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maternità e lavoro

In base a un rapporto di Save the Children, nel nostro Paese il 43,2% delle donne tra i 25 e i 49 anni con figli minorenni non riesce a conciliare maternità e lavoro, risultando non occupata

Sono quasi 10 milioni le donne con figli minorenni in Italia. Scelgono la maternità sempre più tardi (l’età media del primo parto è 31 anni) e risulta sempre più difficile conciliare maternità e lavoro. Tanto che il 43,2% delle donne tra i 25 e i 49 anni con figli minorenni risulta non occupata.

Le mamme italiane lamentano poco sostegno per chi decide di mettere al mondo un figlio e una scarsa rete di servizi per la prima infanzia. Complicata anche la vita delle mamme lavoratrici. Buona parte del 40,9% di madri con almeno un figlio è costretta a scegliere un regime di part-time pur di continuare ad avere un’occupazione lavorativa.

Nel nostro Paese la natalità ha toccato un nuovo record negativo: 449 mila nascite nel 2018, 9 mila in meno rispetto all’anno precedente. Si tratta della nona diminuzione consecutiva dal 2008. Le mamme italiane hanno pochi figli, con un numero medio per donna pari oggi a 1,32, ben lontano dai 2,38 del 1970. Diminuiscono le famiglie numerose (5,3%); mentre è quasi raddoppiata, la percentuale di famiglie con un solo genitore (10%, in prevalenza madri).

Sono alcuni dei dati che emergono dal Report  “Le Equilibriste: la maternità in Italia” realizzato da Save the Children e presentato in occasione della festa della mamma.

Dalla ricerca emerge un tasso di disoccupazione femminile, e in particolare delle madri, tra i più alti in Europa, impossibilità nel conciliare vita privata e impegni professionali, radicate difficoltà di carriera e di crescita salariale, forte squilibrio nei carichi familiari tra madri e padri, una scarsissima offerta di servizi educativi per l’infanzia.

Un quadro critico che si riverbera sul benessere delle madri, ma che affonderebbe le radici nelle pesanti disparità di genere in Italia. Il nostro Paese si attesta nel 2018 al 70° posto (su 149 Paesi presi in esame) del Global Gender Gap Report, perdendo ben 29 posizioni dal 2015. Uno squilibrio che grava in misura maggiore sulle mamme più in difficoltà come le donne che provengono da un contesto socio-economico disagiato.

I dati diffusi fanno emergere la notevole diseguaglianza tra territori che hanno comunque attivato politiche di sostegno, in particolare al lavoro femminile e ai servizi (prevalentemente al nord), e territori invece ancora troppo carenti da questo punto di vista (soprattutto al sud). Le Province autonome di Bolzano e Trento conservano negli anni i primi posti della classifica. Seguono Lombardia , Valle D’Aosta, Emilia Romagna e Friuli-Venezia Giulia.  Fanalino di coda della classifica è la Calabria, preceduta da Sicilia e Campania.

 

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In caso di soppressione di una posizione lavorativa, la privazione totale delle mansioni di un lavoratore, non può essere una valida alternativa al licenziamento

La vicenda

Nel 2017 la Corte d’Appello di Roma aveva confermato la sentenza di primo grado con la quale una società di trasporti era stata condannata a risarcire un proprio dipendente per il danno, patrimoniale e non patrimoniale, derivatogli dalla privazione delle mansioni, avvenuta dal luglio 2005 fino al licenziamento.
A sostegno della propria decisione, la Corte territoriale aveva ritenuto non fondata la deduzione della società datrice di lavoro secondo cui “il mantenimento del rapporto di lavoro era avvenuto esclusivamente nell’interesse del lavoratore, in quanto a seguito della soppressione della posizione lavorativa da questi rivestita nella organizzazione aziendale (giornalista addetto all’ufficio stampa) il rapporto si era svolto al solo fine di cercare una soluzione concordata, che potesse preservarne l’occupazione”.
In altre parole, a detta della società ricorrente il contestato demansionamento non costituiva un fatto illecito posto che esso era stato adottato al solo fine di consentire al lavoratore di conservare il suo posto di lavoro.
Ma per il giudice dell’appello la società avrebbe potuto legittimamente porre fine al rapporto di lavoro a fronte di un giustificato motivo oggettivo di licenziamento piuttosto che mantenere in vita un rapporto nel quale la professionalità del lavoratore fosse pregiudicata dalla totale assenza di mansioni.
La disciplina delle mansioni all’epoca vigente avrebbe consentito, infatti, l’attribuzione al lavoratore, con il suo consenso, di mansioni inferiori – quando tale scelta fosse stata l’unica in grado di preservare l’occupazione – ma non il mantenimento di un rapporto svuotato totalmente di contenuto professionale.
Ebbene, la decisione è stata confermata anche dai giudici della Suprema Corte di Cassazione.

Il patto di demansionamento e l’obbligo di repechage

Secondo la costante giurisprudenza di legittimità, la soppressione della posizione lavorativa occupata dal dipendente obbliga il datore di lavoro alla assegnazione di altre mansioni professionalmente equivalenti – ove disponibili nella organizzazione aziendale – nonché- previo consenso di quest’ultimo – anche di mansioni di contenuto professionale inferiore (cd. patto di demansionamento).
La eventuale impossibilità di assolvere al suddetto obbligo di repechage costituisce elemento integrativo della fattispecie del giustificato motivo oggettivo di licenziamento.
La privazione totale delle mansioni, che costituisce violazione di diritti inerenti alla persona del lavoratore oggetto di tutela costituzionale, non può essere invece, una alternativa al licenziamento.
Per tutti questi motivi, la sentenza impugnata è stata confermata e respinto il ricorso del datore di lavoro.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 
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