Tags Posts tagged with "omicidio colposo"

omicidio colposo

0

La Procura ha notificato a due camici bianchi l’avviso di chiusura delle indagini relative al decesso di un 62enne del frusinate, morto dopo tre accessi in ospedale

La Procura di Frosinone ha notificato l’avviso di chiusura delle indagini a due camici bianchi in servizio presso il nosocomio del capoluogo ciociaro. I medici sono indagati in relazione al decesso di un 62enne – iperteso, cardiopatico e sovrappeso – residente in provincia, morto dopo tre accessi in ospedale. L’ipotesi di reato a loro carico è di omicidio colposo.
La vicenda, ricostruita da Ciociaria Oggi, risale a fine marzo 2017. L’uomo era stato portato in Pronto soccorso accusando difficoltà respiratorie ma era stato dimesso in seguito agli accertamenti del caso. Dopo poche ore si era ripresentato in ospedale a causa di un nuovo malore. Anche in questo caso era stato dimesso nonostante un’importante dispnea, rilevata dal consulente del pubblico ministero. Infine, dopo essersi sentito nuovamente male, l’ultima corsa in ambulanza in ospedale dove però i medici non hanno potuto fare altro che constatarne il decesso. A stroncarlo, secondo quanto appurato, sarebbe stato un arresto cardiocircolatorio.

In seguito alla denuncia presentata dai familiari la magistratura aveva aperto un fascicolo sul caso, disponendo il sequestro delle cartelle cliniche e gli opportuni accertamenti medico legali.

In base alle conclusioni del perito, il tracciato e i biomarcatori del paziente risultavano già alterati al momento degli esami svolti. Secondo l’accusa, quindi, il 62enne sarebbe dovuto rimanere in osservazione per un monitoraggio continuo. Il personale sanitario, inoltre, avrebbe dovuto pianificare il trattamento antitrombotico e le opportune terapie per scongiurare un attacco cardiaco.
Da qui la richiesta di rinvio a giudizio per i due professionisti che, in base all’ipotesi accusatoria, avrebbero agito con negligenza, imprudenza  e imperizia. I medici, da parte loro, hanno sempre respinto ogni addebito sostenendo che avevano monitorato il paziente come richiesto dal protocollo. L’udienza preliminare è fissata per inizio giugno.
 
Credi di essere vittima di un caso di errore medico? Scrivi per una consulenza gratuita a medicolegale12@gmail.com o invia un sms, anche vocale, al numero WhatsApp 3927945623
 
Leggi anche:
PERFORAZIONE INTESTINALE IN SEGUITO A UNA ENDOSCOPIA, PRESENTATO ESPOSTO

Scontro mortale tra due autocarri: ma per i giudici della Cassazione la condotta irregolare dell’imputato, costituiva mera occasione dell’evento; a cagionare il sinistro era stata la pericolosa manovra di sorpasso del veicolo danneggiato

La vicenda

Nel 2015 il Tribunale di Agrigento aveva condannato un uomo per il delitto di omicidio colposo commesso in violazione delle norme sulla circolazione stradale
L’incidente mortale si era verificato, in prossimità di un cantiere edile, su tratto di strada rettilineo e in leggera discesa, ove non era consentito il sorpasso, né era permessa la svolta a sinistra (vi era linea gialla continua) e il limite di velocità era di 50 kmh.
L’imputato, diretto al cantiere, era alla guida di un’autobetoniera con un carico di calcestruzzo, mentre la vittima lo seguiva, nello stesso senso di marcia alla guida di un autocarro.
In primo grado, l’incidente era stato attribuito alla responsabilità di ambedue i conducenti, perché, se da un lato il conducente dell’autocarro stava procedendo a una velocità più che doppia (130 kmh) rispetto a quella massima prevista e stava eseguendo una manovra di sorpasso non consentita dell’autobetoniera, si era ritenuto che anche quest’ultimo stesse, contemporaneamente, effettuando una manovra di svolta a sinistra, non consentita, in direzione del cantiere, diminuendo repentinamente la velocità (da 80 a 20 kmh) e impegnando parzialmente, con tale manovra, l’opposta corsia di marcia con le ruote gemellari sinistre. Fu proprio tale ultimo comportamento a determinare il violentissimo tamponamento con l’autocarro.
La decisione confermata anche in appello, fu poi impugnata con ricorso per Cassazione dal difensore dell’imputato, al fine di ottenere il riconoscimento della totale assenza di responsabilità del suo assistito. In altre parole, a detta del ricorrente, la sua violazione dell’obbligo di tenere la destra (di cui all’art. 143 Cds) non avrebbe avuto alcuna incidenza causale sull’impatto.
E il ricorso è stato accolto.

La causalità della colpa

«Il profilo non adeguatamente considerato dalla sentenza impugnata- affermano i giudici della Suprema Corte – è costituito dalla c.d. causalità della colpa, per tale dovendosi intendere l’introduzione, da parte del soggetto agente, del fattore di rischio poi concretizzatosi con l’evento, posta in essere attraverso la violazione delle regole di cautela specificamente finalizzate a prevenire e a rendere evitabile il prodursi di quel rischio».
La giurisprudenza ha più volte ribadito, anche di recente, che la responsabilità colposa implica che la violazione della regola cautelare deve aver determinato la concretizzazione del rischio che detta regola mirava a prevenire, poiché alla colpa dell’agente va ricondotto non qualsiasi evento realizzatosi, ma solo quello causalmente riconducibile alla condotta posta in essere in violazione della regola cautelare (Sez. 4, n. 40050 del 29/03/2018).
Ebbene, nel caso in esame, la Corte di merito aveva ravvisato il profilo di rilevanza eziologica della violazione dell’art. 143 C.d.S. ascritta all’imputato nel fatto che l’urto tra i due automezzi, verificatosi tra lo spigolo posteriore sinistro dell’autobetoniera e lo spigolo anteriore destro dell’autocarro, avvenne in un punto tale da aver condotto il consulente tecnico ad affermare che, se l’autobetoniera condotta dall’imputato avesse tenuto la destra, l’urto medesimo non si sarebbe verificato.

La decisione

Tale assunto, – a detta degli Ermellini –  spiega unicamente la dinamica occasionale dell’evento sul piano della causalità materiale, ma non anche la rilevanza eziologica della regola cautelare (l’art. 143 C.d.S.) in funzione del rischio che tale regola era finalizzata a prevenire.
Ed infatti, secondo un risalente ma mai disatteso arresto giurisprudenziale “non versa in colpa il conducente di un autoveicolo che, circolando fuori mano con invasione di una parte della corsia sinistra della carreggiata, venga sorpassato e urtato a tergo da altro veicolo il cui conducente abbia ugualmente tentato il sorpasso pur non disponendo di spazio libero laterale sufficiente per poterlo eseguire senza pericolo. Infatti, la condotta irregolare del primo veicolo costituisce mera occasione del sinistro, mentre causa esclusiva dello stesso deve ritenersi la pericolosa manovra di sorpasso del secondo veicolo” (Sez. 4, Sentenza n. 3540 del 01/10/1987).
Per queste ragioni, la sentenza impugnata è stata annullata, con rinvio ad altra Sezione della Corte d’appello di Palermo, per nuovo giudizio di merito.

La redazione giuridica

 
Leggi anche:
SPESE STRAGIUDIZIALI NEL GIUDIZIO PER INCIDENTE STRADALE: CHI LE PAGA?

0

Aperto un fascicolo contro ignoti sul decesso di un anziano morto, secondo quanto sospettano i parenti, per presunte negligenze nell’assistenza fornita al loro congiunto

Aperta un’inchiesta ad Avezzano sulla morte di un 73enne della provincia dell’Aquila. Il fascicolo è contro ignoti. La Procura ha disposto il sequestro delle cartelle cliniche e lo svolgimento dell’autopsia per fare luce sulle cause del decesso. I magistrati si sono attivati in seguito alla denuncia presentata dalla famiglia della vittima, che sospetta un caso di malasanità ravvisando presunte negligenze nell’assistenza fornita al loro congiunto.
In base a quanto ricostruito dal quotidiano il Centro, la vittima aveva avvertito il primo malore lo scorso 17 marzo. In particolare, dopo il rientro da una passeggiata, aveva perso i sensi battendo la testa. La moglie racconta di aver chiamato subito il 118. Il marito, una volta giunto in Pronto soccorso sarebbe stato sottoposto a degli accertamenti, tra cui la Tac.
Dopo alcune ore, sarebbe  stato dimesso senza alcuna prescrizione medica. Secondo quanto riferito dalla donna, i sanitari non avrebbero chiesto se l’uomo facesse uso di farmaci. “Mio marito da circa sei anni assumeva un anticoagulante e la pasticca per la pressione”.
Il giorno successivo la coppia si sarebbe recata dal medico curante che avrebbe rilevato dei valori anomali della pressione arteriosa. Dopo pochi giorni, il 73enne si sarebbe quindi sottoposto a una visita cardiologica, ma lo specialista, stando a quanto riportato nella denuncia,  lo avrebbe rassicurato.

Il sabato successivo la moglie avrebbe trovato della chiazze di sangue sul cuscino del marito. Una scoperta che aveva indotto i coniugi a tornare in Pronto soccorso, a Tagliacozzo.

“Mi hanno detto di accompagnarlo ad Avezzano ma mi sono rifiutata chiedendo l’utilizzo dell’ambulanza – racconta la donna al Centro – Siamo arrivati al pronto soccorso alle 16. Tre ore dopo, non avendo alcuna notizia, sono entrata nel pronto soccorso e con mio grande stupore ho visto che a mio marito non era stata prestata alcuna cura, nonostante i segni di sofferenza. Ho chiesto spiegazioni visto che da diverse ore stava su una barella e mi hanno detto di non iniziare a fare storie”.
Di li a poco la donna sarebbe stata messa al corrente da una dottoressa che le condizioni del marito erano gravissime e che l’uomo era stato intubato. Quindi un nuovo trasferimento, questa volta all’Aquila, e lo svolgimento di un delicato intervento alla testa.
Nonostante l’operazione,  il 73enne è entrato in coma e non si è più svegliato. Il decesso è sopraggiunto a dieci giorni di distanza dal primo ricovero. Una circostanza, quest’ultima, sulla quale i parenti chiedono che venga fatta chiarezza, nel dubbio che vi siano state negligenze da parte degli operatori sanitari coinvolti nella vicenda.
 
Credi di essere vittima di un caso di errore medico? Scrivi per una consulenza gratuita a medicolegale12@gmail.com o invia un sms, anche vocale, al numero WhatsApp 3927945623
 
Leggi anche:
INTERVENTO ALLA COLONNA VERTEBRALE, TRE MEDICI INDAGATI PER MORTE 55ENNE
 

0

La Procura di Lecce che ha disposto lo svolgimento dell’esame autoptico per chiarire le cause del decesso di una 44enne, morta dopo un delicato intervento chirurgico

La Procura di Lecce ha aperto un’inchiesta sulla scomparsa di una donna di 44 anni, morta dopo un delicato intervento chirurgico. Le indagini sono partite in seguito alla denuncia presentata dal padre della vittima. L’uomo, subito dopo il decesso si è presentato al posto fisso di polizia dell’ospedale Vito Fazzi. Nell’esposto vengono ripercorsi gli ultimi giorni di vita della figlia.
Secondo quanto riferito alle forze dell’ordine la donna si era recata il 28 febbraio scorso in ospedale per una visita ginecologica. In quella circostanza, come ricostruisce Leccenews24, erano stati fissati per il 5 marzo degli accertamenti pre-operatori su due sospette masse tumorali.
Il 3 marzo, tuttavia, la 44enne, avvertendo forti dolori al basso ventre era stata condotta da un’ambulanza in codice rosso presso il nosocomio del capoluogo salentino. Il giorno successivo, dopo alcuni accertamenti, era stata operata per la rimozione delle ovaie.

La paziente era poi stata dimessa il 9 marzo, in attesa dell’esito degli esami istologici.

Ciò nonostante, secondo quanto sostiene la famiglia, non riuscisse ad alimentarsi autonomamente e avvertisse sempre dolori al basso ventre. Nonostante il perdurare del malessere, i medici, in occasione di una visita per la rimozione dei punti dell’operazione, si sarebbero limitati a consigliarle di camminare il più possibile per stimolare il recupero dell’organismo.
Venerdì scorso, in seguito al riacutizzarsi dei dolori, l’ultima corsa in ospedale in codice rosso. Dopo diversi esami, infatti, è sopraggiunto il decesso.
I parenti chiedono che venga fatta chiarezza sull’accaduto e, in particolare, su eventuali responsabilità da parte del personale sanitario. A loro avviso, riporta Leccenews24, i farmaci prescritti e le cure non sarebbero state adeguate.
I magistrati hanno disposto lo svolgimento dell’autopsia. In vista di tale accertamento sono stati iscritti nel registro degli indagati alcuni dei medici che hanno avuto in cura la vittima. L’ipotesi di reato nei loro confronti è di omicidio colposo. I camici bianchi potranno così prendere parte, attraverso la nomina di propri consulenti, agli accertamenti medico legali.
 
Credi di essere vittima di un caso di errore medico? Scrivi per una consulenza gratuita a medicolegale12@gmail.com o invia un sms, anche vocale, al numero WhatsApp 3927945623
 
Leggi anche:
INTERVENTO ALLA COLONNA VERTEBRALE, TRE MEDICI INDAGATI PER MORTE 55ENNE

Un impellente bisogno fisiologico e la sosta in corsia d’emergenza causano la morte di un motociclista, deceduto a seguito del forte impatto con l’autovettura. Ma i giudici della Cassazione assolvono l’imputato ritenendo la sua sosta giustificata dal “malessere” fisiologico

Nel 2017 la corte d’appello di Roma aveva confermato la decisione con la quale il Giudice per l’udienza preliminare, all’esito di giudizio abbreviato, aveva assolto un automobilista, indagato del delitto di omicidio colposo ai danni di un motociclista, con la formula “perché il fatto non costituisce reato”.
L’indagato, di professione tassista, mentre stava percorrendo, in orario mattutino, una via pubblica, arrestava la marcia del suo veicolo in corsa, spostandosi sulla corsia di emergenza, a causa di un impellente bisogno fisiologico.
E, quando stava per risalire sulla propria autovettura veniva violentemente tamponato da un motociclo. Il conducente era l’uomo deceduto a seguito dell’impatto.
In entrambi i gradi di giudizio il tassista veniva assolto con formula piena. Nel corso dell’istruttoria, era emerso che egli fosse affetto da problemi prostatici e pertanto, doveva ritenersi giustificata la sua sosta in corsia d’emergenza, vista la sua condizione di “malessere”.
Peraltro, il veicolo era stato parcheggiato correttamente, ben accostato sulla destra.

Il ricorso per Cassazione

Ma per i parenti della vittima, si trattava di una vera e propria ingiustizia. Cosicché decidevano di ricorrere per Cassazione.
Con un articolato ricorso, questi si dolevano del fatto che la sentenza impugnata avesse omesso di valutare una circostanza rilevante ai fini del giudizio: il fatto cioè che l’autore del presunto reato poco prima dell’impatto, aveva usato il proprio cellulare per fare una telefonata. Tale evenienza costituiva la prova che la sosta del taxi si era prolungata più del necessario.
Ma non è tutto. Per gli stessi ricorrenti era errata anche la valutazione operata dai giudici di merito in ordine al bisogno urinario qualificato come “malessere”, visto che esso non corrispondeva ad una incontinenza cronica e, in ogni caso, neppure poteva dirsi circostanza imprevedibile o improvvisa, tanto più perché il bisogno fu preceduto da una telefonata. Dalle testimonianze, era inoltre, emerso che, in fase di sosta, egli non avesse neppure azionato le quattro frecce, né indossato il giubbotto catarifrangente.

Il “malessere” del conducente

A proposito della contestata qualificazione del bisogno urinario come “malessere” ai giudici della Cassazione è bastato richiamare l’indirizzo, adottato dalla giurisprudenza di legittimità e ancora una volta condiviso, secondo cui: “deve essere inquadrato il bisogno fisiologico nel concetto di malessere che giustifica la sosta sulla corsia d’emergenza ai sensi dell’art. 157 C.d.S., comma 1, lett. d). Invero, il termine “malessere” non può esaurirsi nella nozione di infermità incidente sulla capacità intellettiva e volitiva del soggetto come prevista dall’art. 88 c.p., o nell’ipotesi di caso fortuito di cui all’art. 45 c.p., bensì nel lato concetto di disagio e finanche di incoercibile necessità fisica anche transitoria che non consente di proseguire la guida con il dovuto livello di attenzione e quindi in esso deve necessariamente ricomprendersi l’improvviso bisogno fisiologico (dipendente o meno da malfunzionamento organico) che notoriamente esclude quella condizione di benessere fisico indispensabile per una guida corretta che non ponga in pericolo sia lo stesso conducente ed i terzi trasportati sia gli altri utenti della strada”.
Le contrarie affermazioni dei ricorrenti, dunque, per la Cassazione non hanno alcun pregio.
Né poteva assumere rilievo la dedotta circostanza della telefonata da parte dell’imputato, poco prima di soddisfare il suo bisogno di minzione: come opportunamente chiarito dalla corte d’appello, l’impatto avvenne dopo che la suddetta telefonata era terminata, quando egli aveva già espletato il suo bisogno fisiologico e si accingeva a risalire in macchina. Dunque, nel momento in cui l’impatto avvenne, la sosta d’emergenza era comunque giustificata (essendo essa consentita, a norma del sesto comma dell’art. 176 Cod. Strada per «il tempo necessario per superare l’emergenza stessa»), a nulla rilevando che essa fosse stata protratta di qualche istante per la precedente, breve telefonata.

La decisione

Non sussistevano neppure, diversamente da quanto asserito nel ricorso, le condizioni nelle quali è prescritto l’uso obbligatorio delle segnalazioni luminose (cd. quattro frecce) in base agli artt. 153, 162 e 176 comma CdS, né quelle nelle quali è prescritto l’uso di dispositivi retroriflettenti di protezione individuale (cd. giubbotti catarifrangenti, di cui al comma 4-bis dell’art. 162 CdS: dalla lettura della sentenza impugnata era infatti, emerso che il sinistro si era verificato in una mattinata piena di sole poco dopo le ore 9.00, in un tratto di strada pressoché rettilineo e quindi con buona visibilità.
Insomma per i giudici della Cassazione, l’incidente si era verificato esclusivamente, a causa della distrazione della vittima e pertanto la decisione impugnata è stata confermata e il tassista, scagionato in via definitiva dal reato di omicidio colposo.

La redazione giuridica

 
Leggi anche:
PEDIATRA SOTTOVALUTA UNA POLMONITE: CONDANNATA PER OMICIDIO COLPOSO

0
morto a causa di una strozzatura intestinale

Il professionista è accusato di omicidio colposo per il decesso di un bimbo di sei anni, morto a causa di una strozzatura intestinale

E’ in corso a Rovigo il processo per il decesso di un bimbo di sei anni, morto a causa di una strozzatura intestinale nel 2016. Sul banco degli imputati siede il medico all’epoca facente funzione di primario di Pediatria dell’ospedale del capoluogo di provincia veneto. L’ipotesi di reato a suo carico è di omicidio colposo.

Il piccolo, come ricostruisce la Voce di Rovigo, era entrato in reparto dopo due accessi al Pronto Soccorso durante il picco influenzale di quell’inverno. Si era spento dopo una settimana di sofferenze. Secondo quanto appurato dagli accertamenti medico legali la strozzatura avrebbe provocato prima l’assottigliamento della parete dell’intestino, quindi la rottura.

In base all’ipotesi accusatoria, il dottore non avrebbe predisposto gli accertamenti idonei a far emergere il vero problema del bambino,  non diagnosticato durante il ricovero.

In particolare, avrebbe omesso di richiedere “una consulenza chirurgica generale o specialistica pediatrica”, nonché approfondimenti ematochimici e strumentali. Non avrebbe inoltre incluso nella diagnosi differenziale la possibile occlusione intestinale. Infine, in conseguenza dei pregressi errori professionali non avrebbe prescritto l’intervento chirurgico per “l’asportazione dell’ansa ileale strangolata e il ripristino della canalizzazione ileale”. Secondo i consulenti, inoltre, vista la mancanza di un reparto di chirurgia pediatrica a Rovigo, un trasferimento a Padova avrebbe potuto essere decisivo.

Di diverso avviso, invece, i consulenti della difesa, secondo i quali l’imputato non avrebbe avuto la possibilità di accorgersi di quanto stava accadendo. I periti di parte, inoltre, hanno ritenuto piuttosto atipico che a processo sia finito un solo indagato. Sarebbero stati numerosi, infatti, i medici che ebbero a che fare con il piccolo paziente.

 

Credi di essere vittima di un caso di errore medico? Scrivi per una consulenza gratuita a redazione@responsabilecivile.it o invia un sms, anche vocale, al numero WhatsApp 3927945623

 

Leggi anche:

MORTO PER EMBOLIA POLMONARE, SETTE SANITARI INDAGATI A PERUGIA

 

0
casa di cura abusiva

Gli uomini delle Fiamme Gialle di Roma hanno scoperto  una casa di cura abusiva gestita da una 62enne con precedenti penali

I militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Roma hanno sottoposto a sequestro una casa di cura  abusiva ubicata all’interno di un lussuoso resort sulle colline dei “Castelli Romani”, a Grottaferrata.

Le Fiamme Gialle della Compagnia di Frascati l’hanno scoperta a seguito di attività investigative svolte nei confronti della titolare, una veliterna di anni 62 anni. La donne era già gravata da precedenti penali nello specifico settore.

Le indagini, condotte anche attraverso numerosi pedinamenti, hanno permesso di rilevare come l’indagata fosse solita frequentare una nota e rinomata struttura ricettiva, molto conosciuta nella zona dei castelli romani per attività di catering e organizzazione di eventi; circostanza questa particolarmente anomala considerato il suo basso profilo reddituale.

Proprio nel corso di un appostamento, insospettiti dalla presenza di un furgone di onoranze funebri in uscita dal resort, i Finanzieri hanno deciso di accedere alla struttura. Qui, all’interno di piccoli bilocali, sono stati rinvenuti cinque anziani in precarie condizioni igienico- sanitarie nonché la salma di un soggetto ultranovantenne. Per quest’ultima, l’indagata non è stata in grado di esibire né il certificato di morte né alcun documento identificativo.

Nel corso delle perquisizioni, sono stati inoltre rinvenuti e sequestrati medicinali scaduti, piani terapeutici per la somministrazione dei farmaci, scarse quantità di cibo, peraltro di pessima qualità e in parte scaduto, documentazione extra-contabile relativa ai pagamenti delle rette mensili.

Gli immediati accertamenti esperiti in loco hanno permesso di acclarare che la donna gestiva di fatto una casa di cura totalmente abusiva. Il tutto senza alcuna autorizzazione o titolo professionale.

All’interno della struttura, come tra l’altro confermato da una collaboratrice dell’indagata, non vi era alcun infermiere od operatore sanitario abilitato. Era invece la stessa indagata a provvedere alla somministrazione dei farmaci secondo i piani terapeutici prescritti, presumibilmente, dai medici di famiglia.

L’attività, pur generando significativi guadagni – quantificati sulla base delle rette pagate in circa 100 mila euro all’anno – è risultata completamente sconosciuta al Fisco. La signora, infatti, dal 2013 non ha più presentato alcuna dichiarazione fiscale.

Due degli anziani “ospiti” sono stati affidati alle cure dei parenti. Per altri tre, in condizioni di salute maggiormente precarie, si è reso necessario il ricovero presso strutture ospedaliere attraverso il servizio 118. Inoltre, su disposizione dell’Autorità Giudiziaria, la salma rinvenuta è stata affidata all’ospedale di Tor Vergata per l’esecuzione dell’esame autoptico.

La sessantaduenne è, allo stato, indagata per omicidio colposo, maltrattamenti e violazioni al testo unico sulle leggi sanitarie. Sono inoltre in corso ulteriori accertamenti per verificare eventuali responsabilità in capo al titolare della struttura alberghiera e all’amministratore di sostegno di alcuni anziani in relazione al proprio operato.

 

Leggi anche:

MALATA DI SLA MALTRATTATA IN CASA DI CURA, 9 SANITARI AI DOMICILIARI

direttore dei lavori

Non risponde del delitto di omicidio colposo il direttore dei lavori se l’incidente mortale si è verificato in un’area pubblica estranea al cantiere e costituita da componenti della viabilità quali marciapiedi e carreggiate, non rientranti nella sua disponibilità

Non basta asserire l’esistenza di una posizione di garanzia in capo ai ricorrenti e della violazione di talune norme prevenzionistiche per condannare il direttore dei lavori di un cantiere. Occorre piuttosto verificare se in presenza di specifica cartellonistica, l’investimento del pedone si sarebbe comunque, verificato o meno.

La vicenda

In primo grado il Tribunale di Vasto aveva giudicato responsabili per il delitto di omicidio colposo, commesso in violazione delle norme in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro, il direttore dei lavori di un cantiere e il legale rappresentante dell’impresa esecutrice delle opere, per la morte di un passante.

I fatti risalivano al 2007. La vittima stava transitando a piedi sul marciapiede attiguo al cancello dell’entrata secondaria di una scuola superiore della città di Vasto, quando veniva improvvisamente colpita da un mezzo pesante che ivi stava eseguendo dei lavori di edilizia.

A causa dell’investimento la donna riportava trami gravissimi che la conducevano alla morte.

Il conducente del mezzo fu subito tratto a giudizio per rispondere del delitto di omicidio colposo, commesso con violazione delle norme in materia di circolazione stradale. Questi definiva la sua posizione con sentenza di patteggiamento.

Nello stesso giudizio furono processati anche il legale rappresentate dell’impresa appaltatrice dei lavori di costruzione dell’edificio, nonché il direttore tecnico e responsabile della sicurezza del cantiere.

Entrambi, furono condannati per lo stesso reato di omicidio colposo.

Sul caso si sono pronunciati anche in giudici della Suprema Corte di Cassazione, con ricorso presentato da questi ultimi due imputati.

Ripercorrendo le fasi processuali della vicenda era emerso che la corte d’appello aveva condannato i due ricorrenti sul presupposto che gli stessi, per le qualità da loro assunte, avrebbero dovuto interdire il passaggio pedonale nella zona dove transitavano i mezzi pesanti diretti al cantiere; ovvero dare una adeguata informazione ai pedoni dal transito di veicoli in arrivo e in uscita dal cantiere.

Tali obblighi sono espressamente previsti dall’art. 96 del D.lgs. n. 81/2008 che impone al datore di lavoro di predisporre l’accesso e la recinzione del cantiere con modalità chiaramente visibili e individuabili.

Ma i giudici della Cassazione, chiamati a pronunciarsi sulla vicenda, hanno deciso di sgomberare il campo da equivoci e porre alcuni punti fermi.

Primo tra tutti: delimitare le aree di accesso ai cantieri.

«La zona di accesso al cantiere – affermano gli Ermellini – è da un verso facilmente individuabile, almeno nei cantieri che risultano recintati, come quello del caso in esame, ove l’accesso coincide con il varco che permette il transito verso e dal cantiere; mentre meno agevole è delimitare lo spazio fisico che pertiene all’accesso; operazione, tuttavia, necessaria per non giungere al paradosso di considerare tale zona anche la via pubblica che deve essere percorsa per giungere in prossimità di quel varco».

«E allora il criterio che deve guidare la ricerca della soluzione interpretativa della vicenda in esame, va ricercato – continuano i giudici della Suprema Corte – nel principio che sottostà all’attribuzione di compiti doverosi, ovvero quello della titolarità di poteri che consentono l’assolvimenti dei correlati doveri».

Detto in altri termini, non possono rientrare nell’area di accesso al cantiere zone sulle quali il soggetto gravato di obblighi che pertengono alla stessa non abbia poteri dispositivi; ma allo stesso tempo non si possono riferire al titolare del potere dispositivo obblighi comportamentali che eccedono quel potere.

Il marciapiede rientra nell’area di accesso al cantiere?

Ciò vuol dire che non può rientrare nella zona di accesso al cantiere, secondo l’accezione che rileva ai fini dell’applicazione delle norme in materia di sicurezza del lavoro, il marciapiede esterno al varco se di proprietà pubblica o comunque, non nella disponibilità del datore di lavoro, chiamato a gestore i rischi derivanti dal transito dei mezzi d’opera.

Sul punto allora, la corte di merito aveva errato nell’aver posto a carico dei due imputati il fatto di non aver limitato il transito dei pedoni su un’area che era certamente estranea al cantiere e costituita da componenti della viabilità pubblica (marciapiedi e carreggiate) e che non erano nella loro “disponibilità” (giuridica).

È vero anche che tale affermazione non esclude che sul datore di lavoro gravi, pur sempre, l’obbligo di predisporre l’accesso e la recinzione del cantiere con modalità chiaramente visibili e individuabili, come prescritto dall’art. 96 citato.

Era necessario, in altre parole, rendere percepibile la via di circolazione ai passanti per l’accesso al cantiere. E secondo quanto emerso in giudizio, tale specifica cartellonistica era assente.

Ma in ogni caso, tale giudizio da solo non è sufficiente.

La corte di merito avrebbe dovuto accertare anche la cd. causalità della colpa, ossia verificare che la condotta doverosa, qualora posta in essere, avrebbe evitato l’evento illecito, piuttosto che limitarsi ad affermare lapidariamente che l’infortunio era dipeso “proprio dalla mancata predisposizione di limitazioni all’accesso al cantiere”.

La corte, in altre parole, si sarebbe dovuta chiedere e, quindi verificare, se in presenza di detta cartellonistica l’investimento del pedone si sarebbe comunque verificato o meno.

Non basta dunque, concludono i giudici della Suprema Corte addurre come motivo principale della decisione l’esistenza di una posizione di garanzia in capo ai ricorrenti e della violazione di talune norme prevenzionistiche. Per tali ragioni, la sentenza impugnata è stata annullata con rinvio per un nuovo esame di merito.

La redazione giuridica

 

Leggi anche:

EDILIZIA LIBERA, IN VIGORE GLOSSARIO DELLE OPERE SENZA AUTORIZZAZIONE

0
lecce

Il Giudice monocratico di Lecce ha riconosciuto le responsabilità di cinque medici in servizio presso un nosocomio della provincia salentina

Due anni di reclusione, con sospensione della pena. E’ il verdetto emesso dal giudice monocratico di Lecce nei confronti di cinque medici accusati della morte di un sedicenne. Nello specifico si tratta di un operatore del pronto soccorso; due rianimatori, un internista e un neurologo di una struttura sanitaria salentina.

La tragedia risale all’ottobre del 2014. Il ragazzo, affetto fin dal primo anno da una stenosi dell’acquedotto di Silvio, era stato colto, secondo quanto ricostruito nel dibattimento, da un malore a scuola. Rientrato presso la propria abitazione era stato visitato dal medico di famiglia che gli avrebbe prescritto alcuni accertamenti, senza specificarne la priorità e l’urgenza. Anche il medico di guardia, intervenuto poco dopo la mezzanotte del giorno successivo, avrebbe sottovalutato alcuni segnali, tra cui nausea, cefalea e tremore, limitandosi ad un’iniezione di Plasil e a “raccomandare” l’assunzione di molta acqua.

Al peggiorare delle condizioni del sedicenne, tuttavia, i familiari avevano chiamato il 118.

Il medico accorso però, a detta dell’accusa, avrebbe sbagliato diagnosi, ordinando il ricovero presso un ospedale di provincia anziché al “Fazzi” di Lecce, dotato del reparto di Neurochirurgia.

Anche gli altri camici bianchi che lo ebbero successivamente in cura presso la struttura di destinazione non avrebbero agito nella giusta direzione. Il ragazzo sarebbe stato sottoposto a una puntura lombare presso il reparto di Rianimazione, ma il suo quadro clinico sarebbe ulteriormente peggiorato. Inoltre, secondo la Procura, la risonanza magnetica sarebbe stata eseguita con grave ritardo. Poche ore dopo sarebbe sopraggiunto il decesso.

Il Giudice ha disposto a favore dei genitori e del fratello della vittima, costituitisi parte civile nel procedimento, una provvisionale di 60mila euro. L’entità del risarcimento dovrà essere quantificata in separata sede.

Assolti invece altri due imputati, ovvero un medico dell’ambulanza e una guardia medica. Si attendono ora le motivazioni della sentenza. Nel corso dell’udienza preliminare, invece, il gup aveva già disposto il non luogo a procedere per il medico curante.

 

Credi di essere vittima di un caso di errore medico? Scrivi per una consulenza gratuita a redazione@responsabilecivile.it o invia un sms, anche vocale, al numero WhatsApp 3927945623

 

Leggi anche:

MORTO PER PRESUNTE RESPONSABILITÀ MEDICHE, CHIESTE 7 CONDANNE

reati colposi

Con riferimento ai reati colposi ed in particolare al reato di cui all’art. 589 c.p., l’addebito soggettivo dell’evento richiede sempre l’accertamento in concreto della sua prevedibilità ed evitabilità attraverso l’adozione delle regole cautelari a tal fine idonee

In tema di reati colposi, ed in particolare del reato di cui all’art. 589 c.p., l’addebito soggettivo dell’evento richiede non soltanto che l’evento dannoso sia prevedibile, ma altresì che lo stesso sia evitabile dall’agente con l’adozione delle regole cautelari idonee a tal fine, non potendo essere soggettivamente ascritto per colpa un evento che, con valutazione ex ante, non avrebbe potuto comunque essere evitato, e che in tema di colpa specifica è necessario che tale imputazione soggettiva dell’evento avvenga attraverso un apprezzamento in concreto della prevedibilità ed evitabilità dell’esito antigiuridico da parte dell’agente modello.

Il principio poc’anzi affermato è stato richiamato dai giudici della Cassazione, investiti della legittimità della decisione impugnata.

La vicenda

Era accusata del delitto di omicidio colposo, commesso alla guida della propria autovettura, allorquando investiva un ciclista.

Ebbene, i giudici dell’appello, pur evidenziando la corresponsabilità del ciclista (al 50%) che marciava prossimo al margine sinistro della rotatoria e si spostava obliquamente verso l’esterno della carreggiata per avvicinarsi alla strada di uscita, avevano dichiarato l’automobilista responsabile del delitto di omicidio colposo, ritenendo che quest’ultima avrebbe verosimilmente dovuto prevedere la condotta della vittima ed evitare l’urto.

Ma per i giudici della Cassazione la motivazione della corte territoriale non stava in piedi.

Ed infatti, la condanna era stata pronunciata senza che in giudizio fosse emersa alcuna prova in ordine alla effettiva velocità dell’auto investitrice e della sua posizione al momento dell’impatto.

All’arrivo della Polizia Municipale la bicicletta era già stata rimossa mentre l’autovettura era stata ritrovata nella posizione di quiete assunta dopo l’incidente; sulla sede stradale non erano rilevate né frenate, né altre tracce riconducibili al sinistro; inoltre, l’auto dell’imputata non presentava danni o segni palesi riconducibili allo scontro, mentre la bicicletta presentava una deformazione da destra verso sinistra della sella. La stessa conducente aveva dichiarato che il ciclista le aveva tagliato la strada, spostandosi da sinistra verso destra, poco prima di svoltare ed imboccare la strada verso la quale era diretta.

È stato, perciò, richiesto dai giudici della Cassazione un nuovo accertamento di merito in ordine alla prevedibilità ed evitabilità dell’evento in concreto da parte dell’agente. Processo tutto da rifare!

La redazione giuridica

 

Leggi anche:

FEDIMENTRAZINA PER DIMAGRIRE: MEDICO CONDANNATO PER OMICIDIO COLPOSO

LE ULTIME NEWS

prescrizione dei farmaci

0
La prescrizione a fini di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione impegna l’autonomia e responsabilità del camice bianco e deve far seguito a una...