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omicidio colposo

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operato in ritardo

La Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per due camici bianchi in servizio nel 2015 all’ospedale di Chieti. Sono accusati della morte di un paziente che, secondo l’ipoteso accusatoria, sarebbe stato operato in ritardo, quando le sue condizioni cliniche erano ormai critiche

Operato in ritardo, in una situazione ormai di emergenza, con un ingravescente scadimento delle condizioni cliniche. Questo, secondo l’accusa, quanto accaduto a un paziente 57enne del teatino, morto il primo marzo del 2015 presso l’ospedale di Chieti.

La moglie, in seguito al decesso, ha deciso di presentare una denuncia per fare piena luce sull’episodio. A suo dire, come riporta il quotidiano il Centro, la tragedia sarebbe scaturita “da errori medici per mancato approfondimento degli accertamenti diagnostici, per colpa e imperizia nell’esecuzione degli interventi chirurgici e per mancanza di diligenza, anche nella fase post-operatoria, assolutamente inescusabili”. 

La Procura ha quindi aperto un fascicolo sul caso iscrivendo nel registro degli indagati i nomi di due camici bianchi all’epoca in servizio presso il nosocomio del capoluogo di provincia abruzzese. Le indagini hanno appurato che l’uomo è morto dopo un intervento al colon e a un rene “per scompenso cardiaco acuto, edema polmonare acuto e insufficienza multiorgano”.

Secondo l’ipotesi formulata dal sostituto procuratore i professionisti indagati avrebbero omesso di sottoporre tempestivamente il paziente  ad accertamenti strumentali che avrebbero consentito di diagnosticare la patologia complicante. Il tutto “pur in presenza di chiari segni di una complicanza post-operatoria”.  Non avrebbero quindi fatto ricorso altrettanto tempestivamente a un nuovo intervento chirurgico. Un ritardo diagnostico, dunque, che sarebbe risultato fatale per la vittima. Da qui la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dal magistrato inquirente. I dottori ora rischiano di finire a processo per omicidio colposo.

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PRESUNTO RITARDO DIAGNOSTICO, QUATTRO MEDICI A PROCESSO IN SALENTO

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trauma cranico

Due medici sono finiti a giudizio per la morte di un 84enne finito in Pronto soccorso dopo una caduta per un trauma cranico con ferita lacero-contusa

Due medici in servizio presso l’ospedale di Cittiglio, nel Varesotto, sono stati rinviati a giudizio per omicidio colposo e responsabilità colposa per morte in ambito sanitario. Erano finiti nel mirino della Procura in seguito alla morte di un 84enne nel maggio del 2015. L’uomo, come ricostruisce la Prealpina, era arrivato in Pronto soccorso per una caduta. Aveva riportato un trauma cranico con ferita lacero-contusa.

Secondo la testimonianza del figlio, sarebbe stato sottoposto a una tac e a una visita ortopedica, per poi essere tenuto sotto osservazione fino al pomeriggio successivo. Dopo 15 ore di ricovero sarebbe quindi stato dimesso.

L’indomani sarebbe stato portato in ospedale a Varese dai parenti per una scintografia ossea. Tornato a casa, tuttavia, nella notte si sarebbe sentito male perdendo i sensi. Trasportato d’urgenza in ospedale a Legnano a bordo di un mezzo del 118 sarebbe quindi deceduto.

In seguito alla denuncia presentata dai familiari la Procura ha aperto un’inchiesta sul caso che ha portato all’apertura del processo per i professionisti indagati.

Secondo la magistratura i due camici bianchi avrebbero sottovalutato la gravità della situazione e non avrebbero seguito il protocollo previsto in caso di persone con trauma cranico. Più specificamente, il primo non avrebbe fatto una corretta valutazione neurologica. Non avrebbe, inoltre, tenuto monitorato il paziente per almeno 24 ore, sottoponendolo a esami strumentali ripetuti a distanza di tempo. Il secondo, invece, non avrebbe eseguito un’ulteriore tac, rimandando a casa l’anziano dopo sole 15 ore e non rispettando, quindi, le linee guida. Infine, non avrebbe indicato la corretta diagnosi nel foglio di dimissioni.

I parenti del defunto si sono costituiti parte civile nel processo chiedendo e ottenendo la citazione, come responsabili civili, dell’Asst dei Sette Laghi, l’ospedale di  , quello di Cittiglio e la compagnia assicurativa dell’Azienda sanitaria. Si attende ora l’esame delle consulenze dell’accusa e della difesa.

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MORTO DOPO TRE INTERVENTI PER RIMUOVERE UN TUMORE, INDAGATO IL CHIRURGO

omicidio colposo

Con sentenza pronunciata nel giugno del 2011 il Tribunale di Reggio Calabria assolveva tre imputati dal reato di concorso in omicidio colposo per non avere commesso il fatto

Quest’ultimi rispondevano del reato ascritto perché, in cooperazione tra loro, nella qualità di proprietari dell’appartamento posto al primo piano di un condominio, omettevano di installare, per colpa consistita in negligenza, imprudenza e in violazione delle norme di legge, un interruttore differenziale da 30 mA. (c.d. “salvavita”) nell’impianto elettrico relativo al predetto appartamento, cagionando così, la morte di un elettricista avvenuta per elettrocuzione.

L’evento si era verificato allorquando la predetta vittima stava eseguendo i lavori di rifacimento e adeguamento dell’impianto elettrico a servizio delle parti comuni del condominio (luce scale, sostituzione dell’impianto citofonico, ascensore, nonché dei pulsanti dei campanelli ai piani dei singoli appartamenti). Senonché toccando un conduttore proveniente dall’appartamento posto al primo piano, di proprietà degli imputati e relativo all’impianto elettrico che serviva lo stesso appartamento (privo del “salvavita” – e di adeguata “messa a terra dell’impianto”), moriva fulminato.

Il giudizio di primo grado

Il giudice di primo grado, all’esito dell’istruttoria dibattimentale svoltasi anche con l’espletamento di diverse perizie e con il deposito di consulenze tecniche delle parti, era giunto ad una valutazione liberatoria nei confronti dei predetti imputati, non ravvisando in questi ultimi, la titolarità di posizioni di garanzia.

Ed infatti, il committente dell’opera era il condominio cioè, un’entità giuridica diversa dai singoli condomini, cui non competeva, nella fattispecie in esame, la predisposizione di cautele antinfortunistiche. Veniva al riguardo sottolineato che la vittima era un professionista, regolarmente iscritto alla camera di commercio e titolare dal 1993 di un’impresa, che aveva quale ragione sociale proprio l’installazione di impianti elettrici e, dunque, di un soggetto in possesso di idonee competenze tecniche che era stato incaricato dal condominio di adeguare a norma un impianto vetusto; circostanza questa che avrebbe dovuto indurlo ad utilizzare tutte le precauzioni del caso e, soprattutto, i presidi di sicurezza previsti dalla legge.

Inoltre riteneva carente la prova del nesso eziologico tra la condotta addebitata agli imputati con l’evento lesivo non potendosi affermare, oltre ogni ragionevole dubbio, che la presenza dell’interruttore differenziale avrebbe impedito il verificarsi dell’evento letale.

Evidenziava, al riguardo, che l’operaio avrebbe dovuto essere consapevole della presenza di parti in tensione, pur dopo la disalimentazione dell’impianto condominiale, perché l’incarico affidatogli comprendeva anche la sostituzione dei pulsanti dei campanelli degli appartamenti i cui fili elettrici confluivano anch’essi nella cassetta, unitamente ad altri, in una confusa promiscuità tra quelli comuni e quelli privati.

Ed infine, sottolineava che, l’attività lavorativa era connotata da imprudenza ed imperizia della stessa vittima che, al momento dell’infortunio, indossava un vestiario del tutto inadeguato e non indossava alcun efficace sistema di prevenzione individuale, ovvero guanti, tuta o scarpe isolanti, ciascuno dei quali, anche singolarmente, sarebbe stato idoneo a scongiurare l’evento.

La sentenza della Corte d’appello

Diversa soluzione quella a cui giungeva la corte territoriale, la quale attribuiva agli imputati la titolarità di una posizione di garanzia, con assunzione dei relativi oneri di previsione e valutazione dei rischi, ancorandola all’art. 2051 c.c. e alle norme CEI in tema di impianti civili ed evidenziando che i predetti avevano l’obbligo di informare la vittima chiamato ad intervenire, anche su loro committenza, sulle parti comuni, rappresentandogli che l’impianto elettrico del quadro installato nell’appartamento di loro proprietà e di cui ragionevolmente la vittima non aveva ritenuto di dovere prendere diretta visione non era conforme alle norme di sicurezza in quanto privo del dispositivo di protezione – c.d. “salvavita” – e di adeguata messa a terra dell’impianto.

Il rispetto di tali regole cautelari avrebbe quantomeno imposto, di togliere l’alimentazione all’impianto elettrico individuale neutralizzando così la fonte di pericolo.

Sulla vicenda si sono pronunciati infine, i giudici della Cassazione che hanno accolto il ricorso dei tre imputati.

Interessante è l’analisi della posizione di garanzia del condominio, soggetto committente dei lavori, ripercorrendo l’evoluzione della giurisprudenza di legittimità, in particolar modo a seguito dell’entrata in vigore del D.Lgs. n. 494 del 1996 quando la figura del committente dei lavori ha trovato un esplicito riconoscimento normativo negli artt. 2, comma 1, lett. b) e 3 (applicabile ratione temporis), poi trasfusi nel D.Lgs. n. 81 del 2008, artt. 26 e segg..

Ebbene, «tale innovazione normativa ha trasformato la figura del committente da soggetto privo di autonoma responsabilità a soggetto che riveste responsabilità proprie anche se temperate dal principio (Sez. 4, n. 27296 del 02/12/2016; Sez. 4, n. 3563 del 18/01/2012) che dal predetto non può esigersi un controllo pressante, continuo e capillare sull’organizzazione e sull’andamento dei lavori e che occorre verificare quale sia stata l’incidenza della sua condotta.

Di conseguenza occorre verificare, in concreto, quale sia stata l’incidenza della sua condotta nell’eziologia dell’evento, a fronte delle capacità organizzative della ditta scelta per l’esecuzione dei lavori, avuto riguardo alla specificità dei lavori da eseguire, ai criteri seguiti dallo stesso committente per la scelta dell’appaltatore o del prestatore d’opera, alla sua ingerenza nell’esecuzione dei lavori oggetto di appalto o del contratto di prestazione d’opera, nonché alla agevole ed immediata percepibilità da parte del committente-di situazioni di pericolo».

Ed ancora, «quanto al committente che può in qualche modo definirsi “non qualificato” in quanto assume decisioni circa la natura delle opere da svolgere ma è privo di specifiche competenze per la loro esecuzione, come quello che appalta lavori di tipo domestico, è stato affermato (cfr. Sez. 4, n. 40922 del 24/09/2018) che il medesimo, in assenza della redazione di un documento di valutazione dei rischi o della nomina” di un responsabile dei lavori cui sia conferito anche il compito di realizzare la sicurezza del cantiere prima della realizzazione delle opere, ha l’onere generalissimo di mettere il prestatore di opera nella condizione di operare in sicurezza. E ciò, non solo segnalando i pericoli, ma provvedendo alla loro eliminazione prima dell’inizio dell’attività per neutralizzare le possibili fonti di pericolo».

La decisione

Sotto tale profilo – affermano gli Ermellini – diventa dirimente individuare, in concreto, l’oggetto della prestazione di opera incombendo sull’esecutore i rischi propri inerenti alle specifiche lavorazioni contrattualmente assunte mentre i rischi derivanti dalla conformazione dei luoghi sono imputabili al committente”.

Ebbene, tale accertamento era mancato nell’iter argomentativo della Corte territoriale, che aveva invece,  erroneamente, ritenuto unica causa dell’evento l’assenza di “salvavita” nell’appartamento degli imputati.

Anche sotto il profilo del nesso di causalità tra la violazione della regola cautelare e l’evento lesivo, non risultava adeguatamente approfondita la tematica della possibile interferenza, sull’evento, dei decorsi causali alternativi prospettati dalla difesa.

«L’affermazione di responsabilità degli imputati si poggiava, pertanto, su argomentazioni manifestamente non adeguate al raggiungimento dello standard probatorio in quanto anche il c.d. giudizio controfattuale è stato formulato in termini non rispondenti ai criteri di certezza processuale».

Per tutti questi motivi, la decisione impugnata è stata cassata con rinvio al giudice civile per una nuova valutazione dei fatti.

La redazione giuridica

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INFORTUNIO SUL LAVORO: IL CALCOLO DIFFERENZIALE PER POSTE OMOGENEE

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morta per un aneurisma

La settantenne, morta per un aneurisma dell’aorta addominale, era stata sottoposta a un esame radiologico ma i sanitari non avrebbero riscontrato anomalie

Cinquantasei sanitari risultano indagati per il decesso di una donna di 70 anni, morta per un aneurisma dell’aorta addominale nel 2016 ad Avezzano. L’ipotesi di reato a loro carico è di omicidio colposo.

Il fatto, riportato dal Messaggero, risale al 2016. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti la donna, originaria di Cassino, era arrivata presso l’ospedale del centro abruzzese accusando un malore. Qui sarebbe stata sottoposta a un esame radiologico, ma il personale sanitario non avrebbe rilevato nulla di anomalo. Dopo alcuni giorni, tuttavia, le sue condizioni si sarebbero aggravate fino al sopraggiungere del decesso.

I familiari, dopo il decesso, hanno presentato una circostanziata denuncia. La Procura ha quindi aperto un fascicolo sul caso spiccando avvisi di garanzia nei confronti di cinquantasei dipendenti del nosocomio.

Sulla base di una prima perizia medico legale disposta dai magistrati non sono stati ravvisati comportamenti omissivi da parte del personale sanitario. Tanto che il Pubblico ministero ha proposto l’archiviazione delle relative posizioni.

L’impugnazione della richiesta da parte del legale della parte lesa ha portato alla realizzazione di una nuova consulenza. Anche il secondo esperto interpellato, tuttavia, ha confermato le conclusioni del collega, ovvero che non vi sarebbero stati errori prima e dopo il ricovero della paziente. Da qui la nuova richiesta di archiviazione e la nuova opposizione.

Davanti al Giudice per l’udienza preliminare, nelle scorse ore, gli avvocati della difesa hanno chiesto di non doversi procedere nei confronti dei loro assistiti. La parte civile, invece, ritiene sussistenti delle responsabilità sanitarie per l’accaduto. Nello specifico, secondo l’ipotesi accusatoria, i medici avrebbero dovuto disporre una Tac con mezzo di contrasto. L’esame diagnostico avrebbe consentito di visualizzare bene anche le arterie e le vene. La decisione del Gup è attesa per fine giugno.

 

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MORTO PER UNA DISSECAZIONE AORTICA, MEDICO RISCHIA IL PROCESSO

 

 

 

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morto per una dissecazione aortica

Chiesto il rinvio a giudizio per un camice bianco di turno al Pronto soccorso dell’ospedale di Brindisi. Il professionista è indagato per il decesso di un settantenne, morto per una dissecazione aortica

La Procura di Brindisi ha chiesto il rinvio a giudizio di un medico in servizio nel dicembre del 2017 presso l’ospedale del capoluogo di provincia pugliese. L’ipotesi di reato è di omicidio colposo. Il camice bianco, avrebbe agito con negligenza, imprudenza e imperizia, in quanto, essendo di turno, avrebbe omesso di visitare un pensionato di 70 anni, morto per una dissecazione aortica.

Il paziente, in base a quanto accertato, sarebbe giunto in Pronto soccorso a bordo di un mezzo del 118 alle 11.06 con codice giallo. Nel capo di imputazione si farebbe riferimento a un “deficit di forza arto inferiore a destra” e a un’“alterazione dell’eloquio in pz con già emiparesi destra da mielopatia cervicale”.

L’uomo, quindi, come riporta Brindisireport, sarebbe rimasto tre ore e mezza su una barella prima di essere sottoposto a visita da parte del medico subentrante, alle 14.36. I successivi accertamenti avrebbero evidenziato una urgenza cardiologica in atto tale da richiedere un’operazione cardiochirurgica.

Un intervento immediato, secondo la consulenza richiesta in fase di indagine preliminare, sarebbe stato idoneo a procurare la guarigione del paziente o comunque a incrementarne consistentemente le speranze di vita.

Il ritardo nella diagnosi della patologia, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbe invece determinato un ritardo nel trasferimento presso un’altra struttura per lo svolgimento dell’operazione. In serata, alle 22.20, era sopraggiunto il decesso.

Stando alla perizia richiesta dalla Procura la morte sarebbe avvenuta  “a seguito di un progressivo cedimento della funzione cardiovascolare secondario a tamponamento cardiaco quale esito di dissecazione aortica di tipo A secondo Stanford occorsa in soggetto già affetto da aortocoronaroclerosi e ateromasia diffusa”.

In sede di udienza preliminare, dunque,  il Pubblico ministero titolare del fascicolo ha chiesto che si vada a processo. La moglie, le figlie e le sorelle del pensionato si sono costituite parte civile davanti al Gup. Il legale della famiglia, inoltre, ha chiesto la citazione della Asl di Brindisi in qualità di responsabile civile. L’udienza è stata rinviata al mese prossimo per legittimo impedimento dell’imputato.

 

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ISCHEMIA AL TESTICOLO DESTRO DURANTE L’INTERVENTO, GIOVANE RISARCITO

 

affidamento

Il principio di affidamento trova un temperamento nell’opposto principio secondo il quale l’utente della strada è responsabile anche del comportamento imprudente altrui purché questo rientri nel limite della prevedibilità

Condannato per il reato di omicidio colposo aggravato, impugnava la decisione della corte d’appello di Torino dinanzi ai giudici della Suprema Corte di Cassazione.

L’imputato era chiamato a rispondere del decesso di un motociclista investito dalla sua autovettura, per negligenza e imprudenza, nonché per colpa specifica, consistita nella violazione dell’art. 154 C.d.S., commi 1, 2 e 3

L’impatto si era verificato mentre questi stava effettuando, repentinamente e senza utilizzare l’indicatore di direzione, una manovra di svolta a destra, entrando così in collisione con il ciclomotore condotto dalla vittima che procedeva nel medesimo senso di marcia e che, a seguito dell’urto, cadeva a terra procurandosi un trauma cranico con esito letale.

L’imputato, con una memoria scritta, aveva dichiarato di non essersi accorto del ciclomotore e di non averlo superato, avendo udito soltanto un rumore sordo.

Il motociclo – a sua detta – aveva urtato l’auto prima che questa fosse impegnata nella manovra di svolta. Il punto d’impatto, inoltre, si era collocato all’interno del cono d’ombra, tale da non essere visibile neppure utilizzando lo specchietto retrovisore.

Tale ricostruzione, era, stata tuttavia smentita dall’apporto dichiarativo di un testimone oculare, nonché dalle conclusioni dei due consulenti tecnici.

La decisione della corte d’appello era perciò, coerente e immune da vizi oltre che conforme alla giurisprudenza di legittimità in materia di affidamento con riferimento all’ambito della circolazione stradale.

Il principio di affidamento in materia di circolazione stradale

In tema di reati commessi con violazione di norme sulla circolazione stradale, il principio di affidamento trova un temperamento nell’opposto principio secondo il quale l’utente della strada è responsabile anche del comportamento imprudente altrui purché questo rientri nel limite della prevedibilità.

Tale principio che costituisce applicazione di quello del rischio consentito – è inteso ad evitare “… l’effetto paralizzante di dover agire prospettandosi tutte le altrui possibili trascuratezze” e viene meno “… allorchè l’agente sia gravato da un obbligo di controllo o sorveglianza nei confronti di terzi; o, quando, in relazione a particolari contingenze concrete, sia possibile prevedere…… che altri non si atterrà alle regole cautelari che disciplinano la sua attività” (cfr., in motivazione, sez. 4 n. 25552 del 27/04/2017, Luciano).

Peraltro, come rilevabile dall’analisi della giurisprudenza, esiste, con riferimento all’ambito della circolazione stradale, una tendenza a escludere o limitare al massimo la possibilità di fare affidamento sull’altrui correttezza, tale condivisibile orientamento più rigorista essendo giustificato, nella materia de qua, dalla circostanza che il contesto della circolazione stradale è meno definito rispetto, per esempio, a quello di equipe proprio della responsabilità derivante dall’esercizio delle professioni sanitarie, ma anche dal rilievo che alcune norme del Codice della Strada sembrano estendere al massimo l’obbligo di attenzione e prudenza, sino a ricomprendervi il dovere dell’agente di prospettarsi le altrui condotte irregolari.

Alla declaratoria di inammissibilità ha fatto seguito la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

 

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I due sanitari erano finiti a giudizio per la morte di una donna di 34 anni, giunta in Pronto soccorso a Cecina in seguito a un attacco di asma

Condanna a sei mesi, con sospensione della pena, per un medico e un’infermiera in servizio nel marzo del 2012 all’ospedale di Cecina. I due sanitari erano finiti a giudizio per omicidio colposo dopo la morte di una giovane mamma di 34 anni. La donna era arrivata in Pronto soccorso in preda a un attacco di asma.
Secondo quanto ricostruito dal Tirreno quella sera aveva cenato con i genitori e le sue due figlie. Poco dopo le 23 aveva avuto una crisi che tuttavia non era riuscita a placare con i farmaci abitualmente utilizzati. I genitori l’avevano quindi portata in ospedale dove però le era stato assegnato un codice verde.
Secondo l’accusa la paziente venne lasciata sola in una lettino del Pronto soccorso per circa tre quarti d’ora. Il tutto mentre le sue condizioni peggioravano. Quando i medici si accorsero della gravità della situazione il codice fu trasformato in rosso, ma a quel punto le terapie d’urgenza praticate non furono efficaci e sopraggiunse il decesso.

Gli imputati furono quindi accusati di un comportamento negligente.

Il medico non avrebbe  preso in carico come avrebbe dovuto la paziente; l’infermiera le avrebbe attribuito un codice triage sbagliato. I legali della difesa, da parte loro, hanno sempre sostenuto il rispetto dei protocolli da parte dei loro assistiti e la correttezza delle terapie disposte.
A distanza di sette anni dall’episodio è arrivata la sentenza di condanna per i due operatori sanitari. Il Tribunale, inoltre, ha disposto a favore dei familiari il pagamento, in solido con la Asl, delle provvisionali in attesa che l’entità del risarcimento venga definita in sede civile.
 
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La neomamma morì per un arresto cardiaco durante un intervento resosi necessario per l’insorgere di una emorragia post partum

Morì nell’aprile del 2016 come conseguenza di una emorragia post partum. Una tragedia per la quale sono finiti a giudizio con l’accusa di omicidio colposo tre medici e un’ostetrica di un ospedale del cuneese. Nelle scorse ore, il Tribunale del capoluogo di provincia piemontese ha emesso la sentenza di primo grado. Condanna per i camici bianchi, assoluzione per la professionista sanitaria.
Secondo quanto ricostruito dalla direzione sanitaria e riportato dal quotidiano online targatocn, la mamma dopo aver dato alla luce una bambina avrebbe avuto un’inversione dell’utero con successiva emorragia. La donna, quindi, sarebbe stata trasferita in sala operatoria per l’asportazione dell’utero stesso, ma nel corso dell’intervento sarebbe andata in arresto cardiaco.

Diversa, invece, l’ipotesi del Pubblico ministero.

Secondo il magistrato la donna sarebbe deceduta come conseguenza di una condotta negligente, imperita e imprudente dei sanitari nella gestione di due criticità intervenute nella fase post parto.
In particolare la ginecologa avrebbe eseguito delle manovre “intensive e incongrue” che, secondo l’accusa, non andrebbero compiute se la placenta non si è completamente distaccata. Inoltre, dopo la diagnosi di inversione uterina, i medici sarebbero erroneamente intervenuti  con l’utilizzo del “pallone di Cook”, mentre la paziente era in emorragia. Avrebbero quindi perso tempo prezioso optando per l’isterectomia solo dopo un’ora e venti minuti, quando ormai era troppo tardi.
Secondo la difesa, invece, le manovre sarebbero state eseguite correttamente e non sarebbero state causa dell’inversione uterina, evento peraltro ‘rarissimo’. I medici, a detta dei legali, avrebbero invece agito secondo le linee guida. Il decesso, peraltro, potrebbe essere stato determinato dalla somministrazione di farmaci uterotonici adoperati per prevenire o trattare le emorragie post partum.
Si attendono ora le motivazioni delle sentenza. In base alla pronuncia i medici dovranno versare alla bambina e al marito della vittima, in solido con l’ospedale, rispettivamente la somma di 300 mila e 200 mila euro. A ciascuno dei genitori e al fratello, invece dovranno essere liquidatati rispettivamente 200 mila e 75 mila euro.
 
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L’uomo poche ore prima era stato visitato da un camice bianco del 118 per un malore. La Procura di Messina ha aperto un fascicolo sul caso dopo la denuncia presentata dai familiari

La Procura di Messina ha aperto un fascicolo sul decesso di un uomo di 54 anni morto venerdì scorso mentre era in fila all’anagrafe del capoluogo di provincia siciliano. L’inchiesta è stata avviata in seguito alla denuncia presentata dai familiari, che chiedono di fare chiarezza sull’accaduto e di accertare eventuali responsabilità mediche per la scomparsa del loro congiunto.
L’uomo, infatti, poche ore prima aveva accusato un malore mentre si trovava in casa. Secondo il racconto dei parenti avvertiva un forte dolore al petto, non riusciva a respirare e aveva un senso di soffocamento.  Da qui la decisione di chiedere l’intervento del 118.  L’ambulanza lo aveva condotto presso il presidio di guardia medica del Mandalari dove il paziente sarebbe stato sottoposto agli accertamenti del caso.
Sempre secondo quanto riferito dai familiari, l’uomo avrebbe poi chiamato caso riferendo di essere stato rassicurato dai sanitari, che avrebbero parlato di ‘attacco di ansia’. Il 54enne aveva quindi deciso di recarsi in Municipio per sbrigare alcune pratiche. E’ li che è stramazzato al suolo senza più riprendersi.

I magistrati hanno quindi disposto gli opportuni accertamenti medico legali per capire le cause del decesso, iscrivendo nel registro degli indagati il medico che visitò la vittima poco prima della tragedia.

Un atto dovuto, quest’ultimo, in vista dello svolgimento dell’esame autoptico in programma nelle prossime ore. Il medico avrà così l’opportunità di partecipare all’esame attraverso la nomina di un proprio consulente.
L’ipotesi di reato a carico del camice bianco è di omicidio colposo. Alcune fonti di stampa locale, tuttavia, riferiscono che in base ai primi atti di indagine, il professionista, dopo la visita, avesse consigliato al paziente degli approfondimenti da svolgere in ospedale. Quest’ultimo però si sarebbe rifiutato.
 
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La Procura ha notificato a due camici bianchi l’avviso di chiusura delle indagini relative al decesso di un 62enne del frusinate, morto dopo tre accessi in ospedale

La Procura di Frosinone ha notificato l’avviso di chiusura delle indagini a due camici bianchi in servizio presso il nosocomio del capoluogo ciociaro. I medici sono indagati in relazione al decesso di un 62enne – iperteso, cardiopatico e sovrappeso – residente in provincia, morto dopo tre accessi in ospedale. L’ipotesi di reato a loro carico è di omicidio colposo.
La vicenda, ricostruita da Ciociaria Oggi, risale a fine marzo 2017. L’uomo era stato portato in Pronto soccorso accusando difficoltà respiratorie ma era stato dimesso in seguito agli accertamenti del caso. Dopo poche ore si era ripresentato in ospedale a causa di un nuovo malore. Anche in questo caso era stato dimesso nonostante un’importante dispnea, rilevata dal consulente del pubblico ministero. Infine, dopo essersi sentito nuovamente male, l’ultima corsa in ambulanza in ospedale dove però i medici non hanno potuto fare altro che constatarne il decesso. A stroncarlo, secondo quanto appurato, sarebbe stato un arresto cardiocircolatorio.

In seguito alla denuncia presentata dai familiari la magistratura aveva aperto un fascicolo sul caso, disponendo il sequestro delle cartelle cliniche e gli opportuni accertamenti medico legali.

In base alle conclusioni del perito, il tracciato e i biomarcatori del paziente risultavano già alterati al momento degli esami svolti. Secondo l’accusa, quindi, il 62enne sarebbe dovuto rimanere in osservazione per un monitoraggio continuo. Il personale sanitario, inoltre, avrebbe dovuto pianificare il trattamento antitrombotico e le opportune terapie per scongiurare un attacco cardiaco.
Da qui la richiesta di rinvio a giudizio per i due professionisti che, in base all’ipotesi accusatoria, avrebbero agito con negligenza, imprudenza  e imperizia. I medici, da parte loro, hanno sempre respinto ogni addebito sostenendo che avevano monitorato il paziente come richiesto dal protocollo. L’udienza preliminare è fissata per inizio giugno.
 
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