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ospedale di frosinone

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morta per una polmonite

Secondo i parenti, la congiunta sarebbe morta per una polmonite contratta in ospedale in seguito al ricovero dovuto a un investimento stradale

E’ morta per una polmonite all’età di 73 anni. Secondo i familiari, la malattia sarebbe stata contratta in ospedale, a Frosinone, durante la degenza successiva a un incidente. Da qui l’avvio di un’azione per ottenere il risarcimento.

Il fatto, come ricostruisce la stampa locale, risale a tre anni fa. La signora era stata investita da una macchina e portata in ambulanza presso il nosocomio del capoluogo di provincia laziale. Dagli accertamenti radiografici era emersa la lesione ad una vertebra e, conseguentemente, la paziente era stata ricoverata. Dopo alcune settimane, tuttavia, era deceduta a causa di una polmonite.

I parenti avevano presentato un esposto denuncia in Procura che aveva portato all’apertura di un’inchiesta. Le prime indagini avevano escluso che la donna potesse aver contratto la patologia presso la struttura ospedaliera.

In seguito all’entrata in vigore della Legge Gelli nel 2017, tuttavia, l’avvocato della famiglia ha presentato un ricorso per accertamento tecnico preventivo.

Come riporta Frosinonetoday, il medico legale della Procura ha sostenuto che molto verosimilmente il batterio non era presente nella paziente al momento del ricovero. Con tutta probabilità sarebbe stato contratto proprio nei giorni di degenza. Il Giudice, quindi, conferirà ora un nuovo incarico a un altro perito per le comparazioni del caso.

Nella vicenda, sempre secondo quanto riferiscono gli organi di informazione locale, è stata tirata in ballo anche la compagnia assicurativa.  Secondo il legale della famiglia della vittima, infatti, se l’anziana non fosse stata investita con tutta probabilità non avrebbe contratto la polmonite

 

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vittima di una trombosi

Confermata in appello la condanna di un camice bianco accusato di omicidio colposo per il decesso di un uomo rimasto vittima di una trombosi nel 2010

Era morto pochi giorni dopo le dimissioni dall’Ospedale di Frosinone, dove era stato ricoverato e operato in seguito a un grave incidente agricolo. Nello specifico, come riportato da Ciociaria Oggi, l’uomo, di 40 anni, era finito sotto un trattore fratturandosi il bacino e procurandosi un politrauma. Ma proprio quando il peggio sembrava passato era rimasto vittima di una trombosi. Una tragedia che, secondo quanto appurato in giudizio, si sarebbe potuta evitare.

Dopo il decesso, risalente al luglio del 2010, i familiari della vittima, avevano presentato una denuncia chiedendo di fare chiarezza sull’accaduto. La Procura aveva quindi aperto un fascicolo sul caso per omicidio colposo. L’inchiesta aveva portato al rinvio a giudizio di un medico in servizio presso il nosocomio ciociaro.

Il camice bianco, 59enne, era stato condannato in primo grado a quattro mesi di reclusione, con sospensione della pena.

Il Tribunale del capoluogo di provincia laziale, inoltre, aveva disposto il pagamento di un risarcimento a favore degli eredi da quantificare in sede civile. La sentenza era stata impugnata dagli avvocati della difesa ma nelle scorse ore il Giudice di appello ha ritenuto di confermare la pronuncia.

La Corte territoriale di Roma ha condiviso quanto statuito dal Giudice di prime cure accogliendo le ipotesi accusatorie. In particolare, il professionista, all’atto delle dimissioni, non avrebbe prescritto di proseguire la cura anti trombosi con le punture di eparina. Secondo quanto appurato, se il paziente fosse stato sottoposto alla giusta terapia non sarebbe rimasto vittima della complicanza insorta dopo l’operazione.

 

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falso ideologico

I professionisti erano accusati di falso ideologico per aver favorito il ricovero presso il nosocomio di Frosinone di alcuni pazienti seguiti privatamente alterandone il quadro clinico

Erano accusati di falso ideologico per aver favorito il ricovero all’Ospedale di Frosinone di alcuni pazienti che venivano visitati nei loro studi privati. A seguito della presentazione delle memorie difensive, tuttavia, le accuse si sarebbero rivelate infondate. Di qui la richiesta di archiviazione da parte del Pubblico Ministero della posizione di tre medici in servizio presso il nosocomio ciociaro.

Si tratta, nello specifico, di un dirigente medico ecografista, di un chirurgo ed ex primario (oggi in pensione) del reparto di Chirurgia e dell’attuale primario del reparto di Chirurgia.

L’inchiesta era stata avviata nel 2013, a seguito di una lettera anonima il cui autore lamentava i lunghi tempi di attesa (anche oltre cinque ore)  per essere visitati in Pronto soccorso.

Gli accertamenti svolti dai carabinieri del Nas avevano fatto emergere alcune presunte anomalie meritevoli di approfondimento. Nello specifico i militari avevano notato come diversi pazienti, in sede di accettazione, venivano classificati con codice verde e quindi non in pericolo di vita. Tuttavia, a distanza di pochissimo tempo venivano visitati e sottoposti a tutte le indagini del caso, alla stregua di pazienti classificati con codice giallo o rosso.

Dietro questo aggravamento di condizione , secondo l’ipotesi accusatoria, vi sarebbe stato lo zampino di alcuni medici. Questi avrebbero alterato il quadro clinico dei pazienti che seguivano privatamente per agevolarne il ricovero. Le indagini avevano portato all’iscrizione nel registro della Procura di quindici professionisti per peculato e falso.

Per tre di loro, tuttavia, non sono emersi elementi che possano far ipotizzare la condotta illecita contestata. La Procura ha riconosciuto la perfetta trasparenza nella procedura e nella gestione del paziente. Gli inquirenti hanno infatti appurato che le classificazioni che riguardavano alcune persone di loro conoscenza erano state effettuate dai colleghi del pronto soccorso. Questi ultimi avevano descritto un quadro clinico reale, che non era stato in alcun modo alterato.

Per gli altri 12 medici indagati invece, il Pm ha chiesto il rinvio a giudizio.

 

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Accolte in sede civile le richieste degli eredi della vittima. Il camice bianco era stato invece assolto dal giudice penale

Un medico primario di Urologia presso l’Ospedale di Frosinone è stato condannato in primo grado di giudizio a liquidare poco più di 800mila euro (802.196,72) ai parenti di un uomo di 85 anni deceduto nel febbraio del 2008 a causa di quello che secondo il Tribunale civile fu un errore sanitario. La cifra, che sarà pagata dalle assicurazioni, è determinata dalla somma del risarcimento disposto in favore della moglie (203.749,91 euro) e dei tre figli (199.482,27 euro ciascuno).

La famiglia della vittima aveva già intentato un’azione in sede penale che tuttavia si era conclusa con l’assoluzione del camice bianco perché il “fatto non costituisce reato”. La sentenza penale non è stata considerata pregiudicante dal Giudice civile che ha ritenuto palesemente fondata nel merito la domanda di risarcimento avanzata dagli eredi dell’anziano.

L’uomo era affetto da una patologia tumorale, ma, secondo quanto riportato da Ciociaria Oggi, il Tribunale, sulla base di una consulenza tecnica, ha accertato che vi fu “una lesione dell’intestino nel corso di un intervento che avrebbe dovuto interessare altro organo”, e che la successiva operazione finalizzata a sanare tale lesione, oltre ad essere svolta dopo 30 giorni, “non sortì gli effetti sperati”. Il paziente morì a causa di “perforazione del retto, peritonite stercoracea, shock settico, cid”.

Secondo il consulente incaricato, nel primo intervento sarebbero stati commessi almeno due errori e, inoltre, le cartelle cliniche acquisite risulterebbero inadeguate. Il magistrato, pertanto, ha ritenuto “che non può essere in alcun modo giustificato il ritardo/insufficienza degli interventi che avrebbero dovuto ‘limitare i danni’ della (presunta imprevedibile) complicanza”. Non vi sarebbero poi dubbi circa la natura contrattuale della responsabilità in capo al medico e alla Asl. Essendosi il fatto verificato nel 2008 non alcuna rilevanza le modifiche introdotte dal decreto Balduzzi.

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Per vie di alcune complicanze durante l’intervento di colecistectomia cui la donna si era sottoposta, i medici le avevano applicato dieci clip metalliche interne

Due medici di Frosinone, assieme alla locale Asl, dovranno risarcire una donna che nel 2004 si era sottoposta a un’operazione di colecistectomia. La signora, ricoverata per una calcolosi alla colecisti, entrò in sala operatoria all’Ospedale Umberto I per un intervento in laparoscopia, che mediamente dura 45 minuti, ma a causa di una serie di complicanze, l’operazione si concluse a distanza di cinque ore. I medici, dopo una conversione in laparotomia, effettuarono dei correttivi per risolvere la situazione, decidendo di applicare dieci clip metalliche interne.

Dopo alcuni mesi la donna cominciò ad accusare forti dolori addominali. Il proprio medico curante le consigliò di farsi vedere in Ospedale da chi l’aveva operata. All’Umberto I i sanitari si resero conto che la signora necessitava di un nuovo intervento chirurgico, ma la paziente decise di recarsi presso un’altra struttura, ad Avezzano, dove a seguito di una colangiografia, tornò in sala operatoria per la rimozione delle clip.

Nonostante il successo della seconda operazione la donna comunque continuò a subire, sul piano fisico e psichico, le conseguenze del primo intervento malriuscito; di qui la decisione, dopo alcuni anni e a seguito del consulto con alcuni specialisti, di intentare un procedimento contro l’Azienda sanitari locale e i camici bianchi che l’avevano operata per ottenere una equa riparazione per i danni subiti. Ai medici, in particolare, veniva contestato l’eccessivo numero delle clip e il loro irregolare posizionamento.

Il giudice civile, nei giorni scorsi, ha accolto la richiesta di risarcimento. Il Tribunale di Frosinone pertanto ha disposto in favore della signora, a distanza di dodici anni dal fatto, la liquidazione di una cifra pari a 70mila euro.

 

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Il medico è stato ritenuto responsabile il ritardo nell’effettuazione del parto e delle conseguenti lesioni del neonato, che gli hanno provocato un’invalidità del 100 per cento

Condanna a due mesi di reclusione per lesioni colpose. E’ quanto disposto dal giudice monocratico del Tribunale di Frosinone a conclusione del procedimento penale a carico di una ginecologa in servizio all’epoca dei fatti presso il nosocomio del capoluogo ciociaro.

E’ l’agosto del 2009 quando una donna alla prima gravidanza si reca in ospedale in seguito alla rottura delle membrane. Nonostante le ripetute richieste di taglio cesareo da parte della paziente, solo 24 ore dopo i sanitari decidono di indurre il parto naturale con la manovra di Kristeller.

Il bimbo alla nascita presenta subito segni di asfissia e viene intubato. ll giorno dopo le sue condizioni peggiorano, tanto da essere trasferito ‘in stato comatoso’ all’Ospedale Bambino Gesù di Roma dove rimane per tre mesi per poi essere nuovamente trasferito nel dipartimento di riabilitazione pediatrica a Fiumicino. Dopo sette mesi il piccolo torna a casa ma è costretto a sottoporsi a continue attività di riabilitazione.

Il consulente della procura ha stabilito che le gravi lesioni, che hanno provocato al bimbo un’invalidità del 100 per cento, sarebbero imputabili al ritardo nell’effettuazione del parto; era infatti “necessario avviare le procedure” per “un taglio cesareo, da ritenersi necessario, urgente, non differibile”.

Ieri la pronuncia del Tribunale con la condanna della ginecologa, mentre è stata assolta la seconda imputata nel processo, un’ostetrica accusata di falso per la presunta alterazione della cartella clinica. Per i due imputati il pubblico ministero aveva avanzato la richiesta di otto mesi di pena.

La condanna penale fa seguito a quella in sede civile dello scorso maggio, che ha stabilito la liquidazione di un risarcimento al neonato e ai suoi genitori di una cifra complessiva pari a 3.982.264 euro, per metà a carico dell’Azienda sanitaria locale di Frosinone e per l’altra metà da dividersi tra i due medici, i quali avevano tuttavia preannunciato il ricorso in appello.

 

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