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omicidio preterintenzionale

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Il bimbo è deceduto per un’emorragia in seguito a una circoncisione fatta in casa. Arrestate la madre, la nonna e un 34enne che avrebbe praticato l’intervento clandestinamente

Un neonato di poche settimane è morto a Quezzi, nei pressi di Genova, in seguito a una circoncisione fatta in casa. Il decesso è stato constatato dagli operatori del 118, contattati dalla madre e dalla nonna del piccolo. I sanitari hanno quindi chiamato la polizia che ha avviato le indagini.
Le due donne, nigeriane, sono state portate in questura per essere interrogate. Dopo alcune ore sono state tratte in arresto per omicidio preterintenzionale. Con loro è finito in manette anche un altro cittadino nigeriano 34enne considerato dalle donne un ‘santone’. Sarebbe stato lui a praticare la circoncisione.
L’uomo è stato bloccato a Ventimiglia. Secondo la polizia stava scappando verso la Francia dopo essere stato chiamato nella notte perché il bimbo stava male. Gli investigatori della squadra mobile lo hanno rintracciato nei pressi del confine tramite il cellulare.

Solo pochi giorni fa, alla fine di marzo, un altro intervento  di circoncisione fatta in casa era costato la vita a un bambino di 5 mesi.

Sarebbero 5mila le  circoncisioni praticate ogni anno in Italia. Di queste, secondo la Federazione dei medici, oltre il 35% sarebbero clandestine. Per la FNOMCeO occorrerebbe inserire la circoncisione rituale nei LEA o, in subordine, approvare una legge ad hoc . Ciò affinché sia accessibile a chi la richiede in strutture pubbliche e private, nei primi mesi di vita del bambino, e a costi calmierati.
“La situazione – afferma il Presidente Filippo Anelli – sta diventando drammatica. L’unica soluzione possibile è dare a tutte le famiglie presenti in Italia la possibilità di effettuare questo vero e proprio intervento chirurgico in ambiente sterile e per mano di personale qualificato, chirurghi e anestesisti pediatrici, a carico del Servizio Sanitario Nazionale, pagando un ticket”.
 
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La Corte di Cassazione ha condiviso l’ordinanza del Tribunale del Riesame di Torino che ha riqualificato il fatto addebitato a Sohaib Bouimadaghen detto Budino, ora indagato per il reato di omicidio preterintenzionale

L’indagato deve rispondere dell’evento arrecato alla vittima “come se” la vittima fosse stata l’effettiva destinataria della sua offesa“. E’ quanto si legge nelle pagine conclusive della sentenza n.13192 depositata lo scorso 27 marzo.
Riassumendo brevemente la vicenda processuale, con ordinanza del 10 luglio 2018 il Tribunale del Riesame di Torino aveva accolto l’appello proposto dal Pubblico Ministero contro il provvedimento del G.I.P. dello stesso tribunale che a sua volta, aveva applicato al responsabile della morte di Erika Pioletti, deceduta durante i tumulti di Piazza San Carlo, la sera del 3 giugno 2017, la misura della custodia cautelare in carcere, in relazione al delitto di morte o lesione come conseguenza di altro delitto di cui all’art. 586 c.p.

I fatti

All’indagato era stato contestato di aver spruzzato (allo scopo di compiere rapine) spray urticante indirizzato agli spettatori che stazionavano in Piazza per assistere alla partita di calcio Juventus-Real Madrid, finale di Champions League, davanti al maxischermo.
Tale condotta aveva provocato, movimenti repentini e violentissimi della folla, che aveva immediatamente avvertito odori e bruciori alla gola, cui era seguita, senza soluzione di continuità, una fuga scomposta in tutte le direzioni di tutti i partecipanti all’evento, determinando il ferimento di numerose persone e la morte per schiacciamento della predetta vittima.
Ebbene, a seguito del ricorso del Pubblico Ministero, il Tribunale del Riesame aveva ritenuto di dover riqualificare il fatto addebitato all’imputato, come omicidio preterintenzionale.

Il ricorso per Cassazione

Cosicché, con atto depositato dal proprio difensore di fiducia, è stato presentato ricorso per Cassazione, per denunciare con l’unico motivo, il vizio di manifesta illogicità dell’ordinanza impugnata con riferimento alla sussistenza del delitto di omicidio preterintenzionale.
A detta del ricorrente la sua condotta non avrebbe avuto alcuna concausa nella determinazione del primo movimento della folla, né tanto meno del secondo, a seguito del quale si era verificata poi, la morte della vittima. Ciò in quanto, tra la condotta predatoria del ricorrente e l’evento morte, non vi era alcun rapporto in termini causali, atteso che, oltre ad essere i due avvenimenti separati da una notevole distanza temporale (circa undici minuti), la morte della giovane era avvenuta in tutt’altro punto rispetto a quello in cui era stato utilizzato lo spray urticante.
Il ricorso è stato ritenuto infondato.
In via preliminare i giudici della Cassazione hanno osservato che le censure formulate dal ricorrente, erano inammissibili in quanto finalizzate a rimettere in discussione la ricostruzione dei fatti su cui era già intervenuto il giudicato cautelare.
Era stato già accertato, che l’evento scatenante la morte della giovane vittima, fosse scaturito proprio dall’azione addebitata all’indagato, che si era poi dipanata in un irrefrenabile effetto domino tra tutti i partecipanti.
In particolare, il panico collettivo si era innescato a partire dal primo spostamento degli spettatori che erano stati colpiti dallo spray urticante, i quali avevano iniziato ad allontanarsi a raggera, determinando nelle persone collocate nelle vicinanze il timore di essere vittime di un attacco terroristico o comunque il convincimento irrazionale di doversi mettere al riparo da una minaccia imminente e sconosciuta. Le indagini compiute non avevano consentito di palesare il verificarsi di nessun ulteriore evento anomalo nella folla (oltre a quello intervenuto a seguito della commissione della rapina da parte dell’indagato) che da solo potesse averne cagionato lo spostamento e fosse, conseguentemente, idoneo ad interrompere il meccanismo causale innescatosi per effetto dell’improvviso e violento movimento iniziale del pubblico provocato dall’indagato e dai suoi complici.

La riqualificazione giuridica della condotta posta in essere dall’indagato

(…) Correttamente l’ordinanza impugnata ha escluso la configurabilità, nel caso di specie, della fattispecie di cui all’art. 586 c.p”.
E’ quanto affermano i giudici della Corte di Cassazione nell’odierna sentenza. Ma ciò presuppone un’analisi delle due fattispecie di reato.
Ebbene, di recente è stato affermato che il delitto previsto dall’art. 586 c.p., (morte come conseguenza di altro delitto) si differenzia dall’omicidio preterintenzionale perché, nel primo reato, l’attività del colpevole è diretta a realizzare un delitto doloso diverso dalle percosse o dalle lesioni personali, mentre, nel secondo, l’attività è finalizzata a realizzare un evento che, ove non si verificasse la morte, costituirebbe un reato di percosse o lesioni (Sez. 5, n. 23606 del 04/04/2018).
In sostanza, nel delitto di cui all’art. 586 c.p., l’agente vuole ledere un bene giuridico che non appartiene, come nel delitto preterintenzionale, allo stesso genere di interessi giuridici tutelati (incolumità, vita) che si distinguono, come tali, solo per la gravità, per la progressione dell’offesa.
Nel delitto di cui all’art. 586 c.p., viene offeso un bene giuridico completamente diverso e viene conseguentemente commesso un delitto di diversa “specie”.
E’ quanto accaduto con l’azione posta in essere dal giovane indagato: la rapina è un reato complesso plurioffensivo che offende non soltanto il patrimonio, ma anche l’incolumità individuale, e reca come elemento costitutivo del reato proprio la violenza alla persona.
Ne consegue che allorquando viene commessa una rapina, che abbia come sviluppo non voluto la morte di una persona, viene senz’altro integrato il presupposto del delitto di cui all’art. 584 c.p., ponendosi l’evento morte in progressione criminosa con la violenza esercitata per impossessarsi del bene altrui, la quale, se assume la meno grave connotazione delle percosse, è assorbita nel reato complesso di rapina.
Non a caso la norma in questione, contempla quale presupposto “gli atti diretti a commettere uno dei delitti preveduti dagli artt. 581 e 582 c.p.”:  non vi è dubbio, allora, che la condotta aggressiva dell’agente rientrasse, a pieno titolo, come elemento costitutivo del delitto di omicidio preterintenzionale, indipendentemente dal fatto che l’agente intendesse porre in essere le percosse o le lesioni come autonomi reati o nell’ambito di una condotta finalizzata alla sottrazione di un bene altrui (la rapina contestata all’indagato).

La ricostruzione giuridica dei fatti

D’altra parte, fu lo stesso ricorrente insieme ai suoi complici a spiegare agli inquirenti di aver spruzzato il liquido urticante verso il suolo in modo da colpire il maggior numero di vittime possibile e creare confusione nei presenti, amplificando l’effetto tossico della sostanza.
Inoltre, la fuga scomposta della folla era stata una diretta conseguenza delle lesioni riportate dai soggetti colpiti dallo spray i quali, avevano immediatamente avvertito bruciori in gola cominciato a tossire, respirare con difficoltà e lacrimare, reagendo in modo istintivo con la fuga per allontanarsi dal punto di diffusione della sostanza urticante.
In altre parole, il ricorrente con la sua azione era riuscito a centrare l’obiettivo di annullare o limitare la capacità di determinazione degli spettatori presenti in Piazza, provocando loro, addirittura, delle vere e proprie lesioni.

Le lesioni e la nozione di malattia giuridicamente rilevante

Anche quest’ultimo punto merita una qualche riflessione.
Ebbene, è evidente che, nel caso di specie, gli effetti derivanti dal getto di gas urticante fossero stati produttivi di alterazioni funzionali dell’organismo avendo provocato nella folla, bruciori in gola, fenomeni di difficoltà di respirazione, di lacrimazione e di tosse.
E’ stato più volte affermato nella giurisprudenza di legittimità che, ai fini della configurabilità del delitto di lesioni personali, la nozione di malattia giuridicamente rilevante non comprende necessariamente le alterazioni di natura anatomica, che possono, in realtà, anche mancare, bensì solo quelle alterazioni da cui deriva una limitazione funzionale o un significativo processo patologico, ovvero una compromissione delle funzioni dell’organismo, anche non definitiva, ma comunque significativa, tanto è vero che la lesione rilevante ai sensi dell’art. 582 c.p., può consistere anche in un trauma contusivo che non si accompagni ad alterazioni di natura anatomica (Sez. 4, 19/03/2008, n. 17505; Sez. 5, n. 40978 del 06/05/2014).

La decisione

Insomma anche per i giudici della Cassazione non vi sono dubbi che la condotta posta in essere dall’indagato, fosse giuridicamente qualificabile come omicidio preterintenzionale in sinergia con l’istituto della aberratio ictus plurilesiva, previsto all’art. 82 c.p., comma 2, che ricorre allorquando, oltre alla persona alla quale l’offesa sia diretta, viene offesa persona diversa.
E, infatti, nel caso in esame, l’evento letale non era stato provocato ai danni dello stesso soggetto che si voleva ledere (coloro che sono stati investiti dallo spray urticante), ma nei confronti di un soggetto diverso (la vittima, rimasta schiacciata dai movimenti inconsulti della folla provocati dalla condotta del ricorrente). E, in ogni caso, anche i i soggetti che si voleva ledere avevano subito effettivamente un’offesa.
D’altra parte, la circostanza che la morte della spettatrice fosse derivata non dallo spruzzo del gas urticante, ma dall’effetto domino verificatosi nell’immediatezza della prima azione è pienamente compatibile con la struttura dell’omicidio preterintenzionale.
Per tutti questi motivi il ricorso del giovane indagato è stato ancora una volta respinto e confermata l’ordinanza del Tribunale del Riesame.

La redazione giuridica

 
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colpito

I giudici della Cassazione hanno confermato la sentenza di condanna per omicidio preterintenzionale già riconosciuta dai giudici di merito a carico di un uomo di professione vigilante. L’uomo dapprima aveva colpito il capo della vittima con la sua pistola di ordinanza ma poi, nella colluttazione, un colpo partito accidentalmente dalla sua arma uccideva la vittima

La vicenda

In entrambi i giudizi di merito era stato riconosciuto colpevole del delitto di omicidio preterintenzionale, commesso in pregiudizio di un altro uomo colpito a morte dall’esplosione di un colpo partito dalla sua pistola.

Si trattava della pistola di ordinanza che l’imputato aveva in dotazione, quale guardia giurata, e che egli già aveva utilizzato come strumento per percuotere al capo la vittima.

Ma secondo la difesa, l’accertamento logico-giuridico effettuato dai giudici di merito e confluito nella sentenza di condanna era errato perché presupponeva una lettura estensiva dell’espressione: “Con atti diretti a commettere uno dei delitti preveduti dagli artt. 581 e 582 cod. pen.” contenuta nella norma che disciplina l’omicidio preterintenzionale.

Ebbene secondo tale interpretazione si deve identificare, quali antecedenti causali della morte, anche condotte diverse dalle percosse e dalle lesioni, purché a queste strettamente connesse; finendo per trasformare il delitto in una fattispecie punibile a titolo di responsabilità oggettiva.

L’assunto difensivo

Veniva pertanto suggerita una lettura più restrittiva, dovendo circoscrivere l’ambito applicativo del delitto di cui all’art. 584 cod. pen. all’effettivo riscontro di un nesso di derivazione diretta tra la morte e le percosse o lesioni.

D’altra parte, nel corso dell’istruttoria era emerso che la morte della persona offesa era conseguita non ai colpi infertigli al capo dall’imputato con il calcio della pistola in sua dotazione, ma da questa essendo accidentalmente partito un colpo nel corso della colluttazione insorta tra i due.

Ciò imponeva di qualificare il fatto come omicidio colposo, potendosi solo muovere all’imputato un rimprovero per non avere adottato tutte le cautele dovute per espletare in sicurezza i compiti di vigilanza affidatigli.

Ma per i giudici della Cassazione il ricorso è infondato.

Ed infatti, la sentenza impugnata aveva fatto buon governo delle regulae iuris, ormai acquisite al patrimonio del diritto vivente, secondo le quali, ai fini dell’integrazione dell’omicidio preterintenzionale, è necessario che l’autore dell’aggressione abbia commesso atti diretti a percuotere o a ledere e che esista un rapporto di causa ed effetto tra gli atti predetti e l’evento letale, senza necessità che la serie causale che ha prodotto la morte rappresenti lo sviluppo dello stesso evento di percosse o di lesioni voluto dall’agente (Sez. 5, n. 41017 del 12/07/2012; Sez. 1, n. 1008 del 03/10/1986).

L’elemento soggettivo del reato di omicidio preterintenzionale

A sostegno di tali affermazioni si è argomentato richiamando il principio di diritto secondo il quale, nell’omicidio preterintenzionale, l’evento morte deve costituire il prodotto della specifica situazione di pericolo generata dal reo con la condotta intenzionale volta a ledere o percuotere una persona, con la conseguenza che se la morte della vittima è del tutto estranea all’area di rischio attivato con la condotta iniziale, intenzionalmente diretta a percuotere o provocare lesioni, ed è, invece, conseguenza di un comportamento successivo, l’evento mortale non può essere imputato a titolo preterintenzionale, ma deve essere punito a titolo di colpa, in quanto effetto di una serie causale diversa da quella avente origine dall’evento di percosse o lesioni dolose (Sez. 5, n. 3946 del 03/12/2002).

Ebbene, nella vicenda in esame, la morte della persona offesa si era verificata per l’esplosione di un colpo partito dall’arma che l’imputato aveva utilizzato per percuotere alla testa il soggetto sorpreso ad aggirarsi nel luogo ove egli fungeva da vigilante e nel contesto di una colluttazione tra i due. Ma egli era ben consapevole che l’arma fosse caricata per lo sparo.

E allora non si poteva certo negare che l’evento letale si fosse verificato per una serie causale avente la stessa origine nel reato di percosse.

Avevano fatto bene i giudici della corte territoriale a ricondurre l’azione del reo nello schema giuridico del delitto di omicidio preterintenzionale, non risultando inverosimile che egli, avendo utilizzato come strumento per percuotere l’avversario un’arma caricata per lo sparo, abbia accettato il rischio che il colpo sarebbe partito durante la colluttazione.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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circoncisione clandestina

La Procura di Tivoli ha disposto l’arresto di un presunto medico straniero ritenuto responsabile della circoncisione clandestina che è costata la vita al piccolo

Un bimbo di due anni, residente a Monterotondo ma di origini nigeriane, è morto all’ospedale Sant’Andrea dopo un intervento di circoncisione clandestina effettuato in casa. In prognosi riservata anche il fratellino gemello.

Sulla vicenda la Procura di Tivoli ha aperto un’inchiesta disponendo l’arresto del presunto medico ritenuto responsabile dell’intervento. Si tratterebbe di un cittadino statunitense 66enne di origine libiche. Gli vengono contestati i reati di omicidio preterintenzionale, lesioni gravissime ed esercizio abusivo della professione medica.

Nel corso della perquisizione presso l’abitazione dell’arrestato gli uomini della squadra mobile di Roma avrebbero sequestrato oggetti da cui si desumerebbe l’abitudine della condotta. Gli inquirenti hanno disposto anche l’autopsia sul corpo del piccolo deceduto.

La madre dei due bambini, nati a Latina nel gennaio 2017 è una donna titolare di protezione umanitaria. In Nigeria avrebbe altri 5 figli. Secondo quanto ricostruito sarebbe giunta nella casa di Monterotondo a metà novembre. In precedenza sarebbe stata ospite, per oltre un anno, di un Centro di accoglienza straordinario (Cas) a Rieti. Qui sembra che avesse chiesto alla pediatra informazioni sulla possibilità di sottoporre i figli alla circoncisione.

In Italia sarebbero tra i 4mila e i 5mila i bambini stranieri che ogni anno vengono sottoposti alla circoncisione, per motivi culturali, religiosi o igienici.

Di questi circa il 35% subirebbero la pratica in modo clandestino, spesso non da parte di medici, con il rischio concreto di infezioni ed emorragie. I dati dei bimbi circoncisi raddoppiano se si considerano quelli che durante le festività – soprattutto musulmane – vengono sottoposti alla pratica nei Paesi d’origine.

I costi, nel settore privato, sono molto alti. Si arriva a pagare anche fino a 4 mila euro. Nel pubblico la disciplina varia da regione a regione. Nel Lazio e nel Veneto, ad esempio, la prestazione è erogata dal servizio sanitario, con una spesa che va dai 250 ai 400 euro. In , invece, c’è un regime di convenzione.

Oltre a quello economico, un altro aspetto che favorisce la clandestinità è l’età minima per la quale è prevista la circoncisione, che varia da Asl ad Asl.  Ma Secondo Foad Aodi, presidente dell’Associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi), il 99% dei genitori chiede di poterlo fare quando il bambino ha pochi mesi di vita.

Da qui l’appello dell’organizzazione al ministero della Salute “perchè autorizzi la circoncisione nelle strutture sanitarie pubbliche e private a livello nazionale con prezzi accessibili”. Il tutto, abbassando anche l’età in cui si può eseguire la pratica.

 

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piazza cavour

La Corte di Cassazione ha accolto le tesi accusatorie dei magistrati sull’imputazione per omicidio preterintenzionale per i ragazzi della c.d. “banda dello spray”, autori dei tragici eventi di Piazza San Carlo a Torino

È di poche ore fa la notizia che i giudici della Cassazione hanno rigettato il ricorso presentato dal difensore di uno degli imputati della strage di Piazza San Carlo a Torino, la sera del 3 giugno 2017, durante la finale di Champions League fra Juventus e Real Madrid.

I fatti

Quella sera, perse la vita una donna, Erila Pioletti di Domodossola e circa 1500 furono i feriti.

Uno spray al peperoncino, spruzzato in mezzo alla folla e il delirio. Gli autori di quel gesto, tra i quali Bouimadaghen meglio conosciuto come “Budino”, avevano intenzione di creare il panico e trovare l’occasione giusta per riuscire rapinare cellulari e portafogli, come già avevano fatto durante altre manifestazioni nella città piemontese e in giro per l’Italia.

Per gli stessi fatti, i giudici avevano richiesto la custodia cautelare in carcere, successivamente impugnata dai loro difensori.

Ma la Cassazione non ha dubbi: si è trattato di omicidio preterintenzionale e pertanto, ha respinto il ricorso.

L’omicidio preterintenzionale

Che si trattasse di omicidio, qualcuno già lo immaginava. Ma perché omicidio preterintenzionale?

Su questa fattispecie di reato, molto si è scritto in dottrina e in giurisprudenza; specie con riferimento all’elemento soggettivo della preterintenzione.

Si tratta di tutte quelle ipotesi in cui l’evento (morte) si sia verificato involontariamente, cioè contro la volontà dell’autore o, per meglio dire, “oltre la sua volontà”.

Ma l’omicidio preterintenzionale, nonostante la frequente ricorrenza nelle teorie ricostruttive di giudici e avvocati e l’elevata attenzione da parte degli studiosi, ha dato vita a numerosi e accesi dibattiti.

Primo tra tutti, può essa costituire un tertium generis di colpevolezza?

Si è soliti ritenere, infatti, che la preterintenzione sia tecnicamente a metà strada tra il dolo e la colpa: “il delitto è preterintenzionale, o oltre l’intenzione quando l’azione od omissione deriva un evento dannoso o pericoloso più grave di quello voluto dall’agente”.

Ne deriva che nel delitto preterintenzionale vi è una volontà di realizzare un evento meno grave di quello concretamente prodotto (necessariamente più grave).

Quanto alla volontà iniziale, essa è imputabile a titolo di dolo; a differenza dell’evento finale (più grave) rientrante nel concetto di colpa.

Il codice penale, riconduce a questa categoria un’unica fattispecie delittuosa: l’omicidio preterintenzionale, disciplinato dall’art. 584 c.p.

Chiunque con atti diretti a commettere uno dei delitti previsti dagli artt. 581 e 582 c.p., cagiona la morte di un uomo, è punito con la reclusione da dieci a diciotto anni”.

In altre parole, l’autore del reato risponde per fatto proprio, seppure per un fatto più grave di quello voluto.

È quello che hanno anche ritenuto i giudici della Suprema Corte di Cassazione, riguardo alla “banda dello spray” che ha agito a Piazza San Carlo.

La sera della finale di Champions, “Budino” e i suoi compagni, non vollero l’omicidio ma risponderanno, se ritenuti colpevoli, di siffatto reato.

Avv. Sabrina Caporale

 

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Appello bis clinica Santa Rita: ridotta condanna per ex chirurgo

Nel corso del processo d’ appello bis sulla clinica degli orrori ‘Santa Rita’ i giudici hanno ridotto la condanna nei confronti di un ex chirurgo toracico: 15 anni per lui.

Importante decisione nel corso del processo d’ appello bis sulla vicenda della clinica degli orrori “Santa Rita” di Milano.

P.B.M, ex chirurgo toracico, è stato condannato a 15 anni di carcere nel processo bis davanti alla corte d’Appello di Milano. La sua pena è stata pertanto ridotta.

L’ex camice bianco era infatti accusato di avere provocato la morte di quattro pazienti. Quanto al suo ex collaboratore, F.P., imputato per due dei quattro decessi, questi è stato condannato a 7 anni e 8 mesi.

Il risultato del processo d’ appello bis è stato che per entrambi la pena è stata ridotta. I giudici hanno infatti riformulato l’accusa in omicidio preterintenzionale.

La vicenda processuale

Come noto, nel giugno del 2017, la Corte di Cassazione aveva di fatto annullato l’ergastolo per l’ex chirurgo toracico, sostenendo che B.M. non potesse essere accusato di omicidio volontario con dolo eventuale per la morte dei quattro pazienti. Morte avvenuta come accertato a seguito di interventi ritenuti inutili e funzionali soltanto a far incassare alla clinica i soldi del servizio sanitario nazionale. La somma si aggirava sugli 11 mila euro per ogni intervento chirurgico realizzato.

A quel punto, la Cassazione ha rinviato in appello le carte per procedere a una rideterminazione della condanna che riqualificassee le morti in omicidio colposo oppure preterintenzionale.

I giudici del terzo grado, a quel punto, hanno ammesso l’inutilità manifesta delle operazioni ma hanno comunque deciso di respingere il dolo eventuale.

Dolo secondo cui il medico aveva accettato l’eventualità concreta che i pazienti, anziani e con problemi di salute, potessero non sopravvivere alle operazioni.

Contestualmente, si ricorda che è già terminato con la condanna in Cassazione (a 15 anni e 6 mesi di reclusione) un altro processo a carico di B.M., questa volta per lesioni volontarie.

Tale procedimento riguardava altre operazioni realizzate su malati che però sopravvissero agli interventi.

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