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omicidio colposo

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deceduta

Aperta un’inchiesta sulla morte di una donna di 32 anni, deceduta all’ospedale di Catanzaro per cause tutte ancora da chiarire

Due giorni di febbre alta, poi dissenteria, con un’evidente spossatezza. Quindi, all’improvviso, la morte. E’ il tragico destino di una donna di 32 anni, madre di due bambini, deceduta giovedì scorso all’ospedale di Catanzaro.

I familiari, per fare chiarezza sull’accaduto, hanno presentato una denuncia presso la Questura del capoluogo di provincia calabrese. In particolare vogliono capire se vi siano state eventuali responsabilità o negligenze nella macchina dei soccorsi.

La ragazza sarebbe stata seguita dal medico di guardia e dal medico curante. Inizialmente tutto sarebbe stato trattato come un semplice influenza. Sarebbe stato proprio il dottore di famiglia, secondo quanto riporta il Quotidiano del Sud, a rendersi conto della gravità delle condizioni della paziente, allertando il 118. Ma nonostante il trasferimento in ospedale, poco dopo è sopraggiunto il decesso.

Per comprendere le cause della morte, la magistratura ha disposto lo svolgimento dell’autopsia.

La Procura, proprio in vista degli accertamenti medico legali, ha iscritto nel registro degli indagati i due camici bianchi che avevano assistito la giovane. L’ipotesi di reato contestata è di omicidio colposo e responsabilità colposa per morte in ambito sanitario

L’esame necroscopico, tuttavia, nonostante il conferimento dell’incarico ai periti, non ha ancora avuto luogo ma è stato rinviato di almeno 48 ore. Una decisione assunta dopo che l’avvocato dei parenti della vittima ha chiesto di accertare anche la posizione del personale del 118.

Nella mattinata del decesso, infatti, la sala operativa avrebbe rifiutato la richiesta di invio di un’ambulanza per il soccorso. Ciò in quanto un’influenza non ne avrebbe giustificato l’intervento. Il sostituto procuratore titolare delle indagini, dovrà, quindi, verificare il contenuto della chiamata di emergenza e accertare se il comportamento del personale della sala operativa sia stato regolare. Il rinvio dell’esame autoptico potrebbe essere motivato proprio dall’ipotesi che vengano spiccati dei nuovi avvisi di garanzia.

 

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ARRESTO CARDIACO DOPO L’ANESTESIA, IN GRAVI CONDIZIONI UNA 38ENNE A MONZA

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diagnosi di influenza

Indagini in corso per chiarire le cause del decesso di una signora di 80 anni, morta poche ore dopo una diagnosi di influenza da parte dei medici del presidio di continuità assistenziale

Quattro camici bianchi in servizio di guardia medica a Firenze sono stati iscritti sul registro degli indagati dalla Procura della Repubblica del capoluogo toscano. L’ipotesi di reato a loro carico è di omicidio colposo. Sono infatti in corso delle indagini per verificare una loro eventuale responsabilità nel decesso di una donna di 80 anni, morta dopo una diagnosi di influenza.

La notizia è riportata dal quotidiano La Nazione, che ricostruisce la vicenda sulla base della testimonianza resa dal figlio della vittima agli inquirenti. Sabato 9 febbraio, intorno alle otto di sera, l’anziana signora, non sentendosi bene, avrebbe contattato telefonicamente la guardia medica. Il medico interpellato avrebbe ipotizzato che si trattasse di influenza.

La mattina successiva la donna avrebbe contattato nuovamente il presidio di continuità assistenziale. Il camice bianco di turno le avrebbe quindi consigliato di assumere una tachipirina e di farsi visitare in caso di persistenza della febbre.

Circa un’ora dopo la signora si sarebbe presentata direttamente in ambulatorio. Sarebbe quindi stata visitata da due mediche avrebbero confermato la diagnosi di influenza prescrivendo alla paziente una terapia antibiotica.

Poche ore dopo il rientro a casa, tuttavia, la situazione sarebbe improvvisamente precipitata e la signora è deceduta.

Il figlio ha quindi deciso di rivolgersi alle forze dell’ordine per denunciare l’accaduto e capire se vi siano state delle responsabilità da parte dei professionisti che hanno seguito la defunta nelle ultime ore di vita.

Il sostituto procuratore di Firenze ha aperto un fascicolo sul caso disponendo l’esame autoptico per chiarire la causa del decesso. Gli avvisi di garanzia spiccati nei confronti dei medici rappresentano una atto dovuto proprio in vista dello svolgimento di un accertamento irripetibile quale l’esame necroscopico a cui gli indagati potranno partecipare nominando i propri consulenti. SI attende quindi l’esito della perizia medico legale.

 

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PARALIZZATA DOPO UN INTERVENTO, SI INDAGA SULLA TERAPIA DOMICILIARE

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nato prematuro

I genitori hanno deciso di sporgere denuncia per fare chiarezza sull’accaduto. Secondo i medici il bimbo, pur essendo nato prematuro, era in ottime condizioni di salute

Poco dopo aver finito di allattarlo la mamma si è accorta che il piccolo non respirava. Il neonato è morto appena 24 ore dopo essere venuto alla luce in un ospedale di Roma. Il bimbo era nato prematuro, con circa tre settimane di anticipo, ma a detta dei medici era in ottime condizioni. Tutti i valori sarebbero stati nella norma. Tra le ipotesi della tragedia c’è anche quella che si tratti di una morte bianca, fenomeno a cui la comunità scientifica non sa dare una spiegazione precisa.

I genitori, tuttavia, hanno deciso di presentare una denuncia per fare chiarezza su quanto accaduto.

Come riporta il Corriere della Sera, i loro dubbi riguarderebbero, in particolare, il mancato trasferimento del bimbo in incubatrice, nonostante fosse sotto peso di circa due chili.

I camici bianchi, a fronte della nascita prematura, non avrebbero ritenuto necessario il ricorso a tale procedura. Avrebbero spiegato alla madre e al padre che non ce n’era bisogno per via del buono stato di salute del piccolo, confermato anche dalle analisi svolte subito dopo la nascita. Peraltro, anche gli esami effettuati durante la gravidanza non avrebbero mai evidenziato problemi e il parto sarebbe avvenuto senza anomalie.

La Procura della Repubblica ha quindi aperto un fascicolo sul caso per omicidio colposo. Nel registro degli indagati, tuttavia, al momento non figura nessun nome. Il Pubblico ministero ha disposto il sequestro della cartella clinica e lo svolgimento dell’esame autoptico sul corpicino del neonato, in programma nelle prossime ore. Per gli esiti degli accertamenti medico legali bisognerà poi attendere 60 giorni. La struttura ospedaliera, a sua volta, si è detta a completa disposizione della magistratura per le verifiche dell’accaduto

 

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MORTA ALLA QUARTA SETTIMANA DI GRAVIDANZA, TRE MEDICI INDAGATI

 

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dubbi dei parenti

I familiari si sono rivolti alla Procura avanzando dubbi sull’assistenza fornita al loro congiunto, arrivato in Pronto soccorso con forti dolori addominali

Sarà l’autopsia a fare chiarezza sul decesso di un anziano di 82 anni, morto in provincia di Varese. La Procura di Busto Arsizio ha bloccato i funerali disponendo gli accertamenti necroscopici dopo la denuncia presentata dai parenti della vittima. Questi, infatti, avrebbero avanzato dubbi in relazione all’assistenza fornita al loro congiunto, in particolare presso il pronto soccorso del locale nosocomio. La notizia è riportata dalla Prealpina.

L’uomo, secondo la ricostruzione del quotidiano di Varese, sarebbe arrivato in ospedale con forti dolori addominali. I medici gli avrebbero diagnosticato un fecaloma, ovvero un ammasso di feci, duro e voluminoso, che si forma per stitichezza nell’intestino, provocandone talvolta l’occlusione. Il paziente, quindi, sarebbe stato dimesso con la prescrizione di effettuare dei clisteri. Tornato a casa, tuttavia, l’ottantaduenne avrebbe accusato un malore acuto durante la notte. I familiari lo avrebbero quindi portato d’urgenza al Pronto soccorso di Gallarate, dove tuttavia avrebbe perso conoscenza senza più riprendersi.

I sanitari, reputando il decesso attribuibile a cause naturali e privo di anomalie, non hanno ritenuto di informare l’autorità giudiziaria per eventuali approfondimenti.

Il corpo, quindi, è stato subito messo a disposizione della famiglia. I parenti, tuttavia, nel frattempo hanno deciso di rivolgersi alla Procura avanzando perplessità circa condotta dei camici bianchi che avevano visitato l’uomo in occasione del primo accesso al Pronto soccorso. A loro avviso, come riferisce la Prealpina, questi non avrebbero prestato sufficiente attenzione al pensionato e al suo disturbo.

La magistratura, pertanto, ha deciso aprire un’inchiesta sul caso per omicidio colposo fermando le esequie per lo svolgimento dell’autopsia. Il fascicolo al momento è contro ignoti. Dall’esame medico legale si attendono risposte circa l’appropriatezza dell’assistenza fornita all’anziano e la sussistenza di eventuali responsabilità sanitarie per l’accaduto.

 

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OPERATA ALL’OVAIO SBAGLIATO: LA DENUNCIA DI UNA DONNA FIORENTINA

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maratona per il patto della salute

Respinta la richiesta di condanna per due operatrici sanitarie dell’ospedale di Benevento accusate di aver causato l’enfisema acuto che ha portato il piccolo al decesso

Il fatto non sussiste. Con questa motivazione il Tribunale di Benevento ha assolto due  infermiere in servizio all’ospedale Rummo. Le operatrici sanitarie erano accusate di aver agito “con negligenza ed imperizia”, causando la morte  di un bimbo di appena  quattro mesi.

La vicenda risale al giugno del 2012. Il piccolo era nato con una malformazione cardiaca congenita, la tetralogia di Fallot, che lo aveva costretto a subire tre interventi chirurgici, eseguiti a Napoli. Successivamente, come ricostruisce il quotidiano online Ottopagine, era stato ricoverato nel reparto di terapia intensiva neonatale presso il nosocomio del capoluogo sannita. Qui avrebbe dovuto seguire uno specifico piano nutrizionale per prendere peso ed essere monitorato dai medici.

La sera della tragedia, secondo l’ipotesi accusatoria, le due infermiere avrebbero continuato a nutrirlo alternando il sondino naso gastrico al biberon, senza dare importanza ai vagiti, segnalati dai genitori.

A detta degli inquirenti avevano quindi provocato un enfisema acuto al neonato, deceduto nonostante i disperati tentativi di rianimazione. La tragedia, come riportano le cronache locali, aveva determinato momenti di tensione tra i familiari e il personale della struttura sanitaria

La denuncia presentata dai genitori aveva portato alla apertura di un fascicolo sul caso con il sequestro, da parte della magistratura, della cartella clinica e del diario infermieristico.  Il sostituto procuratore aveva inoltre disposto lo svolgimento dell’esame autoptico, a cui avevano preso parte anche i consulenti di parte.

Inizialmente erano finite sotto inchiesta cinque persone. I fascicoli di tre indagati erano stati poi archiviati, mentre  le due infermiere erano finite a giudizio. Nelle scorse ore anche per loro, tuttavia, è arrivata la sentenza di assoluzione.

 

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MORTA DOPO UN INTERVENTO AL CUORE: CARDIOCHIRURGO ASSOLTO

 

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caduta dal letto

L’operatrice sanitaria è accusata di omicidio colposo per non aver adottato le misure idonee a prevenire il rischio di una caduta dal letto del paziente poi deceduto

Avrebbe omesso di avvisare il personale medico delle condizioni di disorientamento del paziente. Inoltre, non avrebbe adottato immediate misure idonee a prevenire il rischio di una caduta dal letto di ricovero. Queste le motivazioni in base alle quali il Pm della Procura di Taranto ha chiesto il rinvio a giudizio di un’infermiera 42enne dell’ospedale di Castellaneta.

L’ipotesi di reato a suo carico è di omicidio colposo. Il paziente, infatti, era effettivamente caduto sul pavimento, riportando lesioni cervico midollari che lo avrebbero condotto al decesso per insufficienza respiratoria.

L’episodio, come riporta il Quotidiano di Puglia, risale al dicembre del 2016. L’uomo, 64enne già affetto da cardiopatia dilatativa, si era recato in Pronto Soccorso per una “dispnea ingravescente”. Gli era stato diagnosticato uno scompenso cardiaco congestizio ed era stato ricoverato in Cardiologia per le cure del caso.

L’indomani mattina, tuttavia, era stato trovato nella sua stanza “a tratti disorientato”. Poi aveva accusato un’improvvisa perdita di coscienza cadendo dal letto dov’era seduto e riportando un violento trauma cranico e facciale. Dopo poche ore era sopraggiunto il decesso.

Il successivo esposto presentato dai familiari ai carabinieri aveva portato all’apertura di un fascicolo da parte della Procura del capoluogo pugliese.

Inizialmente erano stati iscritti nel registro degli indagati tutti i sanitari che avevano avuto in cura la vittima. Nello specifico erano finiti sotto inchiesta dieci tra medici e infermieri dei reparti di Cardiologia, Anestesia Rianimazione e Radiologia. Il Pm aveva disposto il sequestro delle cartelle cliniche nonché lo svolgimento dell’esame autoptico.

Gli esiti dell’autopsia hanno individuato la causa della morte in una  “insufficienza respiratoria acuta in lesioni cervico-midollari e trauma cranico, riportati a seguito di caduta”.  La consulenza tecnica ha inoltre evidenziato le responsabilità sanitarie nelle gestione del paziente.

L’infermiera aveva riportato nel suo diario allegato alla cartella clinica che il paziente era “vigile a tratti disorientato”. Secondo il perito questo segno clinico avrebbe dovuto costituire di per sé un elemento sufficiente a intensificare la sorveglianza dell’uomo. L’infermiera, inoltre, avrebbe dovuto “imporre l’allerta del medico di reparto e la messa in atto di provvedimenti anche pratici finalizzati a prevenire l’evento caduta”. Invece, non c’era stato né “un attento monitoraggio clinico del paziente” né “un attento esame neurologico. Inoltre non era stata richiesta alcuna visita medica e non erano stati presi provvedimenti pratici quali “l’impiego di spondine al letto”.

Sulla scorta degli accertamenti medico legali il Pubblico ministero ha quindi chiesto il rinvio a giudizio della sola infermiera in turno di servizio quel mattino in Cardiologia. Per gli altri nove indagati, invece, è stata chiesta l’archiviazione. L’udienza preliminare è fissata per il mese di giugno 2019.

 

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LESIONI PERSONALI AGGRAVATE A UNA NEONATA, INFERMIERA CONDANNATA

colpa

Nel 2016 la Corte d’appello di Bologna, rovesciando l’esito della sentenza di primo grado assolveva, con la formula “perché il fatto non costituisce reato”, due dottoresse dall’accusa di colpa medica

Il processo era stato avviato a seguito del decesso di una paziente affetta da neoplasia. Secondo i congiunti della vittima le due imputate avevano omesso (per colpa) di effettuare gli accertamenti diagnostici richiesti dal quadro clinico.

Ma per i giudici della Corte distrettuale l’assunto accusatorio era infondato. Tuttavia nell’assolvere le imputate aveva omesso di revocare la condanna emessa dal primo giudice in relazione alle statuizioni civili.

Ed ecco che qualcosa non torna: come è possibile – si chiedono le ricorrenti- che una sentenza pienamente assolutoria mantenga invariate le statuizioni in ordine al risarcimento del danno alle parti offese?

La vicenda è giunta pertanto, dinanzi ai giudici della Cassazione che, oltre ad accogliere il ricorso difensivo hanno ripercorso le fasi delle recenti innovazioni legislative in materia di responsabilità medica.

La responsabilità medica dopo i recenti interventi normativi

Come noto il legislatore è intervenuto sul tema della responsabilità penale colposa in ambito sanitario con l’art. 3, comma 1 della legge 8 novembre 2012, n. 189 ove è stabilito: “L’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve”.

La corte di Cassazione ha poi chiarito che tale norma esclude la rilevanza penale della colpa lieve, rispetto a quelle condotte lesive che abbiano osservato linee guida o pratiche terapeutiche mediche virtuose, purché esse siano accreditate dalla comunità scientifica.

La novella ha così, dato luogo ad una “abolitio criminis” parziale degli artt. 589 e 590 c.p., avendo ristretto l’area del penalmente rilevante individuata dalle predette norme incriminatrici, giacché oggi vengono in rilievo unicamente le condotte qualificate da colpa grave.

Il tema della responsabilità dell’esercente la professione sanitaria è stato, poi di recente oggetto di un nuovo intervento normativo.

Si tratta della legge 8 marzo 2017, n. 24 che ha introdotto l’art. 590-sexies. Quest’ultimo prevede che qualora l’evento lesivo si sia verificato in ambito sanitario, a causa di imperizia, la punibilità è esclusa quando sono rispettate le raccomandazioni previste dalle linee guida adeguate al caso concreto e versi in colpa lieve da imperizia nella fase attuativa delle raccomandazioni previste dalle stesse.

In particolare, secondo diritto vivente, la suddetta causa di non punibilità non è applicabile ai casi di colpa da imprudenza e da negligenza, né in ipotesi di colpa grave da imperizia nella fase attuativa dalle raccomandazioni previste dalle stesse (Sez. Unite, n. 8770/2017).

Ebbene la sentenza dei giudici dell’appello era corretta sotto il profilo dell’accertamento fattuale, trattandosi di una ipotesi di colpa lieve, quella commessa dalle due imputate.

Tuttavia, la decisione non poteva essere condivisa limitatamente alla conferma delle statuizioni civili. Ed in effetti, la Corte d’Appello di Bologna nel mandare assolte le imputate con la formula perché il fatto non costituisce reato, aveva erroneamente confermato le statuizioni civili che erano contenute nella prima sentenza di condanna pronunciata dal Tribunale di Modena; statuizione travolte automaticamente dall’esito assolutorio del giudizio di secondo grado e che dunque dovevano essere necessariamente revocate.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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MORTA DOPO UN INTERVENTO A FIRENZE, SETTE MEDICI INDAGATI

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morta dopo un intervento alla milza

I camici bianchi sono finiti sotto inchiesta per il decesso di una paziente di 77 anni, morta dopo un intervento alla milza nel 2015 a Sorrento

La Procura di Torre Annunziata ha chiesto il rinvio a giudizio di tre medici per il decesso di una 77enne originaria della provincia di Napoli. La signora è morta dopo un intervento alla milza svolto all’ospedale di Sorrento. A rischiare il processo sono una radiologa e due camici bianchi dell’Unità di Chirurgia, tra cui il primario. Stralciata, invece, la posizione del primario del reparto di Radiologia.

Il fatto risale al settembre del 2015. Come ricostruito dal Mattino, l’anziana era stata ricoverata all’ospedale di Vico Equense per un ematoma alla gamba sinistra. Gli accertamenti avevano evidenziato la presenza di liquido nell’addome e la paziente, quindi, era stata portata a Sorrento per una tac di controllo. Qui i medici avevano riscontrato una sospetta lesione della milza, optando dunque per l’intervento chirurgico, ma in sala operatoria l’organo era risultato intatto. Trasferita in Rianimazione la donna era deceduta dopo poche ore.

I figli avevano deciso di denunciare l’accaduto dando il via all’inchiesta della magistratura.

Nella relazione del consulente incaricato dalla Procura di svolgere l’esame autoptico si sottolinea che i medici “hanno una responsabilità negli eventi che portarono alla morte” della paziente. Secondo l’esperto, in particolare, avrebbero agito “senza la dovuta prudenza, diligenza e perizia”.

A conclusioni totalmente opposte, invece, è arrivata la perizia di parte. Secondo i consulenti della difesa, infatti, i camici bianchi avrebbero rispettato i protocolli sanitari e l’intervento sarebbe stato indispensabile. Il quadro clinico era caratterizzato, infatti, da “emoglobina e pressione in calo, paziente sotto choc e sospetta lesione della milza”.

La decisione del Giudice in relazione al rinvio a giudizio degli indagati è attesa per il prossimo 9 maggio.

 

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EMORRAGIA CEREBRALE NON DIAGNOSTICATA, TRE MEDICI RINVIATI A GIUDIZIO

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disordini in piazza san carlo

Rosaria Amato aveva riportato un trauma vertebro-midollare nel corso dei disordini in Piazza San Carlo del 3 giugno 2017. E’ deceduta al CTO di Torino

Non ce l’ha fatta Rosaria Amato, la 65enne rimasta tetraplegica dopo i disordini in Piazza San Carlo a Torino del 3 giugno 2017. La donna era stata travolta dalla folla in preda al panico, riunitasi per assistere alla proiezione della finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid. Aveva riportato un trauma vertebro-midollare. Negli ultimi giorni si erano manifestati i sintomi di un’infezione che ha causato il peggioramento delle sue condizioni respiratorie. Per questo motivo, nel pomeriggio del 23 gennaio, si era rivolta al pronto soccorso del CTO del capoluogo piemontese.

Gli esami, spiegano dall’ospedale, “hanno evidenziato un versamento pleurico, che è stato drenato e la sua difficoltà respiratoria è stata sorretta con ventilazione non invasiva”. Ricoverata in Terapia Intensiva “ha espresso con lucidità e fermezza la volontà che la terapia, soprattutto il supporto respiratorio, non prevedesse mezzi invasivi”. Il tutto nella consapevolezza che, qualora la ventilazione non invasiva non risultasse sufficiente, “questa decisione avrebbe potuto portarla ad un peggioramento fatale”. Ieri mattina è sopraggiunto il decesso.

Rosaria Amato è la seconda vittima degli incidenti di quella tragica serata.

Nella calca era rimasta schiacciata anche la trentottenne Erika Pioletti, morta dopo pochi giorni per le gravi conseguenze delle ferite. La vicenda ha portato all’apertura di due processi. Uno dei procedimenti, incentrato sulle presunte carenze organizzative, vede coinvolta anche la sindaca di Torino Chiara Appendino e l’allora questore, con altre tredici persone. Le accuse sono di disastro, lesioni e omicidio colposo. All’udienza preliminare era presente anche Rosaria Amato, costituitasi parte civile.

Su quanto accaduto alla 65enne, inoltre, era stato aperto anche un altro fascicolo che vedeva indagati, per lesioni colpose, due medici dell’ospedale Molinette. Secondo l’ipotesi accusatoria i camici bianchi non si sarebbero accorti della lesione alla colonna vertebrale della paziente. Quest’ultima inchiesta, in ogni caso, dovrebbe rimanere autonoma rispetto agli altri procedimenti, per i quali è possibile invece un’unificazione.

 

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FERITA IN PIAZZA SAN CARLO, RESTA TETRAPLEGICA: DUE MEDICI INDAGATI

pediatra

La Corte di Appello di Milano aveva confermato la sentenza di primo grado con la quale era stata condannata una pediatra per il reato di omicidio colposo perpetrato ai danni di un bambino di soli 17 mesi

Nell’assunto accusatorio le si addebitava di aver colposamente cagionato la morte del bambino, avendo prima omesso di visitarlo – nonostante i sintomi “sospetti” di polmonite in atto, quali febbre molto alta e improvvisa diminuzione della temperatura corporea e le continue sollecitazioni della madre – e poi, per non aver formulato una corretta diagnosi. Per la pediatra si trattava di semplice influenza.

Eppure a distanza di poche ore si verificava la morte del bambino.

Secondo i giudici della corte territoriale non vi erano dubbi: si trattava di un caso lampante di grave negligenza e imperizia che non avrebbe sottratto la dottoressa dalla pesante accusa (e poi condanna) per omicidio colposo.

Nel corso del giudizio erano emersi dati inconfutabili. “In occasione della visita alle ore 18.00, ella non misurò la temperatura del bambino, sottovalutando palesemente il quadro complessivo che aveva davanti, connotato da un abbassamento forzoso della temperatura non accompagnato dal benessere generale del piccolo paziente. In occasione della stessa visita non riscontrò alcun rumore polmonare, pur essendosi resa conto delle difficoltà respiratore del piccolo e senza alcun tipo di approfondimento prescrisse l’antibiotico”.

I giudici dell’appello avevano, inoltre, evidenziato che dall’ultima visita domiciliare e dall’intervento del 118 chiamato dalla madre al peggioramento delle condizioni respiratorie del piccolo erano passate poco più di due ore.

Il giudizio di Cassazione e la decisione

I giudici della Suprema Corte, senza minimamente esitare, hanno confermato la decisione dei giudici di merito.

Di fondo – affermano i giudici della Cassazione  – è stato correttamente e congruamente addebitato alla pediatra un atteggiamento ingiustificatamente “attendista” e di generale sottovalutazione del quadro clinico del paziente, nonostante i sintomi manifestati avrebbero dovuto indurre ad un approccio ben diverso, sia attraverso l’immediata visita domiciliare (o presso il suo studio) del paziente, sia mediante il pronto indirizzamento del medesimo in ambiente ospedaliero, tenuto conto del rilevate peggioramento delle sue condizioni di salute.

Sul piano del nesso causale, il giudice di primo grado aveva omesso di statuire che l’omessa osservazione clinica del bambino, in particolare l’omessa auscultazione, aveva impedito la stessa possibilità di formulare una corretta diagnosi: il comportamento alternativo lecito avrebbe invece potuto consentire di rilevare i segni di quanto stava gravemente accadendo e avrebbero dovuto indurre la pediatra a prescrivere ulteriori accertamenti radiografici.

In proposito, con riferimento alla patologia che ha condotto alla morte del piccolo paziente, gli studi scientifici hanno evidenziato che c’è un rapporto statistico secondo cui il rischio di morte si riduce fortemente nei casi di pazienti aggrediti sul piano terapeutico in maniera tempestiva ed efficace.

Nessuna presunta colpa lieve; la condotta della pediatra è pienamente ascrivibile alla grave negligenza e imperizia. Confermata dunque, la sentenza di condanna.

Avv. Sabrina Caporale

 

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