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omicidio colposo

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lecce

Il Giudice monocratico di Lecce ha riconosciuto le responsabilità di cinque medici in servizio presso un nosocomio della provincia salentina

Due anni di reclusione, con sospensione della pena. E’ il verdetto emesso dal giudice monocratico di Lecce nei confronti di cinque medici accusati della morte di un sedicenne. Nello specifico si tratta di un operatore del pronto soccorso; due rianimatori, un internista e un neurologo di una struttura sanitaria salentina.

La tragedia risale all’ottobre del 2014. Il ragazzo, affetto fin dal primo anno da una stenosi dell’acquedotto di Silvio, era stato colto, secondo quanto ricostruito nel dibattimento, da un malore a scuola. Rientrato presso la propria abitazione era stato visitato dal medico di famiglia che gli avrebbe prescritto alcuni accertamenti, senza specificarne la priorità e l’urgenza. Anche il medico di guardia, intervenuto poco dopo la mezzanotte del giorno successivo, avrebbe sottovalutato alcuni segnali, tra cui nausea, cefalea e tremore, limitandosi ad un’iniezione di Plasil e a “raccomandare” l’assunzione di molta acqua.

Al peggiorare delle condizioni del sedicenne, tuttavia, i familiari avevano chiamato il 118.

Il medico accorso però, a detta dell’accusa, avrebbe sbagliato diagnosi, ordinando il ricovero presso un ospedale di provincia anziché al “Fazzi” di Lecce, dotato del reparto di Neurochirurgia.

Anche gli altri camici bianchi che lo ebbero successivamente in cura presso la struttura di destinazione non avrebbero agito nella giusta direzione. Il ragazzo sarebbe stato sottoposto a una puntura lombare presso il reparto di Rianimazione, ma il suo quadro clinico sarebbe ulteriormente peggiorato. Inoltre, secondo la Procura, la risonanza magnetica sarebbe stata eseguita con grave ritardo. Poche ore dopo sarebbe sopraggiunto il decesso.

Il Giudice ha disposto a favore dei genitori e del fratello della vittima, costituitisi parte civile nel procedimento, una provvisionale di 60mila euro. L’entità del risarcimento dovrà essere quantificata in separata sede.

Assolti invece altri due imputati, ovvero un medico dell’ambulanza e una guardia medica. Si attendono ora le motivazioni della sentenza. Nel corso dell’udienza preliminare, invece, il gup aveva già disposto il non luogo a procedere per il medico curante.

 

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reati colposi

Con riferimento ai reati colposi ed in particolare al reato di cui all’art. 589 c.p., l’addebito soggettivo dell’evento richiede sempre l’accertamento in concreto della sua prevedibilità ed evitabilità attraverso l’adozione delle regole cautelari a tal fine idonee

In tema di reati colposi, ed in particolare del reato di cui all’art. 589 c.p., l’addebito soggettivo dell’evento richiede non soltanto che l’evento dannoso sia prevedibile, ma altresì che lo stesso sia evitabile dall’agente con l’adozione delle regole cautelari idonee a tal fine, non potendo essere soggettivamente ascritto per colpa un evento che, con valutazione ex ante, non avrebbe potuto comunque essere evitato, e che in tema di colpa specifica è necessario che tale imputazione soggettiva dell’evento avvenga attraverso un apprezzamento in concreto della prevedibilità ed evitabilità dell’esito antigiuridico da parte dell’agente modello.

Il principio poc’anzi affermato è stato richiamato dai giudici della Cassazione, investiti della legittimità della decisione impugnata.

La vicenda

Era accusata del delitto di omicidio colposo, commesso alla guida della propria autovettura, allorquando investiva un ciclista.

Ebbene, i giudici dell’appello, pur evidenziando la corresponsabilità del ciclista (al 50%) che marciava prossimo al margine sinistro della rotatoria e si spostava obliquamente verso l’esterno della carreggiata per avvicinarsi alla strada di uscita, avevano dichiarato l’automobilista responsabile del delitto di omicidio colposo, ritenendo che quest’ultima avrebbe verosimilmente dovuto prevedere la condotta della vittima ed evitare l’urto.

Ma per i giudici della Cassazione la motivazione della corte territoriale non stava in piedi.

Ed infatti, la condanna era stata pronunciata senza che in giudizio fosse emersa alcuna prova in ordine alla effettiva velocità dell’auto investitrice e della sua posizione al momento dell’impatto.

All’arrivo della Polizia Municipale la bicicletta era già stata rimossa mentre l’autovettura era stata ritrovata nella posizione di quiete assunta dopo l’incidente; sulla sede stradale non erano rilevate né frenate, né altre tracce riconducibili al sinistro; inoltre, l’auto dell’imputata non presentava danni o segni palesi riconducibili allo scontro, mentre la bicicletta presentava una deformazione da destra verso sinistra della sella. La stessa conducente aveva dichiarato che il ciclista le aveva tagliato la strada, spostandosi da sinistra verso destra, poco prima di svoltare ed imboccare la strada verso la quale era diretta.

È stato, perciò, richiesto dai giudici della Cassazione un nuovo accertamento di merito in ordine alla prevedibilità ed evitabilità dell’evento in concreto da parte dell’agente. Processo tutto da rifare!

La redazione giuridica

 

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deceduta

Aperta un’inchiesta sulla morte di una donna di 32 anni, deceduta all’ospedale di Catanzaro per cause tutte ancora da chiarire

Due giorni di febbre alta, poi dissenteria, con un’evidente spossatezza. Quindi, all’improvviso, la morte. E’ il tragico destino di una donna di 32 anni, madre di due bambini, deceduta giovedì scorso all’ospedale di Catanzaro.

I familiari, per fare chiarezza sull’accaduto, hanno presentato una denuncia presso la Questura del capoluogo di provincia calabrese. In particolare vogliono capire se vi siano state eventuali responsabilità o negligenze nella macchina dei soccorsi.

La ragazza sarebbe stata seguita dal medico di guardia e dal medico curante. Inizialmente tutto sarebbe stato trattato come un semplice influenza. Sarebbe stato proprio il dottore di famiglia, secondo quanto riporta il Quotidiano del Sud, a rendersi conto della gravità delle condizioni della paziente, allertando il 118. Ma nonostante il trasferimento in ospedale, poco dopo è sopraggiunto il decesso.

Per comprendere le cause della morte, la magistratura ha disposto lo svolgimento dell’autopsia.

La Procura, proprio in vista degli accertamenti medico legali, ha iscritto nel registro degli indagati i due camici bianchi che avevano assistito la giovane. L’ipotesi di reato contestata è di omicidio colposo e responsabilità colposa per morte in ambito sanitario

L’esame necroscopico, tuttavia, nonostante il conferimento dell’incarico ai periti, non ha ancora avuto luogo ma è stato rinviato di almeno 48 ore. Una decisione assunta dopo che l’avvocato dei parenti della vittima ha chiesto di accertare anche la posizione del personale del 118.

Nella mattinata del decesso, infatti, la sala operativa avrebbe rifiutato la richiesta di invio di un’ambulanza per il soccorso. Ciò in quanto un’influenza non ne avrebbe giustificato l’intervento. Il sostituto procuratore titolare delle indagini, dovrà, quindi, verificare il contenuto della chiamata di emergenza e accertare se il comportamento del personale della sala operativa sia stato regolare. Il rinvio dell’esame autoptico potrebbe essere motivato proprio dall’ipotesi che vengano spiccati dei nuovi avvisi di garanzia.

 

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diagnosi di influenza

Indagini in corso per chiarire le cause del decesso di una signora di 80 anni, morta poche ore dopo una diagnosi di influenza da parte dei medici del presidio di continuità assistenziale

Quattro camici bianchi in servizio di guardia medica a Firenze sono stati iscritti sul registro degli indagati dalla Procura della Repubblica del capoluogo toscano. L’ipotesi di reato a loro carico è di omicidio colposo. Sono infatti in corso delle indagini per verificare una loro eventuale responsabilità nel decesso di una donna di 80 anni, morta dopo una diagnosi di influenza.

La notizia è riportata dal quotidiano La Nazione, che ricostruisce la vicenda sulla base della testimonianza resa dal figlio della vittima agli inquirenti. Sabato 9 febbraio, intorno alle otto di sera, l’anziana signora, non sentendosi bene, avrebbe contattato telefonicamente la guardia medica. Il medico interpellato avrebbe ipotizzato che si trattasse di influenza.

La mattina successiva la donna avrebbe contattato nuovamente il presidio di continuità assistenziale. Il camice bianco di turno le avrebbe quindi consigliato di assumere una tachipirina e di farsi visitare in caso di persistenza della febbre.

Circa un’ora dopo la signora si sarebbe presentata direttamente in ambulatorio. Sarebbe quindi stata visitata da due mediche avrebbero confermato la diagnosi di influenza prescrivendo alla paziente una terapia antibiotica.

Poche ore dopo il rientro a casa, tuttavia, la situazione sarebbe improvvisamente precipitata e la signora è deceduta.

Il figlio ha quindi deciso di rivolgersi alle forze dell’ordine per denunciare l’accaduto e capire se vi siano state delle responsabilità da parte dei professionisti che hanno seguito la defunta nelle ultime ore di vita.

Il sostituto procuratore di Firenze ha aperto un fascicolo sul caso disponendo l’esame autoptico per chiarire la causa del decesso. Gli avvisi di garanzia spiccati nei confronti dei medici rappresentano una atto dovuto proprio in vista dello svolgimento di un accertamento irripetibile quale l’esame necroscopico a cui gli indagati potranno partecipare nominando i propri consulenti. SI attende quindi l’esito della perizia medico legale.

 

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PARALIZZATA DOPO UN INTERVENTO, SI INDAGA SULLA TERAPIA DOMICILIARE

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nato prematuro

I genitori hanno deciso di sporgere denuncia per fare chiarezza sull’accaduto. Secondo i medici il bimbo, pur essendo nato prematuro, era in ottime condizioni di salute

Poco dopo aver finito di allattarlo la mamma si è accorta che il piccolo non respirava. Il neonato è morto appena 24 ore dopo essere venuto alla luce in un ospedale di Roma. Il bimbo era nato prematuro, con circa tre settimane di anticipo, ma a detta dei medici era in ottime condizioni. Tutti i valori sarebbero stati nella norma. Tra le ipotesi della tragedia c’è anche quella che si tratti di una morte bianca, fenomeno a cui la comunità scientifica non sa dare una spiegazione precisa.

I genitori, tuttavia, hanno deciso di presentare una denuncia per fare chiarezza su quanto accaduto.

Come riporta il Corriere della Sera, i loro dubbi riguarderebbero, in particolare, il mancato trasferimento del bimbo in incubatrice, nonostante fosse sotto peso di circa due chili.

I camici bianchi, a fronte della nascita prematura, non avrebbero ritenuto necessario il ricorso a tale procedura. Avrebbero spiegato alla madre e al padre che non ce n’era bisogno per via del buono stato di salute del piccolo, confermato anche dalle analisi svolte subito dopo la nascita. Peraltro, anche gli esami effettuati durante la gravidanza non avrebbero mai evidenziato problemi e il parto sarebbe avvenuto senza anomalie.

La Procura della Repubblica ha quindi aperto un fascicolo sul caso per omicidio colposo. Nel registro degli indagati, tuttavia, al momento non figura nessun nome. Il Pubblico ministero ha disposto il sequestro della cartella clinica e lo svolgimento dell’esame autoptico sul corpicino del neonato, in programma nelle prossime ore. Per gli esiti degli accertamenti medico legali bisognerà poi attendere 60 giorni. La struttura ospedaliera, a sua volta, si è detta a completa disposizione della magistratura per le verifiche dell’accaduto

 

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MORTA ALLA QUARTA SETTIMANA DI GRAVIDANZA, TRE MEDICI INDAGATI

 

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dubbi dei parenti

I familiari si sono rivolti alla Procura avanzando dubbi sull’assistenza fornita al loro congiunto, arrivato in Pronto soccorso con forti dolori addominali

Sarà l’autopsia a fare chiarezza sul decesso di un anziano di 82 anni, morto in provincia di Varese. La Procura di Busto Arsizio ha bloccato i funerali disponendo gli accertamenti necroscopici dopo la denuncia presentata dai parenti della vittima. Questi, infatti, avrebbero avanzato dubbi in relazione all’assistenza fornita al loro congiunto, in particolare presso il pronto soccorso del locale nosocomio. La notizia è riportata dalla Prealpina.

L’uomo, secondo la ricostruzione del quotidiano di Varese, sarebbe arrivato in ospedale con forti dolori addominali. I medici gli avrebbero diagnosticato un fecaloma, ovvero un ammasso di feci, duro e voluminoso, che si forma per stitichezza nell’intestino, provocandone talvolta l’occlusione. Il paziente, quindi, sarebbe stato dimesso con la prescrizione di effettuare dei clisteri. Tornato a casa, tuttavia, l’ottantaduenne avrebbe accusato un malore acuto durante la notte. I familiari lo avrebbero quindi portato d’urgenza al Pronto soccorso di Gallarate, dove tuttavia avrebbe perso conoscenza senza più riprendersi.

I sanitari, reputando il decesso attribuibile a cause naturali e privo di anomalie, non hanno ritenuto di informare l’autorità giudiziaria per eventuali approfondimenti.

Il corpo, quindi, è stato subito messo a disposizione della famiglia. I parenti, tuttavia, nel frattempo hanno deciso di rivolgersi alla Procura avanzando perplessità circa condotta dei camici bianchi che avevano visitato l’uomo in occasione del primo accesso al Pronto soccorso. A loro avviso, come riferisce la Prealpina, questi non avrebbero prestato sufficiente attenzione al pensionato e al suo disturbo.

La magistratura, pertanto, ha deciso aprire un’inchiesta sul caso per omicidio colposo fermando le esequie per lo svolgimento dell’autopsia. Il fascicolo al momento è contro ignoti. Dall’esame medico legale si attendono risposte circa l’appropriatezza dell’assistenza fornita all’anziano e la sussistenza di eventuali responsabilità sanitarie per l’accaduto.

 

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OPERATA ALL’OVAIO SBAGLIATO: LA DENUNCIA DI UNA DONNA FIORENTINA

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benevento

Respinta la richiesta di condanna per due operatrici sanitarie dell’ospedale di Benevento accusate di aver causato l’enfisema acuto che ha portato il piccolo al decesso

Il fatto non sussiste. Con questa motivazione il Tribunale di Benevento ha assolto due  infermiere in servizio all’ospedale Rummo. Le operatrici sanitarie erano accusate di aver agito “con negligenza ed imperizia”, causando la morte  di un bimbo di appena  quattro mesi.

La vicenda risale al giugno del 2012. Il piccolo era nato con una malformazione cardiaca congenita, la tetralogia di Fallot, che lo aveva costretto a subire tre interventi chirurgici, eseguiti a Napoli. Successivamente, come ricostruisce il quotidiano online Ottopagine, era stato ricoverato nel reparto di terapia intensiva neonatale presso il nosocomio del capoluogo sannita. Qui avrebbe dovuto seguire uno specifico piano nutrizionale per prendere peso ed essere monitorato dai medici.

La sera della tragedia, secondo l’ipotesi accusatoria, le due infermiere avrebbero continuato a nutrirlo alternando il sondino naso gastrico al biberon, senza dare importanza ai vagiti, segnalati dai genitori.

A detta degli inquirenti avevano quindi provocato un enfisema acuto al neonato, deceduto nonostante i disperati tentativi di rianimazione. La tragedia, come riportano le cronache locali, aveva determinato momenti di tensione tra i familiari e il personale della struttura sanitaria

La denuncia presentata dai genitori aveva portato alla apertura di un fascicolo sul caso con il sequestro, da parte della magistratura, della cartella clinica e del diario infermieristico.  Il sostituto procuratore aveva inoltre disposto lo svolgimento dell’esame autoptico, a cui avevano preso parte anche i consulenti di parte.

Inizialmente erano finite sotto inchiesta cinque persone. I fascicoli di tre indagati erano stati poi archiviati, mentre  le due infermiere erano finite a giudizio. Nelle scorse ore anche per loro, tuttavia, è arrivata la sentenza di assoluzione.

 

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MORTA DOPO UN INTERVENTO AL CUORE: CARDIOCHIRURGO ASSOLTO

 

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caduta dal letto

L’operatrice sanitaria è accusata di omicidio colposo per non aver adottato le misure idonee a prevenire il rischio di una caduta dal letto del paziente poi deceduto

Avrebbe omesso di avvisare il personale medico delle condizioni di disorientamento del paziente. Inoltre, non avrebbe adottato immediate misure idonee a prevenire il rischio di una caduta dal letto di ricovero. Queste le motivazioni in base alle quali il Pm della Procura di Taranto ha chiesto il rinvio a giudizio di un’infermiera 42enne dell’ospedale di Castellaneta.

L’ipotesi di reato a suo carico è di omicidio colposo. Il paziente, infatti, era effettivamente caduto sul pavimento, riportando lesioni cervico midollari che lo avrebbero condotto al decesso per insufficienza respiratoria.

L’episodio, come riporta il Quotidiano di Puglia, risale al dicembre del 2016. L’uomo, 64enne già affetto da cardiopatia dilatativa, si era recato in Pronto Soccorso per una “dispnea ingravescente”. Gli era stato diagnosticato uno scompenso cardiaco congestizio ed era stato ricoverato in Cardiologia per le cure del caso.

L’indomani mattina, tuttavia, era stato trovato nella sua stanza “a tratti disorientato”. Poi aveva accusato un’improvvisa perdita di coscienza cadendo dal letto dov’era seduto e riportando un violento trauma cranico e facciale. Dopo poche ore era sopraggiunto il decesso.

Il successivo esposto presentato dai familiari ai carabinieri aveva portato all’apertura di un fascicolo da parte della Procura del capoluogo pugliese.

Inizialmente erano stati iscritti nel registro degli indagati tutti i sanitari che avevano avuto in cura la vittima. Nello specifico erano finiti sotto inchiesta dieci tra medici e infermieri dei reparti di Cardiologia, Anestesia Rianimazione e Radiologia. Il Pm aveva disposto il sequestro delle cartelle cliniche nonché lo svolgimento dell’esame autoptico.

Gli esiti dell’autopsia hanno individuato la causa della morte in una  “insufficienza respiratoria acuta in lesioni cervico-midollari e trauma cranico, riportati a seguito di caduta”.  La consulenza tecnica ha inoltre evidenziato le responsabilità sanitarie nelle gestione del paziente.

L’infermiera aveva riportato nel suo diario allegato alla cartella clinica che il paziente era “vigile a tratti disorientato”. Secondo il perito questo segno clinico avrebbe dovuto costituire di per sé un elemento sufficiente a intensificare la sorveglianza dell’uomo. L’infermiera, inoltre, avrebbe dovuto “imporre l’allerta del medico di reparto e la messa in atto di provvedimenti anche pratici finalizzati a prevenire l’evento caduta”. Invece, non c’era stato né “un attento monitoraggio clinico del paziente” né “un attento esame neurologico. Inoltre non era stata richiesta alcuna visita medica e non erano stati presi provvedimenti pratici quali “l’impiego di spondine al letto”.

Sulla scorta degli accertamenti medico legali il Pubblico ministero ha quindi chiesto il rinvio a giudizio della sola infermiera in turno di servizio quel mattino in Cardiologia. Per gli altri nove indagati, invece, è stata chiesta l’archiviazione. L’udienza preliminare è fissata per il mese di giugno 2019.

 

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LESIONI PERSONALI AGGRAVATE A UNA NEONATA, INFERMIERA CONDANNATA

colpa

Nel 2016 la Corte d’appello di Bologna, rovesciando l’esito della sentenza di primo grado assolveva, con la formula “perché il fatto non costituisce reato”, due dottoresse dall’accusa di colpa medica

Il processo era stato avviato a seguito del decesso di una paziente affetta da neoplasia. Secondo i congiunti della vittima le due imputate avevano omesso (per colpa) di effettuare gli accertamenti diagnostici richiesti dal quadro clinico.

Ma per i giudici della Corte distrettuale l’assunto accusatorio era infondato. Tuttavia nell’assolvere le imputate aveva omesso di revocare la condanna emessa dal primo giudice in relazione alle statuizioni civili.

Ed ecco che qualcosa non torna: come è possibile – si chiedono le ricorrenti- che una sentenza pienamente assolutoria mantenga invariate le statuizioni in ordine al risarcimento del danno alle parti offese?

La vicenda è giunta pertanto, dinanzi ai giudici della Cassazione che, oltre ad accogliere il ricorso difensivo hanno ripercorso le fasi delle recenti innovazioni legislative in materia di responsabilità medica.

La responsabilità medica dopo i recenti interventi normativi

Come noto il legislatore è intervenuto sul tema della responsabilità penale colposa in ambito sanitario con l’art. 3, comma 1 della legge 8 novembre 2012, n. 189 ove è stabilito: “L’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve”.

La corte di Cassazione ha poi chiarito che tale norma esclude la rilevanza penale della colpa lieve, rispetto a quelle condotte lesive che abbiano osservato linee guida o pratiche terapeutiche mediche virtuose, purché esse siano accreditate dalla comunità scientifica.

La novella ha così, dato luogo ad una “abolitio criminis” parziale degli artt. 589 e 590 c.p., avendo ristretto l’area del penalmente rilevante individuata dalle predette norme incriminatrici, giacché oggi vengono in rilievo unicamente le condotte qualificate da colpa grave.

Il tema della responsabilità dell’esercente la professione sanitaria è stato, poi di recente oggetto di un nuovo intervento normativo.

Si tratta della legge 8 marzo 2017, n. 24 che ha introdotto l’art. 590-sexies. Quest’ultimo prevede che qualora l’evento lesivo si sia verificato in ambito sanitario, a causa di imperizia, la punibilità è esclusa quando sono rispettate le raccomandazioni previste dalle linee guida adeguate al caso concreto e versi in colpa lieve da imperizia nella fase attuativa delle raccomandazioni previste dalle stesse.

In particolare, secondo diritto vivente, la suddetta causa di non punibilità non è applicabile ai casi di colpa da imprudenza e da negligenza, né in ipotesi di colpa grave da imperizia nella fase attuativa dalle raccomandazioni previste dalle stesse (Sez. Unite, n. 8770/2017).

Ebbene la sentenza dei giudici dell’appello era corretta sotto il profilo dell’accertamento fattuale, trattandosi di una ipotesi di colpa lieve, quella commessa dalle due imputate.

Tuttavia, la decisione non poteva essere condivisa limitatamente alla conferma delle statuizioni civili. Ed in effetti, la Corte d’Appello di Bologna nel mandare assolte le imputate con la formula perché il fatto non costituisce reato, aveva erroneamente confermato le statuizioni civili che erano contenute nella prima sentenza di condanna pronunciata dal Tribunale di Modena; statuizione travolte automaticamente dall’esito assolutorio del giudizio di secondo grado e che dunque dovevano essere necessariamente revocate.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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MORTA DOPO UN INTERVENTO A FIRENZE, SETTE MEDICI INDAGATI

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morta dopo un intervento alla milza

I camici bianchi sono finiti sotto inchiesta per il decesso di una paziente di 77 anni, morta dopo un intervento alla milza nel 2015 a Sorrento

La Procura di Torre Annunziata ha chiesto il rinvio a giudizio di tre medici per il decesso di una 77enne originaria della provincia di Napoli. La signora è morta dopo un intervento alla milza svolto all’ospedale di Sorrento. A rischiare il processo sono una radiologa e due camici bianchi dell’Unità di Chirurgia, tra cui il primario. Stralciata, invece, la posizione del primario del reparto di Radiologia.

Il fatto risale al settembre del 2015. Come ricostruito dal Mattino, l’anziana era stata ricoverata all’ospedale di Vico Equense per un ematoma alla gamba sinistra. Gli accertamenti avevano evidenziato la presenza di liquido nell’addome e la paziente, quindi, era stata portata a Sorrento per una tac di controllo. Qui i medici avevano riscontrato una sospetta lesione della milza, optando dunque per l’intervento chirurgico, ma in sala operatoria l’organo era risultato intatto. Trasferita in Rianimazione la donna era deceduta dopo poche ore.

I figli avevano deciso di denunciare l’accaduto dando il via all’inchiesta della magistratura.

Nella relazione del consulente incaricato dalla Procura di svolgere l’esame autoptico si sottolinea che i medici “hanno una responsabilità negli eventi che portarono alla morte” della paziente. Secondo l’esperto, in particolare, avrebbero agito “senza la dovuta prudenza, diligenza e perizia”.

A conclusioni totalmente opposte, invece, è arrivata la perizia di parte. Secondo i consulenti della difesa, infatti, i camici bianchi avrebbero rispettato i protocolli sanitari e l’intervento sarebbe stato indispensabile. Il quadro clinico era caratterizzato, infatti, da “emoglobina e pressione in calo, paziente sotto choc e sospetta lesione della milza”.

La decisione del Giudice in relazione al rinvio a giudizio degli indagati è attesa per il prossimo 9 maggio.

 

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