo stesso tempo osservato che quest’ultimo avesse conservato un legame con il precedente luogo di residenza, attestato dalla circostanza che “in entrambi gli atti di riconoscimento lo stesso aveva indicato quale propria residenza quella del primo indirizzo”; che la figlia ivi residente si fosse qualificata all’ufficiale giudiziario come convivente col padre e, soprattutto, dalla comprovata efficacia delle notificazioni ivi effettuate in ordine alla corrispondenza che aveva preceduto l’instaurazione della lite.

Ad ogni modo, aggiungono i giudici della Suprema Corte, si tratta di un accertamento in fatto riservato al giudice di merito e non censurabile in sede di legittimità.

Ma il Tribunale aveva fatto corretta applicazione dei principi di diritto sopra illustrati, accertando, come era in suo potere fare, in base a tutti gli elementi fattuali a sua disposizione, l’effettiva conservazione di un collegamento operativo fra il destinatario della notifica e il suo precedente luogo di residenza, così escludendo che la notificazione dei decreti ingiuntivi fosse inesistente.

La redazione giuridica

 

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annullate

Era accusato del delitto di bancarotta fraudolenta, e successivamente condannato con sentenza confermata in appello. Ma a detta del difensore entrambe le sentenze di merito dovevano essere annullate per l’omessa notificazione all’imputato dell’avviso di fissazione dell’udienza preliminare

In effetti, dopo che la notifica presso il domicilio da lui dichiarato non era andata a buon fine, la stessa doveva essere rinnovata mediante consegna al difensore, ai sensi dell’art. 161 comma 4 c.p.p. Ma così non è stato e pertanto, le predette sentenze andavano annullate.

Il giudizio della Cassazione

Ebbene, i giudici della Cassazione hanno accolto la doglianza con cui il difensore dell’imputato aveva eccepito la nullità del decreto che dispone il giudizio per omessa notificazione di detto avviso.

Non vi è dubbio – affermano i giudici della Corte – che si tratti di un caso di nullità del procedimento di notificazione ai sensi dell’art. 161 comma 4 c.p.p., non già perché si sarebbe proceduto alla notificazione presso il difensore pur non ricorrendone i presupposti, non ricorrendo, cioè, l’impossibilità di esecuzione della stessa presso il domicilio dichiarato, ma piuttosto perché a monte non è stato possibile stabilire se detta impossibilità fosse sussistente o meno. Ed invero, nel caso di specie, non era stato possibile stabilire se si trattava di temporanea assenza, di trasferimento o altro, tale da renderne legittima l’esecuzione presso il difensore di fiducia ai sensi del citato art. 161 comma 4 c.p.p.

L’impossibilità poteva, ad esempio, essere integrata anche dalla constatata assenza dai citofoni o dalle cassette postali del nominativo dell’imputato all’indirizzo indicato, espressiva di un definitivo mutamento del reale luogo di residenza (Sez. 6, sent. n. 33699/2017).

Ma il punto è un altro.

Gli Ermellini, hanno ricordato che “ai fini della integrazione della impossibilità della notificazione, non è sufficiente la semplice attestazione dell’ufficiale giudiziario di non aver trovato l’imputato, ma occorre un quid pluris concretantesi in un accertamento che lo stesso ufficiale giudiziario deve eseguire in loco e solo a seguito del quale, ove l’elezione di domicilio sia mancante o insufficiente o l’imputato risulti essersi trasferito altrove – definitivamente o temporaneamente poco rileva secondo i dettami delle Sezioni unite – è possibile attivare la seconda fase della procedura notificatoria di cui all’art. 161, comma 4 c.p.p. ossia la notifica presso il difensore”.

Detto in altri termini, è necessario che della verificata causa di impossibilità, qualunque essa sia, anche non definitiva, se ne sia dato conto nella relata di notificazione. Al contrario, l’assenza integra un’ipotesi di nullità.

Era quanto accaduto nel caso in esame ove la notificazione, per le predette ragioni, doveva intendersi nulla, con conseguente annullamento di entrambe le sentenze di condanna.

Processo da ricominciare.

La redazione giuridica

 

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cartella esattoriale

La cartella esattoriale è nulla se l’Agenzia delle Entrate non deposita in giudizio la raccomandata “informativa” dopo la notifica al destinatario assente

La raccomandata informativa deve soltanto essere spedita con ricevuta di ritorno e comunque, il perfezionamento della notifica non implica la necessaria consegna del plico al destinatario, che potrebbe renderla impossibile per propria iniziativa. Ne deriva la nullità della cartella esattoriale

Ad affermarlo è stata la Corte di Cassazione, in una recente sentenza, la n. 32441/2018.

La vicenda

Il titolare di una farmacia aveva presentato ricorso dinanzi alla Commissione Tributaria Provinciale avverso la cartella esattoriale a lui notificata, per l’anno 2004, ai fini Irpef, lamentando di non aver mai ricevuto il precedente avviso di accertamento.

La Commissione provinciale rigettava il ricorso con sentenza, che successivamente veniva impugnata, dinanzi alla Commissione regionale. Dagli atti risultava allegato l’avviso di ricevimento con indicazione del mancato rinvenimento del destinatario (ai sensi dell’art. 140 c.p.c.); ma non vi era traccia dell’effettuazione della successiva comunicazione, con cui si dava notizia dell’avvenuto tentativo di notifica e della consegna del plico all’ufficio postale (“difetta la prova circa l’effettuazione del successivo adempimento … vale a dire la successiva comunicazione, da recapitare al destinatario, con la quale si dà notizia dell’avvento tentativo della notifica non perfezionata e della successiva consegna del plico all’ufficio postale”); cosicché il ricorso questa volta veniva accolto.

L’Agenzia fiscale decideva, pertanto, di ricorrere per Cassazione, depositando memoria scritta.

In verità, la prova della successiva comunicazione al farmacista, non soltanto non era avvenuta durante il giudizio di merito, ma neppure era stata prodotta dinanzi ai giudici di legittimità.

La soluzione della Cassazione

Per consolidato orientamento giurisprudenziale, qualora la notificazione sia stata effettuata nelle forme prescritte dall’art. 140 c.p.c., ai fini della prova dell’avvenuto perfezionamento del procedimento notificatorio, è necessaria la produzione in giudizio dell’avviso di ricevimento della raccomandata con la quale l’ufficiale giudiziario abbia dato notizia al destinatario dell’avvenuto compimento delle formalità di cui al suddetto articolo. (Cass. sent. n. 21132/2009).

Ma non è tutto. Si è altresì, precisato, che ai sensi dell’art. 140 c.p.c., la raccomandata cosiddetta informativa, poiché non tiene luogo dell’atto da notificare, ma contiene la semplice “notizia” del deposito dell’atto stesso nella casa comunale, non è soggetta alle disposizioni di cui alla legge 20 novembre 1982, n. 890, sicché occorre per la stessa rispettare solo quanto prescritto dal regolamento postale per la raccomandata ordinaria (D.M. 9 aprile 2001), tanto che si è escluso che la mancata specificazione, sull’avviso di ricevimento, della qualità del consegnatario e della situazione di convivenza o meno con il destinatario determini la nullità della notificazione (Cass. sent. n. 26864/2014).

Peraltro, qualora la notificazione – come nel caso di specie – sia stata effettuata ai sensi dell’art. 140 c.p.c., ai fini della prova dell’avvenuto perfezionamento del procedimento notificatorio, è necessaria la produzione in giudizio dell’avviso di ricevimento della raccomandata atteso che il messo notificatore, avvalendosi del servizio postale ex art. 140 c.p.c., può dare atto di aver consegnato all’ufficio postale l’avviso di informativa ma non attestare anche l’effettivo inoltro dell’avviso da parte dell’ufficio postale, trattandosi di operazioni non eseguite alla sua presenza e non assistite dal carattere fidefacente della relata di notifica (Cass. sent. n. 25985/2014; n. 19526/2016).

La raccomandata informativa, infatti, deve soltanto essere spedita con ricevuta di ritorno e comunque, il perfezionamento della notifica non implica la necessaria consegna del plico al destinatario, che potrebbe renderla impossibile per propria iniziativa (Cass. sent. n. 15067/2010).

È alla luce di queste argomentazioni che i giudici della Suprema Corte hanno deciso, al termine del procedimento, di respingere il ricorso dell’Agenzia fiscale e dare ragione al contribuente.

 

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