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I camici bianchi erano finiti nel mirino della Procura di Nocera Inferiore dopo la scomparsa di un giovane di Pagani, deceduto per una sepsi

Nessuna colpa medica per il decesso del giovane di Pagani, nel salernitano, morto per una sepsi all’ospedale di Nocera Inferiore nel maggio del 2017. Il Giudice per l’udienza preliminare ha prosciolto dalle accuse i due camici bianchi che erano stati iscritti nel registro degli indagati dalla locale Procura. Nello specifico gli avvisi di garanzia erano stati spiccati nei confronti di una guardia medica di Pagani e di un dottore in servizio al Pronto soccorso dell’Umberto I di Nocera.

L’accusa aveva avanzato l’ipotesi che i professionisti avessero sottovalutato le condizioni del paziente. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il giovane, in preda a uno stato influenzale, si era rivolto telefonicamente alla guardia medica che gli aveva prescritto una terapia a base di tachipirina. Le sue condizioni, tuttavia, non erano migliorate. Anzi, era stato costretto a recarsi in ospedale dopo uno svenimento evitato dai familiari.

L’uomo, peraltro, nei giorni precedenti si sarebbe procurato una ferita sul lavoro ma, in quella circostanza, non avrebbe provveduto a farsi visitare.

Giunto in ospedale, il paziente avrebbe poi dovuto attendere diverse ore prima di essere ricoverato. In seguito le sue condizione sarebbero precipitate fino al sopraggiungere del decesso. La morte, in base a quanto appurato dall’autopsia, sarebbe da attribuire a una gravissima sepsi conclusasi con un quadro clinico di insufficienza multi organica.

Una tragedia che, secondo l’ipotesi accusatoria, forse si sarebbe potuta evitare se la gravità della situazione clinica del paziente fosse stata rilevata e affrontata per tempo. Da qui la richiesta di rinvio a giudizio da parte del pubblico ministero. Istanza che invece è stata respinta dal Gup.  Il magistrato, dal quale si attendono le motivazioni della decisione, avrebbe aderito alle argomentazioni della difesa, secondo cui gli indagati avrebbero agito secondo il protocollo. Nell’ambito della stessa inchiesta, in precedenza, erano state già archiviate le posizioni di almeno altri dieci medici.

 

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MORTO PER UNA SEPSI NEL SALERNITANO, RISCHIO PROCESSO PER DUE MEDICI

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dissezione aortica

Il professionista era imputato assieme ad altri due camici bianchi nel processo per la morte di una 65enne, deceduta del 2014 per una dissezione aortica non diagnosticata. I colleghi sono stati assolti

Una condanna e due assoluzioni. Così ha deciso il Tribunale di Bologna in relazione al decesso di una 65enne, morta per una dissezione aortica nell’aprile del 2014.

La donna, che non aveva mai avuto particolari problemi di salute, si era presentata al pronto soccorso dell’ospedale Maggiore con forti dolori al petto. Trasferita presso il reparto di medicina d’urgenza era deceduta la mattina successiva.

La stessa Asl aveva disposto l’autopsia per chiarire le cause della morte. Nel frattempo, la famiglia, aveva presentato una denuncia dando il via all’inchiesta della magistratura.

L’esame necroscopico , secondo quanto riporta il Resto del Carlino, aveva evidenziato che la paziente era rimasta vittima di una dissezione aortica non diagnosticata. Per questo motivo erano finiti a giudizio, con l’accusa di omicidio colposo, tre camici bianchi.

La Procura aveva chiesto una condanna a otto mesi per tutti e tre gli imputati.

Il Giudice, a conclusione del processo, ha ritenuto di infliggere il minimo della pena (4 mesi) solamente all’allora responsabile del reparto di medicina d’urgenza. Assolti, invece, sia il medico del pronto soccorso  che un cardiologo al quale era stato chiesto un parere sul quadro clinico della donna.

Il Tribunale ha inoltre disposto il pagamento di una provvisionale  di 30mila euro alla famiglia della vittima, in attesa che la cifra del risarcimento venga fissata in sede civile. La somma dovrà essere versata in solido  dal professionista condannato e dall’Ausl, in qualità di responsabile civile.

 

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morto a venti giorni dal parto

La Procura ha emesso gli avvisi di garanzia in vista della perizia sulle cartelle cliniche di un bimbo morto a venti giorni dal parto in Romagna

Undici persone sono indagate a piede libero per omicidio colposo in cooperazione per il decesso di un neonato, morto a venti giorni dal parto. Si tratta di medici, anestesisti, ginecologi e ostetriche dell’ospedale di Ravenna, dove il piccolo è venuto alla luce.

L’episodio risale allo scorsa estate. Come ricostruisce il Resto del Carlino, il bimbo, figlio primogenito di una donna di Comacchio, era nato il 9 giugno, segnato da una grave asfissia. Trasferito all’ospedale Bufalini di Cesena, era deceduto il 29 dello stesso mese. Secondo quanto riportato nella denuncia querela presentata dai genitori, la gravidanza era stata presa in carico alla 37esima settimana dal reparto di Ginecologia e Ostetricia del nosocomio ravennate. In prossimità della 41/a settimana, la donna era stata ricoverata e il personale aveva tentato di indurle il parto. Dopo due giorni il piccolo era venuto alla luce ma, nonostante la rianimazione non aveva mai ripreso conoscenza.

Gli avvisi di garanzia spiccati nei confronti dei sanitari rappresentano un atto dovuto in vista della perizia sulle cartelle cliniche disposta dal Gip.

Nelle stesse ore, la Procura della Repubblica di Siena ha iscritto nel registro degli indagati otto medici.

Anche in questo caso nell’ambito di un inchiesta incentrata sulla morte di una neonata. La piccola vittima era venuta al mondo all’ospedale di Grosseto, ma a causa di complicanze insorte dopo il parto cesare era stata trasferita d’urgenza a Siena, dove purtroppo è deceduta a poche ore dalla nascita.

I magistrati, in seguito all’esposto presentato dai genitori, hanno aperto un’inchiesta per fare chiarezza su quanto accaduto. L’indagine, inizialmente contro ignoti, ha visto poi l’emissione di otto avvisi di garanzia. Un atto dovuto per consentire ai camici bianchi di nominare i propri consulenti in occasione dell’esame autoptico.

 

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morto per una meningite batterica

Chiesto il rinvio a giudizio di due camici bianchi accusati di omicidio colposo nell’inchiesta sulla morte di un uomo, morto per una meningite batterica in seguito a un intervento per la rimozione di una massa tumorale al cervello

Rischiano di finire a giudizio due medici dell’ospedale di Rovigo. I camici bianchi sono accusati di omicidio colposo in concorso per la scomparsa di un 57enne, morto per una meningite batterica nel novembre 2017.

L’uomo, un commerciante ambulante residente nel basso polesine, aveva cominciato ad accusare già dal mese di maggio mal di testa sempre più frequenti e dolorosi. Inizialmente – ricostruisce il Resto del Carlino – il medico di base si sarebbe limitato a prescrivergli degli integratori alimentari, a fronte dell’evidente perdita di peso e di forze. A fine giugno si era sottoposto a una radiografia alla colonna vertebrale che aveva rivelato la presenza di una massa tumorale al cervello.

Il 57enne era quindi stato ricoverato presso il reparto di neurochirurgia dell’ospedale di Rovigo, a fine luglio, per essere operato. L’intervento era riuscito, ma in seguito erano insorte delle complicanze. In particolare, secondo quanto riporta il Resto del Carlino, la ferita prodotta dall’intervento non si sarebbe cicatrizzata, determinando un’infezione che avrebbe costretto il paziente a finire sotto ai ferri altre quattro volte.

Il 12 novembre era sopraggiunto il decesso.

I familiari, per fare luce su eventuali responsabilità sanitarie, hanno presentato un esposto in Procura. Ne è scaturita un’indagine che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati dei due professionisti in servizio presso il nosocomio del capoluogo di provincia veneto. Secondo l’ipotesi accusatoria, i medici non avrebbero riconosciuto la meningite batterica che ha determinato il tragico epilogo della vicenda.

Il pubblico ministero, basandosi sugli esiti di una perizia medico legale effettuata da due consulenti tecnici, ha chiesto il rinvio a giudizio degli indagati. Spetterà ora al Gup decidere se accogliere l’istanza o procedere all’archiviazione del caso, salvo domande di riti premiali da parte dei legali della difesa. L’udienza preliminare è fissata per prossimo aprile.

 

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MORÌ PER UNA EMORRAGIA INTERNA IN GRAVIDANZA, RISARCITI I FAMILIARI

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intervento ai denti

Annullate dalla Cassazione le condanne per omicidio colposo nei confronti di tre medici finiti a giudizio dopo la morte di un uomo deceduto per le complicanze insorte durante un intervento ai denti

Morì per le complicanze insorte durante un intervento ai denti, effettuato nel giugno del 2008 presso una clinica del salernitano. Un’operazione di impiantologia ossea svoltain anestesia totale, da cui l’uomo, un imprenditore conciario irpino di 52 anni, non si svegliò più. Vano, infatti, fu il trasporto all’ospedale Santa Maria Incoronata dell’Olmo di Cava de’ Tirreni.

La tragedia portò all’apertura di una vicenda processuale che si è protratta per anni. Tanto che nei giorni scorsi, la Suprema Corte di Cassazione ne ha sancito la fine con una sentenza che annulla senza rinvio, per intervenuta prescrizione dei termini, le condanne emesse nei primi due gradi di giudizio.

A processo erano finiti i 3 medici che svolsero l’intervento: un anestesista di Sarno, un medico di Nocera Inferiore e un chirurgo di Napoli. Sia il Tribunale che la Corte di appello ne avevano riconosciuto le responsabilità.

I professionisti erano stati condannati per omicidio colposo a un anno di reclusione, nonché al risarcimento nei confronti dei familiari della vittima.

L’intervento chirurgico, come ricostruisce il Mattino, consisteva nell’innesto osseo di impianti in titanio. Secondo i Giudici del merito, i camici bianchi avrebbero omesso di eseguire l’estubazione protetta del paziente, per ridurre il rischio di spasmi glottidei da risveglio. Nel corso dell’operazione, infatti, la bocca del paziente era stata tenuta aperta in maniera prolungata. Inoltre – riporta il quotidiano campano – una volta sorto lo spasmo, gli imputati avrebbero omesso di eseguire una “corretta” tracheotomia chirurgica. Avrebbero invece eseguito un’incisione “non ritenuta idonea” alla base dell’epiglottide, a monte della sede del fenomeno ostruttivo. Con il ricorso per cassazione, tuttavia, il reato è caduto in prescrizione.

 

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MORTA PER UNA POLMONITE, FAMIGLIA CHIEDE RISARCIMENTO ALLA ASL

 

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infezione da ferita chirurgica

A causare la morte, secondo le conclusioni della perizia medico legale disposta dalla Procura, sarebbe stata una insufficienza multi organo secondaria a stato settico dovuto a infezione da ferita chirurgica

Sono in corso le indagini sul decesso di una 76enne di Cuorgné, nell’Alto Canavese, morta lo scorso 31 agosto. La donna, imprenditrice e moglie di un noto industriale della zona, era entrata in ospedale a Ivrea per una frattura all’omero del braccio destro a seguito di una caduta. Come riporta la Stampa, era stata operata, ma dopo 25 giorni era morta per un’infezione da ferita chirurgica.

Sul caso, la Procura eporediese ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, al momento contro ignoti. Nelle scorse è stata depositata la relazione medico legale del consulente incaricato dal sostituto procuratore di fare chiarezza sulla vicenda.

Secondo il perito, il decesso sarebbe da ricondurre  a una “insufficienza multiorgano secondaria a stato settico da infezione di ferita chirurgica”. Il professionista, tuttavia, evidenzia la necessità di un “approfondimento specialistico da parte di un esperto in malattie infettive”. L’obiettivo è quello di valutare l’adeguatezza delle terapie prescritte alla donna durante la degenza e al momento della dimissione dal reparto di ortopedia.

A destare dubbi, in particolare, sarebbe “l’assenza di una terapia antibiotica da seguire a domicilio”.

L’esperto, nella sue conclusioni, ricostruisce quanto accaduto. Dopo l’intervento, eseguito sotto profilassi antibiotica, la paziente, affetta da artrite reumatoide e in terapia con methotrexate e steroidi, era stata dimessa il 9 agosto. Il giorno precedente i medici le avevano somministrato della tachipirina a causa di uno stato febbrile. A dieci giorni di distanza le sue condizioni erano precipitate. Era stata portata dal 118 in Pronto soccorso a Cuorgné, disidratata e in ipotensione. I medici avevano riscontrato l’apertura della ferita suturata il 6 agosto e la fuoriuscita di pus. Era quindi stata trasferita in gravi condizioni a Ivrea, dove le sue condizioni erano peggiorate, sino al decesso. Sulla base della perizia, dunque, ora gli inquirenti dovranno decidere come procedere per accertare eventuali responsabilità mediche.

 

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MORTO PER UNA SEPSI NEL SALERNITANO, RISCHIO PROCESSO PER DUE MEDICI

pedone

Per escludere la responsabilità del conducente per l’investimento del pedone è necessario che la condotta di quest’ultimo si ponga come causa eccezionale ed atipica, imprevista e imprevedibile dell’evento, che sia stata da sola sufficiente a produrlo

Lo hanno ribadito i giudici della Suprema Corte di Cassazione (sent. n. 57353/2018). Nel merito era stato condannato per il reato di omicidio colposo, il motociclista che alla guida del suo mezzo, investiva un pedone nel mentre era intento all’attraversamento della strada in prossimità di accesso ad un ospedale.

In particolare, il giudice di appello aveva evidenziato che sulla base degli accertamenti acquisiti agli atti e dell’esame testimoniale del figlio della persona offesa, il mancato tempestivo avvistamento del pedone, intento nell’attraversamento della sede stradale era senz’altro attribuibile a colpa del conducente, a prescindere dall’inosservanza da parte di quest’ultimo dell’obbligo di avvalersi degli appositi passaggi pedonali, trattandosi di operazione agevolmente percepibile in quanto realizzata su strada rettilinea, adeguatamente illuminata, in prossimità di nosocomio, tenuto altresì conto che il pedone era prevenuto all’impatto dopo aver percorso oltre metà della sede stradale, impiegando un tempo di alcuni secondi, da ritenersi assolutamente sufficiente per consentire al conducente del veicolo una adeguata perlustrazione della strada e per predisporre una manovra di emergenza.

Ebbene, l’attraversamento del pedone non poteva perciò, ritenersi allora né eccezionale né imprevedibile.

La decisione della Cassazione

I giudici della Cassazione hanno confermato la sentenza impugnata posto che essa appare logica e congrua, nonché corretta in punto di diritto, e pertanto immune da vizi di legittimità.

Il giudice territoriale ha rappresentato, in termini del tutto coerenti con le risultanze processuali che, la condotta di guida dell’imputato era certamente improntata a distrazione e mancata perlustrazione della sede stradale, atteso che la presenza del pedone era agevolmente percepibile da un attento utente della strada, sia in ragione della lunghezza dell’attraversamento pedonale.

Il giudice di appello, avrebbe così escluso (correttamente) la ricorrenza di elementi eccezionali perturbatori idonei a precludere all’imputato la possibilità di percepire la presenza della persona offesa intento nell’attraversamento pedonale, laddove secondo l’insegnamento della Suprema Corte, la responsabilità del conducente va esclusa in ipotesi di investimento del pedone che attraversi la sede stradale, solo allorquando lo stesso si trovi nella oggettiva impossibilità di notare il pedone e di osservarne tempestivamente i movimenti, attuati in modo rapido, inatteso e imprevedibile (sez. IV, 2.7.2013 n. 33207, Corigliano, Rv. 255995; 16.4.2008 n. 20027).

In ipotesi analoghe a quella in esame, è stato affermato dai giudici di legittimità che per escludere la responsabilità del conducente per l’investimento del pedone è necessario che la condotta di quest’ultimo si ponga come causa eccezionale ed atipica, imprevista e imprevedibile dell’evento, che sia stata da sola sufficiente a produrlo (Fattispecie nella quale è stata ritenuta la responsabilità di un motociclista per l’investimento di un anziano pedone i cui movimenti erano agevolmente avvistabili sez. IV, 20.2.2013).

 

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Morta dopo un intervento all’ernia addominale

Condannato per omicidio colposo un medico finito a giudizio per il decesso di una donna di 64 anni, morta dopo un intervento all’ernia addominale nel 2017

Cinque mesi e dieci giorni di reclusione, con la condizionale. Questa la pena inflitta dal Gup di Udine a un chirurgo triestino finito a giudizio con l’accusa di omicidio colposo. Il medico, secondo quanto riporta il Piccolo, è stato ritenuto responsabile, con la sua condotta negligente, del decesso di una paziente di 64 anni. La donna era morta dopo un intervento all’ernia addominale cui era stata sottoposta nell’aprile del 2017.

Nello specifico, secondo quanto accertato dal consulente tecnico d’ufficio, il professionista avrebbe commesso un errore nella “direzione di entrata” del trocar. Inoltre, avrebbe agito “con una forza e velocità eccessiva” finendo così con il provocare la lacerazione dell’aorta. Nonostante il trasferimento in terapia intensiva per la paziente non c’era stato nulla da fare.

Prima ancora del decesso, i parenti avevano segnalato l’accaduto ai carabinieri. Dopo il tragico epilogo la Procura aveva aperto un’inchiesta con l’iscrizione nel registro degli indagati di tutti i sanitari che avevano seguito la paziente. Successivamente la posizione degli indagati, in assenza di profili di colpa commissiva ed omissiva, era stata archiviata, ad eccezione del solo chirurgo condannato.

Il processo si è celebrato con il rito abbreviato.

Il pm aveva chiesto la condanna a un anno. Il legale dell’imputato, invece, aveva depositato documentazione attestante l’avvenuto “integrale e satisfattivo” risarcimento del danno alle parti offese. L’avvocato chiedeva quindi l’assoluzione del proprio assistito “perché il fatto non è previsto dalla legge come reato”.

In base all’art. 590 sexies del codice penale, così come riformato dalla Legge Gelli Bianco in tema di responsabilità medica, la punibilità del medico è esclusa in caso di rispetto delle raccomandazioni previste dalle linee guida o dalle buone pratiche clinico-assistenziali. Peraltro, in base a una recente sentenza  delle Sezioni Unite della Cassazione, la fattispecie assolutoria richiede che la gradazione della colpa debba essere lieve. Circostanza che, secondo la difesa, ricorrerebbe nel caso esaminato, a differenza di quanto valutato dal Gup che avrebbe invece ravvisato un profilo di colpa grave.

 

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emorragia massiva

Depositate le conclusioni dei periti sul caso di un paziente deceduto a seguito di una emorragia massiva. I consulenti avrebbero riscontrato una carenza assistenziale

Un insufficienza multiorgano determinata da una precedente emorragia massiva. Queste, secondo le risultanze dell’autopsia, le cause della morte di un uomo di 73 anni verificatasi nell’ottobre del 2016 all’Ospedale di Perugia.

Il paziente, secondo quanto ricostruito dal quotidiano La Nazione, era stato ricoverato per essere operato a causa di un tumore. Dopo l’operazione, tuttavia, aveva avuto una emorragia che lo aveva indebolito portandolo al decesso.

I parenti avevano sporto denuncia ritenendo che vi potessero essere profili di responsabilità da parte del personale sanitario. In particolare lamentavano che la notte in cui sopraggiunse l’emorragia, nessuno, per ore, avrebbe controllato il loro caro. Il tutto nonostante le richieste di aiuto degli stessi familiari.

Soltanto alle cinque di mattina sarebbe stata riscontrata la perdita di sangue che a quel punto però era già massiva. L’uomo era quindi finito nuovamente sotto ai ferri. Nonostante il buon esito dell’intervento, dopo alcuni giorni era entrato in coma, per poi morire nelle ore successive.

Il pubblico ministero aveva disposto il sequestro delle cartelle cliniche e lo svolgimento dell’esame necroscopico.

Sul registro degli indagati erano finiti i nomi di quattro sanitari, due medici e due infermiere, intervenuti nelle diverse fasi dell’intervento chirurgico e del ricovero. Nei loro confronti era stata formulata l’ipotesi di reato di omicidio colposo.

Nei giorni scorsi i periti nominati dal gip, su richiesta del sostituto procuratore titolare dell’inchiesta, hanno depositato le loro conclusioni con la formula dell’incidente probatorio. Secondo gli esperti non vi sarebbero profili di negligenza per l’intervento chirurgico, eseguito in maniera corretta. I consulenti avrebbero invece riscontrato una carenza assistenziale nelle ore notturne in cui l’uomo venne colto da emorragia, di cui nessuno si sarebbe accorto in tempo utile.

Alla luce di tali pareri spetterà ora la Pm la decidere se richiedere il rinvio a giudizio o l’archiviazione per gli operatori sanitari indagati.

 

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Ambulanza arrivata senza medico, muore una donna: tre indagati

Due volontari del 118 e un medico risultano indagati per il decesso di una donna avvenuto il 21 luglio scorso: l’ ambulanza è giunta senza il medico a bordo

Tre persone, un medico e due volontari del 118, risultano indagate per omicidio colposo per la vicenda di una donna, morta il 21 luglio scorso a Torino.

Ecco cosa è accaduto.

La 46enne deceduta, di nazionalità, non aveva mai avuto problemi di salute e svolgeva regolarmente attività sportive.

La mattina del 21 luglio, un sabato, ha avvertito all’improvviso un malore. Un fortissimo dolore al petto. Poi un formicolio alle dita delle mani e dei piedi, un bruciore fastidioso e la perdita parziale della sensibilità. È scattato l’allarme ed è partita la telefonata verso il 118.

In base alle testimonianze raccolte dagli inquirenti, nella prima ambulanza arrivata in casa della donna non c’erano né medici né infermieri.

Al suo interno, infatti, vi erano solo un paio di volontari.

La situazione è apparsa subito molto grave. Così, i due volontari si sarebbero messi immediatamente in contatto con la centrale operativa. Questa li avrebbe guidati nelle prime operazioni di soccorso.

Si sarebbe poi reso necessario l’utilizzo di un defribillatore. Così, uno dei volontari sarebbe tornato sull’ambulanza per recuperare l’apparecchio salvavita e tentare così di ripristinare il normale ritmo cardiaco della donna. Le operazioni sarebbero durate parecchi minuti. Ecco perché il magistrato titolare del fascicolo si chiede adesso se un immediato trasporto in ospedale avrebbe potuto salvare la donna.

La gravità del caso avrebbe quindi convinto la centrale operativa del 118 a inviare una seconda ambulanza, questa volta con un medico a bordo. Questa, però, sarebbe giunta sul posto ben 20 minuti dopo la prima. Quando era ormai troppo tardi. La donna è infatti deceduta.

Il pubblico ministero Alessandro Aghemo ha “rilevato la necessità di procedere ad accertamenti tecnici al fine di stabilire le cause del decesso”.

Inoltre, sono stati avviati dei controlli per verificare eventuali errori commessi dagli “operatori sanitari”.

Un altro elemento controverso è l’orario di arrivo della seconda ambulanza, quella con a bordo il medico — una dottoressa — e altri quattro operatori del 118.

Giunta solo 20 minuti dopo e con la donna già in stato di arresto cardiorespiratorio. I tentativi di rianimarla sarebbero stati inutili e il medico non ha potuto far altro che constatarne il decesso.

Intanto i due operatori denunciati si sono rivolti all’avvocato Valentina Dicorato, mentre il medico del 118 è assistito da Stefano Tizzani. La famiglia della 46enne si è affidata invece all’avvocato Alberto Peroglio Carus. Il pubblico ministero ha nominato come proprio consulente di parte il medico Alessandro Giordano, mentre i difensori dei tre indagati gli specialisti Lorenzo Varetto e Sergio Bonziglia.

L’autopsia sul cadavere della 46enne, tuttavia, non avrebbe chiarito le cause esatte del decesso, forse dovuto a un’anomalia congenita coronaria. Occorrerà comunque un esame istologico prima di poter dire con certezza cosa abbia ucciso la donna.

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